Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
PERCHE’ CI CONVIENE NAZIONALIZZARLA
L’arcivescovo di Taranto, Ciro Miniero, lo ha detto senza filtri: dopo tanti sacrifici e nessun
risultato tenere aperta quella che fu la più grande acciaieria d’Europa non conviene più. E a Taranto ne sono certi in tanti. Allo stato attuale, l’ex Ilva ogni giorno apre i battenti per perdere non meno di un milione, e nelle stime più ottimistiche, la perdita mensile si aggira sui 40 milioni di euro; in quelle più pessimistiche, evidenziate dal presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, nell’audizione al Senato dello scorso dicembre, oscilla tra gli 80 e i 100 milioni al mese. Una situazione che va avanti dal 2012, quando si è chiusa l’era della famiglia Riva con il primo sequestro preventivo dello stabilimento di Taranto disposto dal Gip per gravi violazioni ambientali. Da allora lo Stato si è fatto carico di costi ingentissimi. La prima amministrazione straordinaria risale a gennaio 2015 e dura fino al 2017, quando l’ex Ilva viene assegnata ad ArcelorMittal; dal 2021 al 2024 lo Stato ha poi cogestito l’acciaieria attraverso la partecipazione minoritaria (38%) di Invitalia al fianco di ArcelorMittal in quella che è diventata, dopo l’ingresso del socio pubblico, Acciaierie d’Italia; nel marzo 2024, con l’addio di Arcelor arriva l’amministrazione anche per Adi. Adesso sia Ilva che Acciaierie d’Italia – quindi sia la società proprietaria degli impianti che quella che li gestisce – sono commissariate dallo Stato. Quanto denaro pubblico è stato speso in questi 14 anni?
I costi per lo Stato
Il costo per i contribuenti italiani arriva dalle risposte date dalla sottosegretaria al ministero delle Imprese Fausta Bergamotto all’interpellanza del 24 gennaio 2025. I finanziamenti statali erogati durante la prima amministrazione straordinaria ammontano a circa 600 milioni, a cui vanno aggiunte le «risorse statali utilizzate per l’ingresso di Invitalia nel capitale sociale della società AM InvestCo Italy, con un aumento di capitale sottoscritto e versato, nell’aprile 2021, pari a 400 milioni – da quando ArcelorMittal ha cambiato la denominazione sociale in Acciaierie d’Italia – e, ancora, per il finanziamento soci disposto da Invitalia ad Adi nel 2023 per 680 milioni». Poi c’è il finanziamento ponte disposto a favore di Adi nel 2024 per 320 milioni di euro, quindi lo stanziamento deliberato dal Consiglio dei ministri
il 23 gennaio 2025 di ulteriori 250 milioni ad Acciaierie d’Italia per garantire la continuità produttiva. Da quella interpellanza si sono poi aggiunti altri 200 milioni concessi a luglio 2025 con il decreto legge 92, e i 149 milioni approvati a gennaio scorso per consentire la prosecuzione dell’attività nel caso in cui la cessione aziendale a terzi non fosse avvenuta entro il 30 gennaio 2026. E così è stato. Totale: 2,6 miliardi di euro di pura liquidità.
Cassa integrazione, commissari e prestiti
Ma sono soldi pubblici anche quelli utilizzati per la cassa integrazione: Assonime li stima in 750 milioni, ai quali aggiungerne altri 250 fra finanziamento Sace e contributo a fondo perduto per la tutela dell’indotto del 2024. Poi ci sono i circa 10 milioni di euro di compensi per i commissari che si sono alternati in Ilva e Adi, nonché i costi delle consulenze, che solo per gli incarichi stipulati tra marzo e maggio del 2024 da AdI in amministrazione straordinaria, ammontano a 3,5 milioni di euro. Da ultimo i 390 milioni autorizzati dalla Commissione europea a febbraio 2026, ai sensi delle norme Ue sugli aiuti di Stato, per un prestito cosiddetto di salvataggio. A patto, però, che venga firmato il contratto di vendita, poiché le nuove risorse serviranno a garantire la continuità operativa fino al trasferimento delle attività al nuovo operatore, nonché a coprire il pagamento di fornitori e salari. Alla fine, quindi, mantenere in vita l’Ilva è costato all’incirca 4 miliardi di euro.
Cosa è successo con ArcelorMittal
È più o meno la stessa somma messa sul tavolo nel 2017 dalla cordata Am Investco, capeggiata dal più grande produttore di acciaio mondiale ArcelorMittal: il colossofranco-indianosi aggiudicò la prima gara per la cessione dell’ex Ilva con una offerta da 1,8 miliardi, impegnandosi a investirne 2,4 miliardi su un periodo di sette anni, di cui 1,1 in risanamento ambientale. E in effetti con la copertura dei parchi minerari, all’Ilva di Taranto fu realizzata la più grande opera di tutela della salute dei cittadini nell’adiacente quartiere Tamburi. L’era di ArcelorMittal però dura fino al 3 novembre del 2019, quando viene annullata la cosiddetta immunità penale sul pregresso, voluta nel 2015 dall’allora ministro dello sviluppo Carlo Calenda. Il decreto esonerava i commissari e il futuro acquirente dalle richieste di risarcimento danni dovute all’inquinamento preesistente, a condizione di implementare le bonifiche. Ma quando a Calenda subentra Luigi Di Maio questo «scudo» viene cancellato, e a quel punto ArcelorMittal recede dal contratto. In realtà il colosso franco-indiano resta fino al 2024, con una convivenza mai proficua con il socio pubblico (Invitalia) che nel frattempo era subentrato nella Newco Acciaierie d’Italia.
Le occasioni perdute
Sono gli anni post Covid e il mercato dell’acciaio vola, ma l’ex Ilva non riesce a cavalcarli. Poi la Russia invade l’Ucraina e i costi dell’energia schizzano mettendo alle strette il settore siderurgico. In questo contesto lo scontro tra il socio pubblico e i franco-indiani si inasprisce: a febbraio 2024 Arcelor se ne va e ritorna un nuovo commissariamento. Si finisce presto in tribunale. Da una parte i commissari Giovanni Fiori, Giancarlo Quaranta e Davide Tabarelli avviano un’azione di responsabilità con una richiesta di risarcimento danni da 7 miliardi di euro perché, secondo loro, ArcelorMittal sarebbe stata gestita da «una governance parallela» che ha nascosto il dissesto; dall’altra gli indiani respingono ogni addebito, accusando a loro volta il governo italiano di aver eliminato lo scudo penale determinando così il recesso di ArcelorMittal per le mutate condizioni.
Le trattative che saltano
Ora lo Stato ha fretta di liberarsi dell’eredità della vecchia Italsider che, come abbiamo visto, oltre a perdere più di un milione al giorno, porta in pancia anche debiti per oltre 10 miliardi di euro secondo l’analisi del Sole24ore. Nel marzo 2025, gli azeri di Baku Steel erano a un passo dall’ex Ilva, ma dopo aver superato la concorrenza degli indiani di Jindal, fanno marcia indietro in seguito all’incendio dell’Altoforno 1, il conseguente sequestro disposto dalla Procura di Taranto, e il no del territorio alla nave rigassificatrice che avrebbe voluto nel porto di Taranto. A settembre 2025 irrompe sulla scena il Gruppo Flacks con altri 9 potenziali acquirenti che presentano offerte e poi via via si ritirano o si squagliano. In campo, selezionato dai commissari straordinari, resta solo lui, Michael Flacks, cittadino inglese residente a Miami, dove ha il centro dei suoi affari. Ma quali affari? Ha la caratura per essere interlocutore di un governo?
Chi è Michael Flacks
Flacks Group non è un fondo americano con grandi capitali da investire, non gestisce grandi aziende industriali. Gli azionisti sono lui, Michael Aubrey Flacks, 58 anni, e la moglie, Deborah Rhonda Flacks, 63. Il loro family office ha proprietà immobiliari rilevanti, acquista aziende medio piccole da risanare, nessuna
esperienza nella gestione di grandi gruppi e tantomeno della complessità dell’ex Ilva. Tuttavia riesce a convincere i commissari. Se si entra nel portafoglio di Flacks Group, si vede che nel 2022 acquistò una storica azienda americana di vernici (Kelly Moore Paints) da 400 milioni di fatturato e 1.200 dipendenti. Ebbene, l’azienda ha chiuso per sempre dopo poco più di un anno. Sul sito di Flacks Group il progetto Kelly-Moore Paints è sotto il titolo «I nostri recenti successi». Flacks Group non fornisce bilanci: nulla su ricavi, utili, perdite, debiti, dipendenti ecc. Ripieghiamo sulla «Flacks Group Brochure», il documento ufficiale che fotografa le attività. La versione dello scorso agosto indicava in oltre 4 miliardi di dollari il valore degli asset gestiti e 500 milioni la quota che Flacks è disposto a investire di tasca propria. Al 31 dicembre 2025 i 4 miliardi di asset diventano 5. Qualche giorno dopo, con il negoziato sull’ex Ilva caldissimo, il patrimonio lievita miracolosamente a 7 miliardi, ma non risultano nuove acquisizioni, investimenti o plusvalenze miliardarie. Però se ti siedi a un tavolo con un governo dichiarare 7 miliardi di asset invece di 4 fa più effetto. L’offerta di acquisizione è di zero euro, con la promessa di 5 miliardi di investimenti. Nell’ultimo incontro a Palazzo Chigi dello scorso 5 marzo il commissario Fiori: «Stiamo analizzando con estrema attenzione il piano presentato da Flacks. Riteniamo doveroso approfondire le garanzie sui fondi necessari per il proseguimento degli investimenti, che riguardano cifre molto rilevanti». E le prime risposte date dal fondo americano – che dal punto di vista industriale vorrebbe coinvolgere gli ucraini di Metinvest e Danieli – non avrebbero soddisfatto. Del resto l’atterraggio in Italia dell’ufo Flacks sembra avere i contorni dell’azzardo: un finanziere-immobiliarista con poche finanze che fiuta i business dello spezzatino industriale e della speculazione immobiliare.
Il ritorno di Jindal
Lo scorso 11 marzo, poi, è arrivata la manifestazione d’interesse del gruppo indiano Jindal Steel di Naveen Jindal — fratello di Sajjan Jindal di Jsw group che ha investito a Piombino (rinnovando da poco la cassa integrazione per 1.300 lavoratori. Lo schema delineato da Jindal prevedrebbe dal 2030 un solo forno elettrico, da 2 milioni di tonnellate di acciaio, mentre 4 milioni di tonnellate di semilavorati arriveranno dagli impianti di Jindal in Oman. In sostanza il piano degli indiani prevede un’Ilva dimezzata, con conseguenti ripercussioni sull’occupazione: i posti di lavoro passerebbero da 10 mila a 4 mila. Del resto, anche il ritorno
d’interesse per Taranto discende dal complicarsi della trattativa per Thyssenkrupp, arenatasi dopo la richiesta di Jindal di ulteriori riduzioni dei costi con il taglio tra i 2 mila e i 3 mila posti di lavoro. Quanto agli aspetti economici, sembra difficile che Jindal possa riconfermare l’offerta dello scorso anno di circa 600 milioni di euro (ricordiamo che Flacks ha offerto un euro); mentre per quel che riguarda gli investimenti, ai 5 miliardi promessi da Flacks, gli indiani rispondono con 1,5 miliardi. La scelta dei commissari, con due offerte al ribasso, non sarà facile. Per i sindacati è invece facilissima: né gli uni, né gli altri, ma il ritorno dello Stato.
Il countdown di 5 mesi
Nelle scorse settimane è poi arrivato un altro provvedimento che ha complicato ancor più la vendita: il Tribunale di Milano si è espresso sul ricorso presentato tempo fa da 11 cittadini di Taranto per ragioni ambientali e sanitarie e ha disposto che l’ex Ilva dovrà sospendere l’attività produttiva dell’area a caldo dal 24 agosto se non adeguerà l’Autorizzazione integrata ambientale. Dunque la chiusura dell’Ilva non è mai stata così vicina. E costerà anche più di quanto già non sia stato speso dai contribuenti per tenerla aperta dal 2012 ad oggi, considerando i circa 10 mila lavoratori da mantenere in cassa integrazione a vita e il costo delle bonifiche di almeno 4-5 miliardi di euro.
E se alla fine – in mancanza di un acquirente ideale che non c’è – la soluzione fosse proprio il ritorno alle origini con la nazionalizzazione? Forse non hanno torto i sindacati quando chiedono di destinare i soldi pubblici alla tutela del lavoro e della salute con l’adeguamento degli impianti, per tornare a produrre in casa quell’acciaio di cui tanto abbiamo bisogno. Certo, il governo dovrebbe assumersi la responsabilità di fare il proprio mestiere elaborando un vero piano industriale e garantire quella continuità di gestione che è mancata in questi 14 anni.
Michelangelo Borrillo, Milena Gabanelli e Mario Gerevini
(da corriere.it)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
I RAGAZZI SONO USCITI DALL’ASTENSIONISMO PER DIRE AL GOVERNO CHE LA SITUAZUONE E’ INTOLLERABILE
Qualche considerazione si può forse trarre dal recente referendum, che non si limiti soltanto a circostanze occasionali, errori tattici o di comunicazione. Certo la Destra del Sì non avrebbe potuto condurre una campagna più scriteriata. Forse sarebbe bastato l’allontanamento immediato di Nordio dopo la battuta sul Consiglio Superiore, in compagnia del suo sottosegretario, tanto innocente e ingenuo, poverino, da non verificare chi sia il padre della socia diciottenne, per decidere a favore dei Sì. Forse – perché non solo di errori nella propaganda e di generosa comprensione da parte della premier nei confronti di ingombranti sodali si è trattato. Fin dall’inizio della vicenda è una cultura della Destra a essere emersa, e questa non è piaciuta affatto a molti che pure avevano votato per la coalizione di governo e magari propensi al Sì sulla questione della divisione delle carriere. Come è concepibile trattare una riforma comunque di rilievo costituzionale con la presunzione di poterla imporre a scatola chiusa, senza un confronto parlamentare? Ancora peggio, molto peggio, che con Renzi, e del tutto al contrario di come, bene o male, questioni del genere si erano affrontate nella Prima Repubblica (ricordate Bicamerali varie?), quando nulla era stato prodotto, ma proprio per la ragione che nessun accordo trasversale si era trovato tra le maggiori forze politiche. Esisteva in quei lontani giorni ancora la consapevolezza che una riforma costituzionale non è una legge qualsiasi, che per esprimerla occorre una intesa costituente. I fallimenti di allora testimoniavano almeno di una cultura politica che sembra oggi del tutto in rovina.
È certo comunque che il risultato del referendum dipende in minima parte dal merito del quesito proposto. Prima di tutto per la semplicissima ragione che spacciare il contenuto della riforma come un intervento decisivo per l’amministrazione della Giustizia, come una riforma di sistema, costituiva una menzogna così macroscopica da non poter ingannare nessuno. Motivi di ordine propriamente “tecnico” potevano perciò spingere al voto ben poche persone. Certo, come si è detto, contava dare un segnale di alto là agli sgangherati e ripetuti tentativi di dar mano alla Costituzione a pezzi e bocconi. Ma tutto questo non basterebbe a spiegare l’imprevista “uscita” dall’astensione dei giovani e il voto del Mezzogiorno. Le ragioni dei due fenomeni sono diverse, ma forse anche concomitanti. Non stiamo, per carità, a elucubrare sulla rinascita di movimenti giovanili, intorno a nostalgie (o paure) sessantottine. È certo però che questo ogni giorno di più è un Paese per vecchi, da dove migliaia di giovani partono ogni anno, dove anche i più qualificati sono costretti a lavori precari e sottopagati, dove è ancora la famiglia a fungere da “Stato sociale minimo”. Il referendum ha rappresentato l’occasione propizia per dire che la situazione si fa intollerabile. Credo sarebbe stato lo stesso con qualsiasi governo incapace di affrontarla. L’altro motivo del voto giovanile è la guerra, e questo sì è rivolto proprio contro la Meloni. Stupiti? Ma quando mai l’impegno politico dei giovani non si è fondato soprattutto sulle grandi questioni internazionali! Sono queste che comportano le decisioni etiche di fondo, la propria collocazione nei conflitti sociali. La politica estera di questo governo contrasta con la volontà della stragrande maggioranza dei giovani. Che vogliono trattativa, politica, diplomazia, che detestano il diritto del più forte. Illusi? Irenisti? Anime belle? Può essere – ma allora ci si rassegni a rinunciare al loro consenso.
Anche per il Mezzogiorno il voto dipende in misura minima dal quesito referendario. Anche qui è la situazione sociale ed economica complessiva che lo determina. Forse è ancora possibile nelle regioni del Nord continuare a ripetere la leggenda che il Paese va bene, che il governo sta risanando industria e finanze, ma la fantastica narrazione non può più funzionare per la Sicilia o la Calabria. Se viene meno il voto di scambio – come certamente è accaduto in questa occasione (nessun “potere forte” era minimamente interessato a divisione delle carriere e compagnia) – i consensi alla Destra al potere corrono rischi mortali. Il campanello d’allarme per la Meloni ha nel Mezzogiorno un significato più strategico ancora che per la questione giovanile. Due dimensioni diverse e complementari per la sua agenda, tutte da affrontare con decisione se non vuole perdere alle prossime politiche.
O se non vuole, per vincerle, affidarsi soltanto a contraddizioni e limiti dell’avversario. Sembra che quest’ultimo faccia di tutto per accontentarla. Come si spiega altrimenti che la “comunicazione” dell’opposizione, dopo la vittoria del No, si concentri sul dilemma delle primarie?
Come è possibile che invece di discutere sulle scelte strategiche da compiere intorno a condizione giovanile, formazione, ricerca, Mezzogiorno, ci si perda a discettare sul modo di giungere alla designazione del candidato premier? Con ciò stesso, tra l’altro, ponendo in evidenza l’indubbio vantaggio della Destra, che già ce l’ha. Purtroppo questo comportamento, che di per sé sarebbe soltanto risibile, nasconde (per modo di dire) il fatto che la coalizione di centro-sinistra non ha elaborato nessuna strategia comune su quei grandi problemi che hanno deciso lo stesso referendum, tra i quali vi è anche, certo, quello di una autentica riforma della Giustizia. E non potrà mai essere altrimenti, se si continua a fingere di poter affrontare la drammatica crescita delle disuguaglianze, il crollo di potere d’acquisto di salari e pensioni, la crisi complessiva dei servizi sociali, senza metter mano a incisive politiche fiscali sui profitti e redditi più alti, senza colpire seriamente l’evasione. Idem per la politica estera. Se si vogliono i voti dei giovani, è essenziale voltar pagina, comprendere che non si può essere una volta con la Von der Leyen e un’altra coi palestinesi. Né si possono continuare ad avere dentro la stessa coalizione voci del tutto dissonanti sulle tragedie che attraversiamo. Ma come costruire un programma politico del centro-sinistra, così capace anche di sfruttare le macroscopiche contraddizioni del governo Meloni, se nessuno dei partiti che lo compongono ormai da decenni dà vita a un vero, serio congresso? Se da più di una generazione la sua classe dirigente si forma attraverso cooptazioni e giochi di puro vertice? Il referendum dice che il centro-sinistra potrebbe vincere. Ma, al momento, nonostante sé stesso.
Massimo Cacciari
(da La Stampa)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
SPRINT SULLA RIFORMA DEL ROSATELLUM, DOMANI IL VIA IN COMMISSIONE
«Il Turismo? Non è mica il Viminale», confida Giorgia Meloni ad alleati e dirigenti di FdI
che le chiedono con chi sarà rimpiazzata Daniela Santanchè. Per la premier è un modo per prendere tempo, anche se per poco: una decisione non è attesa oggi, ma nei prossimi giorni sì.
La verità è che la presidente del Consiglio deve ancora capire quale strada imboccare. Un pezzo di partito spinge per il voto anticipato. La leader ne ha discusso venerdì nella cena con Matteo Salvini e Antonio Tajani. L’orizzonte principale, per questo scenario, non sarebbe l’estate: difficile da motivare, con una guerra di mezzo, e Meloni smentirebbe se stessa, visto che per tutta la campagna referendaria ha giurato che non si sarebbe dimessa.
La prospettiva di cui sono stati messi a parte i leader di FI e Lega è l’autunno, ottobre, con la controindicazione però, in caso di pareggio, di dover approntare comunque una finanziaria complicata.
Con il voto in autunno il governo potrebbe nominare, tra aprile e maggio, i vertici delle partecipate. E ci sarebbe il tempo per approvare la legge elettorale, che domani sarà incardinata in commissione a Montecitorio. La premier con i soci di maggioranza è stata chiara: va licenziata alla svelta, senza bizze. FI è già convinta,
Salvini avrebbe dato il suo benestare, ma deve tenere in conto i malumori al Nord, dove preferiscono gli uninominali. La tentazione, nel giro della presidente del Consiglio, è un ultimo appello all’opposizione. Magari sulle preferenze, care a Elly Schlein e Giuseppe Conte.
Il tema voto anticipato comunque è sul piatto. Salvini oggi riunirà la segreteria della Lega a via Bellerio. Si parlerà anche di questa prospettiva. Antonio Tajani vedrà nel fine settimana Marina Berlusconi, dopo le tensioni in FI.
A Palazzo Chigi, al momento, la chiamata alle urne, caldeggiata da big come Ignazio La Russa, non è l’opzione numero uno. La prima idea è un tentativo di rilancio, dopo la débâcle del referendum. Così si spiega anche il post della premier ieri, sul decreto sicurezza che «funziona», con tanto di promessa: «È in questa direzione che il governo continuerà a muoversi, più sicurezza e più tutele per chi vuole manifestare pacificamente».
L’agenda istituzionale di Meloni questa settimana è libera. Quella ufficiosa, è una batteria di riunioni. FdI è una pentola a pressione: c’è chi non disdegna l’idea di cedere il Turismo al leghista Luca Zaia, mentre altri, in testa Fazzolari, non vorrebbero lasciare il dicastero al Carroccio e spingono per un meloniano del Meridione. Esempio? Nello Musumeci.
Pure FI non apprezza l’idea Zaia, anche perché perderebbe peso nell’esecutivo rispetto agli ex lumbard. C’è anche questa ipotesi, che la premier valuterebbe: spostare Adolfo Urso dalle Imprese al Turismo, per cambiare mano nei rapporti, ormai tribolati, con l’industria. Ma Urso non vuole. E il Carroccio, in questa fase, non vuole le Imprese
. Sia Francesco Lollobrigida che Marcello Gemmato ieri hanno escluso rimpasti. Deve esprimersi il Quirinale, che potrebbe non accettare un giro più largo di avvicendamenti senza un voto alle Camere e dunque senza un “Meloni bis”. Al limite, secondo fonti parlamentari, il Colle potrebbe avallare un nuovo ministro e lo spostamento di un nome già nell’esecutivo ad altro incarico. Stop. Anche ieri il capo dello Stato ha raccomandato senso di responsabilità «all’intera comunità nazionale». Per il posto da sottosegretario alla Giustizia lasciato da Andrea Delmastro, circolano i nomi di Sara Kelany e Carolina Varchi. Ad Annalisa Imparato, pm per il sì, potrebbe essere invece affidata la direzione di un dipartimento.
(da Repubblica)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
I CATTIVI MAESTRI RAZZISTI PRODUCONO MOSTRI… IL MITO DELLA RAZZA ARIANA , TRA TESCHI E SVASTICHE
Come un videogioco. Le prove dell’azione, il percorso, l’ingresso con la mitraglietta in mano, l’assalto, la strage. Così avrebbe voluto sterminare chissà quanti ragazzi del liceo artistico di Pescara il diciassettenne pescarese arrestato questa mattina dai carabinieri del Ros in provincia di Perugia, dove abita.
Teschi e svastiche, Eric Harris e Dylan Klebold “hero”, così vengono definiti i due studenti che nel 1999 misero a segno il massacro alla Columbine High school negli Stati Uniti. Nel pc e a casa del giovane arrestato gli investigatori hanno trovato
materiale altamente sensibile e le prove inoppugnabili della sua fascinazione per la “Werwolf Division”, il gruppo Telegram di cultori della razza ariana.
E’ un’operazione antiterrorismo di più ampio respiro quella condotta dai carabinieri in quattro regioni, Abruzzo, Emilia Romagna, Umbria e Toscana e che parte dalle ceneri di un’inchiesta condotta dalla Dda di Brescia sin dal 2015. Il nome del diciassettenne arrestato questa mattina su richiesta del procuratore dei minori dell’Aquila David Mancini viene fuori lì la prima volta.
Altri sette i minorenni indagati per i delitti di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa, oltre che di detenzione di materiale con finalità di terrorismo. L’attività investigativa, coordinata dalla Procura Minorile di dell’Aquila, ha permesso di contestare al giovane il reperimento e la diffusione di manuali contenenti istruzioni dettagliate per la fabbricazione di congegni bellici e armi da fuoco.
Tra il materiale sequestrato figurano documenti contenenti indicazioni tecniche su sostanze chimiche e batteriologiche pericolose, nonché vademecum dedicati al sabotaggio di servizi pubblici essenziali, il tutto inserito in una chiara cornice di finalità terroristica. Nello specifico, appaiono assumere un profilo di rilevante pericolosità le informazioni detenute in ordine al reperimento di armi, alla loro fabbricazione con tecnologia 3D e alla preparazione del Tatp (perossido di acetone), sostanza nota per l’estrema facilità di sintesi e già impiegata nelle stragi di Bruxelles e Parigi, soprannominata la ‘”madre di Satana”Le indagini hanno anche documentato i contatti tra il minore e il vertice del gruppo Telegram denominato “Werwolf Division”, incentrato su contenuti e narrazioni legati alla supposta superiorità della “razza ariana”, nonché sulla costante glorificazione di mass shooters quali Brenton Tarrant, autore degli attentati alle moschee di Christchurch avvenuti il 15 marzo 2019, e Anders Behring Breivik, autore degli attentati avvenuti a Oslo e Utoya il 22 novembre 2011, elevati a “santi” per incentivare l’emulazione.
È emerso inoltre l’esplicito intento di compiere una strage scolastica ispirata alla Columbine High School (20 aprile 1999), seguita dal proprio suicidio.
Sette perquisizioni di locali, personali e informatiche sono state effettuate nei confronti di altrettanti minorenni nelle provincie di Teramo, Perugia, Pescara,
Bologna e Arezzo. Gli stessi sono indagati in quanto ritenuti autori di condotte inquadrabili.
Tutti i minori erano inseriti in un ecosistema virtuale transnazionale, composto da gruppi e canali social di matrice neonazista, accelerazionista e suprematista. L’indagine, avviata nel mese di ottobre 2025 dalla sezione anticrimine dell’Aquila, è stata originata dalla pregressa attività antiterrorismo conclusa nel luglio 2025 dalla sezione anticrimine carabinieri di Brescia e coordinata dalla direzione distrettuale antimafia e antiterrorismo di quel capoluogo, nell’ambito della quale venne perquisito anche il minore coinvolto nell’esecuzione della misura cautelare.
(da agenzie)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
CE NE SONO ALTRE QUATTRO IN FRANCIA, MA ANCHE A LONDRA, BARCELLONA, LA PAZ, CITTA’ DEL MESSICO
Si chiama Câble C1, si trova nella regione di Parigi, è la più lunga della Francia ed è stata
inaugurata a dicembre. Stiamo parlando della teleferica che collega la stazione di Pointe-du-Lac, a Créteil, alla stazione di Villa-Nova, a Villeneuve-Saint-Georges, nella Valle della Marna. L’impianto, che non ha fini turistici, è stato pensato per ampliare l’offerta di trasporto pubblico presente nell’Île-de-France. A beneficiarne saranno i pendolari della regione che conta quasi 12 milioni di abitanti.
Nel dettaglio, il Câble C1 ha l’obiettivo di collegare gli abitanti dei banlieue del sud-est parigino alla rete di trasporti pubblici. La linea 8 della metropolitana di Parigi, che serve stazioni come Bastille, Opéra e Invalides, attualmente termina a Créteil (92.000 abitanti). Per anni, gli urbanisti hanno cercato di estendere questa linea fino alla periferia, ma hanno fallito a causa dell’elevata densità edilizia e dei costi associati alla costruzione di gallerie. Da qui l’idea di una linea costruita sopra la città. Una boccata d’ossigeno per gli abitanti di alcune delle zone servite dalla nuova opera, che fino ad oggi erano tra i più svantaggiati e isolati dell’area metropolitana della Grande Parigi.
105 sono le cabine che compongono la teleferica ognuna delle quali ha una capienza di 10 posti e permette di trasportare anche biciclette, passeggini e persone in sedia a rotelle. Circa 11.000 i passeggeri che si stima possano utilizzare ogni giorno il Câble C1, e la capacità potrà essere eventualmente aumentata se necessario. 4,5 sono invece i chilometri coperti dall’impianto. Con una velocità di 6 metri al secondo (21,6 chilometri all’ora), il viaggio dura circa 18 minuti, rispetto
agli almeno 35 minuti che impiega l’autobus 428 per collegare Créteil a Villeneuve-Saint-Georges.
Il costo dell’opera, cabine comprese, è di 138 milioni di euro (poco più di 128 milioni di franchi). Una cifra, questa, che supera di poco la stima iniziale di 132 milioni di euro.
L’idea di creare una teleferica che collegasse la periferia parigina venne, alla metà degli anni Duemila, a Joseph Rossignol (Front de gauche). Come spiega Le Monde, l’allora sindaco di Limeil-Brévannes, nella regione della Valle della Marna, stava viaggiando con il suo pick-up e la sua tenda quando si fermò a Costanza, una località balneare in Romania. Nel 2004, era stata inaugurata una linea di trasporto piuttosto insolita per portare i turisti in spiaggia: una teleferica. Ecco allora l’illuminazione: perché non riproporre qualcosa di analogo sull’Île-de-France? Da quel momento è partito un percorso in salita in quanto è stato necessario convincere le persone, perfezionare il percorso, negoziare i diritti di sorvolo, adeguare la legge e garantire la sopravvivenza del progetto nonostante i cambiamenti elettorali.
Quella di Parigi, ad ogni modo, non è l’unica teleferica urbana al mondo. Solo in Francia, se ne contano altre quattro: a Brest, a Saint-Denis de La Réunion, a Tolosa e ad Ajaccio. Ce ne sono poi anche a Londra, Barcellona, La Paz, Città del Messico e Medellín.
(da agenzie)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
CE NE SONO GIA’ 80 NEL MONDO…COSTA UN QUARTO DEL DEVASTANTE SKYMETRO PREVISTO DAI SOVRANISTI, NON INQUINA E LANCIA IL MODELLO GENOVA DI SILVIA SALIS
Lungo la Valbisagno impossibile territorio per far passare rapidamente auto, camion, autobus, figuriamoci una pesante metropolitana con pesanti binari, detto Skymetro, a rumoreggiare tra le case dove si cucinano frittate e minestroni, volerà una funivia, su pali da venti e trenta metri, con cabine da dieci passeggeri. Lassù, leggera e sobria, partirà dai binari di Brignole, ondeggerà lievemente sul ponte di Sant’Agata, costeggerà corso Galliera per passare dallo stadio, da Staglieno, fino a Molassana.
La narrazione della sindaca Silvia Salis e del professor Coppola, il capo progetto del Politecnico di Milano, mi ha convinto. Quella che ci hanno raccontato ieri in diretta a Primocanale credo sia l’ultima “chance” praticabile per dare un sollievo alla bella vallata, dopo che era stata sfiorata, si fa per dire, dalla minaccia di un treno per aria che sfrecciava velocissimo e dove non passava si buttava giù l’ostacolo anche si fosse trattato di una scuola.
Non ci sono altre possibilità ha spiegato il professore. Il bus deve andare solo in corsie riservate. Dove? Lì non ce ne sono più. Il tram su rotaie. Ma dove potrebbero passare senza inceppare nel traffico? Dunque largo alla funivia, tutta da verificare con gli abitanti, i municipi e le associazioni, strada per strada, casa per casa. Con otto stazioni che si raggiungeranno con le scale mobili, una cabina ogni trenta secondi, una dimensione meno impattante dello Skymetro, con meno ambizioni di
quantità e velocità di trasporto perché, ha sottolineato il professor Coppola, non ci sono da portare quattromila passeggeri entro un tempo determinato, ma al massimo milleseicento. Insomma, spiega il tecnico, basta così. E costerebbe anche meno del progetto Skymetro.
Ma quello che più mi piace del progetto è quello che ha anticipato la sindaca e cioè che la funivia sarà una “terapia rigenerante” per tutta la vallata, bella bellissima nelle sua origini, ricca di paesaggi e di storia, di arte e di tradizioni, ma massacrata dai servizi che nessuno voleva. Dallo stadio alla Volpara, dai depositi dell’Uite-Amt al carcere. E mi fermo qui.
La sindaca vuole utilizzare la funivia come motore di rilancio perché no? anche turistico. Penso subito allo splendore di Staglieno, ma anche al percorso sportivo del fantastico acquedotto storico, su quei ponti strabilianti, sotto i forti, lungo la ferrovia di Casella, verso la chiesa magnifica di San Siro di Struppa.
L’abbiamo raccontata nel docufilm “Salir” questa nostra vallata. Vittorio Gassman nasceva in via Benedetto da Porto, tra gli orti sotto l’acquedotto, lassù a Bavari Perin del Vaga dipingeva una splendida pala d’altare oggi al Diocesano, più sotto verso Quezzi a vedere il Biscione geniale idea del grande architetto Luigi Carlo Daneri frutto del piano casa di Amintore Fanfani, e poi la “città capovolta” amata e raccontata da Pippo Marcenaro dove andò a riposare Giuseppe Mazzini e poco più in là anche il poeta Fabrizio De André. Tutto senza alcuna emissione nociva.
Immagino che ci andrei subito su quella funivia. Avanti e indietro. Come quella inaugurata a Parigi un anno fa, tra l’Ile de France e Creteil.
Coppola ipotizza anche “ramificazioni” di altri collegamenti ai lati del fiume, utili per tanti borghi belli e oggi sofferenti, da San Pantaleo a Aggio, da Sant’Eusebio a Fontanegli. E la sindaca aggiunge anche verso la Sciorba l’idea di una casa per gli studenti, e liberando in corso Galliera lo spazio per una passeggiata.
Ora il confronto con l’opposizione, il dibattito. Ora largo ai No e ai mugugni. “Eh ghe manca a funivia cumme a Cogne, che maniman ti sèèè…”. Unico possibile intoppo serio? Il vento. Che non sia per favore come quello di pochi giorni fa. Che non superi i settanta all’ora. Ah, dimenticavo, una nota doverosa: dieci anni fa l’idea della cabinovia lungo il Bisagno l’aveva proposta e progettata un raffinato architetto genovese, Cristoforo Bozano.
Mario Paternostro
(da Primocanale)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
LE NUOVE GENERAZIONI NON PRESTANO ATTENZIONE AI TRADIZIONALI BRAND DI INFORMAZIONE E PREFERISCONO I SINGOLI CREATOR
Instagram, YouTube e TikTok sono le piattaforme utilizzate dai più giovani per informarsi.
In dieci anni si è stravolta la loro dieta mediatica, che comprende anche l’intelligenza artificiale. Molti si sentono poco rappresentati dal sistema dell’informazione. Sono i dati che emergono dal rapporto del Reuters Institute dal titolo ‘How young people get their news’. “Una delle sfide più urgenti dell’industria dell’informazione è il cambiamento del comportamento del pubblico più giovane”, sottolinea l’analisi.
Il rapporto è stato redatto sulla base di una indagine in nove paesi (Regno Unito, Usa, Francia, Germania, Danimarca, Italia, Spagna, Giappone e Brasile) e su un campione di 18-24enni, i ‘nativi social’. È emerso che quattro piattaforme più visuali sono ora popolari in questa fascia d’età per leggere le notizie: Instagram (30%), YouTube (23%), TikTok (22%) e X (20%). Facebook è passato dal 53% al 16% negli ultimi nove anni
Sui social i più giovani affermano di prestare maggiore attenzione ai singoli creators (51%) piuttosto che ai tradizionali brand di informazione (39%). Circa due terzi (64%) legge notizie quotidianamente ma più in maniera casuale che intenzionale: solo il 14% dei giovani tra i 18 e i 24 anni afferma che il modo principale per accedere alle notizie è andare direttamente su un sito o un’app di notizie, molto meno che attraverso i social (40%) o i motori di ricerca (26%). Circa il 15% usa l’intelligenza artificiale per accedere alle news settimanalmente rispetto al 3% degli intervistati degli ‘over 55’. E il 31% pensa che la fascia d’età a cui appartiene non sia sufficientemente coperta dai media.
(da agenzie)
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Marzo 29th, 2026 Riccardo Fucile
I CONSERVATORI AMERICANI SI SENTONO TRADITI DAL COATTO DELLA CASA BIANCA, CHE AVEVA PROMESSO DI PORRE FINE ALLE GUERRE INFINITE IN MEDIORIENTE… LA SITUAZIONE POTREBBE PEGGIORARE: SE SCORRERÀ SANGUE AMERICANO IN IRAN, SARANNO CAZZI AMARI PER TRUMP ALLE MIDTERM DI NOVEMBRE
Il momento più imbarazzante, non l’unico per la verità, arriva a sorpresa nel mezzo del dibattito. Il capo della Conservative Political Action Conference, Matt Schalpp, domanda al pubblico: «Volete il terzo impeachment Trump?». E’ un esercizio retorico, per suscitare sdegno e mobilitare in vista delle midterm di novembre. La risposta però è sì, o quanto meno la reazione entusiastica suscita perplessità.
Allora Schlapp cerca la marcia indietro: «No, la risposta giusta non è questa. Proviamo di nuovo: quanti di voi vorrebbero vedere di nuovo l’impeachment?». Niente da fare. La gente ha capito, ma la reazione resta tiepida.
L’impressione palpabile nelle sale del Gaylord Resort di Grapevine, dove quest’anno Schalpp ha trasferito la riunione annuale della più potente lobby conservatrice negli Usa, è che qualcosa non quadra. Trump non è venuto, per la prima volta in dieci anni; la partecipazione è bassa, le perplessità abbondano. La prima riguarda l’Iran, attaccato dal presidente che si era candidato promettendo di smetterla con le guerre infinite in Medio Oriente.
Il suo ex consigliere Steve Bannon aveva avvertito che non bisognava attaccare l’Iran per fare un piacere a Israele. «Ora che ci siamo dentro – dice dal palco dove tiene il podcast War Room – dobbiamo vincere. Per riuscirci però è necessario chiarire obiettivi e strategia, soprattutto perché andiamo verso l’invio dei nostri figli a combattere. I genitori vogliono sapere come e perché». E qui scatta un altro episodio significativo
Dal palco i conduttori di War Room lanciano un sondaggio vocale improvvisato: «Abbiamo due ipotesi: bombardare e andarcene; o mandare i nostri ragazzi sul terreno per cambiare il regime. Chi favorisce la prima?». Urla di approvazione si alzano dal pubblico. «E chi favorisce la seconda?». Silenzio, quasi assoluto.
Allora Ahmed Aghoubi, spettatore avvolto nella bandiera dello scià, alza la voce: «Siete ignoranti. Questa non è una guerra, ma una missione per la libertà e dovreste appoggiarla. Il regime vuole distruggere l’America, per farlo cadere bisogna combattere a terra». Gli animi si scaldano e i conduttori chiedono: «Manderesti i tuoi figli a morire in Iran?». Ahmed urla: «Certo! Ci andrei pure io». Allora David Durbin, del Partito repubblicano locale, lo apostrofa: «”Ecco, bravo, allora vacci tu. Se gli iraniani vogliono cambiare il proprio governo, tocca a loro farlo».
Perplessità a parte, quando Reza Phalavi sale sul palco viene accolto dagli appalusi: «Combattiamo per tutti. Immaginate un Iran che invece di dire “morte all’America” dica “Dio benedica l’America”‘, amico di Israele. Bisogna allargare gli accordi di Abramo agli accordi di Ciro».
Il principe ereditario risponde a chi non vuole morire per il suo paese: «Gli iraniani hanno pagato con 40.000 morti la voglia di libertà, cambiare un tiranno con un altro non risolverà nulla. Dobbiamo finire il lavoro. Il colpo finale lo daranno gli iraniani, al momento giusto li inciterò ad insorgere».
Lui si candida alla guida, anche se Trump non si fida: «Milioni mi hanno chiesto di gestire la transizione e ho accettato. A voi chiediamo di creare le condizioni. Quest’anno si celebrano i 250 anni dell’indipendenza degli Usa, speriamo coincidano con la nostra indipendenza». L’impressione è che la guerra, sommata ai problemi economici che genera, rischia di diventare una frattura fra Trump e la base. «Non è questa – protesta Durbin – la ragione per cui lo abbiamo eletto», anche se Donald non ha l’ambizione dei neocon di esportare democrazia.
(da agenzie)
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Marzo 29th, 2026 Riccardo Fucile
E PER MARCARE IL SUO PERCORSO DI AVVICINAMENTO AL PD, AGGIUNGE UN ALTRO PAIO DI TASSELLI: SULLA DIFESA COMUNE (CHE “È ASSOLUTAMENTE NECESSARIA”) E SUL SUPERAMENTO DELL’UNANIMITÀ IN EUROPA (“DIVENTATA LO STRUMENTO PER CONCRETIZZARE UN’INERZIA TOTALE”)
Dopo averle evocate a urne del referendum ancora calde, ora Elly Schlein e Giuseppe Conte
sembrano frenare: «Prima il programma, poi le primarie». Ma si capisce che è una finzione. La schiacciante vittoria del no alla riforma della giustizia ha dato ufficialmente il via alla corsa per la leadership progressista che vale la candidatura a premier. Ambita in egual misura dai due maggiori azionisti della coalizione, per nulla intenzionati a cederla l’uno all’altra, e viceversa. Al punto da spingere, in particolare il capo del M5s, a ridurre le distanze sui temi risultati fin qui più divisivi.
Bastava ascoltare l’ex premier giallorosso alla convention organizzata da Riccardo Magi a Roma per valutare il tasso di fedeltà alla Ue degli alleati. «Il campo liberal-progressista deve essere un campo europeo» a partire da «cose per noi imprescindibili» come «il sostegno all’Ucraina, anche militare», precisa in apertura il segretario di +Europa.
«Se noi saremo al governo non verrà mai meno, perché la difesa dell’Ucraina è la difesa dell’Europa», ribadisce all’indirizzo di quanti, nel Movimento, hanno invocato lo stop all’invio di armi in caso di cambio della guardia a palazzo Chigi.
«Poniamo questa questione a tutti i leader del centrosinistra perché crediamo che debba essere un tratto unificante e distintivo», conclude Magi
Una chiamata esplicita a Conte. Che non si sottrae: anziché giocare a distinguersi, prova a correggere la rotta. Sorvola sui suoi no alle forniture militari, mai citati. E archivia ogni ambiguità sulle presunte simpatie per Mosca.
«Sul conflitto russo-ucraino abbiamo sensibilità diverse, ma ci sono dei passaggi che si devono modificare», premette l’avvocato per rivendicare un percorso di avvicinamento in realtà già avviato con «la risoluzione comune da me proposta in Parlamento», anche se poi sfumata, «in cui si riconosceva che l’aggressione russa va sanzionata. Di fronte a un allettante e conveniente prezzo del gas russo», scandisce in uno dei passaggi-chiave, «non lo dobbiamo acquistare fino a quando non ci sarà un trattato di pace».
Pace che non si può fare «senza l’Europa», puntualizza. «Lavoriamo per questa svolta negoziale, cerchiamo di difendere con le unghie e coi denti la popolazione ucraina, ma mettiamo fine al conflitto perché l’escalation militare non può durare all’infinito», insiste. E per far capire come la sua posizione sia simile a quella del Pd più di quanto si pensi, aggiunge pure un altro paio di tasselli: sulla difesa comune che «è assolutamente necessaria» e sul superamento dell’unanimità, «diventata lo strumento per concretizzare un’inerzia totale».
Soddisfatti i riformisti dem: «È positivo che oggi il leader 5S abbia fatto retromarcia e sconfessato i suoi che minacciavano la fine del sostegno all’Ucraina e l’apertura al gas russo», twitta Filippo Sensi. Ma di più lo è Schlein: in fondo, se Conte ha cambiato postura, se è diventato più conciliante sulla politica estera, lo si deve anche a lei e al suo partito, rimasti granitici sulla difesa di Kiev.
Prove tecniche d’intesa che non passano inosservate. «Bene la svolta di Conte sull’Europa, ora primarie», esorta il senatore renziano Enrico Borghi. Ma Ernesto Ruffini, il centrista già pronto alla sfida, avvisa: «Non devono diventare un talent show: prima serve un accordo su regole, apertura e visione di Paese»
(da agenzie)
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