Destra di Popolo.net

ASSALTO AL SECOLO, MA CHI NON MOLLA SCENDE IN STRADA

Febbraio 23rd, 2011 Riccardo Fucile

OCCUPATA IERI SIMBOLICAMENTE LA SEDE DELLA STORICA TESTATA DI DESTRA PER PROTESTARE CONTRO LA NOMENKLATURA DEI BERLUSCONES CHE VOGLIONO APPROPRIARSI DEL GIORNALE…GLI USURPATORI, ACCOLTI AL GRIDO DI “BUFFONI”, NON DANNO NEANCHE   GARANZIE SUL POSTO DI LAVORO

E così la sede di via della Scrofa è stata occupata.
Dalle sinistre? No, dai futuristi.
È quello che è successo ieri, ed è solo l’ultimo capitolo dell’incredibile telenovela aperta dal tentativo dei berluscones dell’ex An di impossessarsi del controllo del Secolo d’Italia, che da anni è saldamente nelle mani dell’accoppiata futurista doc, Enzo Raisi-Flavia Perina.
La guerriglia va avanti da mesi.
Il deputato e la direttrice rivendicano i frutti del loro lavoro di questi anni: deficit ridotto a 500 mila euro (da due milioni) e giornale rifondato, reso glamour e intrigante.
I cinque commissari nominati dall’area La Russa-Gasparri, invece, rivendicano il diritto al controllo: “Ormai son fuori linea — spiega Mario Landolfi — non rappresentano più la sensibilità  della destra, sembra che facciano il verso alla sinistra, hanno posizioni minoritarie”.
Il primo atto di guerra era stata la minaccia di chiudere i rubinetti della liquidità .
Il secondo, affiancare i cinque commissari a Raisi fino ad esautorarlo.
Il terzo era quello in programma per ieri: riunirsi e sostituire la Perina con un altro direttore (il candidato ideale era Gennaro Malgieri, che però ha declinato).
Ma qui sono iniziati gli effetti speciali e i guai.
Con il solo strumento di Internet, davanti alla sede del giornale e del partito si sono raccolti 200 militanti finiani pronti a fare di tutto per opporsi alla scelta.
I commissari (oltre a Landolfi, il deputato Alessio Butti, poi Valentino, Mugnai e Lisi) si sono trovati di fronte una muraglia umana di militanti e deputati: c’è, per esempio, Fabio Granata. C’è Raisi.
Ci sono i redattori del quotidiano che chiedono garanzie per il loro futuro, visto che il tam tam dice che l’obiettivo è ridurre l’organico e la foliazione per arrivare a un modello Foglio.
Entra Landolfi (che fra l’altro era un ex redattore) e parte un coretto: “Buuuu, buuuu!”.
Entra Butti e il coretto inizia a crescere, partono grida isolate: “Buffone!”.
I commissari salgono nella sede per cominciare la riunione, ma le soppresse non sono finite.
Gli animatori del sit-in li seguono.
La Perina chiede di entrare nella stanza riunione, anzi lo fa senza troppi complimenti: “Che succede?”, chiede Landolfi. “Cosa volete?”, aggiunge Butti.
“Vorrei — esordisce la direttrice — che deste garanzie sul mantenimento dei posti di lavoro”.
L’avvocato Valentino sembra quasi affranto: “Ma se ci siamo insediati da appena cinque minuti!”.
La direttrice, granitica: “Però quello che volete fare si sa da mesi…”.
Landolfi è categorico: “Non è vero nulla”.
La Perina: “Se le voci sono false, non dovete fare altro che smentirle…”. Landolfi, senza scomporsi: “Stiamo ancora controllando i conti, non possiamo dire nulla!”.
Ma la direttrice non molla la presa: “Ma come? tre mesi che ci pensate, ancora non avete un’idea?”.
A questo punto si arrabbia Butti e la tensione sale alle stelle: “Flavia, per piacere, smettila, di parlare a ruota libera…”.
La direttrice punta i piedi: “Vogliamo un comunicato in cui si garantisca che non toccherete i posti di lavoro”.
Landolfi media: “D’accordo”.
A fine serata, però, la rassicurazione non arriva.
Sentiamo Landolfi, che spiega: “Abbiamo bisogno di almeno un mese per decidere…”.
Ma alla domanda diretta conferma che la sorte della Perina è segnata: “Sarei ipocrita se non dicessi che ci deve essere assolutamente un cambiamento di linea. E quindi anche del direttore che garantisce quella linea”.
Volete un quotidiano berlusconiano?, chiedo.
E il deputato: “Possono anche sopravvivere delle quote di ‘eresia’, dei punti di vista vicini a Fini… Ma le idee della destra devono essere rappresentate”.
Poi il tono si fa quasi amareggiato: “Proprio ieri ho avvertito una brutta sensazione di estraneità  alla nostra storia. La forma movimentista del sit-in. Il processo tardo-sessantottino intentato dalla Perina. sembravano degli extraparlamentari di sinistra!”.
Anche lo storaciano Fabio Sabbatani Schiuma protesta: “Ormai il Secolo sembra una succursale de l’Unità ”
Ma la Perina si arrabbia: “Ho scapocciato!”.
Prego? “È romanesco. Molti di noi sono entrati in sezione, ai tempi del Msi, a 13 anni. Questa è casa nostra e loro non hanno coraggio”.
Sta di fatto che tutto resta ancora aperto.
Se non altro perchè c’è un altro problema: la Perina, deputata, lavora gratis. E il giornale, in stato di crisi, non può fare assunzioni: “Dove lo trovano un altro che si fa il mazzo gratis?”.

Luca Telese
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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NEW YORK TIMES: “L’IMMAGINE DI BERLUSCONI E’ A PEZZI: OCCORRE UN GOVERNO DI UNITA’ NAZIONALE PER SALVARE L’ITALIA”

Febbraio 23rd, 2011 Riccardo Fucile

“IL PARLAMENTO DOVREBBE VOTARE CONTRO IL PREMIER E VARARE UN ESECUTIVO DI TRANSIZIONE PER PREPARARE IL VOTO”: QUESTO IL   PARERE DEL PIU’ AUTOREVOLE QUOTIDIANO AMERICANO

Un governo di unità  nazionale dovrebbe rimpiazzare l’attuale governo Berlusconi, per il bene dell’Italia.
E’ l’auspicio di un editoriale dell’Herald Tribune, edizione globale del New York Times, che aveva già  giudicato più volte necessarie le dimissioni del leader del Pdl a causa degli scandali e dei processi in cui è sempre più coinvolto, ma ora indica anche espressamente la soluzione migliore per uscire dall’impasse in cui si trova il nostro paese.
“I governi italiani sono raramente noti per la loro efficienza”, comincia l’editoriale, che non è firmato e dunque rappresenta l’opinione della direzione del più autorevole quotidiano d’America.
“Ma perfino i problemi più urgenti del Paese vengono ignorati da quando un tribunale ha deciso che Silvio Berlusconi deve essere processato con l’accusa di prostituzione di una ragazza minorenne e abuso di potere per coprire lo scandalo”.
L’articolo osserva che questi sono tempi particolarmente difficili perchè l’Italia possa permettersi una stasi di governo.
Le nuove normative per l’euro attese nei prossimi mesi, lo sconvolgimento del vicino Nord Africa, dove l’Italia “contava su Gheddafi per il suo fabbisogno petrolifero e sul deposto presidente tunisino Ben Ali per contenere l’immigrazione”, lo stato poco salutare delle finanze nazionali e l’anemica crescita economica, sono i problemi per noi più urgenti, secondo l’Herald Tribune.
Berlusconi dice di “non avere intenzione di dimettersi e non ha l’obbligo legale di farlo”, non essendo ancora stato condannato e conservando una pur “esigua” maggioranza in Parlamento, ma “la sua autorità  morale è a pezzi”, prosegue l’editoriale.
D’altra parte, pochi partiti o elettori desiderano nuove elezioni, in cui il solo partito che si aspetterebbe di guadagnare terreno sarebbe la Lega Nord. Ciononostante,   conclude l’articolo,   “solo una risoluzione democratica della crisi può cominciare a restaurare la salute politica e la rispettabilità  dell’Italia”. Il parlamento italiano può votare “per rimpiazzare questo governo con una temporanea coalizione di unità  nazionale il cui compito principale sia prepararsi per nuove elezioni”.
Alcuni leader politici “hanno già  cominciato a premere per una soluzione del genere, altri ancora dovrebbero unirsi a loro” con la stessa richiesta.

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BERLUSCONI E LE INTERCETTAZIONI: BALLE A STELLE E STRISCE, IN USA SI INTERCETTA E SI PUBBLICA

Febbraio 22nd, 2011 Riccardo Fucile

BERLUSCONI CITA GLI STATES PER DIFENDERSI, MA LI’ LE REGISTRAZIONI VANNO SUI GIORNALI E ANCHE SULLE RADIO LOCALI… POLITICI CON LE SQUILLO E SEGGI IN VENDITA, MA NIENTE BAVAGLI

Negli Stati Uniti “chi passa le intercettazioni alla stampa va in galera, e ci resta per molti anni”, ha detto Berlusconi.
Cerchiamo di capire che succede in America, ne scopriremo delle belle. Scopriremo – se già  non lo sapevamo – che le intercettazioni hanno fatto cadere il governatore dello stato di New York, Eliot Spitzer.
Che aveva fatto?
Aveva pagato le costose prostitute del Vip Club Emperors (“Club Imperatori”). La più famosa, quella che si è guadagnata le copertine dei tabloid per le sue forme generose, si faceva chiamare Ashley Duprè, ma il suo nome reale era nientemeno che Ashley Rae Maika Di Pietro.
Passare un’ora con lei, però, costava un migliaio di dollari.
Sull’ Huffington Post sono comparsi gli sms che il governatore mandava alle sue amanti a pagamento.
A “Kristen” , ad esempio, chiedeva: “Pls let me know if ‘package’ arrives 2mrw”. Ovvero: “Per favore fammi sapere se il pacchetto (con i soldi per la prestazione, ndr) arriva domani”.
Nessun giornalista è andato in galera.
A dire il vero, neppure Spitzer sta passando le sue giornate dietro le sbarre. Anzi, è finito a condurre un programma televisivo sulla CNN (nemmeno qui i confini tra politica e tivù sono così chiari).
“Le intercettazioni sono strumenti essenziali per le indagini – aveva sottolineato Lanny Breuer, del dipartimento di giustizia di Washington, durante una visita italiana – la legislazione italiana, così come è stata finora, è stata molto efficace nella lotta alla criminalità  organizzata”.
La legislazione americana in tema di intercettazioni si basa principalmente sull’Electronic Communications Privacy Act del 1986, che consente di registrare una conversazione telefonica solo dopo aver mostrato una “probabile causa” di attività  illegale, e dopo aver ottenuto un ordine dalla corte.
Passiamo ad un secondo caso americano, che tocca un altro ex governatore, Rod Blagojevich, già  alla guida dell’Illinois.
Lui è uscito di scena per aver tentato di “vendere” la poltrona che era di Barack Obama.
Quanto è stato eletto presidente, il suo seggio senatoriale di Obama è rimasto vuoto.
Tocca al governatore del relativo Stato decidere il sostituto. Blagojevich voleva soldi dagli aspiranti senatori: è emerso da alcune intercettazioni, pubblicate dalla stampa e trasmesse dalle tv.
Quando Blagojevich ha saputo di avere il telefono sotto controllo, si vantò di non temere le indagini: “Che mi intercettino in pubblico o in privato – andava dicendo – vi posso assicurare che tutto ciò che dico è sempre legale”.
E ancora: “Se qualcuno vuole registrare le mie conversazioni, vada pure avanti, si senta libero di farlo: apprezzo chiunque mi registri in maniera aperta e conosciuta, ma coloro che vogliono farlo di nascosto, beh, gli ricordo che puzzano di Nixon e Watergate”.
Il riferimento è interessante: lo stesso indagato sosteneva che finchè le intercettazioni sono legali e trasparenti va tutto bene, perchè il vero problema sono le registrazioni telefoniche clandestine, come quelle ordinate dal presidente Nixon contro i suoi avversari democratici (proprio per questo fu costretto alle dimissioni).
Anche sulle intercettazioni illegali, comunque, il pragmatismo anglo-sassone vince sui libri del diritto.
Prendiamo un terzo caso, catalogato nei manuali di giurisprudenza sotto il titolo “Bartnicki versus Vopper”.
Due esponenti del sindacato degli insegnanti in Pennsylvania vengono intercettati illegalmente, da uno sconosciuto.
Dicono che se le loro richieste non verranno soddisfatte “andremo nelle nelle loro case, a buttar giù le loro verande”.
La registrazione viene mandata in onda dalle radio locali.
I due esponenti del sindacato sostengono che la legge è stata violata.
Il caso sale tutti i gradini del sistema giudiziario americano, arrivando alla Corte Suprema, che stabilisce: il primo emendamento della Costituzione (libertà  di espressione) vince sul diritto alla privacy.
Poco conta, insomma, se la conversazione è stata registrata illegalmente.

Matteo Bosco Bortolaso
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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STAMPA INTERNAZIONALE: “QUANDO CHIESE IL NUMERO DI TELEFONO ALLA CAMPBELL”, “I SUOI AMICI SONO GIUSTAMENTE GHEDDAFI E MUBARAK”

Febbraio 21st, 2011 Riccardo Fucile

TRA GLI ITALIANI ALL’ESTERO C’E’ CHI SI FINGE SPAGNOLA: “MI VERGOGNO DI ESSERE ITALIANA”…”CI STA COPRENDO DI RIDICOLO”… “UN PAESE SEMPRE PIU’ SIMILE AD UN’AUTOCRAZIA ARABA”

Sono molti gli articoli su Berlusconi sulla stampa internazionale.
Il Times gli dedica due pagine, con un servizio sulle “mamme-nonne d’Italia che hanno perso l’istinto materno” nei confronti del premier e un mini-sondaggio tra alcuni italiani famosi che risiedono a Londra o girano il mondo, per sentire il loro parere sul Cavaliere.
“La situazione è atroce”, dice per esempio l’architetto Massimilano Fuksas. “Quando incontro gente a New York o in Cina, la prima cosa che mi dicono, ridendo, è bunga-bunga. Chiedono se tutti noi italiani siamo così, e se non lo siamo, domandano perchè non ci liberiamo di lui. L’Italia è diventata un paese di cui l’Unione Europea dovrebbe preoccuparsi”.
Lo scrittore Roberto Saviano afferma che ciò che Berlusconi più teme, in caso di una condanna, è “di non poter più occupare incarichi pubblici”.
Livia Giuggioli, produttrice cinematografica e moglie dell’attore candidato all’Oscar Colin Firth, è sdegnata: “Mi vergogno di essere italiana. Ormai vado in giro dicendo che sono spagnola. E’ una tragedia avere avuto quest’uomo al potere per così tanto tempo. Eppure continua a prendere voti. Questa è la domanda a cui vorrei sentire una risposta: perchè? Lo scandalo sessuale è orribile ma non è la cosa più orribile su di lui. Ma se saranno i party del bunga-bunga a farlo cadere, mi va bene lo stesso”.
Stefano Dominella, presidente della casa di moda Gattinoni, dichiara al quotidiano londinese: “Vorrei essere rappresentato nel mondo da un presidente del Consiglio decisamente più tranquillo. Tutti sanno che il premier ha appetiti sessuali inappropriati per un uomo della sua età . Ha reso l’Italia lo zimbello del pianeta ed esposto se stesso a ricatti”.
E Nancy Dell’Olio, l’ex-fidanzata dell’allenatore dell’Inghilterra Sven Goran Eriksson, afferma: “Quando sei un personaggio pubblico e specialmente un primo ministro, ci sono certe cose che non si possono fare. E’ triste finire la propria carriera in modo simile. Non c’è niente di peggio che ricoprirsi di ridicolo. Non mi piace quello che sta succedendo. E’ una vergogna”.
Su Berlusconi dicono la loro anche due italiane in un articolo sull’Herald Tribune, edizione internazionale del New York Times: “Ne abbiamo abbastanza del machismo all’italiana del premier, ecco perchè tante donne sono scese in piazza contro di lui, l’Italia è una delle otto potenze industriali della Terra, ma quanto al trattamento riservato alle donne vive nel medioevo”, scrivono Chiara Ruffa, ricercatrice del Kennedy Center dell’università  di Harvard, e Rosa Raffaelli, della Scuola Sant’Anna di Pisa.
E su Berlusconi riferisce un pettegolezzo anche Sarah Brown, moglie di Gordon Brown, primo ministro fino al maggio scorso. In un libro di memorie, anticipato dal Daily Mail, l’ex-first lady britannica rivela che durante un convegno internazionale “vedemmo Berlusconi mentre chiedeva il numero di telefono a Naomi Campbell”.
Da segnalare anche la nota rubrica “Lex Column” del Financial Times, che paragona l’Italia a un paese arabo, “un’economia sclerotica, una cultura corrotta dal crimine organizzato, una classe politica controllata dalla gerontocrazia e un premier 74enne che ha molti aspetti di un classico autocrate arabo, è immensamente ricco, controlla la grande parte dei media ed è circondato da “yes men”.
Il suo miglior amico dovrebbe essere Gheddafi, il dittatore libico, a sua volta in un mare di guai.
Forse Mubarak dovrebbe dargli un consiglio sulla giustezza di una strategia improntata a resistere fino all’ultimo, ma tutto quello che il premier italiano deve fare per mettere fine a questa commedia è indire elezioni anticipate, e allora saranno gli italiani ad avere l’ultima risata”.

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L’ULTIMA BATTAGLIA DEL SECOLO D’ITALIA

Febbraio 20th, 2011 Riccardo Fucile

I BERLUSCONES VOGLIONO RIPRENDERSI IL GIORNALE SCOMODO: QUESTO L’OBIETTIVO DEL NUOVO CDA…. IL PDL DA POPOLO DELLA LIBERTA’ A PARTITO DELLA CENSURA , COME NEI PEGGIORI REGIMI COMUNISTI

Un’altra giornata lunga nella trincea de Il Secolo d’Italia.
Spirito da guerriglieri vietcong, titoli strappapelle (“Torna la legge bavaglio”) ostentazione di sentimenti atarassici di fronte al bollettino del calciomercato berlusconiano.
Sospira Flavia Perina: “Hanno messo in moto la fabbrica del fango, e quella del denaro. Hanno prospettato la disintegrazione fisica di chi stava con noi e la ricopertura d’oro di chi passava con loro. Se alla fine di tutto questo — sorride — ci hanno strappato solo tre parlamentari, non mi pare che siamo al tracollo. Sa cosa scrivono oggi i lettori?”
La direttrice de Il Secolo indica uno scatafascio di lettere sul tavolo: “Andate avanti, andate avanti, andate avanti! Se questi sono gli umori di un esercito in rotta io non capisco più nulla di politica”.
Già .
Ora il prossimo obiettivo degli ex An rimasti fedeli al Cavaliere è “prendersi il giornale”.
Lo scrive la stessa direttrice, nell’editoriale che firma stamattina, raccontando che il nuovo Cda de Il Secolo d’Italia, gestito “tutto da berluscones”, ha convocato una riunione per martedì prossimo.
Se mancava un tassello al mosaico, ora non manca più nulla.
La parola d’ordine di Silvio Berlusconi è chiudere l’offensiva contro Futuro e Libertà  con una guerra lampo e con un azzeramento totale: prima la cancellazione dei gruppi parlamentari. Poi la sterilizzazione della sua coriacea voce mediatica.
Chiedi a Enzo Raisi se la prospettiva lo spaventi e lui alza le spalle: “No, perchè per quanto possano fare non riusciranno mai a cancellarci o imbavagliarci”. L’uomo macchina di Fli si mostra per nulla spaventato: “Stiamo pagando tutti insieme i prezzi della sottocultura berlusconiana. L’idea che hanno instillato in questi anni, e cioè che la politica sia un mercato sempre aperto, in cui si battono prezzi di asta a tutte le ore, fa impazzire le persone. Rende insanabili o insostenibili i conflitti che prima erano fisiologici. Pagheremo anche questo prezzo, per costruire una prospettiva nuova”.
Se ti aggiri per le stanzette del Secolo ponendo interrogativi sulla sopravvivenza del movimento e sul peso della diaspora, ti rispondono tutti allo stesso modo: “Siamo impegnati in una battaglia mortale, ma abbiamo visto ben di peggio”. Anzi.
Ai finiani futuristi doc, in questo momento, piace respirare l’aria dell’innovazione assoluta, rimarcare che la compravendita dei parlamentari apre spazi a quel microcosmo di società  civile che si è fatto strada nel nuovo progetto.
Il sofisticato notista politico Valerio Goletti, per esempio, altri non è che Annalisa Terranova, una delle firme politiche più solide del giornale.
E il ricorso allo pseudonimo non è dovuto a qualche timore politico, ma solo al fatto che la Terranova — come molti altri redattori — firma spesso due o tre pezzi a numero.
Ebbene, Goletti-Terranova, nel giorno del grande big bang, ti racconta che ieri si è insediata la nuova segreteria politica di Fli in cui vengono quasi tutti dalla società  civile e dalle professioni.
E chi è il nome simbolo di questo nuovo organismo? Sorpresa.
Il professor Alessandro Campi, che pure aveva criticato alcune recenti mosse di Fini.
Il che è un simbolo del tourbillon che attraversa il partito-movimento. “Quando il gioco si fa duro i duri scendono in campo”, dice scherzosamente Luciano Lanna (condirettore del quotidiano) parafrasando i Blues Brothers.
Vuole dire che le fughe di chi risponde al richiamo della foresta fa tornare in trincea quelli che magari avevano espresso dubbi politici, ma che non accettano il suk.
“Mi rendo conto — spiega ancora la Perina — che quelli della mia generazione, nel bene o nel male, hanno l’abitudine a combattere in prima linea. Mentre molti altri non avevano questa preparazione e hanno pagato un prezzo”.
Non troverete, sul giornale di oggi, invettive contro i transfughi: “Non mi piacciono. Ho visto esercitare pressioni pazzesche — spiega la direttrice — e mi rendo conto che chi non aveva la caratura per sostenerle è rimasto schiacciato”. È davvero così, dunque?
L’eterna favola del pugno di coraggiosi che resiste a tutti e a tutto?
Ovviamente no, perchè dietro le professioni di sicurezza emergono anche paure e dubbi. E anche i rischi.
L’onorevole Menardi, quando ha dovuto motivare il suo distacco ha evocato la madre: “Ha 92 anni. Quando mi ha chiesto se davvero Fini stava andando con i comunisti mi sono reso conto che ci stavamo allontanando dal nostro elettorato”. Italo Bocchino, al contrario su questo è categorico: “I piccoli spostamenti di ceto politico non cambiano la novità  del nostro messaggio, anzi.
Il volto indispensabile di Fli è uno solo: quello di Gianfranco Fini”.
Come dire che epurandosi ci si rafforza. Di questo i futuristi sono convinti. Sorride, Raisi: “Volete sapere un retroscena illuminante? Menardi aveva deciso di andarsene anche perchè, forse ingiustamente, gli era stato preferito Rosso, ex forzista, come coordinatore regionale. Il bello è che Rosso se n’è andato un minuto dopo di lui”.
Ma il big bang è anche il pretesto per chiarire dispute identitarie antiche.
La Perina è sarcastica: “Te lo immagini cosa diventano la nostra storia e questo giornale se il Secolo finisse nelle mani dei berluscones? Paginate regalate al fascismo di cartapesta di Lele Mora. Quello con la suoneria di Faccetta nera, che grida a Formigli ‘Spero che i fascisti arrivino a prenderti a calci!’, e poi imbarca le ragazzine da portare a Villa Certosa!”.
Sì, è una resa dei conti finale, tra modelli culturali e politici: “Il processo di berlusconizzazione — dice Raisi — aveva contagiato anche le classi dirigenti. Anche noi. Ora, qualunque cosa accada, abbiamo fatto un punto e a capo”.

Luca Telese
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LA STAMPA ESTERA SUL CASO RUBY:”ULTIMO ATTO DELL’OPERA BUFFA”

Febbraio 17th, 2011 Riccardo Fucile

TELEGRAPH: “BERLUSCONI COME DON GIOVANNI, L’AMORE PER LE DONNE LO FARA’ CADERE”…NEW YORK TIMES: “GOVERNO BLOCCATO, SITUAZIONE INSOSTENIBILE”..EL PAIS: “DANNO PER LA DEMOCRAZIA ITALIANA, MA ANCHE PER L’IMMAGINE DELL’EUROPA NEL MONDO”

Il processo a Berlusconi è al centro dell’attenzione dei media di tutto il mondo: ieri era l’apertura di siti e telegiornali, stamattina è sulle prime pagine dei maggiori giornali stranieri.
“L’ultimo atto dell’opera buffa di Silvio” è il titolo di un editoriale del Daily Telegraph sul rinvio a giudizio del premier italiano.
“Il priapico Cavaliere è stato accusato molte altre volte di attività  illecite, e quei processi avrebbero sicuramente messo fine alla carriera politica di qualsiasi altro leader”, afferma l’articolo nella pagina dei commenti del più diffuso quotidiano conservatore britannico di qualità .
“Ma questa volta Berlusconi sembra aver trovato pane per i suoi denti. Centinaia di migliaia di donne hanno manifestato contro di lui lo scorso fine settimana. Tre giudici donne condurranno il procedimento giudiziario contro di lui (per il Rubygate). Come Don Giovanni, il suo impenitente amore per le donne potrebbe rivelarsi la ragione della sua caduta. L’opera buffa che è stata la sua carriera è arrivata a quello che sembra l’ultimo atto”.
Il Telegraph pubblica anche una grande foto di Ruby in prima pagina, sotto il titolo “Le accuse contro Silvio Berlusconi”, e una pagina intera di servizi all’interno del giornale.
Nick Squires, in una corrispondenza da Roma, scrive che il processo infligge “un duro colpo” al premier in un momento in cui deve fare i conti con divisioni nella sua coalizione, un declino nei sondaggi, una serie di nuovi scandali sessuali e pressanti richieste di dimissioni.
Il quotidiano londinese nota che il Rubygate segna “la prima volta che Berlusconi è stato incriminato per la sua condotta nella sua vita privata”.
E ricorda che la scelta di tre donne come magistrati per il processo è stata fatta “da un computer”, per cui è “ironica” ma non sospetta di partigianeria.
Un altro quotidiano britannico, il progressista Guardian, dedica due pagine intere al caso Berlusconi, “mandato sotto processo per avere pagato per sesso con una minorenne”, afferma il titolone.
Un processo “senza precedenti nella storia moderna dell’Italia”, osserva il corrispondente da Roma John Hooper, e che sembra rendere “inevitabili le elezioni anticipate”.
Il Guardian nota che la Lega Nord ha inviato un primo segnale che potrebbe cambiare alleanze, pubblicando sul suo giornale un’intervista al leader del Pd Pierluigi Bersani che si dice pronto a sostenere il federalismo voluto dal partito di Bossi.
L’articolo aggiunge che la giornata di ieri ha portato un’altra “brutta notizia” per Berlusconi: la dichiarazione dell’avvicato di Nicole Minetti che la sua cliente “parlerà  e parlerà  chiaramente, anche a costo di rompere con Silvio Berlusconi”.
Il Guardian mette inoltre in rilievo che le azioni di Mediaset hanno perso l’1,7 per cento nel giorno dell’annuncio del processo contro Berlusconi.
L’ipotesi che la Lega Nord finirà  per beneficiare dalla situazione viene sottolineata anche dal Financial Times, che dedica due ampi servizi, uno a tutta prima pagina, al rinvio a giudizio di Berlusconi.
Il primo afferma che la crisi politica italiana “si intensifica” e che la natura delle accuse del Rubygate “rischia di minare ancora di più un governo già  debole.
Il secondo, un commento all’interno del quotidiano finanziario, firmato dal corrispondente da Roma Guy Dinmore, osserva che Giulio Tremonti, “il più credibile membro del governo”, appoggiato dalla comunità  degli affari e da parte dell’opposizione, potrebbe diventare “un leader alternativo del centro-destra”.
In Spagna, El Pais sceglie di titolare sulla richiesta di dimissioni avanzata dall’opposizione.
Nella sua corrispondenza, Miguel Mora sottolinea come il rifiuto di Berlusconi di lasciare il potere “stia compromettendo non solo la credibilità  della democrazia italiana, ma anche il profilo della Ue nel mondo”.
Anche negli Stati Uniti la stampa dà  grande rilievo alla vicenda.
L’International Herald Tribune, edizione internazionale del New York Times, mette la notizia in prima pagina.
La corrispondente da Roma del quotidiano newyorchese, Rachel Donadio, scrive che la decisione di processare Berlusconi è “il più serio colpo alla sua leadership nei 17 anni in cui ha dominato la politica italiana”.
Il processo, soggiunge l’articolo, “rende quasi impossibile che il premier governi e quasi garantisce che ci saranno elezioni anticipate”.
Una situazione “insostenibile”, prevede il New York Times: Berlusconi potrà  provare a resistere nel breve termine, ma nel giro di “qualche mese” non potrà  più andare avanti.
Dello stesso parere il Wall Street Journal.
Per il grande quotidiano finanziario americano, è il “processo più dannoso” di tutti quelli affrontati da Berlusconi. E l’atmosfera nel Paese sta cambiando, dice al Journal il professor Duncan McDonnell, docente di scienze politiche all’università  di Torino: “A livello di base c’è la sensazione che la gente ne abbia abbastanza”.
Sottinteso: di Berlusconi.

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LA NOTIZIA DEL PROCESSO CON RITO IMMEDIATO AL PREMIER SU TUTTI I SITI GIORNALISTICI STRANIERI

Febbraio 15th, 2011 Riccardo Fucile

UN ALTRO BEL BIGLIETTO DA VISITA PER L’ITALIA: DALL’EUROPA AGLI STATES, DA SUD AMERICA ALL’ASIA SI PARLA DI NOI SOLO PER UN PRIMO MINISTRO INDAGATO PER PROSTITUZIONE MINORILE

Con prevedibile velocità  la notizia della decisione di sottoporre a processo immediato il primo ministro italiano Silvio Berlusconi è rilanciata dai siti di informazione internazionale.
“Processo per accuse sessuali” scrive la Bbc dove si afferma che il primo ministro italiano dovrà  rispondere delle accuse di aver pagato per fare sesso con una minorenne e abuso di potere.
“Processo per Berlusconi” titola anche il Guardian che rilancia subito la notizia con una ‘breaking news’ anticipando ulteriori particolari.
Il New York Times in home page sul sito scrive: “Berlusconi incriminato per prostituzione…”.
Il conservatore The Times apre l’home page con la foto del premier italiano e titola: “Berlusconi a processo per accuse sessuali…”
Il francese Le Monde titola: “la giustizia italiana decide un processo immediato contro Silvo Berlusconi”.
El Mundo titola: “Berlusconi sarà  giudicato per abuso di potere e prostituzione di minorenni” e apertura sul caso Ruby anche per El Pais che spiega come il premier dovrà  comparire davanti al Tribunale di Milano, dove sono pendenti già  diversi processi nei suoi confronti.
La tedesca Bild scrive: “Scandalo sessuale, Berlusconi a processo” e commenta: “lo scandalo del bunga bunga ha le sue conseguenze”.
La Frankfurte Allemaine Zeitung titola asciuttamente: “A causa di uno scandalo sessuale con una giovane marocchina il presidente del consiglio italiano a giudizio”.
La Welt apre il suo sito parlando di “rito immediato” per il primo ministro italiano e pubblica una foto di un nervoso Berlusconi che si aggiusta il nodo alla cravatta.
In Giappone l’Asahi Shinbun scrive: “Nel caso dello scandalo di prostituzione minorile col primo ministro italiano Berlusconi, oggi, il giudice delle indagini preliminari di Milano ha incriminato il premier con l’accusa di prostituzione minorile e abuso di potere”.

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BELPIETRO ALIAS BUFALA BILL

Febbraio 15th, 2011 Riccardo Fucile

IL “PISTOLA” DELL’ATTENTATO TAROCCO SUBITO, DELLA ESCORT DI FINI INCRIMINATA PER ESSERSI INVENTATA TUTTO E DELL’INVENZIONE DEL FALSO ATTENTATO A FINI, ORA HA LA CONCORRENZA DI SALLUSTI CHE PUBBLICA IL PISTOLINO DI VENDOLA, NOEMI VESTITA DA ORSOLINA, GLI AMORI GIOVANILI DELLA BOCASSINI E LE FOTO DELLA MORI SOTTO LA CASCATA

A furia di insistere, gli sconvolgenti scoop del Giornale e di Libero, uniti alle manifestazioni di Mutanda Ferrara e Crudelia Santanchè, sortiscono i primi effetti: secondo un sondaggio di Ilvo Diamanti per Repubblica, il 59% degli italiani è convinto che B. è colpevole, il 20 che è innocente e il restante 20 non sa.
Ma gli sforzi dei signorini grandi firme convinceranno presto anche gli incerti. Un mese fa Belpietro rivelò che una escort era pronta a dimostrare di aver fatto sesso a pagamento con Fini; e che un supertestimone era pronto a giurare che ad Andria si stava organizzando un falso attentato a Fini per incolparne il solito B.
Ora la escort è stata incriminata per essersi inventata tutto e il supertestimone ha confessato di essersi inventato tutto.
Perchè si fossero rivolti proprio a Belpietro, detto anche Bufala Bill dopo la storia tragicomica del presunto attentato sventato dal suo caposcorta, è inutile spiegarlo: si sa che a Libero non si butta via niente.
Per non essere da meno, ieri il Giornale ha piazzato altri due colpi da maestro.
Dopo “gli amori segreti della Boccassini” (nel 1980 aveva un fidanzato giornalista e, di tanto in tanto, lo baciava, dunque B. è innocente); dopo gli altarini di Catherine Spaak (“esordì diciassettenne nel film La voglia matta vietato ai 14” dove “il vecchiaccio Tognazzi impazziva per lei, la sua frangia e il suo bikini”, dunque non può indignarsi per i bungabunga, dunque B. è innocente); dopo le foto di Noemi e dell’amica Roberta vestite da orsoline a Villa Certosa (dunque B. è innocente), lo zio Tibia sfoderato un altro titolone coi fiocchi: “Ecco il leader nudo (e in un luogo pubblico).
Non è Berlusconi”. E chi sarà  mai?
La foto sfocata di tre giovani con una strisciolina nera sulle pudenda potrebbe ingannare, ma la didascalia non lascia dubbi: “Un giovane Nichi Vendola nel campo nudisti di Capo Rizzuto”.
Uno scoop mica da ridere: “Foto imbarazzante di Vendola… difendeva la libertà  sessuale, ora lo acclamano come paladino dell’etica… Sinistra in piazza, ma l’unica foto scandalo è quella del suo Vendola”.
Capìta la doppia morale della sinistra in piazza?
Un milione di persone difende la dignità  della donna e intanto 32 anni fa Vendola se ne stava nudo in una spiaggia di nudisti.
Poi dicono che non ci sono più le inchieste di una volta.
Ma ecco il secondo scoopone: Claudia Mori, pure lei in piazza, “nel 1985 nel film Joan Lui diretto e interpretato da Celentano (il marito, ndr) indossa un vestito bianchissimo sotto una cascata d’acqua: trasparente ovunque, tutto compreso, seno e pure il resto, il pube s’intende”.
La logica è stringente, non si scappa: la Mori non deve permettersi di manifestare per la dignità  delle donne e B. è innocente.
E che dire di Francesca e Cristina Comencini che organizzano la protesta delle donne, dimenticando che il padre Luigi pervertì intere generazioni con un Pinocchio televisivo ad alto contenuto erotico?
Che ci faceva la pornofata turchina con quel burattino dal naso di legno che si allungava e si accorciava?
Immaginiamo la calca nella redazione del Giornale in questi giorni febbrili: segugi da riporto e da compagnia trafelati davanti all’uscio di Sallusti brandiscono prove sempre più schiaccianti dell’innocenza del padrone e dell’incoerenza della sinistra.
Molto richiesta la foto di Rosy Bindi nel giorno della prima comunione con un abitino da suora molto osè che lascia scoperte le caviglie.
Vale oro Susanna Camusso ritratta a un corteo di metalmeccanici in una tuta blu che fa intravedere curve molto pericolose e manda in tilt un’intera catena di montaggio, con gravi danni alla produzione.
Quotatissimi i dagherrotipi giovanili che immortalano Di Pietro all’asilo con il dito nel naso, il piccolo Bersani sul fasciatoio col pistolino di fuori infarinato di borotalco e un baby D’Alema già  baffuto e occhieggiante con sguardo lubrico e la nurse che lo impomata con la pasta di Fissan.
Titolo: “Incastrati! I moralisti senza morale della sinistra, ecco le prove. Dov’era la Boccassini?”.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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ANGELUCCI DOVRA’ RESTITUIRE I SOLDI PUBBLICI: LIBERO E IL RIFORMISTA NEI GUAI

Febbraio 14th, 2011 Riccardo Fucile

MULTA DELL’AGCOM ALL’EDITORE: IL QUOTIDIANO DI FELTRI E BELPIETRO RISCHIA DI PERDERE 7,7 MILIONI E I FINANZIAMENTI 2009 E 2010…PRENDONO FINANZIAMENTI COME FONDAZIONI E COOPERATIVE, MA SONO IN REALTA’ GIORNALI RICONDUCIBILI AD ANGELUCCI

Grossi guai in vista per Libero.
Il quotidiano diretto dalla coppia Feltri-Belpietro è stato pescato dall’Autorità  Garante per le Comunicazioni con le mani nella marmellata mentre attingeva dalle casse pubbliche finanziamenti che non gli spettavano.
Il giornale caro ai leghisti si trova in una situazione davvero imbarazzante. Come una qualsiasi impresa meridionale scoperta dalla Guardia di finanza a truccare i requisiti per accedere a una legge di agevolazione, dovrà  restituire il maltolto.
Secondo l’interpretazione dell’Agcom, Libero ha incassato 12 milioni di euro e chiesto altri 6 milioni di euro alla Presidenza del Consiglio che non gli spettavano e su quei soldi ha fatto affidamento per chiudere in pareggio i bilanci degli scorsi anni.
Il 9 febbraio scorso l’editore di Libero, il deputato del Pdl Antonio Angelucci, proprietario del gruppo di cliniche private Tosinvest, si è visto comminare una multa di 108 mila euro e presto potrebbe trovarsi costretto a mettere mano al portafoglio.
Il provvedimento dell’Autorità  Garante delle Comunicazioni è frutto di una lunga istruttoria durata un anno e mezzo, avviata in tandem con Dipartimento editoria della presidenza, diretto da Elisa Grande.
La delibera colpisce anche la società  editrice del quotidiano Il Riformista, diretto da poche settimane da Stefano Cappellini.
Entrambi i quotidiani ogni anno attingono all’apposito fondo della presidenza del Consiglio dichiarando di appartenere a enti (una fondazione e una cooperativa) non collegati.
L’Agcom contesta quei finanziamenti perchè i due giornali, al di là  delle qualifiche formali, sono controllati entrambi dal gruppo di Antonio Angelucci. La delibera dell’Agcom è stata presa sulla base della relazione favorevole alla ‘condanna’ di Angelucci del commissario Sebastiano Sortino che è riuscito a convincere il presidente Corrado Calabrò (nominato da Silvio Berlusconi) e a strappare l’astensione di un altro membro dell’Agcom in quota Pdl, Stefano Mannoni.
Un buon segnale per questa Autorità  che finora aveva fatto parlare di sè solo per gli scandali seguiti alle intercettazioni di Trani.
Gli effetti della delibera potrebbero essere devastanti per i conti dei due giornali che — se la Presidenza del Consiglio applicherà  la delibera Agcom — rischiano di saltare.
Una pessima notizia anche per Vittorio Feltri e Maurizio Belpietro che sono entrati con una quota del 10 per cento a testa nella società  editrice per rilanciarla.
Libero dovrà  restituire i 7,7 milioni incassati nel dicembre 2008, con riferimento ai conti del 2007.
Non solo: non potrà  incassare nemmeno i 6 milioni di euro iscritti a bilancio nel 2009 nè potrà  chiederne altrettanti per il 2010.
Anche una parte del contributo del 2006 dovrà  essere restituito.
Nel marzo del 2006 Angelucci ha comprato da Claudio Velardi, ex spin doctor di Massimo D’Alema, la maggioranza del Riformista.
E quindi da quel momento, secondo l’Agcom, si è verificata la situazione di incompatibilità  con il finanziamento.
Anche per Il Riformista, che incassa 2,5 milioni di euro all’anno, nonostante venda in edicola poco più di 3 mila copie, gli effetti della delibera dell’Agcom saranno devastanti.
Secondo l’Agcom ci sono almeno quattro buone ragioni per ritenere che — al di là  della forma — sia Libero che Il Riformista sono di proprietà  di Tonino Angelucci.
Innanzitutto il gruppo ha contribuito con molti milioni di euro ogni anno ai due giornali stipulando dei contratti di “valorizzazione della testata” che in realtà  celerebbero una forma di finanziamento all’impresa.
In secondo ruolo le riunioni degli organi delle società  editoriali si tengono nei medesimi uffici del gruppo Angelucci.
Inoltre gli amministratori spesso sono gli stessi e infine c’è una strana cessione di credito che somiglia molto a un finanziamento.
Per il 2006 Libero ha incassato 7.953.436,26 euro (parzialmente da restituire).
Per il 2007 invece 7.794.367,53, che dovrebbero essere integralmente restituiti.
A questi bisogna aggiungere i 6 più 6 milioni che verranno a mancare per i bilancio già  chiuso del 2009 e per quello del 2010.
Per capire l’effetto di questa mazzata bisogna rileggere quello che ha scritto la società  di revisione BDO, prima di certificare il bilancio: “L’equilibrio economico e finanziario della società  è strettamente legato all’ottenimento dei contributi suddetti”.
Le conseguenze pratiche della delibera Agcom ora dipenderanno dall’interpretazione che ne darà  il Dipartimento dell’Editoria.
Se Libero avesse dichiarato subito di appartenere allo stesso gruppo del Riformista, solo quest’ultimo avrebbe perso il contributo.
Ma il fatto di avere nascosto questa situazione agli uffici dovrebbe comportare la perdita del contributo per entrambi i giornali.
Per non parlare poi dei possibili effetti penali.
Potrebbero esserci dei riverberi anche per il personale.
Nel 2008 tutti i 98 dipendenti (compresi 83 giornalisti) di Libero sono stati pagati con i soldi dello Stato.
Soldi ai quali il giornale nemico degli sprechi non aveva diritto.

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