Aprile 18th, 2026 Riccardo Fucile
LITE PREVENTIVA NELLA LEGA PER IL MEF, TAJANI VUOLE POSTI PER I SUOI
È l’atteso rimpastino di primavera, l’assegnazione di poltrone di sottogoverno che sta agitando – per usare un eufemismo – i partiti della maggioranza. Un tutti contro tutti che fotografa bene la situazione a destra.
Fratelli d’Italia è ai ferri corti al ministero della Cultura, Forza Italia deve smaltire le scorie delle bordate della famiglia Berlusconi contro la leadership di Antonio Tajani. Si profila una convivenza difficile al ministero dei Rapporti con il Parlamento tra l’entrante Paolo Barelli e la “veterana” Matilde Siracusano. E nella Lega solo l’ipotesi di nuovi posti, al Mef, irrigidisce le anime del partito.
Le nomine erano attese entro la settimana. Ma, giorno dopo giorno, sono slittate. Nel segno di faide interne e scontri tra alleati. «Non c’è alcuna scadenza», è la linea rassicurante di Palazzo Chigi. Giorgia Meloni, però, avrebbe voluto chiudere la partita prima possibile per scongiurare lo stillicidio. Di sicuro vuole archiviare la pratica con una nomina in blocco: tutti i sottosegretari in unico giuramento per tirare dritto fino alla fine della legislatura.
Guerra preventiva
La chiave di volta dovrebbe essere il prossimo Consiglio dei ministri. È atteso lo sblocco della nomina di Federico Freni, ora sottosegretario al ministero dell’Economia, alla presidenza della Consob. A quel punto sarà inevitabile riorganizzare tutto. La Lega dà per scontato di dover riempire la casella. Il candidato numero uno è Claudio Durigon, attualmente al Lavoro, che però ha cercato di abbassare l’attenzione. «Non ne sono nulla», ha detto, aggiungendo: «Se cambia qualcosa, chiaro che tocca a noi».
Per molti una smentita di rito per non aumentare il livello di tensione con il vertice del ministero, che fa capo a Giancarlo Giorgetti, compagno di partito di Durigon. Ma che preferirebbe Massimo Garavaglia, da sempre legato a doppio filo con il
ministro. In vista della prossima legge di Bilancio, l’ultima della legislatura, vorrebbe aver un profilo gradito a seguire il dossier.
Il leader leghista Matteo Salvini, però, vorrebbe mettere uno dei suoi al Mef per avere più possibilità di incidere nella “finanziaria elettorale”. Durigon, da potente braccio del segretario, conta molti nemici interni ed esterni. Che lavorano per evitare l’approdo a via XX Settembre. La casella di sottosegretario non è ancora libera ed è già iniziata una guerra preventiva.
A cascata si consuma la faida dentro Forza Italia. Al posto di Durigon, al Lavoro, Tajani punta a piazzare la deputata Chiara Tenerini, sua fedelissima, facendo imbufalire gli altri azzurri. Anche perché il cursus honorum della parlamentare di FI non è proprio dei più esperti nel settore. È alla prima legislatura e il suo nome non è stato di certo molto in auge.
Per Tajani, però, è una prova di forza dopo il siluramento dei capigruppo di Camera e Senato, Paolo Barelli e Maurizio Gasparri. E proprio questo punto apre la parentesi di un altro scontro tra i forzisti. A Barelli è destinato un premio di consolazione: sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento. In quella postazione c’è già Siracusano, che è moglie e quindi sostenitrice della linea di Roberto Occhiuto. Fazioni diverse in conflitto tra loro.
Colleghi di partito che però potrebbero aumentare il nervosismo negli uffici. Un punto sembra chiaro: l’ex capogruppo di FI sarebbe un’aggiunta non il sostituto di Siracusano. Il ministro Luca Ciriani stima molto la sottosegretaria e non vuole privarsene. «Il lavoro non manca», ha sintetizzato il meloniano interpellato sul possibile potenziamento dell’organico.
Poche, insomma, le certezze. Oltre alla leghista Mara Bizzotto al ministero delle Imprese, in sostituzione di Massimo Bitonci, passato nella giunta della regione Veneto, sta per andare a dama un’altra pedina: Maria Chiara Fazio come sottosegretaria agli Esteri. La vicepresidente di Noi Moderati, figlia dell’ex governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, è la soluzione individuata dal leader del partito, Maurizio Lupi, per (ri)avere il posto lasciato vuoto da Giorgio Silli.
Cultura e dimissioni
L’epicentro degli scontri resta sempre il ministero della Cultura. I nomi vanno sulle montagne russe. L’accordo non si trova. FdI deve decidere chi promuovere sottosegretario dopo il trasloco di Gianmarco Mazzi al ministero del Turismo: Emanuele Merlino, in quota Giovanbattista Fazzolari, o Francesca Caruso, quota Ignazio La Russa (e Mazzi stesso). Il terzo incomodo è il preferito del ministro Alessandro Giuli, il deputato Alessandro Amorese.
La cosa certa è che si punta a indebolire la posizione dell’unica sottosegretaria in carica, Lucia Borgonzoni, con una redistribuzione delle deleghe, sottraendone alcune alla leghista. Addirittura si ipotizza un ulteriore sottosegretario per Forza Italia. Ma a quel punto sarebbe necessario un decreto per aumentare il numero di posti al governo, passaggio che Meloni non sarebbe intenzionata ad affrontare.
Al ministero della Cultura, intanto, continuano a volare gli stracci. Si è dimesso Pier Luigi Manieri, componente della Commissione per i contributi selettivi al cinema (coinvolta nella vicenda del documentario su Regeni). È stato Giuli a dimissionarlo. Il critico è in realtà considerato vicino a Federico Mollicone, presidente della commissione Cultura alla Camera, e antagonista dentro FdI del ministro. Il comunicato ufficiale non nasconde il livello di tensione.
Manieri ha fatto il passo indietro «alla luce di un confronto aperto e franco col ministro Alessandro Giuli, circa gli esiti delle procedure di finanziamento relative alle richieste di fondi selettivi». Chiunque arrivi al Mic non trova certo un clima sereno.
(da editorialedomani.it)
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Aprile 18th, 2026 Riccardo Fucile
UN BULLO DA BASSIFONDI
È molto divertente che il Salvini, commentando gli ultimi sbraiti di Trump contro il
Papa, parli di “caduta di stile”. Se ne desume che Trump abbia (addirittura) uno stile, circostanza che non risulta agli atti. Lo stile, santo cielo, è come il coraggio di don Abbondio, se uno non ce l’ha non se lo può dare. Un cafone pieno di quattrini può comperare molto e molti: non lo stile, che è una qualità interiore, una “grafia” che si conquista vivendo, e non è in vendita. E non ha classificazione sociale: ci sono operai e contadini cento volte più signorili del miliardario della Casa Bianca.
Trump parla lo stesso identico linguaggio rudimentale e aggressivo che rende immediatamente riconoscibile, in tutto il mondo, la destra populista, sebbene in versione peggiorata; nonché enormemente più repulsiva e scandalosa, perché a parlare così, come un bullo da bassifondi dei social, è il presidente degli Stati Uniti. Le linee guida sono: elogio sperticato e puerile di te stesso e dei tuoi amici. Vantarsi sempre. Dubitare mai. Ragionare criticamente è roba da feccia “liberal”. Spregio, irrisione e minacce per chiunque non si inchini, o ti “baci il culo” nella incredibile versione di Trump.
Se vi ricordate la Bestia (la comunicazione social del Salvini, poi dismessa per incidenti di percorso), era una versione casareccia, però a suo modo anticipatrice, della comunicazione di Trump. Anche lì, parlare di stile sarebbe stato paradossale: nessuno ci avrebbe mai pensato. Si procedeva rasoterra, al livello minimo del rispetto e della conoscenza. Una caduta, in mancanza di altezza, è impossibile.
(da Repubblica)
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Aprile 18th, 2026 Riccardo Fucile
VA A PARIGI AL VERTICE SULLA GUERRA IN IRAN ED E’ TUTTO UN BACI, ABBRACCI E SORRISI …NON SOLO: LA STATISTA DELLA SGARBATELLA HA DECISO, UDITE! UDITE!, DI ADERIRE A UNA MISSIONE IDEATA DA MACRON, QUASI CERTAMENTE CON NAVI CACCIAMINE E CON TUTTO L’APPORTO LOGISTICO-MILITARE CHE POTRÀ FORNIRE L’ITALIA
Prendete due fotografie scattate nello stesso luogo, con gli stessi protagonisti. Nella prima, di un anno fa, Giorgia Meloni appare adombrata in volto, al tavolo dei leader e nelle foto di rito, poco convinta del senso del vertice organizzato all’Eliseo da Emmanuel Macron e Keir Starmer, in quel caso per discutere delle garanzie di sicurezza per l’Ucraina contro la minaccia russa.
La seconda foto, ieri: la premier scende dall’Alfa Romeo rossa dell’ambasciata italiana, e sulle scale del palazzo presidenziale francese regala a Macron sorrisi e abbracci che sembrano far dimenticare tre anni di tensioni, liti e difficili ricuciture.
L’espressione di Meloni è una buona sintesi politica delle sue riflessioni. Non maschera la svolta compiuta negli ultimi complicati giorni dello strappo con Donald Trump, la scelta di restare agganciata agli europei, di partecipare in presenza qui a Parigi e di aderire a una missione ideata da Macron, quasi certamente con navi cacciamine e con tutto l’apporto logistico-militare che potrà fornire l’Italia.
Un’iniziativa che definisce «estremamente importante». Emerge immediato anche un altro aspetto: quanto per Kiev la premier considerava un elemento imprescindibile, la partecipazione americana a qualsiasi architettura di sicurezza europea ai confini con la Russia, sfuma invece in ipotesi per la tutela della navigazione nello Stretto di Hormuz.
Il coinvolgimento degli Stati Uniti alla spedizione internazionale per garantire la libera circolazione in Medio Oriente e riossigenare le economie stritolate dalla crisi energetica, non appare più come una condizione necessaria.
Stesso discorso per l’Onu. Durante le dichiarazioni a quattro, con Macron, Starmer e il cancelliere tedesco Friedrich Merz, la premier non cita le Nazioni Unite, nonostante il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani avesse certificato in un’intervista a Il Giornale l’importanza «dell’ombrello Onu»
Prima e dopo il vertice di Parigi, allargato in videocollegamento a 49 Paesi, compresi Cina e India, i quattro leader si parlano per pochi minuti. La notizia di una telefonata prevista con Trump e poi non avvenuta, non trova conferme.
L’unità è totale sugli obiettivi, ma non lo è su come bisogna raggiungerli. Macron e Starmer hanno escluso dal summit i Paesi belligeranti, dunque anche gli Stati Uniti, assieme a Israele e Iran
È implicito che la forza militare Usa sarà presente nel Golfo a prescindere, e non ha bisogno di lasciapassare per fare il suo ingresso in un club internazionale
Merz è comunque per tenere gli americani dentro il più possibile, ed è lui, il cancelliere, l’unico a ringraziare Washington, e a citare una telefonata con il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Meloni, invece, sveste il ruolo dell’ultratrumpiana e lascia cadere, senza replicare, pure l’ultima accusa del tycoon che le rinfaccia di non aver messo a disposizione la base di Sigonella, minacciando di non aiutare più l’Italia. La presidente del Consiglio preferisce concentrarsi sui paletti e sulle modalità della partecipazione italiana.
Il passaggio in Parlamento servirà a Meloni e alla maggioranza anche per coinvolgere le opposizioni in una decisione che a Palazzo Chigi danno per scontata, perché a favore della ripresa dei commerci e destinata a calmierare il costo impazzito dei carburanti. Sarà anche l’occasione per rispondere pubblicamente a
chi, come il M5S, chiede chiarimenti sulle regole d’ingaggio e si è immediatamente domandato, in una nota, se l’assenza dell’Onu nel discorso della premier sia «un primo tentativo di tornare nelle grazie del presidente Trump».
Già al tavolo dei leader, prima di ribadirlo anche pubblicamente, Meloni chiarisce che l’Italia farà parte della flotta se sarà rispettata «la natura difensiva della missione» e solo «dopo il cessate il fuoco». La preoccupazione della premier è se la tregua in Libano e l’accordo di riapertura di Hormuz […] saranno «durevoli». Chiede che lo Stretto «venga riaperto e senza pedaggi».
Come Macron e come Starmer, Meloni non rivolge i suoi appelli solo all’Iran. Perché quelle tariffe, imposte alle navi occidentali, non le avevano immaginate solo gli ayattolah per ritorsione, ma anche l’ex immobiliarista fissato con i dazi, Donald Trump.
(da La Stampa)
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Aprile 18th, 2026 Riccardo Fucile
MARCELLO SORGI: “NONOSTANTE GLI ABBRACCI, TRA ITALIA E ALLEATI RESTA QUALCHE DISSENSO DI FONDO. PER MACRON VA TENUTA DISTINTA LA POSIZIONE DELL’EUROPA DA CIÒ CHE FARANNO GLI AMERICANI DOPO L’ATTACCO A TEHERAN. PER MELONI NO, ANZI VA INTEGRATA CON L’INTERVENTO ‘DIFENSIVO’ IN MARE CHE SEGUIRÀ DA PARTE DEGLI USA”
L’abbraccio con Macron, i saluti con gli altri partner chiamandosi per nome, che
dovevano consacrare l’ingresso senza riserve, per la prima volta, dopo la lite con Trump, di Meloni nel gruppo dei “Volenterosi”, non hanno impedito che tra Italia e alleati restasse qualche dissenso di fondo
Il primo riguarda la posizione dell’Europa e del gruppo di Paesi che da tempo stanno cercando di dare un senso alla loro iniziativa comune, mentre Trump li accusa di averlo lasciato solo nella guerra contro l’Iran e nella difesa del diritto alla navigazione nello stretto di Hormuz
Per Macron e per il gruppo dei fondatori dei “Volenterosi” va tenuta distinta da ciò che faranno gli americani dopo l’attacco a Teheran. Per Meloni no, anzi va integrata con l’intervento “difensivo” in mare che seguirà (soprattutto da parte degli Usa) alla fine delle ostilità.
Poi, per il cancelliere Merz dovrà essere l’Onu a dare la benedizione. E anche su questo Meloni è d’accordo. L’essenziale è stabilire fin d’ora che in nessun modo ci si dovrà trovare coinvolti in combattimenti.
In conclusione, se guardiamo ai risultati concreti del vertice, i “Volenterosi” hanno fatto qualche passo avanti, se non altro c’è una più esplicita disponibilità a una missione di pace e all’organizzazione di una forza di interposizione che dovrebbe seguire la conclusione della guerr
La fragilità della tregua, però rimane evidente: Netanyahu ha dichiarato che “il lavoro in Libano non è concluso”
Ma era stata proprio questa la premessa per la schiarita in Iran: il che fa capire che una vera, solida pace è ancora lontana.
Marcello Sorgi
per “La Stampa”
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Aprile 18th, 2026 Riccardo Fucile
DA GIORNI CDP, MEF, TERNA E PALAZZO CHIGI SONO BLOCCATI IN UN BRACCIO DI FERRO CHE METTE IN SERIO IMBARAZZO TUTTI. LA MANAGER ERA STATA NOMINATA A MAGGIO 2023 IN TERNA, FORTE DEL SUO RAPPORTO CON ARIANNA MELONI. ORA IL GOVERNO HA DECISO DI NON RICONFERMARLA, FACENDO FILTRARE SCARSO APPREZZAMENTO PER I RISULTATI. MA È STATA INDICATA COME PRESIDENTE DELL’ENI (STIPENDIO DA 500MILA EURO ANNUI)
L’ultimo psicodramma governativo nel mondo finanziario vale circa 7,3 milioni di euro. A tanto ammonta la buonuscita che l’amministratrice delegata in scadenza da Terna, Giuseppina Di Foggia, pretende dalla società della rete elettrica (da cui ha percepito oltre 2 milioni annui per tre anni), controllata dalla Cassa depositi e prestiti, mentre sta per approdare in Eni come presidente.
Sembra incredibile, ma da giorni Cdp, ministero dell’Economia (che la controlla), Terna e Palazzo Chigi sono bloccati in un braccio di ferro che può mettere in serio imbarazzo tutti. La manager, ex Nokia Italia, è stata nominata a maggio 2023 in Terna, forte del suo rapporto con Arianna Meloni, sorella della premier.
La settimana scorsa, il governo ha deciso di non riconfermarla, facendo filtrare scarso apprezzamento per i risultati. A sorpresa, però, è stata indicata come
presidente dell’Eni (stipendio da 500mila euro annui), forse la più strategica delle società pubbliche. Che un Ad finisca a presiedere il cda di un’altra società, per di più dello stesso settore, è bizzarro, ma da lì in poi è iniziato lo psicodramma.
Di Foggia aveva negoziato una severance, una “buonuscita” per mancata riconferma, di 7,3 milioni, teoricamente in linea con quelle dei predecessori. Teoricamente, perché sia il suo predecessore, Stefano Donnarumma, sia Luigi Ferraris accettarono 4,6 milioni rinunciando da subito al resto. Lei no.
Il punto però è che la policy interna di Cassa depositi non prevede buonuscita se il manager passa in un’altra società controllata e Cdp controlla sia Terna che Eni. Una linea pensata per evitare sontuose buonuscite a manager che restano nel gruppo. Cdp dovrebbe applicarla, ma la palla è stata per ora rilanciata a Terna.
Ad allontanare la manager dalla buonuscita c’è anche lo statuto di Terna, che impedisce ai vertici di ricoprire ruoli nel cda di società attive nel settore energetico. È il caso di Eni, che terrà la sua assemblea per eleggere i nuovi vertici (Di Foggia compresa) il 6 maggio, prima di quella di Terna, il 12. Di Foggia si dovrebbe quindi dimettere prima e in quel caso non è prevista severance.
Lo stallo è tale che ieri il tema è stato addirittura al centro del cda di Terna. La manager insiste sulla buonuscita, pare anche forte di pareri legali. La giustificazione che filtra è che in Eni è il Tesoro a proporre la lista per il cda, mentre in Terna è Cdp e quindi non si applicherebbe la policy della Cassa, mentre sul divieto imposto dallo Statuto giocherebbero in suo favore i tempi stretti tra le 2 assemblee: il cda avrebbe chiesto un parere indipendente sul da farsi.
Tutti nei palazzi romani sperano che la manager rinunci ai soldi per evitare un epilogo imbarazzante, anche perché tre anni fa il Tesoro si dotò di una norma per non concedere o ridurre le buonuscite ai vertici delle partecipate.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 18th, 2026 Riccardo Fucile
ALLA GLOBAL PROGRESSIVE MOBILITATION PRESENTE ELLY SCHLEIN, UNICA LEADER DELLA SINISTRA ITALIANA INVITATA: “LA VITTORIA DEL NO ALLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA HA SUSCITATO GRANDE SPERANZA IN EUROPA. DALL’ITALIA ABBIAMO INIZIATO A FERMARE I NAZIONALISTI”
El pueblo unido si aggira euforico per i padiglioni della Fira, chiamato a raccolta da
Pedro Sánchez e Ignacio Lula in quel di Barcellona per dimostrare che le forze democratiche e progressiste — nonostante tutto — esistono e resistono all’urto delle destre nazionaliste che stanno sconvolgendo il mondo.
Fanno rete e per la prima volta si ritrovano, insieme, per dire no alla guerra; «contrastare l’ondata reazionaria e guarire le ferite che altri hanno aperto», esortano i due presidenti; organizzare una risposta in grado di frenare l’Internazionale nera capitanata da Donald Trump, che comincia a manifestare le prime crepe.
Il momento non è scelto a caso: la batosta subita da Meloni al referendum e la sconfitta di Orbán in Ungheria provano che «la spinta propulsiva dei sovranisti si sta esaurendo», annota il sindaco di Roma Roberto Gualtieri. Obiettivo: creare «un’alternativa» al nuovo disordine globale imposto con le bombe.
Parola cara a Elly Schlein, a dispetto di Giuseppe Conte l’unica leader della sinistra italiana invitata alla Global progressive mobilitation dove ha portato una ventata di ottimismo.
«La vittoria del no alla riforma della giustizia ha suscitato grande speranza in Europa. Dall’Italia abbiamo iniziato a fermare i nazionalisti». Il cui tempo «è finito», decreta la segretaria dem: «Loro alimentano guerre, stanno devastando l’economia e aumentando la povertà. Toccherà a noi, adesso, costruire un altro mondo». Perciò «è bellissimo ritrovarsi qui, tutti insieme», sorride, «per far vedere che condividiamo la stessa agenda e le stesse battaglie, per la pace e la giustizia sociale».
Ma quando i cronisti le chiedono se è dunque lei a rappresentare l’Italia nell’ampio fronte anti-destra appena battezzato a Barcellona, Schlein preferisce glissare: «C’è molta attesa rispetto a quanto sta accadendo nel nostro Paese e a quel che potrà succedere alle prossime politiche».
Nessuna polemica con il capo 5S che le insidia la premiership: sta nei fatti, nei numeri che danno il Pd prima forza della coalizione, non c’è bisogno di insistere.
(da Repubblica)
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Aprile 18th, 2026 Riccardo Fucile
LA SANZIONE E’ STATA RECAPITATA AGLI ORGANIZZATORI DI UN PRESIDIO CONTRO L’APERTURA DELLA SEDE DI FUTURO NAZIONALE IN CITTA’
Quattro persone si sono viste recapitare una multa da 1.000 euro. Il motivo? Lo scorso 28 marzo hanno partecipato a una manifestazione di protesta contro l’apertura della sede di Futuro Nazionale, il partito di estrema destra di Roberto Vannacci, nel quartiere Rifredi, a Firenze. Ad annunciarlo è il Comitato Tanucci Piazza Libera, che ha chiesto alla sindaca Sara Funaro di prendere posizione. «È assurdo. Nella notifica mi viene contestato di aver parlato al megafono invitando i presenti a rimanere in piazza per contestare Vannacci», racconta Chiara Bartoli, del Comitato, a Repubblica Firenze.
La solidarietà di Pd e Avs
Le sanzioni recapitate in questi giorni sono legate alle recedenti modifiche del Tulps (Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza) introdotte dal governo con il decreto sicurezza, che prevedono recente una multa tra i 1.000 e i 10.000 euro per le manifestazioni non autorizzate. «È la messa in pratica dei decreti sicurezza voluti dal governo che portano ad una vera e propria criminalizzazione del dissenso, mettendo un prezzo al diritto costituzionale di manifestare», denunciano i consiglieri comunali Luca Milani (Pd) e Vincenzo Pizzolo (Avs). «Quella del 28 marzo – aggiungono – è stata una manifestazione molto partecipata, del tutto pacifica, dove il quartiere di Rifredi ha espresso una chiara contrarietà ad ospitare la sede di un partito che in queste settimane si è già reso protagonista di azioni e manifestazioni muscolari e ai limiti della legalità come le ronde camuffate in manifestazioni o passeggiate».
(da agenzie)
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Aprile 18th, 2026 Riccardo Fucile
“PARANOICO E BEVE TROPPO”. TRA ASSENZE INGIUSTIFICATE E ALCOLISMO, KASH PATEL E’ UN RISCHIO PER LA SICUREZZA NAZIONALE
Un errore di login al sistema informatico interno trasformato in un caso di sicurezza
nazionale. È questo l’ultimo, inquietante capitolo che riguarda il direttore dell’Fbi, Kash Patel, raccontato dal The Atlantic. Secondo nove diverse fonti vicine al Bureau, lo scorso 10 aprile Patel sarebbe andato letteralmente nel panico dopo non essere riuscito ad accedere al suo computer, convincendosi di essere stato rimosso dall’incarico dalla Casa Bianca. Atteggiamenti che hanno preoccupato molto i colleghi, insieme al consumo eccessivo di alcool e alle numerose assenza ingiustificate. Secondo il The Atlantic la Casa Bianca starebbe già cercando un sostituto. Di poche settimane fa la violazione dell’indirizzo Gmail personale di Patel da parte del gruppo di hacktivisti Handala Hack, ritenuto legato al Ministero dell’Intelligence dell’Iran (MOIS).
La crisi di nervi in ufficio
Quello che i testimoni descrivono come una vera e propria crisi di nervi ha scosso un’agenzia che conta oltre 38 mila dipendenti. Patel avrebbe iniziato a chiamare freneticamente collaboratori e alleati per annunciare il proprio licenziamento, scatenando un rincorrersi di voci che è arrivato fino al Congresso. In realtà, si trattava solo di un problema tecnico, risolto poco dopo. «È stata tutta un’assurdità», ha commentato un funzionario dell’Fbi al giornale americano.
Alcol e assenze ingiustificate
Ma l’episodio del computer sarebbe solo la punta dell’iceberg. L’inchiesta del The Atlantic dipinge un ritratto preoccupante del capo della polizia federale: i colleghi segnalano episodi di consumo eccessivo di alcol e numerose assenze ingiustificate dal posto di lavoro. Patel viene descritto come «paranoico» e profondamente preoccupato per il suo futuro professionale, specialmente dopo l‘uscita di scena dell’ex procuratrice generale Pam Bondi, avvenuta lo scorso 2 aprile.
Un rischio per la sicurezza nazionale
Il comportamento scostante di Patel non è solo un problema di gestione interna, ma è considerato una vera e propria «debolezza» per la sicurezza degli Stati Uniti. Le fonti riferiscono che il direttore sarebbe ormai propenso a «trarre conclusioni prima ancora di avere a disposizione le prove», un atteggiamento che mina la credibilità delle indagini federali. Mentre la Casa Bianca riceve continue richieste di chiarimenti su chi sia effettivamente alla guida del Bureau, ai piani alti dell’amministrazione Trump si starebbe già discutendo il nome del possibile successore. «Stiamo solo aspettando la parola definitiva», ha confermato un alto funzionario, segnando quello che sembra essere il countdown finale per la carriera di Patel ai vertici dell’Fbi.
(da agenzie)
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Aprile 18th, 2026 Riccardo Fucile
L’ALLARME DELL’ACCADEMICO NIGMATULIN
Un monito senza precedenti lanciato durante il Forum Economico di Mosca, delineando i contorni di un dissenso interno.
L’intervento dell’accademico Robert Nigmatulin al Forum Economico di Mosca ha scosso la propaganda ufficiale. Bisogna dirlo: non è la critica di un analista occidentale, ma l’analisi impietosa di uno scienziato russo e membro del Presidium dell’Accademia delle Scienze (RAS) che descrive un Paese sull’orlo di un crollo a
due cifre. Il suo discorso, diventato rapidamente virale soprattutto negli ambienti antagonisti al Cremlino, delinea una Russia strutturalmente fragile. Un duro colpo che però compie un equilibrismo politico studiato, denunciando il disastro senza mai puntare il dito contro Vladimir Putin e la guerra in Ucraina.
La radiografia di Nigmatulin
Nigmatulin ha smontato l’illusione della resilienza russa, parlando di un declino sistemico ignorato con indifferenza da trent’anni. I dati presentati dall’accademico fotografano una crisi di sistema che parte dai redditi pro capite, ormai tra i più bassi d’Europa e inferiori persino alle zone povere della Cina, in un contesto dove il Paese perde circa 600mila abitanti ogni anno.
Secondo quanto dichiarato pubblicamente dall’accademico, la stagnazione è evidente: negli ultimi dieci anni il PIL è cresciuto mediamente solo dell’1,5%, mentre i prezzi al consumo sono schizzati del 77%. Anche il tessuto produttivo appare compromesso, con i lavoratori del settore metalmeccanico crollati da 4 milioni a 440mila dal 1999 a oggi.
Mentre il numero di scienziati diminuisce drasticamente, fermandosi a 54 ogni 10.000 abitanti, il Paese si è riempito di corrieri e guardie di sicurezza, che hanno raggiunto l’impressionante quota di 1,5 milioni.
Nonostante l’accademico non abbia citato esplicitamente il conflitto in Ucraina, l’ombra della guerra domina il dibattito. Nigmatulin avverte che la stabilità del sistema è appesa a un filo e che la popolazione prenderà coscienza della reale gravità della situazione solo quando inizierà a sentirla «nelle proprie tasche». In quel momento, secondo l’accademico, il popolo inizierà a innervosirsi, aprendo scenari estremamente pericolosi per la tenuta e la stabilità della Russia.
I colpevoli (senza citare Putin come tale)
Per misurare l’efficienza economica, l’accademico ha ideato un indice che incrocia crescita del PIL, investimenti e dispersione dei fondi dovuta all’inflazione. Il risultato è paradossale: su 50 nazioni analizzate, i parametri russi sono risultati così critici da finire letteralmente fuori scala, idealmente al 51° posto. Il punto di maggiore tensione, vista la situazione, risiede nell’identificazione dei responsabili del disastro. Qui entra in gioco un raffinato equilibrismo politico.
Nigmatulin ha denunciato apertamente che nessun decreto presidenziale in ambito economico dal 2012 è stato mai attuato e ha definito «inadeguata» l’attuale classe dirigente, chiedendone la rimozione immediata. Tuttavia, ha evitato accuratamente di colpire il vertice, suggerendo che sia necessario «convincerlo» a cambiare i suoi ministri, nella speranza che la sua autorità non vacilli.
Una posizione di estrema tutela, probabilmente per evitare problemi con il Cremlino. Tuttavia, risulta evidente come sia proprio il Presidente, da un quarto di secolo, a scegliere e gestire quegli stessi vertici oggi messi sotto accusa.
(da agenzie)
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