TRUMP FESTEGGIA L’ACCORDO CON L’IRAN, MA E’ PEGGIO DI QUELLO DI OBAMA 2016
NON SOLO IL REGIME E’ ANCORA BEN SALDO, MA CI HA PURE GUADAGNATO
“Il mio è un documento potente, non come quello di Obama che era terribile”. Nel giorno del
suo sbandierato trionfo, Donald Trump, a margine del G7 di Evian, tiene a precisare una cosa: il suo quadro d’intesa con l’Iran è molto meglio di quello firmato dal democratico nel 2015 e da lui abbandonato nel 2018. Qualche giorno fa, in un’intervista a Abc News, Barack Obama ha infatti detto di “dubitare che l’intesa in discussione oggi sia molto diversa dalla mia”. Trump, che detesta il suo predecessore e ne soffre il confronto, ha reagito nell’unico modo che conosce. Attaccando. Nelle sue parole si avverte però anche dell’altro. Il disperato tentativo di rappresentare come un trionfo qualcosa che, forse, trionfo non è.
Non è al momento davvero possibile stabilire un parallelo tra il Joint Comprensive Plan of Action (Jcpoa) del 2015 e il memorandum d’intesa di Trump. Anzitutto, il Jcpoa era racchiuso in 159 pagine di vincoli, regole, impegni. Il testo da firmare venerdì a Ginevra non è ancora pubblico. È poi diverso il contesto storico. Il programma missilistico balistico iraniano e la gestione dello Stretto di Hormuz sono problemi oggi, non nel 2015. C’è poi, a detta dell’amministrazione Usa, soprattutto una differenza. Undici anni fa, l’Iran acconsentiva all’accesso illimitato degli ispettori dell’Aiea e alla riduzione di due terzi delle sue centrifughe. Ciò che, insieme al taglio delle scorte di uranio già arricchito, allungava nel tempo la possibilità che Teheran disponesse del nucleare. Il testo di Trump non dovrebbe invece contenere “sunset clauses”. In altre parole, ci sarebbe per l’Iran il totale e indefinito divieto al nucleare per fini militari. Qui emergono i primi problemi. In un’intervista al New York Times, Trump ha ripetuto che nel futuro l’Iran si limiterà a livelli bassi di arricchimento, tali “da non poter mai essere utilizzati dai militari”. Quando però gli hanno chiesto se quel limite sarà vicino al 3,67% voluto da Obama, Trump non ha risposto e ha ripetuto: “Potranno arricchirsi solo per scopi non militari”.
È un’indeterminatezza che porta a ipotizzare che il nuovo testo sia diverso dal Jcpoa solo nella clausola che fa finire il conflitto – che però nel 2015 non c’era. Per il resto, all’Iran verrebbe concesso, come nel 2015, una certa possibilità di arricchimento, su cui Teheran potrà nel futuro giocare per tornare agli originari progetti. È per contrastare l’impressione di un’operazione militare e diplomatica clamorosamente fallita, che Trump e i suoi si sono lanciati in un altro tipo di offensiva, questa volta mediatica. Su Truth Social, Trump si è profuso in toni lirici: “Navi del mondo, accendete i vostri motori. Lasciate che il petrolio scorra”. Legando il memorandum agli 80 anni appena compiuti dal presidente, Marco Rubio ha scritto su X: “L’America è fortunata ad avere un leader con un coraggio così incredibile, una forza straordinaria, un senso dell’umorismo ineguagliabile e un amore per la patria senza pari”. Gli accenti trionfalistici non riescono pero a nascondere tutto il non detto. Oltre a non essere chiaro che ne sarà del programma nucleare iraniano, domina l’incertezza sullo Stretto di Hormuz – a Evian, il presidente ha spiegato che “lo Stretto è parzialmente aperto”, ma che “stanno ancora cacciando qualche mina” – e sulla tenuta della tregua tra Israele e Hezbollah. L’esito della vicenda iraniana rischia anche di essere piuttosto magro, se rapportato ai proclami iniziali. Per Trump la guerra era “praticamente vinta” dal secondo giorno. Dal quarto, l’esercito iraniano era in gran parte “degradato”. Senza contare gli appelli al “regime change”, risuonati tante volte in quelle che dovevano essere “quattro/cinque settimane” di raid. Di tutto ciò, non è rimasto nulla. E mentre risuona la fanfara dell’amministrazione, i dubbi emergono non solo tra i democratici ma anche tra alcuni repubblicani. Il senatore del South Carolina, Lindsay Graham, di solito solido alleato di Trump, questa volta non appare così solido e dice: “Temo che in Iran abbiano una percezione dell’intesa molto diversa da quella del team dei nostri negoziatori”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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