Aprile 23rd, 2026 Riccardo Fucile
LA RUSSIA, CHE HA LEGAMI SEMPRE PIU’ STRETTI CON LA CINA, SAREBBE PRONTA AD ATTACCARE L’ALLEANZA ATLANTICA ENTRO UN ANNO DALLA FINE DELLA GUERRA IN UCRAINA… IL CAPO DI STATO MAGGIORE DELLA SVEZIA AVEVA NEI GIORNI SCORSI AVVERTITO CHE MOSCA “VUOLE OCCUPARE UN’ISOLA PER SFIDARE LA NATO”
La Russia si starebbe preparando a un possibile conflitto con la Nato e potrebbe arrivare a essere pronta ad attaccare l’Alleanza atlantica entro un anno dalla fine della guerra in Ucraina. E’ quanto emerge da un rapporto del servizio di intelligence militare dei Paesi Bassi, il Mivd, che definisce Mosca “la minaccia più grande e diretta” per l’Europa.
Secondo il Mivd, è “altamente improbabile” che la Russia apra un nuovo fronte finché è ancora impegnata militarmente in Ucraina. Tuttavia, il rapporto sottolinea che il Cremlino sta acquisendo crescente fiducia e capacità, anche grazie ai legami sempre più stretti con la Cina
In particolare, Pechino avrebbe ormai sviluppato capacità di cyber-spionaggio di Pechino paragonabili a quelle degli Stati Uniti. Il direttore del Mivd, il vice ammiraglio Peter Reesink, ha descritto le operazioni informatiche cinesi come “molto avanzate e organizzate in modo complesso”, avvertendo che l’Europa resta vulnerabile e non sempre in grado di individuare tutte le minacce.
Il rapporto, rilanciato dal sito del Daily Mail, evidenzia inoltre che la crescente cooperazione militare tra Mosca e Pechino sta rafforzando la percezione russa di poter colpire obiettivi militari e civili in Occidente. Da un lato Mosca punta a sfruttare le esportazioni cinesi per sostenere la propria industria bellica, dall’altr
Pechino è interessata a trarre insegnamenti dall’esperienza maturata da Mosca sul campo di battaglia in Ucraina.
Capo difesa Svezia: “Russia vuole occupare un’isola per sfidare la Nato”
In un’intervista al Times pubblicata mercoledì scorso, il generale Michael Claesson, capo di Stato maggiore della difesa della Svezia, ha avvertito che la Russia può occupare un’isola nel Mar Baltico “in qualsiasi momento” al fine di testare l’integrità della Nato. Il generale ha spiegato che il suo Paese si sta preparando a tale eventualità
Si tratterebbe di una tattica per tentare di esporre le divisioni nell’alleanza, in un momento in cui il presidente Usa Donald Trump minaccia regolarmente di abbandonare i partner europei.
“Credo sia importante sottolineare che dobbiamo stare all’erta e che dobbiamo scoraggiare la Russia da questo tipo di avventura attraverso la nostra presenza in aree interessanti nel Nord e naturalmente nel Mar Baltico”, ha detto il generale svedese nell’intervista. Come rileva la testata britannica, gli strateghi europei sono “sempre più preoccupati per il rischio di escalation in mare, in particolare nel Mar Baltico”, dove le forze armate russe hanno iniziato a scortare regolarmente le navi commerciali della flotta ombra russa.
Le forze Nato hanno condotto frequenti esercitazioni relative a sbarchi russi su alcune delle isole più grandi e strategicamente utili dell’area, come Gotland in Svezia, Bornholm in Danimarca o Hiiumaa e Saaremaa in Estonia.
Tuttavia, Claesson ha evidenziato che ci sono circa 400.000 isole nel Mar Baltico, quindi il Cremlino ha l’imbarazzo della scelta. “Credo che si possa raggiungere l’obiettivo di cercare di sfidare l’alleanza posizionandosi su quasi qualsiasi di esse”, ha detto, sottolineando che non serve “un’operazione di ampia portata: basta lanciare un segnale e aspettare di vedere cosa potrebbe accadere sul piano politico”.
(da agenzie)
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Aprile 23rd, 2026 Riccardo Fucile
L’AMMINISTRATORE DELEGATO DI RYANAIR, MICHAEL O’LEARY: “FINCHÉ TRUMP GESTIRÀ COSÌ MALE LA SITUAZIONE IN MEDIO ORIENTE, I PREZZI RESTERANNO ALTISSIMI”… SE IL BLOCCO DELLO STRETTO DI HORMUZ CONTINUASSE, SAREBBERO A RISCHIO IL 10-20% DELLE FORNITURE DELLA COMPAGNIA – KLM TAGLIA 160 PARTENZE, DELTA AIRLINES CANCELLA IL 3.5% DEI VOLI
Il prezzo dei carburanti corre, il mondo inizia a fermarsi. I primi segnali riguardano già
le compagnie aeree, colpite da settimane di una guerra che ha paralizzato i rifornimenti lungo la rotta più critica del pianeta: lo Stretto di Hormuz, fondamentale in particolare per il jet fuel, che ha un processo di raffinazione più complesso e la cui dipendenza dal Medio Oriente è difficilmente arginabile. Per centellinare le riserve, Lufthansa ha tagliato 20mila voli a corto raggio, perlopiù affidati alla divisione regionale CityLine, programmati fino a ottobre: in questo modo risparmia 40mila tonnellate metriche di carburante.
Nelle stesse ore, Ryanair prova a rassicurare i passeggeri nel breve termine. L’azienda ha spiegato che non ci sarà nessuna cancellazione a maggio: forniture garantite fino a fine mese. Ma il tono del suo amministratore delegato Michael O’Leary è tutt’altro che sereno.
«Su giugno non abbiamo certezze – ha avvertito -. Finché Donald Trump gestirà così male la situazione in Medio Oriente, i prezzi resteranno altissimi». Se il blocco dello Stretto continuasse, sarebbero a rischio il 10-20% delle forniture della compagnia, su cui la guerra è già «costata 50 milioni di dollari in più di carburante ad aprile».
Un altro anno intero con il barile a 150 dollari (ieri il Wti era a 92 dollari al barile, il Brent a 101) porterebbe il conto a «circa 600 milioni» – e questo nonostante
Ryanair avesse già acquistato a valori calmierati l’80% del proprio fabbisogno nei mesi precedenti
Tra i Paesi europei, il più esposto è il Regno Unito, che si rifornisce storicamente dal Kuwait. «Se il petrolio resta a questi livelli – dice O’Leary -, a ottobre o novembre alcune compagnie aeree europee potrebbero fallire»
Il quadro delle cancellazioni però ormai è globale. E poco importa se nel frattempo, da Ita ad American Airlines, le compagnie inaugurano nuovi scali nel pieno della crisi. L’allarme non è più un’ipotesi. Klm ha tagliato 160 partenze a maggio, circa l’1% delle rotte europee, dichiarando che un numero crescente di collegamenti «non è più economicamente sostenibile».
EasyJet prevede una perdita ante imposte tra i 620 e i 640 milioni di euro nel primo semestre 2026. Delta Air Lines taglia il 3,5% della propria rete per recuperare un miliardo di dollari. Ma i vettori del Golfo sono i più colpiti, perché nell’epicentro del conflitto.
Secondo gli analisti di Cirium, l’1 marzo Emirates, Etihad, Qatar Airways hanno cancellato almeno il 30% dei voli in un solo giorno. Bruxelles ha risposto presentando un vademecum per correre ai ripari.
(da agenzie)
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Aprile 23rd, 2026 Riccardo Fucile
L’ACCUSA: “LA POSSIBILE NOMINA DI ELENA PUTTI ALLA DIREZIONE DEL MUSEO DEL MARE”, IN QUANTO SUA EX COMPAGNA DI LICEO (INDUBBIAMENTE UN GRAVE REATO)… PECCATO CHE LA CANDIDATA ABBIA TUTTE LE CARTE IN REGOLA PER AMBIRE A QUEL RUOLO: LAUREA IN GESTIONE DEI BENI CULTURALI, MASTER DI RICERCA, DOCENTE ALL’UNIVERSITA’ DI GENOVA, VARIE ESPERIENZE IN DIREZIONI MUSEALI
Colpi bassi. Il Fatto Quotidiano, considerato molto vicino al Movimento Cinque Stelle, torna a colpire la sindaca di Genova Silvia Salis. Un’offensiva mediatica che, secondo diversi osservatori, potrebbe avere l’obiettivo di indebolirne il profilo in vista di una possibile, futura corsa nazionale.
Dopo l’articolo firmato da Selvaggia Lucarelli – che aveva definito la prima cittadina “un androide da laboratorio” vicino all’area riformista del Pd – oggi il giornale diretto da Marco Travaglio torna a insinuare dubbi sull’operato della sindaca. Nel mirino, questa volta, c’è il bando per la guida del Mu.Ma – Istituzione Musei del Mare e delle Migrazioni, che comprende anche il Galata Museo del Mare, uno dei principali poli culturali cittadini.
Secondo il quotidiano, tra le ipotesi di nomina – ventilate dalle opposizioni – ci sarebbe quella di Elena Putti, ex esponente Pd, uscita dal partito sbattendo la porta e vicina a Salis durante la campagna elettorale.
L’articolo insiste sul rapporto personale tra le due, sottolineando come fossero compagne di scuola, e si sofferma anche sulla vita privata della candidata, citando il marito, l’imprenditore portuale Martinoli, che avrebbe contribuito come tanti alla campagna elettorale della sindaca.
Putti in realtà ha tutte le carte in regole per ambire a quel ruolo, con una laurea magistrale in gestione dei beni culturali e un master di ricerca, ha insegnato all’Università di Genova (polo di Imperia) e ha già maturato esperienze nella direzione museale. Nelle settimane precedenti alla scelta del candidato progressista, era inoltre tra le presenze più assidue agli eventi organizzati da Acquarone, promotore di un profilo civico alternativo alle logiche di partito.
Al momento, poi, non esistono indicazioni ufficiali: la decisione verrà ovviamente resa nota solo a iter concluso. Tra i possibili candidati compare anche il giornalista Marco Ansaldo. Il tono dell’articolo – dal titolo al contenuto – lascia poco spazio a interpretazioni. Un attacco che non passa inosservato e che potrebbe rappresentare uno dei primi segnali di tensione in vista del lungo avvicinamento alle Politiche 2027.
Sul fondo resta una domanda: quanto pesa l’ascesa mediatica di Salis? Un’esposizione che, secondo alcuni, non sarebbe gradita ai vertici nazionali, a partire dal leader del Mov5s Giuseppe Conte.
(da agenzie)
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Aprile 23rd, 2026 Riccardo Fucile
IL REEL DI CHARLOTTE DE VITTE DEL SUO CONCERTO A GENOVA HA SUPERATO IL MILIONE DI LIKE, COLLOCANDO LA CITTA’ COME META TURISTICA PER MIGLIAIA DI TURISTI… SAPETE QUANTO E’ COSTATO? APPENA 140.000 EURO, UN CAZZO RISPETTO AL RITORNO DI IMMAGINE E AI 20.000 GENOVESI E TURISTI PRESENTI… SECONDO GLI ESPERTI “UN CAPOLAVORO DI COMUNICAZIONE”
La Salis in questi mesi è arrivata a 461.000 follower su Instagram con una crescita
straordinaria che la colloca tra i politici italiani più seguiti sui social. Pensate che ha ormai quasi raggiunto Elly Shlein, che ha 472.000 follower e il sorpasso, almeno sui social, sembra molto vicin
I tre post della Salis su Instagram con la De Witte, in occasione del concerto di piazza Matteotti, hanno avuto un totale di 460.000 like (150.000+120.000+190.000). La De Witte che ha 4.9 milioni di follower ha pubblicato un reel del concerto di Genova e ha totalizzato 1.1 milioni di mi piace, collocando Genova come futura meta turistica anche per eventi musicali e per giovani, di cui abbiamo un’enorme necessità. Sperando che vogliano anche poi venirci a studiare o a vivere.
È un diverso modo di comunicare, un costo apparentemente neanche molto elevato stando alle dichiarazioni proprio della sindaca, che ha quantificato i costi del concerto in 140.000 euro per 20.000 mila persone . Ma è un conto che deve guardare da una parte al forte ritorno di immagine per Genova.
bisogna dare atto che questi eventi hanno un ritorno molto più ampio del pubblico presente: sono campagne d’immagine molto ben organizzate da un’attenta e competente strategia che lo staff locale e nazionale della Salis stanno seguendo nei minimi dettagli per far crescere l’immagine positiva, innovativa e giovane del nostro sindaco. Ma a guadagnarci è anche la Superba.
(da agenzie)
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Aprile 23rd, 2026 Riccardo Fucile
QUELLO DI PHELAN È IL TERZO CASO DI ADDIO IN POCHE SETTIMANE NEI VERTICI MILITARI USA
Il segretario alla Marina degli Stati Uniti ha lasciato il suo incarico “con effetto immediato”. La notizia è stata comunicata dal Pentagono che non ha fornito
spiegazioni. Una decisione che arriva nel mezzo di ore di tensione nello stretto di Hormuz. I pasdaran hanno sequestrato due navi cargo e ne hanno colpita una terza.
Gli Usa confermano di aver prorogato unilateralmente una tregua di durata indefinita e Trump ha annunciato che i colloqui sono ‘possibili già venerdì’. Ma l’estensione del cessate il fuoco non convince Teheran che invita Washington a togliere il blocco nello Stretto e minaccia “sorprese belliche”.
Media Usa: “Segretario alla Marina licenziato, tensioni con Hegseth”
Il segretario della Marina John Phelan è stato licenziato dopo mesi di tensioni con il capo del Pentagono Pete Hegseth. Secondo quanto riportato dai media americani, ad alimenatre gli attriti sarebebro stati gli stretti rapporti di Phelan con il presidente Donald Trump. I due si parlano spesso e si incontrano a Mar-a-Lago e Phelan avrebbe suggerito direttamente al presidente l’idea di ammodernare la flotta, scavalcando Hegseth. Una mossa che il capo del Pentagono non ha digerito.
L’addio improvviso di Phelan terzo caso in poche settimane nei vertici militari Usa
L’improvviso addio del segretario alla Marina Usa John Phelan giunge appena un giorno dopo che si era rivolto a una vasta platea di marinai e professionisti del settore in occasione della conferenza annuale della Marina a Washington e aveva discusso con i giornalisti in merito al suo programma.
La partenza di Phelan avviene inoltre a poche settimane di distanza dal licenziamento, da parte del segretario della Difesa Pete Hegseth, del più alto ufficiale dell’Esercito, il generale Randy George, nonché di altri due generali di alto rango dell’Esercito stesso.
(da La Repubblica)
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Aprile 23rd, 2026 Riccardo Fucile
IL NERONE DELLA “CASA BIANCA” DEFINISCE “IDIOTA” L’AUTORE DELL’ARTICOLO ACCUSATO DI AVERLO ATTACCATO SOLO PERCHE’ IL SUO EDITORE, RUPERT MURDOCH, GLI HA ORDINATO DI FARLO – IL TYCOON MINACCIA DI PUNIRE GLI ALLEATI “CATTIVI” NELLA NATO
La parola usata dal Wall Street Journal per descriverlo è “sucker”, ossia un babbeo facile
da abbindolare, e prevedibilmente il presidente Donald Trump non l’ha presa bene. Ha reagito sul suo social definendo un «idiota» l’autore dell’articolo, il membro dell’Editorial Board del giornale Elliot Kaufman, accusato di averlo attaccato senza tenere conto della realtà dei fatti, solo perché il suo editore Rupert Murdoch gli ha ordinato di farlo.
Insulti a parte, la reazione del capo della Casa Bianca attira l’attenzione sulla tesi dell’articolo, uscito proprio mentre Politico ha rivelato che l’amministrazione sta stilando una lista degli alleati della Nato buoni e cattivi, per punire quelli giudicati poco ubbidienti e meno disposti ad aiutare nella guerra contro la Repubblica Islamica.
Kaufman ha scritto che gli iraniani considerano Trump un “sucker” perché per ben tre volte ha pagato per un bene, la riapertura dello Stretto di Hormuz, senza mai ottenerlo davvero. La prima è stata il 7 aprile, quando aveva annunciato che tutte le navi potevano passare liberamente nel Golfo Persico.
Le petroliere però erano rimaste bloccate e il greggio non era tornato a scorrere. La seconda è stata dopo il cessate il fuoco di due settimane fa, quando Teheran ha chiesto come condizione la fine delle operazioni militari israeliane in Libano, e il capo della Casa Bianca ha fatto pressione sul premier Netanyahu affinché si fermasse.
La terza è stata ieri, quando la Repubblica islamica ha avvertito che Hormuz sarebbe rimasto chiuso finché il Pentagono avesse continuato il suo blocco. Poi gli ayatollah hanno attaccato tre navi, dimostrando che le loro forze armate non sono state demolite come vanta Trump. La conclusione dunque è che l’Iran ha tolto agli Stati Uniti sue leve: «La diplomazia può essere usata per consolidare le conquiste militari. In questo caso è stata impiegata per darle via».
Trump si è infuriato, scrivendo che nessun presidente americano prima di lui aveva messo così nell’angolo il regime di Teheran. Si capirà chi ha ragione dall’esito dei negoziati di Islamabad, ammesso che riprendano. Nel frattempo però, secondo Politico, l’amministrazione si prepara anche a punire i suoi stessi alleati. Tra i buoni ci sono Polonia, Romania, i paesi baltici e faticosamente la Germania; tra i cattivi la Spagna, ma anche Francia e Gran Bretagna.
L’Italia non è citata, ma considerando il messaggio sui social con cui il presidente ha minacciato di non stare dalla sua parte, perché Roma non si è schierata con lui in Iran, non è difficile presumere che anche noi rischiamo le sue ritorsioni
(da Repubblica)
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Aprile 23rd, 2026 Riccardo Fucile
“I CAPI DI STATO HANNO DIRITTO ALLA RISERVATEZZA RIGUARDO ALLE PROPRIE QUESTIONI DI SALUTE. TUTTAVIA LE DECISIONI PRESE DA UN CAPO DI STATO A VOLTE HANNO CONSEGUENZE DI VITA O DI MORTE PER MILIONI DI PERSONE. GLI STANDARD PROFESSIONALI VIETANO AI MEDICI DI COMMENTARE LO STATO DI SALUTE DI UNA FIGURA PUBBLICA. MA I RECENTI EVENTI IN TUTTO IL MONDO SOLLEVANO LA QUESTIONE: TALE DIVIETO DOVREBBE ESSERE ASSOLUTO?”
I medici dovrebbero astenersi dal formulare diagnosi sulla salute mentale di un capo di Stato basandosi sulle sue dichiarazioni pubbliche o sulle notizie riportate dalla stampa, ma nel caso di Donald Trump “è necessaria una valutazione clinica urgente, ora più che mai”.
E’ quanto affermano, in un articolo sul British Medical Journal, il neurologo britannico David Nicholl del Sandwell Health Campus e l’esperta di cure primarie Trish Greenhalgh dell’Università di Oxford.
“I capi di Stato hanno diritto alla riservatezza riguardo alle proprie questioni di salute. Tuttavia – scrivono i due autori dell’articolo- le decisioni prese da un capo di Stato a volte hanno conseguenze di vita o di morte per milioni di persone. Gli standard professionali vietano ai medici di commentare lo stato di salute di una figura pubblica. Ma i recenti eventi in tutto il mondo sollevano la questione: tale divieto dovrebbe essere assoluto?”.
Nel caso del presidente statunitense, osservazioni recenti su linguaggio, coerenza e comportamento hanno alimentato interrogativi su un possibile declino cognitivo. Alcuni commentatori hanno ipotizzato condizioni neurodegenerative, ma Nicholl e Greenhalgh mettono in guardia: stabilire una diagnosi clinica richiede test approfonditi, valutazioni neuropsicologiche e indagini strumentali, elementi non disponibili attraverso fonti pubbliche.
Allo stesso tempo, però, i due esperti distinguono tra formulare una diagnosi clinica ed esprimere preoccupazioni più ampie, basate su evidenze cliniche. Fanno notare che già nel 2016 psichiatri di alto livello, pur astenendosi esplicitamente da una diagnosi, avevano sollevato dubbi sull’idoneità mentale di Donald Trump a ricoprire la carica di presidente e avevano chiesto una valutazione medica imparziale. In linea con quella presa di posizione, anche Nicholl e Greenhalgh concordano sul fatto che tale valutazione rimanga un’azione necessaria.
(da agenzie)
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Aprile 23rd, 2026 Riccardo Fucile
HANNO FALLITO L’OBIETTIVO DI RIENTRARE DALLA PROCEDURA DI INFRAZIONE PER DEBITO ECCESSIVO? ALLORA LA COLPA E’ DEI GOVERNI PRECEDENTI, DELL’EUROPA, DELLA GUERRA E DELLE “MANINE DEL PALAZZO”
Se non abbiamo fatto male i conti, mancano solo il terremoto, la tremenda inondazione
e le cavallette, e poi il governo Meloni ha esaurito la liste delle scuse e dei colpevoli da tirare in ballo per i suoi fallimenti.
Ieri è stato il turno, nell’ordine, di provvedimenti di due governi e sei anni fa, dell’Europa, della guerra e delle sempiterne manine di Palazzo, per giustificare il fatto che non siamo usciti dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo, e che quindi non ci sono soldi da spendere nella prossima legge di bilancio, a meno di non fregarsene delle regole europee che abbiamo sottoscritto.
Colpa dei miliardi del superbonus, dice Giorgia Meloni, se siamo ancora al 3,1% del rapporto deficit Pil. Dimenticandosi che fu una misura allora votata, tutelata e difesa dai partiti che compongono la maggioranza di governo come Lega e Forza Italia, quando c’era da lisciare il pelo alla filiera edilizia e ai proprietari di case. E che forse sarebbe banalmente bastato evitare di buttare qualche centinaia di milioni di euro in progetti demagogici come i centri per migranti in Albania, tanto per dirne uno, per rientrare sotto la soglia del 3%
O meglio ancora, far crescere un po’ di più l’economia, approfittando dei 209 miliardi messi a disposizione dal Pnnr, una quantità di denaro che nessun governo ha mai avuto a disposizione per accelerare lo sviluppo economico. E che invece, alla fine dei conti, ha prodotto una crescita asfittica dello 0,5% per il 2026 e una lista infinita di crisi industriali. Una stima, l’ha detto ieri, il ministro Giorgetti, che andrà ulteriormente rivista al ribasso.
La crescita, per l’appunto. Colpa della guerra in Iran, dice Meloni. Come se quella guerra non l’avesse scatenata il duo Trump-Netanyahu, che il nostro governo ha sempre difeso e sostenuto, contro ogni evidenza, fino a quando non si è reso conto che ogni stretta di mano a Trump era un punto in meno nei sondaggi. E come se non fossimo, al solito, il Paese che cresce meno in Europa. Ad esempio, la Spagna crescerà del 2,1% nel 2026. La guerra non c’è, a Madrid?
A proposito di Europa: colpa delle regole di Bruxelles, ovviamente. Come se quelle regole, quel nuovo patto di stabilità non fosse stato sottoscritto dal governo Meloni il 20 dicembre del 2023. Regole che allora la stessa premier definì “meno rigide e più realistiche” rispetto a quelle precedenti, ottenute “grazie a un serio e costruttivo approccio al negoziato”. Quelle stesse regole che oggi Meloni vuole infrangere, come se nel 2023 governasse la sua sosia.
E già che ci siamo, perché non dare la colpa pure alla solita “manina di Palazzo”, alla sinistra cattiva infrattata nelle istituzioni che trama contro l’Italia dalle segrete stanze dell’Istat, rifiutandosi di taroccare un po’ i numeri per aiutare il governo nella sua legge di bilancio elettorale di fine mandato. Anziché – orrore! – fornire numeri veri e fotografare la realtà per quel che è, come fanno, o dovrebbero fare, gli organi di Stato e le magistrature indipendenti dalla politica.
Tutto, pur di non dire che un governo in carica da quattro anni, con la maggioranza più stabile e ampia di sempre, e con un sostegno pressoché incondizionato dei mercati, ha fallito sia l’obiettivo della crescita sia quello dell’uscita dalla procedura d’infrazione.
E il bello è che adesso cercano pure i colpevoli.
Quando basterebbe, semplicemente, avvicinarsi al primo specchio che trovano.
(da Fanpage)
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Aprile 23rd, 2026 Riccardo Fucile
NONOSTANTE LA BATOSTA REFERENDARIA VUOLE CONTINUARE A FAR PERDERE VOTI AL CENTRODESTRA
“Signori, è nel codice penale: se si parla di modesta quantità persino della droga, non sarà una bestemmia parlare di modestia anche delle cosiddette mazzette, o del pactum sceleris della corruzione”. Nonostante la batosta referendaria, Carlo Nordio non rinuncia a esibire senza filtri la sua idea di giustizia. Rispondendo al question time alla Camera, il ministro rivendica orgogliosamente il concetto di “modestissima mazzetta”, elaborato nel suo ultimo libro per scagliarsi contro l’uso dei trojan – i virus-microspia installati nei telefoni – nelle indagini per corruzione. Nell’opera uscita a gennaio (Una nuova giustizia, Guerini) Nordio insultava la legge Spazzacorrotti del suo predecessore Alfonso Bonafede, definita “il delirio moralistico di un Parlamento semi-giacobino”: quella riforma, denunciava indignato, ha esteso i trojan alle inchieste per i gravi reati contro la Pubblica amministrazione, “con il risultato che ancor oggi, se un pm ravvisa l’ipotesi anche di una modestissima mazzetta, può chiedere e ottenere l’utilizzo di questo meccanismo diabolico. Dopo il referendum, vedremo di rimediare anche a questa inciviltà”, prometteva.
Alle urne poi è finita come sappiamo, e quel progetto per ora è finito in archivio. Ma Nordio, di fronte alla Camera, sceglie di insistere sulla teoria della mazzetta “omeopatica”: l’assist è un’interrogazione M5S sulla direttiva europea anticorruzione appena entrata in vigore, che, secondo vari giuristi, impone all’Italia di reintrodurre una forma di abuso d’ufficio, reato abrogato ormai due anni fa. “La corruzione non può essere minimizzata parlando di ‘modestissime mazzette’ come
ha fatto lei, ministro. In Europa sanno bene quanto sia importante contrastare la corruzione e, prima ancora, tutte le condotte in cui l’interesse privato schiaccia il bene pubblico”, ha incalzato in Aula Valentina D’Orso, capogruppo pentastellata in Commissione Giustizia, chiedendo se il governo abbia intenzione di rivedere le sue scelte per evitare una procedura d’infrazione. Una citazione provocatoria che il Guardasigilli raccoglie subito. “In premessa – esordisce – vorrei dire che quando si parla e si è parlato di ‘modeste mazzette’ e, ancora una volta, si è attribuito a questo ministro un linguaggio cosiddetto di strada, vorrei ricordare che il concetto di tenuità o di modestia è inserito nel nostro ordinamento giuridico. Si parla di tenuità del fatto – ricorda – addirittura per escludere la punibilità di un reato; si parla di modesta quantità nella detenzione di sostanze stupefacenti e nelle circostanze attenuanti vi sono le particolari esigenze di tenuità del fatto. Quindi non è un sacrilegio usare questo aggettivo” chiosa l’ex pm. Un paragone, quello tra tangenti e sostanze psicotrope, smontato in due frasi da Giovanni Zaccaro, giudice in Corte d’Appello a Roma e segretario di Area, il maggiore gruppo delle toghe progressiste: “La concussione e la corruzione danneggiano tutti i cittadini, lo spaccio di una dose danneggia al più la salute di chi decide di comprarla. È evidente che i primi reati siano più gravi del secondo”, commenta al Fatto.
Nel merito dell’interrogazione, invece, Nordio annuncia che la direttiva Ue verrà semplicemente ignorata: “La risposta sulla reintroduzione del reato di abuso d’ufficio è nettamente negativa”, afferma. “Abbiamo dimostrato all’Europa che sta nella discrezionalità degli Stati predisporre i sistemi anticorruzione, e in questo l’arsenale preventivo e repressivo dell’Italia è il più ricco di tutti”, con “ben 17 fattispecie di reato”. Secondo Nordio, la previsione europea “non ha niente a che vedere” con il reato abrogato in Italia, “perché non tipicizza nessuna fattispecie incriminatrice e non individua condotte determinate”. Una tesi che si appoggia sull’ambiguità del testo della direttiva, fatto annacquare dall’Italia in cambio del suo sì: nella versione finale, l’articolo 7 obbliga gli Stati membri a perseguire solo “determinate violazioni gravi” commesse dai pubblici ufficiali, consentendo inoltre di “limitare l’applicazione” del reato a “determinate categorie” di funzionari pubblici. A rivolgersi a Nordio nel question time anche Forza Italia, che con il
deputato Pietro Pittalis ha chiesto di accelerare l’iter della proposta di legge per rendere più difficile il sequestro degli smartphone da parte dei pm, imponendo una complessa procedura governata dal gip: dopo l’ok al Senato ad aprile 2024, il provvedimento è ancora fermo alla Camera.
(da Il Fatto Quotidiano)
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