Aprile 5th, 2026 Riccardo Fucile
PER IL MINISTERO DELLA CULTURA NON HA “INTERESSE CULTURALE”
Mentre il Mic finanzia documentari su locali di Capri, re delle fettuccine e icone del vintage,
nega i fondi all’opera sulla storia del ricercatore ucciso al Cairo. Il produttore Domenico Procacci attacca: «Questa storia dovrebbe indignare tutti, invece è diventata una battaglia di parte»
Per lo Stato italiano la storia di Giulio Regeni non merita il sostegno pubblico destinato al cinema. Mentre la commissione del ministero della Cultura (Mic) ha dato il via libera ai finanziamenti per documentari dedicati allo storico locale caprese Anema e Core, alla vita di Gigi D’Alessio o alle vicende del «re delle fettuccine» Alfredo, per l’opera dedicata al ricercatore sequestrato, torturato e ucciso in Egitto nel 2016 la risposta è stata un netto rifiuto. Come riportato da Repubblica, la motivazione addotta dai tecnici ministeriali è quella di una mancanza di «interesse culturale», un giudizio che stride con il percorso che la pellicola sta compiendo nelle istituzioni e nelle università italiane.
Un’opera già premiata e riconosciuta
Il documentario in questione, diretto da Simone Manetti e prodotto da Mario Mazzarotto per Ganesh insieme a Fandango, si intitola Tutto il male del mondo. Il titolo richiama le parole strazianti che la madre di Giulio pronunciò dopo aver visto il volto del figlio nell’obitorio del Cairo. Non si tratta di un progetto sulla carta, ma di un lavoro già finito e apprezzato: è uscito nelle sale con successo, ha vinto il Nastro d’Argento per la legalità e ha già incassato l’adesione di ben settantasei università italiane per proiezioni negli atenei. Nonostante questo, e nonostante la proiezione prevista al Parlamento europeo il prossimo 5 maggio, la commissione incaricata di valutare la «qualità artistica» e l’«identità culturale» dei progetti ha deciso di non concedere nemmeno un euro di contributo.
La denuncia di Domenico Procacci di Fandango
Secondo Domenico Procacci di Fandango, uno dei produttori coinvolti, la spiegazione dietro questo stop non ha nulla a che vedere con l’arte. «Una scelta politica», denuncia Procacci senza giri di parole. Il produttore sottolinea quanto sia amaro constatare che la ricerca della verità per un cittadino italiano sia diventata un tema divisivo: «Ed è incredibile che lo sia, perché la storia di Giulio dovrebbe ferire e indignare non soltanto una parte del Paese – spiega – ma tutti quelli che hanno un
minimo di umanità: la ricerca di verità e giustizia. Invece fatalmente è diventata una battaglia politica».
Procacci insiste sul fatto che, trattandosi di un’opera già realizzata e pluripremiata, sia impossibile nascondersi dietro presunte carenze qualitative del copione o della messa in scena. «È vero, questa è una battaglia politica – continua Procacci – ma dovrebbe interessare tutti gli italiani, non certo soltanto una parte. Io posso anche capire se vengono commessi errori da un punto di vista artistico, per scarsa competenza. Puoi decidere di non finanziare un film perché non sai come sarà, come verrà, e pensi che non sia un bel lavoro». Ma in questo caso, il giudizio della commissione sembra ignorare i fatti: «Il documentario è stato fatto, è uscito nelle sale, ha già vinto il Nastro della legalità. Bocciare un progetto del genere non puoi vederla come una scelta artistica. È una scelta soltanto politica».
Il valore civile oltre il profitto
La questione, per i produttori, non riguarda il mero ritorno economico, dato che il film ha già trovato una sua strada distributiva e approderà presto sia su Sky che in Rai. Procacci ci tiene a precisare che «alla mia società non viene in tasca niente. Mi dispiace per la Ganesh di Mazzarotto, che ha fatto un lavoro straordinario, ma sono sicuro che il pubblico premierà ancora questo lavoro. Sarà visto e continuerà a essere visto. Andrà sia su Sky sia in Rai». Resta però l’amarezza per un segnale istituzionale che sembra allinearsi a certi tentativi politici degli ultimi anni di rimuovere o ignorare i simboli della battaglia per Giulio Regeni. La chiusura del produttore è dedicata al piano umano: «Da cittadino, sono scosso. Perché questa non può essere una scelta di merito».
(dea agenzie)
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Aprile 5th, 2026 Riccardo Fucile
IL LEGAME CON IL VIMINALE TRA PRESENTAZIONI DI LIBRI E TRASFERIMENTO DI PREFETTI
Il fantasma del caso Boccia-Sangiuliano torna ad aggirarsi tra i palazzi della politica e i corridoi di Viale Mazzini. Al centro della nuova bufera c’è Claudia Conte, la giornalista che ha recentemente reso pubblica la sua relazione con il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. A far discutere non è solo il legame sentimentale, ma una serie di messaggi sibillini affidati ai social e un documentario prodotto dalla sua società, la Shallow srls, finito nel catalogo di RaiPlay in esclusiva. Come scrive Repubblica, Conte sta adottando una strategia comunicativa fatta di allusioni: dopo aver dichiarato ai cronisti che «Presto saprete», ha aggiornato il suo stato WhatsApp con una frase emblematica: «Il silenzio del sabato santo».
Il documentario acquistato dalla Rai
Il documentario in questione, intitolato 2023. L’onda maledetta, vittime ed eroi, è diventato un piccolo caso all’interno della tv pubblica. Trasmesso in esclusiva su RaiPlay dal maggio 2024, il lavoro dura appena venti minuti e si concentra sull’alluvione che ha colpito l’Emilia-Romagna. Secondo quanto ricostruito da Repubblica, l’opera è composta quasi interamente da materiale di repertorio dei vigili del fuoco e non darebbe voce agli sfollati o alle famiglie delle vittime, preferendo concentrarsi sulle interviste a esponenti dell’esercito, della Protezione civile e dei vigili del fuoco, ai quali vengono rivolti lunghi ringraziamenti. Nonostante la brevità e l’assenza di premi, il lavoro è stato acquistato dalla Rai per una cifra simbolica, circa 500 euro, permettendo però alla giornalista di aggiungere al proprio curriculum la prestigiosa qualifica di regista per la tv di Stato.
I libri, il Viminale e i tour nelle prefetture
Oltre all’attività cinematografica, si accendono i fari sulla promozione editoriale della Conte, in particolare per il romanzo La voce di Iside, dedicato al disagio giovanile e alla violenza di genere. Il volume è stato protagonista di diversi eventI istituzionali documentati ufficialmente sul sito del Viminale. A Pistoia, nel maggio 2024, la giornalista ha presentato il libro davanti a mille studenti, tornando poi a gennaio 2025 per parlare di bullismo. In quell’occasione, sul sito del ministero dell’Interno si leggeva che l’opera era stata «diffusa nelle scuole della provincia nell’ambito dell’organizzazione dell’iniziativa». La prefetta dell’epoca, Licia Donatella Messina, ha chiarito che non ci sono stati finanziamenti diretti dal ministero e che la giornalista non ha ricevuto «nessun gettone di presenza, solo un rimborso spese. L’ho invitata perché mi è stata presentata da amici comuni, il mondo è piccolo. Il suo libro non è un capolavoro, è un libro molto semplice, ma proprio perché semplice è stato apprezzato dai ragazzi».
Il trasferimento a Caltanissetta e le interrogazioni politiche
Il legame professionale tra la prefetta Messina e Claudia Conte sembra essere proseguito anche dopo il trasferimento della funzionaria a Caltanissetta. Anche nella nuova sede siciliana è stato organizzato un evento in teatro per presentare il libro, notizia prontamente rilanciata ancora una volta dai canali ufficiali del ministero guidato da Piantedosi. Messina ha tenuto a precisare che «Piantedosi non c’entra nulla. Lo conosco, ma non è stato lui a presentarmi Conte», poco prima che la giornalista venisse insignita del titolo di «Ambasciatrice del sorriso nel mondo». Ma le attività della giornalista non si fermano qui: la sua nomina nel consiglio di amministrazione della Fondazione Marini a Firenze, avvenuta durante la giunta Nardella, ha sollevato le proteste di Italia Viva, che ha annunciato un’interrogazione per fare luce sui criteri di selezione. Dal partito di Matteo Renzi la richiesta è perentoria: «Chiediamo trasparenza».
(da agenzie)
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Aprile 5th, 2026 Riccardo Fucile
COME L’HA SFRUTTATO PER LE SUE PUBBLICHE RELAZIONI
Si chiama Borgo Pio 92, ed è in comproprietà con la mamma e la nonna. Nonostante gli
aiuti Covid però perde 60 mila euro. Molto meglio i conti della Shallow srl, la società di eventi e pr della Conte. Che all’anagrafe si chiama Annaclaudia
È partita ancora una volta da un ristorante la scalata al successo di Claudia Conte, diventata lady Viminale dopo avere svelato una relazione sentimentale con il ministro Matteo Piantedosi. Il locale si chiama Borgo Pio 92, è a due passi dal Vaticano, ed è l’insegna della società di ristorazione Framat srl, di cui è azionista di maggioranza mamma Maria Pia, ma di cui anche lady Viminale è proprietaria, con una quota del 25% e con la nuda proprietà di un’altra quota del 15% il cui usufrutto è lasciato alla nonna Matilde, di 90 anni.
Da Arisa ad Enrico Brignano, ecco chi si è attovagliato dalla Conte in questi anni
La proprietà di quel ristorante in un luogo strategico è stata fondamentale per la Conte, che all’anagrafe si chiama in realtà Annaclaudia, che a quei tavoli ha intrecciato rapporti con personaggi del mondo dello spettacolo, del giornalismo, dello sport e talvolta anche della chiesa e della politica. Gli account social di Borgo Pio 92 sono zeppi di foto sue insieme al personaggio importante passato al ristorante e tante volte sedutosi al tavolo con lei. Per altri invece ha fatto solo la pr del locale.
Le gallerie fotografiche inquadrano nell’uno o nell’altro caso la cantante Arisa, l’ex velina Laura Freddi, il comico Enrico Brignano con la moglie Flora Canto, la cantante Annalisa Minetti, Vittorio Sgarbi, il prete antimafia delle periferie romane, don Antonio Coluccia, l’attore americano Vincent Riotta e tanti altri vip.
La finzione dell’ospite di onore (lei invece ha il 40% del locale) nelle foto social
Gli account social del locale non dicono mai che lady Viminale ne è proprietaria, anzi illustrano le sue foto in posa come si trattasse di una vip arrivata lì per caso e ingolosita dai piatti. Così scrivono «Claudia Conte ci onora sempre con la sua presenza per i nostri eventi», oppure «la meravigliosa Claudia Conte anche oggi ci onora con la sua presenza».
D’altra parte, il ristorante di famiglia serve alla Conte più per le relazioni che come business: nell’ultimo bilancio disponibile, quello del 2024, ha fatturato 449.069 euro perdendo 60.874 euro nonostante i molti aiuti arrivati in questi anni dalle leggi Covid (fra questi un finanziamento agevolato di 250 mila euro dalla Banca del Mezzogiorno/Mediocredito centrale. Migliori i conti della società di pubbliche relazioni interamente posseduti dalla Conte, la Shallow srl. Nel 2024 ha fatturato 102.977 euro riportando un utile netto di 9.278 euro.
(da agenzie)
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Aprile 5th, 2026 Riccardo Fucile
L’AVVISTAMENTO PARTITO DALL’AEREO DEL ONG SEA WATCH
Un barcone di legno partito da Tripoli con 110 persone a bordo, tra cui donne e bambini, si è rovesciato sabato pomeriggio nel Mediterraneo, in zona di soccorso libica. «Siamo partiti in 110», hanno raccontato alcuni dei sopravvissuti giunti al molo Favarolo di Lampedusa, lasciando intendere che una ottantina di persone siano finite in mare prima dell’arrivo dei soccorsi.
La motovedetta Cp327 della Guardia costiera, affiancata dalle navi a vela Ievoli Grey e Saavedra Tide, ha recuperato 32 naufraghi di nazionalità egiziana, pakistana e bengalese, rimasti in acqua per diverse ore prima di essere localizzati. Recuperati anche due cadaveri.
Le immagini aeree scattate al momento dell’allarme hanno ripreso il rovesciamento del barcone, lungo tra i 12 e i 15 metri. I superstiti e le salme sono stati trasferiti a Lampedusa. La ong Mediterranea ha comunicato sui propri canali social che le persone disperse sarebbero «oltre settanta», un bilancio che potrebbe aggravarsi ulteriormente nelle prossime ore con il proseguire delle ricerche. S
econdo la ricostruzione di Repubblica, che cita il rapporto dell’aereo Seabird 2 della ong Sea-Watch, impegnato in pattugliamento nel Mediterraneo Centrale, ieri 4 aprile il velivolo ha ricevuto segnalazione da un aereo della Marina Militare francese che stava sorvolando un’imbarcazione in difficoltà.
Quando Seabird 2 ha raggiunto la zona, lo scenario era già drammatico: un barcone di legno rovesciato, una quindicina di persone aggrappate allo scafo, altre in acqua
e alcuni corpi galleggianti. I mercantili Saavedra Tide e Ievoli Grey, che si trovavano nelle vicinanze, sono intervenuti lanciando zattere di salvataggio e recuperando i sopravvissuti.
Questa mattina la nave Ievoli Grey ha trasferito 32 naufraghi e due salme sulla motovedetta CP327 della Guardia costiera, che li ha poi accompagnati a Lampedusa. I sopravvissuti hanno riferito di essere partiti in 105 dalla costa libica: il che porterebbe a 71 il numero delle persone ancora disperse in mare, un bilancio che resta provvisorio in attesa del completamento delle operazioni di ricerca.
(da agenzie)
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Aprile 5th, 2026 Riccardo Fucile
NEMMENO LA SCONFITTA AL REFERENDUM, PER CUI SI È STRENUAMENTE BATTUTA, E LE “TENSIONI LATENTI” CON GIORGIA, HANNO SCALFITO LA SUA IMMAGINE… FOSSE IN UN ALTRO PARTITO, ARIANNA SAREBBE STATA SILURATA INSIEME A DELMASTRO, BARTOLOZZI E SANTANCHE’
È l’intoccabile per antonomasia, la figura più vicina per il rapporto strettissimo di parentela
con la presidente del Consiglio. Arianna Meloni è la Sorella d’Italia, che con la vittoria alle politiche del 2022 è uscita dal cono d’ombra di militante-dirigente locale per diventare la guida di Fratelli d’Italia. A celebrare l’investitura§ufficiale è stata l’assegnazione del ruolo di capo della Segreteria politica. Da una Meloni all’altra. Nemmeno la sconfitta al referendum, per cui si è strenuamente battuta, ha scalfito la sua immagine, né è stata sfiorata da polemiche. Fosse in un altro partito, a trazione meno familiare, dovrebbe fare un primo bilancio. Ma a via della Scrofa è meglio evitare di proporre il discorso. Altrimenti più che un rendiconto si dovrebbe aprire una resa dei conti. Mettendo in discussione l’operato di Arianna Meloni. Impossibile.
Intanto tutto intorno vengono sacrificati dirigenti. Il primo è stato quello dell’ex sottosegretario della Giustizia, Andrea Delmastro, arrostito nell’affaire-bisteccheria, seguito da Daniela Santanchè, che ha salutato – non proprio in punta di piedi – la poltrona di ministra del Turismo. Altri vengono messi un po’ in discussione, come il responsabile organizzazione, Giovanni Donzelli. La più grande delle sorelle Meloni continua a godere dell’aura di infallibilità per eredità familiare. Per lei sono pronte a spalancarsi le porte del Parlamento, al prossimo giro.
L’ultima vicenda di gestione discutibile di Fratelli d’Italia ha provocato problemi al governo: a innescare la rivelazione della giornalista Claudia Conte, sulla «relazione» con il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, è stata una domanda di Marco Gaetani, volto e voce di Radio Atreju, il vivaio meloniano. Dimostrando che la segreteria politica fatica a tenere sotto controllo addirittura i giovani, fedelissimi alla linea di Fratelli d’Italia. Con conseguenze imprevedibili. Tanto che il povero Gaetani è stato convocato dai vertici del partito, come hanno rivelato alcuni retroscena, per una ramanzina. Ma ormai il pasticcio era compiuto.
Moto referendario
Arianna Meloni ha avuto il grande merito di essere una delle dirigenti più presenti nella campagna referendaria. Da Sassari a Pescara, dalla sua città natia Roma fino a Milano, è stata una trottola: nessuno si è speso tanto. Un’attività per portare a casa la vittoria del Sì da intestare al partito, soprattutto alla sorella, e per spianare la strada alle altre riforme care a casa Meloni. È stata proprio la capa Segreteria di FdI a continuare a battere il tasto del premierato, spiegando anche durante la campagna per il referendum sulla Giustizia, che sarebbe stato il prossimo passo per cambiare la Costituzione. Favorendo – secondo i rumors del Transatlantico – la tesi delle opposizioni di una sovrapposizione delle riforme. Prima i magistrati, poi la forma di governo.
Un assist alla campagna del No, secondo i ragionamenti di Lega e Forza Italia.
La missione è dunque fallita: i selfie, i comizi e i video social non hanno spostato i voti necessari. La svolta pop non è stata un trionfo, anzi è arrivato il segnale che qualcosa non ha funzionato nella mobilitazione del proprio elettorato. L’evidenza arriva dall’analisi dei flussi elettorali. La stima è che tra bocciatura della riforma e astensione, circa il 15 per cento degli elettori meloniani ha voltato le spalle a FdI. La responsabilità, però, non è stata attribuita ai vertici, l’addebito è arrivato sul conto di Santanchè.
Non c’è solo la vicenda referendaria, che ha provocato sconquassi nel governo. Con un’onda lunga che ancora non si è fermata. La capa della Segreteria di Fratelli d’Italia ha gestito in maniera “leggera” le dinamiche locali.
Da mesi, per esempio, il partito in Sicilia è una polveriera. Nemmeno la fuoriuscita di Manlio Messina, ex vicecapogruppo alla Camera e a lungo riferimento meloniano nell’isola, ha fatto scattare l’allarme sulla situazione, che ha continuato a deteriorarsi. Fino a determinare una guerra per bande. I vertici nazionali, in testa Arianna Meloni, hanno lasciato correre, lasciando solo Messina. Solo la débâcle referendaria ha riacceso i riflettori sull’isola, mettendo sotto osservazione il presidente dell’Assemblea regionale, Gaetano Galvagno (uomo di fiducia di Ignazio La Russa), e l’assessora Elvira Amata. Comunque vada, alla fine, ci saranno molte macerie politiche intorno ai meloniani.
In Lombardia il clima non è tanto più tranquillo. Ha lasciato strascichi il siluramento dell’assessora regionale al Turismo, Barbara Mazzali, per far posto a Debora Massari, proprio su impulso della sorella della premier. Il “dimissionamento” di Santanchè, da sempre sodale di La Russa, non contribuirà a portare il sereno. E di conseguenza potrà complicare la partita per il candidato alla presidenza della Regione.
Nel Lazio, storico feudo di FdI, il cortocircuito familistico è raddoppiato: la separazione sentimentale tra Francesco Lollobrigida e Arianna Meloni ha avuto ripercussioni sui rapporti nel partito. I fedelissimi del ministro dell’Agricoltura
hanno iniziato a muoversi in contrapposizione con il corpaccione di Fratelli d’Italia, creando attriti nella giunta presieduta da Francesco Rocca.
Nomine e ministri
E se non ha brillato sulla gestione del partito, la capa Segreteria di FdI non può rivendicare le scelte dei ministri. Il marchio è impresso sul profilo di Orazio Schillaci, ministro della Salute (tecnico in quota FdI), che oggi sarebbe una delle vittime di un eventuale rimpasto al pari del ministro della Cultura, Alessandro Giuli, individuato come sostituto di Gennaro Sangiuliano. Ma con risultati non soddisfacenti, secondo i rumors di via della Scrofa, e le veline provenienti da Palazzo Chigi.
Anche sui manager la strategia della sorella della premier è stata al centro di discussioni. La scelta di puntare su Fabio Tagliaferri alla guida di Ales, società in house del ministero della Cultura, ha provocato molte polemiche per il curriculum poco solido in materia culturale del dirigente laziale di FdI. Così come il caso di Cinecittà, dove è approdata come amministratrice delegata, Manuela Cacciamani, la manager che oggi rivendica il rilancio della società, ma che per mesi è stata al centro di tensioni nella società di via Tuscolana.
In questi mesi, Arianna Meloni è stata anche al centro del caso Garante. Nel pieno della tensione tra l’Authority e Report, ha pensato bene di conversare con Agostino Ghiglia, componente del collegio, addirittura nella sede del partito. Da via della Scrofa la versione ha sempre puntato a minimizzare: «È stato un breve incontro in cui si sono scambiati convenevoli». Ma senza sollevare alcun appunto sull’inopportunità di quella visita di Ghiglia.
Del resto fin dagli esordi sulla ribalta nazionale, non sono mancati errori. Il primo risale a qualche tempo fa, quando Arianna Meloni ha sponsorizzato, convincendo la sorella a puntarci, Enrico Michetti come candidato sindaco a Roma alle elezioni del 2021, sfidando le perplessità degli alleati. L’esito è stato noto: il Campidoglio è stato consegnato a Roberto Gualtieri, quando il centrodestra era dato come favorito. Un indizio di una aspirante leader, che altrove sarebbe messa in discussione.
Ma dentro Fratelli d’Italia si tappano la bocca pur non di farsi sfuggire anche un solo sibilo critico contro Arianna Meloni. In un partito a trazione familiare, il cognome è uno scudo. Basterà a proteggersi dalle bufere continue?
(da editorialedomani.it)
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Aprile 5th, 2026 Riccardo Fucile
LA GRAVE RESPONSABILITA’ DI GIORGIA MELONI E’ AVER NASCOSTO AGLI ITALIANI LA VERITA’
Il governo Meloni non ha colpe dirette nei funesti contraccolpi economici della guerra di Trump e Netanyahu; ha qualche responsabilità, magari, nel non avere rimediato nemmeno in piccola misura al costante affanno dell’economia italiana, ben precedente questa guerra e questo governo.
La sua vera colpa, gigantesca, è avere parlato a un Paese invecchiato e smarrito senza alcuna gravità e serietà, nessun rispetto della realtà (i numeri accidenti, sono pur sempre numeri!), con i toni lieti e puerili del racconto edificante e della propaganda autocelebrativa.
Non l’avessero fatto, il giudizio su Meloni e la sua pattuglia di improvvisatori sarebbe ugualmente negativo, ma più rispettoso, per la serie: ce l’hanno messa tutta po’racci, ma non erano in grado di farcela. Così, invece, quando sarà il momento dei bilanci sarà inevitabile rinfacciare a questo governo il suo stonato trionfalismo.
Cedere alla tentazione della propaganda è un grave difetto di tutti o quasi i governanti — le eccezioni esistono. Ma quella di Meloni è stata, fino a qui, gravemente offensiva nei confronti di un popolo che, con tutti i suoi difetti e i suoi problemi, non è stupido. Sappiamo di non essere una società in rovina, ma neppure in buona salute. Perché non parlarci come si parla agli adulti?
Lo sventolio incessante e non sempre congruo del tricolore, l’accusa automatica di antipatriottismo rivolta a qualunque osservazione critica, l’imbarazzante codazzo di militanti travestiti da giornalisti il cui unico obiettivo è inzuccherare i problemi e glorificare «Giorgia»: tutto questo non era obbligatorio. Non serve al Paese e danneggia per primo il governo, il cui unico organo efficiente e in perenne attività, a giudicare dal coro ormai inudibile della propaganda, sono le tonsille.
(da Repubblica)
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Aprile 5th, 2026 Riccardo Fucile
A PARTE CHE ADESSO GIORGIA MELONI VESTE SCERVINO, CHE PER UNA CHE FACEVA LE FLESSIONI ALLA SEZIONE COLLE OPPIO E’ IL MASSIMO, COS’E’ CAMBIATO DA QUANDO SI E’ INSEDIATO IL GOVERNO? UNA MAZZA
A parte che adesso Giorgia Meloni veste Scervino, che per una che faceva le flessioni alla
sezione di Colle Oppio è un considerevole upgrade, cos’è cambiato da quando si è insediato il suo governo nell’ottobre 2022? Se si fa questa domanda ai fan di Meloni, che sono ancora tanti anche se non sono mai stati la maggioranza come lei millanta(va) (è stata votata dal 26% del 63% degli elettori, quindi ha sempre avuto semmai il 14% dei consensi degli italiani), fanno fatica pure loro a trovare qualcosina di cui attribuirle il merito.
La cosiddetta Autonomia differenziata (in realtà secessione delle Regioni ricche) le è stata smontata dalla Corte Costituzionale; la riforma della Giustizia è stata seppellita dalla proterva vanità dell’asserito ministro Nordio e dagli affari del suo viceministro Delmastro con la figlia teenager di un prestanome della mafia romana, oltre che da 15 milioni di italiani; l’abolizione dell’abuso d’ufficio è stata censurata dal Parlamento europeo, che obbliga l’Italia a ripristinarlo immantinente.
L’unica misura rimasta in vigore è il primo decreto legge (dotato di carattere d’urgenza), del novembre 2022: firmato dal Cupido dell’Interno Piantedosi, si proponeva di sgominare il crimine che si annida nei rave, laddove sarebbero bastate le leggi vigenti (il Testo unico di pubblica sicurezza e il Codice penale). Infatti
l’altro giorno, ancora stordito dai postumi dell’incidente referendario e dai fumi della bisteccheria Delmastro-Caroccia, l’apparato di comunicazione del governo ha diramato il successo dell’operazione con cui è stato fermato un rave abusivo in provincia di Torino, con sequestro di impianti di amplificazione talmente ingenti che potevano benissimo esser destinati a una serenata prematrimoniale o a un karaoke di Pasquetta.
L’immigrazione? Nei primi due anni di governo gli sbarchi sono triplicati; poi hanno cominciato a calare, ma solo perché, secondo il database dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), sono aumentate le morti in mare.
Nel 2025 nel Mediterraneo centrale i morti sono stati 1.873; nei primi 40 giorni del 2026, ciò che ha fatto esultare Meloni in un video celebrativo, sono stati 484. Secondo Ispi, il rapporto tra chi si imbarca da Tunisia o Libia e chi muore è del 16%. Eppure Piantedosi glielo aveva detto, dopo il naufragio di Cutro, nel marzo 2023 (94 morti): “Non dovete partire! Io sono stato educato alla responsabilità, di non chiedermi io cosa mi posso aspettare dal luogo e dal Paese in cui vivo!”, tutto ciò mentre si decomponevano i corpi di 35 bambini affogati.
Meloni, ricevendo i superstiti e i parenti dei defunti, aveva chiesto loro: “Non conoscevate i rischi della traversata?”; loro niente: hanno continuato a mettersi in mare. Poiché colpevolizzare i genitori di bambini affogati non ha funzionato e Giorgia non è riuscita ad acciuffare “gli scafisti per tutto il globo terracqueo” come promesso, il governo ha puntato tutto sugli accordi con l’Albania per “esternalizzare” gli sbarchi. È finita la pacchia: l’Italia, che aveva promesso circa 3 mila trasferimenti al mese, 39 mila all’anno, detiene attualmente nel centro di Gjadër la bellezza di 25 “ospiti” di nazionalità diverse, soprattutto Egitto e Nord-Africa. Il costo dell’operazione è di circa 670 milioni in 5 anni (2024-2028), 134 milioni l’anno. Oltre 250 milioni li buttiamo nei costi per i viaggi, per portare i migranti in Albania e rimpatriarli nei loro Paesi, oppure per riportarli indietro in Italia, a botte di 80 mila euro a rientro, perché vulnerabili o minorenni. Di molti di loro, i giudici hanno dichiarato illegittimi i trattenimenti
E le tasse, che Giorgia chiamò “pizzo di Stato”? Aumentate per tutti, tranne che per i milionari (che pagano solo 200 mila euro l’anno). Reddito di cittadinanza abolito,
con grande gioia di “riformisti” e renzian-calendiani. Risultato: 5,7 milioni di individui in povertà assoluta, il 9,8% dei residenti.
La Sanità pubblica? Giorgia si è sgolata da Vespa per decantare i molti soldi messi sulla Sanità in termini assoluti, quando ormai anche i bambini sanno che i fondi si calcolano in rapporto al Pil e all’inflazione.
Intanto aumentano petrolio e gas a causa delle guerre altrui che il governo sta stupidamente continuando a foraggiare, si bloccano i salari e diminuisce il potere d’acquisto. L’ultima genialata: per tagliare le accise sui carburanti per 20 giorni, incidentalmente a cavallo del referendum miseramente fallito, sono serviti 550 milioni, di cui 80 sono stati presi dalla Sanità; ma tranquilli: dal 7 aprile i prezzi della benzina torneranno a salire, mentre alla Sanità mancheranno 80 milioni.
C’è da dire che Meloni ha un fiuto infallibile per le alleanze: ha puntato tutto su Trump e Netanyahu, un pericoloso alienato e un genocida messianico, entrambi dotati di atomica, che stanno portando l’umanità sull’orlo della distruzione.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Aprile 5th, 2026 Riccardo Fucile
IL RACCONTO NEL LIBRO “PADRE” DI SALVATORE CERNUZIO, GIORNALISTA E UNA DELLE PERSONE PIÙ VICINE A PAPA FRANCESCO… SCIVOLARE” – L’APPREZZAMENTO ALL’ALLORA CARDINALE PREVOST: “LUI È UN SANTO”
Il sogno di andare in Cina, come anche a Mosca e Kiev, o in Libano, e fino all’ultimo, quando era già molto malato, il desiderio di andare di persona alla parrocchia di Gaza alla quale telefonava tutte le sere. Le battute su Giorgia Meloni per la quale nutriva simpatia.
L’umorismo anche nel ricordare quello storico 27 marzo del 2020 quando da solo pregò in una Piazza San Pietro vuota e bagnata dalla pioggia per invocare la fine del Covid. Che cosa pensò? “In realtà a non scivolare… E poi che c’era bisogno davvero di pregare in quel momento”. E poi l’apprezzamento per quello che sarebbe diventato il suo successore, il cardinale Robert Francis Prevost: “Lui è un santo”.
Ad aprire lo scrigno dei ricordi e a raccontare il Bergoglio più intimo è Salvatore Cernuzio, giornalista dei media vaticani, ma soprattutto una delle persone più vicine a Papa Francesco.
Dal viaggio in Iraq del 2021, dopo una lettera del giornalista, si era stabilito un rapporto, fatto di incontri, messaggi, telefonate, pomeriggi a mangiare insieme il gelato, benedizioni alla famiglia, la moglie e i quattro figli piccoli. Confidenze e anche un rapporto spirituale. Ora lo racconta nel libro “Padre” che uscirà il 7 aprile per Piemme
Dalle pagine emerge tutta l’umanità del Pontefice argentino e in questo anche i racconti del Giovedì Santo trascorsi nei luoghi di grande sofferenza, come le carceri o i centri di accoglienza per i migranti. E si scopre tutta l’energia che Bergoglio ha speso fino all’ultimo, con il desiderio, ancora pochi mesi prima di morire, di compiere, per esempio, un lungo viaggio in Africa. Non nella sua Argentina però: “C’è qualcosa che non mi torna”.
Non usava il telefonino, non ne era capace. Ma alcune clip le aveva viste, tipo quella “del presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, che stringeva la mano al governatore della Campania, Vincenzo De Luca. In quel video Meloni utilizzava una parola colorita con la quale lo stesso De Luca l’aveva apostrofata.
‘Salvatore, l’hai visto quel video? Fortissimo!’ mi aveva detto, ridendo. Sempre su Giorgia Meloni – si legge nel libro -, mi aveva raccontato un giorno: ‘L’ho vista sul palco (agli Stati generali della Famiglia nell’Auditorium della Conciliazione) vestita di bianco e le ho detto: è venuta a fare la prima comunione?'”.
Il senso dell’umorismo conservato sempre, anche nelle tragedie: prima di partire per un viaggio in Ucraina, organizzato dalle ambasciate ucraine e polacche presso la Santa Sede con cinque giornalisti di varie testate e nazionalità nei luoghi devastati dalla guerra, Bergoglio chiamò per telefono Cernuzio: “Vuoi passare? Così prima di partire ti do l’assoluzione finale”. Ma nel ‘Popecast’ realizzato per Vatican News aveva pronunciato parole commoventi: “Mi fa soffrire vedere i morti, ragazzi – sia russi che ucraini, non mi interessa – che non tornano. È dura”.
L’autore racconta anche “la delusione” del Papa quando il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov rispose ad una sua lettera invitandolo a parlare con Kirill, “quasi a voler sminuire un suo possibile contributo a un mero colloquio tra ecclesiastici”, racconta il giornalista.
Non si aspettava di essere il Papa che guidava la Chiesa universale nel tempo della terza guerra mondiale, ‘a pezzi’ come lui la chiamava: “Non lo aspettavo… Pensavo che la Siria fosse una cosa singolare, poi c’è stato lo Yemen, la tragedia dei Rohingya in Myanmar quando sono andato lì e ho visto che c’era una guerra mondiale…”.
Infine le ultime parole in un incontro al Gemelli: “Sai, qui non si sa come va a finire. Può essere che sì e può essere che… sì. E dato che per me sei un figlio, un nipote, un fratello, ti volevo salutare”.
(da agenzie)
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Aprile 5th, 2026 Riccardo Fucile
“BERSANI FEDERATORE? LUI LO SA? PRIMA IL PROGRAMMA E POI IL LEADER”
Prima le idee sviluppate dagli attivisti del M5S, nel percorso Nova 2.0. Poi, terminata verso
giugno la fase più frutto del lavoro del partito, il M5S sarà pronto ad aprirsi al tavolo della coalizione assieme a Pd, Avs, +Europa e socialisti, Italia viva. Questo è il cronoprogramma indicativo del Movimento per le prossime Politiche.
Ai rossoverdi che insistono per aprire subito il cantiere programmatico, invito accolto anche da Elly Schlein, Giuseppe Conte non risponde. Prima c’è il «processo di apertura ai cittadini e alle istanze dal basso», che tra le altre cose era stato annunciato lo scorso novembre dopo la vittoria di Roberto Fico e del campo progressista in Campania.
Il percorso è cominciato ieri online, con il primo evento di formazione dei 500 iscritti al M5S che dovranno gestire e guidare i confronti nei 100 spazi aperti in giro per l’Italia, previsti invece a maggio. In contemporanea, per Conte c’è anche la promozione del suo libro, Una nuova primavera. La mia storia, i nostri valori, la sfida progressista per l’Italia, edito da Marsilio. Dove l’ex presidente del Consiglio lancia «il suo progetto per un futuro diverso, fondato su una visione di rottura rispetto alla destra nazionale e nazionalista, e alternativa rispetto all’Unione europea dei burocrati e all’America dei tecnocrati», recita la descrizione del volume
Una postura da futuro candidato premier, a ben vedere. Ma questo si vedrà poi, alle primarie, quando saranno fissate.
Ieri, ospite di Paolo Del Debbio a Dritto e rovescio, il leader del M5S ha detto che adesso “è importante definire un programma condiviso, che coinvolga anche la società civile: una volta condiviso ci porremo questo tema di scegliere un candidato, un leader”. Io, ha aggiunto Conte, “sono stato l’ultimo a parlare di primarie. Quando ho visto quel voto referendario, quella grandissima partecipazione dei cittadini, ho detto ‘qui c’è voglia di partecipazione, allora apriamo alle primarie’. Non sono nella nostra tradizione, ma in quella del Pd, però ho detto ‘chiamiamo tantissimi a partecipare, a contribuire anche alla scelta del leader che può essere più competitivo’ e secondo me ci sta tutta quest’indicazione”.
La mossa delle primarie ora non convince Romano Prodi. “Chi vuol farle oggi ha già perso. È cominciato un giochino autodistruttivo, l’unica cosa che può far vincere la squadra di Meloni che non ha fatto nulla da quando è andata al governo”, dice l’ex premier ai microfoni di SkyTg24.
E chi sarebbe la persona giusta per rappresentare il centrosinistra contro Giorgia Meloni? Forse Giuseppe Conte? “Se continua così, tutte sono le persone giuste per perdere. Una gara di questo tipo fatta oggi – sottolinea – vuol dire litigare, lasciare spazio ai gol della Bosnia. Io non capisco davvero perché Conte abbia fatto questa mossa, perché alla fine è una mossa che non può che mettere più in crisi questa gara strana delle primarie anticipate.
Allora, prima si faccia la squadra, prima si discuta sulla tattica e sulla strategia, su quello che bisogna dare ai giovani che hanno votato per il No al referendum, dar loro un futuro per il loro lavoro”, suggerisce Prodi
Pierluigi Bersani federatore per il centrosinistra o primarie? “A parte il fatto che non so nulla. Ma lui lo sa? Non ritengo che il federatore sia pronto in questo momento. Che si cominci a discutere di politica e di proposte. Lo dicono tutti: prima il programma e poi il leader”, precisa Prodi. Che sembra essere condividere il il coinvolgimento della società civile: “Il programma non vuol dire che quattro persone si mettono a scrivere qualcosa, vuol dire consultazioni, parlare con la gente come abbiamo fatto noi con centinaia di migliaia di persone. Non vedo questo movimento. Allora, è ripresa la voce delle primarie. In questo momento così come siamo che cosa sarebbero le primarie? Sarebbe come eleggere il capitano della Nazionale che va a perdere con la Bosnia”,
(da Repubblica)
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