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LA RESA DI ORBAN: DOPO AVER PERSO LE ELEZIONI, IL FILO-PUTINIANO SBLOCCA I 90 MILIARDI DI PRESTITI PER L’UCRAINA. CON IL SUO VETO, IL PREMIER UNGHERESE AVEVA PARALIZZATO LA UE PER TRE MESI

Aprile 21st, 2026 Riccardo Fucile

DOPO LA VITTORIA DI PETER MAGYAR, ZELENSKY HA ANNUNCIATO DI RIPRISTINARE L’OLEODOTTO “DRUZHBA”, BOMBARDATO DAI RUSSI, CHE PORTA IL GREGGIO IN EUROPA …LA MINACCIA DI MAGYAR A NETANYAHU: “SE VIENE IN UNGHERIA LO ARRESTIAMO”

In Ungheria e in Europa la musica è cambiata. E una conferma è arrivata ieri dalla decisione di Budapest di sbloccare i 90 miliardi di prestiti per l’Ucraina non appena il petrolio ricomincerà a fluire attraverso l’oleodotto Druzhba. L’annuncio ufficiale è arrivato dal premier uscente Viktor Orbán in una lettera al presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa. Ma è una pura formalità.
In realtà l’autocrate aveva paralizzato la Ue per tre mesi proprio con la scusa dell’oleodotto bombardato dai russi: pretendeva lo riparasse Kiev. E intanto insultava quotidianamente il presidente ucraino Zelensky e riempiva l’etere di fake news sull’Ucraina. All’indomani della vittoria elettorale del suo rivale, Peter Magyar, il presidente ucraino, visibilmente sollevato, ha annunciato che avrebbe ripristinato Druzhba. Di conseguenza Budapest mollerà la presa sui 90 miliardi di
L’Ungheria con Magyar volta pagina. Se Benjamin Netanyahu, condannato dalla Corte penale internazionale per violazioni dei diritti umani e crimini di guerra, entrerà nel Paese sarà arrestato, ha dichiarato il premier in pectore. «Ho chiarito che l’Ungheria intende rimanere membro della Corte penale internazionale».
Una delle sue principali promesse, del resto, riguarda il ripristino della legalità e la lotta alla corruzione. E una delle premesse per restituire in Ungheria i pesi e contrappesi che Orbán aveva smontato sistematicamente, sarà quella di sostituire le più alte cariche della magistratura e i vertici dello Stato. Per Magyar i capi della Procura generale, della Corte costituzionale, della Curia e delle altre alte corti, tutti fedelissimi di Orbán, hanno tempo fino al 31 maggio per rassegnare le dimissioni, ha chiarito ieri.
(da agenzia)

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SONO MIGLIAIA I DOCUMENTI E GLI ATTI SEQUESTRATI NELL’AMBITO DELL’INDAGINE SULLA ‘SQUADRA FIORE’ CHE VEDE INDAGATE 11 PERSONE TRA CUI ANCHE L’EX NUMERO DUE DEL DIS, GIUSEPPE DEL DEO

Aprile 21st, 2026 Riccardo Fucile

“DOMANI”: “DEL DEO NON È UN AGENTE SEGRETO QUALSIASI. HA AVUTO UN RAPPORTO IDILLIACO CON GIORGIA MELONI GIÀ PRIMA CHE DIVENTASSE PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. IL SOTTOSEGRETARIO MANTOVANO HA SCELTO I NUOVI VERTICI DEI SERVIZI CERCANDO PROFILI DISTANTI DALLA GALASSIA DEL DEO-SALADINO. E NON È UN CASO CHE FONTI AUTOREVOLI VICINE ALL’INDAGINE RIFERISCANO DI UNA PROFICUA COLLABORAZIONE DELLA “NUOVA” AISI, CHE HA FORNITO QUANTO RICHIESTO SUGLI AFFIDAMENTI GESTITI DA DEL DEO CON LA SOCIETÀ SIND”

Sono migliaia i documenti e gli atti sequestrati ieri dal Ros, su richiesta della Procura di Roma, nell’ambito dell’indagine sulla ‘squadra Fiore’ che vede indagate 11 persone tra cui anche l’ex numero due del Dis, Giuseppe Del Deo. Server, file e materiale cartaceo che dovrà ora essere analizzato dagli inquirenti. Parallelamente gli investigatori lavoreranno sui telefoni cellulari e i device sequestrati agli indagati. “Una gran massa di dati dai quali potrebbero arrivare elementi utili alle indagini”, spiegano gli inquirenti che nelle prossime ore dovrebbero incontrarsi a piazzale Clodio per fare il punto dopo le perquisizioni.
Fin dove arriverà l’ultimo scandalo maturato nel ventre delle istituzioni è presto per dirlo. La caratura dei personaggi coinvolti lascia ipotizzare un orizzonte ampio: dipende da quanto affiorerà dalle perquisizioni e dunque dall’acquisizione di materiale sensibile contenuto nei telefoni, nelle chat, negli archivi informatici dei computer o in quelli cartacei nascosti chissà in quale anfratto.
La certezza è che nel mezzo di questa trama da Prima Repubblica, tra fondi riservati dei servizi segreti e spionaggio illegale, i protagonisti, cioè gli indagati, conducono lungo la linea di confine del potere dove convivono mondi che sarebbe meglio tenere separati per opportunità e soprattutto per evitare conflitti di interessi, materia che negli altri paesi porta a dimissioni immediate mentre in Italia suscita al
massimo un’interrogazione parlamentare senza risposta. Tuttavia l’inchiesta su Carmine Saladino e su Giuseppe Del Deo è un problema per la maggioranza di governo
Saldino è il fondatore dell’azienda di cybersicurezza Maticmind, oggi governata da tutt’altra dirigenza, che ha collaborato all’inchiesta della procura. Il secondo è stato vice direttore prima dell’Aisi (il controspionaggio interno) e poi, su nomina del governo Meloni, del Dis, l’agenzia che coordina l’attività dell’Aisi e dell’Aise. Entrambi i profili conducono nei corridoi del governo di Giorgia Meloni.
Del Deo, infatti, non è un agente segreto qualsiasi. Ha avuto un rapporto idilliaco con la presidente del Consiglio già prima che diventasse tale. Ma la fiducia è sempre a tempo in certi mondi. Ed è venuta meno per alcuni fatti svelati da Domani: prima lo strano armeggiare attorno all’auto dell’ex compagno della premier da parte di non meglio precisati soggetti (spioni, poi declassati a delinquenti comuni); poi le verifiche (abusive?) sul conto del capo di gabinetto di Palazzo Chigi, Gaetano Caputi, disposte dall’Aisi, o meglio, come hanno raccontato i testimoni, proprio su ordine di Del Deo. Una vicenda che il governo ha preferito dimenticare in fretta, senza fornire mai una risposta […]: Meloni era stata informata da Del Deo del monitoraggio sull’alto burocrate con cui lavora fianco a fianco?
Del Deo è stato prepensionato con un decreto ad hoc, garantendogli comunque un’uscita ben remunerata. Il provvedimento rivela una certa fretta di allontanare una figura fidatissima diventata improvvisamente scomoda. E per dire dell’incandescenza della faccenda, il decreto è stato tenuto riservatissimo e tale sarebbe rimasto se questo giornale non lo avesse scovato.
La pubblicazione ha suscitato l’ira di un altro esponente del governo: Guido Crosetto, ministro della Difesa, che durante il recente passato da lobbista delle industrie degli armamenti ha stretto solidi rapporti in quell’ambiente, con particolare riguardo alla cybersicurezza.
Ed è questo l’habitat, dove girano cifre da capogiro, in cui si è sempre mosso Saladino: un tempo amico del ministro Crosetto, tanto da concedergli in affitto un suo appartamento, e pure lui legato a Del Deo. Saladino è oggi indagato per truffa
relativamente alle manovre che hanno portato alla cessione della sua Maticmind al fondo Cvc e a Cassa depositi e prestiti.
Ma in questa trama le intersezioni di queste tre parabole umane non sono finite. Perché attorno alla vecchia Maticmind si intrecciano altri affari che conducono a persone intime del ministro della Difesa. Di questa truppa ha fatto parte Giancarlo Innocenzi Botti, sottosegretario con Berlusconi, già socio del figlio del ministro e tuttora azionista assieme alla moglie di Crosetto in un’azienda attiva nel campo della sanità privata. Botti ha avuto da Maticmind una consulenza che è durata fino al 2023 (ultimo pagamento nel 2024) del valore di 100mila euro l’anno. Botti non è tra gli indagati, ma sulle consulenze ottenute sono in corso verifiche dei pm.
Senza contare i suoi affari a Dubai. Lì, dove Botti ha società e ufficio di super lusso, il ministro si è fatto trovare quando gli aerei americani hanno iniziato a bombardare l’Iran e Teheran ha risposto con missili sui paesi del Golfo. […] Alfredo Mantovano, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio e autorità delegata ai servizi segreti, ha scelto i nuovi vertici cercando profili che fossero distanti dalla galassia Del Deo-Saladino.
E non è un caso che fonti autorevoli vicine all’indagine riferiscano di una proficua collaborazione della “nuova” Aisi, che ha fornito quanto richiesto sugli affidamenti gestiti da Del Deo con la società Sind, che Saladino ha voluto a tutti i costi acquisire prima di vendere Maticmind.
(da EditorialeDomani)

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CHI COMANDA IN IRAN? DI MOJTABA KHAMENEI, ELETTO GUIDA SUPREMA LO SCORSO 8 MARZO, ANCORA NON C’E’ TRACCIA. A CAUSA DEL VUOTO DI POTERE, SI SCONTRANO LE “COLOMBE” GHALIBAF E ARAGHCHI, CHE LAVORANO PER UN ACCORDO CON GLI USA, CON I PASDARAN, CHE LI ACCUSANO DI “TRADIMENTO”

Aprile 21st, 2026 Riccardo Fucile

ALLA FACCIA DI CHI SPERAVA DI UNA SOLLEVAZIONE POPOLARE CONTRO LA DITTATURA, A TEHERAN LE PIAZZE SI RIEMPIONO DI SOSTENITORI DEL REGIME CHE URLANO SLOGAN CONTRO IL NEGOZIATO … QUANDO HA ANNUNCIATO CHE LO STRETTO DI HORMUZ SAREBBE STATO RIAPERTO, ARAGHCHI È STATO BERSAGLIATO DAI PASDARAN, CHE LO ACCUSAVANO DI AVER MOSTRATO DEBOLEZZA

È dovuto andare in tv, Mohammed Ghalibaf, per spiegare che il negoziato con gli americani non è «un tradimento», ma la continuazione della guerra con altri mezzi per difendere le conquiste realizzate «sul campo di battaglia».
A dire, anche, che con l’America bisogna parlare perché è non è pensabile sconfiggere una superpotenza con la sola forza. L’intervista serviva a fermare l’ondata di attacchi che ha travolto lui e il suo vice-negoziatore, il ministro degli esteri Abbas Araghchi, dopo il primo round di trattative a Islamabad e la successiva riapertura di Hormuz, subito rinnegata dai Pasdaran.
Ghalibaf e Araghchi sono finiti nel mirino dei più intransigenti che considerano qualsiasi negoziato con gli Stati Uniti un cedimento. Questa tensione ai vertici del potere in Iran contribuisce a spiegare la difficoltà di arrivare a un accordo, da par
iraniana, e anche di decidere se partecipare o meno a nuovi negoziati: chi comanda davvero a Teheran?
Dopo il primo round di colloqui, nelle piazze che ormai da sette settimane si riempiono di sostenitori del regime, donne in nero avvolte nel chador e uomini armati urlavano slogan contro il negoziato. Quando ha annunciato che lo stretto sarebbe stato riaperto «completamente», Araghchi è stato bersagliato dalle agenzie di stampa legate ai Pasdaran, come Tasnim, che lo accusavano di aver mostrato debolezza.
L’uccisione della Guida suprema Ali Khamenei ha fatto emergere una nuova generazione di politici e comandanti militari in Iran, ma anche scavato nuove divisioni tra pragmatici e fondamentalisti, tra chi considera necessario un negoziato per liberare l’Iran dall’isolamento economico in cui è costretto e chi invece punta all’autarchia e alla cosiddetta “economia di resistenza”.
Il figlio Mojtaba, ferito, debilitato, sembra incapace di imporre una linea unica. Senza una leadership centrale forte, le divergenze sono esplose al punto che durante i negoziati in Pakistan i mediatori sono dovuti intervenire per placare le liti. «Le loro discussioni erano così feroci che i mediatori pachistani hanno trascorso tanto tempo a fare da arbitri tra gli iraniani quanto a trattare con gli americani», racconta l’Economist.
Anche se è improbabile che si sia mosso senza la benedizione dei comandi militari, Araghchi appartiene all’ala dei pragmatici come il suo vice, Majid Takht-Ravanchi, il presidente Pezeshkian o l’ex presidente Rouhani, inclini al dialogo diversamente dagli ultraradicali di cui fanno parte il capo dei Pasdaran, Ahmed Vahidi, il segretario del consiglio supremo, Mohammad Bagher Zolghadr, e personaggi meno in vista come l’ex ministro dell’intelligence dell’Ircg, Hossein Taeb, e Mohammad Ali Jafari.
(da Repubblica)

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L’ULTIMO SCHIAFFO DELLA UE ALL’UNGHERIA DI ORBAN; “E’ ILLEGALE VIETARE CONTENUTI LGBTQ+ AAI MINORI”

Aprile 21st, 2026 Riccardo Fucile

LA CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA DEMOLISCE LA NORMATIVA UNGHERESE

L’Ungheria di Viktor Orbán ha violato il diritto dell’Unione europea con la legge che vietava la rappresentazione dell’omosessualità ai minori. Lo ha stabilito oggi la Corte di Giustizia dell’Ue, ponendo fine a un lungo scontro legale iniziato nel 2021. La sentenza del 21 aprile 2026 conferma che la discriminazione delle persone LGBTQ+ non può essere giustificata dalla protezione dell’infanzia. Il caso ha assunto un rilievo politico e istituzionale senza precedenti: oltre al Parlamento europeo, infatti, ben 16 Stati membri – tra cui Francia, Germania, Spagna e Paesi Bassi, ma non l’Italia – sono intervenuti a sostegno della Commissione contro l’Ungheria.
Cosa prevedeva la legge ungherese
La legge ungherese incriminata, entrata in vigore nel luglio del 2021, era stata presentata dal governo di Budapest come misura a tutela dei minori e contro la pedofilia. In particolare, il provvedimento imponeva ai fornitori di servizi media di classificare come vietati ai minori di 18 anni tutti i programmi in cui fosse considerata “elemento determinante” la rappresentazione o la promozione dell’omosessualità o della divergenza rispetto al sesso di nascita. Questi contenuti potevano essere trasmessi solo nella fascia oraria tra le 22 e le 05 e non potevano essere qualificati come annunci di interesse pubblico, limitandone così la diffusione. Ma c’è di più: la normativa vietava il trattamento di temi legati alle persone LGBTQ+ nelle scuole. Secondo i giudici europei, la legge ungherese stigmatizza ed emargina le persone non cisgender e non eterosessuali, arrivando persino ad associarle alla delinquenza pedofila.
Cosa ha deciso la Corte Ue
La Corte di Giustizia Ue ha ritenuto il provvedimento ungherese incompatibile con i principi fondamentali europei. Secondo la Corte, l’Ungheria: impone restrizioni orarie (trasmissione solo tra le 22 e le 5) basate sull’idea, giudicata infondata, che questi contenuti siano dannosi per i minori; utilizza un criterio vago (“elemento determinante”) che genera incertezza giuridica; esclude questi contenuti dagli annunci di interesse pubblico, riducendone la visibilità
La Corte ha chiarito che la rappresentazione della diversità sessuale non può essere considerata dannosa e che la normativa eccede quanto necessario per la tutela dei minori.
«Le disposizioni nazionali in questione – si legge nella sentenza dei giudici Ue – sono manifestamente contrarie alle esigenze che derivano, in una società fondata sul pluralismo, dal divieto di discriminazione… esse ledono il contenuto essenziale di tale diritto e rivelano una preferenza per determinate identità sessuali a scapito di altre, che vengono di conseguenza stigmatizzate». In pratica, quindi, la sentenza stabilisce un principio netto: la stigmatizzazione di una minoranza non può mai essere equiparata alla tutela dell’infanzia. E afferma con chiarezza che il rispetto dei diritti fondamentali non è opzionale né subordinato alla sovranità nazionale: è una condizione essenziale per far parte dell’Unione.
Il ricorso sostenuto da sedici Stati
Il procedimento era stato avviato dalla Commissione europea tramite un ricorso per inadempimento ai sensi dell’articolo 258 del Trattato sul funzionamento dell’Ue. La Commissione è stata sostenuta dal Parlamento europeo e da sedici Paesi: Belgio, Danimarca, Germania, Estonia, Irlanda, Grecia, Spagna, Francia, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Austria, Portogallo, Slovenia, Finlandia e Svezia.
La questione relativa ai dati
Un altro punto critico della legge nazionale ungherese riguarda la protezione dei dati: la normativa consentiva l’accesso diretto, da parte di privati, a informazioni sensibili del casellario giudiziario relative a reati sessuali. Secondo la Corte Ue, questo trattamento deve invece restare sotto il controllo delle autorità pubbliche e garantire adeguate tutele per i diritti degli interessati.
Respinte tutte le difese del governo ungherese
Per difendersi, l’Ungheria aveva presentato alcune argomentazioni, tra cui il richiamo all’identità nazionale e alla cultura cristiana; il diritto dei genitori all’educazione dei figli e il principio di precauzione secondo cui «non esistono prove scientifiche affidabili che dimostrino che la messa a disposizione di contenuti potenzialmente dannosi per i minori non sia suscettibile di turbare il loro sano sviluppo». Tutte queste argomentazioni sono però state respinte dalla Corte Ue che
ha invece accolto integralmente il ricorso della Commissione e condannato l’Ungheria alle spese.
(da agenzie)

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ECCO IL VERBALE DI TERNA CHE SPIEGA PERCHE’ GIUSEPPINA DI FOGGIA HA DIRITTO A 7,3 MILIONI DI BUONUSCITA: IL GOVERNO CHE ORA FINGE DI INDIGNARSI, CONOSCEVA BENE LA CLAUSOLA E L’HA CONDIVISA

Aprile 21st, 2026 Riccardo Fucile

LA MANAGER ASSUNTA COME DIRETTRICE GENERALE CON UNO STIPENDIO LEGATO A PREMI IN AZIONI… E LE REGOLE DI FINE RAPPORTO ERANO NERO SU BIANCO

La buonuscita dell’amministratrice delegata e direttrice generale di Terna spa, Giuseppina Di Foggia, è stabilita da un verbale del consiglio di amministrazione della società pubblica del 9 maggio 2023. Un documento di 36 pagine pieno di omissis che è all’origine di quella cifra da 7,3 milioni di euro che scandalizza gran parte del mondo politico, compresa la maggioranza di governo.
La Di Foggia, appena indicata dal Ministero dell’Economia per la presidenza dell’Eni, pretende il rispetto di quel verbale e quindi la buonuscita. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, replica con una circolare secondo cui non sarebbe dovuta in caso di passaggio ad altro incarico pubblico.
E da Palazzo Chigi si è posto un sostanziale aut-aut: se pretende la buonuscita, la Di Foggia deve rinunciare alla presidenza Eni. Cosa che probabilmente la manager farà, visto che su un piatto della bilancia ha 7,3 milioni di euro e sull’altro uno stipendio da 500 mila euro lordi per un triennio.
La discussione in chiaro sull’assunzione della Di Foggia e i particolari coperti da omissis
Nel verbale del 9 maggio 2023 sono in chiaro le scelte del consiglio di amministrazione di assumere la Di Foggia, già indicata come amministratrice delegata della società dal Ministero dell’Economia, anche come direttore generale con un contratto a tempo indeterminato da lavoratrice dipendente che in questa funzione sarebbe stata subordinata al consiglio di amministrazione e al presidente di Terna. La scelta non è stata priva di dibattito e di discussione. Ma alla fine è stato deliberato «di costituire con l’lng. Giuseppina Di Foggia un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, con decorrenza dal 9 maggio 2023, avente ad oggetto l’attività di predisposizione dei piani strategici, industriali e finanziari pluriennali e del budget annuale di Società e di Gruppo, e di attribuire all’interessata la qualifica di dirigente con ruolo e funzioni di Direttore Generale in
relazione alle attività di top manager e di direzione generale da svolgere in ambito aziendale».
La formula contenuta nel verbale per l’assunzione della direttrice generale di Terna
Per il trattamento economico della direttrice generale di Terna è stato previsto in chiaro solo che «venga definito dal Consiglio di Amministrazione su proposta dell’istituendo Comitato per la Remunerazione, con l’applicazione delle disposizioni del Contratto collettivo di lavoro per i dirigenti di aziende produttrici di beni e servizi, nonché di quelle dei Contratti integrativi per i dirigenti di TERNA S.p.A., in conformità alla Politica in materia di remunerazione illustrata nella prima sezione della Relazione sulla politica di remunerazione e sui compensi corrisposti approvata dal Consiglio lo scorso 22 marzo 2023 e dall’Assemblea odierna». Tutto il resto è invece coperto da omissis nel verbale depositato presso la Camera di commercio alcuni mesi dopo, l’11 luglio dello stesso anno
La buonuscita svelata in un altro documento di Terna sulle remunerazioni interne
Il contenuto omissato però è ripetuto con più chiarezza nei rapporti annuali sulle politiche di remunerazione di Terna. Nell’ultima versione alla Di Foggia è riservato il paragrafo sulla severance (che in italiano si traduce proprio con buonuscita) in cui si spiega come per lei sia previsto «un trattamento di fine mandato e una indennità di fine rapporto». E qui si svela qualcuno dei vecchi omissis: «In linea con quanto deliberato dal Consiglio di Amministrazione del 9 maggio 2023 e dai conseguenti accordi individuali stipulati, fatti salvi i casi di licenziamento disciplinare e di dimissioni non per giusta causa, alla risoluzione del rapporto di lavoro connessa alla scadenza del mandato, è prevista per l’attuale Direttore Generale, l’erogazione di un’indennità pari a 24 mensilità della retribuzione omnicomprensiva (ossia remunerazione fissa e remunerazione variabile di breve e lungo termine calcolate come da Politica), oltre a una somma pari all’indennità di mancato preavviso (remunerazione fissa e remunerazione variabile di breve e lungo termine calcolate come da Politica) di cui all’art. 2121 cod. civ. Come Amministratore Delegato, un trattamento di fine mandato (TFM) in misura pari a 1/12 del compenso determinato complessivamente per la carica di AD (emolumenti fissi più incentivazione variabile di breve termine), per ogni anno di mandato».
Il vero stipendio pagato alla Di Foggia come ad e come dg e il premio in azioni
Secondo lo stesso documento nel 2025 la Di Foggia ha percepito una retribuzione sia fissa che variabile fra stipendio, bonus e incentivi di 435mila euro come amministratrice delegata e di 1.361.379,36 euro come direttrice generale di Terna. Il totale è di 1,796 milioni di euro. Oltre a questa somma è indicato un “fair value dei compensi equity” di 482.911,33 euro. È il valore stimato annuo dell’assegnazione di azioni Terna alla Di Foggia come «piano di incentivazione». Si tratta del valore annuo della prima tranche deliberata dall’assemblea del 10 maggio 2024 per un triennio per un valore complessivo di 1,448 milioni di euro al prezzo di mercato di 8,66 euro (oggi è sopra i 10 euro). Ma poi c’è una seconda assegnazione legata alla performance 2024-2028 per un valore complessivo di 2,134 milioni di euro (sempre al prezzo di 8,66 euro per azione, più basso del valore di oggi), con un valore annuo di 711.664,05 euro.
Oggi tutti gridano allo scandalo, ma i documenti provano che tutto era noto a Cassa depositi e prestiti
Dunque, la buonuscita della Di Foggia è stata deliberata dal consiglio di amministrazione di Terna, dal comitato sulla remunerazione ed è contenuta nel contratto individuale sottoscritto da entrambe le parti all’atto dell’assunzione. Tutte le assegnazioni di azioni come piano di incentivazione sono state approvate dall’assemblea di Terna. Oggi scoppia lo scandalo, ma i particolari di quel contratto sono noti da anni non solo a chi lo ha firmato, ma anche all’azionista di maggioranza, che è la Cassa depositi e prestiti, controllata all’82,77% dal Ministero dell’Economia. Cioè all’azionista che avrebbe dovuto fare inserire in contratto quanto contenuto nella circolare cui fa riferimento oggi il ministro Giorgetti. Ma a quanto pare non l’ha fatto. Ed è assai difficile non pagare quei 7,3 milioni di euro che oggi chiede la Di Foggia.
(da Open)

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DL SICUREZZA, CAOS ALLA CAMERA: VERSO IL VIA LIBERA ALLA NORMA PATACCA SUI RIMPATRI. PIANTEDOSI: “LA CORREGGIAMO DOPO”

Aprile 21st, 2026 Riccardo Fucile

UN DL AD HOC PER CORREGGERE LA NORMA INCOSTITUZIONALE CHE HANNO SCRITTO: UN PO’ DI VERGOGNA, MAI?

Approvare il decreto sicurezza così com’è e solo dopo modificare la norma sui premi per i rimpatri dei migranti bocciata dal Quirinale. È la soluzione che sembra prendere corpo dopo ore assai tribolate per il governo e la maggioranza di centrodestra. Tirano dritto, insomma. Ma solo all’apparenza. Perché l’idea è poi varare un decreto legge ad hoc per correggere quella singola norma a rischio incostituzionalità.
“Abbiamo preso atto di alcune sensibilità che sono state espresse su un punto specifico della norma e ci predisponiamo ad una sua correzione”, dice il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi presente alla Camera rivolgendo un invito “chiaro e deciso” all’aula ad approvare il provvedimento. “Il governo andrà avanti con determinazione perché siamo convinti di essere sulla strada giusta”, conclude. Per poi precisare che i rimpatri volontari assistiti non rappresentano “certo un’invenzione di questo governo. Sono previsti nel nostro ordinamento da oltre 10 anni in attuazione di norme europee e nazionali. Sono un’alternativa a rimpatri forzosi che si effettuano dopo un previo trattenimento nei Cpr”.
L’ipotesi di cambiare la norma “remigrazione”, com’è stata ribattezzata, alla Camera e poi riportare il provvedimento al Senato entro sabato, ultima data utile per non farlo scadere, era stata preferita ieri dopo il colloquio al Colle tra il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e il president
della Repubblica Sergio Mattarella. Senza una modifica a quel testo il capo dello Stato potrebbe anche non apporre la sua firma al decreto. Ma la ragioneria dello Stato ha bocciato, per mancanza di coperture, la soluzione che la maggioranza aveva ipotizzato per riscrivere la controversa norma. E in queste ore sembra prevalere l’idea di approvare il decreto così com’è, esponendosi al rischio di una bocciatura del Colle: “Poi vedremo se ci sono aggiustamenti tecnici” possibili, ma “non in questo provvedimento”, spiega il deputato e responsabile organizzativo di FdI Giovanni Donzelli.
Non è affatto la soluzione finale, insomma. Anche perché intanto sul decreto sicurezza emergono altri pesanti problemi. Altre norme del provvedimento non avrebbero le necessarie coperture, viene rilevato in commissione Bilancio della Camera.
Le reazioni
“La relazione tecnica predisposta dalla commissione Bilancio della Camera solleva interrogativi seri e circostanziati sulle coperture finanziarie di diversi articoli del decreto sicurezza. A tali criticità il governo, nel corso dell’esame di oggi in Commissione, non è stato in grado di fornire risposte adeguate. Siamo di fronte a una situazione grave: il provvedimento rischia di approdare in Aula con questioni di legittimità costituzionale ancora aperte e, al tempo stesso, con coperture finanziarie incerte. Una condizione che non è accettabile per un atto di tale rilevanza – dichiara Maria Cecilia Guerra, capogruppo del Partito democratico in commissione Bilancio alla Camera – Chiediamo al governo, di consentire al Parlamento di svolgere pienamente il proprio ruolo, permettendo un approfondimento serio e trasparente su quanto sta emergendo. Il quadro finanziario attuale è incerto e non garantisce un percorso in Aula ordinato e chiaro. Siamo di fronte a un decreto che presenta troppi aspetti critici e confusi, sul quale il governo sta tentando un’accelerazione ingiustificata, probabilmente per nascondere la sciatteria con cui il provvedimento è stato esaminato al Senato, per responsabilità del governo stesso”.
La seduta dell’aula della Camera si è aperta tra le polemiche delle opposizioni che hanno ripetutamente chiesto la convocazione di una conferenza dei capigruppo per capire come maggioranza e governo hanno intenzione di procedere sulla norma.
“Lo scontro istituzionale” sul decreto sicurezza “non può essere banalizzato”, ha detto in apertura la capogruppo del Pd Chiara Braga. “Quello che è accaduto è di una gravità straordinaria”, ha detto il segretario di Più Europa, Riccardo Magi. “I rilievi del Colle sono stati molto chiari”, ha affermato Marco Grimaldi di Avs.
Dopo 9 interventi su 29, l’aula della Camera ha approvato la richiesta della chiusura della discussione generale sul dl sicurezza. A richiederla è stato deputato di FdI Gianluca Vinci che ha evidenziato come il decreto sia stato “già oggetto di ampia discussione”. Ad esprimersi contro l’interruzione è stato il deputato del M5S Alfonso Colucci: “Non abbiamo avuto modo in commissione di esaminare questo provvedimento e l’aula deve compensare, per dare una parvenza di dibattito parlamentare”. Subito dopo si è espresso a favore della chiusura il deputato di Iv Roberto Giachetti che, a sorpresa, si è scagliato contro il collega di opposizione Colucci. Nel rimpallo delle responsabilità, il capogruppo della Lega alla Camera, Riccardo Molinari, nega lo zampino leghista: “Non è vero che la paternità dell’emendamento è nostra. Sapete come funziona, quando ci sono gli emendamenti del relatore li firmano tutti”.
I precedenti
Esistono precedenti assimilabili, anche se bisognerà valutare nel caso specifico se la soluzione sia appropriata sul piano giuridico. Nel 2006, il governo Prodi intervenne d’urgenza con un decreto-legge “ad hoc” per abrogare il controverso “comma Fuda”. La norma, inserita in sede di conversione del decreto collegato alla Finanziaria, mirava a sanare retroattivamente l’ineleggibilità di alcuni parlamentari. Per spegnere le forti polemiche politiche, l’intervento correttivo neutralizzò immediatamente il “colpo di spugna” prima che producesse effetti definitivi. E il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano firmò il decreto correttivo.
(da agenzie)

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L’ESECUTIVO RINUNCIA ALL’EMENDAMENTO PER MODIFICARE LA CONTESTATA NORMA PER I RIMPATRI ASSISTITI BOCCIATA DAL COLLE (A META’ POMERIGGIO IL SOTTOSEGRETARIO MANTOVANO ERA ANCHE SALITO AL COLLE). IL MOTIVO? NON SI TROVA LA COPERTURA FINANZIARIA PER LE MODIFICHE

Aprile 21st, 2026 Riccardo Fucile

E ORA? L’IPOTESI E’ UN DECRETO STRALCIO CHE RITOCCHI SOLO LA NORMA SGRADITA AL QUIRINALE (MA NON È UN ITER FLUIDO, E LA SOLUZIONE POTREBBE NON PIACERE AL COLLE) … ORA SI CONSUMA ANCHE UNO SCONTRO NELL’ESECUTIVO: A PALAZZO CHIGI NESSUNO RIVENDICA LA FORMULAZIONE DELLA NORMA. TUTTI INDICANO L’UFFICIO LEGISLATIVO DEL VIMINALE, PUNTANDO IL DITO CONTRO PIANTEDOSI

Alle 22.30, si ritorna al punto di partenza. Il governo, a sorpresa, rinuncia all’emendamento che puntava a modificare la contestata norma per i rimpatri assistiti. Rendendo il pasticcio un vero e proprio caso politico.
Un passo indietro, a metà pomeriggio. Quando sale al Colle, Alfredo Mantovano sa già che la norma della discordia dovrà cambiare. In un modo o nell’altro, sarà
stravolta: Sergio Mattarella non intende firmare un decreto che contiene un articolo insostenibile dal punto di vista giuridico e costituzionale.
Lasciando il Quirinale, poco più tardi, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio ha in tasca una potenziale soluzione. Prevede un allargamento della platea di chi può fare ricorso in rappresentanza dei migranti che puntano al rimpatrio assistito: non più solo avvocati, ma altre figure professionali.
E soprattutto, vengono fissati due ulteriori paletti. Il primo: non sarà più il Consiglio nazionale forense a erogare il “premio” per chi scrive il ricorso, ma lo Stato. E la somma verrebbe corrisposta anche in caso di esito negativo della procedura.
È una possibile soluzione, ma che resta solo sulla carta. Perché a tarda sera qualcosa si inceppa. Di certo, si apre un problema di bilancio. Quando Palazzo Chigi inoltra l’emendamento appena formulato dai suoi uffici alla Ragioneria dello Stato, diventa evidente ai tecnici il problema: la misura prevede oneri aggiuntivi per lo Stato. La ragioniera generale dello Stato Daria Perrotta legge la formulazione e si rivolge al Viminale, chiedendo una relazione tecnica per poter “pesare” i costi della misura sulle casse pubbliche.
La prima criticità riguarda il nesso tra il compenso e l’esito del ricorso: non può passare. Il secondo elemento che attira il faro del Quirinale riguarda il soggetto che dovrebbe erogare il compenso: non può essere il Consiglio nazionale forense, che ha già fatto sapere di considerare l’opzione insostenibile. Sono punti che Mantovano accetta in un primo momento di modificare. Assieme a un altro dettaglio, certo non irrilevante: a ricorrere non potranno essere soltanto gli avvocati, ma anche esperti, onlus e mediatori culturali accreditati. Poi tutto si blocca.
Nessun emendamento è in cantiere. Nessuna modifica è prevista nelle prossime ore. E dunque, come intende procedere il governo? La strada sembra quella di approvare il dl senza ritocchi, per non mostrarsi deboli dopo la sconfitta referendaria. Subito dopo verrà convocato un cdm, probabilmente già giovedì, per dare il via libera a un dl stralcio che ritocchi soltanto la norma sgradita al Quirinale.
Non è un iter fluido, potrebbe non piacere al Colle, ma è il percorso deciso nella notte. Nel frattempo, si consuma anche uno scontro sotterraneo nell’esecutivo. A
Palazzo Chigi nessuno rivendica la formulazione della norma. Tutti indicano l’ufficio legislativo del Viminale. Di fatto, puntando il dito contro Piantedosi.
(da Repubblica)

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BONUS RIMPATRI NEL DL SICUREZZA, L’AVVOCATO RADI: “NORMA ANTICOSTITUZIONALE E LIBERTICIDA, NON SIAMO COLLABORATORI DEL GOVERNO”

Aprile 21st, 2026 Riccardo Fucile

INOLTRE COLPISCE GRAVEMENTE I DIRITTI DEI MIGRANTI

La norma del decreto sicurezza 2026 che premia gli avvocati che facilitano i rimpatri volontari dei migranti con un bonus economico è sbagliata su tutti i fronti, etico e giuridico. Lo spiega a Fanpage.it l’avvocato cassazionista Riccardo Radi, membro della Commissione difensori d’ufficio del Consiglio dell’ordine degli avvocati di Roma e consigliere onorario dell’Adu (Associazione Difensori d’Ufficio) della Capitale.
Dal punto di vista giuridico la norma finisce per trasformare l’avvocato in un collaboratore del governo, eliminando la sua funzione di difesa. Sul piano etico, unita all’articolo che cancella il patrocinio gratuito nei casi di ricorso contro i provvedimenti di espulsione, rischia di compromettere in modo grave e profondo i diritti delle persone migranti.
La norma prevede incentivi per gli avvocati che riescono a chiudere una pratica di rimpatrio, facendo tornare volontariamente il migrante nel suo Paese d’origine. Come la giudica?
È una norma che intende la figura dell’avvocato come una sorta di funzionario governativo. In pratica si chiede all’avvocato di essere contiguo alla politica sull’immigrazione del governo. Gli si dà un una sorta di incentivo perché aiuti il governo in una materia che è da sempre un pallino della destra, ovvero il contrasto all’immigrazione in tutti i modi possibili.
600 euro sono una bella somma per convincere i legali ad andare contro gli interessi dei loro assistiti…
Se la confrontiamo con quello che viene normalmente pagato all’avvocato che svolge la sua funzione di tutela dell’immigrato naturalmente (il patrocinio a spese dello Stato), sicuramente è una somma superiore. Una “bella somma” mi sembra esagerato. Però se la confrontiamo con i parametri di un difensore che esercita la sua funzione di tutela è sicuramente superiore alla media.
Il diritto alla difesa sarebbe così condizionato da una logica premiale, dal guadagno personle. Ma la difesa non dovrebbe essere libera e indipendente?
La difesa deve essere libera e indipendente. La figura dell’avvocato nasce per richiedere un’applicazione corretta delle norme. Qui invece è esattamente il contrario. Si chiede all’avvocato di diventare una sorta di ausiliario del governo, che non esercita più la sua funzione. Diventa un funzionario che deve convincere un immigrato a non esercitare nessun tipo di azione legale per rimanere in Italia
Questa è l’idea di avvocato di chi ha proposto questa norma. Peraltro, tra i quattro firmatari due sono avvocati (Lisei e Gelmini, ndr). Questo è un grande controsenso.
Un altro articolo invece, nega l’assistenza legale gratuita ai migranti che fanno ricorso contro un’espulsione. Cosa ne pensa?
È il perseguimento di una politica di un governo che è fallita miseramente, a partire dai centri in Albania, di cui non parla assolutamente più nessuno. In questo modo si intende da una parte eliminare il patrocinio a spese dello Stato per quanto riguarda la tutela dei diritti del migrante e dall’altra, disincentivare gli avvocati a tutelare i migranti. Si premia un avvocato collaborazionista.
Nel centrodestra chiariscono che oggi un avvocato viene pagato dallo Stato solo quando si va a ricorso contro un’espulsione e non, invece, nei casi di rimpatrio volontario. Si tratterebbe quindi di offrire una copertura ulteriore. È così o è una scusa?
È una scusa. In pratica il centrodestra adesso sta dicendo: “In fin dei conti riconosciamo un qualcosa che prima non veniva riconosciuto a quell’avvocato che, invece di intraprendere un’azione legale, consiglia all’immigrato di non fare nulla per rimanere in Italia ma di tornare volontariamente nel suo Paese”. Lo considerano un compenso per l’attività prestata, vista come stragiudiziale.§
C’è stata una levata di scudi da parte dell’avvocatura e della magistratura. Il governo è riuscito a riunire a braccetto due ordini che fino a ieri se ne le davano di santa ragione per il referendum. Ma il problema di fondo è che non possono rimandare il testo di nuovo al Senato perché decadrebbe. Non ce la farebbero con i tempi. Quindi adesso stanno cercando in tutti i modi di “addolcire” una pillola che è amara. Ma se noi mettiamo assieme le due norme, l’intenzione è chiara: impedire i ricorsi da parte dei migranti sia impedendo la possibilità di richiedere il patrocinio a spese dello Stato sia disincentivando gli avvocati a tutelare gli ingressi dei migranti. Ma è un’intenzione sbagliata.
Sul piano etico lei che opinione ha?
A parte che giuridicamente è un obbrobrio, dal punto di vista etico io mi vergognerei come avvocato. Se io dovessi aderire a quest’idea eviterei di specchiarmi quando mi faccio la barba la la mattina.
Il mondo giudiziario si è schierato contro questo emendamento, le opposizioni promettono battaglia e nella stessa maggioranza emergono perplessità. Se pure dovesse approdare nel testo definitivo, ci sarebbe lo scoglio del Quirinale. Quali sono le sue probabilità di sopravvivenza?
Confidare nel Quirinale è un’ultima spiaggia. Io non faccio affidamento al Quirinale non perché la figura di Mattarella non sia rassicurante ma perché mi sembrerebbe una sorta di escamotage, cioè non assumersi la responsabilità di contrastare una norma che è liberticida, un obbrobrio giuridico ed etico.
(da Fanpage)

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RINGRAZIAMO TRUMP E NETANYAHU: SE LA GUERRA FINISSE A GIUGNO, LE IMPRESE ITALIANE PAGHERANNO SETTE MILIARDI DI EURO IN PIÙ IN BOLLETTA RISPETTO AL 2025 . SE, INVECE, LA GUERRA SI DOVESSE PROTRARRE PER TUTTO IL 2026, LE IMPRESE PAGHEREBBERO 21 MILIARDI IN PIÙ

Aprile 21st, 2026 Riccardo Fucile

LO STUDIO DI CONFINDUSTRIA, CHE SI ASPETTA UN IMPATTO SULL’EXPORT ITALIANO VERSO I PAESI DEL GOLFO (CHE VALE 22 MILIARDI) – LE PREOCCUPAZIONI DEGLI IMPRENDITORI SI CONCENTRANO SU TRE FATTORI: IL COSTO DELL’ENERGIA, I COSTI DEL TRASPORTO MERCI E IL COSTO DELLE MATERIE PRIME NON ENERGETICHE

Il Centro studi di Confindustria registra i “primi impatti della guerra”, tra “rincari dell’energia, calo di fiducia e aspettative, rialzo dei tassi sovrani”. E’ “peggiorato lo scenario”, rilevano gli economisti di viale dell’Astronomia: “Il prezzo del petrolio è alto, nonostante la fragile tregua nella guerra in Medio Oriente”, e “l’impatto dello shock energetico già si legge in molti dati sull’economia italiana: cade la fiducia delle famiglie, anticipando una frenata dei consumi; risalgono i tassi sovrani; si abbassano le attese sull’industria, che stava provando a risalire; frenano anche i servizi”, evidenzia l’analisi ‘congiuntura flash’ del centro studi degli industriali. “Reggono gli investimenti che nei primi tre mesi del 2026 sono ancora sostenuti dalle risorse del Pnrr”.
“Petrolio caro, anche il gas ma meno”, il Centro studi di Confindustria rileva che “il prezzo del petrolio è tenuto alto dal conflitto in Medio Oriente, che ne minaccia scarsità: 102 dollari al barile in media in aprile (da 99 a marzo), +40 dollari sulla media di dicembre (62).
Il prezzo del gas, invece, si è moderato un po’ in aprile (48 euro/mwh), dopo essere salito a marzo (53) quasi al doppio di dicembre (28)”. Il dollaro “si è fermato a 1,16 sull’euro in aprile, dopo il rafforzamento a marzo,non sta aiutando ad attenuare i rincari dell’energia per l’Eurozona”
Aumentano i tassi: “La guerra sta ampliando gli spread e invertendo la rotta dei tassi sovrani in Europa, dai minimi del 27 febbraio ai massimi del 27 marzo: in Italia a 4,02% da 3,36%, in Francia 3,79% da 3,17%, in Germania 3,07% da 2,61%; in aprile, lieve moderazione.
Il tasso per le imprese italiane è a 3,33% a febbraio ma salirà, frenando il credito. Infatti la Bce è attesa rialzare i tassi a breve (dal 2,00%), per il già avviato balzo dell’inflazione: in Europa +2,5% a marzo, da +1,9%; negli Usa +3,3% da +2,4%; in Italia è salita meno (+1,7% da +1,5%) perché i prezzi di alcuni servizi sono scesi mentre saliva l’energia”. Per gli investimenti “indicatori stabili”, con “segnali di tenuta degli investimenti per il primo trimestre”.
“A marzo, resta quasi invariata la fiducia delle imprese manifatturiere di beni strumentali, dopo gli aumenti di gennaio-febbraio. Nelle costruzioni, la fiducia delle imprese aumenta per il secondo mese, trainata dalle attese di occupazione, anche se con peggiori aspettative sui piani di costruzione”. Sul fronte dei consumi, “fiducia giù, rischio aumento del risparmio.
Nel quarto trimestre il tasso di risparmio era sceso al 7,8%, poco sopra il livello pre-pandemia. A febbraio le vendite al dettaglio si sono contratte (-0,2%), specie per i beni alimentari. A marzo crescono poco gli acquisti di auto (+0,6%), ma la fiducia è peggiorata bruscamente: ciò potrebbe far salire il risparmio già nel primo trimestre, frenando i consumi”. Per l’industria “attese negative.
A febbraio la produzione industriale era aumentata di appena +0,1%, insufficiente a recuperare il calo di gennaio (-0,6%): nel primo trimestre la riduzione acquisita è di -0,5%. A marzo il Pmi è in zona espansiva (51,3 da 50,6), ma l’attività è sostenuta dall’accumulo precauzionale di scorte in vari settori, per anticipare aumenti di prezzo. La fiducia delle imprese industriali è in modesto aumento, ma l’impatto della guerra emerge nella brusca flessione delle attese di produzione”.
Anche nei servizi è “atteso un calo della domanda. In Italia stavano accelerando a inizio 2026, in particolare con una spesa dei turisti stranieri al +6,3% tendenziale a gennaio. Ma con la guerra, a marzo l’indicatore Sp-Pmi è caduto bruscamente in zona recessiva (48,8 da 52,3), riflettendo un calo della domanda. La fiducia delle
imprese dei servizi è salita di poco, ma peggiorano le attese sugli ordini”. L’export “in aumento prima del conflitto.
E’ risalito a febbraio (+2,2% a prezzi costanti), dopo una stasi a gennaio. Cruciale il rimbalzo delle vendite negli Usa (+8,0% tendenziale, dopo mesi di calo), concentrate nei farmaci e negli altri mezzi di trasporto. I nuovi dazi, dal 24 febbraio, rendono le merci italiane meno competitive rispetto a prima”.
Ora “un impatto diretto della guerra è atteso sui 22 miliardi di export verso i paesi del Golfo e su alcune forniture critiche (alluminio, fertilizzanti)”. Quanto allo scenario globale, nell’Eurozona “segnali di sfiducia”, “previsioni al rialzo per gli Usa, “frena la Cina”.
“Nell’ipotesi che la guerra in Iran finisca a giugno (con un petrolio a 110 dollari in media annua), che riprendano i flussi commerciali pre-conflitto e che la capacità produttiva dei paesi del Golfo rimanga adeguata a sostenere l’offerta mondiale, le imprese manifatturiere italiane si ritroverebbero a pagare ulteriori 7 miliardi di euro l’anno in più in bolletta rispetto al 2025”.
“Se invece la guerra si dovesse protrarre per tutto il 2026, con un petrolio a 140 dollari in media annua, le imprese pagherebbero 21 miliardi in più”, su livelli “non sostenibili per le nostre imprese”. Lo stima il Centro studi di Confindustria nel quadro di una prima indagine, ascoltando gli imprenditori, sugli “impatti della guerra subiti dalle aziende industriali italiane”: tra “i principali ostacoli” al momento il primo è il costo dell’energia.
“Già nel 2025, per gli strascichi sui prezzi di gas e petrolio dell’impennata del 2022, la manifattura italiana pagava una bolletta energetica più alta dei principali competitor europei (Francia e Germania), con un’incidenza dei costi energetici sui costi totali maggiore rispetto a 6 anni prima (del +25%, dal 3,9% pre-Covid al 4,9%)”. E’ una incidenza – stima il centro studi diretto da Alessandro Fontana – che, nell’ipotesi che la guerra finisca a giugno, “risulterebbe superiore di 1 punto percentuale, salendo al 5,9% nel 2026”.
Qualora la guerra si protragga per tutto il 2026 “l’incidenza salirebbe di 2,7 punti percentuali, al 7,6%. In questo caso, si arriverebbe intorno ai livelli critici già sperimentati nel 2022 (8,3%), non sostenibili per le nostre imprese” che
“vedrebbero erosa la loro competitività sia in Europa che a livello internazionale, considerato anche che i prezzi di petrolio e gas sono più bassi per le imprese localizzate in altre aree del mondo, in particolare nel continente americano”.
La stima degli economisti di viale dell’Astronomia è nel quadro di un focus su “cosa dicono le imprese” dell’impatto del conflitto: con il questionario di marzo dell’indagine rapida sull’attività nell’industria italiana a grandi imprese associate a Confindustria “è stato chiesto di individuare i principali ostacoli connessi al conflitto in Medio Oriente, distinguendo tra criticità già emerse e problematiche attese in caso di un prolungamento oltre un mese”. Una prima analisi, “in netto anticipo sui dati statistici ufficiali”. Le imprese sono “preoccupate dai costi”.
Le preoccupazioni “si concentrano soprattutto su tre fattori: il costo dell’energia, indicato come criticità dal 25,0%, i costi di trasporto e/o assicurazione (21,9%) e il costo delle materie prime non energetiche (18,4%). Quest’ultimo assume un rilievo maggiore nelle prospettive, risultando la principale fonte di preoccupazione (20,7% delle imprese) qualora il conflitto si protragga; seguono il costo dell’energia (19,4%) e i costi di trasporto e/o assicurazione (15,4%)”.
Tra ulteriori criticità “già ben evidenti” le imprese segnalano “gli ostacoli alle esportazioni (11,2%) e l’aumento del costo dei semilavorati (8,5%); quest’ultimo assume un peso maggiore nello scenario prospettico, venendo indicato come rischio dal 10,3% degli intervistati in caso di prolungamento del conflitto oltre un mese”. In questo quadro “conta molto la durata del conflitto”.
Nel complesso, “i risultati evidenziano come le pressioni sui costi risultino, al momento, più rilevanti rispetto alle difficoltà di approvvigionamento: le tensioni in atto sui prezzi di input quotati sui mercati internazionali, sia energetici che non energetici, appaiono per ora riconducibili a dinamiche speculative (basate sull’attesa di futura scarsità), più che a vincoli di disponibilità fisica.
In particolare, questo è vero soprattutto per il petrolio, la commodity più colpita dalla guerra: sui prezzi (subito) e sui volumi (tra qualche mese). In una prospettiva di più lunga durata del conflitto, emergono segnali di crescente attenzione anche ai rischi di approvvigionamento di input, cioè alla carenza di volumi.
In particolare, la quota di imprese che indica criticità nella fornitura di materie prime aumenta dal 7,4% all’11,3%, rendendo tale fattore il quarto principale rischio atteso. Con un conflitto lungo, aumenta anche la preoccupazione delle imprese per i siti produttivi nei paesi del Golfo coinvolti”.
(da agenzie)

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