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“TRUMP NON SA COSA VUOLE, NON SI CAMBIA UN REGIME CON LE BOMBE”: L’EX DIRETTORE DELLA CIA ED EX SEGRETARIO DELLA DIFESA USA LEON PANETTA AVVERTE SUI RISCHI DELLA GUERRA CON L’IRAN

Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile

“CI ASPETTIAMO QUATTRO O CINQUE SETTIMANE DI BOMBARDAMENTI. MA QUAL E’ L’OBIETTIVO? HANNO LAVORATO PER CERCARE DI COSTRUIRE UNA OPPOSIZIONE INTERNA ALL’IRAN? NON SO LA RISPOSTA. NON SONO SICURO CHE L’AMMINISTRAZIONE ABBIA PIANI CHIARI SU QUESTA GUERRA CHE POTREBBE ANCHE PORTARE ALL’ESCALATION. PER ESEMPIO, ALL’IMPROVVISO, IL PAKISTAN PUO’ DECIDIRE CHE È IL MOMENTO PER INVADERE L’AFGHANISTAN”

«Il presidente ha detto: ci aspettiamo quattro o cinque settimane di bombardamenti, con la speranza che alla fine questo cambierà il regime e il popolo dell’Iran sarà in grado di sollevarsi e di sviluppare un governo migliore in futuro
Questa è la speranza. Il problema è che non abbiamo buoni precedenti di cambio di regime e di nation building. E abbiamo imparato che non puoi aprirti la strada al cambio di regime con le bombe. (…) Perciò quello che mi preoccupa è: qual è l’obiettivo? E abbiamo una strategia per raggiungerlo e chiudere la partita? Quando schieri i tuoi uomini e donne in uniforme sulla linea del pericolo, devi loro una spiegazione chiara. Ma non sono sicuro che l’amministrazione abbia piani chiari su questa guerra», dice al Corriere Leon Panetta, ex direttore della Cia ed ex segretario della Difesa degli Stati Uniti.
Trump ha parlato di munizioni illimitate, è così?
«Non c’è dubbio che in passato ci sono stati problemi di catene di approvvigionamento militari. L’abbiamo visto nella fornitura di ulteriori armi all’Ucraina, La realtà è che ci sono limiti al numero di missili, di capacità di difese aeree degli Stati Uniti anche se siamo un esercito forte e abbiamo ovviamente un enorme supporto industriale. Ma alla fine nessun paese è completamente pronto per
una ampia guerra regionale, ovvero ciò in cui siamo coinvolti ora. È una guerra che copre il Medio Oriente e 4-5 settimane di continui attacchi richiedono logistica, mobilizzazione, e non ho dubbi che le nostre forze sono tese al massimo».
Quanto può durare?
«Spero che che non duri più di 4-5 settimane perchè penso che se il regime resta al potere con una nuova leadership sarà molto difficile produrre il tipo di cambiamento che vuole il presidente. La speranza a quel punto sarebbe probabilmente che chiunque il regime nomini come nuovi leader siano pronti a impegnarsi in negoziati che possano risolvere la guerra».
Il presidente non ha escluso l’invio di truppe di terra. Molti sono scettici che mandi soldati americani, qualcuno parla dei curdi.
«No sarei molto sorpreso se decidesse all’improvviso di mandare le truppe sul terreno in una invasione su larga scala dell’Iran. (…)
La Cia ha contribuito a localizzare Khamenei, ma sta lavorando localmente per supportare un’alternativa al regime?
«Dovrebbero. Diciamo così: sarei sorpreso se non stesse accadendo, ma d’atra parte è difficile dire esattamene cosa sta succedendo. Avrebbe senso avere la Cia e il Mossad operativi dentro l’Iran in per cercare di sviluppare non solo una leadership ma una organizzazione che possa essere stabilita se il regime dovesse crollare».
E quale fu la conclusione allora?
«Lavoravamo strettamente con Israele, che ha un’ottima intelligence sull’Iran, probabilmente migliore di quella americana, abbiamo visto come sono stati in grado di prendere di mira i leader e uccidere la Guida suprema. Ma la domanda è: hanno lavorato per cercare di costruire una opposizione interna all’Iran? Non so la risposta».
Trump ha detto che ha attaccato perché si attendeva un attacco preventivo dall’Iran.
«Hanno detto di operare sulla base della possibilità di una minaccia imminente, ma nel briefing del Pentagono al Campidoglio hanno detto che non c’era minaccia imminente. Dubito fortemente che l’Iran avrebbe condotto un attacco preventivo, penso che quello che è successo molto francamente è che quando l’intelligence ha mostrato che c’era una opportunità di colpire i leader inclusa la Guida suprema, il presidente ha deciso che era un obiettivo importante da perseguire e penso che questo abbia portato agli attacchi».
Lei si aspetta che questa guerra si espanda?
«Abbiamo per le mani una guerra mediorientale, che coinvolge tutti i paesi arabi, che ha portato a una direttiva a tutti gli americani in quelle aree di andarsene. E questo vi dice qualcosa: che siamo di fronte a un conflitto regionale che potrete anche portare all’escalation. Eventi come questo a volte escono fuori controllo e portano a guerre più ampie».
Che genere di escalation?
«Per esempio all’improvviso il Pakistan decide che è un buon momento per invadere l’Afghanistan, altri paesi che decidono che è un buon momento per approfittare… perché l’attenzione del mondo è distratta da quello che sta accadendo in Medio Oriente».
(da Il Corriere della Sera)

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LA BIENNALE DEL MELONIANO BUTTAFUOCO RIAPRE LE PORTE ALLA RUSSIA: DOPO DUE EDIZIONI SEGNATE DALL’ASSENZA IN SEGUITO ALL’INVASIONE DELL’UCRAINA, MOSCA SARÀ DI NUOVO ALLA MOSTRA

Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile

IL PARADOSSO CHE NELL’ITALIA GOVERNATA DALLA SOVRANISTA MELONI, ALLA BIENNALE CI SARANNO I RUSSI MA NON GLI ARTISTI ITALIANI

La Russia riapre il suo padiglione alla Biennale Arte a Venezia. Dopo due edizioni segnate dall’assenza in seguito all’invasione dell’Ucraina – nel 2024 lo spazio ai Giardini era stato “prestato” alla Bolivia – il Paese tornerà in vista dell’edizione numero 61, che si svolgerà da sabato 9 maggio a domenica 22 novembre.
La conferma è arrivata da Mikhail Shvydkoy, delegato russo per gli scambi culturali internazionali ed ex ministro della Cultura, come anticipato da ArtNews. Nel 2022, a pochi giorni dall’apertura della rassegna, gli artisti Kirill Savchenkov e Alexandra Sukhareva con il curatore lituano Raimundas Malašauskas si erano volontariamente ritirati dalla manifestazione. «Non c’è posto per l’arte», aveva detto a Repubblica Savchenkov.
Il nuovo progetto espositivo, intitolato L’albero è radicato nel cielo, coinvolgerà oltre 50 tra musicisti, poeti e filosofi provenienti dalla Russia, ma anche da Argentina, Brasile, Mali e Messico. Si parla di un “festival musicale” per valorizzare pratiche artistiche lontane dai grandi centri culturali. La politica apparentemente resterà fuori. Le polemiche forse no.
(da Repubblica)

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SEDOTTA E ABBANDONATA DALL’AMICO TRUMP NEI GIORNI DELLA GUERRA DEL GOLFO, E DOPO AVER DIVORZIATO DAI PARTNER EUROPEI, GIORGIA MELONI RIFILA AI MEDIA (COMPIACENTI) UNA BARZELLETTA: “NESSUN PREMIER EUROPEO È STATO AVVERTITO DELLA GUERRA NEL GOLFO”

Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile

DA PARTE LORO, I MINISTRI NEL CENTRO-DESTRA, COME BUONI SOLDATINI, MARCIANO “A PASSO ROMANO” INSIEME ALLA CONDUCTORA CANTANDO IL NUOVO INNO IN VOGA AL COLLE OPPIO: “MA CHE CE FREGA, MA CHE CE IMPORTA…” SE AL REFERENDUM VINCE IL “NO”

Nella stagione del ritorno (in maschera) del Ventennio fascista impressa al suo governo dalla Evita della Garbatella, è tornato in auge anche lo storico “Me ne frego”. Sì, quello pronunciato da Mussolini nel 1921. Lei, insomma, “tira dritto” in nome del popolo italiano per zittire gli avversari.
Dimentica che il suo partito, “Camerati d’Italia”, l’ha votato appena il 26% sulla metà degli italiani andati alle urne. “E chi se ne frega”, replica Giorgia Meloni dal fatidico balconcino di Palazzo Chigi. Certo, non siamo a piazza Venezia, ma davanti alla Galleria “Alberto Sordi” dove non si celebrano adunate oceaniche. Anzi.
Le sue sortite ormai provocano ilarità come le battute di Albertone nei panni del Marchese del Grillo.
Sedotta e abbandonata dall’amico Trump nei giorni del “Ruggito del Leone” nella guerra del Golfo, e dopo aver divorziato dai partner del Vecchio continente, rifila ai media (compiacenti) più che una fake news, una barzelletta: “Nessun premier europeo è stato avvertito della guerra nel Golfo”
Da parte loro, i ministri nel centro-destra, come buoni soldatini, marciano “a passo romano” insieme alla conductora cantando il nuovo inno in voga al Colle Oppio: “Ma che ce frega, ma che ce importa…” se al referendum vince il “No”.
Un esercito di sbandati, con il ministro della Difesa, Guido Crosetto, che ci ricorda gli eroi delle “Guerre Pacioccone” che disegnava il cronista grafico delle nostre miserie morali, Attalo (Gioacchino Colizzi) sulle riviste satiriche che si stampavano a Roma negli anni Trenta (“Asino”, “Marco Aurelio”, il “Travaso”).
Nel giro di poche ore il “Me ne frego” del Mascella è risuonato nelle parole del ministro degli Interni, Matteo Piandedosi, dopo il viaggio in elicottero per trasportare il paroliere-totem (e consorte) da Sanremo-Festival a Roma per la festa dei pompieri. Ma non bastava posticipare la sua premiazione all’Ariston? Ah, saperlo.
“Mogol è un monumento nazionale, polemiche strumentali”, tuona il responsabile del Viminate, con il suo: “Me ne frego” sul rispetto delle regole sui mezzi di Stato. Saluti, allora, al Rapetti-Garibaldi dei vigili del fuoco con il suo “canto libero…” cantato dal Battisti profetico, “vola sulle accuse della gente, e a tutti i suoi retaggi indifferente”.
Già, corsi e ricorsi. “Siamo qui con Craxi i suoi cari…”, si lascio sfuggire Andreotti dopo un viaggio in Cina di Craxi con parenti e amici.
Un volo in elicottero da Vasto a Roma per assistere alla partita dei giallorossi stroncò la carriera del ministro Gaspari. Allora la destra in Parlamento reclamava le sue dimissioni. Oggi i suoi membri di governo, “la zavorra” secondo gli stessi amici di partito, vengono medagliati.
Già, “marciare e non marcire” è il motto dell’’Armata Branca Meloni degli impresentabili: Santanchè, Sangiuliano, Lollobrigida, Nordio, Salvini, Musumeci, Urso, Giuli…
(da Dagoreport)

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EQUILIBRISTA E SOVRANISTA, MELONI HA ISOLATO L’ITALIA

Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile

LE OSPITATE ALLA CASA BIANCA NON HANNO PRODOTTO ALCUN RISULTATO, TRUMP LA SNOBBA E IN EUROPA NON LA CONSIDERANO

L’Italia è rimasta sola. Purtroppo. Oppure finalmente e inevitabilmente. Il sovranismo equilibrista di Giorgia Meloni ha, forse, con il suo incessante turismo politico tradotto in un grosso portfolio di foto, reso l’Italia più visibile nel mondo. Sicuramente, non l’ha resa più influente politicamente.
Di per sé, infatti, il sovranismo significa contare sulle proprie forze perseguendo prioritariamente, per lo più esclusivamente, gli interessi nazionali. Il presidente Trump, sovranista in chief, può permettersi lo slogan/progetto Make America Great Again, ma quand’anche conseguisse l’obiettivo, non riuscirebbe a imporre nessuna riguadagnata egemonia politica e meno che mai culturale.
L’arroganza del vice presidente J.D. Vance nei confronti dell’Europa e le più sottili critiche del segretario di Stato Marco Rubio sono soltanto servite a ricompattare gli europei spingendoli a prendere atto che le relazioni con gli Usa sono profondamente, forse, irreversibilmente, cambiate. Le ripetute ospitate alla Casa Bianca, coronate da sorrisi, elogi, foto, della pontiera Meloni non hanno prodotto nessun risultato concreto. Trump tratta Meloni e il suo governo con la stessa noncuranza che riserva agli altri capi di governo europei, con totale disinteresse. Non sarà Meloni a ricucire rapporti lacerati, ma neppure Viktor Orbán che, sovranista e trumpiano furbetto, non è proprio una buona compagnia per il capo del governo italiano.
Di compagni in Europa è oramai accertato che in questa delicatissima e gravissima fase politica, Meloni e la sua Italia non ne hanno. Fuori dalle consultazioni e dalle intese fra Francia, Germania e Gran Bretagna (E3), con un ruolo molto marginale fra i volenterosi, pur continuando nel doveroso sostegno all’Ucraina, totalmente esclusa dal gruppo degli otto paesi che, coordinati dal Presidente francese Emmanuel Macron, parteciperanno al progetto di “deterrenza nucleare avanzata”. Al netto delle antipatie personali, nell’assenza dell’Italia hanno sicuramente contato anche le ripetute dichiarazioni di Meloni che svelano che il suo asserito ponte è fortemente squilibrato a favore del presidente Trump.
Non è chiaro se all’interno del governo Meloni ci sia consapevolezza che è in corso un cambiamento epocale che richiede molto di più di qualche, peraltro non semplice, dichiarazione, magari condivisa anche dai due vice presidenti del Consiglio le cui posizioni definirei “diversamente ambigue” anche se opportunisticamente di volta in volta convergono con quanto afferma Giorgia Meloni.
Finora la presidente del Consiglio si è rivelata molto abile nel ridefinire in modo flessibile e soffice il suo originario sovranismo. In questi giorni, appare in maniera evidente che è indispensabile un salto di qualità degli europei e dell’Unione Europea in quanto tale. Confinarsi, come Meloni ha spesso fatto, a qualche critica, suggerendo cautela, oppure prendere qualche distanza impedendo decisioni importanti come l’abolizione del voto all’unanimità, indebolisce le capacità e schiaccia le potenzialità dell’Unione senza in nessun modo fare avanzare un progetto alternativo.
Chiaro è che il governo italiano non ha nessun progetto alternativo a quello federale come espresso nel Rapporto Draghi e nelle sue successive interpretazioni che costituiscono una sfida prima di tutto alla Commissione e alla sua cauta, incerta e insicura presidente von der Leyen, ma anche all’Italia. Non sarà dal pensiero sovranista che guarda indietro per cercare di riappropriarsi della sovranità perduta che verrà la soluzione. Quella sovranità non è stata perduta, ma consapevolmente ceduta per meglio esercitarla in condivisione con gli altri Stati-membri dell’Unione Europea.
Non è proprio il caso di rifugiarsi nella retorica inneggiando alla necessità di un pensiero lungo. Abbiamo bisogno adesso e subito di un pensiero convintamente compiutamente europeista. Sappiamo che non potrà venire dal governo Meloni.
(da Domani)

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DUBAI, ORA SI SCOPRE CHE CROSETTO ERA A DUBAI DA UNA SETTIMANA: I TRUCCHETTI DEL MINISTRO SULLA VACANZA

Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile

IL VIAGGIO ORGANIZZATO CON LA CHIUSURA DELLA SCUOLA PRIVATA DEI FIGLI… LA SCORTA DEI CARABINIERI NON CONOSCEVA LA DESTINAZIONE

Dal 23 al 27 febbraio gli studenti di un esclusivo istituto privato nel cuore romano hanno fatto vacanza. «Winter break» viene chiamata la sospensione delle lezioni da chi frequenta la rinomata scuola cattolica romana. Tra loro ci sono anche i due figli del ministro della Difesa Guido Crosetto e dell’imprenditrice Gaia Saponaro.
Cosa fare nei giorni senza compiti da svolgere e verifiche da sostenere? I Crosetto hanno optato per un viaggio negli Emirati Arabi Uniti e più precisamente a Dubai. E diverse fonti contattate da Domani confermano che alcune famiglie della prestigiosa scuola si sono organizzate per trascorrere insieme il meritato break di fine inverno
Quel pazzo venerdì
Partenza all’estero non il venerdì 27 (come dato per scontato dai media dopo che che il meloniano aveva dichiarato di essere salito su un aereo di linea «venerdì»), ma una settimana prima. Un viaggio programmato su cui il capo del dicastero di via XX settembre avrebbe avuto delle iniziali riserve, poi superate per accontentare consorte e prole. Solo alla domanda sul giorno esatto della partenza (venerdì 20 febbraio?) il ministero non risponde.
Ma è un fatto che il ministro (che non ha smentito Il Post, che già aveva parlato di una trasferta più lunga) giovedì 26 fosse assente al Consiglio dei ministri, senza che Meloni e i colleghi sapessero dove fosse.
Dopo il rientro di Crosetto con un aereo dell’Aeronautica, ieri fa sono tornati in Italia anche i suoi familiari con un charter partito dall’Oman che ha riportato indietro altri connazionali, in tutto 127.
«Noi siamo ancora qui, aspetti è arrivato un altro avviso di possibile missile», racconta un imprenditore italiano, bloccato con la famiglia a Dubai. Il manager ha fatto scalo con i congiunti negli Emirati Arabi Uniti, ma non è tornato con il charter che ha riportato indietro i primi italiani. Perché? «Perché fino a qualche giorno fa dal ministero degli Esteri sconsigliavano di andare a Muscat. Noi non siamo stati mai chiamati da nessuno e sono qui anche con mio figlio, leggo che la priorità sono le famiglie con bambini. Detto questo per tornare bisogna organizzarsi da soli e affidarsi ad agenzie. Poi bisogna sperare parta. Al momento siamo abbandonati», conclude. Anche altre famiglie e imprenditori presenti sul posto raccontano la stessa esperienza.
Il viaggio
A ogni modo è questa – il viaggio organizzato con la famiglia e un gruppo di amici della stessa scuola privata – la prima motivazione della trasferta del fondatore di Fratelli d’Italia, che prima di ammettere di aver organizzato delle banalissime ferie aveva spiegato – tramite il suo staff – di essere volato negli Emirati a recuperare la famiglia in pericolo.
Versioni cambiate e precisazioni a catena che hanno ammantato il viaggio di mistero e fatto scattare la polemica politica.
Il giallo, mischiato a uno scenario geopolitico critico, alla fine l’ha travolto. Anche perché le ferie in famiglia non sono state l’unico motivo della trasferta: in quella settimana il ministro ha incontrato venerdì 27 l’ambasciatore italiano Lorenzo Fanara (fosse arrivato proprio quel giorno per salvare la famiglia, organizzare una cena istituzionale al volo non sarebbe forse stata una priorità), e avrebbe incontrato il ministro della Difesa emiratino, che però ha dato notizia del vertice solo 48 ore dopo, quando il caso era già scoppiato. A Dubai c’era l’imprenditore e amico Giancarlo Innocenzi Botti.
Senza scorta
Proprio a pasticcio combinato, Crosetto ha peggiorato la situazione parlando di «impegni istituzionali improvvisi» inseriti nel corso del viaggio.
Una toppa che però è peggio del buco. Com’è stato possibile che il ministro si sia allora mosso senza scorta? Il ministero ha avvertito le autorità locali della sua presenza in loco?
Il protocollo generale prevede che la scorta avvisi, in caso di rinuncia alla “protezione”, la forza di polizia di appartenenza – in questo caso, invece, si tratta dei carabinieri interni al gabinetto – e che quest’ultima inoltri una relazione alla prefettura.
Tutto questo è avvenuto? A Domani risulta che i carabinieri non conoscessero la destinazione di viaggio del ministro. Davanti agli interrogativi, il ministero ha fatto sapere che «la scorta, salvo in casi eccezionali, non segue all’estero l’autorità». Tutto sotto controllo, quindi. Compresa l’incolumità dei passeggeri che hanno viaggiato col ministro.
Ed è proprio sulla data di partenza che il ministero non risponde a Domani. Le opposizioni pretendono che la premier riferisca in aula. Il Copasir, nel frattempo, sentirà mercoledì il capo dell’Aise Giovanni Caravelli per discutere degli scenari di guerra. Non è escluso che qualcuno a Caravelli chieda perché l’intelligence non fosse informata del viaggio. Un mero viaggio di piacere in cui, a parafrasare la presidente del Consiglio, Crosetto «non ha mai smesso di lavorare». E che di sicuro sarà difficile dimenticare.
(da Domani)

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QUELLI CHE HANNO CAPITO TUTTO

Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile

STANNO CON TRUMP IN MOME DI UN OCCIDENTE CHE STA AL PRESENTE COME IL VOLO DI LINDBERG STA AI DRONI

Vedo Daniele Capezzone in un talk show, scopro che adesso fa il direttore del Tempo (le notizie da Roma mi arrivano con anni di ritardo, avevo perduto nozione e di Capezzone e del Tempo) e penso: meno male che, in questo caos fiammeggiante, ci sono quelli che hanno tutto sotto controllo e te lo spiegano con un sorriso vagamente irridente per gli scemi, come me, che non hanno capito niente.
Sembra che abbiano una pomata ignifuga sulla faccia, quelli che hanno capito tutto: mica si scottano. La guerra, per loro, è uno sporco lavoro che qualcuno deve pur fare. Inutile frignare, basta aspettare che il geniale piano Furia Epica, tempo qualche giorno, riporti la libertà nel mondo.
Stanno con Trump nel nome di un Occidente che sta al presente quanto il volo di Lindberg sta ai droni. Per loro non è cambiato nulla, è come se la seconda guerra mondiale fosse appena finita e aspettano che gli americani, a noi paisà, lancino sigarette e cioccolata dai carrarmati.
Il mondo capezzonico è diviso così: ci sono i cattivi, gli incivili, i terroristi, e poi ci sono i buoni, i civili, i liberatori. E per i buoni, i civili, i liberatori, ogni violenza, ogni sopruso, ogni invasione è lecita perché commessi in rappresentanza del Bene e
contro il Male. Pensiero chiesastico, il Bene e il Male, che in bocca ai laici suona doppiamente desolante.
È uno schemino binario che sarebbe di straordinaria pochezza perfino se fosse davvero interesse degli europei fare il codazzo muto e impotente di un’America ostile a chiunque non sia l’America. Che l’orribile regime di Teheran cada non è purtroppo imminente. Nel frattempo, dà sollievo scoprire che almeno Capezzone è contento.
(da repubblica.it)

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IL “NOBEL DELLA PACE” CHE HA BOMBARDATO 7 PAESI IN 13 MESI

Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile

IL FINTO PACIFISTA PASSATO DA “PRIMA L’AMERICA” A “PRIMA LA GUERRA”

«Non inizierò guerre, le fermerò», dichiara Donald Trump il giorno della sua elezione nel discorso di vittoria al Palm Beach Convention Center. È passato poco più di un anno dall’inizio del secondo mandato, vediamo come ha mantenuto la solenne promessa.
Somalia – 1 Febbraio 2025: Tornato alla Casa Bianca da appena due settimane Trump ordina un attacco militare contro una base Isis in Somalia, nella zona montuosa di Al Miskad, usata come nascondiglio dai militanti: «Questa mattina ho ordinato attacchi aerei militari di precisione contro un comandante di Isis in Somalia – scrive Trump sul social Truth –. Questi assassini, che abbiamo trovato nascosti nelle caverne, hanno minacciato gli Stati Uniti e i nostri alleati». Nel corso dell’anno gli attacchi in Somalia contro Isis e al-Shabaab, gruppo jihadista affiliato ad al-Qaeda, saranno 168, cifra che supera il totale delle incursioni durante le amministrazioni di George W. Bush, Barack Obama e Joe Biden messe insieme (Qui).
Iraq – 13 Marzo 2025: Nei primi giorni di marzo il timore di una possibile recessione causata dai dazi di Trump fa crollare le borse. I media parlano di Trumprecession. Il 10 marzo è un lunedì nero: il Nasdaq brucia 1.000 miliardi e chiude la giornata con un calo del 5 per cento, la perdita maggiore in due anni e mezzo. Il 13 marzo Trump ordina l’uccisione di Abdallah Makki Muslih al-Rifai, un comandante di alto profilo dell’Isis in un attacco nella provincia irachena di al-Anbar: «La sua miserabile vita è stata interrotta, insieme a quella di un altro membro dell’Isis, in coordinamento con il governo iracheno e il governo regionale curdo», scrive Trump in un post sui social media.
Yemen – Marzo-Maggio 2025: Il 15 marzo partono i raid contro gli Houthi. Per settimane il Pentagono colpisce con decine di azioni navali e aeree le installazioni degli Houthi filoiraniani nello Yemen, distruggendo infrastrutture e uccidendo decine di civili. Lo scopo è fermare gli attacchi alle navi nel Mar Rosso. A maggio, grazie alla mediazione dell’Oman, le incursioni cessano. A giugno Human Rights Watch segnala che un attacco statunitense al porto di Ras Isa a Al-Ḥudayda ad aprile ha ucciso più di 80 civili e dovrebbe essere indagato come crimini di guerra (Qui).
Iran – 22 Giugno 2025: Mentre negli Usa sono in corso manifestazioni in oltre 1.500 città contro la deriva autoritaria del presidente, ed esplodono movimenti come il «No Kings Movement» , il 22 giugno Trump lancia «Midnight Hammer» (Martello di mezzanotte), l’operazione militare di aeronautica e marina contro i siti nucleari in Iran. Bombardieri B-2 e sottomarini carichi di missili Tomahawk prendono di mira l’impianto di arricchimento dell’uranio di Fordow, l’impianto nucleare di Natanz e il centro di tecnologia nucleare di Esfahan. Trump dichiara all’Aia al summit Nato: «Siti nucleari iraniani annientati, credo sia un annientamento totale»(Qui). È il primo attacco diretto degli Stati Uniti sul territorio iraniano dal 1988.
Mar dei Caraibi – 2 Settembre 2025. Due settimane dopo l’incontro tra Donald Trump e Vladimir Putin in Alaska e le polemiche nate attorno alla strategia proposta per chiudere la guerra in Ucraina (praticamente una resa per Kiev), gli Stati Uniti avviano offensive mirate contro il traffico di droga venezuelano. Il 2 settembre Trump ordina l’affondamento della prima imbarcazione nel Mar dei Caraibi, muoiono 11 uomini (Qui), definiti dal presidente Usa «narcoterroristi»(Qui). Nel corso dei mesi successivi seguono altri attacchi e sale la
pressione sul Venezuela di Nicolás Maduro, accusato di essere complice del contrabbando di droga.
Siria – 19 dicembre 2025. In seguito a un attacco in cui muoiono due soldati statunitensi e un traduttore nella città di Palmyra, Trump ordina un blitz contro lo Stato islamico. Centcom, il Comando centrale americano, annuncia di aver colpito oltre 70 obiettivi. Trump sui social conferma che gli Stati Uniti stanno «infliggendo una ritorsione molto seria, come promesso, ai terroristi assassini».
Nigeria – 25 dicembre 2025. Nel giorno di Natale Trump lancia attacchi aerei contro basi dell’Isis nello stato di Sokoto, Nigeria. Il presidente giustifica l’operazione come vendetta per le uccisioni di cristiani: «Sotto la mia guida, il nostro Paese non permetterà al terrorismo islamico radicale di prosperare. Che Dio benedica il nostro esercito e BUON NATALE a tutti, compresi i terroristi morti, che saranno molti di più se il loro massacro di cristiani continuerà».
Venezuela – 2 gennaio 2026. Il nuovo annoinizia con «Absolute Resolve»: 150 aerei delle forze armate Usa bombardano il nord del Paese, assicurando copertura agli agenti della Cia. Dopo il blitz, in cui muoiono 80 persone tra militari e civili venezuelani e cubani, il presidente venezuelano Nicolas Maduro viene catturato e trasferito nel Metropolitan Detention Center di Brooklyn, a New York. Dall’Air Force One Trump commenta: «Siamo noi ad avere il controllo in Venezuela». E poi minaccia Colombia, Messico e Cuba, evocando la possibilità di future operazioni militari nella regione.
Iran 28 febbraio 2026 – Una settimana dopo la sentenza della Corte Suprema contro i dazi, per la quale il presidente non aveva l’autorità legale di imporli senza l’approvazione del Congresso (Qui), e infuria il caso Epstein che lambisce sempre di più Trump (Qui), gli Stati Uniti lanciano un imponente attacco preventivo, congiunto con Israele, contro l’Iran. In un videomessaggio trasmesso alle 2:30 del mattino, poco dopo l’inizio dei bombardamenti, Trump afferma che l’Iran rappresenta una «minaccia imminente» e chiede il rovesciamento del governo. L’Operazione «Furia epica» porta all’uccisione dell’ayatollah Khamenei e 7 suoi alti funzionari. Nei bombardamenti è rasa al suolo la scuola primaria Shajaba Tayyiba. Dentro c’erano 180 bambine. Ad oggi le vittime civili sono centinaia, e tutto il Medio Oriente si è infiammato.
Nessuna operazione di questo lungo elenco è passata dall’autorizzazione del Congresso degli Stati Uniti, nonostante la Costituzione attribuisca proprio al Congresso – e non al presidente – il potere dell’uso della forza contro un altro Stato sovrano.
Il falso mediatore
Durante il suo primo anno di mandato, Donald Trump si è vantato di aver fermato otto guerre e di meritare il Premio Nobel per la Pace. Falso: è già stato documentalmente smentito (vedi dataroom del 29 settembre 2025). L’unico accordo che ha in effetti contribuitoa concludere è stato quello per fermare i bombardamenti israeliani su Gaza. Dove però l’esercito israeliano continua quotidianamente a sparare sulla popolazione palestinese.
Milena Gabanelli e Francesco Tortora
(da corriere.it)

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BOMBE,TENDE E CAPPELLINI

Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile

I SEDICENTI “CAPI DEL MONDO LIBERO” DEDITI AL CRIMINE

È tutta la vita che vedo presidenti americani dichiarare guerra a qualcuno. Li ricordo ergersi solenni davanti al loro piccolo podio comprensivo di «gobbo» per ammonire e condannare iracheni, nicaraguensi, serbi, libici, russi, afghani. Potevano essere disinvolti come Reagan, seduttivi come Clinton, rigidi come Bush senior, impacciati come Bush junior, onirici come Obama o svampiti come l’ultimo Biden. Ma alla fine erano sempre la stessa persona: the President of the United States. Ad accomunarli era la gravitas imposta dal ruolo di «capo del mondo libero», qualunque cosa voglia ancora dire questa espressione che continua a risuonarci dentro fin dall’infanzia.
Adesso, invece, c’è Gengis Trump. Uno che ha dichiarato guerra agli ayatollah indossando un cappellino da baseball. E che mentre parla di distruzione e di morti, anche americani, oppure inveisce contro nemici e alleati (ieri ha minacciato la Spagna, l’altro ieri l’Inghilterra, domani chissà) cambia improvvisamente discorso per magnificare il colore delle tende della nuova sala da ballo della Casa Bianca.
Qualcuno eccepirà che si tratta di formalismi di poco conto, rispetto al dramma in corso. Ma mi chiedo se questo abbruttimento dei rapporti tra persone e tra Stati non dipenda un po’ anche dall’aver smesso di dare importanza alle forme.
Un mondo dove le bombe e le tende riescono a stare nella stessa frase fa venir voglia di cercare una tenda che ci metta al riparo dalla bomba più devastante: quella umana.
(da corriere.it)

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CROSETTO E TAJANI: TOTO’ E PEPPINO ERANO MEGLIO

Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile

LA GITA PRIVATA A DUBAI DURANTE LO SCOPPIO DI UNA GUERRA DI CUI ERANO A CONOSCENZA IL MIO ELETTRAUTO, LA PORTIERA DEL CIVICO 9, IL RAGAZZO DEL BAR E OGNI BIPEDE SENZIENTE

Non si placa, purtroppo, la triste polemica sul ministro della Difesa italiano in gita privata a Dubai durante lo scoppio di una guerra di cui erano a conoscenza il mio elettrauto, la portiera del civico 9, il ragazzo del bar, tutte le cancellerie del mondo e quasi ogni bipede senziente. Non mi soffermerò su questo punto che è già stato sviscerato dai media con numerose varianti. C’è chi sostiene (Crosetto) di essere volato a Dubai per questioni di famiglia, e poi c’è chi sostiene (Crosetto) di aver avuto impegni istituzionali ad Abu Dhabi, suggerisco un confronto all’americana tra i due.
È comunque rassicurante sapere di avere un ministro della Difesa così informato da restare bloccato in aeroporto come un turista qualsiasi. E anche questo si è detto. Però, boh, vai a sapere se un ministro della Difesa può andare in giro qui e là senza dirlo a nessuno, né alla Farnesina, né ai servizi segreti. Infine, in una riunione al Senato che sembrava Hellzapoppin’, ha giocato la carta del cuore di padre, la mozione degli affetti che funziona sempre, infallibile.
Ma a un certo punto, dal dramma privato del ministro Crosetto si è passati al dramma nostro, di tutti noi, che è quello di avere come ministro degli Esteri Antonio Tajani, il quale, interrogato in proposito, è caduto dal pero, ha detto che lui della guerra è stato avvertito dopo, e che sta assistendo gli italiani bloccati a Dubai, ai quali consiglia di non avvicinarsi alle finestre se vedono dei droni. Il che – suppongo – è il massimo che Tajani possa fare, ma non nella situazione particolare, credo in generale e in assoluto.
La sensazione di sicurezza e fiducia – parlo da cittadino italiano – fornita dal combinato disposto di ministro della Difesa e ministro degli Esteri è inebriante almeno quanto il peso dell’Italia sulle questioni internazionali: forse tra poco sapremo delle Cinque Giornate di Milano o dell’attentato di Sarajevo, sempre che gli alleati si ricordino di avvisarci. Insomma, un paio di giorni fa, con la comparsa in scena di Tajani, la grande commedia italiana ha vinto ancora, e siamo passati da Mamma ho perso l’aereo a Totò e Peppino divisi a Berlino (1962, soggetto di Age e Scarpelli, per dire il genio), una storia di magliari e geopolitica. I nostri eroi vengono catturati a turno dagli americani, poi dai russi, poi addirittura dai cinesi, il tutto senza sapere né capire nulla della situazione, senza notizie, senza la minima consapevolezza di niente. E anche senza giornali che il giorno dopo chiedano proprio a loro, Totò e Peppino, analisi e riflessioni su una situazione con tutta evidenza a loro sconosciuta.
Sullo sfondo, giusto per metterci un po’ di cinepanettone, che non guasta mai, la Dubai degli influencer e dei sedicenti maghi della finanza, i cantori del qui-non-c’è-la-burocrazia e non-si-pagano-le-tasse, signora mia, di colpo incupiti per la situazione internazionale e per l’improvviso scarseggiare di crêpes al buffet della colazione. Tutti però ancora felici di vivere in una specie di Disneyland del Capitale.
Assistere a tutto questo mentre fuori – fuori dalla commedia, intendo – infuria una guerra di aggressione coloniale di Usa-Israele, è piuttosto spiazzante, ma bisogna anche considerare che lo si fa per liberare dal velo le donne iraniane, e si pensa di aiutarle bombardando una scuola piena di bambine, non fa una piega. Intanto, da qui, “monitoriamo la situazione”, che è la cosa che sappiamo fare meglio, sempre che Tajani e Crosetto riescano ad accendere un monitor.
(da ilfattoquotidiano.it)

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