Destra di Popolo.net

ROSS DOUTHAT, AUTOREVOLISSIMO OPINIONISTA CONSERVATORE DEL “NEW YORK TIMES”: “CI TROVIAMO DI FRONTE A UNA VERA E PROPRIA PROFANAZIONE E A UN SACRILEGIO, TRA MALEDIZIONI, MINACCE DI VIOLENZA E UN SARCASTICO ELOGIO DI ALLAH, E PROSEGUITA CON UN ATTACCO A LEONE FINO AD ARRIVARE A UN CONTENUTO GENERATO DALL’IA CHE LO RITRAE COME GESÙ CRISTO”

Aprile 17th, 2026 Riccardo Fucile

“ L’OFFESA NON È SOLO CONTRO UN’IDENTITÀ RELIGIOSA O LA DIGNITÀ PAPALE. È UNA VIOLAZIONE DEL PRIMO E DEL SECONDO COMANDAMENTO, IN CUI LA PARTE OFFESA È DIO ONNIPOTENTE…”

Analizziamo l’ultima zuffa tra Chiesa e impero nel mondo, il conflitto aperto tra il presidente Donald Trump e papa Leo XIV, secondo tre cerchi concentrici, che ci conducono dalle realtà generali della politica cattolica alle intense specificità di questo caso.
A livello generale, non c’è nulla, in un conflitto tra un’autorità secolare e il pontefice romano, che dovrebbe spingere i cattolici a ricorrere ai sali per rinvenire. Nulla, nell’insegnamento cattolico, afferma che i papi siano immuni dall’errore in materia di politiche pubbliche, e il dato storico offre prove abbondanti del fatto che possano commettere errori profondi.
Di conseguenza, quando i papi si impegnano nella politica, non è empio che i politici dissentano da loro, e tali contrasti non sono intrinsecamente liberali, secolari o moderni
Nell’attuale zona di controversia — le dispute che oppongono il papa o il Vaticano o cardinali di primo piano al conservatorismo nazionalista — i conservatori hanno spesso lamentele ragionevoli.
La dottrina sociale cattolica, nella sua forma ideale, mette in discussione tanto la destra quanto la sinistra, ma è un equilibrio difficile da mantenere, e i leader della Chiesa tendono spesso a incalzare più duramente una parte, offrendo all’altra un atteggiamento di “accompagnamento”.
Sotto papa Giovanni Paolo II, i cattolici più liberal potevano ragionevolmente ritenere che il Vaticano accompagnasse più la destra che la sinistra; sotto papa Francesco, invece, la dinamica si è invertita.
Leone ha riportato maggiore stabilità nella Chiesa anche semplicemente mostrando ai conservatori un volto più paterno e prendendo più sul serio le loro preoccupazioni riguardo al rito e alla chiarezza dottrinale, pur continuando a suonare note simili a quelle di Francesco quando affronta temi come l’immigrazione o il cambiamento climatico.
Di conseguenza, si è vista una netta separazione tra i cattolici di destra più attivi online, desiderosi di polemizzare costantemente contro il papato, e una platea conservatrice più ampia, soddisfatta di avere un papa che adotta toni progressisti purché non sembri intenzionato a sconvolgere la dottrina.
Il Vaticano appare chiaramente più a suo agio nel collaborare con Emmanuel Macron o Biden piuttosto che con Trump o Marine Le Pen. Ma manca di uno spirito di comprensione quando si tratta di capire perché gran parte del suo stesso gregge preferisca i populisti.
La carenza di chiarezza, invece, è un problema costante nella retorica ecclesiastica su temi che vanno dalla ricchezza e la povertà alla guerra e alla pace. […] Il risultato è che, così come i commenti papali sull’economia possono apparire non solo di sinistra ma anche evanescenti, la posizione sulla politica estera può scivolare verso un pacifismo disinvolto che non è fedele alla tradizione cattolica. E se si è, per esempio, un cattolico nominato al Pentagono, può essere del tutto ragionevole sollecitare il Vaticano a riconoscere che il potere militare, talvolta, può avere un ruolo pienamente morale.
Questi sono i punti generali che si potrebbero avanzare in difesa del dissenso cattolico conservatore nei confronti di Roma. Essi iniziano però a incrinarsi quando ci spostiamo nel secondo cerchio, quello del dibattito specifico sulla guerra in Iran, la questione che ha portato il conflitto tra la Chiesa e l’amministrazione Trump al punto di ebollizione.
Qui non è il papato a faticare con la concretezza; sono piuttosto le argomentazioni dell’amministrazione a vacillare, oscillare e dissolversi. Si possono trovare
sostenitori di Trump lamentarsi del fatto che la condanna papale della guerra sia troppo ampia, o che i messaggeri […] siano troppo partigiani, o ancora che dal Vaticano non si senta abbastanza sulle malefatte del regime iraniano.
Ma queste critiche sono secondarie rispetto alla domanda centrale: la guerra è giusta oppure no? E l’amministrazione non ha fornito una giustificazione coerente e consistente della sua legittimità. Per esempio, si potrebbe sostenere che la guerra sia giusta perché mira a rimuovere un governo malvagio. Se non fosse che, al momento, Trump sostiene di non voler perseguire un cambio di regime, dichiarandosi disposto a un accordo che non obbligherebbe l’élite clericale a rinunciare al potere, né tantomeno ad affrontare la giustizia per i propri crimini.
Oppure si potrebbe dire che la guerra sia giusta perché rappresenta un intervento limitato volto a prevenire una minaccia militare iraniana. Ma Trump e il suo segretario alla Difesa hanno ripetutamente evocato una campagna ben più ampia, con bombardamenti “riportanti all’età della pietra” e distruzione su scala civilizzazionale, scenari che nessuna teoria della guerra giusta potrebbe accettare.
Le migliori ricostruzioni disponibili suggeriscono che l’amministrazione sia entrata in questo conflitto senza un obiettivo strategico chiaro né una giustificazione morale coerente, senza adeguata considerazione dei rischi in agguato — e nonostante l’opposizione del vicepresidente (cattolico) e i dubbi del segretario di Stato (anch’egli cattolico). […] è una situazione in cui il capo della Chiesa cattolica ha tutte le ragioni per dire: questa sembra una guerra ingiusta.
E la risposta del presidente a tale critica — ed eccoci al cerchio più interno della vicenda — non rientra affatto in una normale dialettica tra Chiesa e Stato, tra papa e impero. Non è nemmeno una delle consuete anomalie trumpiane. Ci troviamo invece di fronte a una vera e propria profanazione e a un sacrilegio, in una sequenza iniziata con un post sui social la domenica di Pasqua, tra maledizioni, minacce di violenza e un sarcastico elogio di Allah, e proseguita con un attacco a Leone fino ad arrivare a un contenuto generato dall’intelligenza artificiale che lo ritrae come Gesù Cristo.
Nella misura in cui Trump gode di difensori cristiani, questi tendono a separare l’ultimo oltraggio dai precedenti, sostenendo che sia accettabile per il presidente
usare un linguaggio blasfemo contro teocrati islamisti, legittimo polemizzare con il vescovo di Roma (che “non ha autorità in questo ambito americano…”), lasciando il meme di Trump come Cristo come unica vera offesa.
Ma il nodo centrale, da una prospettiva religiosa, è che esiste un filo coerente che collega le minacce blasfeme della domenica di Pasqua, l’invettiva contro il più celebre leader cristiano del mondo e la rappresentazione di sé come Seconda Persona della Trinità. L’offesa cumulativa non è contro un’identità religiosa o la dignità papale. È una violazione del primo e del secondo comandamento, in cui la parte offesa è Dio onnipotente.
Se si è un osservatore secolare, si può ritenere che la blasfemia sia un peccato privo di un oggetto reale, e che questa escalation conti soprattutto come indicatore dello stato mentale del presidente nel suo secondo mandato.
Se invece si è credenti, allora l’intera carriera politica di Trump — il suo ruolo catalizzatore nella crisi del liberalismo, il suo passaggio dal potere all’esilio e di nuovo al potere — si colloca sotto il segno della provvidenza. In tal caso, la svolta verso la blasfemia presidenziale rappresenta un monito per i suoi sostenitori religiosi circa i possibili esiti della sua parabola e il pericolo spirituale di sostenerlo fino alla fine.
(da agenzie)

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CENTO GIORNI DI MAMDANI COME SINDACO DI NEW YORK: DALLA TASSA AGLI ULTRA-RICCHI AI SUPERMERCATI MUNICIPALI

Aprile 17th, 2026 Riccardo Fucile

LA LINEA DELL’AMMINISTRAZIONE COMINCIA A PRENDERE FORMA TRA MISURE FISCALI E INTERVENTI SUL COSTO DELLA VITA

New York continua a essere uno dei luoghi dove la ricchezza si concentra con maggiore intensità, una metropoli che attira capitali da tutto il mondo e che costruisce su questa attrattività una parte decisiva della propria forza economica. Dentro questa stessa dinamica, però, si è allargata negli anni anche una frattura sempre più visibile: vivere in città costa di più, restarci è diventato più difficile, mentre una parte crescente del patrimonio che la attraversa non si traduce in presenza stabile né in partecipazione fiscale proporzionata. È proprio dentro questo squilibrio che si colloca l’inizio del mandato del sindaco Zohran Mamdani, eletto con un programma che punta a rimettere in circolo una quota di quella ricchezza. A cento giorni dal suo insediamento, quella linea comincia a emergere in modo più definito, non tanto come dichiarazione di principio quanto più come proposta concreta già dentro il confronto istituzionale: una tassa sulle seconde case di lusso,
costruita per intercettare una parte di quel capitale globale che usa la città come spazio di accumulazione.
La tassa di Mamdani sulle seconde case di lusso a New York: come funziona
La proposta della pied-à-terre tax introduce un contributo annuale per gli immobili sopra i 5 milioni di dollari che non sono utilizzati come residenza principale. Si tratta di appartamenti spesso acquistati come investimento, da proprietari che risiedono altrove e che li utilizzano in modo sporadico, lasciandoli vuoti per gran parte dell’anno. Secondo le stime dell’amministrazione, la misura potrebbe riguardare circa 13mila unità nei cinque distretti della città e generare almeno 500 milioni di dollari l’anno, risorse che verrebbero indirizzate verso servizi pubblici, infrastrutture urbane e politiche sociali.
In un contesto in cui la crisi abitativa si aggrava e gli affitti continuano a salire, l’accessibilità alla città diventa sempre più limitata per ampie fasce della popolazione. È proprio dentro questa dinamica che la tassa si inserisce, andando a colpire una delle distorsioni più evidenti del mercato immobiliare di fascia alta: la concentrazione di abitazioni di lusso sottratte di fatto all’uso residenziale stabile. Una misura che si basa sull’idea che il valore di questi immobili non dipenda soltanto dalle loro caratteristiche intrinseche, ma anche (e sopratutto) dal contesto urbano in cui sono inseriti: l’economia della città, i servizi pubblici, le infrastrutture e l’attrattività globale contribuiscono in modo assolutamente decisivo alla loro crescita di valore. Per questo, una parte di questo valore viene reimmessa nel sistema pubblico attraverso un prelievo stabile. Il riferimento evocato dal sindaco, come il super-attico acquistato dal finanziere Ken Griffin, rende evidente il tipo di mercato su cui si interviene: proprietà di altissimo valore che funzionano più come riserva di ricchezza che come abitazioni effettivamente vissute.
Il ruolo decisivo di Kathy Hochul: una mediazione che cambia il quadro
Questa proposta prende forma dentro un passaggio politico tutt’altro che scontato, legato al rapporto con la governatrice Kathy Hochul. Nei mesi precedenti il confronto sulla fiscalità aveva mostrato differenze di impostazione piuttosto evidenti: da una parte la richiesta del sindaco di intervenire in modo più deciso sui redditi elevati e sulle grandi imprese, dall’altra la posizione dello Stato, più
prudente, preoccupata di non compromettere la capacità di attrarre investimenti e di mantenere stabile il quadro economico.
È proprio dentro questo spazio di confronto che ha preso forma l’idea della tassa sulle seconde case, costruita come punto di equilibrio possibile tra posizioni diverse. Dopo una fase iniziale in cui l’ipotesi di aumentare la pressione fiscale sui più ricchi era stata accolta con cautela, la governatrice ha progressivamente guardato a questo strumento come a una soluzione più gestibile: un intervento che non tocca direttamente redditi e imprese, ma che si concentra su patrimoni immobiliari di alto valore detenuti da non residenti, quindi per questo meno mobili e meno sensibili al rischio di spostamento, e al tempo stesso capaci di generare nuove entrate per il bilancio. È a questo punto che la misura diventa il terreno su cui le due posizioni riescono a incontrarsi: per il sindaco rappresenta infatti un primo segnale sul piano della redistribuzione, mentre per la governatrice consente di mantenere una linea coerente con il proprio approccio, che tiene insieme equilibrio politico e attenzione a non indebolire l’attrattività economica dello Stato. Dentro questo incrocio di esigenze si consolida così un rapporto politico che, nei primi mesi di mandato, è diventato uno degli snodi centrali per la definizione delle scelte amministrative.
Cento giorni dopo l’insediamento a sindaco di New York
Il contesto in cui si inserisce questa misura resta tuttavia segnato da un dato che orienta molte delle scelte di questi primi mesi, e cioè un disavanzo superiore ai cinque miliardi di dollari. Non è soltanto una questione contabile, ma, piuttosto, una condizione che impone gradualità e che obbliga a decidere dove intervenire subito e dove invece costruire strumenti con effetti più strutturali nel tempo. Nei primi cento giorni, l’amministrazione di Zohran Mamdani si è mossa proprio lungo questa doppia direttrice.
Da una parte la definizione di misure fiscali capaci di generare entrate stabili, come la tassa sulle seconde case; dall’altra interventi più immediati, pensati per incidere direttamente sulla vita quotidiana delle persone, soprattutto nei quartieri dove il costo della vita pesa di più ogni giorno. Ed è proprio in questa seconda direzione che si colloca il progetto dei supermercati municipali, una delle scelte più visibili di
questa fase. L’idea nasce da un dato molto concreto: il prezzo del cibo è diventato uno dei principali fattori di pressione sui bilanci familiari, in particolare nelle aree della città dove l’offerta commerciale è più debole o meno competitiva. Per questo il Comune ha avviato una rete di punti vendita a prezzi calmierati, con l’obiettivo di ridurre direttamente il costo della spesa attraverso un intervento pubblico sul mercato alimentare. Alcuni spazi sono già operativi, ma è soprattutto l’apertura di un grande supermercato ad Harlem a segnare un passaggio significativo. In questo modo, insomma, l’amministrazione entra direttamente dentro un settore finora dominato dagli operatori privati, assumendo un ruolo diverso rispetto al passato: non solo regolatore o incentivatore, ma soggetto attivo in grado di incidere sui prezzi e di offrire un’alternativa concreta. In quartieri dove anche piccoli aumenti incidono immediatamente sul potere d’acquisto, questa scelta va ora ben oltre il singolo punto vendita e diventa così rapidamente parte di una strategia più ampia sul costo della vita.
È dentro questa stessa logica che si inseriscono anche le altre misure in discussione, che mostrano come l’amministrazione stia cercando di adattare il programma elettorale ai vincoli finanziari e ai rapporti con lo Stato. In parallelo, infatti, alcune promesse vengono rimodulate: il progetto degli autobus gratuiti richiederà tempi più lunghi e potrebbe partire con una fase sperimentale nei prossimi mesi, mentre sul fronte della sicurezza stradale l’estensione delle politiche di riduzione del traffico e dei limiti di velocità ha già prodotto una diminuzione significativa degli incidenti più gravi. Resta poi ancora aperto il capitolo degli affitti, con l’ipotesi di un meccanismo di contenimento dei canoni che ha iniziato a entrare nel confronto istituzionale e che rappresenta uno dei nodi più complessi dell’intero programma.
Il dato che emerge, a cento giorni, è che la linea di governo abbia cominciato però a concretizzarsi, entrando nel punto in cui la città produce valore e nel punto in cui quel valore viene percepito, ogni giorno, da chi la abita.

(da Fanpage)

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LA LUNA DI MIELE TRA LA CISL E GIORGIA MELONI È FINITA A STRACCI. A PALAZZO CHIGI RECRIMINANO “LO SCARSISSIMO APPORTO NELLA CAMPAGNA REFERENDARIA SULLA GIUSTIZIA”. IL PRIMO A PAGARE IL CONTO POTREBBE ESSERE L’EX NUMERO UNO DEL SINDACATO CATTOLICO, LUIGI SBARRA, CHIAMATO ALLA CORTE DELLA PREMIER CON UN INCARICO DA SOTTOSEGRETARIO CON DELEGA AL SUD

Aprile 16th, 2026 Riccardo Fucile

TRA FRATELLINI D’ITALIA SI CHIEDONO: “SE LA CISL NON CI PORTA VOTI, ALLORA COSA CI FACCIAMO?” –… LA CISL È TORNATA A DIALOGARE CON CGIL E UIL. E IL PLATEALE “RITORNO DELLA TRIPLICE” È UN’ALTRA PESSIMA NOTIZIA PER LA DUCETTA

Alla fine è saltata l’alleanza tra la Cisl e Giorgia Meloni. E pure male. «Tutta colpa del referendum», sibilano nei corridoi di Palazzo Chigi: da parte governativa pare infatti che ci siano state pesanti lamentele (per non dire di peggio) nei confronti di quello che viene considerato «lo scarsissimo apporto della Cisl nella campagna referendaria sulla giustizia». Luna di miele terminata, dunque.
E chi ci rimette, in questo caso? L’ex numero uno del sindacato cattolico, Luigi Sbarra, chiamato alla corte della premier con un incarico da sottosegretario con delega al Sud. «Se la Cisl non ci porta voti, allora cosa ci facciamo?», è la domanda che circola tra quelli di Fratelli d’Italia.
Senza capire però che alla base della mancanza di interesse sindacale c’era l’orientamento della Chiesa cattolica, che non vedeva certo di buon occhio il referendum.
Fatto sta che anche con il cosiddetto decreto Primo maggio il governo non ha voluto pacificare gli animi, in vista della festa dei lavoratori, con il risultato che la Cisl è tornata a battagliare insieme alla Cgil e alla Uil, lasciando Meloni con il cerino in mano
Così Maurizio Landini, Pierpaolo Bombardieri e Daniela Fumarola ora parlano continuamente tra loro. Anche davanti a tutti, non solo nelle stanze private e al telefono.
Un plateale “ritorno nella Triplice” da parte della Cisl è avvenuto, oltretutto, in occasione del tradizionale evento organizzato da Confcommercio nella romana Villa Miani, officiato da Carlo Sangalli detto Carluccio, classe 1937, il quale è impegnato nella battaglia contro il “dumping contrattuale”, mettendosi così pure lui insieme al fronte dei sindacati.
Per il governo si tratta di una disfatta totale se pure i commercianti si mettono a remare contro Palazzo Chigi.
In cima a Monte Mario l’esecutivo ha inviato come rappresentante Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro ed ex sindacalista dell’Ugl che però non ha convinto nessuno dei presenti, a proposito del decreto che dovrebbe riscrivere le regole della rappresentanza sindacale: si è messo a parlare di un «incentivo alla contrattazione», poi ha detto che di soldi ce ne sono pochi, ma che «come Lega pensiamo che si debba sforare il patto di stabilità». Insomma, «acqua fresca», per usare un commento della sala.
Glaciale la frase pronunciata da Landini, per mettere alle corde il governo e dare l’idea del rinnovato clima d’intesa tra i sindacati, con la Cisl pronta a fare la propria parte insieme a Cgil e Uil: «Riabituatevi a vederci insieme».
Senza dimenticare di dire che «il governo sta discutendo dell’ennesimo decreto Primo maggio senza le parti sociali, come ha già fatto, e non ci sono stati risultati importanti per chi lavora.
Dovrebbero imparare dall’esperienza: sarebbe meglio si fermassero». La festa dei lavoratori segnerà un punto di non ritorno, tagliando ogni rapporto con il governo. Un fatto che, in vista delle prossime elezioni politiche, si può tradurre in un serio problema per Giorgia Meloni.
(da agenzie)

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GIORGIA È STATA UMILIATA DA TRUMP! IL QUOTIDIANO FRANCESE “LE MONDE” RACCONTA CON TONI IMPIETOSI IL TRATTAMENTO CHE MELONI HA RICEVUTO DAL TYCOON PER AVER PRESO LE DISTANZE DAGLI ATTACCHI AL PAPA (“LA PREMIER NON POTEVA PIU’ PERMETTERSI LA MINIMA AMBIGUITA’ DOPO L’AFFRONTO AL VESCOVO DI ROMA”) E SOTTOLINEA COME L’APPECORONAMENTO A “THE DONALD” SIA STATO INUTILE E DANNOSO PER LA DUCETTA

Aprile 16th, 2026 Riccardo Fucile

“MALGRADO GLI SFORZI NEI CONFRONTI DI WASHINGTON, ROMA NON HA OTTENUTO NIENTE. L’ITALIA HA SUBITO LO STESSO TRATTAMENTO DEGLI ALTRI PAESI EUROPEI IN MATERIA COMMERCIALE E HA VISTO ALLONTANARSI LE SPERANZE DI INFLUENZA CHE MELONI AVEVA FONDATO SULL’ADESIONE, COME OSSERVATORE, AL CONSIGLIO DI PACE DI TRUMP”

La premier Giorgia Meloni prende le distanze dal presidente Donald Trump dopo gli attacchi al Papa. Lo scrive il quotidiano “Le Monde”, spiegando che Trump ha finito per prendere “di mira” la titolare di Palazzo Chigi.
“Giorgia Meloni, dirigente di un Paese la cui capitale e’ anche quella della Chiesa universale, non poteva piu’ permettersi la minima ambiguita’ dopo questo affronto fatto al vescovo di Roma”, afferma il giornale francese. “Le Monde” ricorda che Meloni nei mesi passati non ha mai criticato il presidente Usa.
“Malgrado gli sforzi nei confronti di Washington, Roma non ha ottenuto niente”, nota il quotidiano. “L’Italia ha subito lo stesso trattamento degli altri Paesi europei in materia commerciale e ha visto allontanarsi le speranze di influenza che Giorgia Meloni aveva fondato sull’adesione, come osservatore, dell’Italia al Consiglio di Pace di Donald Trump.
(da agenzie)

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SAVIANO 1 – SALVINI 0: IL TRIBUNALE DI ROMA HA ASSOLTO L’AUTORE DI “GOMORRA”, ACCUSATO DI DIFFAMAZIONE NEI CONFRONTI DEL LEADER LEGHISTA PERCHÈ IN ALCUNI POST DEL 2018 LO DEFINÌ “MINISTRO DELLA MALAVITA”

Aprile 16th, 2026 Riccardo Fucile

SAVIANO AVEVA SOSTENUTO CHE LA SUA CRITICA NASCEVA DA UNA POSIZIONE CULTURALE E POLITICA, CITANDO SALVEMINI PER SOTTOLINEARE UNA TRADIZIONE DI DENUNCIA MORALE NEI CONFRONTI DEL POTERE

Il giudice monocratico del tribunale di Roma ha assolto lo scrittore Roberto Saviano, accusato di diffamazione nei confronti di Matteo Salvini perchè in alcuni post che pubblicò sui social nel 2018, quando era ministro dell’Interno, definì il leader leghista “ministro della malavita”.
Lo scrittore aveva affermato che la sua critica nasceva da una posizione culturale e politica ben precisa, citando Salvemini per sottolineare una tradizione di denuncia morale nei confronti del potere.
(da agenzie)

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MA E’ ALESSANDRO GIULI O CRISTIANO MALGIOGLIO? IL MINISTRO AL “VINITALY 2026” SFOGGIA UN LOOK DA DANDY CARIATO DA FAR INVIDIA ALLA “MALGY” –

Aprile 16th, 2026 Riccardo Fucile

DOPO L’INFOSFERA GLOBALE, IL PENSIERO SOLARE E “GLI ABERRIGENI”, GIULI-RIDENS INTORTA LA CRONISTA DI “LARIANONET” CON UN PIPPARDONE STRACULT: “ABBIAMO MESSO A DISPOSIZIONE SEI STATUE CLASSICHE SUL TEMA DEL DIONISISMO E QUINDI DEL VINO, DELL’EBBREZZA, E AL TEMPO STESSO DELLA FESTA, DEL SIMPOSIO, CHE SONO UN PO’ IL NOSTRO CODICE DI RAPPORTO CON IL MONDO DELLA PRODUZIONE DEL VINO…” (GIULI, POSA ER FIASCO!)

Ministro, buonasera.
Alessandro Giuli: Buonasera.
Eventi come il Vinitaly mettono in luce il valore del territorio. Cosa può fare oggi la cultura per sostenere e rafforzare filiere come quella del vino?
Alessandro Giuli: Anzitutto ascoltarle, sostenerle attraverso la collaborazione come abbiamo fatto con il Vinitaly mettendo a disposizione sei statue classiche meravigliose sul tema del dionisismo e quindi del vino, della ebbrezza e al tempo stesso della festa del simposio che sono un po’ il nostro codice di rapporto con il mondo della produzione del vino, del buon vino italiano, cioè mostrare che fin dai tempi più remoti il vino in Italia e nel Mediterraneo è un elemento che unisce i popoli, contribuisce al dialogo e crea sviluppo, oggi anche molto lavoro e molta reputazione per tutta l’Italia.
(da agenzie)

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“TRUMP HA CREATO IL SUO PEGGIOR NEMICO, ORA PAPA LEONE RUGGISCE”

Aprile 16th, 2026 Riccardo Fucile

L’ANALISTA DI LIMES PIERO SCHIAVAZZI: “TRUMP HA CONSACRATO PAPA LEONE LEADER GLOBALE, UN AUTOGOL EPOCALE”… “IL PAPA DIVENTA PUNTO DI RIFERIMENTO DELL’OPPOSIZIONE MONDIALE E CUSTIDE DELLA VERA ANIMA AMERICANA”

A quasi un anno dalla scomparsa di Papa Francesco, il mondo sembra aver trovato un nuovo protagonista della scena globale, proprio dove meno se lo aspettava: presso la Santa Sede. Lo scontro frontale degli ultimi giorni tra Donald Trump e Leone XIV, al secolo Robert Prevost, ha segnato il definitivo “fine rodaggio” per il primo Papa statunitense della storia. Se finora il pontefice era apparso cauto, quasi oscurato dall’eredità comunicativa del suo predecessore Jorge Bergoglio, le minacce di Trump e JD Vance hanno innescato una reazione a catena che ha trasformato il Vaticano nel cuore pulsante dell’opposizione al nuovo corso statunitense.
È un paradosso geopolitico: nel tentativo di indebolirlo, il Tycoon ha regalato a Papa Leone il suo “ruggito”, consacrandolo come leader dell’altra America, quella fedele al soft power e a un maggiore rispetto del diritto internazionale e dei confini degli altri stati. Ne abbiamo parlato con il professor Piero Schiavazzi, analista di Limes e docente di Geopolitica vaticana, per capire come questa sfida stia ridisegnando gli equilibri tra le due sponde dell’Atlantico.
Professore Schiavazzi, partiamo dalle ultime ore. JD Vance, il vice di Trump, due giorni fa ha lanciato un avvertimento pesantissimo: “Il Papa deve stare attento quando parla di teologia”. Siamo di fronte all’uscita di un esaltato o a un disegno politico lucido per silenziare il Vaticano?
Guardi, qui siamo di fronte a un paradosso: abbiamo un Presidente che vuole fare il Papa. E lo dico con estrema serietà. Quello a cui assistiamo è uno scontro tra due cristianesimi che, fino a pochi giorni fa, agivano come due enormi iceberg scontratisi sotto il livello dell’acqua. Da una parte la Chiesa Cattolica, dall’altra il mondo evangelico, che rappresenta lo zoccolo duro, anzi durissimo, dell’elettorato di Trump e Vance. Le chiese evangeliche sono fiorenti negli Stati del Sud, nella cosiddetta Cotton Belt, la cintura del cotone e del granoturco. Da anni c’è un’emorragia di anime e di donazioni dai cattolici verso gli evangelici e Leone XIV, il primo Papa statunitense della storia, è stato eletto quasi un anno fa proprio per tamponare questa ferita, non solo spirituale ma finanziaria. Trump non ha mai amato Francesco, ed è venuto al suo funerale con l’intento di “mettere il cappello” sul Conclave. Non avrebbe mai immaginato che lo Spirito Santo avrebbe invece
messo la papalina bianca sull’America, scegliendo un pontefice che è portatore di un’idea di Stati Uniti diametralmente opposta alla sua.
Lei dice che lo scontro era sommerso e ora è emerso. Perché proprio ora? Cosa è cambiato da domenica scorsa?
È cambiata la visibilità. Gli iceberg per l’80-90% sono sommersi; quello che fa notizia è quando le punte si urtano. Fino a ieri era una guerra tra apparati religiosi, oggi è uno scontro frontale tra due Americhe. Come Trump invade il campo della Chiesa pretendendo di dettare la linea teologica perché ha una sua idea di religione funzionale al potere, così Leone XIV – ovvero Robert Prevost – fa “politica” nel senso più alto. Fa politica perché l’idea di America che incarna è l’antitesi di quella della Casa Bianca. Direi così: è in gioco il segreto della “magia americana” nel mondo, quello che chiamiamo Soft Power.
Spieghiamolo meglio. Perché Trump starebbe distruggendo questa “magia” e perché il Papa sarebbe l’unico a poterla difendere?
L’America è sempre stata un “Impero – non-Impero”, un impero che sa di esserlo ma lo nega. Dissemina basi militari ovunque, dall’Italia al Pacifico, ma non le chiama “occupazione”: le chiama presidi a difesa della libertà e della sovranità altrui. Questa “verginità” geopolitica permetteva agli USA di espandersi senza essere percepiti come i classici invasori. Con Trump finisce l’incantesimo: lui ha omologato il linguaggio americano a quello di una qualsiasi potenza rapace. Il suo messaggio è: “Io occupo, io conquisto, non rispetto i confini. Se vuoi venire con me bene, altrimenti prendo il Venezuela, prendo la Groenlandia, annettiamo il Canada come 51esimo Stato”. È l’Impero-Impero. Ma se l’America diventa come la Cina di Xi Jinping, come può poi spiegare ai cinesi che non possono annettere Taiwan con la forza? Se tu rivendichi il diritto di prenderti la Groenlandia, perdi ogni autorità morale. Prevost è il portatore dell’altra America, quella che il mondo ha accettato e ammirato dal 1949 a oggi.
In questo contesto, come legge la solidarietà inaspettata e trasversale arrivata dall’Italia? Giorgia Meloni ed Elly Schlein si sono ritrovate unite nel difendere il Papa dagli attacchi di Washington.
Questa è una lettura profonda che a molti è sfuggita. L’Italia non ha scelto tra il Vaticano e l’America. L’Italia ha scelto l’America, ma ha scelto l’America di
Prevost. Solidarizzare con il Papa significa dire a Trump: “Noi ci riconosciamo negli Stati Uniti che rispettano i trattati e i confini, non nel tuo bullismo geopolitico”. C’è poi una valutazione pragmatica: la presidenza Trump è percepita già al tramonto. Non parlo di fine mandato anticipata, ma della sindrome dell’anatra zoppa. Se perderà le elezioni di metà mandato a novembre, non avrà più maggioranza al Congresso. Ma soprattutto ha già perso il soft power, la simpatia del mondo. E l’Italia, membro della Nato e sede del Papato, ha scelto di stare con l’americano che porta la croce, non con quello che agita il bastone.
Recentemente, in un’analisi su Limes, lei ha parlato della “fine del rodaggio geopolitico” di questo Papa. È stato Trump a dargli, paradossalmente, la spinta decisiva?
Assolutamente sì. È un capolavoro al contrario di Trump. Tra pochi giorni, il 21 aprile, sarà un anno dalla morte di Francesco. Finora Prevost soffriva di una debolezza: non riusciva a “bucare lo schermo”. I suoi discorsi erano profondi, incisivi, ma mancavano del ruggito che ci si aspetta da un Leone. Francesco era un comunicatore nato, Prevost sembrava un accademico prestato al soglio pontificio. Beh, Trump ha appena regalato al Leone il suo ruggito. Il 7 aprile scorso, uscendo dai cancelli di Castel Gandolfo, il Papa ha fatto qualcosa che non aveva mai fatto: è andato incontro ai giornalisti senza fogli in mano. Ha parlato a braccio, denunciando come “immorale” la minaccia di Trump di distruggere l’intera civiltà iraniana. Ha detto chiaramente che questa politica ha portato il mondo sull’orlo di una crisi economica globale, con i prezzi di gas e petrolio alle stelle. Ma ha fatto anche molto altro.
Cosa?
Ha invitato i cittadini a rivolgersi ai propri congressmen per fermare il Presidente, sta parlando agli elettori americani. Sta dicendo loro di riappropriarsi dei poteri legislativi per dare un indirizzo a un leader che “sbanda”. Trump ha reagito accusandolo di essere debole, ma ha ottenuto l’effetto opposto. Quella che Benedetto Croce chiamava “eterogenesi dei fini”: voleva sminuirlo e lo ha consacrato leader mondiale. Oggi Prevost non è più solo il pastore della Chiesa
cattolica; è percepito come il leader morale planetario dell’opposizione a Trump. È l’Anti-Trump per eccellenza.
Inizialmente, Papa Leone XIV veniva percepito come mite e forse privo del carisma mediatico del suo predecessore Francesco. Ora sta cambiando strategia?
Diciamo che da una settimana il mondo sente molto meno la mancanza di Francesco. Trump, comportandosi da apprendista stregone, ha aperto la botola e ha fatto uscire un gigante. Gli storici parleranno di questo incredibile autogol: cercando di indebolire la figura del Papa, Trump lo ha trasformato in un protagonista assoluto della scena internazionale. Da alcuni giorni, Leone XIV è un leader geopolitico di struttura globale. Il suo rodaggio è finito. E il Papa, grazie a Trump, ha appena scoperto di avere una voce che tutto il mondo sta ascoltando.

(da Fanpage)

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LA GRANDE BUFALA DELLO STRAPPO TRA MELONI, TRUMP E NETANYAHU

Aprile 16th, 2026 Riccardo Fucile

PER CAMBIARE PASSO IN POLITICA ESTERA OCCORRE ALTRO, MELONI FA SOLO FINTA PER RECUPERARE UN MINIMO DI POPOLARITA’

Quindi, ora che si fa? Cioè: adesso che, a quanto pare, Donald Trump è diventato “inaccettabile” e abbiamo sospeso il rinnovo automatico del memorandum sulla difesa tra Italia e Israele, qualunque cosa significhi questa frase, cosa facciamo di bello?
Smettiamo di concedere le nostre basi agli americani per andare a portare armi nel Golfo per bombardare l’Iran, ad esempio, come stiamo continuando a fare dall’inizio del conflitto?
Usciamo dal Board of Peace, unica democrazia a farne parte, seppur in qualità di osservatori, e smettiamo di prestarci al gioco di chi vuole distruggere l’Onu?
Diciamo qualcosa a favore dell’Unione Europea quando Trump e Vance, quello che firma le prefazioni americane dei libri di Meloni, vengono a raccontarci che è il male assoluto?
Rinunciamo a spendere quel che chiede Trump in armamenti e mettiamo quei soldi altrove, magari su scuola e sanità?
E ancora:
Condanniamo finalmente quel che sta ancora accadendo a Gaza, chiamando finalmente un genocidio e un blocco navale illegale col loro nome?
Condanniamo quel che Netanyahu sta facendo in Libano, anche quando non prende di mira il nostro contingente Unifil?
Riconosciamo lo Stato palestinese e il diritto dei palestinesi ad avere uno Stato per loro?
Perché, spiacenti, questo vuol dire strappare con Trump e Netanyahu.
Non definire inaccettabile un commento sul Papa, o bloccare il rinnovo automatico di un memorandum d’intesa, che la maggioranza stessa dice di ritenere da anni poco più che simbolico.
Se tutto rimane com’è, spiacenti, allora quello di Meloni non è uno strappo. È solo un timido, patetico tentativo di divincolarsi dal bacio della morte dei due leader più impopolari del mondo, per evitare di colare ancora più a picco nei sondaggi.
Un trucco, l’ennesimo, per provare a vendere agli italiani l’ennesima realtà che non esiste.
(da Fanpage)

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“CON MELONI NON C’È PIÙ LO STESSO RAPPORTO”: TRUMP ATTACCA ANCORA LA DUCETTA INVIANDOLE QUALCHE PIZZINO (“L’ITALIA RICEVE GRANDI QUANTITÀ DI PETROLIO DALLO STRETTO…”) E INSISTE NEGLI AFFONDI CONTRO IL PAPA: “DITEGLI CHE L’IRAN HA UCCISO 42 MILA PERSONE”

Aprile 16th, 2026 Riccardo Fucile

SCARICATA DAL TYCOON COME FOSSE UNA SGUATTERA DEL GUATEMALA, MELONI SI ATTACCA ALLA GIACCHETTA DEL CANCELLIERE CRUCCO MERZ E ADERISCE ALLA RIUNIONE DEI BIG UE SU HORMUZ E SU UNA POSSIBILE SPEDIZIONE CONTINENTALE NELLO STRETTO – POI FA GLI OCCHI DOLCI ALLA CASA BIANCA, INVOCANDO L’UNITÀ TRANSATLANTICA … QUEL MERLUZZIONE DI TAJANI, CON SPREZZO DEL RIDICOLO, AFFERMA CHE CON TRUMP NON SI TRATTA DI CRISI MA DI “DIVERGENZA DI OPINIONI”

Si prepara a volare da Emmanuel Macron. Ospite già venerdì del presidente francese a Parigi, assieme a Keir Starmer e Friedrich Merz, per discutere del blocco di Hormuz e di una possibile spedizione continentale nello Stretto. L’ufficializzazione arriverà solo oggi, ma l’unica possibilità che la leader non venga fotografata all’Eliseo è legata all’eventualità che il cancelliere tedesco resti in patria. Già ieri, però, Berlino ha fatto sapere che il piano è di esserci.
E dunque, la presidente del Consiglio si prepara a un delicato vertice a quattro nella capitale francese (gli altri parteciperanno solo in collegamento video).
Sarà dunque a colloquio con Emmanuel Macron, con cui ha spesso duellato. Nel linguaggio della politica, c’è poco altro da aggiungere: consumato lo strappo con Donald Trump — per decisione del tycoon, va ricordato — Meloni sceglie di aderire alla riunione dei big Ue su Hormuz. È il dossier geopolitico più delicato di questa fase e il punto di massimo attrito con Washington, perché rappresenta una minaccia esistenziale alle economie dell’Unione.
È evidente che per la premier si tratta di un piano B, ancora da riempire di dettagli. Anche perché la spedizione europea per Hormuz resta avvolta nell’incertezza: oggi gli sherpa — e forse anche i leader — si scambieranno informazioni preliminari, necessarie soprattutto per chiarire cosa hanno in mente Macron e Starmer. Gli americani premono per un impegno immediato (è uno dei punti su cui Trump ha contestato Meloni), mentre gli E4 continuano a ribadire che serve prima un cessate il fuoco solido.
L’impegno italiano sarà dunque definito nei prossimi giorni. E non è detto che si limiti all’invio di cacciamine. Parigi, infatti, potrebbe riattivare una missione congelata tempo fa, chiedendo agli alleati di prendervi parte per la messa in sicurezza di Hormuz. Un modo anche per placare la pressione della Casa Bianca.
Tutto è in movimento. Il nuovo attacco che Trump ha riservato a Meloni rende d’altra parte la mossa quasi obbligata: se gli americani non la riconoscono più come «l’amica Giorgia», non resta che volgere lo sguardo verso Parigi e Berlino. Anzi, prima a Berlino e poi a Parigi: la decisione di partecipare in presenza alla riunione
di Macron e non limitarsi al video-collegamento, infatti, nasce dal confronto con il Cancelliere tedesco. E su Hormuz l’Italia intende muoversi all’unisono con Merz.
È un equilibrio delicatissimo, quello con gli Usa. Non si può rinnegare una relazione definita a lungo speciale, tanto da portare Meloni — unica tra i leader occidentali — all’Inauguration day di Washington nel gennaio 2025. I segnali alla Casa Bianca vanno quindi dosati con cura. Ieri, per dire, Antonio Tajani ha specificato che non si tratta di «crisi, ma di divergenza di opinioni». Matteo Salvini, invece, arriva addirittura a ironizzare sul tycoon: «La guerra, stando a Trump, è già finita parecchie volte, e non è ancora finita…».
Di certo, Meloni in conferenza stampa con Volodymyr Zelensky lancia segnali distensivi, invocando l’unità transatlantica. Che è poi la ragione per cui a Palazzo Chigi non si esclude che si tenga presto, si spera molto presto, una telefonata con il presidente Usa
(da agenzie)

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