Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile
LE QUESTIONI DA TENERE D’OCCHIO SONO TRE: 1) QUANTO CI VORRÀ PER NOMINARE LA NUOVA GUIDA SUPREMA? E CHI SARÀ?; 2) QUANTO POTRÀ RESISTERE L’IRAN? QUANTI MISSILI CI SONO ANCORA NELL’ARSENALE?; 3) QUANTO DURERANNO GLI EUROPEI CON IL BLOCCO DELLO STRETTO DI HORMUZ E UN’INFLAZIONE CHE SVUOTERÀ ANCORA DI PIÙ LE TASCHE DEI CITTADINI, GIÀ SVENATI DA QUATTRO ANNI DI GUERRA IN UCRAINA?
L’Iran non è il Venezuela, e non è nemmeno l’Iraq. È un Paese sterminato con 90 milioni di abitanti, e non basta ammazzare Khamenei per abbattere il regime teocratico nato dalla rivouzione del 1979.
Ci sono voluti solo due giorni a Trump per capirlo: costrettI da Netanyahu (con lo sventolìo di qualche Epstein file) a bombardare l’Iran, il tycoon e i suoi generali sanno bene che senza un intervento militare via terra, non ci sarà nessun regime change.
È improbabile che una dittatura religiosa così pervasiva e longeva come quella iraniana venga soppressa dalle bombe calate dall’alto
Lo ha scritto pure un neocon mai pentito come Giuliano Ferrara, non certo una vedova di Khamenei: “Una volta fissato e proclamato l’obiettivo del rovesciamento del potere rivoluzionario a Teheran, però, è evidente che o l’obiettivo viene acquisito con la più massiccia campagna aerea della nostra epoca oppure quel che resta del regime sarà in grado di esibire la sua sopravvivenza come una vittoria strategica sul piccolo e sul grande Satana”.
In questo caos di droni, contraeree, ambasciate colpite e minacce di terrorismo globale da parte dei pasdaran (non certo una novità: sono decenni che finanziano tutti i principali gruppi terroristi del mondo con la retorica della “resistenza”), sono tre i nodi principali che osservano analisti e osservatori.
1. La nomina della nuova Guida Suprema
Chi sarà il nuovo ayatollah-in-chief? Chiunque succeda a Khamenei, non potrà avere il carisma e l’aura del suo predecessore.
C’è poi un “problema” di tempi: il processo per eleggere un nuovo capo religioso sarà lungo, causa guerra. L’assemblea degli esperti che dovrà scegliere l’erede di Khamenei, infatti, è impossibilitata a riunirsi di persona, per via dei bombardamenti israelo-americani, e le prime consultazioni si starebbero tenendo da remoto (sotto il tiro degli hacker israeliani).
D’altro canto, finché non sarà nominata la Guida Suprema, non potrà essere intavolata alcuna trattativa con gli americani (trattativa che, peraltro, il ministro degli Esteri, Abbas Aragchi ha già smentito di voler aprire). Più dura l’impasse, più dura la guerra.
2. Quanto potrà resistere l’Iran?
La rappresaglia di Teheran ha sorpreso per la sua vastità: a differenza del giugno scorso, quando si concentrò su Israele e qualche base americana, infatti, l’Iran sta sparando tutti i suoi colpi contro tutte le monarchie del Golfo, alleate degli Stati Uniti.
Nell’arsenale dei pasdaran ci sarebbero più di 2000 missili capaci di raggiungere quei Paesi, a cui si aggiungono migliaia di droni kamikaze, di facile produzione e basso costo.
Almeno 1.500 tra missili terra-terra e droni kamikaze sono già stati lanciati. Quanti altri giorni potranno durare gli arsenali?
La scommessa di Tel Aviv e Washington, che conoscono bene l’Iran, è: pochi. Lo sperano anche nelle capitali del Golfo, dove invece non abbondano con i sistemi di difesa aerea Patriot e Thaad.
Scrive il “Wall Street Journal”: “Di solito, per abbattere un missile balistico servono due o ddirittura tre intercettori. Sebbene il numero esatto di intercettori schierati nella regione sia classificato, gli Emirati Arabi Uniti ne avrebbero ordinati meno di 1.000. Il Kuwait circa 500 e il Bahrein meno di 100
3. Hormuz
Come al solito, a pagare le conseguenze delle guerre saranno gli europei. Quanto potrà resistere il vecchio continente di fronte al blocco dello stretto di Hormuz, da dove passa il 20% del consumo mondiale di greggio?
Gli stati europei sono i più colpiti, essendo importatori netti di petrolio, mentre gli Usa se ne possono fregare, e approfittare: sono il primo produttore al mondo di olio nero
Italia, Francia, Germania, e gli altri, rischiano di vedere i prezzi dell’energia schizzare in alto (il gas ha già raggiunto 60 euro al Megawatt/ora, ai massimi dall’agosto 2022), con conseguenze nefaste sull’inflazione.
Questo non significa che non ci siano conseguenze interne negli Stati Uniti. Anzi: la guerra sta dilaniando il partito repubblicano, con gli esponenti “Maga” isolazionisti che ormai parlano apertamente di Trump come di un “traditore” al servizio di Israele. C’è una brutta aria in vista delle elezioni di midterm di novembre: solo il 27% degli americani approva la guerra all’Iran
Se la situazione per Trump si fa fosca, per Netanyahu, dietro le macerie dei palazzi sventrati dalle bombe israeliane, sta arrivando la luce: anche in Israele si vota a fine ottobre, e “Bibi” arriverà di volata, sull’onda lunga dell’eliminazione di Khamenei.
Netanyahu ha ottenuto la decapitazione dell’intera catena di comando iraniana, e, come Trump, si è appellato al “nobile” popolo dell’ex Persia per rovesciare il regime degli ayatollah.
E qui si torna alla vera questione, che Trump e il suo amico “Bibi” fingono di ignorare: un rovesciamento della teocrazia di Teheran è improbabile, quasi impossibile.
È vero che i giovani iraniani sognano un Paese dove le donne possano avere diritti e passeggiare in minigonna, dove poter bere, andare ai rave e dove gli omosessuali non vengano impiccati. Ma quanti sono questi sinceri democratici? Rappresentano il popolo o solo l’élite cittadina iraniana? È la solita “sineddoche” dell’Occidente, che confonde una parte con il tutto?
Le manifestazioni di piazza di dicembre e gennaio erano state le più partecipate di sempre anche perché, più dei ragazzi ansiosi di democrazia, sono scesi in corteo i commercianti dei bazar, tradizionalmente una delle colonne portanti del regime, e molto conservatori.
Ma quelli non erano interessati alla libertà, o alla caduta di Khamenei, piuttosto solo alla questione economica. E la maggior parte del popolo iraniano è religiosa, e in qualche modo fedele al regime.
Come nella Russia di Putin, non c’è un’opposizione strutturata, e un’eventuale colpo di stato, al massimo, lo potrebbero compiere solo le gerarchie militari, che però in Iran sono intrecciate con il fanatismo religioso (Pasdaran e Basij).
Ciò detto, sarebbe ingenuo pensare che le bombe sui capoccioni conturbanti degli ayatollah non siano state un colpo durissimo al regime. E lo è ancora di più, in prospettiva, la risposta degli stessi ayatollah, in versione “tutti contro uno”
Colpendo tutti i Paesi del Golfo, infatti, gli iraniani si stanno inimicando, per esempio, anche il Qatar, che insieme a Teheran ha finanziato e sostenuto i terroristi di Hamas negli ultimi anni, in funzione anti-israele.
Stanno facendo indispettire, soprattutto, l’Arabia Saudita, il nemico storico del regime iraniano, che negli ultimi tempi grazie alla mediazione della Cina si era riavvicinato a Teheran
Il principe ereditario saudita, Mohammed Bin Salman, potrebbe invece convincersi di nuovo a entrare negli Accordi di Abramo, che nel 2019 non aveva firmato, a differenza dei suoi “colleghi” emiratini e del Bahrein, e che erano stati accantonati
solo dopo l’attacco del 7 ottobre 2023 a Israele e il conseguente massacro a Gaza. Lo stesso Bin Salman, come ha riportato il “Washington Post”, che pubblicamente invitava alla descalation ma in privato telefonava a Trump per fare pressione e convincerlo ad attaccare Teheran.
Scriveva ieri sul “Foglio” Micol Flammini: “L’attacco dell’Iran contro i paesi del Golfo sancisce la nascita di una coalizione che fino a sabato non esisteva. Teheran l’ha creata, ha sparato su tutto il Golfo, attaccando simultaneamente paesi che non aveva mai etichettato come una minaccia al regime, ha tirato paesi neutrali al di fuori della loro neutralità, li ha messi tutti dalla stessa parte, contro se stesso. […] Ha reso infrangibili gli Accordi di Abramo già esistenti. Ha dato ragioni in più a chi continua a esplorare l’intesa da anni. Ha avvicinato chi non voleva sentirne neppure parlare”
Aggiunge Anna Momigliano sul “Corriere della Sera”: “Un piccolo miracolo diplomatico nel Golfo questa guerra l’ha già fatto: il riavvicinamento tra Arabia Saudita ed Emirati, che erano ai ferri corti e ora tornati alleati. Il collante è stata la rappresaglia degli iraniani che, attaccati da Usa e Israele, hanno risposto bombardando ogni Paese a portata del loro arsenale e percepito come amico dell’America. Lo choc non è arrivato dalla ritorsione in sé, ma dalla sua portata.
Nell’estate del 2025, Teheran aveva aspettato 18 ore prima di reagire e aveva concentrato i missili su Israele. A questo giro, ci ha messo 2 ore e hanno colpito dieci nazioni.
Non appena il primo missile è caduto su Dubai, Mbs ha telefonato al presidente degli Emirati, Mohamed bin Zayed Al Nahyan, e i due hanno rilasciato un comunicato congiunto condannando ‘l’escalation’.
Il giorno dopo, i Paesi arabi colpiti diffondono un’altra nota — insieme agli Usa, il Paese in guerra al fianco di Israele — denunciando ‘le azioni sconsiderate dell’Iran’”.
A proposito di Emirati. Bin Zaued era convinti di essere al sicuro, intoccabili. Il motivo? Dubai, una città stato diventata un porto franco per criminali, escort, influencer borderline e latitanti, si è ritagliata un posto anche nel cuore di mullah
iraniani: è un punto nevralgico per evitare, o meglio, aggirare le sanzioni americane.
Lì operano decine di società “intermedie”, bandite dagli Usa e dalla comunità internazionale occidentale, che “mediano” affari per conto di Teheran. Aver colpito i grattacieli di Dubai, per i pasdaran, è una mossa anomala: colpiscono anche i loro interessi e i loro quattrini. Perché farlo? È solo disperazione, o c’è una strategia? Chi rimane dalla parte dell’Iran?
C’è la Cina, certo, che in questi anni ha garantito supporto economico con gli acquisti di petrolio, e ideale con la lotta all’imperialismo americano (a cui contrapporre un imperialismo uguale e contrario, fatto di ricatti chiamati via della Seta e dumping fiscale, con l’aggravante della dittatura); c’è la Russia di Putin, che ha carpito da Teheran i segreti per i droni iraniani salvo poi iniziare a produrli da soli; c’è, soprattutto, il Pakistan, un Paese-canaglia governato da una dittatura militare con la bomba atomica, seppure a maggioranza sunnita
(da Dagoreport)
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Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile
QUASI IL 25% DEI GIOVANI COMPLESSATI È D’ACCORDO SUL FATTO CHE, SPESSO, LE ACCUSE DI VIOLENZA SIANO FALSE, IL 10,3% DEI RAGAZZI È CONVINTO CHE LE DONNE SERIE NON VENGONO VIOLENTATE . PIU’ DELLA META’ DEI GIOVANI REPUTA GIUSTO PROIBIRE ALLA PROPRIA FIDANZATA DI INDOSSARE ABITI SEXY
Molti ragazzi non stanno bene. Vivono un disagio sotterraneo che non riescono
ancora a gestire. Il segno di questa insicurezza è tracciato nelle loro storie sentimentali dove spesso scambiano la gelosia per prova d’amore.
Una ricerca dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo, realizzata su 2.001 residenti in Italia tra i 18 e i 34 anni, accende nuovi campanelli d’allarme. Solo il 47 per cento dei maschi considera «mai accettabile» controllare abitualmente il cellulare e i social della partner e vietarle di uscire con chi vuole. Come proibire
alla fidanzata o al fidanzato di vestirsi in un certo modo non è ammissibile soltanto per il 43,5% dei ragazzi contro il 73,7% delle ragazze.
L’indagine emerge nell’ebook, In nome di Giulia. Il coraggio di cambiare della Generazione Z — edito da Vita e Pensiero e scaricabile gratis da domani — a cura di Cristina Pasqualini, professoressa di Sociologia all’Università Cattolica di Milano. Più di 350 pagine riuniscono ricerche, interviste, pareri di esperti, oltre al lavoro degli studenti e delle studentesse di Sociologia della Cattolica.
Il risultato è una fotografia complessa di una generazione che si sente diversa da quelle passate, ma che conserva alcuni pregiudizi, molti legati alla violenza di genere. Ancora: solo il 37,7% del campione la considera un fenomeno molto diffuso (il 22,3% dei maschi contro il 50,1% delle femmine). Quasi il 25% dei giovani è molto e abbastanza d’accordo sul fatto che spesso le accuse di violenza siano false. Il 10,3% dei ragazzi e il 4,6% delle ragazze è convinto che le donne serie non vengono violentate.
Molti giovani si stanno interrogando su quello che possono fare per la parità di genere e l’emancipazione femminile. Il modello di maschio che non deve chiedere, né avere paura di niente ha portato gli uomini a una fragilità evidente. Ora in tanti si mettono in discussione». Pasqualini individua un punto di rottura nelle ragazze e nei ragazzi nati tra il 1996 e il 2010, la Generazione Zeta.
(da “Corriere della Sera”)
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Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile
NEGLI ULTIMI DIECI ANNI IL LICEO CLASSICO HA PERSO PIÙ DEL 15% DEGLI ISCRITTI E SI AVVIA A SCENDERE SOTTO IL 5%, CHE È CONSIDERATA UNA SOGLIA DI ALLERTA
Agli studenti italiani continua a piacere di più il liceo dell’istruzione tecnica: quest’anno il 55,88 per cento degli adolescenti alle prese con la scelta della scuola superiore ha optato per un percorso liceale, in linea con le percentuali del 2025.
Gli istituti tecnici perdono mezzo punto: a sceglierli è poco meno di uno studente su tre (30,84 per cento) mentre, dopo anni di crisi, si registra una leggera ripresa del percorso professionale che sale al 13,28 (+0,59 rispetto a un anno fa).
Si conferma la crisi dei licei tradizionali, a partire dal Classico (5,20 per cento) e dall’Artistico (3,95). Ma anche lo Scientifico, che pure può contare su percentuali a due cifre, scende dal 13,53 al 13,16 per cento; persino la versione light senza il latino (Scientifico delle scienze applicate) è in lieve flessione (9,75).
Quest’anno ad attrarre gli adolescenti italiani sono stati in particolare il liceo delle scienze umane che sfiora l’8 per cento delle scelte (+0,47 per cento) e l’opzione economico-sociale che sale al 4,55 (+0,24), a dispetto della concorrenza del nuovo liceo del Made in Italy, che si attesta allo 0,14 per cento.
Il sorpasso dei licei sulle scuole tecniche e professionali risale al 2014 e negli ultimi dieci anni il liceo classico ha perso più del 15 per cento degli iscritti (nel 2016 erano il 6,1 per cento) e si avvia a scendere sotto il 5 per cento che è considerata una soglia di allerta. Non a caso il ministro dell’Istruzione e del Merito ha istituito un tavolo di lavoro per cercare soluzioni per rilanciarlo.
Ma anche il liceo scientifico tradizionale, quello con il latino, ha perso quasi due punti e mezzo in dieci anni tallonato dall’opzione con l’informatica al posto del
latino che ormai sfiora il dieci per cento. Sono in crescita continua anche i licei delle scienze umane: l’opzione economico-sociale (quella con meno pedagogia, psicologia e filosofia, e più ore di diritto e economia) ha addirittura raddoppiato gli studenti.
La filiera degli istituti tecnici è sostanzialmente stabile rispetto al 2016 mentre gli istituti professionali sono scesi di oltre tre punti in dieci anni. Secondo il ministero il risultato più rilevante di quest’anno è quello della filiera 4+2 (percorso tecnico-professionale quadriennale più Its Academy): con 10.532 iscritti, è quasi raddoppiato rispetto allo scorso anno. «Il numero di istituti che si stanno dotando a livello nazionale di percorsi 4+2 è un segnale inequivocabile: la riforma, in linea con le migliori pratiche europee, offre una scelta all’altezza delle sfide del futuro, in grado di fare emergere i talenti e le inclinazioni di ogni studente e di offrire validi sbocchi occupazionali», ha dichiarato il ministro Giuseppe Valditara.
(da agenzie)
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Marzo 3rd, 2026 Riccardo Fucile
A ‘’DOMANI’’ RISULTA CHE NEGLI EMIRATI CROSETTO ABBIA INCONTRATO ANCHE L’AMICO ED EX SOCIO DEL SUO PRIMOGENITO, GIANCARLO INNOCENZI BOTTI …ALCUNE FONTI NEGLI EMIRATI IPOTIZZANO CHE NELLO STESSO ALBERGO ABBIA SOGGIORNATO ANCHE STEFANIA RANZATO, PROPRIETARIA DELLA DEAS, SOCIETÀ DI CYBERSICUREZZA CHE LAVORA CON LA MARINA MILITARE
«Ero a Dubai perché avevo deciso di concedermi un periodo di ferie». «Ero a Dubai anche
per incontri istituzionali». «Sono andato lì per mettere in salvo la mia famiglia in pericolo». «Sono andato lì perché non c’erano rischi».
Nelle ultime quarantott’ore Guido Crosetto ha cambiato più di una versione sul motivo della sua trasferta negli Emirati Arabi Uniti da cui è tornato, dopo essere rimasto bloccato a causa dell’attacco dell’Iran, domenica notte su un volo di Stato pagato cinquemila euro (ma i voli blu costano molto di più).
Troppi resoconti diversi, toppe che invece di chiarire i punti oscuri del viaggio hanno peggiorato il buco. Un pasticcio che sta imbarazzando Giorgia Meloni, tanto che nessun ministro, nessun leader di Fratelli d’Italia di cui il piemontese è fondatore, ha mostrato solidarietà piena per Crosetto: quando si tratta di proteggere dagli attacchi della stampa o dell’opposizione un esponente del partito, la Bestia social di Meloni sa essere martellante.
Meloni ha blandamente detto che «Crosetto non ha mai smesso di fare il suo lavoro» (ma il ministro non ha detto che era in ferie?) e persino il leader del Carroccio Matteo Salvini, che è intervenuto, l’ha fatto con grande cautela. «Mi fido dei miei colleghi e ho fiducia nel loro operato. So che ciascuno di noi sta dando il massimo, in un momento complicato».
Vacanze a Dubai
Crosetto, dopo aver detto che era lì per recuperare la famiglia, ha spiegato in un’intervista a Repubblica di avere avuto anche un incontro istituzionale ad Abu Dhabi. A Domani risulta che il numero uno della Difesa fosse negli Emirati non solo con moglie e figli (rientrati in Italia ieri), ma che abbia incontrato anche l’amico imprenditore ed ex socio del suo primogenito, Giancarlo Innocenzi Botti.
Alcune fonti negli Emirati ipotizzano che nello stesso albergo abbia soggiornato anche Stefania Ranzato, proprietaria della Deas, società specializzata in cybersicurezza che lavora con la Difesa, in particolare la Marina militare.
Ma dall’entourage di Crosetto smentiscono qualsiasi incontro con la donna e la stessa Ranzato, contattata da Domani sul cellulare, ha spiegato di non trovarsi a Dubai, ma nella Capitale «nel mio ufficio».
Al telefono fisso dell’ufficio, chiamato subito dopo, la segreteria ha detto però che l’imprenditrice non era in sede. «È all’estero?», «Non possiamo rispondere», la replica.
Altri interrogativi hanno invece a che fare con i servizi segreti italiani. Come mai non sarebbero stati avvertiti della partenza del ministro? La scorta è stata “seminata” dal meloniano che ha deciso di prendere un volo di linea?
Quanto pesano nella scelta i dissapori tra Crosetto e i vertici dell’intelligence, compreso il sottosegretario Alfredo Mantovano che ne ha la delega? «Ho valutato la partenza, e non da solo», ha detto il ministro durante l’informativa. Con chi l’ha fatto?
«Come ministro avrò sbagliato», il mea culpa di Crosetto sempre nel corso dell’informativa davanti alle commissioni di Camera e Senato. «Dimissioni subito», ribattono dall’opposizione.
(da Domani)
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Marzo 3rd, 2026 Riccardo Fucile
MA ANCHE CON I SERVIZI IL CLIMA È PESSIMO. IN AULA CROSETTO HA SPIEGATO DI AVERE VALUTATO “NON DA SOLO” IL VIAGGIO A DUBAI, LASCIANDO INTENDERE CHE L’INTELLIGENCE SAPEVA. MA GLI 007 NON AVEVANO ORGANIZZATO ALCUN SERVIZIO. E MAI AVREBBERO PERMESSO CHE POTESSE PARTIRE SENZA SCORTA
Quindici parole per raccontare un grande freddo. Giorgia Meloni si ritrova davanti alle telecamere del Tg5 e si limita a una frase secca per commentare la polemica nata dall’assenza del titolare della Difesa dall’Italia nelle ore successive all’attacco contro l’Iran. «Posso dirle — dice la premier — che il ministro Crosetto non ha mai smesso di fare il suo lavoro». Telegrafica.
Da tre giorni però a Palazzo Chigi il fastidio è evidente. L’irritazione nasce dall’effetto politico della vicenda — il ministro della Difesa a Dubai mentre
Washington colpisce Teheran — ma cresce con il susseguirsi delle spiegazioni, che cambiano e si sovrappongono.
La prima versione è netta: viaggio privato per riportare in Italia la famiglia. Una scelta personale, motivata dal timore che lo scenario mediorientale potesse precipitare. Da qui la partenza con un volo civile, senza missione ufficiale.
Poi emerge un secondo elemento che, in realtà, era stato già segnalato: un impegno istituzionale ad Abu Dhabi, un incontro con il ministro della Difesa emiratino, che avrebbe inciso sull’organizzazione della trasferta. È qui che le versioni iniziano a divergere.
Se la spedizione era esclusivamente familiare, perché inserire un vertice istituzionale? Se invece si trattava di una missione politica, perché non classificarla come tale, con comunicazioni formali e procedure adeguate?
La spiegazione che il ministro fornisce ai suoi è quella di «un viaggio familiare con parte istituzionale ma non segreto», fanno sapere a Repubblica, spiegando anche che il ministro aveva scelto un format privato perché voleva avere la libertà di stare con i suoi figli. Una circostanza che, visto «il suo modo di agire», non avrebbe potuto mantenere durante una missione istituzionale.
Ma questo tema apre un nodo rilevante sui protocolli. Gli spostamenti di un ministro della Difesa, soprattutto in aree sensibili, prevedono un’informativa preventiva ai Servizi, classificazione formale della missione, coordinamento con l’intelligence e con la Farnesina, valutazione aggiornata del rischio-Paese e l’attivazione di dispositivi di protezione adeguati.
In questo caso il ministro è partito su un volo di linea insieme a centinaia di passeggeri, esponendoli anche a un potenziale rischio. Non risultano missioni formalmente attivate né procedure rafforzate.
E qui arriviamo a un’altra domanda cruciale: chi sapeva del viaggio? In aula Crosetto ha spiegato di averlo valutato «non da solo», lasciando intendere che l’intelligence sapeva. Ma gli 007 non avevano organizzato alcun servizio. E mai avrebbero permesso che potesse partire senza scorta.
È vero, la sede diplomatica era informata della sua presenza (venerdì Crosetto ha cenato con l’ambasciatore negli emirati), ma questo non equivale all’attivazione dei protocolli previsti per una trasferta istituzionale in un quadrante a rischio. C’è poi il capitolo interno.
Il ministro sostiene che da giorni era previsto l’incontro con il suo omologo emiratino, Mohammed bin Mubarak bin Fadhel Al Mazrouei, che ha twittato 48 ore dopo l’incontro avvenuto per «rafforzare la cooperazione militare bilaterale e sviluppare il partenariato di difesa tra i due Paesi, a dimostrazione della profondità delle relazioni tra Emirati Arabi Uniti e Italia e dell’impegno condiviso a sostenere la sicurezza e la stabilità».
Ma il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, è rimasto molto sorpreso della presenza del collega di governo a Dubai.
C’è infine un dettaglio che ha fatto discutere. Lunedì scorso, per qualche minuto sullo stato Whatsapp del ministro è comparsa una mappa di Dubai con la localizzazione di una persona indicata come «Anna». Uno screenshot circolato rapidamente prima della rimozione. La spiegazione fornita è che si trattava della mamma di un compagno di scuola del figlio.
Un episodio marginale, ma che conferma la dimensione privata della permanenza negli Emirati proprio mentre la crisi internazionale si aggravava.
Anche il rientro apre un fronte. Crosetto ha rivendicato di aver pagato una cifra superiore alla tariffa prevista per gli ospiti dei voli di Stato. Ma il costo complessivo del volo sarebbe stato molto più alto (almeno 75.000 euro)
(da agenzie)
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Marzo 3rd, 2026 Riccardo Fucile
ANCHE IL SEGRETARIO DI STATO MARCO RUBIO, NEOCON INTERVENTISTA, CHE HA SEMPRE SPONSORIZZATO UN RAID A TEHERAN, AMMETTE: “ABBIAMO COLPITO PERCHÉ ISRAELE AVEVA DECISO DI AGIRE, E NON POTEVAMO NON PARTECIPARE”
Dal Pentagono, avevano prospettato a Donald Trump «grandi rischi ma anche possibilità
di ottenere risultati militari di prestigio ed enormi ritorni economici». Anche seguendo questi consigli il presidente americano ha deciso di iniziare a bombardare l’Iran, avviando la più complessa e infida operazione militare degli ultimi decenni.
The Donald ha scelto di intervenire, assieme a Israele, in una di quelle guerre che per lunghi anni ha definito «stupide e lontane». Ha […] ignorato i segnali dalla sua base elettorale, della destra populista, del movimento Maga che lo ha spinto alla casa Bianca per riportate l’America ad essere grande, ma non accetta che gli Stati Uniti siano coinvolti in un conflitto che poco ha a che fare con gli interessi dell’americano medio: «È un tradimento», hanno gridato esponenti Maga come l’avversaria di Trump, Marjorie Taylor Greene; o come Blake Neff, produttore del popolare podcast del defunto attivista di destra Charlie Kirk.
«Liberare il popolo iraniano non è il motivo per cui ho votato per Trump», hanno postato gli Hodgetwins, un duo di podcast conservatori da milioni di follower. Trump viene attaccato dai democratici al Congresso, come dai leader progressissti in ascesa, dal governatore della California Gavin Newsom, al sindaco di New York, Zohran Mamdani.
I parlamentari repubblicani sono preoccupati guardando al voto di Midterm del prossimo novembre. Ma, a essere disorientata, è l’America che lo ha votato, non solo quella di sinistra e pacifista: appena il 27% degli americani sostiene gli attacchi delle forze militari statunitensi contro l’Iran, il 43% li disapprov
Lo dice l’ultimo sondaggio Reuters-Ipsos realizzato dopo che i raid hanno ucciso a Teheran la guida suprema iraniana Ali Khamenei. «La maggior parte degli americani si è svegliata chiedendosi perché gli Stati Uniti sono in guerra con l’Iran, qual è l’obiettivo e perché le basi Usa in Medio Oriente sono sotto attacco», spiega Daniel Shapiro, ex funzionario del Pentagono, ambasciatore statunitense in Israele con Barack Obama alla Casa Bianca, e ora analista del think tank Atlantic Council a Washington.
Circa il 56% degli americani ritiene che il presidente sia troppo disposto a usare la forza militare per promuovere gli interessi Usa: circa l’87% degli elettori democratici non condivide l’aggressività di Trump nel mondo, ma la disapprova anche il 23% dei repubblicani, così come il 60% degli americani – di centro e indecisi – che non si identificano con nessuno dei due partiti politici. «Ho fatto la cosa giusta, non credo ai sondaggi, c’è una maggioranza silenziosa di americani che sta con me»: così si è difeso Trump, spingendosi quasi oltre l’ultima linea rossa degli americani in guerra.
Una domanda cruciale è come reagirà il movimento Maga alla guerra in Iran e se questa danneggerà i repubblicani alle elezioni di midterm. Una risposta la dà a un piccolo gruppo di giornalisti tra cui il Corriere Ken Paxton, il procuratore generale del Texas che oggi spera di battere nelle primarie per il Senato il repubblicano Cornyn che accusa di aver tradito Trump.
Steve Bannon ha definito Paxton «il simbolo del cuore del movimento Maga». «Sono felice che l’abbia fatto — ci dice Paxton sull’attacco a Teheran in una sosta elettorale a Waco —, l’Iran è una grande minaccia per il nostro Paese e sembra che l’abbiano realizzato in modo molto efficace, è incredibile quello che le forze armate hanno fatto sotto questa leadership».
«Non penso che sia nell’interesse degli Stati Uniti aprire un vaso di Pandora di caos e distruzione… non vedo come questo rispetti gli impegni del presidente, sono deluso», ha detto Erik Prince, finanziatore di Trump e fornitore di contractor in molte guerre. Ma dopo l’uccisione di Khamenei il presidente ha ora «l’opportunità di dichiarare vittoria e uscirne», evitando di legare il futuro dell’Iran «alle nostre truppe e al nostro sangue»
Prince parlava come ospite del programma di Bannon War Room nel quale l’ex stratega di Trump non si sbilancia e ha ospitato anche voci che definiscono la guerra necessaria o che dicono che non sarà breve. Bannon dopo la morte di Khamenei ha scritto su X: «Cambio di regime compiuto, tutti a casa»
Per un sondaggio di Politico , parte della «base» resta fedele a Trump: quasi metà dei suoi elettori appoggiano l’attacco. Ma molti sperano che non duri troppo. Blake Neff, produttore del programma di Charlie Kirk (l’attivista assassinato a settembre, contrario al regime change ), spiega che alcuni amici di destra trovano «molto deprimente» l’attacco in Iran, ma «se questa guerra è veloce e porta a una vittoria decisiva, la maggior parte supererà la cosa. Se va a finire diversamente, ci sarà molta rabbia»
Cresce la preoccupazione per il terrorismo. Una guerra prolungata? «Non credo sia l’idea di Trump: vuole distruggere il regime, e l’ha fatto, e ora sta distruggendo la loro capacità militare, vuole chiuderla là», ci dice Paxton
(da Domani)
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Marzo 3rd, 2026 Riccardo Fucile
“DI FRONTE AL CALO DEI CONSENSI E ALLA POSSIBILITÀ CHE I REPUBBLICANI PERDANO IL CONTROLLO DEL CONGRESSO ALLE ELEZIONI DI MEDIO TERMINE, HA GETTATO GLI STATI UNITI IN QUELLO CHE SI PREANNUNCIA COME IL CONFLITTO MILITARE PIÙ ESTESO DALL’INVASIONE DELL’IRAQ DEL 2003”
Con la decisione di venerdì di autorizzare la guerra contro l’Iran, “Trump sta correndo la più grande scommessa della sua presidenza, mettendo a repentaglio la vita dei soldati americani, ulteriori morti e instabilità nella regione più instabile del mondo, nonché la sua stessa posizione politica”.
Lo scrive il New York Times sottolineando che il tycoon “rischia la presidenza” con “l’aumento delle vittime, l’aumento dei prezzi del petrolio e l’espansione della guerra in tutta la regione”
“Sei militari americani sono stati uccisi e alcuni jet militari statunitensi sono stati abbattuti. Gli investitori si stanno preparando alle turbolenze del mercato, temendo una prolungata interruzione delle forniture di petrolio.
Il presidente Trump – ricorda il media americano – afferma che la campagna militare contro l’Iran potrebbe protrarsi per settimane, e il Segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato lunedì che ‘i colpi più duri devono ancora arrivare dall’esercito statunitense’.
“Il signor Trump, di fronte al calo dei consensi e alla possibilità che i repubblicani perdano il controllo del Congresso alle elezioni di medio termine, ha gettato gli Stati Uniti in quello che si preannuncia come il conflitto militare più esteso dall’invasione dell’Iraq del 2003”, sottolinea il Nyt
(da agenzie)
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Marzo 3rd, 2026 Riccardo Fucile
LA FRANCIA OFFRIRÀ AI PARTNER CONTINENTALI LA POSSIBILITÀ DI OSPITARE GLI AEREI MILITARI FRANCESI IN GRADO DI PORTARE ARMI NUCLEARI. E L’ITALIA? MELONI HA DECLINATO L’INVITO E SI È TENUTA FUORI DAL PROGETTO, GUAI A RENDERE L’EUROPA AUTONOMA DAGLI STATI UNITI
Il jet Falcon di Emmanuel Macron è arrivato in Bretagna scortato da quattro caccia Rafale,
sorvolando il Mont-Saint-Michel in una coreografia spettacolare, diffusa dall’Eliseo sui social media, per dare ulteriore solennità a un evento atteso da mesi.
Poi nella base militare dell’Île Longue, davanti al sottomarino dotato di missili atomici Le Temeraire, che prenderà il largo tra pochi giorni, il presidente ha spiegato la nuova dottrina nucleare francese, mai come oggi proiettata verso l’Europa, perché «per essere liberi bisogna essere temuti».
Una «deterrenza avanzata», l’ha definita Macron, che offrirà ai partner europei la possibilità di ospitare gli aerei militari francesi in grado di portare testate nucleari. L’arsenale nucleare francese finora è composto di 290 testate, caricate sui quattro
sottomarini — almeno uno sempre in navigazione negli Oceani — e sugli aerei Rafale, ospitati sulle basi terrestri in Francia e sulla portaerei Charles De Gaulle.
Macron ha annunciato che il numero di testate aumenterà, ma verrà tenuto segreto a differenza di quanto è avvenuto finora, e i Rafale dotati di testate atomiche potranno essere dispiegati non solo in Francia ma anche nei Paesi europei che hanno accettato di partecipare alla «dissuasione avanzata».
Otto Paesi europei hanno già accettato di partecipare alla deterrenza avanzata proposta dalla Francia: Germania, Polonia, Paesi Bassi, Belgio, Grecia, Svezia e Danimarca. Macron ha annunciato poi la progettazione e la costruzione di un nuovo missile balistico assieme a Germania e Regno Unito, nell’ambito dell’iniziativa Elsa ( European long range strike approach ) alla quale partecipano anche Italia, Polonia e Svezia.
Gli otto Paesi potranno partecipare alle esercitazioni della forza nucleare. Il premier polacco Donald Tusk ha confermato poco dopo che «la Polonia sta discutendo con la Francia e il gruppo dei più stretti alleati europei sul programma di deterrenza avanzata europea. Ci stiamo armando insieme ai nostri amici in modo che i nostri nemici non oseranno mai attaccarci»
E l’Italia? «La Francia aveva invitato anche il nostro Paese a partecipare — ha rivelato Sandro Gozi, eurodeputato del partito macronista Renew Europe —, ma il governo di Giorgia Meloni ha deciso di non aderire».
Dopo i dissidi degli ultimi giorni, il presidente Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz hanno ritrovato l’unità con una dichiarazione comune nella quale annunciano «già da quest’anno visite congiunte in siti strategici e lo sviluppo di capacità convenzionali con i partner europei», complementari alle forze degli Stati Uniti e della Nato.
(da agenzie)
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Marzo 3rd, 2026 Riccardo Fucile
QUANDO ARIANNA MELONI DICEVA: “GIORGIA HA RIPORTATO L’ITALIA AL CENTRO DELLO SCACCHIERE INTERNAZIONALE”
Esiste una distanza siderale tra ciò che un governo racconta di essere e ciò che i fatti, con la loro ostinata e ruvida precisione, restituiscono al pubblico. In neuromarketing la chiameremmo dissonanza cognitiva tra il brand e il prodotto; in politica, è il fallimento di una narrazione muscolare che si sgretola al primo soffio di realtà
Il governo Meloni ha costruito la propria identità internazionale su un pilastro preciso: l’autorevolezza ritrovata, l’Italia seduta ai tavoli che contano. Eppure, la cronaca recente offre un’immagine che somiglia più a un cortocircuito reputazionale che a una dimostrazione di forza.
Il caso del ministro Guido Crosetto bloccato a Dubai mentre l’Iran lanciava il suo attacco è la smentita plateale di un intero posizionamento strategico.
Meloni ha investito capitali d’immagine enormi nel dipingersi come l’interlocutrice privilegiata di Benjamin Netanyahu e la “pontiera” naturale verso il mondo di Donald Trump. Ma se questa autorevolezza fosse reale, se l’Italia fosse davvero inserita nel flusso delle decisioni che contano, come è possibile che il nostro ministro della Difesa sia stato colto palesemente di sorpresa rispetto all’urgenza bellica?
È il glitch nel sistema: la narrazione del “siamo pronti” che sbatte contro la realtà del “non ne sapevamo nulla perché non ci hanno avvisati”.
Ma se a destra la comunicazione pecca di eccesso di finzione, a sinistra siamo alla pura e semplice afasia. La segreteria di Elly Schlein sembra aver scelto la via del silenzio o, peggio, di un’evanescenza che lascia sgomenti. In comunicazione, il vuoto non resta mai tale: viene riempito da chi ha voce, carisma o semplicemente il coraggio di occupare lo spazio.
E così assistiamo a un fenomeno singolare e inquietante per la tenuta democratica: la supplenza politica da parte di giornalisti e intellettuali.
In un Paese normale, l’opposizione dovrebbe guidare la battaglia culturale e politica, ad esempio, in merito alla separazione delle carriere o sulla difesa della Costituzione. Invece, le uniche voci che riescono a generare un’agenda, a mobilitare il pensiero critico e a dare una forma al dissenso sono quelle di figure come Travaglio, Montanari o Pier Luigi Bersani.
(da Il Fatto Quotidiano)
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