Aprile 8th, 2026 Riccardo Fucile
DOPO IL CESSATE IL FUOCO TRA USA E IRAN, KIEV ESORTA TRUMP A RIPORTARE L’ATTENZIONE SUL CONFLITTO UCRAINO. IL MINISTRO DEGLI ESTERI, ANDRIY SYBIGA: “È GIUNTO IL MOMENTO DI UNA RISOLUTEZZA SUFFICIENTE A COSTRINGERE MOSCA A PORRE FINE ALLA GUERRA”
L’Ucraina esorta adesso gli stati Uniti, dopo il cessate il fuoco con l’Iran, a riportare l’attenzione sulla guerra in Ucraina. “Accogliamo con favore l’accordo tra il presidente Trump e il regime iraniano per sbloccare lo stretto di Hormuz e cessare il fuoco, così come gli sforzi di mediazione del Pakistan.Riteniamo che sia giunto il momento di una risolutezza sufficiente a costringere Mosca a cessare il fuoco e a porre fine alla guerra contro l’Ucraina”, ha scritto su X il ministro degli Esteri ucraino Andriy Sybiga.
È sempre più stallo sul fronte in Ucraina. L’arrivo della primavera per ora ha fallito nel restituire movimento e dinamismo al conflitto. L’attesa offensiva russa di primavera è iniziata con un paio di sanguinosi fallimenti, assalti compiuti da gruppi di mezzi corazzati immediatamente bloccati dai droni e dall’artiglieria di Kiev
Una situazione di stallo, anche se non completo, che però finisce ugualmente con il rafforzare la determinazione del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, deciso a non cedere alla richiesta russa di consegnare tutto il Donbass, richiesta che di fatto gode anche dell’appoggio della Casa Bianca, principale alleato di Kiev. Nelle interviste Zelensky continua a ribadire che la cessione di territori rimane «inaccettabile».
L’ultima avanzata russa riferita risale a ieri sera, quando il servizio di monitoraggio del conflitto Deep State, vicino alle forze armate ucraine, ha parlato di soldati di Mosca nei pressi del villaggio di Hryshyn, non lontano da Pokrovsk, la città del Donbass per cui i russi hanno combattuto per gran parte dell’ultimo anno e mezzo.
Nel frattempo, se in Donbass la situazione è di stallo, più a occidente sono gli ucraini ad avanzare. Nella regione di Zaporizhzhia, dove dal mese di febbraio gli ucraini stanno portando avanti contrattacchi sempre più incisivi, la situazione per i russi continua a peggiorare.
Le forze di Kiev, in particolare, si starebbero concentrando contro le punte avanzate delle linee russe, dove le truppe di Mosca sono arrivate a circa quindici chilometri dai sobborghi meridionali dell’importante città industriale di Zaporizhzhia.
Se le truppe di Kiev dovessero continuare ad avanzare in questo settore, avverte Rybar, i russi potrebbero trovarsi respinti alle posizioni che occupavano all’inizio del 2025, annullando nel giro di due mesi oltre un anno di avanzate costose in termini di personale e di mezzi perduti.
(da agenzie)
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Aprile 8th, 2026 Riccardo Fucile
COME È POSSIBILE CHE IL MINISTRO DELL’INTERNO NON SAPESSE CHI ERA DAVVERO LA SUA MUSA? NON SOLO DUBBI SUL CURRICULUM E SULLA LAUREA, LA PREZZEMOLONA CIOCIARA SI FACEVA ANCHE SELFIE FARLOCCHI. SCOPERTI “FOTTOMONTAGGI” CON SILVIO BERLUSCONI E PAPA FRANCESCO
Dal villaggio di Is Morus Relais, in Sardegna, passando per i corridoi dell’università Luiss
a Roma, fino ai palazzi vaticani. Claudia Conte, la donna che ha rivelato la sua relazione col ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, voleva andare dappertutto. Ma si è dovuta accontentare delle visite al Viminale.
Risulta a Domani che la giornalista pubblicista, iscritta all’Ordine da settembre 2023, ha partecipato anche alle audizioni del programma della rete Mediaset Temptation Island insieme all’ex Angelo Paradiso, ma alla fine dei casting non è stata scelta.
«Senta, lei ha partecipato insieme al Paradiso alle audizioni per il programma televisivo Temptation Island?», la domanda dell’avvocato della difesa. «Sì – la risposta di Conte – Si tratta di una di quelle cose che io non farei mai nella vita, occupandomi di diritti umani, è facile scoprire chi sono, mi vedete in televisione tutti i giorni». «Scusi, se non le interessava perché è andata a fare queste audizioni?», chiederà il giudice Lorenzo Ferri ricevendo una risposta vaga. «Perché decideva lui (Paradiso, ndr) per me».
Ma il reality di Canale 5 non è il solo luogo dove Conte non è mai andata. Anche al dipartimento di Giurisprudenza del prestigioso ateneo privato le tracce della giornalista sono pressappoco nulle: come già raccontato da Domani la dottoressa, che nello scarno curriculum indica la laurea magistrale in Legge senza riferimenti al luogo di conseguimento o alla votazione conseguita, non si sarebbe mai laureata alla Luiss.
Non avrebbe inoltre frequentato la Scuola di politiche economiche e sociali intitolata a Carlo Azeglio Ciampi, al contrario di quanto sostenuto, e non risulta tra gli ammessi per gli anni 2023, 2022, 2021 alla Scuola politica di Sabino Cassese (possibile che la giornalista l’abbia frequentata in un altro anno). Anche in quest’ultimo caso, è quanto dichiarato da Conte nel suo curriculum.
In ultimo, Conte non sarebbe stata nemmeno un’habitué della Santa Sede: sulla sua pagina Instagram i selfie con papa Francesco sono innumerevoli.
Ma sono tutti autentici? In uno, in particolare, si scorge la dottoressa che mette uno dei suoi romanzi nelle mani del pontefice argentino. Due figure scontornate in primo piano e sullo sfondo un cielo turchese, quasi color Tiffany. Abbiamo usato alcuni programmi informatici, necessari a capire se certi scatti siano veri o no: la foto con Francesco che riceve come dono il romanzo di Conte è un fotomontaggio.
Lo conferma anche un tecnico informatico, consulente in processi di primaria importanza a Roma, che rimarrà anonimo: «Lo sfondo è troppo lineare». Claudia Conte, la foto col Papa, insieme ad altre a tema vaticano, le pubblica un anno fa, alla morte di Francesco. In realtà un incontro reale c’era stato, quando era stata inserita nella veste di portavoce di un’associazione, nella visita organizzata dalll’ex capo dela Figc Gabriele Gravina e il calciatore ucraino Andrij Ševcenk
Ma non aveva forse fatto una foto con il suo volume. È aprile 2025, Lunedì dell’Angelo, quando la professionista scrive su Instagram e tagga il pontefice: «le Tue parole saranno sempre un faro per la mia vita. Continua a pregare per noi dalla Casa del Padre».
Ma non è l’unico selfie che Conte pubblica con personalità appena scomparse. Tra i tanti autoscatti c’è quello con Silvio Berlusconi, morto a giugno 2023. «Anche in questo caso la foto è un fake», dice l’informatico a questo giornale.
Dunque, la domanda resta solo una. Chi è davvero Claudia Conte? Ed è possibile che il ministro Piantedosi e le istituzioni con cui ha lavorato (in primis la Polizia e l’Esercito) non si fossero accorte delle pecche del curriculum e delle manipolazioni sui social? Nel suo spazio radiofonico su Raiuno è riuscita a intervistare personalità di spessore.
Si va dall’ormai ex procuratore di Perugia Raffaele Cantone fino al numero uno dell’Agenzia nazionale per la cybersicurezza Bruno Frattasi. Tra i suoi tanti impegni lavoratori risulta, in ultimo, quello da portavoce di “Domus Europa”, il Centro europeo di cooperazione per la ricostruzione dell’Ucraina, presieduto dall’imprenditore Stefano Nicolussi Rossi
L’associazione, come risulta da fonti di stampa, sarebbe nata grazie alla conferenza bilaterale sulla ricostruzione dell’Ucraina tenutasi a Roma nel 2025 alla presenza dei ministri (Esteri ed Economia), italiani e ucraini. Il direttore del comitato scientifico dell’associazione – che vuole accompagnare la ricostruzione dell’Ucraina non solo sul piano materiale, ma anche sociale e culturale, ponendo le basi per una cooperazione tra Italia e Ucraina – è il senatore di Fratelli d’Italia Marco Scurria, ex dirigente missino ed ex parlamentare europeo.
Oggi Scurria è vicecapogruppo di Fdi a Palazzo Madama. Il centro italo-ucraino ha numerosi sponsor. All’occhio ne viene immediatamente uno: è il Ferrara film festival, la kermesse artistica che conta una co-direttrice d’eccellenza. Chi è? Naturalmente lei, Claudia Conte.
(da Domani)
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Aprile 8th, 2026 Riccardo Fucile
L’ANALISI DEI 10 PUNTI PROPOSTI DA TEHERAN PER LA PACE (IL REGIME DEGLI AYATOLLAH LEGITTIMATO, L’IRAN PADRONE DI HORMUZ, IL DIRITTO A CONTINUARE L’ARRICCHIMENTO DELL’URANIO) RAPPRESENTA UNA VITTORIA PER LA REPUBBLICA ISLAMICA – È DIFFICILE CAPIRE PERCHÉ IL TYCOON ABBIA VOLUTO LA GUERRA (CHE INIZIALMENTE PREVEDEVA UN CAMBIO DI REGIME A TEHERAN) E COME ISRAELE POSSA ACCETTARE QUESTA CONCLUSIONE
Chi ha vinto? Ammesso e non concesso che il cessate il fuoco accettato dal presidente americano Trump e dal ministro degli Esteri iraniano Araghchi regga, e porti nelle prossime due settimane ad un accordo definitivo, chi ne ricaverà più vantaggi?
La proposta mediata dal Pakistan ha fatto passare il mondo dal baratro della minaccia lanciata dal capo della Casa Bianca di cancellare un’intera civiltà, col timore che fosse pronto a usare persino le armi nucleari, alla prospettiva di una pace duratura nell’intero Medio Oriente, secondo le parole usate dallo stesso Trump.
Ma è stata la conferma dell’efficacia delle brusche maniere negoziali dell’autore di “Art of the Deal”, oppure una marcia indietro umiliante dettata dal fatto che la guerra non stava andando secondo le sue aspettative, ingolfando il mondo in una crisi energetica che rischiava di infiammare e allargare il conflitto?
Per cercare le risposte partiamo dai fatti. La notte in cui aveva ordinato l’attacco all’Iran, il presidente americano aveva lasciato capire chiaramente che il suo obiettivo era il cambio di regime, perché aveva incitato la popolazione a scendere in piazza per riprendersi il paese.
Quando poi gli ayatollah hanno risposto bloccando lo Stretto di Hormuz la priorità è diventata riaprirlo, perché gli effetti economici si facevano sentire anche in America urtando la base del movimento Maga, che aveva eletto Donald per chiudere le guerre infinite, non rilanciarle proprio in Medio Oriente.
Trump sostiene che questa confusione, questa imprevedibilità, fanno parte della sua strategia negoziale, che ha prodotto il cessate il fuoco
Se però andiamo a guardare i dieci punti della proposta di pace iraniana, che lo stesso presidente ha definito come una base accettabile per il negoziato delle prossime due settimane, la realtà appare assai diversa.
E’ chiaro che il regime non è caduto, ma anzi viene legittimato come interlocutore principale per definire il futuro dell’Iran. Un colpo devastante per le persone che a gennaio avevano avuto il coraggio di manifestare contro il governo, pagando con la vita in oltre 40.000 casi.
Le forze armate della Repubblica islamica sono state duramente colpite e indebolite, però hanno mantenuto la loro capacità di combattere e soprattutto hanno dimostrato di poter minacciare l’intera regione del Golfo Persico, strangolando il traffico navale attraverso Hormuz.
Lo Stretto ora verrà riaperto, ma sotto il controllo di Teheran. Se questa soluzione diventerà definitiva, gli ayatollah avranno ottenuto un risultato molto significativo, diventando di fatto i padroni di una larga fetta del mercato energetico mondiale.
Le infrastrutture nucleari sono state bombardate, ma i dieci punti iraniani affermano il diritto di continuare l’arricchimento dell’uranio, come previsto peraltro dal Trattato di non proliferazione.
In teoria solo a scopi civili, ma se la Repubblica islamica era arrivata sulla soglia della costruzione della bomba atomica, non c’è motivo di fidarsi quando promette di non riprovarci in futuro. Quanto ai proxy, le condizioni degli ayatollah richiedono anche la fine delle operazioni di Israele contro Hezbollah in Libano.
I dieci punti poi prevedono la fine delle sanzioni economiche contro Teheran, il pagamento delle riparazioni per i danni provocati dalla guerra, e la cancellazione delle risoluzioni dell’Onu e dell’Aiea, accompagnate ovviamente dall’impegno americano a non attaccare più il Paese
Se questa è la base dell’accordo, diventa difficile capire perché Trump abbia voluto la guerra e come Israele possa accettare questa conclusione. Il capo della Casa Bianca risponderà che il negoziato partirà anche dai suoi 15 punti, molto più punitivi per la Repubblica islamica, e se non si troverà un punto di incontro gli attacchi riprenderanno.
In attesa di vedere se le prossime due settimane produrranno questa soluzione, di sicuro al momento il presidente americano ha accettato un cessate il fuoco che gli offre in cambio poco o nulla di quanto pretendeva la notte dell’inizio dei bombardamenti.
(da Repubblica)
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Aprile 8th, 2026 Riccardo Fucile
“C’È UNA SENTENZA DEL TRIBUNALE DI GENOVA CHE CHIARISCE CHE IL LOGO NON È DI PROPRIETÀ DELL’ATTUALE ASSOCIAZIONE – GIUSEPPE CONTE? SAREBBE UN OTTIMO LEADER PER IL PD – AL REFERENDUM HO VOTATO ‘SI’”
Davide Casaleggio, lei ha votato al referendum?
«Sì. Sono un sostenitore della partecipazione al voto se porta ad una conseguenza certa».
E cosa ha votato?
«Per la separazione delle carriere e il sorteggio pur non condividendo tutta la riforma, in coerenza con il programma di governo del M5S del 2018. Il sorteggio è uno strumento potente e sottovalutato: lo estenderei alle Authority, per sottrarle al poltronificio della politica. In altri Paesi le assemblee sorteggiate stanno producendo risultati concreti».
Che giudizio dà del governo Meloni?
«Nel mio campo, quello dell’innovazione, ha avuto un buon avvio sulla governance dell’Ai ma poi si è fermato. L’Italia è il secondo Paese manifatturiero d’Europa ma investe in intelligenza artificiale una frazione di Francia e Germania. Stiamo discutendo di centrali a carbone mentre i milioni di posti di lavoro verranno trasformati dall’automazione nel prossimo decennio».
E come valuta il progetto del Campo largo?
«Il Campo largo lo vedo sempre più stretto».
Giuseppe Conte si è candidato per la leadership della coalizione progressista .
«L’ho sempre detto che sarebbe un ottimo leader per il Pd
Intanto Beppe Grillo rivendica nome e simbolo del M5S.
«Penso che il miglior modo di rispettare la storia del Movimento sia chiarire che si tratta di una grandiosa avventura con valori che oggi non esistono più. C’è una sentenza del Tribunale di Genova che chiarisce che il logo non è di proprietà dell’attuale associazione».
E il Movimento?
«Cambiare nome e simbolo può essere un atto di chiarezza, non di debolezza».
Tra pochi giorni cade il decennale della morte di suo padre Gianroberto. Ci sono persone che hanno la sua capacità di visione?
«Ci sono persone nel settore privato con visione straordinaria. Ma pochi hanno il coraggio di sacrificare quello che costruiscono nel privato per metterlo al servizio del pubblico. Mio padre lo fece quando non era conveniente farlo».
Qual è l’eredità di suo padre?
«La consapevolezza che ogni modello di società può essere cambiato, persino quello partitico».
In alcuni progetti, come Gaia, suo padre aveva previsto lo scontro tra autarchie e democrazie.
«Sì, con vent’anni di anticipo. Lo vediamo in tempo reale: regimi che usano la tecnologia per controllare e democrazie che faticano a usarla per includere».
Tra i lasciti di suo padre c’è anche il blog.
«Lo stiamo trasformando. Il blog farà un passaggio di stato con il progetto Avalon: l’intelligenza artificiale analizza i suoi scritti, la sua visione, e genera ogni settimana un post che collega il suo pensiero ai fatti di oggi.».
(da l “Corriere della Sera”)
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Aprile 8th, 2026 Riccardo Fucile
UNA TESSERA FONDAMENTALE PER UN ACCORDI DI PACE È LA SOSPENSIONE DELLE SANZIONI ALL’IRAN. E L’UE POTREBBE ESSERE CHIAMATA A SVOLGERE UN RUOLO
Le sanzioni sull’Iran, cioè la loro potenziale sospensione, sembrano una tessera fondamentale del mosaico dell’accordo fra Stati Uniti e Iran che adesso si profila nei negoziati a partire dai prossimi giorni
In questo anche l’Unione europea potrebbe essere chiamata a svolgere un ruolo: mentre le sanzioni americane sono in vigore dal 1979 e sono state progressivamente rafforzate in vari passaggi, quelle europee sono iniziate nel 2007 e ora potrebbe esserci una richiesta di sospensione o allentamento, se ci sarà un accordo più complessivi. Dunque l’Europa potrebbe tornare al tavolo.
La Associated Press nella notte ha fatto sapere che all’Iran e all’Oman potrebbe essere permesso di prelevare una tariffa per il passaggio delle navi dallo Stretto di Hormuz. L’inclusione dell’Oman, il Paese che controlla la punta Sud dello Stretto, servirebbe a legittimare la pretesa dell’Iran
È interessante che l’Oman, soprattutto nelle ultime settimane, è stato di gran lungo il Paese del Gulf Cooperation Council nettamente meno bersagliato dai missili e dai droni dell’Iran. Sembrava quasi una preparazione di un accordo per il prelievo congiunto, o comune, di un dazio per il passaggio da Hormuz.
Trump sottolinea comunque che le forze americane «resteranno da quelle parti», quasi ad avvertire la Cina. Ma se questa guerra era ormai per il controllo di Hormuz e l’ipotesi della tariffa sullo Stretto si concretizzerà, questa è una sostanziale vittoria di Teheran.
L’Iran continua a rivendicare l’arricchimento dell’uranio «per scopi civili» (era nei suoi 14 punti della recente proposta di pace, resta senz’altro nei 10 punti presentati nella notte).
Appare plausibile che al regime di Teheran sia proposto uno stretto monitoraggio internazionale, magari da parte di uno o più Paesi che praticano il nucleare civile (la Francia potrebbe essere fra questi).
L’Iran potrebbe accettare questa proposta perché ora sa che la potenziale chiusura di Hormuz gli conferisce pari potere di deterrenza e pressione sul sistema internazionale, mentre il nucleare resta una minaccia solo simbolica e pericolosa per sé, perché attrae durissime ritorsioni di Israele e degli Stati Uniti. Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu potrebbero comunque presentare questa tessera dell’accordo come un proprio successo.
Fra le richieste dall’Iran c’è da sempre la levata delle sanzioni internazionali e senz’altro essa ritorna nei dieci punti della proposta presentata questa notte. Su questo sembra esserci molto spazio per negoziare.
Trump potrà sottolineare che, più che una levata, si tratterebbe in ogni caso di una sospensione di almeno alcune delle sanzioni imposte progressivamente negli anni. Esse potrebbero comunque tornare a scattare in qualunque momento.
Ma gli accenni di Trump nel suo post su Truth nella notte («Big Money will be made!» e il riferimento a una «Golden Age for the Middle East») vanno nella direzione di un’apertura a un regime economico meno restrittivo nei confronti di Teheran.
Il negoziatore pakistano nel conflitto, il ministro degli Esteri e vicepremier Mohammad Ishaq Dar, era stato a Pechino dal potente ministro degli Esteri cinese Wang Yi appena otto giorni fa. Ne era uscito con un piano di pace in cinque punti che includeva anche la richiesta della riapertura di Hormuz.
La Cina è senz’altro il garante economico di ultima istanza dell’Iran (e il protettore del Pakistan) e ha fatto sentire il suo peso decisivo nel negoziato. Sicuramente ne esce più forte, avendo svolto un ruolo probabilmente decisivo nello spingere il regime di Teheran all’offerta di riaprire Hormuz formulata nelle ultime ore.
Peraltro, la Cina sembra soddisfatta del fatto che in Iran non c’è stato regime change sotto le bombe, ma un probabile rafforzamento dell’ala militare più propensa anche agli affari.
Sia le minacce di distruzione delle infrastrutture civili proferite da Donald Trump (che oggettivamente sono servite ad avvicinare l’accordo), sia il blocco che oggi l’idea di una tariffa su Hormuz (altri elementi entrati nella guerra e poi nel negoziato) sono del tutto fuori dalla legalità internazionale e dalle convenzioni delle Nazioni Unite.
Ma ormai sono elementi sul tavolo di questo e qualunque futuro confronto, in qualche maniera accettati come «normali».
Trump o altri leader hanno validi motivi per minacciare distruzioni di infrastrutture civili, se vorranno ottenere qualcosa da una potenza straniera. Altri Paesi potranno valutare quali bracci di mare bloccare o sottoporre a un dazio arbitrario. Sempre più viviamo in un mondo dove vale la legge del più forte, non il diritto internazionale del dopoguerra.
Federico Fubini
per il “Corriere della Sera”
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Aprile 8th, 2026 Riccardo Fucile
LE 10 CONDIZIONI DELL’ACCORDO SONO SORPRENDENTI, VISTO CHE ACCOLGONO QUASI TUTTE LE RICHIESTE DELL’IRAN
Questa notte è stato raggiunto un accordo per un cessate il fuoco di quattordici giorni tra
USA e Iran. Le condizioni di questo accordo sono piuttosto sorprendenti e questo lascia pensare che si tratti di un accordo instabile.
Dell’accordo esistono come sempre due versioni, con retoriche differenti.
La versione americana è: l’Iran è stato costretto ad accettare un cessate il fuoco dagli attacchi di ieri (tra i più pesanti della guerra); la condizione tassativa che viene posta per il mantenimento del cessate il fuoco è l’apertura dello stretto di Hormuz. Quanto alle condizioni per trasformare la tregua in una pace, Trump riferisce che i 10 punti proposti dall’Iran sono una buona base negoziale su cui lavorare.
La versione iraniana è, naturalmente, alquanto diversa: gli USA e Israele sarebbero stati costretti dalla vigorosa difesa iraniana a pervenire obtorto collo ad un accordo che rappresenterebbe una chiara sconfitta. E la ragione a sostegno di questa versione sarebbe l’accettazione da parte americana dei 10 punti della proposta iraniana.
Ora, se guardiamo a questi 10 punti, se questi fossero il punto di caduta finale di un accordo di pace, sarebbe difficile dare torto all’interpretazione iraniana. Tali punti infatti recitano:
1- Gli Stati Uniti si impegnano in maniera fondata a garantire l’assenza di aggressione futura.
2- L’Iran manterrà il controllo sullo Stretto di Hormuz
3- Si riconosce la possibilità di arricchimento dell’uranio
4- Si revocano tutte le sanzioni primarie
5- Si revocano tutte le sanzioni secondari
6- Si annullano tutte le risoluzioni del Consiglio di Sicure
7- Si annullano tutte le risoluzioni del Board of Governors USA (scongelamento fondi iraniani)
8- Verrà pagato un risarcimento all’Iran per i danni subiti
9- Tutte le forze combattenti statunitensi dalla regione devono essere ritirate
10- La guerra dev’essere fermata su tutti i fronti, compresa la lotta contro la resistenza islamica del Libano.
Ora, è abbastanza chiaro che se questi punti fossero accettati pienamente, si potrebbe parlare letteralmente di una capitolazione della coalizione Epstein.
L’espressione usata da Trump, di essere una base su cui si può lavorare (workable) è sufficientemente ambigua da consentire molte varianti.
Si potrebbe dire che questo sarebbe un esito troppo bello per essere vero, e che ci dev’essere qualcosa dietro.
Si è saputo che dietro le quinte la Cina ha spinto per il raggiungimento di questo esito negoziale, e dal punto di vista cinese si può ben capire sia l’interesse sia la capacità di spingere l’Iran su posizioni conciliatorie.
Quanto a Israele, sembra aver cercato fino alla fine di remare contro l’accordo. Nelle prime ore c’è stato anche un interessante siparietto dove Netanyahu ha dapprima sostenuto che l’accordo non includeva il fronte del Libano, salvo venir ricondotto alla moderazione da una comunicazione del Primo Ministro del Pakistan, che affermava che il Libano era incluso.
Ora, che prospettiva emerge da questo quadro?
Nell’immediato c’è un sollievo collettivo per la rapida discesa del prezzo del petrolio, attestatosi a 95 dollari al barile dai 110 dollari di ieri.
Che gli USA possano accettare integralmente quei 10 punti mi sento di escluderlo.
Anche l’accettazione della metà di essi sarebbe un trionfo per l’Iran.
D’altro canto, non credo che la dirigenza iraniana né possa né voglia accettare un accordo troppo chiaramente al ribasso, dopo gli enormi sacrifici fatti.
Dunque nei prossimi giorni ci si muoverà lungo un crinale assai sottile e la possibilità che il conflitto si reinneschi è altissima
La mia personale impressione è che qui ci sia un unico attore, non comparso in prima persona sulla scena, che ha la capacità di condurre questa tregua nel porto sicuro di una pace duratura, ed è la Cina. La Cina ha un chiaro interesse alla preservazione della sovranità iraniana, e ha i mezzi per spingere sia gli USA sia l’Iran ad accettare condizioni indigeste. Rispetto all’Iran, la Cina è il maggior partner commerciale e la maggiore forza capace di aiutare nella ricostruzione. Rispetto agli USA, la Cina ha la capacità di minacciare credibilmente un rafforzamento delle capacità iraniane, sia militari che di resistenza economica nel lungo periodo (nel caso di una ripresa del conflitto).
Detto questo, basterà un soffio di vento, un gesto inconsulto perché l’intera regione riprenda immediatamente fuoco.
Andrea Zhok
(da Infosannio)
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Aprile 8th, 2026 Riccardo Fucile
QUATTRO I FRONTI: IL BILANCIO AMT, I CONTI IN ROSSO DEL TEATRO DELL’OPERA E IL MANCATO GETTITO DELLA TASSA SUI PASSEGGERI. I SOVRANISTI RIMARRANNO A PIEDE LIBERO?… SILVIA PRESENTA ALTRE QUERELE CONTRO I LEONI DA TASTIERA (PREPARATEVI A VEDERLI PIAGNUCOLARE IN TRIBUNALE)
Nuovo incontro nel tardo pomeriggio di oggi tra la sindaca di Genova Silvia Salis e il procuratore Nicola Piacente dopo quello di due settimane fa. La sindaca era accompagnata dal capo di Gabinetto Marco Speciale. Nessun commento sull’oggetto dell’ennesimo confronto, né dalla sindaca né dal Procuratore.
Non è escluso che si sia trattato di un nuovo approfondimento sulla vicenda Amt su cui la Procura di Genova ha aperto un’inchiesta per bancarotta fraudolenta e falso in bilancio, indagato l’ex presidente Ilaria Gavuglio e l’ex Cda (di area sovranista).
Un altro oggetto dell’attenzione della Procura potrebbe essere la segnalazione inviata ieri dal Comune di Genova alla Corte dei conti e per conoscenza proprio alla Procura della Repubblica circa il mancato introito derivante dalla mancata applicazione, da parte della passata amministrazione, dell’addizionale sui passeggeri delle navi in transito dopo che l’accordo era stato sottoscritto nel novembre 2022 dal sindaco Marco Bucci e dal sottosegretario alla presidenza del consiglio Alfredo Mantovano.
Il Comune, sulla base di una normativa dedicata alle città sovraindebitate, si impegnava a introdurre un’addizionale comunale sui diritti di imbarco portuale, pari a tre euro a persona, da versarsi direttamente all’entrata del bilancio comunale a decorrere dal 1 gennaio 2023″. Il 10 dicembre Tursi ha ricevuto la lettera del ministero dell’Interno che ha dichiarato il Comune di Genova “inadempiente”.
La nuova amministrazione vuole introdurre la tassa a partire da giugno 2026 in modo che non incida sui biglietti già venduti ma nel frattempo il clima con gli operatori del settore è teso tra fumate nere degli incontri e minacce di ricorsi al Tar. Così la nuova giunta, anche in autotutela rispetto al Ministero, ha segnalato alla Corte dei conti il mancato introito per circa 17 milioni di euro, inviando per conoscenza la segnalazione anche alla Procura.
Un altro tema che potrebbe essere stato trattato è quello del Carlo Felice: anche qui la nuova amministrazione ha dichiarato di aver ereditato un buco in bilancio da 2 milioni di euro. E non è escluso che anche su questo la Procura possa aver chiesto documentazione per instradare un fascicolo ‘gemello’ a quello dell’azienda di trasporto pubblico.
Infine c’è un’altra questione, che riguarda direttamente la sindaca per il ruolo ricoperto, più che l’amministrazione nel suo complesso. La sindaca nelle scorse settimane ha sporto diverse querele per diffamazione nei confronti degli haters, che da mesi commentano con insulti sessisti e offese personali violente i video e i post pubblicati per raccontare le iniziative del Comune.
E – si apprende – alcune lettere dello stesso tenore sarebbero arrivate anche a casa della sindaca. Anche sulle querele depositate, al momento, la sindaca e il suo staff, non hanno voluto rilasciare dichiarazioni.
(da Genova24)
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Aprile 8th, 2026 Riccardo Fucile
È DALLA SECONDA METÀ DEL 2022 CHE LE APPARIZIONI DI CLAUDIA CONTE A EVENTI E INIZIATIVE DI ESERCITO, AERONAUTICA, MARINA, POLIZIA, SONO DIVERSE. COME TESTIMONIANO I SUOI SOCIAL. I COLLEGAMENTI CON RADIO ESERCITO, LA MILLE MIGLIA, I SERVIZI “GIORNALISTICI” PER L’ACCADEMIA DI MODENA E PER LA SCUOLA MILITARE DELLA NUNZIATELLA
Non solo Rai. Prima del documentario acquistato dalla tv pubblica, Claudia Conte – la
donna che ha dichiarato di avere una relazione con il ministro Matteo Piantedosi – aveva anche realizzato reportage per il Corriere della Sera e La7 grazie ai suoi rapporti con l’Esercito.
E così il 22 maggio 2023 aveva fornito un video con immagini del sorvolo delle zone alluvionate dell’Emilia Romagna grazie a cui La 7 aveva mandato in onda un’esclusiva grazie alle “immagini incredibili, realizzate dall’Esercito con la collaborazione di Claudia Conte” e video – specifica La7 – “realizzato” proprio da Conte.
Fonti dell’Esercito (che precisano come tutte le collaborazioni con Conte non siano mai state retribuite) spiegano che anche per il video dell’alluvione, la donna aveva chiesto immagini che le sono state fornite come a tutti i cronisti che in quel momento si interessavano alla vicenda.
A ogni modo anche grazie a questa attività Conte, a luglio del 2023, prende contatti con il Dipartimento della Protezione civile per un’intervista all’allora Capo Dipartimento, Fabrizio Curcio, utile invece per il famoso documentario che sarebbe stato acquistato dalla Rai anche se il Servizio pubblico ad oggi ancora non ha rivelato a che prezzo.
Ma quel che è certo è ciò che scrive Conte alla Protezione civile per descrivere il progetto. È il 27 luglio del 2023 e la giornalista si presenta così: “Da anni sono attiva nella produzione e comunicazione di progetti di responsabilità sociale in collaborazione con le più autorevoli istituzioni.
A seguito della grave alluvione che ha colpito l’Emilia Romagna, ho deciso, in collaborazione con l’Esercito Italiano, di realizzare a bordo dell’NH90 dei reportage per Corriere e La7 per documentare dall’alto la grave calamità” scrive agli uffici del Dipartimento di Via Ulpiano offrendo altri dettagli.
“Grazie al prezioso materiale raccolto, ho ritenuto importante produrre anche un documentario per sensibilizzare tutti i portatori di interesse. Nel documentario sono presenti, oltre alle immagini filmate in quei giorni drammatici, emozionanti interviste a soccorritori dell’Esercito, al Ministro Crosetto e al Presidente della Regione Emilia Romagna Bonaccini”.
Intervista quest’ultima che non compare nel documentario poi messo in onda su RaiPlay ma che è stata comunque realizzata (nell’agenda dell’allora governatore era fissato un appuntamento di circa 15 minuti per il 27 luglio 2023, stessa data della richiesta inviata per l’intervista a Curcio).
Diverso il caso del ministro Corsetto: l’intervista, richiesta da Conte, non è mai stata concessa.
Nell’interlocuzione per ottenere l’intervista con Curcio, Conte fornisce anche altri dettagli sul documentario con la Rai: “Ideato e prodotto da Claudia Conte in collaborazione con l’Esercito Italiano e la Rai (…). Nel documentario saranno presenti anche testimonianze del mondo della cultura che si è mobilitato con iniziative di raccolta fondi ai quali hanno aderito tanti artisti e sportivi tra cui Russel Crowe, Del Piero e Pupi Avati”.
Ma è dalla seconda metà del 2022 che le apparizioni di Claudia Conte a eventi e iniziative di Esercito, Aeronautica, Marina, Polizia, sono diverse. Come testimoniano i suoi social. Si comincia con i collegamenti con Radio Esercito
Eccola nel 2023 a sostenere la presenza dell’Esercito alla Mille Miglia con un ringraziamento all’allora “Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, il generale Pietro Serino”. Ad agosto 2023 ecco gli scatti con “l’ammiraglio Enrico Credendino, Capo di Stato Maggiore della Marina Militare” (ruolo ricoperto fino al 2025).
A dicembre presenta il Concerto di Natale dei Vigili del Fuoco, “alla presenza del Capo Dipartimento Franceschelli”. A marzo 2024 su Instagram ecco la foto con il ministro Matteo Salvini e l’allora comandante generale della Guardia Costiera, l’ammiraglio Nicola Carlone.
Per il 163simo anniversario dell’esercito italiano pubblica una foto con il ministro della Difesa, Guido Crosetto, e il Capo di Stato Maggiore Generale Carmine Masiello.In mezzo a queste foto di cerimonie ed eventi ci sono i servizi giornalistici realizzati da Claudia Conte per l’Accademia di Modena e per la scuola militare della Nunziatella.
(da il Fatto Quotidiano)
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Aprile 8th, 2026 Riccardo Fucile
LA STORIA DEL NUESTRA AMERICA CONVOY, LA SPEDIZIONE UMANITARIA CHE HA SFIDATO IL BLOCCO STATUNITENSE
«Alle prime luci del sole, stavamo costeggiavamo il Malecón, abbiamo visto centinaia di persone con bandiere e striscioni che erano lì a fare i cori e a cantare», racconta Umberto Cerutti. Umberto è uno dei volontari che ha seguito l’organizzazione del convoglio europeo diretto a Cuba e si è imbarcato sulle navi partite dal Messico. «Sembrava di essere degli eroi, quindi quasi esagerato, ma bellissimo» aggiunge. Il Nuestra América Convoy, a bordo del quale viaggiava, è arrivato in un momento di estrema difficoltà per Cuba, segnata dalla scarsità di combustibile e dalle sanzioni statunitensi. L’iniziativa, lanciata da Progressive International, ha unito associazioni e cittadini da tutto il mondo per portare aiuti concreti e sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale sulla situazione cubana. Umberto ha raccontato a Open la missione, le difficoltà incontrate e l’impatto umano di un’azione solidale dal basso.
Una missione tra aiuti umanitari e sensibilizzazione politica
Il convoglio è partito a febbraio con il doppio scopo: fornire aiuti alla popolazione e accendere i riflettori sull’isolamento dell’isola. «Cuba è sotto embargo dagli Stati Uniti da decenni, e la perdita del principale fornitore di petrolio, il Venezuela, ha aggravato la crisi», spiega Umberto, che a Cuba vive da un anno. Prima della crisi, il Paese importava circa il 50% del suo petrolio dal Venezuela. Oggi il carburante è razionato, i blackout sono frequenti e spostarsi nel Paese è complicato. A questo si aggiunge l’aumento costante del costo della vita e le difficoltà per famiglie e comunità nel reperire beni essenziali. «Il messaggio che volevamo lanciare è semplice: là dove i governi non riescono ad arrivare, i popoli e le persone, se si organizzano, riescono a fare la differenza», continua Umberto. Il convoglio, quindi, non era solo un trasporto di medicinali e beni materiali, ma anche un simbolo di solidarietà internazionale e di vicinanza al popolo cubano.
L’organizzazione del convoglio europeo
Preparare il convoglio europeo ha richiesto oltre due mesi di lavoro intenso e coordinamento tra associazioni e volontari provenienti da tutta Europa. L’attività principale consisteva nella raccolta e catalogazione delle donazioni, nella gestione logistica e nellìorganizzazione dei voli e delle spedizioni marittime. Volontari provenienti da diversi Paesi hanno preso aerei e imbarcato valigie piene di medicinali, mentre tre navi sono partite dal Messico cariche di generi di prima necessità. La nave principale, Granma 2, è stata preparata giorno dopo giorno. «Abbiamo passato giorni a sistemare e riparare le barche», racconta Umberto. Ma, prima ancora, c’è stato il problema di reperirle: nessuno voleva affittare ai volontari barche dirette a Cuba perché le assicurazioni non coprono quel territorio. Alla fine, Umberto e gli altri hanno trovato tre imbarcazioni disponibili: quasi dei relitti che hanno avuto bisogno di numerosi interventi prima di poter essere rimessi in acqua e caricati con i beni da consegnare sull’isola.
Difficoltà e i prossimi passi
La delegazione europea ha trasportato oltre cinque tonnellate di medicinali, sull’isola. Per Umberto il momento più significativo è stato la consegna delle donazioni all’ospedale William Soler dell‘Avana. «Vedere i camion scaricare le donazioni, gli occhi dei medici e dei pazienti emozionati, è stato unico. Anche se è solo una goccia nell’oceano, l’aiuto arriva davvero alle persone». La campagna Let Cuba Breathe, lanciata dall’AICEC, l’Agenzia per l’Interscambio Culturale ed Economico con Cuba e dai partner internazionali, continua a dare voce alla situazione cubana organizzando nuove iniziative. La seconda edizione del convoglio europeo, prevista dal 21 aprile al 2 maggio, si concentrerà sulle regioni orientali dell’isola, da Santiago a Guantánamo.
Le difficoltà affrontate
Non sono mancati ostacoli durante la missione. Umberto ci racconta che l’organizzazione sul campo è stata «abbastanza complicata ma penso sia anche stata uno degli aspetti più belli di questo viaggio perché è stata un’organizzazione dal basso». Alcune difficoltà si sono presentate dal lato statunitense dove alcuni partecipanti hanno subito pressioni al momento del ritorno. «Molti sono stati
detenuti per ore e i loro computer sequestrati, un chiaro tentativo di ostacolare la solidarietà con Cuba», denuncia Umberto.
La situazione a Cuba
Cuba vive una crisi complessa, frutto di decenni di isolamento economico e pressioni internazionali. L’embargo statunitense, in vigore dal 1962, limita fortemente l’accesso a beni essenziali, petrolio, medicinali e tecnologie. La perdita del Venezuela ha aggravato la scarsità di carburante, rendendo i trasporti instabili e provocando blackout, mentre la pandemia e il calo del turismo hanno ulteriormente ridotto le entrate. Questa situazione è esacerbata da un periodo complicato per cuba da dopo la pandemia che ha segnato un calo del turismo che ha ridotto ridotto le entrate e le risorse disponibili, accentuando le difficoltà quotidiane di milioni di cubani. Nonostante queste difficoltà, il popolo cubano mostra grande resilienza e creatività. Umberto racconta infatti che «il cubano è maestro dell’arte dell’inventare: mezzi elettrici improvvisati, tricicli artigianali, soluzioni creative per andare avanti». Questa capacità di adattamento ha permesso a comunità intere di affrontare carenze e sfide spesso senza aiuti esterni.
(da Fanpage)
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