Aprile 24th, 2026 Riccardo Fucile
NON È UN MISTERO CHE GLI EREDI DEL CAV NON VEDANO DI BUON OCCHIO UN PARTITO APPIATTITO SUL SOVRANISMO E SU GIORGIA MELONI. E NON SORPRENDE CHE DAI GIOVANI DI FORZA ITALIA PARTIRÀ UNA PROPOSTA DI LEGGE REGIONALE IN LOMBARDIA SUL FINE VITA, INSIEME AD ALCUNI ESPONENTI DEL PD
I giovani di Forza Italia in Lombardia parteciperanno al corteo del 25 aprile a Milano insieme al centrosinistra e all’Anpi. L’ha annunciato ieri il segretario regionale Andrea Ninzoli. Eletto da un anno, il responsabile della primavera azzurra regionale ha pensato a questo come il primo segnale di un rinnovamento nel solco tracciato da tempo da Marina Berlusconi che ha nelle giovani leve i suoi più fedeli sostenitori.
«È importante esserci come partito – dice Ninzoli – con il simbolo e uno striscione» su cui però si sta ancora lavorando. La mediazione sul testo è complessa, tra chi vuole picchiare duro sugli alleati e chi vuole dar loro solo un segnale.
«Inviteremo anche i responsabili delle giovanili di FdI e Lega» ma «non ci aspettiamo risposta». La partecipazione di domani – ancora da organizzare, si sa solo che sfileranno vicini alla Brigata ebraica – va oltre il piano simbolico.
Dentro Forza Italia si spinge per un riposizionamento che recuperi il profilo moderato e istituzionale del partito. Una linea che trova sponda nelle indicazioni della primogenita del Cav, che ha più volte sollecitato un rinnovamento non solo della classe dirigente ma anche dei temi con un ritorno a posizioni più nette su diritti, libertà individuali e collocazione europea.
Non è un mistero che gli eredi del fondatore non vedano di buon occhio un partito appiattito su FdI. E non dovrebbe sorprendere che proprio dai giovani di Forza Italia partirà una proposta di legge regionale in Lombardia sul fine vita, insieme ad alcuni esponenti del Pd.
Quanto al 25 aprile, dopo il sit-in di protesta con gli stranieri di seconda generazione voluto dalla sezione milanese azzurra in opposizione alla manifestazione sulla remigrazione, è sempre più chiaro che questo tipo di scelte siano gesti politici per marcare la distanza dalla Lega.
Non è casuale che il segnale arrivi dalle nuove generazioni, meno legate agli equilibri storici della coalizione e più libere di interpretare quella domanda di cambiamento.
Il punto, però, è politico: questo processo di “normalizzazione liberale” convive con un’alleanza che, sia a livello nazionale sia regionale, comprende Lega e FdI, portatrici di una linea distante su questi temi.
(da La Stampa)
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Aprile 24th, 2026 Riccardo Fucile
IL NIPOTE SALVATORE LICITRA CHE RAPPRESENTA GLI ARCHIVI “E’ UN OPERAZIONE POLITICA. È IN ATTO UN TENTATIVO DI REVISIONISMO MOLTO CHIARO PER TRASFORMARE PONTI IN UN PERSONAGGIO DELLA DESTRA ITALIANA” … L’ALTRO NIPOTE PAOLO ROSSELLI: “DA RAGAZZO CHIESI A MIO NONNO PER CHI VOTAVA E LUI MI RISPOSE CHE ERA PER UN DEMOCRISTIANO DI SINISTRA COME CARLO DONAT-CATTIN”
«A chi Gio Ponti? A noi!». Nella resistibile offensiva culturale della destra di governo,
nella caccia grossa a figure illustri da esporre come trofei nel proprio pantheon, scocca l’ora fatale dell’architettura. Con relativa contestazione.
Sono infatti gli eredi e curatori dell’opera di Ponti a opporsi — anche con una diffida per ora rimasta inascoltata — a un’iniziativa che dovrebbe riguardare la figura e il lavoro del grande architetto milanese e nella quale brilla al momento proprio la loro polemica assenza.
La settimana scorsa viene firmata una convenzione tra Regione Lombardia e Fondazione Adi (Associazione design industriale) di cui lo stesso Ponti fu tra i fondatori. Dalla Regione un milione di euro per creare uno spazio espositivo Gio Ponti all’interno dell’Adi Museum; dalla stessa Adi un investimento per un altro milione. Alla cerimonia presenziano Francesca Caruso, assessore alla Cultura della Lombardia e larussiana in purezza — che già il 2 febbraio aveva annunciato l’iniziativa — i vertici dell’Adi, ma soprattutto il presidente FdI della commissione Cultura della Camera Federico Mollicone. «Un Leonardo contemporaneo», dice di Ponti.
E in effetti il genio eclettico dell’architetto che progettò — tra l’altro — il Pirellone, ideò un’icona del design come la sedia Superleggera, fondò la rivista Domus, è indiscusso. E forse è fin poco ridurlo in uno spazio soppalcato nell’Adi Museum, che verrà utilizzato anche per altre attività.
Ma al di là degli spazi, c’è qualcosa di cui alla presentazione, dove non compare nessuno tra gli otto tra eredi e curatori di Ponti, si evita accuratamente di parlare. Tutti loro — rappresentati dal nipote Salvatore Licitra, curatore dei “Gio Ponti Archives” che raccolgono immagini e informazioni e amministrano l’archivio storico, e da Paolo Rosselli, altro nipote che cura l’archivio epistolare — hanno già inviato il 10 febbraio scorso una diffida formale alla Regione Lombardia e all’Adi.
Lamentano di non essere stati consultati riguardo all’iniziativa, ricordano che qualunque uso del nome e delle opere di Ponti presuppone il loro consenso, e puntualizzano anche di aver appreso tutto dai giornali. Risposte? «Dalla Regione silenzio totale», dice Licitra. L’Adi, invece, replica e afferma in sostanza che il progetto dello spazio espositivo è stato condiviso con gli eredi e da loro ritenuto idoneo. Una versione che Licitra e Rosselli negano recisamente.
Del resto, sostiene proprio Rosselli, «non intendevamo certo rifiutare l’offerta dell’Adi, ma avevamo messo in chiaro che il progetto doveva passare per forza dalla nostra approvazione. Loro parevano averlo capito, ma poi hanno fatto altrimenti».
Fin qui, una controversia tra eredi e istituzioni che potrebbe sembrare solo una questione di diritti d’autore e magari di legittime sensibilità offese.
Ma dietro c’è qualcosa di più, e per capirlo bisogna tornare proprio a Mollicone. «È lui che nel 2023 si fa vivo per la prima volta con me — racconta Licitra — proponendomi una mostra di Gio Ponti in Parlamento».
La risposta è netta: «Noi facciamo le mostre nei musei. Non mi piace accostare Ponti al mondo della politica». Mollicone viene congedato, ma qualche mese dopo è il direttore dell’Adi Museum, Andrea Cancellato, a farsi avanti con toni più felpati per proporre a Licitra di portare i materiali d’archivio sotto il tetto del museo e costruire uno spazio dedicato all’architetto. Il curatore accetta di ragionarne, ma a una condizione precisa: che tutto si faccia assieme alla “comunione” degli eredi, che da oltre un trentennio segue il patrimonio culturale dell’architetto, cura i volumi a lui dedicati, ne organizza le mostre in tutto il mondo.
Segue però un lunghissimo silenzio che viene rotto solo il 2 febbraio, quando l’assessore Caruso annuncia l’omaggio a Ponti all’insaputa — e a questo punto a dispetto — degli eredi di Ponti.
«È in atto un tentativo di revisionismo molto aperto, molto chiaro — dice così Licitra — per trasformare Ponti in un personaggio della destra italiana». Per gli eredi il disegno è chiaro: inserire Ponti in una narrativa identitaria di destra, approfittando del fatto che fu un cattolico praticante, che aveva lavorato intensamente anche durante il ventennio fascista, e che i fondi pubblici oggi scorrono soprattutto a quelle latitudini. Ma, sostengono, sarebbe una narrativa mistificatoria.
«Da ragazzo chiesi a mio nonno per chi votava — ricorda Rosselli — e lui mi rispose che era per un democristiano di sinistra come Carlo Donat-Cattin». Licitra sottolinea che il mondo di Ponti era quello della grande borghesia industriale milanese; universo del tutto estraneo al fascismo.
«Lavorò, e molto, durante il regime perché lavorava sempre. Lo fece grazie a una rete di relazioni che non passava per la tessera del partito».
«Non gli interessava certo essere funzionale al regime, ma gli interessava ovviamente il suo lavoro — commenta Stefano Casciani, che ha curato un ampio saggio biografico per il volume definitivo dedicato all’architetto ed edito da Taschen — Se ora qualcuno vuole collocarlo vicino al fascismo fa un errore».
(da Repubblica)
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Aprile 24th, 2026 Riccardo Fucile
LO SFORAMENTO NASCE DA UN ERRORE DI PREVISIONE, COMPENSATO SOLO IN PARTE DA UN AUMENTO DELLE ENTRATE, DERIVANTI DA IMPOSTE DIRETTE E CONTRIBUTI (5 MILIARDI INSIEME)
Il decimale di deficit, anzi la “seconda cifra decimale” come si precisa nel Dfp, che ha trasformato un possibile trionfo in un concreto fallimento è tutto opera del governo Meloni.
Sul piano economico si tratta di una questione inesistente: un deficit al 3 per cento anziché al 3,1 per cento non avrebbe regalato alcun “tesoretto” da spendere dato che le regole europee prevedono un percorso pluriennale di aggiustamento che supera i vecchi parametri.
Restare o uscire dalla procedura per deficit eccessivo non dà alcun bonus formale e neppure sostanziale, nel senso che i mercati non prezzano un rischio diverso per un decimale. Ma uscire dalla procedura d’infrazione è, a un certo punto, diventato un obiettivo del governo: il simbolo di una politica di bilancio “prudente”, come ripete il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che ha permesso dall’inizio della legislatura di ridurre il deficit da un abnorme 8,1 per cento a circa il 3 per cento.
Quando nel corso del 2025, a causa di un aumento delle entrate, si è visto che il deficit sarebbe stato ben inferiore al 3,3 per cento inizialmente previsto, l’uscita dalla procedura d’infrazione con un anno di anticipo è diventato un risultato a portata di mano su cui ha puntato la comunicazione governativa.
Tanto che, nella legge di Bilancio, il governo aveva indicato il 3 per cento di deficit come target e, di conseguenza, l’uscita dalla procedura d’infrazione come risultato. Ma al Mef erano consapevoli che si trattava di un dato precario, visto che nel Dpfp di ottobre il deficit al 3 per cento era solo il frutto dell’arrotondamento di una stima del 3,04 per cento
In ogni caso, una volta posta l’asticella politica al 3 per cento, il compito principale del governo e del Mef sarebbe dovuto essere quello di controllare la spesa più scrupolosamente del solito per evitare brutte sorprese, dato che una manciata di milioni avrebbero potuto far superare la soglia autoimposta come obiettivo.
E invece no. Il paradosso è che, come certifica il governo nel Dfp, il 3,1 per cento è il risultato di un deficit al 3,07 per cento, ovvero 0,03 punti più del previsto: appena 600 milioni (598 per la precisione). Bastava davvero poco al governo per evitare di spararsi un colpo nei piedi.
Ma l’errore è molto più clamoroso di quanto possa apparire. Perché lo sforamento di appena 600 milioni è, in realtà, il prodotto di una spesa di 11,3 miliardi superiore alle stime tecniche della legge di Bilancio in gran parte compensata da entrate superiori al previsto pari a 10,7 miliardi.
Se si escludono 4,7 miliardi di euro, dovuti alla rimodulazione del Pnrr che compaiono sia tra le entrate sia tra le uscite, resta una differenza di circa 6 miliardi di maggiori entrate e 6,6 miliardi di maggiori uscite. Queste ultime, sostiene il governo nel Dfp, sono dovute in larghissima parte dovute all’ennesimo aumento imprevisto della spesa per il Superbonus che è costato altri 8,4 miliardi di euro.
Questo vuol dire che il mancato controllo della spesa da parte del Mef non è stato di 600 milioni, bensì undici volte maggiore. L’errore di previsione è stato in buona parte compensato da un altrettanto inaspettato aumento delle entrate, derivanti soprattutto da imposte dirette e contributi (5 miliardi insieme). Eppure non è servito a raggiungere il traguardo, perché l’extraspesa ha corso più veloce dell’extragettito.
Fa quindi un poco sorridere la polemica di Giorgia Meloni nei confronti dell’Istat.
Ma l’aspetto paradossale è un altro: i 20 miliardi in più di pil nominale invocato da Meloni sono il numero magico che consente di far scendere il rapporto deficit/pil dal 3,07 per cento (e quindi 3,1) al 3,04 per cento (e quindi 3).
In questo senso, hanno lo stesso valore matematico di 600 milioni di spesa in più: ma è proprio la falla nelle previsioni delle uscite che ha fatto saltare i conti al governo. In pratica, invece di reclamare non si sa su quali basi 20 miliardi in più di pil nominale, sarebbe bastato spendere 600 milioni in meno. In sostanza, il governo avrebbe raggiunto comunque l’obiettivo se solo l’errore di previsione della spesa fosse stato un decimo più piccolo. Così il traguardo autoimposto è diventato un danno autoinflitto. Chi è causa del suo male pianga se stesso.
(da Il Foglio)
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Aprile 24th, 2026 Riccardo Fucile
IL 1 MAGGIO SCADRA’ IL TAGLIO TEMPORANEO DELLE ACCISE VARATO DAL GOVERNO: LO SCONTO DI 24,4 CENTESIMI HA AVUTO UN EFFETTO PARZIALE SUI PREZZI…SE SPARIRA’ DI COLPO IL COSTO DEL DIESEL SARA’ IL PIU’ CARO IN EUROPA, RINNOVARE IL TAGLIO COSTEREREBBE MOLTISSIMO, AD OGGI E’ GIA’ COSTATO UN MILIARDO DI EURO
Il taglio delle accise sui carburanti sta per arrivare al termine. Il governo Meloni lo aveva
rinnovato fino al 30 aprile, dunque dal 1° maggio 2026 il prezzo di benzina e diesel tornerà quello ordinario.
Considerando che il taglio vale 24,4 centesimi, i prezzi alla pompa del diesel potrebbero diventare i più alti in tutta Europa: la Super costerebbe circa 1,98 euro al litro, mentre il gasolio potrebbe andare a oltre 2,30 euro al litro. Gli esperti consigliano di cancellare il taglio, ma non sarà semplice per il governo prendere questa decisione.
Quanto costano oggi benzina e diesel, il confronto Italia-Ue
Fare una previsione precisa sui prezzi è impossibile. Da qui a una settimana, quando il taglio delle accise smetterà di avere effetto, il prezzo dei carburanti potrebbe cambiare molto. Nelle ultime settimane c’è stato un calo, anche a causa delle reazioni del mercato alla tregua raggiunta in Iran. Oggi, per esempio, la benzina costa in media 1,736 euro al litro. Il diesel è a 2,062 euro al litro. Si parla sempre di self service e fuori dalle autostrade, dove le tariffe si alzano di circa cinque centesimi.
Il ministero delle Imprese ha rivendicato che dall’inizio della guerra in Iran l’Italia è “il Paese con la crescita più contenuta dei prezzi dei carburanti tra le principali economie europee”. Questo in realtà è in buona parte dovuto al taglio delle accise, che ha tenuto i prezzi artificialmente più bassi. Tra le grandi economie a cui fa riferimento il governo, solo la Spagna ha fatto lo stesso.
È vero, comunque, che al momento con il taglio delle accise in vigore i prezzi in Italia sono nella media europea, o anche leggermente più bassi. La media della benzina calcolata dalla Commissione europea al 20 aprile era di 1,827 euro al litro. Quella del gasolio a 2,007 euro al litro. Ovvero, già oggi la media è più bassa del prezzo italiano (mentre invece la media nei Paesi che usano l’euro è quasi identica al dato dell’Italia).
Quanto aumentano i prezzi se il governo non rinnova il taglio delle accise
Il problema è cosa succederebbe se di colpo il taglio delle accise sparisse. Le accise hanno un effetto immediato sui prezzi del carburante. Dunque, approssimando, si può stimare che se oggi le imposte tornassero a pieno regime la benzina costerebbe circa 1,98 euro al litro. Il gasolio, invece, salirebbe fino a 2,30 euro al litro.
Sarebbe un colpo per entrambi, ma il diesel in particolare schizzerebbe a un livello che, ad oggi, non si registra da nessuna parte. Nei Paesi Bassi il costo è a 2,29 euro al litro, ed è il prezzo più alto in assoluto. In Francia il gasolio costa 2,24 euro al litro, in Germania 2,13 euro, in Spagna 1,80 euro al litro.
Insomma, l’Italia si troverebbe a passare di colpo da un prezzo nella media al più alto del continente, con tutta probabilità. Per questo il governo Meloni potrebbe valutare di prolungare il taglio delle accise. Il problema è che la misura costa moltissimo, e in media aiuta di più le famiglie a reddito più alto. Lo hanno sottolineato moltissimi esperti. La politica, però, deve fare i conti con chi si trova il prezzo alla pompa in aumento.
La decisione andrà presa nei prossimi giorni. Finora dall’esecutivo non sono arrivate prese di posizioni, se non quella di Matteo Salvini che a Dritto e rovescio ha detto: “Noi riteniamo che sia impensabile che la benzina aumenti di botto di 20-30 centesimi, soprattutto per chi la usa per lavoro. Il governo italiano ha pronti i soldi per aiutare, piccolo problema: le regole europee ci impediscono di aiutare gli italiani in difficoltà”.
Più che un impegno a rinnovare il taglio delle accise, è sembrato un modo per scaricare la responsabilità sull’Europa. Anche perché non ci sono molte prove che il governo abbia “pronti i soldi” per il rinnovo. Dal 19 marzo alla fine di aprile, il taglio delle accise è costato quasi un miliardo di euro. Nel frattempo, restano sul tavolo altre misure promesse dall’esecutivo, come il Piano casa e il decreto Primo maggio per le buste paga.
(da agenzie)
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Aprile 24th, 2026 Riccardo Fucile
ALCUNE LAVORANO GIA’ DA ANNI PER L’AZIENDA E QUANDO SONO STATE SCELTE INDOSSAVANO IL VELO E NESSUNO HA MAI FATTO OBIEZIONE
Da anni faceva uso di immagini con donne musulmane con il velo nelle pubblicità con cui promuoveva pari opportunità sul lavoro e fenomeni di empowerment femminile. Eppure recentemente Elior, filiale del gruppo Derichebourg, azienda operante nel settore catering, avrebbe fatto parlare di sé non per la sua inclusività, ma per le sue violente discriminazioni in Francia.
Così, un improvviso cambiamento nella politica aziendale all’inizio del 2026 ha posto le storiche dipendenti di fronte a due scelte, ugualmente amare: togliersi l’hijab o essere licenziate con l’accusa di «grave cattiva condotta».
L’inchiesta e le scoperte shock
Un’inchiesta giornalistica pubblicata dal sito francese Mediapart avrebbe raccolto le testimonianze delle moltissime donne coinvolte da questo improvviso cambio di rotta in azienda. Diverse lavoratrici, impiegate spesso anche da anni nell’azienda Elior, sarebbero state convocate dagli uffici del personale per essere aggiornate sulle nuove politiche in vigore sul posto di lavoro. Così, dall’oggi al domani, avrebbero ricevuto una lettera ufficiale in cui si affermava: «indossare simboli religiosi visibili non è consentito durante lo svolgimento delle mansioni professionali». Le opzioni disponibili sarebbero state quindi due: togliersi l’hijab, o essere licenziate con l’accusa di «grave cattiva condotta».
Le testimonianze delle dirette interessate
Aisata è una delle vittime e racconta di aver fatto la fila fuori dall’ufficio del suo responsabile con diverse altre colleghe “velate”, prima di ricevere quello che era – a tutti gli effetti – un ricatto, bello e buono. «Sono stata assunta con l’hijab e, all’epoca, non c’era alcun problema. Ora ci danno 8 giorni per toglierlo o andarcene». Il colloquio sarebbe stato «molto formale. Hanno fatto finta di darci la
parola, ma la decisione era già stata presa. Conoscevamo già il verdetto». Turkan, una seconda donna intervistata, si è invece focalizzata sull’incoerenza dell’azienda, che da anni pubblica immagini promozionali di dipendenti velate per promuovere il suo programma “Talenti femminili”, ma poi vieta loro di indossare l’hijab.
La posizione dell’azienda: una «standardizzazione dei regolamenti interni»
Dal canto suo, l’azienda sostiene che non si tratti di misure generali, bensì di «alcuni provvedimenti individuali» presi nei confronti di coloro che si sono rifiutati di rispettare le regole, riferendosi all’avviso di licenziamento entro 8 giorni. Inoltre, le nuove misure risponderebbe ad un’implementazione nell’ambito di un processo di «standardizzazione dei regolamenti interni», in particolare nei luoghi di lavoro collegati a strutture pubbliche, come scuole e ospedali. La malafede dell’azienda emerge, però, quando si nota come abbia modificato il proprio regolamento interno il 2 aprile 2026, poco prima dell’inizio del procedimento di licenziamento. Il “principio di neutralità” negli spazi privati sarebbe stato così frettolosamente inserito nelle direttive, nel tentativo di colmare le lacune legali che le dipendenti avrebbero potuto utilizzare in tribunale.
L’illegittimità dei provvedimenti
L’avvocata specializzata in diritto del lavoro, Clara Gandin, avrebbe dichiarato che esistano seri dubbi sulla “proporzionalità del licenziamento”. Le donne coinvolte, infatti, non sarebbero state raggiunte da nessun avvertimento o rimprovero e i nuovi provvedimenti potrebbero comportare una discriminazione indiretta, se fosse dimostrato che hanno preso di mira un gruppo specifico. Il caso di Elior non costituirebbe, comunque, un unicum isolato nel panorama francese, ma si inserirebbe in un fenomeno sempre più frequente.
Per esempio, il gruppo Magellan Partners, società specializzata in consulenza organizzativa e sistemi informativi, insieme ad altre società di revisione contabile, ha modificato improvvisamente i propri regolamenti interni per licenziare le dipendenti velate con il pretesto della “neutralità”, disattendendo così le proprie promesse di uguaglianza e integrazione.
La reazione delle dipendenti licenziate
«Siamo una minoranza e possiamo essere licenziati come se fosse normale»: questo
il commento di una delle donne licenziate. «Mi si stringe il cuore per i miei genitori» ha detto poi Madoka, una studentessa che ha perso, a causa del suo rifiuto di togliersi l’hijab, il contratto di tirocinio. «Non ho ancora osato dirglielo. Tutto ciò che desiderano è che io abbia successo, e ora è tutto perduto».
Le peculiarità del caso francese
La Francia è nota per il suo modello ispirato al principio di assoluta laicità della Repubblica, che ha portato nel tempo a promulgare leggi che hanno sempre più vietato l’uso di simboli religiosi, soprattutto negli uffici e nelle scuole pubbliche. Così, una legge del 2004 vietava alle bambine dalla scuola materna fino alle scuole superiori di utilizzare il velo, se frequentanti scuole pubbliche, mentre rimaneva in vigore il permesso di indossarlo da parte delle studentesse nelle università. Una legge del 2011 ha, invece, vietato in qualunque spazio pubblico l’utilizzo del velo integrale. Diversa, però, la situazione per le aziende private, per la quali si farebbe riferimento a una recente sentenza della Corte di Cassazione che dice: «Il datore di lavoro può, nell’interesse dell’azienda, includere nel regolamento interno aziendale, una clausola di neutralità che vieti di indossare in modo visibile qualsiasi simbolo politico, filosofico o religioso sul luogo di lavoro». Questo però a condizione che la “clausola generale e indifferenziata” sia applicata solo ai dipendenti nella posizione in questione che sono a contatto con i clienti.
(da agenzie)
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Aprile 24th, 2026 Riccardo Fucile
L’AMBASCIATORE STEFANINI: “MANCANO ANCORA SEI MESI ALLE ELEZIONI DI MEDIO TERMINE. TRUMP PUÒ SPERARE DI RISALIRE NEI SONDAGGI, PUR DIFFICILE SE IL PREZZO DELLA BENZINA NON SCENDE PRESTO. MA ALTRI DUE FRONTI GLI SI APRONO IMMEDIATAMENTE: COL CONGRESSO E ALL’INTERNO DELLA STESSA AMMINISTRAZIONE”
La presidenza Trump perde pezzi. L’ultimo in ordine di tempo è il Segretario alla Marina,
John Phelan, licenziato in tronco da Pete Hegseth, nel bel mezzo di una guerra che vede sempre più fortemente impegnata la Us Navy, con due portaerei nel Golfo, il blocco iraniano nello Stretto, il controblocco navale americano dell’Iran.
Nella seconda amministrazione Trump la competenza è un optional. Conta solo la fedeltà. Che doveva compensare l’incompetenza – che non fa difetto – con la continuità e la coesione.
Garantendo che, a differenza della prima amministrazione in cui le eccellenze, i Jim Mattis, Rex Tillerson, John Bolton, se ne andavano per aver pensato con la propria testa ed esperienza quand’anche diversamente dal presidente, tutti si mettano ordinatamente in riga ad eseguirne politiche ed ordini. Ma neppure questo basta.
Sulla guerra all’Iran Donald Trump ha fretta, gli iraniani no e Hormuz rimane chiuso. Qualcosa cederà, prima o poi, speriamo prima perché i danni si cumulano, a Teheran o a Washington, o su entrambi i versanti se e quando andrà a buon fine l’attivismo dei bravi mediatori pakistani. Malgrado la strapotenza militare Washington è il negoziatore più debole perché il presidente ha un disperato bisogno di chiudere al più presto la partita.
Dopo ormai due mesi si è trasformata da una guerra per liberare l’Iran dal barbaro giogo teocratico – obiettivo dimenticato – a una coercizione militare con dichiarati scopi strategici – programma nucleare, uranio arricchito, missili balistici, di Teheran – a un braccio di ferro per la riapertura dello Stretto.
Alla fine, gli iraniani lo molleranno, bisogna vedere a che prezzo, quanto spunteranno in contropartite economiche di alleggerimento delle sanzioni, quanto gli americani otterranno su nucleare e capacità missilistiche. Ma non ci siamo ancora. Trump ha persino smesso di dare ultimatum che poi revoca
La diplomazia dilatoria di Teheran scherza col fuoco. Forse quello che vuole il partito della guerra, identificato nei pasdaran guidati dal generale di brigata Ahmad Vahidi, macellaio delle piazze iraniane. Conosciamo troppo poco delle dinamiche interne alle dirigenze iraniane, teocratica e militare.
Fanno apparire la vecchia cremlinologia sovietica un gioco da ragazzi. Lasciando l’interpretazione ad esperti, vediamo una Teheran che pur tartassata tiene in scacco diplomatico gli Usa. Non sapendo più che pesci prendere nelle acque del Golfo, Donald Trump si è messo in caccia delle mine.
Come tanti altri suoi annunci, la minaccia di aprire il fuoco su chi le posa lascia il tempo che trova. Sono già state disseminate. La stima dello stesso Pentagono è che occorrano circa 6 mesi a farne piazza pulita. Col probabile e opportuno aiuto degli ingrati europei, fra cui l’Italia, come confermato ieri dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Non per fare un piacere a Donald ma nell’interesse nostro e della comunità internazionale, Usa compresi
Donald Trump sta già subendo su più fronti interni le conseguenze della vicenda iraniana. Può pretendere di sorvolare sul calo di popolarità, tasso di approvazione al 33% contro disapprovazione al 58%, e sulle crepe nella base Maga, dove crescono le voci dissidenti, a cominciare dal camaleontico ma trascinante Tucker Carlson, “tormentato” dall’appoggio dato a Trump.
Mancano ancora sei mesi alle elezioni di medio termine. Può sperare di risalire, pur difficile se la benzina non scende presto sotto i quattro dollari a gallone. Altri due fronti gli si aprono immediatamente: col Congresso e all’interno della stessa amministrazione.
Le maggioranze repubblicane in Congresso sono state finora supinamente passive, respingendo i tentativi democratici di mettere ai voti l’autorizzazione alla guerra ai sensi dell’War Powers Act del 1973.
Che però prevede che tale autorizzazione sia tassativamente richiesta entro 60 giorni che scadono il primo maggio. Se non riesce a chiudere la guerra prima – altro motivo di fretta – Donald può concedersi una proroga di 30 giorni o affrontare le incognite del voto.
L’amministrazione, pur con componenti intatte ha perso in rapida successione la teatrale Kristi Noem (Homeland Security), Pam Bondi (Attorney General), Lori Michelle Chavez-DeRemer (Lavoro), più altre figure appena sub vertice come il capo del Border’s Patrol Gregory Bovino, colpevole di essere più realista del re nelle deportazioni di immigrati illegali.
Kash Patel, direttore dell’Fbi, sta facendo causa all’Atlantic per danni reputazionali; chiede 250 milioni di dollari. La nomina di Kevin Warsh alla Fed è nelle pastoie del Senato col rischio, per Trump, di vedersi di fatto prorogato il detestato Jerome Powell oltre maggio.
Fra 1600 Pennsylvania Avenue e Mar-a-Lago la barca va ma l’equipaggio si assottiglia e il grande timoniere resta sempre più da solo. Si consola con l’Arco di Trionfo e altri monumenti. Lì un nome basta: il suo.
Stefano Stefanini
per “La Stampa”
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Aprile 24th, 2026 Riccardo Fucile
“IL FOGLIO”: “MELONI NON SI FIDA DELLA NUOVA FORZA ITALIA E LE RESTA LA RAI. IL CONTRATTO DI GILETTI POTREBBE NON ESSERE RINNOVATO E I VERTICI HANNO BISOGNO DI INVENTARSI UN PROGRAMMA POLITICO. FINORA I DEL DEBBIO, GIORDANO, PORRO NON SI SONO MOSSI PERCHÉ HANNO COMPENSI IMPORTANTI, MA LA RAI PUÒ CONVINCERLI”
La vecchia Rete 4 rischia di fuggire in Rai e la nuova non piace agli spettatori di Rete 4. Il malessere di Paolo Del Debbio e di Mario Giordano ha già un effetto: la Rai cerca le punte in naftalina del Retequattrismo.
Il significato dell’editoriale di Del Debbio contro Marina e Pier Silvio Berlusconi è più profondo di come è stato raccontato.
Del Debbio ha partecipato alla fondazione di Forza Italia e sarebbe naturale per Del Debbio un ruolo alla Gianni Letta (che è tornato a fare Letta).
La rete si è spostata a sinistra al punto che Realpolitik ha ospitato in prima serata Rosi Bindi. La trasmissione? E’ precipitata al tre per cento. Si aggiunga che gli opinionisti di destra prendono gettoni pari a un terzo di quelli di Scanzi e De Gregorio (1.500 circa contro 500). Ancora? A Giordano è stato impedito, per la prima volta, di presentare a Mediaset il suo ultimo libro sulle banche. A Cologno monzese il pensiero liberale esiste ma a (conto) corrente alternato.
Meloni non si fida della nuova Forza Italia e le resta ancora la Rai. Il contratto di Giletti potrebbe non essere rinnovato e i vertici hanno bisogno di inventarsi un programma politico.
La Rai può prendere una punta del Retequattrismo. Finora i Del Debbio, Giordano, Porro non si sono mossi perché hanno compensi importanti, ma la Rai può convincerli con contratti da intrattenimento. E’ chiaramente un’operazione politica che può fare male alla famiglia, un’altra arma che ha Meloni sul tavolo, come è stata sempre il tetto pubblicitario.
Se la Rai strappa una punta di Rete 4 chi fa ascolti su Rete 4? A dirla tutta, va detto, con onore, che c’è anche chi da sinistra rifiuta di andarci. A Luca Sommi, Mediaset
ha offerto un programma, ma Sommi ha rifiutato. Rete 4 è solo la continuazione della politica con altri mezzi. Come la Rai…
(da il Foglio)
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Aprile 24th, 2026 Riccardo Fucile
“IN ITALIA CI SONO 5 MILIONI DI POVERI E VANNACCI PARLA DEI NERI DA RIMANDARE IN AFRICA”
“Il razzismo è un grandissimo antidepressivo che politici incapaci utilizzano per
continuare ad essere incapaci”. Lo ha detto Djarah Kan, scrittrice e attivista, ospite dell’ultima puntata di Scanner Live, il programma di approfondimento politico di Fanpage.it condotto da Valerio Nicolosi. La frase è arrivata al termine di un discorso nato da un video: quello di Roberto Vannacci, europarlamentare e leader del suo partito Futuro nazionale, che descrive il termine “remigrazione”.
“Chi sei tu per decidere qual è la cultura italiana?”
La parola viene utilizzata dall’estrema destra (soprattutto europea) per indicare la volontà di espellere da un Paese, in buona sostanza, tutti coloro che non sono bianchi. Vannacci invece ha girato attorno al concetto: “Remigrare vuol dire ritornare nel Paese d’origine”, e può essere “volontario”, oppure “facilitato” o anche “coatto, per quelle persone che o sono entrate illegalmente, e quindi non hanno alcun titolo per rimanere qua, oppure offendono la nostra società, la nostra cultura” o “sono di quelle culture che non sono compatibili con la nostra”.
Qui sta il punto secondo Kan: “Io mi sento presa veramente per il culo, per una semplice ragione: in Italia esiste già il dispositivo del rimpatrio, dell’espulsione, del foglio di via. La legge prevede che se tu fai una serie di cose che non devi fare, brutte brutte brutte, a un certo punto ti prendono e ti dicono “Senti, te ne devi andare”. Cosa mi significa questa cosa della remigrazione? Vannacci mi fa esempi che possono anche sembrare sensati, come ‘se fai delle cose veramente brutte vieni mandato via’. E poi dopo ci infila dentro quello che è il vero significato, cioè persone che non ‘si integrano’ con i valori della società italiana, persone che ‘offendono la nostra cultura’ e che hanno ancora meno titoli delle persone che entrano illegalmente”.
Insomma, “il punto della remigrazione non è l’illegalità, è una questione culturale”. Cosa che, peraltro, apre una serie di interrogativi: “Anche gli italiani che sono antifascisti molto probabilmente offendono l’idea che Vannacci ha di cultura italiana. Di che cosa stiamo parlando quando si parla di cultura italiana? L’Italia è un insieme di culture, che titolo hai tu per scegliere quale parte dell’Italia è quella che rappresenta di più tutto il Paese?”.
I veri problemi dell’Italia e il razzismo come “antidepressivo”
Al di là di questo, Kan ha insistito sull’idea che attacchi razzisti di questo tipo servano per distrarre gli elettori. “Io trovo che sia veramente allucinante oggi parlare di remigrazione quando l’Italia è un Paese completamente depresso. Non abbiamo stipendi che crescono dagli anni Novanta, rendiamoci conto: siamo uno dei Paesi europei con i più bassi stipendi, ed è una cosa allucinante perché l’Italia è
un Paese ricchissimo. Noi questa cosa ce la dimentichiamo, perché viviamo in povertà”.
“Ci sono cinque milioni di persone povere in questo Paese e Vannacci si mette a parlare degli algerini e dei neri che devono essere rimandati in Africa perché fanno la pipì sulle aiuole. L’Italia è un Paese in completo dissesto idrogeologico, le scuole cadono a pezzi, non ci sono investimenti per quanto riguarda l’educazione, la sanità è a pezzi, una persona per riuscire a farsi una visita deve aspettare 6-8 mesi, a volte anche un anno. Questi sono i problemi di questo Paese. Cosa c’entrano gli immigrati?”.La scrittrice, nata a Santa Maria Capua Vetere e cresciuta a Castel Volturno, ha scherzato: “Io sono la terrona doc, ti posso proprio fare la lista di tutti i problemi, ce li abbiamo tutti quanti noi. Quindi io quando sento una persona come Vannacci dirmi che il problema dell’Italia sono i neri che parlano l’italiano che se ne devono tornare in Africa a fare i riti voodoo sinceramente mi fa veramente impazzire”.
La conclusione è netta: “Vannacci parla di queste cose perché sa che il razzismo è il più grande antidepressivo che una persona bianca possa assumere per non pensare ai suoi reali problemi. Il razzismo è un antidepressivo”.
Ovvero, il razzismo “incanala una rabbia distruttiva che non vuole essere affrontata in una maniera più strutturale. Io c’ho tanti problemi, siccome non so come risolverli, la politica mi dice ‘prenditi questa pillolina così ti senti un po’ meglio’. La pillolina che cos’è? La remigrazione, perché io politico non li voglio risolvere i tuoi problemi. Allora ti do gli immigrati. Sbrana gli immigrati, italiano medio che stai vivendo da schifo, e vedrai che domani o dopodomani ti sentirai meglio. Il razzismo è un grandissimo antidepressivo che politici incapaci utilizzano per continuare ad essere incapaci”.
(da Fanpage)
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Aprile 24th, 2026 Riccardo Fucile
DA AUGUSTA PARTIRANNO OLTRE MILLE ATTIVISTI DA TUTTO IL MONDO
In direzione ostinata e contraria navigheranno, ancora una volta, le barche a vela della Global Sumud Flotilla. La rotta è sempre la stessa: la Striscia di Gaza; l’entusiasmo, questa volta, sembra diverso.
Dopo la grande missione dello scorso settembre/ottobre, che aveva visto impegnati centinaia di attivisti in mare e in terra, con decine di manifestazioni che avevano bloccato tutta Italia e supportato la missione, adesso questa Flotilla sembra non avere più la stessa risonanza. È anche vero che il contesto globale nel quale si inserisce non ha niente a che vedere con quello di sei mesi fa. Eppure Maria Elena Delia, portavoce del movimento in Italia l’ha detto molto chiaramente: “Il genocidio a Gaza continua, dall’inizio del cessate il fuoco sono morti più di ottocento palestinesi, è un genocidio a bassa intensità”. Per questo per la portavoce italiana non partire non è un’opzione, come ribadito alla Camera in conferenza stampa.
“Da qui partiranno 24 barche con a bordo 300 partecipanti da ogni parte del mondo, insieme alle barche spagnole saremo 70 imbarcazioni con più di mille attivisti a bordo. Siamo mille sulle barche ma almeno duemila che a queste barche ci stanno lavorando”, spiega Luca Foschi del team nautico, che incontriamo al porto di Augusta
Tra i partecipanti decine di italiani, insieme a loro la Europarlamentare Antonella Bundu che a Fanpage.it ha ribadito l’importanza che la politica prenda parte a queste missioni: “Non ha alcun senso stare dentro le istituzioni senza mettere a disposizione il proprio corpo, noi lo facciamo perché crediamo in una giusta causa. La gente pensa che sia tutto apposto, che ci sia il cessate il fuoco, il board of peace, ma si mette da parte l’autodeterminazione dei palestinesi, dimenticando che se non sono liberi i palestinesi non lo saremo neanche noi”.Rana Hamida è palestinese, figlia di sfollati del 1948, l’anno della Nakba, la “catastrofe” per i palestinesi nonché l’anno della creazione dello Stato di Israele.
“Siamo pronti ad ogni scenario che ci si presenterà davanti”, spiega, “ma il principale è quello di arrivare a Gaza e rompere l’assedio illegale sulla popolazione palestinese che da 80 anni vive sotto regime di apartheid. Chiediamo a tutti nel mondo di alzarsi e urlare quello che è molto chiaro per noi: tutti meritano giustizia e libertà. I palestinesi meritano di avere il diritto di scegliere sul proprio futuro esattamente come tutti noi. Abbiamo visto la nuova legge sulla pena di morte per i prigionieri palestinesi. Oltre 9000 palestinesi sono oggi detenuti nelle carceri israeliane senza nessuna accusa e questo è completamente contro ogni tipo di legge umanitaria, non è qualcosa che potremmo accettare sui nostri familiari e non dovrebbe essere qualcosa che normalizziamo quando tocca qualcuno lontano da noi”.
“Non in mio nome”, ripete Annie, attivista australiana anche lei parte della flotta, “come persona ebrea mi sento responsabile per ciò che viene fatto in mio nome quando, in realtà, non ho nulla a che fare con tutto questo. Non sono sionista, non credo nel governo israeliano. Mi vergogno e non sostengo quello che sta facendo lo stato di Israele”.
Sam, invece, è un attivista aborigeno: “Sono qui in Italia per unirmi alla Flotilla per Gaza. In quanto aborigeno, il mio popolo ha vissuto il genocidio e la colonizzazione. Eravamo 3 milioni di persone prima della colonizzazione e ora siamo meno di un milione. Quindi, quando vedo ciò che accade a Gaza, riconosco un genocidio e mi si spezza il cuore. Spero di poter fare qualcosa per cambiare le cose, per rompere l’assedio, consegnare aiuti e avere un impatto sul movimento globale, ispirando più persone ad agire”.
Le imbarcazioni partiranno, con ogni probabilità, domenica da Augusta dopo un evento di lancio da Siracusa e il ricongiungimento con quelle arrivate da Barcellona.
Intanto in Italia procede la causa che accusa Israele di aver perpetrato torture contro gli attivisti italiani arrestati in acque internazionali lo corso ottobre.
“Per ora abbiamo sporto denuncia verso ignoti perché in Italia i reati sono perseguibili nei confronti della persona che li ha commessi. Poi che ci sia una responsabilità politica, quello è diverso. Ma dovremmo cooperare con Israele, per risalire a chi ha dato gli ordini e chi li ha eseguiti”, spiegano Tatiana Montella e Patrizia Corpina, avvocate del movimento che seguiranno gli attivisti anche questa volta.
In coordinazione con la missione via mare, un convoglio via terra di cui faranno parte una ventina di italiani per un totale di mille attivisti da tutto il mondo, partirà da Tripoli, in Libia, per provare a raggiungere Rafah attraverso il Sinai di Al SIsi.
(da Fanpage)
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