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CHE FINE HA FATTO GIOVANNA IANNIELLO? L’EX PORTAVOCE (E GRANDE AMICA) DI GIORGIA MELONI, DOPO LA GRAVIDANZA SI È ACCASATA AL “SECOLO D’ITALIA”, COME VICEDIRETTRICE

Aprile 7th, 2026 Riccardo Fucile

DURANTE LA CAMPAGNA ELETTORALE PER IL REFERENDUM HA FATTO IL SUO ESORDIO DA OPINIONISTA TV, OSPITE DI “MATTINO CINQUE”: PROVE GENERALI PER IL GRANDE SALTO NEI TALK POLITICI. .. PER LEI SI RACCONTA DI UN FUTURO IN POLITICA: NEL 2027 AVREBBE UN SEGGIO BLINDATO ALLA CAMERA

Da palazzo Chigi ai salotti televisivi: è iniziata la nuova vita di opinionista televisiva per Giovanna Ianniello, ex portavoce e grande amica della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.
Il battesimo c’è stato sulle reti Rai, in piena campagna elettorale per il referendum: Ianniello ha fatto la sua prima apparizione televisiva al programma Unomattina, condotto da Massimiliano Ossini e Daniela Ferolla (in realtà, Ianniello è stata ospite di “Mattino cinque”, ndR)
Sono le prove generali per il grande salto nei talk politici in vista di una candidatura? Un anno fa Ianniello ha mollato la poltrona a palazzo Chigi per accasarsi al Secolo d’Italia, giornale d’area governativa, direzione Fratelli d’Italia, come vicedirettrice.
La casella di portavoce resta di fatto vuota: Fabrizio Alfano è capo ufficio stampa e gestisce la comunicazione più istituzionale. Per Ianniello invece si racconta, nell’ambito di FdI, di un futuro in politica. L’addio al ruolo a Chigi pare sia finalizzata a ottenere, nel 2027, un seggio blindato alla Camera.
(da agenzie)

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TRUMP È NEMICO DELL’ITALIA: QUANTO CI METTERÀ GIORGIA MELONI A CAPIRLO? IL TYCOON È “TOSSICO”, SCACCIA GLI ELETTORI E LA FEDELTÀ AGLI USA SI TRADUCE IN ENERGIA PIÙ CARA E INSICUREZZA

Aprile 7th, 2026 Riccardo Fucile

“DOMANI”: “IL GOVERNO MELONI POTREBBE PRESTO NON RIUSCIRE PIÙ A SOSTENERE L’ALLEANZA CON TRUMP PER RAGIONI DI CONSENSO, OLTRE A DOVER SUBIRE LE PESANTI CONSEGUENZE ECONOMICHE DELLE GUERRE AMERICANE. SONO ELEMENTI CHE METTERANNO IN DISCUSSIONE LA STABILITÀ INTERNA ED ESTERA DELL’ITALIA NONCHÉ LA SUA COLLOCAZIONE INTERNAZIONALE”

L’elefante nella stanza, per il governo Meloni, si chiama Donald Trump. La dichiarazione del presidente americano che prefigura la possibilità dell’uscita degli Stati Uniti dalla Nato è l’ennesima tappa della disintegrazione del rapporto transatlantico.
Dal 2024 l’Italia viene presentata come l’alleato più affidabile di Washington nel Mediterraneo, la punta avanzata del fronte occidentale in Europa. Eppure oggi questa lealtà si traduce in costi e insicurezza: energia più cara, Nato messa in discussione, ristrutturazione del bilancio dello Stato per sostenere il riarmo.
Il risultato è la percezione di una alleanza “asimmetrica”: gli italiani sopportano sacrifici per sostenere obiettivi di politica estera che sono esclusivamente americani e non più euroatlantici. Il governo, fino a poche settimane fa, si è presentato come il “buon soldato” del campo occidentale senza riuscire a spiegare ai propri cittadini quale fosse il ritorno concreto di questa disciplina.
Meloni ora può cercare di smarcarsi sul piano diplomatico e comunicativo da Trump, ma non può fermare le conseguenze delle scelte americane.
A pagare il conto più salato di questa frattura sarà probabilmente il rapporto fra l’Italia, l’America e le giovani generazioni.
Per i loro nonni gli Stati Uniti furono il sinonimo di liberazione, ricostruzione, boom economico. Per i loro genitori, la terra delle opportunità accademiche e professionali.
Oggi, per una larga parte della Generazione Z italiana, l’America è un paese distante, violento, percepito come elitario, accessibile solo a chi appartiene a un ceto già privilegiato.
La destra al governo si è illusa di poter coniugare retorica sovranista e sovrapposizione alla linea politica di Washington. Ma, se l’America non farà qualche passo per trasformare la lealtà atlantica in dividendo sociale, sarà proprio il consenso politico verso il paese egemone dell’Occidente a pagare il prezzo politico più alto.
La negazione dell’uso della base di Sigonella a fini bellici da parte del governo è il risultato della pressione dell’opinione pubblica contro la politica estera americana.
La sfida è capire che una geopolitica aggressiva, senza una legittimazione socio-politica nelle nazioni alleate, rischia di generare effetti avversi. L’asse Roma-Washington, per sostenersi ancora, dovrà passare per il portafoglio, ma anche per il visto sul passaporto di uno studente, per il laboratorio di una media impresa, per grandi progetti infrastrutturali. Se non saprà fare questo salto, l’America rischierà di perdere le nuove generazioni italiane e, in prospettiva, un alleato affidabile.
È infine noto a tutti che non si possa prescindere ancora dagli Stati Uniti in termini di potere militare e tecnologico e che la relazione transatlantica ha sempre sollevato contraddizioni e messo in difficoltà diversi governi italiani nella storia.
Il governo Meloni, tuttavia, potrebbe presto non riuscire più a sostenere l’alleanza con Trump per ragioni di consenso, oltre a dover subire le pesanti conseguenze economiche delle guerre americane. Sono elementi che, se non risolti, metteranno di nuovo in discussione la stabilità interna ed estera dell’Italia nonché la sua collocazione internazionale.
(da “Domani”)

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SOSTENERE ORBAN SIGNIFICA VOLERE LA DISGREGAZIONE DELL’UNIONE EUROPEA, TRUMP, PUTIN E XI JINPING SONO SCESI IN CAMPO PER LA VITTORIA DEL PREMIER UNGHERESE ALLE ELEZIONI DEL 12 APRILE (CHE RISCHIA DI PERDERE)

Aprile 7th, 2026 Riccardo Fucile

I RUSSI CON LA LORO ARMA MIGLIORE (LA DISINFORMAZIONE), GLI USA CON LE VISITE DI VANCE E RUBIO, I CINESI CON PRESSIONI ECONOMICHE… A STUPIRE NON SONO LORO, CHE SOGNANO LA DISTRUZIONE DELL’UE, MA I LEADER EUROPEI COME GIORGIA MELONI E MATTEO SALVINI, CHE HANNO REGISTRATO UN VIDEO PER MANIFESTARE LA LORO SOLIDARIETÀ ALL’AMICO VIKTOR

Ci sono tre convitati di pietra nella cruciale partita politica che si gioca in Ungheria, dove si vota domenica prossima e, per la prima volta in sedici anni, Viktor Orbán vede materializzarsi lo scenario di una sconfitta.
Tutto può ancora succedere naturalmente.
Troppi, infatti, sono gli ostacoli dell’«autocrazia elettorale» messa a punto dal tribuno magiaro, perché il largo vantaggio nei sondaggi dell’opposizione guidata da Peter Magyar si traduca in una maggioranza nell’Országház, il Parlamento di Budapest.
Ma qui vogliamo occuparci del ruolo che nella sfida danubiana stanno giocando America, Russia e Cina, singolarmente uniti nell’appoggiare attivamente la causa di Orbán.
Come documentato dal Financial Times , Vladimir Putin ha lanciato una sofisticata campagna di disinformazione, affidandola alla Social Design Agency, una società di consulenza mediatica legata al Cremlino e sotto sanzioni.
Sono decine di migliaia di messaggi concepiti in Russia e postati sui social network da ungheresi influenti, che accreditano Orbán come l’unico candidato in grado di mantenere l’Ungheria sovrana, «un leader forte con amici globali», mentre il suo rivale Magyar viene descritto come «un pupazzo di Bruxelles senza appoggi nel mondo»
La Social Design Agency risponde direttamente a Sergej Kirienko, il potente capo dello staff di Putin, che ha già diretto altre campagne coperte in Paesi come Polonia, Slovacchia e Moldavia.
Donald Trump, da parte sua, deve molto a Orbán, alle cui idee e ricette per una «democrazia illiberale» ha attinto a piene mani il movimento Maga per redigere il famigerato Project 2025
Dopo l’endorsement ufficiale, il presidente americano prima ha mandato a Budapest il segretario di Stato Marco Rubio Ora si appresta a inviare il vicepresidente JD Vance, per un sostegno di alto profilo in chiusura di campagna.
Ultimo ma non ultimo, a tifare Orbán è il leader cinese Xi Jinping, che ha elogiato il premier ungherese come «amico di lunga data» […] : l’Ungheria è il principale hub degli investimenti del Dragone in Europa, soprattutto batterie per veicoli elettrici e infrastrutture ferroviarie nel quadro della Belt and Road Initiative.
Ma cosa unisce veramente le due Superpotenze e quella di complemento a muoversi attivamente in favore di Viktor Orbán, leader di un piccolo Paese con meno di 10 milioni di abitanti, forse l’unica causa che le vede d’accordo in questa complicata e caotica congiuntura geopolitica?
C’è una sola risposta: Trump, Putin e Xi Jinping vogliono distruggere l’Unione europea o quantomeno tenerla in uno stato di soggezione e debolezza, impedendo che possa ascendere al ruolo di potenza globale.
Con i suoi veti, i suoi ricatti, le sue sguaiate manovre politiche, Viktor Orbán è stato finora di fatto la loro quinta colonna dentro l’Ue, l’agente infiltrato e per nulla segreto che ha sempre opposto, frenato, quando non apertamente sabotato ogni azione tesa a far avanzare e approfondire il processo d’integrazione. Se egli dovesse perdere il potere, Washington, Mosca e Pechino perderebbero l’«utile idiota» che finora ha servito in modo molto efficace i loro interessi.
Ma se questo è evidente, c’è un fondamentale corollario: un’Europa forte, con una capacità autonoma di difesa, una politica estera comune, un’industria competitiva secondo le ricette indicate da Mario Draghi, fa paura e va frenata, salvando il soldato Orbán. Ciò che stupisce e lascia basiti è che il tribuno magiaro abbia ricevuto l’endorsement entusiasta di molti compagni d’arme europei, compresa la premier Giorgia Meloni. Patrioti contro l’Europa.
(da il “Corriere della Sera”)

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L’ITALIA E’ OSTAGGIO DELLA FOLLIA DI TRUMP E DELLA CRISI SENZA FINE DEL GOVERNO MELONI

Aprile 7th, 2026 Riccardo Fucile

LA CRISI ENERGETICA, I VINCOLI DI BILANCIO, LA CRESCITA A ZERO, LO SPREAD CHE SALE, I MINISTRI CHE CADONO COME FOGLIE E UNA LEGGE ELETTORALE DA APPROVARSI DA SOLI

Quindi, ricapitoliamo. A Brindisi, a quanto pare, già non c’è più carburante per gli aerei, e si invitano i piloti a riformirsi altrove. A Pescara e Reggio Calabria pure sono state introdotte limitazioni, così come era già stato fatto a Milano Linate. E giovedì arrivano gli ultimi carichi di cherosene negli aeroporti, poi sarà terra ignota.
Intanto la benzina è arrivata pericolosamente attorno a quota 1,8 euro al litro nonostante il parziale taglio delle accise deciso dal governo, mentreil diesel ha superato i due euro. Anche il metano, già che c’è, ha superato quota 1,6.
Nel frattempo, il ministro del’economia Giancarlo Giorgetti ha già detto che lo spazio fiscale per eventuali aiuti a famiglie e imprese è già praticamente finito, a meno che a livello europeo non venga data la possibilità di aprire le borse senza alcun vincolo di bilancio.
E se non basta Bruxelles, ci pensano i mercati a ricordarci che lo spread, in un mese è salito da 71 a 86 punti base, con una puntata a quota 94 solo un paio di giorni fa. Il motivo è semplice: la crescita è prossima allo zero e i conti pubblici peggiori di quanto si immaginasse solo qualche mese fa.
Non bastasse, si aggiunge l’instabilità del governo, che in un mese ha perso referendum, una ministra, una capo di gabinetto e un sottosegretario come Delmastro, fedelissimo di Giorgia Meloni, coinvolto in una stranissima storia di investimenti con prestanome mafiosi, e ha un ministro pesantissimo come quello dell’interno nel pieno di uno scandalo sentimentale con una donna e, soprattutto, con tutti i potenziali conflitti d’interesse che questa relazione potrebbe scoperchiare.
A tutto questo, quasi ce ne dimenticavamo, dobbiamo aggiungere che la maggioranza ha subito una scissione a destra, col partito del generale Roberto Vannacci, mentre al centro la famiglia proprietaria di Forza Italia, i Berlusconi, ne hanno di fatto esautorato il capo, Antonio Tajani, già sfiduciato pubblicamente, defenestrando il capogruppo di partito alla Camera Maurizio Gasparri. Mentre la maggioranza sta provando con le residue forze che le rimangono ad apparecchiarsi alla chetichella una legge elettorale più favorevole, che si approverà da sola, per evitare un tracollo alle prossime elezioni.
E insomma, come dire: questa è la situazione in cui si trova oggi il governo Meloni. O meglio: questa è la situazione in cui si trova l’Italia, in ostaggio della follia bellica di Donald Trump e di un governo che, ora come ora, può solo lottare per sopravvivere, o sperare che Trump rada al suolo l’Iran, tra 24 ore.
Questi sono i fatti. Servono commenti?

(da Fanpage)

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IL GOVERNO VERSO IL LOCKDOWN ENERGETICO A MAGGIO: CONDIZIONATORI, TARGHE ALTERNE E SMART WORKING

Aprile 7th, 2026 Riccardo Fucile

IL PRIMO PROBLEMA SARA’ IL GAS, POI IL RAZIONAMENTO TRA PRIMAVERA ED ESTATE… IN INVERNO TOCCHERA’ AI TERMOSIFONI

C’è la data, ci sono le prime misure allo studio e l’escalation in atto. In Italia il lockdown dell’energia può scattare a maggio. Senza una riapertura rapida dello Stretto di Hormuz il rischio è concreto. E il governo Meloni si prepara. Perché l’Italia, come ha ammesso la premier, non ha riserve di energia sufficienti. E alla domanda del Corriere della Sera sul rischio tutto si blocchi nel giro di un mese il ministro della Difesa Guido Crosetto risponde con sincerità: «È ciò che si teme. Non tutto ma molto». Il primo problema sarà il gas. Per il quale è pronto un piano d’emergenza. Poi c’è il razionamento. Che potrebbe portare a nuove regole sui condizionatori d’estate e sui termosifoni d’inverno. Le altre ipotesi allo studio riguardano l’illuminazione ridotta, le targhe alterne e lo smart working.
Il lockdown energetico a maggio
«I margini di manovra sono inevitabilmente limitati, soprattutto se non si agisce tutti insieme. Questa è l’occasione per dimostrare di essere in linea con i tempi senza limitarsi ad applicare la burocrazia. L’Europa deve capirlo», spiega Crosetto. Mentre in Italia «dobbiamo trovare momenti di coesione, collaborare per affrontare una crisi che, come ho detto, non ha precedenti». I numeri oggi verranno consegnati alla premier Giorgia Meloni.
La prima fonte di preoccupazione è appunto il gas. Non per il coefficiente di riempimento dei magazzini, che è al 44% e al di sopra della media europea. Ma, spiega oggi Repubblica, per il flusso che dovrebbe cominciare a rallentare entro tre settimane. Per questo il ministro Gilberto Pichetto Fratin porterà a Palazzo Chigi il lavoro del ministero sul consumo. A maggio è previsto il cambio di fase. Con frenata delle scorte. Per questo sarà necessario calmierare il consumo. Sul modello della crisi del 2022.
Il razionamento
Il piano di razionamento prevede di contenere di un grado il consumo dei condizionatori in estate o tagliare un’ora di utilizzo. In inverno anche i termosifoni dovranno andare giù di un grado. Cosa che farebbe risparmiare tra i 75 e gli 80 miliardi di metri cubi di gas. L’esecutivo riflette anche sulla proposta di smart working nel settore pubblico e, se possibile, nel privato, avanzata dai sindacati. E si riflette sull’utilizzo delle targhe alterne per i mezzi di trasporto. C’è anche l’idea di massimizzare la produzione delle centrali a carbone e l’incremento della produzione di rinnovabili. Più in là, si pensa al taglio dell’illuminazione per edifici, monumenti e luoghi pubblici. E all’inevitabile rimodulazione dell’attività industriale delle filiere energivore. Come le industrie dell’acciaio e della meccanica. Mentre la Lega torna a chiedere di riattivare l’importazione del gas russo.
Volete Trump o il lampione acceso?
Anche secondo Il Foglio la possibilità di un lockdown energetico, dopo le parole di Meloni, il viaggio in Arabia, la fine delle scorte negli aeroporti, fa parte dello scenario. E il quotidiano riporta d’attualità la frase di Mario Draghi: «Volete la pace o il condizionatore?». Stavolta diventerebbe: «Volete Trump o il lampione acceso?». Il dettaglio è che le misure di lockdown sono molto simili a quelle che Meloni criticava quando era all’opposizione. E che la situazione è stata certamente provocata da quel Trump che definisce “amica” la premier italiana. La misura sulle accise che scadrà il prossimo mese è difficile, se non impossibile da prorogare.
Lo smart workin
Poi c’è lo smart working. Per il quale il governo studia un’estensione sul modello Covid. La base sono le norme e il piano studiato dal governo per l’emergenza pandemica vissuta tra il 2020 e il 2022. Già oggi, si fa notare proprio dal governo, circa 555 mila dipendenti pubblici fanno ricorso allo smart working, pari al 17 per cento della forza lavoro della Pa (con una crescita di oltre il 10 per cento registrata a fine 2025 rispetto a un anno prima).
Mentre i settori da salvaguardare saranno scuola e sanità. Niente didattica a distanza e tagli delle visite. Intanto proprio oggi entrano in vigore i nuovi obblighi nei confronti dei dipendenti per il lavoro a distanza. Che prevedono pene da due a quattro mesi di reclusione, passando per sanzioni pecuniarie fino a 7.500 euro. Sono regole valide per le piccole e medie imprese (Pmi), come disciplinato da un aggiornamento del 2017 del Testo unico sulla sicurezza, approvato nel 2008.
Come funziona e cosa cambierà
A oggi un dipendente pubblico del Mef se vuole può usare fino a 8 ore di lavoro agile ogni 30 giorni. I giorni di lavoro a distanza per chi lavora a Palazzo Chigi erano due al mese, dimezzati a uno. Il tutto potrebbe essere ampliato facilmente e in tempi brevi. Meloni è attesa dopodomani in Parlamento. E comincerà a parlarne. Per preparare l’Italia al lockdown energetico.
(da agenzie)

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LE SCUSE DI GIORGIA: PIU’ CHE UNA PREMIER E’ UN’ABILE FUGGIASCA

Aprile 7th, 2026 Riccardo Fucile

L’ARTE DI SCAPPARE QUANDO E’ IN DIFFICOLTA’ E QUELLA DI PRENDERSI I MERITI QUANDO NON SE NE HANNO

Tra gli infiniti e per molti versi mitologici rovesci che sta collezionando Giorgia Meloni dopo la batosta referendaria, c’è anche quello di essersi fatta umiliare da Elio Vito, storico ex parlamentare (e ministro) di Forza Italia, che ha lasciato il partito berlusconiano quattro anni fa per tornare tra i Radicali.
Scatenato su X e assai critico nei confronti del governo, Vito ha incenerito così Meloni dopo il viaggio nei paesi del Golfo: “Giorgia, hai consumato più carburante di quanto ne hai ottenuto…”. Gioco, partita e incontro.
Il governo Meloni sta perdendo i pezzi, ma c’è un aspetto su cui la premier non perde lo smalto dei giorni migliori: la propensione alla fuga quando è in difficoltà (spesso, ultimamente). Se c’è da intestarsi – spesso in maniera del tutto pretestuosa – una vittoria, Donna Giorgia è scaltrissima a richiamare in ogni modo l’attenzione; se c’è da affrontare una polemica, una sconfitta o un rovescio, si imbosca invece senza alcun pudore.
Un po’ è istinto di fuga e un po’ inclinazione alla tanatosi, la tecnica adottata da molti animali (tipo l’opossum) di fingersi morti per scampare a qualche pericolo incombente. Il viaggio nei Paesi del Golfo è pienamente rientrato in questa logica. Meloni ha perso il referendum; ha perso pezzi di governo; ha perso un fratello di Italia come Delmastro; ha perso il tocco magico. Invece di affrontare il problema, è scappata un’altra volta, stavolta addirittura dall’Italia, con la scusa della missione per conto di Dio. Quante volte è fuggita Donna Giorgia in questi tre anni e mezzo di governo? Tante, tantissime. È un cliché di quasi tutti i leader, ma con lei si è verosimilmente raggiunto il parossismo. Se c’è un caso giudiziario, uno scoop giornalistico, una scoppola elettorale o qualsiasi cosa possa ammaccarla, lei marca visita. Manda in Parlamento e tivù qualche sottoposto. Cerca pateticamente di sviare l’attenzione con qualche famiglia nel bosco. E scappa sempre. Più che una premier, è una fuggiasca.
Con il passare degli anni, Meloni ha escogitato una gamma considerevole – e per certi versi ammirevole – di scuse. Gliene va dato atto. Ora, però, il giochino della fuga sistematica è stato usato così tanto da essere arrivato alla saturazione. Il bluff rischia di non funzionare: servono nuovi diversivi. Nuovi capri espiatori. Nuovi alibi. Nuove arme di distrazioni di massa. In questo senso, Meloni dovrebbe forse adottare d’ora in poi le seguenti tattiche.
Mossa Blues Brothers. Quando qualcosa andrà storto, Meloni potrà sciorinare la storica scusa di John Belushi: “Non ti ho tradito. Dico sul serio. Ero… rimasto senza benzina. Avevo una gomma a terra. Non avevo i soldi per prendere il taxi. La tintoria non mi aveva portato il tight. C’era il funerale di mia madre! Era crollata la casa! C’è stato un terremoto! Una tremenda inondazione! Le cavallette! Non è stata colpa mia! Lo giuro su Dio!”. L’Italia ha creduto financo a Ruby nipote di Mubarak, quindi si berrebbe tranquillamente pure questa.
Variante Minnie. Dare la colpa a Donzelli: funziona sempre. “Ho perso il referendum? Colpa di Donzelli”. “La Nazionale non si è qualificata ai Mondiali? Colpa di Donzelli”. “Musetti non vince più? Colpa di Donzelli”. Di fronte ad argomentazioni così granitiche, nessuno potrà mai darle torto.
Mahatma Bocchino. Quando un evento non va come previsto, uscirsene così: “Mi sono fidata delle previsioni di Bocchino”. Non è una scusa geniale, perché fidarsi del povero Italo equivale a darsi dei bischeri da soli, ma sempre meglio di niente.
Si prospettano tempi grami per la Premier Fuggiasca. Serviranno continui escamotage. Usare Bignami come scudo umano. Senaldi come punching ball. Bau Bau Montaruli come diversivo. Qualsiasi cosa. L’importante è scappare quando si è in difficoltà e prendersi i meriti quando non se ne hanno. E in questo, almeno in questo, Meloni ha pochi rivali.

(da ilfattoquotidiano.it)

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IL CINEMA DELLE FETTUCCINE

Aprile 7th, 2026 Riccardo Fucile

QUANDO LA FAZIOSITA’ SMACCATA DIVENTA RIDICOLA

Le scelte della commissione ministeriale incaricata di distribuire fondi pubblici al cinema italiano sono pura satira contro il governo: no Bertolucci, no Archibugi, di un film su Regeni (zecca rossa) chi se ne frega, vuoi mettere il biopic su Gigi D’Alessio e quello sul re delle fettuccine? Vuoi mettere il nuovo progetto di Pingitore? Volendo portare il tutto a sintesi: vuoi mettere Novecento con il Bagaglino? Sembra una parodia spietata della cultura di destra, invece è proprio la cultura di destra del nostro Paese, che con poche eccezioni (alla luce dei fatti: eroiche) incarna, spietatamente, un complesso di inferiorità devastante, che toglie lucidità di giudizio e impedisce dignità nei comportamenti.
Il ministro Giuli, che qualche libro ha l’aria di averlo letto, verifichi le scelte della “sua” commissione ministeriale e dica se si sente rappresentato da una faziosità così smaccata da risultare, alla fine, ridicola.
Ridicola, per altro, risalendo alle radici del problema, è anche l’intenzione di premiare, nelle opere finanziate, «l’identità culturale italiana»: provincialismo becero se applicato al cinema in generale, e al cinema italiano in particolare,
internazionale per fama e per ispirazione. O è sconsigliabile, per un regista italiano, girare un film su Parigi o sul Tibet? O sullo stoccafisso invece che sulle fettuccine?
Il nazionalismo, che esprime un pensiero rattrappito in qualunque campo, è particolarmente insensato se applicato alle arti. Nessun artista è così misero e sprovveduto da pensarsi così piccino. Date a Buttafuoco, Veneziani e Cardini il compito di commissariare (con spietatezza) la cultura di destra. Ne avremmo grande sollievo anche noi di sinistra.
(da Repubblica)

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LA FOTO DEL PENTITO DEI SENESE CON GIORGIA MELONI. REPORT RIVELA: VICINO A FDI, AVEVA UN PASS ALLA CAMERA

Aprile 7th, 2026 Riccardo Fucile

LO SCATTO DEL 2019 CON GIOCCHINO AMICO CHE AVEVA GIA’ PRECEDENTI PENALI E NON ERA ANCORA COLLABORATORE DI GIUSTIZIA… I RAPPORTI CON ESPONENTI DI FDI

Una convention in un grande albergo di Milano nel 2019. Uno scatto con l’allora leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni. Davanti a tutto lo stato maggiore del partito. Davanti al flash e in prima fila anche Gioacchino Amico, referente del clan Senese in Lombardia.
Oggi collaboratore di giustizia nel processo Hydra di Milano. Report, nella puntata in onda il prossimo 12 aprile su Rai 3, torna a indagare sui rapporti tra esponenti di Fratelli d’Italia e ambienti legati al clan Senese, dopo il caso del ristorante aperto dall’ex sottosegretario Andrea Delmastro insieme a Mauro Caroccia, ritenuto prestanome della stessa organizzazione. E lo fa partendo da un selfie scattato il 2 febbraio del 2019.
Quel giorno, all’Hotel Marriott di Milano, si riunisce il vertice del partito. È la prima grande iniziativa al Nord in vista delle elezioni europee. In sala ci sono i dirigenti di allora e quelli che diventeranno, di lì a poco, i volti del governo: Ignazio La Russa, Raffaele Fitto, Daniela Santanchè, Adolfo Urso, Guido Crosetto. Il momento più atteso è l’intervento conclusivo della leader Giorgia Meloni. Tra i militanti e i dirigenti, in prima fila, seduto accanto al palco, c’è anche Gioacchino Amico. Quando Meloni entra, lui la saluta: «Salve presidente». Lei risponde rapidamente, «Ciao», e prosegue. Alla fine dell’incontro, Amico si avvicina e chiede una foto. La leader accetta. Scatto, sorriso, contatto diretto. È quell’immagine che, nelle ore successive, Amico comincia a far circolare.
La invia a una rete di conoscenze, tra cui un ex parlamentare.«All’epoca diceva di avere agganci importanti dentro Fratelli d’Italia», ha raccontato oggi a Report. «Quella foto serviva per accreditarsi, per far vedere fin dove arrivava». In quel momento, Amico non è ancora formalmente indagato per mafia. Ma il suo profilo giudiziario è tutt’altro che pulito: una condanna definitiva per ricettazione, arresti per truffa e associazione a delinquere. E soprattutto, secondo quanto emergerà poi nelle indagini, è già un punto di snodo nei rapporti tra gruppi criminali. Le carte dell’inchiesta Hydra lo descrivono come una figura chiave del sistema mafioso lombardo: un intermediario capace di mettere attorno allo stesso tavolo esponenti legati a Matteo Messina Denaro, capi delle locali di ’ndrangheta e uomini del clan dei Senese, guidato da Michele «’o pazzo». Siciliano di nascita, ma cresciuto nell’orbita della camorra romana, Amico è un raccordo tra mondi diversi. Alla convention del 2019 non è un intruso. Alcuni dirigenti del partito sanno chi è.
Due settimane dopo, accompagna il deputato Carlo Fidanza al congresso di Grande Nord, formazione vicina alla vecchia Lega bossiana. «Si presentava come referente territoriale di Fratelli d’Italia e molto vicino a Fidanza», racconta a Report Monica Rizzi, tra le fondatrici del movimento. Dal palco, Fidanza lo saluta e lo ringrazia pubblicamente. Nei mesi successivi, Amico partecipa attivamente alla campagna elettorale per le europee proprio a sostegno del deputato. Nel frattempo, amplia i suoi contatti, spingendosi oltre la Lombardia.
Secondo il racconto dell’ex parlamentare che aveva ricevuto il selfie, nella seconda metà del 2018 Amico lo avrebbe portato negli uffici di Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati, per un incontro informale con Giovanni Donzelli. Il diretto interessato, interpellato da Report, però nega: «Non ho memoria di quell’incontro. Per il ruolo
che avevo allora, non avrei avuto motivo di vederlo. Credo che non sia mai avvenuto». Ma è un altro dettaglio a emergere come il più inquietante.
L’ex parlamentare sostiene che Amico sia entrato a Montecitorio senza controlli, «come se avesse un tesserino o un accredito speciale». Una circostanza che combacia con quanto lo stesso Amico ha raccontato agli investigatori dopo aver deciso di collaborare: la disponibilità di un badge che gli avrebbe consentito di entrare e uscire dal Parlamento senza difficoltà. Un dettaglio che lo stesso Amato avrebbe confermato agli investigatori raccontando di aver avuto a disposizione un badge per entrare e uscire dal Parlamento.
(da Repubblica)

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“MAZZI? È PERFETTO COME NUOVO MINISTRO DEL TURISMO: I TEATRI ITALIANI LI HA RIDOTTI A CHIOSCHETTI E I DIRETTORI LI HA DECLASSATI A BAGNINI”

Aprile 7th, 2026 Riccardo Fucile

“IL FOGLIO”: “A VENEZIA, INSIEME A COLABIANCHI, È RIUSCITO A INIMICARSI LA CITTÀ, GLI ORCHESTRALI PER LA NOMINA DELLA DIRETTRICE D’ORCHESTRA BEATRICE VENEZI. CREDE, OBBEDISCE E INCASSA”

È perfetto come nuovo ministro del Turismo: i teatri italiani li ha ridotti a chioschetti e i direttori li ha declassati a bagnini. E’ Gianmarco Mazzi, il ministro ultima spiaggia, già sottosegretario alla Cultura, e prende il posto di Santanchè. La sola cosa che può vantare è la fiducia di Fazzolari. Mazzi crede, obbedisce e incassa.
Era il ministretto di Sangiuliano e Giuli e adesso è l’ottone del bagnasciuga, il fiato corto di governo. Manca il gas, la giornalista Claudia Conte, innamorata di Piantedosi, chiamato il “lupo di Avellino”, promette: “Parlerò presto”. Il vecchio Mazzi, impresario musicale, avrebbe già allestito uno spettacolo: la “Carmeninprefettura” o “ilquesturino e Giulietta”.
Mazzi passa da ministretto a ministrone. Si è meritato i gradi di fedele dopo aver accompagnato Meloni al Teatro Brancaccio a vedere lo spettacolo di Checco Zalone (che Mazzi aveva prodotto insieme a Lucio Presta, suo vecchio socio) e ha piantato ombrelloni in ogni teatro italiano, in Rai.
Solo per aggiornare la marcia,va segnalata Venezia: prima ha indicato come sovrintendente, Nicola Colabianchi, dopo, insieme a Colabianchi, è riuscito a inimicarsi la città, gli orchestrali per la nomina (mal gestita) della direttrice d’orchestra Beatrice Venezi. Mazzi lascia un mondo di orfani e fugge all’inglese evitandosi la rivolta di quelli che chiama “amici miei”. Si vanta di capitanare il mondo della musica, ma confonde il pop con il classico. Riccardo Muti sarebbe furibondo con lui perché sono stati tagliati fondi all’orchestra Cherubini.
Esiste un Mazzi, agente di Giletti, Celentano, direttore artistico del festival di sanremo,amico di Bonolis, socio di Presta e Ferdinando Salzano,un Mazzi che ha aperto(e chiuso)otto società. Esiste un Mazzi che pretendeva, da sottosegretario di farsi ancora pagare da La7 tanto da chiedere pareri di compatibilità perché in Italia non esiste l’authority alla faccia tosta. Ma esiste anche il Mazzi politico ed è il Mazzi che segue la sinfonia del tempo
Ogni volta che entrava in Sala Spadolini, la sala dove si organizzano le conferenze del Mic, pretendeva che partisse un jingle e urlava se non partiva a tempo. E’ stato eletto con FDI, a Padova, ha militato nel fuan,ma è stato anche leghista e stava per farsi candidare da Salvini.prima dientrare in parlamento, al governo, Mazzi si è fatto nominare ovunque, alla Casa dei Cantautori, e quando èentratosièscritto la riforma sullo spettacolodalvivo, ilsettore dove tornerà appena finito questo voyage lungo La Russa.
Deve a Ignazio La Russa questa nomina a ministro e deve in realtà a Sangiuliano la scalataalcielo
Mentre Sangiulianosoffriva,mazzipianificava.consangiuliano, non aveva le deleghe allo spettacolo dal vivo e le ha ricevute da Giuli. Da allora si è scatenato. Ha provato a fare delle fondazioni lirico-sinfoniche il suo pascolo e i sindaci d’italia hanno minacciato di rivolgersi a Meloni.
In piena vicenda Baiardo, il pentito di mafia ospite di Giletti, Mazzi (ed era sottosegretario) è stato convocato dalla procura di Firenze perché rappresentava Giletti (e non si è mai compreso come potesse rappresentarlo da uomo di governo). Quando si è parlato di un ritorno in Rai di Celentano, Mazzi ha partecipato alla trattativa con la moglie Claudia Mori e l’ad Rai, Rossi, e non si capisce dove trovasseiltempo. Si è intestato con Meloni il successo delle Olimpiadi Milano-cortina, che in realtà è di Zaia e Malagò, mentre alla Camera, si aggirava, fino a pochi mesi fa, urlando: “Si fa come dico io”.
Dietro il caso Caserta, l’invito del direttore russo gergiev a tenere un concerto, c’è Mazzi che aveva stretto un’alleanza con Vincenzo De Luca (in funzione anti Manfredi). In FDI c’è una generazione che ha allevato lo stesso Fazzolari che non riesce ancora a trovare spazio. Da anni si occupa di cultura, e bene, Alessandro Amorese, di giustizia Sara Kelany, di economia, Marco Osnato e Ylenia Lucaselli, di esteri, Francesco Filini, di turismo, Gianluca Caramanna … e se ne potrebbero citare ancora.
Vince Mazzi, che non vede l’ora di presentarsi a Verona al Vinitaly come podestà in braghettoni ma Mazzi è anche il segno dell’ultima spiaggia, della stagione che finisce. Al posto della ramazza, Meloni ha scelto i Mazzi
(da Il Foglio)

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