Marzo 2nd, 2026 Riccardo Fucile
E’ LA PROVA CHE IL NOSTRO PAESE NON CONTA PIU’ NULLA DOVE PIU’ CONTAVA
Lo ammetto: sarebbe troppo facile dipingere il ministro della difesa Guido Crosetto come
una specie di macchietta da cinepanettone, l’arcitaliano che mentre gli Usa e Israele bombardano l’Iran si ritrova intrappolato a Dubai con la famiglia, sotto il fuoco dei missili della rappresaglia di Teheran.
Sarebbe troppo facile, ma soprattuto non renderebbe giustizia a una storia che è più tragica che comica, almeno per il nostro Paese.
Perché se Crosetto era lì, inconsapevole di quanto avveniva attorno a lui, è perché nessuno aveva detto al ministro della Difesa del governo italiano quel che stava per succedere.
E se nessuno gliel’aveva detto è perché nessuno lo sapeva. Non i nostri servizi segreti esteri, che per l’ennesima volta – citofonare Cecilia Sala – non si sono dimostrati campioni mondiali di controspionaggio.
Non il nostro governo e la nostra presidente del Consiglio, evidentemente, che crediamo dovrebbe riconsiderare almeno un pochino la sua supposta amicizia con Donald Trump e Benjamin Netaniyahu, visto che nessuno dei due ha ritenuto opportuno avvisarla.
Cosa che, peraltro, non ha fatto nemmeno il cancelliere tedesco Friedrich Merz, lui sì avvertito preventivamente, con cui il governo ha stretto recentemente un patto di ferro, almeno stando a quanto ci hanno raccontato i giornali della destra.
La cosa è doppiamente grave, se possibile, perché l’Italia, nel gioco Mediorientale, non è un Paese qualunque, tanto più se parliamo di Iran, del quale siamo storico
interlocutore e partner commerciale. E, proprio in ragione di questo, storici mediatori in tempi di crisi. La diciamo ancora meglio: non contiamo più nulla dove più contavamo. Non male.
Eccolo qua il paradosso dei paradossi di questa surreale vicenda: proprio quando negli Usa ci sono gli amici più amici del nostro governo di patrioti, il nostro ruolo in Medio Oriente diventa nullo, la nostra opinione irrilevante, persino la buona creanza nei confronti di un governo alleato scompare, lasciando spazio alla figura tragicomica del ministro Crosetto e del suo “pago triplo” per tornare a casa, come se fosse davvero quello il problema.
Cadere così in basso era difficile, visto da dove partivamo, ma anche questa volta, ci siamo riusciti. Complimenti vivissimi.
(da Fanpage)
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Marzo 2nd, 2026 Riccardo Fucile
“LA NOMENCLATURA PRAGMATICAMENTE AVEVA DECISO DI DISFARSI DEI ‘LEADER SUPREMI’ DIVENTATI TROPPO AUTODISTRUTTIVI”
Chi ha scommesso sulla protezione di Mosca ora può guardare ad Assad nel suo esilio moscovita, a Maduro nel carcere americano e a Khamenei, ucciso da un attacco che la Russia non ha saputo né prevedere, né prevenire, e farsi i propri conti. Il presidente russo intanto si sta facendo i suoi: come la morte del colonnello Gheddafi l’aveva a suo tempo spaventato e spinto a schiacciare ogni dissenso, la morte di Khamenei oggi lo convince ulteriormente che il prossimo potrebbe essere lui.
Anche perché è evidente che l’ingloriosa fine di Maduro e di Khamenei sia frutto non tanto della perfidia degli occidentali, quanto del tradimento dei loro cortigiani. Catturare il primo e uccidere il secondo sarebbe stato impossibile senza importanti complicità dentro una nomenclatura che pragmaticamente aveva deciso di disfarsi dei «leader supremi» diventati troppo autodistruttivi. E che ovviamente esiste anche nel regime russo.
(da La Stampa)
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Marzo 2nd, 2026 Riccardo Fucile
LA POLEMICA SU SALVINI: “MI STUPISCO DI COME VENGA PRESO ANCORA SERIAMENTE. È UN MEME VIVENTE”
“Ho perso ai rigori», dice del suo primo Festival Adam Viacava in arte Sayf, pseudonimo
dall’accento ballerino che in questi giorni sanremesi ne ha fatto artista uno e trino e pure di più.
Secondo a sorpresa «per tanto così», 21,9 per cento contro il 22,2 di Sal Da Vinci, il rapper della riviera ligure di levante in realtà il suo Sanremo d’esordio l’ha vinto ad ogni passo, sul palco e non solo. In parte con «la storia che mi porto dietro, forse pure portandomi dietro la mamma» – sorride lui, che con la madre Samia ha praticato il Ramadan per tutta la settimana – ma anche con la forza della canzone che ha raccontato meglio il Paese. Rivendicando le proprie origini tunisine e citando Berlusconi, rievocando l’Italia mondiale e mettendo in fila il bene e il male di quella reale.
Un Paese che con tutti i suoi difetti, evidentemente, l’ha capita.
«Ma infatti, ho perso per un soffio ma rimane come una grandissima vittoria, un sogno. Vale per me come i tanti che nella mia squadra neanche facevano questo mestiere: abbiamo fatto come il Leicester di Ranieri quando ha vinto il campionato in Inghilterra, non ci aspettava nessuno».
È il podio degli underdog?
«Io sono partito veramente dal nulla, ma mi è servito così, ma ricevere il riscontro del televoto è davvero impressionante, una sensazione bella. Passare dal “Ma chi ca**o è Sayf?”, a condividere il podio con due grandi artisti e le loro canzoni. Ce le ho già nel telefono, mi si sono piantate in testa».
Di solito le attenzioni maggiori per le proposte alternative arrivano dalla sala stampa, a questo giro l’hanno votata tutti. Perché?
«Di sicuro arrivare a Sanremo da perfetto sconosciuto genera empatia. Poi ho portato la mamma sul palco. Poi la canzone parlava di me, di noi, di tutti: è meno sanremese, ma parla chiaro».
Ha praticato il Ramadan al Festival, la prima volta per un artista in gara.Anche questo racconta l’Italia.
«Non mangio e non bevo fino al calar del sole. Mi dà pace, mi ha aiutato a tenermi concentrato e godermi tutto. Le mie origini miste si riflettono anche sulle cose che scrivo, fondo malinconia ligure e festa tunisina. La musica poi è un riflesso della società, e la società è questa. Possiamo avere origini, storie, pure religioni diverse, ma siamo tutti uguali. L’integrazione, alla fine, sarebbe cosa semplice».
Padre genovese, madre tunisina: a lei il ministro Salvini non le ha fatto i complimenti per l’uso dell’italiano, come ha fatto a Ermal Meta, in Italia da 33 anni?
«No, ma mi stupisco di come Salvini venga preso ancora seriamente. È un meme vivente».
Nel paese del conflitto generazionale irrisolvibile, sono arrivati in alto Sayf, Ditonellapiaga, Fulminacci. È dalla musica, che va fatta partire la rivoluzione?
«Nella musica è più facile essere giovani che vecchi, ma sì servirebbe un bellissimo riscatto. Anche se ho sempre la sensazione che noi della mia generazione si sia sempre figli, che chi era ventenne 20, 30 anni diventasse adulto prima. Il mondo è più piccolo, noi pure».
Che effetto le ha fatto, Sanremo nel pieno dell’attacco all’Iran?
«Amarezza. Ci sta che Sanremo distragga dal quotidiano, non siamo neanche chirurghi che operano a cuore aperto, le canzoni non cambiano il mondo e ci sta pure che la musica sia poco impegnata: lo è la realtà, sempre più individualista.
Però possono ricordarci cose utili».
Ad esempio?
«Dobbiamo rimanere persone, anche se ci percepiamo diversi, anche su due sponde diverse di Mediterraneo, anche davanti alle scelte che arrivano dall’alto».
Ed è il momento più difficile per dirlo.
«Però in un mondo dove regna la legge del più forte, da Gaza in giù, l’unica è rimanere umani e uguali. L’individualismo, poi, è infelicità».
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Marzo 2nd, 2026 Riccardo Fucile
LA BASE MAGA INSORGE CONTRO TRUMP DOPO L’ATTACCO ALL’IRAN: PER CARLSON E’ “MALVAGIO”, MENTRE FUENTES ACCUSA ISRAELE
INFLUENTI FIGURE E SOSTENITORI ACCUDANO TRUMP DI AVER TRADITO LA PROMESSA DI “AMERICA FIRST”
I dem spingono per votare una risoluzione al Congresso – probabilmente non prima di mercoledì 4 marzo – che possa limitare i poteri di guerra di Donald Trump, mentre nella base Maga l’attacco all’Iran spacca l’ala repubblicana più convinta. O
che, almeno, è stata quella della prima ora, la più trumpiana. A partire dall’influente conduttore Tucker Carlson, che ha visitato la Casa Bianca proprio la scorsa settimana, ha dichiarato a Jonathan Karl di Abc News che la scelta di attaccare l’Iran è “assolutamente disgustosa e malvagia”. Carlson, profondamente critico anche nei confronti di Israele, prevede che l’operazione militare a Teheran avrà un effetto dirompente proprio all’interno del movimento Maga, col rischio di estromettere la parte del movimento meno interventista.
Tra i primi critici c’è Marjorie Taylor Greene, ex legislatrice Maga e, in passato, una delle più accanite sostenitrici di Trump. Greene – da sempre un simbolo del movimento – aveva rotto con il presidente l’anno scorso e si era dimessa dal Congresso proprio per quella che, a suo dire, era la scarsa attenzione dell’attuale amministrazione alle questioni interne. “Abbiamo detto ‘Basta guerre straniere, basta cambi di regime!’. Lo abbiamo detto palco dopo palco, discorso dopo discorso. Trump, Vance, praticamente l’intera amministrazione, hanno fatto campagna elettorale su questo e hanno promesso di mettere l’America al primo posto e di rendere l’America di nuovo grande”, ha scritto Greene in un lungo post su X, definendo la mossa in Iran come un tradimento “straziante e tragico”. “Ci sono 93 milioni di persone in Iran, lasciate che si liberino. Ma l’Iran è sul punto di dotarsi di armi nucleari. Certo. Ci hanno imboccato questa strada per decenni e Trump ci ha detto che i suoi bombardamenti dell’estate scorsa hanno completamente spazzato via tutto. È sempre una bugia ed è sempre l’America Last. Ma questa volta sembra il peggior tradimento perché proviene proprio dall’uomo e dall’amministrazione che tutti credevamo diversi“, ha aggiunto. L’influencer di estrema destra Nick Fuentes ha implorato Trump su X: “Donald Trump niente guerra con l’Iran. Israele ci sta trascinando in guerra. L’America prima di tutto”.
Blake Neff, produttore del popolare podcast del defunto attivista di destra Charlie Kirk, ha osservato che Kirk si era opposto al cambio di regime in Iran. “Trump/Vance si sono presentati con un programma pacifista, ed è stato popolare”, ha scritto su X. “In questo momento alcuni dei miei amici di destra mi stanno scrivendo: ‘Fanculo.’ ‘È estremamente deprimente.’ ‘Non voterò mai più alle elezioni nazionali.’” Neff ha aggiunto: “Se questa guerra sarà una vittoria rapida, facile e decisiva, la maggior parte di loro la supererà. Ma se la guerra sarà diversa, ci sarà molta rabbia. Al popolo americano non è stata data una spiegazione
convincente del perché ciò fosse necessario. Ma il successo può prevalere sulle cattive spiegazioni. Quindi dobbiamo pregare per il successo”.
Sui social peraltro sta circolando un intervento al Congresso di Tulsi Gabbard, oggi direttrice della National Intelligence, che nel 2020 – quando era ancora nel partito democratico, dunque 4 anni prima di passare nelle file dei Repubblicani – aveva dichiarato: “Una guerra totale con l’Iran farebbe sembrare le guerre a cui abbiamo assistito in Iraq e Afghanistan una passeggiata. Costerebbe molto di più in termini di vite umane, vite americane e soldi dei contribuenti americani – e tutto per raggiungere quale obiettivo? Quale obiettivo?”. A marzo dell’anno scorso aveva dichiarato che l’Iran non stava costruendo armi nucleari.
E tuttora, secondo quanto rivelato dalla Cnn nel giorno dell’attacco a Teheran, i servizi americani non dispongono di informazioni che certifichino l’avanzamento del programma nucleare. Di fatto, quando nel 2016 Trump era stato eletto nel suo primo mandato, aveva promesso parlando già da presidente a Fayettevile, vicino alla base militare di Fort Bragg, in Carolina del Nord: “Smetteremo di correre a rovesciare regimi stranieri di cui non sappiamo nulla, con cui non dovremmo essere coinvolti”. Nei dieci anni successivi ha promosso il suo messaggio isolazionista, assicurando ripetutamente ai suoi sostenitori “America first” – gli stessi che gli hanno garantito la vittoria elettorale per due volte – che non ci sarebbero state più guerre eterne come quelle in Afghanistan e Iraq. Tuttavia, la decisione del presidente di colpire l’Iran con forza sabato – uccidendo la guida suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei – è diventata rapidamente un possibile punto di rottura con la sua base, scatenando dure reazioni all’interno del movimento Maga. Peraltro lui stesso, nel 2011, aveva accusato Obama – allora presidente – di essere incapace dei negoziati e di volere attaccare Teheran per garantirsi la rielezione.
E ci sono altre voci dell’universo repubblicano contrarie all’offensiva militare. Gli Hodgetwins, un duo di podcast conservatori che ha generalmente sostenuto Trump, hanno condannato gli attacchi in un post ai loro 3,5 milioni di follower, definendoli antitetici alla sua campagna del 2024. “Liberare il popolo iraniano non è il motivo per cui ho votato per Trump”, si leggeva nel post. Breck Worsham, ex sostenitrice di Trump e membro della sua campagna elettorale, nota come “The Patriotic Blonde”, ha scritto: “È ufficiale. Jimmy Carter non è più il peggior presidente della storia americana. Missione compiuta, @Potus. Un altro record infranto”. Worsha
ha condiviso diversi post in cui si insinua che la guerra abbia lo scopo di distogliere l’attenzione dai dossier di Jeffrey Epstein.
Nel frattempo, altre figure Maga si sono schierate in difesa del presidente e hanno sostenuto la campagna di bombardamenti. Ad esempio, Laura Loomer, una influencer che sussurra all’orecchio di Trump, ha scritto su X: “L’Iran attacca gli Stati Uniti da oltre 47 anni. E ora, il 47° Presidente degli Stati Uniti sta ponendo fine al suo regno del terrore”. Mentre i democratici hanno duramente criticato gli attacchi contro l’Iran, all’interno del Partito Repubblicano il sostegno all’operazione del tycoon è, per ora, forte. Le eccezioni sono poche, tipo quella conservatore di orientamento libertario Thomas Massie, che ha scritto: “Sono contrario a questa guerra. Questa non è ‘America First’”. Mike Davis, a capo dell’Article III Project, un gruppo di difesa legale pro-Trump, ha affermato che gli attacchi sono giustificati, citando un recente videomessaggio in cui l’ayatollah Khamenei avvertiva che l’Iran avrebbe potuto affondare navi da guerra statunitensi.
“Quel video è tutta la giustificazione di cui il presidente ha bisogno per radere al suolo la casa del leader supremo e farlo fuori”, ha detto Davis all’ex stratega di Trump Steve Bannon nel suo podcast War Room, molto popolare nella base Maga. Secondo gli analisti, l’inquietudine, almeno per ora, è più un rumore che una rivolta: le critiche provengono principalmente dalla “classe chiacchierona” della base Maga e non dai leader eletti repubblicani. È troppo presto, tuttavia, per dire come si sentiranno gli elettori Maga a lungo termine, in quanto questa operazione appare come una violazione diretta di un’importante promessa elettorale repubblicana di rimanere fuori dagli impegni all’estero. In tutto ciò, gli ultimi sondaggi d’opinione mostrano costantemente che la principale preoccupazione degli americani è l’aumento del costo della vita. Eppure, gran parte dei primi 13 mesi di mandato di Trump è stata dominata da questioni di politica estera.
Il vicepresidente JD Vance, da parte sua, ha assicurato al Washington Post questa settimana che “non c’è alcuna possibilità” che gli Stati Uniti possano essere risucchiati in una guerra in Medio Oriente per anni senza una fine in vista. Tuttavia, all’interno della base Maga, lo scetticismo resta. Senza contare che la dubbia logica di tali interventi, con i loro echi della guerra in Iraq e il timore che possano portare gli Stati Uniti a schierarsi sul campo con dei soldati dentro l’Iran, rappresenta un’enorme scommessa elettorale che aumenta i rischi politici per i Repubblicani nel tentativo di rimanere al potere al Congresso anche dopo questo novembre. Chi delinea una distinzione tra i pro e i contro è l’influente podcaster Maga Jack Posobiec. Parlando a Politico, ha dichiarato che “c’è un divario generazionale tra i sostenitori Maga su questo. Gli elettori più anziani lo sostengono, quelli più giovani no. I sostenitori Maga della Generazione Z – ha detto – vogliono arresti nel caso Epstein, deportazioni e aiuti economici, non guerra”. Secondo Posobiec, l’attacco contro l’Iran potrebbe alienare la base e danneggiare i repubblicani nelle prossime elezioni di medio termine del 2026: “L’anno scorso, Charlie Kirk ci ha detto che le giovani generazioni di americani sono molto più interessate alla politica interna che alla gestione dei conflitti internazionali e non possiamo dimenticarlo in un anno di elezioni di metà mandato“. E date le richieste degli elettori, l’attacco in Iran potrebbe avere un effetto deleterio anche sul piano del consenso.
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Marzo 2nd, 2026 Riccardo Fucile
“LE INFORMAZIONI DI TRUMP NON SONO SUPPORTATE DA ELEMENTI DI INTELLIGENCE”
Nessuna informazione in mano alla Difesa americana indicava la possibilità di un attacco
iraniano agli Stati Uniti. La rivelazione pubblicata da Reuters, che cita funzionari del Pentagono sentiti nel corso di un briefing a porte chiuse al Congresso, domenica, smentisce le dichiarazioni allarmiste con le quali il presidente Donald Trump, nelle ultime settimane, ha preparato il Paese ai raid compiuti insieme a Israele contro la Repubblica Islamica. Non era vero, sostengono, che Teheran avesse in mente di sferrare attacchi preventivi alle basi
Usa in Medio Oriente, tesi utilizzata dagli alti funzionari americani per giustificare l’azione che, confermano queste ultime indiscrezioni, è avvenuta in palese violazione del diritto internazionale.
L’informativa dei funzionari del Dipartimento della Difesa è durata circa 90 minuti nel corso dei quali i membri democratici e repubblicani di diverse commissioni per la Sicurezza Nazionale, sia al senato che alla Camera, hanno ascoltato gli ultimi aggiornamenti dei funzionari di Arlington. Questi, si legge, hanno confermato che i missili balistici e le milizie fedeli all’Iran nella regione rappresentano una minaccia imminente per gli interessi statunitensi, ma hanno comunque smentito l’esistenza di presunte informazioni di intelligence su un attacco alle forze statunitensi, hanno detto a Reuters le due fonti che hanno parlato in condizione di anonimato.
Trump ha affermato che l’attacco, che dovrebbe durare settimane, mirava a impedire all’Iran di possedere un’arma nucleare, a contenere il suo programma missilistico e a eliminare le minacce per gli Stati Uniti e i suoi alleati. Tuttavia, i Democratici hanno accusato Trump di aver condotto una guerra per scelta e hanno attaccato le sue argomentazioni a favore dell’abbandono dei colloqui di pace che il mediatore Oman aveva definito ancora promettenti. Trump ha potuto agire attaccando il Paese mediorientale nascondendosi dietro alla tesi, evidentemente senza prove, che l’Iran fosse sulla buona strada per assicurarsi presto la capacità di colpire gli Stati Uniti con un missile balistico. Secondo le fonti, la sua affermazione sul missile non è supportata dai rapporti dell’intelligence statunitense e sembra esagerata.
(da agenzie)
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Marzo 2nd, 2026 Riccardo Fucile
L’ALLARME DEI SINDACATI: “NECESSARIO ORGANIZZARE IL RIMPATRIO”
L’onda d’urto del conflitto in Medio Oriente travolge anche la base militare di Ali Al Salem, in Kuwait, che è finita nel mirino della controffensiva di Teheran, subendo danni pesantissimi. Secondo quanto riporta l‘agenzia Dire, l’impatto dei missili avrebbe devastato l’area logistica della struttura, riducendo in cenere almeno 50 alloggi e distruggendo i parchi macchine. I militari che lì si trovavano sarebbero tutti incolumi ma bloccati nei bunker con scorte sufficienti per 10 giorni.
I militari bloccati nei bunker
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha confermato che i circa 300 connazionali dislocati nella base risultano «tutti incolumi». Tuttavia, la situazione all’interno della struttura resta critica: i soldati italiani si trovano rifugiati nei bunker ormai da tre giorni. Sebbene siano al sicuro, il disagio è estremo. Molti di loro, riferiscono le fonti a Dire, «hanno perso tutto» ciò che avevano nelle loro camere, rase al suolo dalle esplosioni, e sono riusciti a mettersi al riparo portando con sé solo l’uniforme che indossavano al momento dell’allarme.
L’autonomia delle scorte e l’ipotesi rimpatrio
Oltre alla perdita dei beni personali e degli alloggi, emerge il problema della logistica di emergenza, soprattutto perché «il cibo disponibile sarebbe sufficiente per circa 10 giorni». Vista la criticità della situazione, le rappresentanze dei lavoratori in divisa hanno chiesto interventi drastici. Fonti sindacali raggiunte dall’agenzia Dire hanno infatti lanciato un appello chiaro al governo, sottolineando come, data la distruzione delle infrastrutture abitative e il perdurare del rischio missilistico, «sarebbe necessario organizzare il rimpatrio dei militari italiani». Al momento, la Difesa monitora la situazione ora per ora, valutando se sia possibile ripristinare le condizioni di sicurezza o se occorra procedere con l’evacuazione del contingente.
(da agenzie)
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Marzo 2nd, 2026 Riccardo Fucile
“KHAMENEI ERA UN DITTATORE SANGUINARIO, NON NE SENTIREMO LA MANCANZA, MA LE AZIONI MILITARI CHE VIOLANO IL DIRITTO INTERNAZIONALE SONO SBAGLIATE”
«Il governo italiano non può rimanere schiacciato sull’amministrazione Usa, o danneggerà
irreparabilmente il ruolo diplomatico che l’Italia ha sempre svolto e visto riconosciuto da tutti gli attori nella regione». È con queste parole che Elly Schlein incalza la premier Giorgia Meloni sulla posizione dell’Italia in merito all’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Ali Khamenei, precisa la segretaria del Pd e leader dell’opposizione, «era un dittatore sanguinario di cui non sentiremo la mancanza». Al contempo, aggiunge, «noi riteniamo sbagliate e pericolose le azioni militari unilaterali che violano il diritto internazionale e scavalcano ogni sede multilaterale».
La posizione del Pd sulla crisi in Medio Oriente
In una nota condivisa con i media, Schlein spiega la posizione del suo partito in merito a ciò che sta avvenendo in queste ore in Medio Oriente: «Continuiamo a seguire con preoccupazione e angoscia la drammatica escalation in Medio Oriente dopo l’attacco congiunto di Israele e Usa all’Iran, l’uccisione di Khamenei e le reazioni militari del regime iraniano contro diversi Paesi del Golfo, in cui sono
rimasti bloccati anche molti cittadini italiani per cui siamo in apprensione. Il governo italiano si impegni con ogni sforzo per la de-escalation, per fermare gli attacchi e per riportare al più presto i nostri connazionali a casa e al sicuro».
Il rapporto fra Trump e Meloni
Il punto politico su cui insiste Schlein è la vicinanza di Meloni a Donald Trump, che solo pochi giorni fa «convocava il Board of Peace con cui intende sostituire l’Onu e poi decide da solo insieme a Netanyahu dove e come colpire. Diceva che avrebbe messo fine ai conflitti, e invece produce caos e apre la strada a una pericolosa spirale di guerra dai risvolti imprevedibili su tutta la regione e anche sulla fragile tregua a Gaza». Di fronte a tutto ciò, incalza la segretaria dem, «Meloni non interviene, eppure l’amicizia che rivendica con Trump non gli ha impedito di non avvertirla dell’attacco, tanto da avere il nostro ministro della Difesa bloccato a Dubai».
(da agenzie)
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Marzo 2nd, 2026 Riccardo Fucile
SCHIZZANO I PREZZI DOPO L’ATTACCO ALL’IRAN, PETROLIO VERSO I 100 DOLLARI A BARILE, TORNA L’INCUBO BOLLETTE
Carburanti ai massimi da un anno, ma è solo l’inizio: lo Stretto di Hormuz bloccato mette a rischio un quinto dell’export mondiale. Balzo del 25% per il metano
Il conto della guerra in Medio Oriente arriva direttamente nelle tasche degli italiani. Lunedì mattina si è aperto con una doccia fredda ai distributori: i prezzi di benzina e diesel sono schizzati ai livelli più alti da oltre un anno, proprio mentre sui mercati internazionali il gas registra un’impennata record del 25%. È l’effetto immediato dell’escalation tra Usa, Israele e Iran, che minaccia ora di trasformarsi in uno shock energetico strutturale con il greggio lanciato verso la soglia dei 100 dollari al barile.
La stangata alla pompa
I primi segnali si sono visti già all’alba sui listini dei grandi marchi. Secondo le rilevazioni di Staffetta Quotidiana, il gasolio è tornato ai massimi dal febbraio 2025. Al momento il diesel self service si attesta su una media di 1,728 euro/litro, mentre per il servito si sfiorano gli 1,865 euro/litro. La benzina self service a 1,673 euro/litro, mentre per il servito a 1,813 euro/litro. Ma l’allerta è massima perché, come precisano gli esperti, «è solo l’inizio»: gli attuali rincari non tengono ancora pienamente conto del balzo delle quotazioni petrolifere seguito all’attacco di Teheran. Gli effetti più pesanti alla pompa si vedranno nei prossimi giorni, con un rincaro a catena che rischia di travolgere anche i costi di trasporto delle merci.
Gas a +25%: l’incubo bollette
Non va meglio sul fronte del riscaldamento e dell’energia elettrica. Ad Amsterdam, le quotazioni del gas naturale (indice Ttf) sono esplose in avvio di seduta con un aumento del 25%, toccando i 39,85 euro al megawattora. Si tratta del valore più alto da oltre un anno, un balzo che mette sotto pressione le industrie energivore europee e fa temere una nuova ondata di aumenti nelle bollette di luce e gas.
Chiuso lo stretto di Hormuz
Il cuore della crisi è lo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo più strategico del pianeta, attualmente paralizzato dalle tensioni belliche. Le navi petroliere e le metaniere sono ferme, bloccate dal rischio di attacchi missilistici. Da questo lembo di mare passa un quinto del consumo mondiale di petrolio (oltre 20 milioni di barili al giorno)e il 20% del gas naturale liquefatto (gnl) globale, incluse tutte le forniture vitali dal Qatar e dagli Emirati Arabi Uniti.
(da agenzie)
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Marzo 2nd, 2026 Riccardo Fucile
IL GOVERNO LO HA NOMINATO IL PIU’ ALTO RAPPRESENTANTE DEL NOSTRO PAESE A TOKYO
La notizia: Mario Vattani è il nuovo ambasciatore d’Italia in Giappone. Quindici anni dopo
lo scandalo dell’esibizione alla kermesse neofascista di CasaPound con il suo ex gruppo musicale fasciorock SottoFasciaSemplice – all’epoca Vattani era console a Osaka, fu subito richiamato in Italia dalla Farnesina e sospeso dall’incarico; seguì un lungo periodo di purgatorio – il governo l’altro giorno lo ha ufficialmente nominato il più alto in grado rappresentante del nostro Paese a Tokyo. In quel Giappone che per Vattani è, da molti anni, una specie di seconda casa, oltre che una passione sulla quale il neoambasciatore si è cimentato anche con alcune pubblicazioni. La nomina e l’inizio della nuova missione – come ha raccontato lo stesso Vattani in un video social rilanciato dal Secolo d’Italia, house organ di FdI, nel quale viene elogiato l’impegno della premier Giorgia Meloni nel tessere rapporti con il potente Stato dell’Asia orientale – sono arrivati nel giorno del 160°
anniversario dell’amicizia Italia-Giappone. Ma l’investitura di Vattani non è stata una sorpresa: era prevista da mesi. Più o meno da quando, a gennaio 2024, da commissario italiano per Expo 2025 a Osaka, il Consiglio dei ministri approvò la sua promozione a “ambasciatore di grado”: il riconoscimento più ambito per un diplomatico, il top di carriera della Farnesina. Che lo ha fatto entrare nell’empireo dei “magnifici” 24, tanti sono gli ambasciatori di grado italiani.
Cinquantanove anni (è nato il 7 luglio 1966 a Neuilly sur Seine in Francia), figlio del potente ex segretario generale della Farnesina Umberto Vattani che è stato anche consigliere diplomatico di Giulio Andreotti, nella storia e nella carriera di Mario Andrea Vattani ci sono state vicende balzate agli onori delle cronache. Dichiarate e mai rinnegate simpatie per l’estrema destra, negli anni di gioventù frequenta gli ambienti del neofascismo romano: il 9 giugno 1989 un gruppo di naziskin massacra di botte e sprangate due giovani all’uscita del cinema Capranica di Roma. Nel gruppo c’è anche Vattani. Che finisce agli arresti domiciliari ma verrà poi prosciolto dalle accuse. Fu l’unico che risarcì le due vittime con 180 milioni di vecchie lire, ottenendo in cambio il ritiro del processo di rito civile. Con il nome d’arte di Katanga, il figlio (allora) molto esuberante del segretario generale della Farnesina diventa il front man del gruppo musicale SotoFasciaSemplice. La band nel 2011 si esibisce sul palco di un raduno di CasaPound Italia: Vattani viene filmato mentre canta “Bandiera nera”, tra saluti romani, croci celtiche, simboli del Ventennio e l’entusiasmo dei camerati. Scoppia il caso. Vattani allora era console italiano ad Osaka. Un ruolo che stride con la plateale partecipazione a una kermesse neofascista. Per le cronache Katanga diventa il “console fascio-rock”.
L’allora ministro degli Esteri Giulio Terzi richiama Vattani in Italia. Lo show con CasaPound gli costa una punizione (sospeso per quattro mesi), scie di carte bollate e un lungo stop. Le polemiche divampano: accuse di antisemitismo e richiami al fascismo. “Katanga”, mentre aspetta che il purgatorio passi, si dedica ad altro: produce olio nella sua tenuta in Toscana insieme alla moglie giapponese, si candida senza successo con la Destra d Francesco Storace, scrive romanzi ambientati in Estremo Oriente e una guida sul “suo” Giappone. Nel 2021 il governo Draghi riabilita il “console fascio-rock (fu Di Maio a caldeggiare) promuovendolo ambasciatore a Singapore, tra le polemiche di centrosinistra e Anpi. Ripulito, Katanga torna a indossare la grisaglia da diplomatico. A febbraio 2023 si
materializza l’incarico di commissario Expo a Osaka. Vattani subentra al dimissionario Paolo Glisenti dopo un decreto legge che aumentò lo stipendio del commissario: da 240mila euro – il massimale della Pubblica amministrazione – a 360mila (più rimborsi spese), 120 mila in più.
Di Mario Vattani si torna a parlare a metà ottobre 2025. E sempre per i suoi passati rapporti con CasaPound. Il Partito democratico e Alleanza Verdi Sinistra si rivolgono con un’interrogazione al ministro degli Esteri Antonio Tajani chiedendo spiegazioni dopo le rivelazioni contenute nel libro-inchiesta “Il libro segreto di CasaPound”. Nel libro si da’ conto del fatto che negli anni scorsi Vattani ha fatto parte degli “Unici”, una ristretta cerchia formata da simpatizzanti, militanti, sostenitori vip del movimento neofascista, che – a partire dal 2017 – hanno portato a CasaPound idee, spunti e contributi economici spontanei in occasione di cene, incontri e iniziative di autofinanziamento. Il nome di Vattani fa parte di un elenco di una settantina di persone, manager, imprenditori, avvocati, docenti universitari, giornalisti. Un ambasciatore – Vattani appunto – e un generale dell’Aeronautica. Vattani – che ha smentito di avere avuto rapporti con CasaPound e di avere mai contribuito a sostenerla – ha partecipato a eventi a Roma organizzati dai “fascisti del terzo millennio” con l‘apposito scopo di raccogliere risorse finanziarie da destinare all’attività della stessa CasaPound e alle sezioni sui territori. “Davvero il ministro ritiene che un attivista di una formazione neofascista sia la persona giusta per rappresentare l’Italia in Giappone? – attacca la dem Lia Quartapelle -. Un ambasciatore d’Italia deve rappresentare i valori repubblicani nati dalla Resistenza e sanciti nella Costituzione. Il governo chiarisca come sia possibile che Vattani risulti tra i finanziatori di CasaPound, organizzazione dichiaratamente neofascista. Il finanziamento di un gruppo che si richiama apertamente al fascismo è incompatibile con il giuramento di fedeltà alla Costituzione che ogni diplomatico deve prestare – aggiunge Quartapelle -. Non è la prima volta che emergono simpatie di estrema destra riconducibili a questo ambasciatore, già sospeso in passato dal servizio diplomatico. Sorprende che l’attuale governo lo abbia invece promosso a una sede di così alto prestigio”. Avs, con un’interrogazione a firma Marco Grimaldi, aveva chiesto a Tajani: “Vogliamo sapere dal governo se non sia arrivato il momento di valutare l’opportunità che Vattani rappresenti ancora la Repubblica italiana in Giappone come ambasciatore”. Nessuna risposta da parte del
ministro né di altri esponenti del governo. Nel frattempo la nomina di Vattani ad ambasciatore d’Italia a Tokyo è arrivata.
(da Repubblica)
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