Aprile 22nd, 2026 Riccardo Fucile
I TRASPORTI SONO RESPONSABILI DI OLTRE UN QUARTO DEL GAS SERRA
Torino, maggio 2025: la procura generale chiude definitivamente il primo processo penale in Italia che vedeva sul banco degli imputati l’ex presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino e gli ex sindaci Piero Fassino e Chiara Appendino, accusati di inquinamento ambientale colposo per non aver fatto tutto il possibile per evitare il «deterioramento dell’aria della città di Torino». Per i giudici «il fatto non sussiste»: l’unica arma certa che possiedono gli amministratori locali per abbattere il deterioramento dell’aria sarebbe quella di fermare tutte le auto a combustione ma questo contrasterebbe «con altri interessi», come «la libertà di circolazione delle persone».
Il problema però resta. In Italia i trasporti sono responsabili di oltre un quarto del gas serra e molte città superano i limiti di polveri e sostanze nocive. Se si guarda al 2030, quando entreranno in vigore i nuovi e più stringenti limiti sulla qualità dell’aria, il nostro Paese resta ancora lontano dai parametri richiesti: applicandoli oggi, sarebbe fuorilegge il 53% delle città per il Pm10, il 73% per il Pm2.5 e il 38% per il biossido di azoto (Legambiente su dati Arpa). Il problema è di tutti: Istituto Superiore di Sanità e l’Agenzia per l’Ambiente stimano che ogni anno lo smog uccida 63mila italiani – 43mila morti premature per polveri sottili; 11mila per l’ozono e 9mila per biossido di azoto. È il dato peggiore d’Europa.
Gli obiettivi europei
Con le tecnologie attualmente sul mercato (e in attesa di capire quale sarà il futuro del motore a idrogeno), annullare le emissioni significa una cosa sola: viaggiare su auto elettriche. I produttori guardano al 2035, quando si potranno immatricolare quasi soltanto veicoli nuovi a ricarica. Oggi in Italia l’elettrico rappresenta appena il 6,2% dell’immatricolato nel 2025 a fronte del 19% della Germania e del 20% della Francia. Anche perché, nel frattempo, lo Stato continua a garantire miliardi in sostegni per le vetture che bruciano diesel o benzina. Vediamo come.
La situazione
Nonostante il miglioramento delle tecnologie, secondo l’Ispra il trasporto è l’unico settore che inquina più oggi rispetto al 1990: +10,2% di emissioni. Con una mobilità pubblica molto sotto la media europea, solo il 7,4% degli spostamenti avviene su bus, treni o metrò. Il risultato è che, quando usciamo di casa, due volte su tre scegliamo di farlo in automobile: non solo siamo il Paese con più veicoli dopo la Germania (47 milioni, che significa 701 vetture ogni mille abitanti a fronte delle 578 della media Ue), ma questi veicoli sono pure tra i più vecchi e per l’80% le montano motori endotermici a benzina o diesel. L’elettrico rappresenta solo lo 0,9% delle auto che si vedono sulle strade (dati Unrae).
La svolta delle aziende
Per gli operatori del settore, ma anche secondo la Commissione Ue, la spinta decisiva per un trasporto «sostenibile» deve passare dal rinnovo del parco auto delle imprese. Per due motivi: 1) quelle aziendali sono quasi la metà delle auto vendute che, percorrendo molta più strada, producono il 61% delle emissioni di anidride carbonica; 2) le aziende cambiano auto ogni 3-5 anni, e quindi – attraverso il mercato dell’usato – indirizzano le scelte dei cittadini. Ma le imprese italiane cosa scelgono? Poco l’elettrico (6,3% dell’immatricolato 2025), ancora parecchio i «vecchi» diesel e benzina (36,5%), e moltissimo l’ibrido (54%), con gli acquisti di veicoli plug-in che in un anno sono passati dal 5 al 10,4%.
Ibride e plug-in
Le ibride inquinano meno delle vetture a motore endotermico. Le più diffuse hanno batterie piccole e un’autonomia elettrica limitata: si ricaricano frenando e quindi la maggiore riduzione delle emissioni avviene solo se ci si sposta in città. Le plug-in invece sono ricaricabili direttamente e, a seconda delle situazioni, si muovono in elettrico oppure a combustione. Sulla carta sembra un buon compromesso, ma purtroppo non coincide con i fatti: gli studi (qui) resi pubblici dalla Commissione europea mostrano che le plug-in inquinano da 3 a 5 volte il dichiarato. Stando ai test di laboratorio dovrebbero viaggiare in elettrico per il 70-85% del percorso, nella realtà le auto private lo fanno al 45-49%, quelle aziendali all’11-15% anche
perché, spiega la Corte dei conti europea, le aziende spesso rimborsano al dipendente le spese del carburante ma non quelle di ricarica, e se lo fanno – ha chiarito l’Agenzia delle entrate – i rimborsi vanno tassati.
I biocarburanti
Quella ibrida non è l’unica tecnologia che si vorrebbe definire green. Il ministro dell’Ambiente Gilberto Picheto Fratin spinge perché l’Europa allarghi il ventaglio delle alternative: «Non c’è solo l’elettrico – dice – è fondamentale introdurre anche una categoria di veicoli alimentati con biocarburanti e carburanti sostenibili». Nicola Armaroli del Cnr: «Cambiare combustibili non sposta nulla a livello di enorme spreco energetico e ambientale: i biocarburanti rilasciano molte sostanze inquinanti. Inoltre, c’è un grande impatto connesso alla produzione, lavorazione e trasporto della materia prima vegetale da cui si ricavano. Tutto considerato, l’inquinamento prodotto da un’auto a biocarburante non si discosta molto da quello di un’auto a motore endotermico».
In un report del 2025, confrontando le emissioni dei motori più diffusi, è il ministero dei Trasporti a dire che «l’uso delle migliori tecnologie disponibili e l’eventuale riduzione della cilindrata media di tutti i veicoli porterebbero a ulteriori riduzioni delle emissioni ma non riuscirebbero comunque a garantire un significativo abbattimento delle emissioni di anidride carbonica». E questo rende «evidente la logica della strategia europea di lungo termine verso l’elettrificazione».
Pochi incentivi ai cittadini
In Italia per spingere l’elettrico è prevista l’esenzione dal bollo per almeno cinque anni e uno sconto sulle imposte provinciali per l’immatricolazione, oltre agli incentivi-spot degli enti locali, come i 2000 euro di contributo della Provincia di Bolzano. Il Governo ha lanciato il piano automotive 2026-2030 da 1,6 miliardi di euro, ma vanno quasi tutti alle industrie, e – dopo quelli del 2025 – non si prevedono nuovi ecobonus per tutti i cittadini. C’è invece il contributo ai privati per le colonnine, considerato che pure sul fronte della diffusione dei punti di ricarica pubblici siamo quelli messi peggio in Europa.
I miliardi alle aziende
Se andiamo a vedere i sussidi indiretti e i vantaggi fiscali, si scopre che lo Stato sta sostenendo le aziende affinché continuino ad acquistare e utilizzare veicoli ibridi o con motore endotermico. I conti (qui lo studio) li ha fatti Transport & Environment (T&E), la principale organizzazione per la decarbonizzazione dei trasporti: sull’acquisto di nuovi mezzi ibridi o a motore endotermico, ci sono 609 milioni di euro ogni anno per l’ammortamento della spesa e 360 milioni di detrazioni Iva. Per le agevolazioni fiscali sui carburanti 4,38 miliardi. Soprattutto: 8,95 miliardi di euro per le auto ibride, benzina e diesel date ai dipendenti in fringe benefit, per le quali è prevista una tassazione favorevole. In tutto 14,3 miliardi l’anno, a fronte dei 7,1 della Francia, 6,1 miliardi della Polonia, appena 800 milioni della Spagna. Perfino più che in Germania (13,7 miliardi di sussidi indiretti), dove l’industria dell’auto è potentissima anche perché crea molti più posti di lavoro che da noi.
La crisi petrolifera
Spingere sulle vetture a emissioni-zero, non significa solo salvaguardare la salute di milioni di italiani. «Ogni euro speso per l’aria pulita genera benefici almeno quattro volte più elevati» spiega la commissaria europea per l’Ambiente, Jessika Roswall.
Di certo c’è che lo scorso anno l’Europa ha speso 67 miliardi per importare circa un miliardo di barili di petrolio per auto: nello stesso periodo gli 8 milioni di veicoli elettrici che già circolano sulle strade europee hanno permesso di risparmiare 46 milioni di barili, per un valore di 2,9 miliardi di euro. Dopo lo scoppio del conflitto in Iran e la crisi nello Stretto di Hormuz, con il prezzo dell’«oro nero» schizzato fin sopra i 100 dollari al barile (e accade ciclicamente, a ogni shock petrolifero), secondo le stime T&E, aggiornate a marzo 2026, percorrere 100 chilometri con un’auto a benzina costa mediamente 14,2 euro, mentre con un veicolo elettrico – anche conteggiando l’aumento dei prezzi dell’elettricità a causa del gas più caro – il costo medio scende a 6,5 euro. Sulle tasche degli automobilisti, il rincaro è stato 5 volte più alto per chi viaggia con motori endotermici. C’è un ostacolo a monte da considerare: il prezzo d’acquisto dell’auto elettrica è ancora troppo caro per molte tasche. A eccezione dei marchi cinesi, che stanno conquistando posizioni sul mercato europeo. Comunque per cambiare direzione da qualche parte bisognerà pur cominciare.
La leva fiscale
L’esperienza del Belgio mostra che per accelerare la transizione la leva fiscale può essere quella giusta: nel 2021 ha deciso che le aziende, a partire dal 2026 potranno ammortizzare solo il costo delle auto a zero emissioni, nessuna deducibilità fiscale per le altre, ibride comprese. Risultato: le elettriche sono passate dal 9 al 54%. Pochi giorni fa, a un convegno dell’associazione dei concessionari, il ministro per le Imprese Adolfo Urso ha promesso nuovi eco-incentivi, a cominciare dai veicoli commerciali. Resta da capire cosa intenda per «eco».
Milena Gabanelli e Andrea Priante
(da corriere.it)
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Aprile 22nd, 2026 Riccardo Fucile
IL CYBER-ATTACCO HA MESSO IN LUCE LA VULNERABILITÀ DEI SISTEMI INFORMATICI RUSSI, MA ANCHE LA DIPENDENZA DALL’ESTERO DELL’INDUSTRIA DEI DRONI MILITARI DI MOSCA: FINO AL 90% DEI COMPONENTI ELETTRONICI È STRANIERO, IL RAME ARRIVA DALLA CINA E MANCANO PRODUZIONI INTERNE ANCHE PER MATERIALI DI BASE COME LA PLASTICA
Un hacker ucraino ha violato una riunione ad alto livello del ministero dell’Industria e
del Commercio russo, facendo emergere la forte dipendenza di Mosca da forniture estere per la produzione di droni militari. Durante l’incontro, i funzionari – ignari di essere intercettati – hanno ammesso difficoltà strutturali nella catena produttiva.
Una funzionaria ha spiegato: «Abbiamo incontrato un problema con le materie prime… quale percentuale di materiali stranieri dovremmo usare?». E ha aggiunto: «Se prendiamo i componenti elettrici, il 90% è straniero… semplicemente non vengono prodotti in Russia». Il filo di rame, ha precisato, è «prodotto esclusivamente in Cina», mentre altri partecipanti hanno ammesso che «non esiste plastica russa».
A quel punto è intervenuto l’hacker ucraino Yevhen Volnov, che si è inserito nella call sorprendendo i presenti. Dopo essersi fatto sentire, ha lanciato una raffica di insulti e minacce: «Allora, ecco una domanda: come stabilite il grado di “russicità” di quei ceceni che ****** vostre madri?», ha detto con tono provocatorio.
Ha poi avvertito i funzionari: «I vostri volti sono stati tutti filmati… quindi guardatevi intorno», aggiungendo: «Sì, sì, tu, quello pelato, prima di tutto». E ancora: «Avete ammesso voi stessi che senza la Cina non vola nulla».
Volnov ha quindi fatto i nomi di alcuni partecipanti – tra cui Alexei Serdyuk, responsabile dei sistemi senza pilota del ministero, Alexander Plotnikov e Daniil Abulov – minacciandoli direttamente: «Serdyuk, Plotnikov, Abdulov… tutta la vostra banda è nel nostro radar». E ha concluso: «Questo è solo l’inizio… le sorprese possono arrivare in qualsiasi momento. Ci vediamo presto. Gloria alle Forze Armate dell’Ucraina!».
La riunione si è chiusa nel caos, con i funzionari russi impegnati a interrompere il collegamento. L’episodio mette in luce non solo falle nella sicurezza interna, ma anche la vulnerabilità dell’industria militare russa, fortemente dipendente da componenti stranieri in un settore cruciale per la guerra.
(da agenzie)
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Aprile 22nd, 2026 Riccardo Fucile
ALTRO NUMERO ALLARMANTE: IL DEBITO PUBBLICO DELL’ITALIA È IN SALITA AL 137,1% DEL PIL, RISPETTO AL 134,7% DEL 2024, IL SECONDO PIÙ ALTO NELL’UE ALLE SPALLE DELLA GRECIA
Eurostat stima il rapporto deficit/Pil dell’Italia al 3,1% per il 2025, dal 3,4% del 2024. Con questo valore sembra escludersi una uscita del Paese dalla procedura europea per disavanzo eccessivo, all’esame dalla Commissione Ue a inizio giugno nell’ambito del Semestre europeo.
Eurostat vede il debito dell’Italia in salita al 137,1% del Pil nel 2025, rispetto al 134,7% del 2024. Resta il secondo debito rispetto al Pil nella Ue alle spalle della Grecia, che si attesta in calo al 146,1% del Pil (dal 154,2%). Sotto i valori dell’Italia il debito della Francia, in aumento al 115,6 del Pil (dal 112,6%).
Crescita in ribasso, inflazione in salita e il rischio di contraccolpi ancora più pesanti sull’economia se la situazione geopolitica nel Golfo Persico non si stabilizza. È questo il messaggio che emergerà dal nuovo Documento di finanza pubblica (Dfp), atteso sul tavolo del Consiglio dei ministri.
(da agenzie)
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Aprile 22nd, 2026 Riccardo Fucile
“E’ UN SOGGETTO RIPUGNANTE, DEVO FARE I CONTI CON LA MIA COSCIENZA”…E SUO FIGLIO LASCIA L’UFFICIO DI VANCE
Non bastavano i sondaggi negativi, ora Donald Trump deve fare i conti anche con un
calo di consenso tra i suoi sostenitori più fedeli. Come il podcaster conservatore, ex Fox News e volto della destra MAGA, Tucker Carlson.
Durante una conversazione nel suo programma con il fratello Buckley, ex speechwriter del tycoon, Carlson ha preso le distanze da Trump e si è scusato con gli ascoltatori per «averli tratti in inganno». «Saremo tormentati da questo per molto tempo, tu hai scritto discorsi per lui, io ho fatto campagna elettorale per lui. Siamo sicuramente implicati in questa vicenda – ha dichiarato -. Voglio dire che mi dispiace di aver fuorviato le persone». Le parole segnano una svolta significativa per una delle voci più influenti del panorama conservatore americano. Pur avendo in passato definito Trump «la persona più ripugnante del pianeta», Carlson fu tra i primi a sostenerne con convinzione la candidatura nel 2016. Dopo essere stato silurato da Fox News per aver promosso teorie complottiste sulla vittoria di Joe Biden nel 2020, Carlson ha poi appoggiato apertamente il tycoon anche nella campagna per il ritorno alla Casa Bianca nel 2024.
La fine di una relazione MAGA
Oggi, però, il rapporto tra i due appare incrinato, al punto da portare il figlio a lasciare l’ufficio comunicazione del vicepresidente JD Vance. Al centro della rottura vi sono le posizioni sulla politica estera, in particolare il sostegno degli Stati Uniti a Israele e il conflitto con l’Iran. Carlson ha criticato duramente il linguaggio di Trump, definendolo «ripugnante sotto ogni aspetto», e ha ammesso una responsabilità personale nel suo ritorno alla Casa Bianca: «Io, te e milioni di altri siamo parte di ciò che sta accadendo».
La presa di posizione – ricorda il Guardian – arriva in un clima di crescente tensione tra Trump e alcune figure mediatiche della destra americana. Il presidente ha recentemente attaccato il podcaster insieme ad altri commentatori come Megyn Kelly, Candace Owens e Alex Jones, definendolo «una persona con basso quoziente intellettivo» e minacciando di stilare una lista di sostenitori «buoni e cattivi» del movimento Maga.
Le critiche oltre la politica
Ma le critiche di Carlson vanno oltre la politica. In altri interventi, aveva dichiarato di provare «pena» per Trump, sostenendo che il presidente sarebbe limitato da forze esterne e incapace di prendere decisioni autonome. In un episodio particolarmente controverso del suo podcast, si è persino chiesto se Trump potesse essere «l’anticristo», accusandolo di aver deriso il cristianesimo dopo alcuni attacchi verbali a una figura religiosa e la pubblicazione della famosa immagine, poi rimossa e infine modificata, che lo ritraeva come Gesù.
(da agenzie)
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Aprile 22nd, 2026 Riccardo Fucile
I NIPOTI DEL FONDATORE DELL’ENI DIFFIDANO LA PREMIER: NON COMPRA GAS RUSSO PERCHE’ DEVE COMPRARLO DA TRUMP E ASSISTE INERME AL GENOCIDIO IN PALESTINA
Una pec con oggetto «Diffida all’utilizzo del nome di Enrico Mattei in relazione al cosiddetto “Piano Mattei”». Firmata Pietro Mattei, uno dei nipoti del fondatore dell’Eni morto nel 1962 in un incidente aereo a Bascapé. E inviata alla presidenza del Consiglio, mentre tra gli eredi e l’azienda c’è anche una disputa che riguarda alcuni beni.
In particolare oggetti, lettere, e diversi quadri del primo Novecento. E soprattutto due nature morte di Giorgio Morandi, appartenute all’industriale, per cui è stata presentata una citazione in sede civile per petizione ereditaria al tribunale di Macerata contro l’azienda di Claudio Descalzi.
Gli eredi Mattei contro Meloni
La storia che racconta oggi La Stampa parte proprio dalla diffida. Pietro e Rosangela detta Rosy sono figli di Italo, fratello minore di Enrico. Pietro è l’erede unico della vedova di Mattei Margherita Paulas, un’ex ballerina austriaca morta nel 2000. È quindi titolare del 66% dei beni di famiglia. Rosy cura una Casa Museo a Matelica. Pietro ha deciso di diffidare Meloni dopo due anni dall’avvio del piano strategico di partenariato con i paesi africani intitolato al fondatore dell’Eni. Che dopo il 1953 lanciò la sfida alle Sette Sorelle, le compagnie del petrolio che all’epoca avevano il monopolio mondiale dell’estrazione di greggio. Firmando accordi con l’Urss, i paesi del mondo arabo e l’Iran. E rompendo il cartello. Così Eni diventò la fautrice della politica energetica autonoma dell’Italia.
La polemica
«Il contrario di quello che sta facendo Meloni», spiega Pietro. «All’inizio ho detto “vediamo che fanno”. Ma adesso trovo veramente inaccettabile le politiche del governo. Sull’immigrazione, sui costi dell’energia, sui rapporti con gli Stati Uniti. Mattei aveva sfidato gli americani, non era il loro servo. E secondo alcune tesi potrebbe essere stato ucciso proprio per questo. Meloni invece non compra gas dai russi perché deve comprarlo da Washington e assiste inerme a un genocidio in Palestina. Se lo immagina Mattei di fronte a questo?». Nella mail l’operato della premier è definito in totale antitesi rispetto a Mattei, e il suo nome usato a scopi di propaganda che distorcono l’eredità politica di Eni.
La subordinazione agli Usa
E questo perché invece di perseguire «la sovranità energetica nazionale» il governo mostra «una marcata subordinazione agli interessi degli Usa». Quanto al rapporto paritetico e non predatorio nei confronti dei paesi africani, aggiunge Pietro, non è così: «Basta vedere come tratta i migranti», perché, scrive nella diffida, Mattei «selezionava i giovani locali, li formava nelle scuole dell’Eni e li rimandava nei loro Paesi. Un approccio lontano dall’attuale utilizzo del tema migratorio per fini politici». Per questo andrà in tribunale: «Faremo causa, civile e penale. Stanno vendendo una scatola vuota».
La storia dei quadri
Rosy non ha firmato la diffida. Perché il figlio Aroldo Curzi Mattei è un imprenditore con relazioni vaste ed è stato coinvolto nel Piano. Insieme però hanno presentato la denuncia per i quadri. La Stampa scrive che le due nature morte di Morandi – datate 1919 e 1941 e in mostra fino allo scorso gennaio al Palazzo delle Esposizioni di Roma – sono i pezzi più pregiati di una collezione personale di enorme valore (con opere di artisti come De Pisis, Carrà, Rosai) che Mattei aveva accumulato negli anni ’40 e ’50. «Sono di sua proprietà. Molti li ha comprati quando l’Eni neanche esisteva. Quindi se sono di Mattei devono essere restituiti alla famiglia», dice Rosy.
L’inventario
«Mi sono fatta aiutare da diversi avvocati. E abbiamo chiesto l’inventario», aggiunge Rosy. Ma sono stati «omessi», sostengono gli eredi. Rosy ha anche ceduto alcuni beni al comune di Acqualagna per il Museo Casa Natale di Mattei che lei disconosce e con cui è in causa (a novembre è stata indagata perché accusata di aver sottratto alcuni cimeli): «Se sono della famiglia perché darli a loro?».
Anche Pietro in questi anni ha provato a sollecitare i legali di Eni: «Mia zia mi aveva raccontato che il marito firmava il retro dei quadri che comprava per sé. Abbiamo chiesto di visionarli e affidarli a un perito. Ma niente. A questo punto deciderà un giudice». La società replica: «I beni rientrano nel patrimonio aziendale di Eni che pertanto farà valere tale posizione nel giudizio avviato dai familiari».
(da agenzie)
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Aprile 22nd, 2026 Riccardo Fucile
I TRUCCHETTI DA MAGLIARI DEL GOVERNO
Nel momento in cui scrivo, non si sa bene che fine farà il nuovo decreto Sicurezza, cioè
quell’insieme di norme che il governo Meloni ha presentato (caratteristiche di urgenza, ecc. ecc. la solita solfa) per rafforzare la repressione del dissenso nel Paese. Come si sa, il nodo venuto al pettine del Quirinale è l’articolo 30 bis del decreto, che in soldoni (e il caso di dire) riconosce un pagamento all’avvocato del migrante (625 euro) se il migrante accetta di andarsene dall’Italia.
Traduco: la Repubblica garantisce a tutti il diritto alla difesa, ma se il difeso è un migrante o un richiedente asilo l’avvocato viene pagato per farlo perdere e per caricarlo su un volo che lo riporta nel posto da cui è scappato.
Ci vuole del genio: pagare un avvocato a seconda dell’esito della causa è un calcio in faccia alla Costituzione italiana (diritto alla difesa, articolo 24), e forse proprio per questo gradito a chi considera la Costituzione una discreta rottura di palle (quelli del Sì al referendum, per dire). Il decreto va tramutato in legge entro il 25 aprile (il calendario è beffarolo), sennò nisba, e questo agita gli agit-prop securitari del governo, povere stelle.
A proposito di schifezze, lo stesso decreto introduce una specie di scudo penale per le forze dell’ordine, libere di menare senza pensieri, e addirittura il fermo preventivo, cioè possono rinchiuderti prima che tu abbia fatto qualcosa perché c’è il sospetto che tu possa farlo (non si applica ai femminicidi per scongiurare retate di mariti).
I barbatrucchi del governo Meloni per evitare di fare l’ormai tradizionale figura da peracottaro sono a questo punto degni di Fantozzi: non modificare il decreto e fare subito al volo un altro decreto che smentisce l’articolo 30 bis del decreto (una legge con allegata legge che smentisce la legge, c’è del genio), far finta di niente e aspettare che la Corte costituzionale faccia a pezzi tutto quanto, oppure far passare il decreto e poi dimenticarsi dei decreti attuativi, in modo che la legge resti scritta, ma risulti inapplicabile. Tutti trucchetti da magliari.Sui decreti Sicurezza e porcate consimili, comunque, si dovrebbe studiare l’abbonamento mensile, rinnovabile automaticamente, come sui siti web, perché il governo Meloni li fa spesso, aggiornati e fantasiosi.
Aveva cominciato dichiarando guerra ai rave party (decreto 162/2022), che erano chiaramente un’emergenza nazionale. Poi fece il decreto Cutro (20/2023), quello per cui Giorgia disse che avrebbe rincorso gli scafisti per tutto il globo terracqueo, facendo ridere tutto il globo terracqueo. Poi fu la volta del decreto Caivano, per contrastare la povertà educativa e le baby gang, che prevedeva addirittura l’arresto per chi non manda i figli a scuola (a meno che non vivano in un bosco con le caprette e possano essere usati per la propaganda). Poi arrivò il decreto Sicurezza del 2025, e ora questo pasticcio immangiabile del decreto Sicurezza 2026, che pretende (tra le altre cose) di pagare gli avvocati solo se fanno condannare l’imputato. Manca ancora un anno alla fine di questa parentesi sgangheratamente neo-fascista del governo italiano e sarebbe divertente prevedere quali altre mattane securitarie si potranno inventare i patrioti che siedono a Palazzo Chigi. Intanto, c’è una chiara indicazione per un prossimo ipotetico governo progressista: una legge di una riga, chiara e semplice. Articolo uno: “Sono aboliti tutti i decreti in materia di sicurezza del governo precedente, per manifesta stupidità”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Aprile 22nd, 2026 Riccardo Fucile
MAGGIORANZA POCO EFFICACE PROPRIO SULLA SICUREZZA
Ma l’idea di una eterna emergenza sicurezza da affrontare pugnal tra i denti può pagare ancora a destra? È la domanda che la maggioranza dovrebbe porsi dopo l’esito surreale del quinto decreto sicurezza, che oggi vedrà il governo impegnato a cancellare con una mano ciò che aveva scritto pochi giorni fa con l’altra. Si può dire (e la destra lo dice): solo un incidente di percorso. Ma il provvedimento arrivato in queste ore al capolinea ha annaspato troppo tempo nelle difficoltà per chiudere la questione così.
Per mesi la maggioranza si è incagliata su ogni singolo dettaglio del testo, in una girandola di proposte avanzate e ritirate perché in conflitto con altre norme, o al limite della costituzionalità, o affondate da fatti di cronaca come l’omicidio di Rogoredo. Il testo è arrivato nell’aula del Senato senza relatore perché si è fatto e disfatto su ogni dettaglio del pacchetto: sul fermo preventivo senza limiti, sullo scudo legale assoluto per gli agenti, sulle cauzioni a carico di chi organizza manifestazioni, sull’uso dell’esercito in funzioni di ordine pubblico.
La difficoltà, evidente, è stata quella di produrre nuovi segnali di intransigenza e fermezza dopo aver esplorato con i quattro precedenti decreti sicurezza ogni angolo dell’universo securitario, dai rave (primo decreto sicurezza) alla caccia planetaria agli scafisti (decreto Cutro), dalle baby gang (decreto Caivano) ai quattordici nuovi reati introdotti dal decreto del 2025.
Restare nel canone della Costituzione alzando per la quinta volta il tiro era oggettivamente difficile, e infatti non ci si è riusciti: il provvedimento più significativo, introdotto all’ultimo minuto con un emendamento a prima firma FdI, si è scontrato non solo con le osservazioni del capo dello Stato ma soprattutto con le contestazioni indignate di chi avrebbe dovuto beneficiarne, gli avvocati e ogni loro rappresentanza.
Il problema tecnico sarà risolto, il problema politico rimane. Per il suo ipotetico weekend della riscossa il centrodestra aveva immaginato una coppia di iniziative ad alto impatto, concepite per segnare la ripartenza dopo lo choc referendario. La prima era la visita in Albania di una delegazione FdI di altissimo livello, che avrebbe dovuto “ribaltare la narrazione” sull’inefficienza del centro di Gjader. La seconda era appunto affidata al bonus di Stato agli avvocati che si spendono per il
rimpatrio assistito dei loro clienti anziché brigare con le richieste d’asilo. Era, forse, anche un modo di assecondare l’input dato da Giorgia Meloni nella conferenza stampa di inizio 2026 («Dovrà essere l’anno del cambio di passo sulla sicurezza») poi ribadito nell’ultimo intervento in Parlamento («Non sono soddisfatta dei risultati sulla sicurezza»). Entrambe le idee hanno fatto cilecca, la seconda si è trasformata in un atto di autolesionismo difficile da riparare.
E dunque la domanda iniziale ha un suo senso: questa eterna emergenza sicurezza, valorizzata in ogni intervento, ogni trasmissione televisiva, ogni impegno parlamentare, può essere davvero la risposta giusta per la gestione dell’ultimo anno di legislatura? O è soltanto la comfort zone dove il centrodestra trova riparo in un momento di confusione e incertezza? Dopo quattro anni di governo, è immaginabile che gli elettori della maggioranza siano storditi da una escalation interventista che dà la sensazione di un esecutivo alla perenne e continua rincorsa di eventi che non riesce a controllare. Sistemate le baby gang ci sono i maranza, sistemato il piccolo spaccio ci sono i coltelli, sistemate le occupazioni delle prime case ci sono quelle delle case al mare, fatti gli accordi per i rimpatri ci sono quelli che non li assecondano, raddoppiata la vigilanza nelle stazioni ci sono i ragazzini che aggrediscono i professori.
Il rischio piuttosto evidente è che l’impegno sulla sicurezza e l’infinita serie di norme-bandiera prodotte per confermarlo si trasformino in boomerang e avvalorino l’idea di una maggioranza poco efficace proprio sul caposaldo politico della sua proposta, quello che nel 2022 ha contribuito a segnarne la vittoria. E il vero paradosso è che, a guardare i dati, l’emergenza non esiste o è molto minore di come la raccontano: tutti i reati di pericolo sociale sono in diminuzione da anni e pure l’immigrazione, ci dice l’Istat, sta registrando cali. Prenderne atto e valorizzare i risultati ottenuti piuttosto che i problemi ancora aperti forse sarebbe una migliore strategia. Di certo più convincente dell’allarmismo quotidiano, visti anche i risultati parlamentari che produce.
(da La Stampa)
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Aprile 22nd, 2026 Riccardo Fucile
BASTA? NON BASTA! IL DECRETO HA PERMESSO A DEL DEO DI RICOLLOCARSI, IL GIORNO DOPO L’USCITA “SPINTANEA”, ALLA PRESIDENZA DI UNA SOCIETÀ DEL MILIARDARIO PIGNATARO CHE ERA STATA BEN “ATTENZIONATA” DAL VICE DELL’AISI – COME MAI, PRIMA PARENTE, POI BELLONI E INFINE MANTOVANO HANNO PERMESSO A DEL DEO DI FARE IL CAZZO CHE GLI PARE?
Poco stupore, più di qualche imbarazzo, vecchie ruggini che tornano a galla ai massimi
livelli dell’esecutivo, mentre a Palazzo Chigi, intorno alle cinque di pomeriggio, vengono avvistati i vertici di alcuni reparti dei nostri servizi segreti.
L’inchiesta sulla squadra Fiore e il coinvolgimento di Giuseppe Del Deo, ex numero due del Dis, silurato alla svelta poco più di un anno fa, agitano le acque a destra.
Il sottosegretario Alfredo Mantovano, braccio destro di Giorgia Meloni, che Del Deo l’ha sempre sofferto, al contrario di Guido Crosetto, parlando con i collaboratori rivendica la cacciata. «Siamo noi ad averlo rimosso», è il ragionamento. Del Deo è stato prepensionato in tutta fretta, con un decreto ad hoc, a 51 anni, ad aprile ‘25.
Perché? Mantovano sapeva degli affari di cui ora l’ex 007 è ora accusato? Nella cerchia del sottosegretario non si spingono tanto in là. Ma fanno capire che la sua gestione dei servizi non era gradita, che di materiale per prenderne le distanze ce n’era, a sufficienza.
Un inciampo dietro l’altro: i movimenti notturni, imputati a pezzi dell’intelligence, intorno all’auto di Andrea Giambruno, ex di Meloni. Le intercettazioni dell’Aisi su Gaetano Caputi, capo di gabinetto della premier.
Due ragioni che, secondo più fonti di maggioranza, hanno segnato anche la rottura tra la presidente del Consiglio e l’ex vicedirettore del Dis, che oltre a Crosetto era in buoni rapporti, secondo le stesse fonti, con la capo staff di Meloni, Patrizia Scurti, e soprattutto con il di lei consorte, Giuseppe Napoli, ex Aisi, ora responsabile scorta della premier.
Dal ministero Guido Crosetto, nessun commento ufficiale. Dall’entourage del titolare della Difesa però ribadiscono «l’ovvio», cioè la totale estraneità del ministro agli affari della squadra Fiore.
Anche il Copasir si muove. Degli ultimi risvolti dell’inchiesta si discuterà stamattina, a margine dell’audizione di Bruno Frattasi, il direttore generale dell’agenzia per la cybersicurezza.
Il comitato parlamentare che vigila sui servizi aveva già chiesto alla procura le carte dell’inchiesta sulla squadra Fiore, prima che si sapesse dell’indagine su Del Deo. L’ultima istanza risale a gennaio. Nelle prossime ore, le carte saranno chieste di nuovo. Quelle non coperte da segreto istruttorio.
È possibile che questa strada porti a un’audizione del procuratore capo di Roma, Francesco Lo Voi, com’è accaduto con i pm di Milano per un caso simile e in parte intrecciato, Equalize.
Già in occasione di altre sedute del Copasir, a Mantovano era stato domandato della squadra Fiore. E anche lì, il sottosegretario ne avrebbe preso le distanze: il governo non sapeva né c’entrava alcunché.
Mentre sugli strani movimenti attorno alla Porsche di Giambruno, al Copasir non è mai stata rettificata la versione iniziale, un banale controllo di polizia. Versione poi smentita dall’inchiesta
Il nome di Del Deo è tornato alla ribalta nelle settimane scorse dopo che il nostro giornale ha pubblicato dei documenti riservati su un’indagine degli agenti segreti su Gaetano Caputi, il capo di gabinetto della premier Meloni.
Un’attività dell’Aisi dai contorni ancora oscuri finita in una relazione depositata alla procura di Roma, che stava indagando su una rivelazione di segreto in merito agli articoli pubblicati da Domani proprio su Caputi.
In quella relazione si scopre che almeno tre 007 hanno compiuto verifiche su Caputi richieste da del Del Deo, tra gennaio e settembre 2023. Perché spiare il dirigente apicale della presidenza del Consiglio, da cui peraltro dipende l’Aisi resta un mistero, al dì là delle motivazioni fornite ai pm dall’agenzia.
La versione riportata in una relazione ufficiale spiega che alcuni soggetti di interesse dei servizi vantavano una certa confidenza con Caputi. E che grazie a Caputi, sostenevano tali «target», avrebbero portato le loro istanze (affari, si suppone) fino ai vertici delle istituzioni. Su uno degli accertamenti svolti su Caputi, però, l’Aisi risponde che non è possibile riferire poiché si tratta di atti sensibili. Adombrando così questioni non meglio specificate di sicurezza nazionale.
Di sicuro qualche elemento in più dovrà fornirlo Alfredo Mantovano, sottosegretario con delega ai servizi, convocato dal Comitato parlamentare sulla sicurezza nazionale (Copasir) dopo i nostri articoli. Le domanda sarebbero molte, ma basterebbe iniziare da queste: Perché Del Deo ha dato indicazioni di verificare «rumors» sul tecnico di assoluta fiducia di Meloni?
E soprattutto, che fine ha fatto la mole di informazioni raccolte? Chi ha autorizzato l’Aisi a farlo? Davvero è stato Mario Parente, come ha dichiarato Del Deo al nuovo capo dell’Aisi Bruno Valensise?
Sempre il nostro giornale, il 28 aprile 2024, aveva svelato un altro intrigo interno all’Aisi che prende avvio dopo una notte di novembre 2023, quando la pattuglia della polizia sotto casa della presidente del Consiglio si accorge di due uomini che ronzavano attorno all’auto di Andrea Giambruno […]. I poliziotti allarmati tentano di capirci di più. E naturalmente parte tutta la trafils informativa che raggiunge l’agenzia all’epoca guidata da Parente con Del Deo vice.
La procura di Roma apre un’indagine, tuttora in corso per via dei molti misteri ancora irrisolti sull’identità delle due figure che armeggiavano vicino l’auto di Giambruno, ai tempi fresco di scandalo del fuori onda trasmesso da Striscia la Notizia, che ha portato alla separazione con Meloni.
Anche l’Aisi svolge un’indagine, che identifica gli sconosciuti in due agenti della scorta di Meloni, in realtà estranei ai fatti. Qualche tempo dopo l’attenzione della Digos ricadrà su due ricettatori della capitale. Ma anche questa versione non convince molto Francesco Lo Voi, che ha avocato a sé l’indagine. Il fascicolo non è ancora stato archiviato e neppure sono state formalizzate accuse nei confronti dei presunti ricettatori
Di certo, il fatto che l’Aisi abbia condotto accertamenti maldestri è uno dei motivi che ha convinto la premier a ridimensionare le sue ambizioni: prima dello scandalo era infatti in pole per prendere il posto di Parente, grazie a sponsor di peso come lo stesso ex direttore, Crosetto e l’allora numero uno del Dis Elisabetta Belloni.
Severissima con Mancini dopo l’incontro con Matteo Renzi, assai meno con l’ex militare. Del Deo, nonostante gli scandali, è stato spostato dall’Aisi al Dis, mantenendo la qualifica da vicedirettore.
(da Domani)
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Aprile 22nd, 2026 Riccardo Fucile
NELL’ULTIMO ANNO SONO STATI APPENA 536 IN TUTTO
Un gruppo di parlamentari di Fratelli d’Italia è andato in visita nei centri migranti costruiti in Albania – con soldi pubblici italiani – per “smentire quella narrazione distorta e strumentale per cui queste strutture non funzionano o peggio sono un inutile spreco”. Per dimostrare che in realtà si tratta di un “progetto che funziona” e un “modello per l’intera Europa”.
La visita si è svolta ieri e, come da copione, al termine i meloniani hanno esultato: il primo dei due centri, quello di Gjader, trasformato in un Cpr ad aprile dello scorso anno, è “a pieno regime” perché “la capienza è circa di 96 posti e ci sono 82 trattenuti”. L’altro, A Shengjin, è in “stand-by, in attesa, forse verso giugno, del nuovo Patto per la migrazione e l’asilo europeo”. Insomma, uno ospita 80 persone e l’altro è vuoto.
Che i centri migranti in Albania rischiassero di essere un buco nell’acqua clamoroso per il governo Meloni, è stato chiaro fin dal momento in cui vennero annunciati a novembre del 2023. Dopo un paio d’anni in cui la presidente del Consiglio ha insistito sul fatto che avrebbero funzionato, incassando un fallimento dopo l’altro e prendendosela con tutti, dall’opposizione ai magistrati fino all’Europa, ora la maggioranza sembra aver cambiato strategia. La linea adesso è rivendicare che i centri in Albania stanno già funzionando. Affermazioni che, però, i numeri non sorreggono.
Lunedì 20 aprile, il gruppo di nove parlamentari di Fratelli d’Italia è arrivato al centro di Gjader attorno alle 14. Dopo due ore è arrivato il comunicato celebrativo: “Il Cpr di Gjader è pieno e funzionante così come aveva annunciato il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni”. Smentita, insomma, “l’ennesima falsa narrazione delle sinistre”.
I meloniani hanno rivendicato che nel centro “sono transitate circa 536 persone con profili di altissima pericolosità sociale”. Si parla di 536 persone ospitate dall’aprile 2025, quando il centro è stato trasformato in un Cpr perché per come era pensato prima non rispettava le leggi italiane ed europee. L’altro dato è appunto quello sul
numero massimo di persone che possono essere detenute: “La capienza è circa di 96 posti ed è a pieno regime, perché ci sono ad oggi 82 trattenuti”, ha commentato Sara Kelany, deputata e responsabile Immigrazione del partito.
I numeri in evidenza quindi sono due.
Secondo i parlamentari di Fratelli d’Italia, negli ultimi dodici mesi nel centro di Gjader sono passate 536 persone. Una media di circa 45 al mese. Ad oggi, invece, all’interno ce ne sono 82. Cosa che rende la struttura “a pieno regime” solo perché la capienza è al di sotto dei cento posti. “Hanno parlato di cattedrale nel deserto, ecco questa è tutt’altro che una cattedrale nel deserto ma un centro funzionante e funzionale”, ha insistito Kelany.
Poi c’è l’altro centro, quello di Shengjin. Lì si dovrebbero effettuare procedure di frontiera accelerate, ma al momento le norme europee lo proibiscono. Perciò è del tutto fermo. O, come ha detto la deputata, “in stand-by”. Quando prenderà a funzionare? “Forse verso giugno”, quando è attesa l’entrata in vigore del nuovo Patto migrazione e asilo europeo. Quindi oltre due anni e mezzo dopo l’annuncio. Sempre che non intervengano nuove sentenze a specificare che, comunque, una struttura di quel tipo è al di fuori delle norme europee.
Cosa aveva promesso Giorgia Meloni
Dunque, 536 persone ospitate in un anno e 82 presenti oggi. Vale la pena di ricordare che non erano queste le cifre promesse dal governo. Proprio a novembre del 2023, nella conferenza in cui Giorgia Meloni annunciò l’accordo con l’Albania, la premier fece una stima.
Le due strutture insieme avrebbero dovuto accogliere “inizialmente” fino a 3mila persone. Le loro domande avrebbero dovuto essere “elaborate in 28 giorni, grazie alle procedure accelerate messe in atto da questo governo”. E quindi, “il flusso complessivo annuale” avrebbe dovuto arrivare “fino a 36mila persone”. Erano numeri dichiarati liberamente dalla presidente del Consiglio alla stampa, non stimati da detrattori del governo.
Il confronto, oggettivamente, è impietoso. Si prospettavano due centri operativi che ospitassero fino a 3mila persone. Oggi ce n’è uno solo, che ne può ospitare al massimo 96. Ci si aspettava che da queste strutture sarebbero passate fino a 36mil
persone. Nel primo anno in cui l’unico centro aperto è stato effettivamente operativo, sono state 536. Sono passati due anni e mezzo dall’annuncio e ne manca uno solo alla fine della legislatura. Parlare di un “progetto che funziona”, in queste condizioni, sembra davvero esagerato.
(da Fanpage)
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