‘STA GUERRA A CHE È SERVITA? TUTTO STO CASINO E POI SI TORNA ALLO STESSO PUNTO DEL NEGOZIATO DI FEBBRAIO? A TEHERAN GIUSTAMENTE FESTEGGIANO PER L’ACCORDO DI PACE CON GLI USA
ORA SI APRE UN LUNGO NEGOZIATO SUL NUCLEARE, E IN BASE A IMPEGNI VAGHI E GENERICI, GLI AYATOLLAH OTTENGONO SOLDI (12 MILIARDI SBLOCCATI), IL POTERE DI APRIRE E CHIUDERE LO STRETTO DI HORMUZ, E NON SI TOCCANO I MISSILI DI HEZBOLLAH
Tra Washington e Teheran ci sono sette ore e trenta di differenza e, alla fine, dopo la mezzanotte iraniana, gli uomini della Repubblica islamica hanno firmato l’accordo. Lo conferma la tv di Stato: «Li abbiamo costretti ad accettare». E, in effetti, in Iran, è «il giorno dopo i bombardamenti su Beirut».
Trump sognava di mettere il suo nome e cognome sotto quel foglio nella data del suo ottantesimo compleanno, e alla fine ce l’ha fatta. «Senza i raid sul Libano magari ci saremmo arrivati anche prima», dice la fonte.
A Teheran, almeno in pubblico, la narrativa è chiara. La pace, dicono, la vogliono entrambi, Washington e la Repubblica islamica. A far ballare il tavolo è sempre il premier israeliano.
La fonte lascia cadere una frase che è un paradosso: «Finirà che sarà Trump a fare da mediatore tra noi e Israele». Una battuta che, incredibilmente, si avvicina a ciò che spera lo stesso Netanyahu, che vorrebbe avere le mani libere e non farsi comandare dalla Casa Bianca.
Nemmeno il tempo di inviare la firma, che la retorica della vittoria è già in moto: «Il nemico, che ha attaccato per perseguire i suoi scopi malvagi, ha visto tutti i suoi obiettivi vanificati e l’Iran ha conseguito grandi vittorie», scrive Kazem Gharibabadi , viceministro degli Esteri.
E l’agenzia Fars, vicina ai pasdaran, racconta come è andata: «Dopo l’attacco a Beirut, l’Iran ha annullato i negoziati e si era preparato per un raid contro il regime sionista, ma con le concessioni dell’ultimo minuto di Trump — tra cui la preservazione dell’integrità territoriale del Libano, il ritiro di Israele dal confine libanese e l’immediata revoca dell’assedio — è stato persuaso a rinunciare all’attuazione dell’attacco».
Intanto, sui social qualcuno ride e applaude. Vengono rilanciati i post in cui Trump richiama all’ordine Netanyahu, e piacciono soprattutto le parolacce con cui il presidente americano si rivolge all’alleato.
In mezzo a queste onde, navigano i tre moschettieri della diplomazia di Teheran — Mohammad Ghalibaf, Abbas Araghchi e Masoud Pezeshkian — che hanno provato con qualunque mezzo a chiudere la prima fase dell’intesa. Hanno trattato nonostante i missili israeliani e sotto il fuoco amico dei falchi interni, che ce l’hanno messa tutta per far deragliare il processo. Ieri, gli oltranzisti in piazza invocavano l’esecuzione di Araghchi, accusandolo di debolezza. In Iran, gli slogan hanno molta importanza. In quella piazza si gridava «Morte ad Araghchi» .
(da agenzie)
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