Destra di Popolo.net

“LA RIFORMA DEL LAVORO DI MILEI E’ SCHIAVISTA, SI TORNA INDIETRO DI 100 ANNI”: L’ANALISI DELLA POLITOLOGA

Marzo 3rd, 2026 Riccardo Fucile

LA DOCENTE BELEN SOTERO: “NON CONCEPISCE CHE IL LAVORATORE POSSA AVERE UNA VITA OLTRE LE ORE DI PRODUZIONE”

Il parlamento argentino ha approvato definitivamente la riforma del mercato del lavoro che Milei inquadra nella modernità e l’opposizione definisce di segno schiavista. Tra i principali capitoli della nuova legge ci sono l’allungamento della giornata lavorativa fino a 12 ore, una nuova disciplina sui licenziamenti che li rende più convenienti, la riduzione delle libertà sindacali e le limitazioni al diritto di sciopero, la prevalenza del contratto aziendale su quello di categoria. Ne parliamo con Belén Sotelo, politologa e docente alla Universidad de Buenos Aires (UBA), segretaria aggiunta del Sindicato Trabajadores Docentes della UBA (FEDUBA) e segretaria aggiunta del sindacato CTA CABA (Ciudad Autónoma Buenos Aires).
Il parlamento argentino ha approvato la riforma del lavoro di Milei: che rappresenta questa legge per il mondo del lavoro e in generale per il sistema democratico argentino?
In termini generali è un arretramento di cento anni per quanto riguarda la normativa e i diritti del lavoro. La riforma cancella dal testo della legge concetti come quello della giustizia sociale. La legge che regolava il mercato del lavoro precedentemente diceva che per la sua interpretazione la giustizia doveva basarsi sul principio della giustizia sociale: questo ora si è eliminato. Perché ciò che è in discussione è l’equilibrio che si era riusciti a costruire tra lavoro e capitale in Argentina. La riforma ci fa retrocedere in termini storici a una situazione di vulnerabilità dei lavoratori com’era in Argentina prima degli anni quaranta. E’ una legge in cui il potere discrezionale dell’impresa nei confronti dei suoi dipendenti è molto accresciuto rispetto ad adesso.
Quello che la riforma sottende è che ci sia una parità di condizioni di forza tra lavoratori e imprenditori, è così?
Con il tema della libertà, questa riforma considera il lavoratore in condizioni di negoziare liberamente con l’imprenditore, al di fuori di qualunque regolamentazione, ma questo non è vero. Il diritto del lavoro e le organizzazioni
sindacali nacquero appunto per livellare la diseguaglianza di condizioni di forza tra lavoratori e imprese.
Milei parla di modernità, l’opposizione di legge schiavista, che ne pensa?
In Brasile Lula ha detto che discuteranno della giornata di lavoro per ridurla e in Argentina, invece, stiamo facendo il contrario: si vogliono basare i profitti del capitale sullo sfruttamento della manodopera, si permette infatti che la giornata di lavoro possa allungarsi fino a dodici ore. Prima delle scorse elezioni presidenziali si stava discutendo nel parlamento argentino di un progetto di legge di riduzione della giornata lavorativa e quello che adesso è ministro del Lavoro, Julio Cordero, ebbe a dire: “Perché vogliono ridurre l’orario di lavoro? Cosa ha da fare il lavoratore quando esce dalla fabbrica?”. Ossia, questa gente non concepisce che il lavoratore possa avere una vita oltre le ore che sono dedicate alla produzione: questa è una concezione schiavista del lavoro, significa considerare la persona solo come un fattore di produzione.
Andiamo al merito dei contenuti: lei ci ha appena parlato dell’allungamento della giornata lavorativa a 12 ore, vediamo ora la questione dei licenziamenti che la legge rende meno onerosi.
Quello è un aspetto particolarmente grave della riforma. Attualmente sia i lavoratori che le imprese contribuiscono per una quota al pagamento delle pensioni. Quello che succede con la nuova legge è che il contributo del 3% delle imprese destinato prima alle pensioni non va più alla previdenza, ma obbligatoriamente finisce in un Fondo di Assistenza Lavorativa (FAL) per pagare le indennità di licenziamento, che viene facilitato per l’esclusione di diverse voci dal calcolo dell’indennizzo. La cosa grave è che così si toglie parte del finanziamento alle pensioni che non si dice come venga rimpiazzato, mentre il FAL può essere amministrato dal settore privato come qualunque fondo di investimento, generando rendite finanziarie.
Parliamo delle limitazioni al diritto di sciopero che la riforma impone.
La legge distingue tra attività essenziali e attività trascendentali, nelle seconde i servizi minimi devono coprire il 50%, nelle prime il 75% del servizio. Amplia la categoria dei servizi essenziali, mentre nell’altra entrano quasi tutte le attività, rendendo molto difficile l’esercizio del diritto di sciopero. Inoltre, introduce molti ostacoli alle organizzazioni sindacali, come per esempio dover avere
l’autorizzazione del datore di lavoro per svolgere un’assemblea sindacale, senza alcuna remunerazione e con un taglio all’agibilità oraria dei delegati sindacali.
C’è una prevalenza del contratto di azienda su quello di settore, ma in più viene meno l’ultrattività dei contratti (la vigenza contrattuale tra la scadenza e il rinnovo di un contratto, ndr).
La riforma fa prevalere il contratto aziendale su quello di categoria e cancella l’ultrattività dei contratti. Normalmente il nucleo centrale di un contratto nazionale, la parte normativa che regola i diritti individuali e collettivi dei lavoratori, rimane più o meno lo stesso nel tempo. Adesso, invece, questa parte, in mancanza di accordo tra le parti, verrà meno e non è chiaro come i lavoratori possano recuperare anche la parte salariale. La riforma introduce anche il concetto di salario dinamico, ossia di un salario formato parte in danaro e parte in beni, un po’ com’era fino al 2003-2004 quando una quota del salario era riconosciuta in ticket per comprare beni alimentari.
Milei dice che con questa legge i datori di lavoro saranno incentivati ad assumere, è così?
Non c’è alcuna evidenza empirica che una riforma del mercato del lavoro generi più occupazione, quello che genera lavoro è il modello produttivo, il modello economico. E con Milei ci sono stati oltre 200.000 licenziamenti. Inoltre, la legge definisce il lavoro regolato dalle applicazioni come autonomo, credo che sia l’unico paese al mondo in cui si regola questo tipo di lavoro per definirla un’attività non dipendente.
Com’è ora la situazione economica in Argentina? E quella sociale? Pare che il tasso di mortalità infantile sia aumentato per la prima volta negli ultimi venti anni.
E’ aumentato il tasso di mortalità infantile, com’è aumentato il tasso di suicidi, specie tra gli adolescenti, in questo momento nella regione latino-americana siamo il paese con il tasso di suicidi più elevato. Stanno succedendo tutte queste cose, come l’approvazione di questa riforma, molto rapidamente, c’è come uno stato di calma apparente, di assenza di reazione…
Perché, secondo lei?
La discussione sulla riforma del lavoro è stata molto rapida, in piena estate quando l’attenzione comunque si abbassa, il testo si è conosciuto solo alla fine, noi del sindacato abbiamo promosso la mobilitazione, diverse azioni di informazione, ma tutto è stato molto difficile con i media e i social contro. La gente è sempre più
preoccupata per la propria sopravvivenza, si lavorano più ore perché non si arriva alla fine del mese con un solo lavoro e questo si nota perfino nella disponibilità alla militanza sindacale. E’ sempre più caro e difficile vivere, perché i salari sono rimasti fermi, con una loro svalutazione importante nel settore pubblico. Mentre il peso argentino in questo momento si apprezza rispetto al dollaro e questo rende più cari tutti i prodotti con tariffe che si riferiscono al dollaro, come quelli energetici e dei trasporti.
Il sindacato si è mobilitato in piazza contro questa riforma. L’opposizione politica sta costruendo un’alternativa a Milei per le presidenziali del 2027?
Il peronismo è immerso in una discussione interna attorno alla leadership del movimento e c’è una parte del peronismo che si accorda col governo, si tratta per lo più di settori che governano alcune province che hanno votato in parlamento per la riforma del mercato del lavoro. Giusto in questi giorni un paio di senatori peronisti hanno annunciato che romperanno il blocco peronista per sostenere il governo e sono senatori delle stesse province che hanno votato per la riforma.
Dopo la vittoria alle elezioni di mezzo mandato in Argentina grazie al riscatto concesso da Trump, Milei è diventato più pericoloso?
Certo, Milei è ora in un momento di forza, è il loro momento. Con condizioni che forse non avranno più, per andare a fondo e avanzare nel progetto, e ne stanno approfittando.
Trump affonda i governi che non gli piacciono, come quelli del Venezuela e Cuba e premia quelli che gli sono affini, come quello argentino: che significa per l’America Latina?
Credo che l’azione di Trump vada intesa in termini di riassestamento geopolitico. C’è un ritorno all’America Latina come al cortile di casa, con una politica estrattivista, si spiegano così l’intervento sul Venezuela e quello minacciato sul Messico. Come pure l’accordo di sottomissione che Milei ha firmato con Trump per il libero accesso delle imprese statunitensi alle risorse naturali argentine. E’ un ritorno degli Stati Uniti in America Latina, che altri governi americani avevano abbandonato. Si ritorna alla vecchia logica americana del bastone e la carota, Milei va felice dietro la carota, il bastone è stato utilizzato invece per il Venezuela.
(da Fanpage)

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LA LEGGE ELETTORALE TARGATA MELONI È UN PASTICCIO COSTITUZIONALE: DIVERSI ESPERTI AVANZANO DUBBI SUL PREMIO DI 35 SENATORI, ASSEGNATO DALLO “STABILICUM” ALLO SCHIERAMENTO CHE OTTERRA’ PIU’ VOTI SU BASE NAZIONALE E NON REGIONALE

Marzo 3rd, 2026 Riccardo Fucile

GAETANO AZZARITI, PROFESSORE DI DIRITTO COSTITUZIONALE ALLA “SAPIENZA”: “LA CONSULTA HA RICHIAMATO L’ARTICOLO 57 E LA NECESSITÀ DI UN RIPARTO REGIONALE DEI SEGGI” … ALFONSO CELOTTO, RICORDA CHE “IL PRESIDENTE CIAMPI CHIESE DI MODIFICARE IL PORCELLUM, PROPRIO PERCHE’ PREVEDEVA UN PREMIO NAZIONALE PER IL SENATO”

I potenziali punti di frizione con la Costituzione non mancano. Ma ce n’è uno, nella nuova legge elettorale, che suscita qualche perplessità anche tra gli addetti ai lavori del centrodestra. Una questione tecnica che ha a che fare con il premio di maggioranza e la diversa modalità di elezione di deputati e senatori: su base nazionale in primi, mentre i secondi, come stabilisce l’articolo 57 della Costituzione, vengono scelti su base regionale.
In teoria, quindi, il premio di maggioranza dovrebbe scattare in due modi diversi: alla Camera sul risultato elettorale conseguito dalla coalizione in tutto il Paese, mentre per il Senato si dovrebbero considerare i numeri ottenuti in ciascuna regione. Con l’alta probabilità di veder assegnare il premio al centrodestra in alcune e al centrosinistra in altre, mettendo a rischio la costruzione di una maggioranza stabile a Palazzo Madama.
Un problema che gli ideatori della legge hanno pensato di risolvere con un escamotage, prevedendo cioè di suddividere il premio di 35 senatori (tetto massimo fissato dalla legge) in dei listini circoscrizionali in ogni regione. Ma, alla fine, tutti i singoli bonus regionali andranno a chi fa il risultato migliore a livello nazionale.
In questo modo, solo per fare un esempio, se pure il centrosinistra dovesse prevalere, in termini di voti, in Campania o in Puglia (dove ha vinto le elezioni regionali), ma il centrodestra ottenesse più voti complessivamente in Italia, il premio dei senatori campani e pugliesi lo incasserebbe Giorgia Meloni. […]
Gaetano Azzariti, professore di Diritto costituzionale dell’università La Sapienza di
Roma, non nasconde le sue perplessità e ricorda come la Consulta abbia «costantemente richiamato l’articolo 57 e la necessità di un riparto regionale dei seggi».
Con l’impostazione scelta si pone «un bel rompicapo» dal punto di vista giuridico e anche un ulteriore elemento di tensione all’interno degli schieramenti politici: «Se il listino è di coalizione, non potrà tenere conto dei risultati regionali dei singoli partiti – spiega – e, probabilmente, penalizzerà soprattutto la Lega al Nord e il M5s al Sud».
Secondo Michele Ainis, «il rischio di un vulnus costituzionale c’è, ma potrebbero provare ad aggirarlo – spiega il costituzionalista – spalmando il premio non in modo omogeneo, ma in base ai risultati ottenuti dalla coalizione nelle singole regioni».
Il collega Stefano Ceccanti, ex parlamentare del Pd, lo bolla invece come un «falso problema» e invita a rileggere la parte finale della sentenza della Consulta del 2017 sull’Italicum (la legge elettorale voluta da Matteo Renzi): «Lì c’era l’invito a rendere il più possibile simili i sistemi elettorali di Camera e Senato, per garantire maggioranze stabili», spiega.
A questa raccomandazione della Corte costituzionale rimanda anche Francesco Clementi, ordinario di Diritto pubblico alla Sapienza, convinto che sia «legittimo un premio di maggioranza nazionale anche al Senato, per mantenere una coerenza di attribuzione del premio tra i due rami del Parlamento».
Il punto è che «il Senato non va inteso come un Camera federale, l’articolo 57 non dice questo – sottolinea – poi il premio ha senso solo se garantisce la governabilità e per farlo deve essere omogeneo». Per Clementi il problema più serio è, semmai, l’entità del premio di maggioranza così congegnato, perché «se eccede il 55%, altera il bilanciamento tra rappresentanza e governabilità e rischia di essere incostituzionale».
Alla sentenza sull’Italicum, un altro costituzionalista, Alfonso Celotto, oppone un riferimento storico-politico: «Si ricorda che il presidente Ciampi chiese di modificare il Porcellum, proprio perché prevedeva un premio nazionale per il Senato? – domanda -. Capisco che ci sia l’esigenza di rendere omogenee le due Camere, ma non lo si può fare falsando i risultati a livello regionale. Ci sarebbe un effetto distorsivo e i dubbi di costituzionalità sono più che motivati».
Il consiglio di Celotto suona come una battuta, ma non lo è: «Già che ci sono, modifichino anche l’articolo 57 della Costituzione e via».
(da agenzie)

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TRUMP E’ IL RE SOLE DELLA NOSTRA ERA

Marzo 3rd, 2026 Riccardo Fucile

NON HA ALLEATI. MA SUDDITI

Un mondo unipolare, una sola potenza incontrastata che mette all’angolo tutti gli altri. Non con l’economia o la rete diplomatica ma con la forza: schiacciare Paesi, rapire presidenti, uccidere dittatori che non piacciono al monarca, preservare gli altri.
Il nuovo ordine mondiale di Donald Trump ha gettato la maschera rispetto al ‘900, quando le sfere di influenza rappresentavano lo status quo. Oggi non si finge nemmeno più, non c’è bisogno di una scusa per attaccare, non c’è bisogno di inventare armi misteriose: “la leadership iraniana vuole parlare con me, ho accettato. Potevano farlo prima” ha dichiarato Donald Trump, un presidente che sembra uscito da una fiction sulla mafia italoamericana, con un atteggiamento da gangster, forte dei suoi scagnozzi pronti a colpire: l’esercito USA e Israele.
L’Europa non è nemmeno più contemplata in questo nuovo mondo, è talmente marginale che alcuni Paesi come l’Italia sono stati avvertiti ad attacco iniziato, dato che smentisce la relazione privilegiata tra Giorgia Meloni e Donald Trump.
In questo mondo non c’è spazio per gli alleati, ci sono solo sudditi che devono inchinarsi al Re di un ordine che sta accerchiando la Cina, partendo dalle risorse petrolifere venezuelane e iraniane.
Se oggi dovessi chiedere secondo voi chi è il padrone del mondo, voi cosa rispondereste?

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COSA NON TORNA DELLA VERSIONE DEL MINISTRO CROSETTO SULLA PRESENZA A DUBAI DURANTE L’ATTACCO ALL’IRAN

Marzo 2nd, 2026 Riccardo Fucile

LA RICOSTRUZIONE DEL MINISTRO PRESENTA BUCHI E CONTRADDIZIONI, LASCIANDO APERTI NUMEROSI INTERROGATIVI

La permanenza del ministro della Difesa Crosetto a Dubai, proprio nelle stesse ore in cui Israele e Stati Uniti sferravano l’attacco a sorpresa in Iran, è una vicenda ormai nota. Il ministro è rimasto bloccato insieme ai suoi familiari negli Emirati Arabi Uniti, impossibilitato a viaggiare a causa dello spazio aereo chiuso, costretto a seguire da remoto per più di 24 ore le urgenti riunioni di governo sulla crisi internazionale, mentre missili iraniani colpivano gli alberghi, il porto e l’aeroporto di Dubai, affollata di turisti italiani.
Una situazione oggettivamente imbarazzante per i membri del governo italiano, che stando a quanto ha riferito lo stesso Crosetto, non erano stati informati della trasferta. Ma proviamo a mettere in fila tutto quello che non torna in questa vicenda.
Il ministro è arrivato a Dubai venerdì, ufficialmente per motivi personali, per una vacanza con la famiglia, senza scorta. Era partito da Roma con un volo civile per raggiungere i familiari, ma l’improvvisa escalation militare ha impedito il decollo di tutti i voli di linea. Crosetto si trovava lì “perché le informazioni disponibili non lasciavano presagire una tale accelerazione – ha spiegato – E quando ho capito che – a differenza di altre volte – ci sarebbe potuto essere anche un attacco agli Emirati Arabi Uniti, ho deciso di portare a casa la mia famiglia. Dovevano partire la mattina (e quindi saremmo arrivati tranquillamente), ma per un mio impegno istituzionale ad Abu Dhabi abbiamo preso il volo del pomeriggio.
Intervenuto poi nel pomeriggio insieme al ministro Tajani davanti alle commissioni Difesa di Camera e Senato ha fornito ulteriori dettagli, pieni di buchi e contraddizioni: “Il fatto che io fossi bloccato è stata una mia scelta, perché immediatamente avrei potuto andarmene via da Dubai senza neanche comunicarlo. Ho scelto di stare a Dubai visto quello che stava succedendo. Avrò sbagliato coministro, chiedo scusa. Ero con i miei figli, li ho presi e li ho accompagnati a Mascate, sono partito e sono tornato a fare il mio dovere”, ha affermato. Il ministro quindi ha detto davanti alle commissioni riunite di essere rimasto a Dubai intenzionalmente, perché non avrebbe voluto “abbandonare” i suoi figli, che si trovavano in una situazione di rischio, come altri italiani.
“Perché ero a Dubai? Perché ho deciso, magari sbagliando, di concedermi un periodo di ferie; siccome in quel periodo avevo messo anche degli incontri istituzionali avevamo due modi di farlo: il primo era partire in modo istituzionale, fare i miei incontri e poi collegarmi alla mia famiglia; l’altro era partire in modo civile, fare la parte familiare, pagando come un civile e unire le due cose insieme”, ha spiegato.
“Ho detto pubblicamente che ero bloccato come altri italiani; ho passato la mia giornata, a parte dormire nel bunker, a tranquillizzare altri italiani. Una volta fatto quello che mi sentivo di fare, cioè portare con un pulmino privato i miei figli a Mascate, me ne sono tornato con un aereo e li ho lasciati là.
Tutto quello che non torna nella versione di Crosetto sulla missione a Dubai
Punto primo: le tempistiche della vacanza sono subito apparse strane. Il ministro parte venerdì, per poi rendersi conto, secondo la sua versione, dell’imminente pericolo che corrono i suo familiari. A quel punto, siamo a sabato, decide di rispedirli a casa, ma resta bloccato a Dubai. Possibile che nessuno dei Servizi lo avesse informato prima della sua partenza e che non avesse alcuna consapevolezza dell’operazione che di lì a poco sarebbe scattata in Iran?
Sono solo congetture, ma la rapidità e il repentino cambio di programma potrebbero suggerire piuttosto che il ministro sapesse già prima di partire che la situazione rischiava di precipitare.
Il ministro ha detto che non avrebbe potuto preventivare il rischio prima del decollo dall’Italia venerdì. Come faceva allora a sapere nelle prime ore dopo il raid di un attacco imminente negli Emirati da parte dell’Iran, visto che, come lui stesso ha dichiarato, “la reazione che ha colpito Dubai non era stata ipotizzata da nessuno come conseguenza immediata”? Delle due l’una.
E poi se il ministro è venuto a conoscenza improvvisamente di un pericolo per l’incolumità della sua famiglia, ha condiviso tempestivamente le stesse informazioni con i connazionali presenti a Dubai? Da quanto ricostruito fino ad ora sembrerebbe di no.
Punto secondo: lo stupore di Crosetto per l’escalation militare. Il ministro dichiara che “Non era prevista quest’accelerazione”. Eppure, come hanno evidenziato diversi opinionisti ed esperti, Israele faceva grandi esercitazioni da giorni, i giornali americani lo raccontavano. Come è possibile allora parlare di accelerazione non prevedibile? Tra l’altro Crosetto oggi pomeriggio ha fatto riferimento a un’operazione degli Usa in Iran in programma questa settimana, una tempistica di cui sarebbero stati messi al corrente anche gli alleati europei. Ma la Farnesina ne era al corrente e aveva allertato gli italiani all’estero?
Punto terzo: i vicepremier Tajani e Salvini hanno detto di non essere stati informati della vacanza di Crosetto. Su questo la presidente del Consiglio Meloni tace. Come ha sottolineato a Fanpage.it anche il diplomatico Pietro Benassi, ex ambasciatore e consigliere diplomatico dell’ex presidente del Consiglio Conte, nominato sottosegretario con delega ai Servizi, che il governo non fosse a conoscenza dello spostamento del ministro è una circostanza quantomeno “irrituale”, soprattutto in una situazione internazionale così complessa ed esplosiva. È possibile che il ministro di un governo occidentale in questo momento acquisti da solo un biglietto aereo per una missione privata senza avvisare il resto dell’esecutivo?
Punto quarto: il ministro senza scorta. Anche il viaggio del ministro su un volo civile, senza scorta, sarebbe irrituale.
Crosetto ha dichiarato di non essere andato “di nascosto” (ma come abbiamo visto le dichiarazioni di Salvini e Tajani lo smentiscono) ma “essendo una questione familiare non ho voluto scorte, né codazzi e ho usato una compagnia aerea civile”. Bene, a questo punto è lecito chiedersi se sia stato prudente o se sia la prassi, che un ministro della Difesa di un Paese alleato degli Usa viaggi all’estero senza accompagnamento e senza protezione, mentre come abbiamo visto Israele stava mobilitando il suo esercito e Trump minacciava di agire da settimane. In questo caso secondo Benassi la versione fornita dal ministro della Difesa risulterebbe poco credibile, come l’ex ambasciatore ha avuto modo di dire questa mattina anche a La7 durante la trasmissione Omnibus.
Punto quinto: quale “impegno istituzionale” aveva Crosetto ad Abu Dhabi? Il ministro ha detto di aver ritardato la partenza a causa di un impegno istituzionale nella mattina del sabato. Ma come è possibile che di un evento del genere, che si
presume fosse stato incluso nell’agenda del ministro, non fosse informato il resto del governo e la stessa premier Meloni?
Solo questa mattina il ministero della Difesa ha diffuso una nota per comunicare che sabato 28 febbraio Crosetto ha incontrato il ministro della Difesa degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Mubarak bin Fadhel Al Mazrouei.
Secondo la nota, i due durante l’incontro i due avrebbero discusso dei recenti attacchi iraniani che hanno colpito diversi Paesi del Golfo tra cui gli Emirati “ed esaminato le modalità di cooperazione bilaterale nel settore della difesa. I due hanno concordato di sviluppare ulteriormente la partnership tra i due Paesi, con un impegno condiviso per la sicurezza e la stabilità”, recita ancora la nota.
Se è vero che il ministro ha preso parte a un “impegno istituzionale” torniamo alla casella precedente: Crosetto si è presentato in qualità di ministro del governo italiano senza scorta e senza seguito, come un privato cittadino? La versione del ministro scricchiola.
(da Fanpage)

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CROSETTO A DUBAI, L’AMBASCIATORE BENASSI: “VICENDA POCO CREDIBILE E IMBARAZZANTE”

Marzo 2nd, 2026 Riccardo Fucile

“HA PAGATO IL TRIPLO PER TORNARE? RIDICOLO”

“Il caso del ministro Crosetto che era a Dubai durante gli attacchi americani e israeliani all’Iran? Da diplomatico, dico che si tratta di una procedura irrituale. Per i telespettatori, uso un termine più chiaro: incredibile, proprio nel senso etimologico della parola, cioè la vicenda ha tratti di poca credibilità“. Così a Omnibus (La7) l’ambasciatore Piero Benassi, già sottosegretario con delega ai servizi segreti nel
governo Conte Due ed ex rappresentante permanente d’Italia nella Unione Europea, commenta la vicenda che ha visto protagonista il ministro della Difesa Guido Crosetto, che si è trovato bloccato a Dubai con la famiglia durante l’escalation tra Stati Uniti, Israele e Iran.
Benassi spiega: “Se, per esempio, il ministro della Difesa va anche a fare una missione in Tunisia, in un momento in cui tutta la situazione internazionale è tranquilla, comunque viaggia con la scorta. Che ha fatto? Si è comprato il biglietto aereo da solo? A questo punto – continua – non solo manifesto molta sorpresa, ma credo che questa vicenda incredibile evidentemente metta il governo in imbarazzo, tanto più con la motivazione del ministro, ‘Non pensavo che ci sarebbe stata questa accelerazione’. È una cosa che aumenta l’imbarazzo“.
L’ambasciatore poi si sofferma sul tweet pubblicato ieri da Crosetto, quando ha annunciato che per il volo militare dell’Aeronautica con cui sarebbe rientrato ha bonificato di tasca propria un importo triplo rispetto alla tariffa prevista per ospiti su voli di Stato. Il tutto per scongiurare accuse di uso improprio di risorse pubbliche.
Tranchant il commento di Benassi: “Io trovo che la politica nostrana paghi 15 anni di populismo e di social: i politici cercano ogni volta il consenso dei populisti, diventando poi vittime di se stessi. In questo caso, c’era una situazione oggettivamente complicata: io devo recuperare istituzionalmente il mio ministro della difesa, quindi mando un aereo militare, il che è legittimo. Il fatto che il ministro Crosetto abbia sentito l’esigenza di dire che ha pagato di tasca sua il triplo è proprio una cosa ridicola proprio dal punto di vista della dignità istituzionale. Non si può sentire”.
E conclude sarcasticamente: “Lo dico proprio da romano. Perché paghi il triplo? Cioè se lo devi pagare, paghi quello che devi pagare”.
(da agenzie)

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NEL 2025 LA PRESSIONE FISCALE COMPLESSIVA È RISULTATA PARI AL 43,1% DEL PIL, IN AUMENTO RISPETTO AL 42,4% DELL’ANNO PRECEDENTE

Marzo 2nd, 2026 Riccardo Fucile

IL DATO COMPRENDE L’AMMONTARE DELLE IMPOSTE DIRETTE, INDIRETTE, IN CONTO CAPITALE E DEI CONTRIBUTI

Nel 2025 la pressione fiscale complessiva, ovvero l’ammontare delle imposte dirette, indirette, in conto capitale e dei contributi, è risultata pari al 43,1% del Pil, in aumento rispetto al 42,4% dell’anno precedente.
Lo rende noto l’Istat spiegando che il dato sale “per effetto di una crescita delle entrate fiscali e contributive (+4,2%) superiore a quella del Pil a prezzi correnti (+2,5%)”.
In un anno quindi la pressione fiscale da parte del governo nei confronti dei contribuenti è aumentata dello 0,7%

(da agenzie)

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PER GIORGETTI I CONTI NON TORNANO! NEL 2025 IL RAPPORTO TRA DEFICIT E PIL SI ATTESTA AL 3,1%, OLTRE LA SOGLIA CHE AVREBBE PERMESSO ALL’ITALIA DI USCIRE DALLA PROCEDURA DI INFRAZIONE UE

Marzo 2nd, 2026 Riccardo Fucile

UNO SMACCO PER MELONI, CHE ERA CERTA DI RIMANERE SOTTO IL TETTO DEL 3% … L’ISTAT HA RIVISTO AL RIBASSO LE STIME SUL PIL PER IL 2025 +0,5% E NON +0,7% – E IL DEBITO PUBBLICO È SALITO DAL 134,7 A 137,1%

L’Italia non è riuscita a rispettare lo scorso anno il limite del 3% del deficit fissato dall’Unione Europea, una battuta d’arresto inattesa per il governo della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
Nonostante le previsioni iniziali indicassero che il disavanzo avrebbe rispettato l’obiettivo di Bruxelles, fissato per mantenere sotto controllo i conti pubblici, i dati pubblicati lunedì dall’Istat hanno mostrato un valore pari al 3,1% del prodotto interno lordo.
«Si tratta di dati provvisori in vista delle comunicazioni dell’Italia all’UE», ha dichiarato in una nota il Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, sottolineando che il dato riflette l’effetto persistente del cosiddetto superbonus. «Cercheremo di comprendere le valutazioni dell’Istat».
Il superbonus è stata una misura di stimolo introdotta durante la pandemia che continua a pesare sul profilo fiscale dell’Italia. Varata da un governo precedente, prevedeva crediti d’imposta per finanziare le ristrutturazioni edilizie. Dopo l’insediamento della premier nel 2022, la sua coalizione ha posto fine al programma.
L’Istat — in dati anch’essi provvisori — ha inoltre comunicato che il debito in rapporto al PIL è stato pari al 137,1% nel 2025, il livello più alto degli ultimi tre anni.
La scorsa settimana, Meloni aveva dichiarato in un’intervista a Bloomberg che il deficit italiano «dovrebbe essere sotto il 3%», precisando però di essere ancora in attesa dei numeri definitivi
«Ma non abbiamo attuato una politica di austerità per raggiungere questo obiettivo, perché una politica di austerità avrebbe compromesso la crescita», ha affermato. Il governo punta a un deficit ancora più contenuto nel 2026.

(da agenzie)

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IL QATAR ANNUNCIA LO STOP ALLA PRODUZIONE DI GAS NATURALE LIQUEFATTO NELL’IMPIANTO DI RAS LAFFAN, IL PIÙ GRANDE AL MONDO, COLPITO DA UN DRONE IRANIANO. IL PREZZO SUPERA IN POCHI MINUTI I 46 EURO (+45%)

Marzo 2nd, 2026 Riccardo Fucile

LA NOTIZIA È MOLTO IMPORTANTE PER L’ITALIA, CHE IMPORTA IL 45% DEL SUO FABBISOGNO DI GAS DA DOHA

QatarEnergy ha dichiarato di aver interrotto la produzione di gas naturale liquefatto e prodotti correlati dopo gli attacchi militari ai suoi impianti operativi a Ras Laffan, dove esiste il più grande impianto al mondo e Mesaieed.
Lo riporta Bloomberg citando un comunicato della società. Il Ministero della Difesa del Qatar ha dichiarato che uno dei droni ha preso di mira un impianto della QatarEnergy a Ras Laffan. L’azienda non ha specificato per quanto tempo durerà la sospensione.
Immediata la reazione sui mercati dopo l’annuncio della sospensione della produzione di Gnl da Qatar Energy. Ad Amsterdam il Ttf è salito da 41 euro al megawattora fino a 46 euro (+45%) prima di scendere sotto i 45 euro. Attualmente il gas si attesta a 44,145 euro, in rialzo comunque del 38,13%. QATAR Energy ha sospeso la produzione di gnl dopo gli attacchi iraniani contro i suoi impianti.
(da agenzie)

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SOLO IL 27% DEGLI AMERICANI APPROVA L’ATTACCO ALL’IRAN

Marzo 2nd, 2026 Riccardo Fucile

PER IL 56% TRUMP E’ TROPPO INCLINE ALL’USO DELLA FORZA

L’attacco all’Iran è arrivato la mattina del 28 febbraio: un’alba segnata dal coordinamento di missili statunitensi e israeliani che si sono abbattuti su diverse città del Paese, oltre alla capitale Teheran. Negli Stati Uniti però, l’intelligence non aveva nessuna avvisaglia del fatto che il regime degli Ayatollah fosse in procinto di attaccare chicchessia, né che si stesse dotando di una bomba atomica. E ora anche alcuni funzionari del Pentagono, parlando davanti al Congresso, hanno dichiarato che nessuna informazione in mano alla Difesa americana indicava la possibilità di un attacco di Khamenei agli Usa. Per quanto l’Iran sia percepito come nemico, a due giorni dall’inizio del conflitto, i cittadini americani non sono d’accordo con la scelta del presidente Trump: secondo un sondaggio Reuters-Ipsos – uscito la sera del 1 marzo e condotto su 1.282 intervistati -, solo il 27% è a favore dell’operazione bellica, mentre il 43% è contrario e un 29% è indeciso. Il sostegno, peraltro, è fortemente polarizzato: sono favorevoli il 55% dei Repubblicani, percentuale che per i democratici si riduce al 7%. Anche la base Maga, divisa tra l’ala interventista e quella più isolazionista, è dilaniata da posizioni diverse: per il giornalista di riferimento della galassia trumpiana Tucker Carlson è un atto “malvagio”, mentre l’influencer di destra Nick Fuentes implora il tycoon di fermarsi e accusa Israele. Inoltre, il 56% degli intervistati ritiene che Trump sia troppo incline all’uso della forza per imporre gli interessi degli Stati Uniti. Un’opinione condivisa dall’87% dei democratici, così come il 23% dei repubblicani e il 60% di chi non si identifica in nessuno dei due schieramenti. Le percentuali indicano già una bocciatura dell’elettorato sull’azione militare, ma nel caso di aumento delle vittime Usa e di una impennata dei prezzi del carburante il consenso per il capo della Casa Bianca potrebbe ulteriormente precipitare.

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