Aprile 23rd, 2026 Riccardo Fucile
LA GIURIA DELLA BIENNALE, QUANDO IL TAPPULLO E’ PEGGIORE DEL BUCO: “ISRAELE E RUSSIA, I CUI LEADER SONO ACCUSATI DI CRIMINI CONTRO L’UMANITÀ DALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE, SARANNO ESCLUSI DAI PREMI DELLA MOSTRA”
La Giuria internazionale della Biennale Arte di Venezia “si asterrà dal considerare quei Paesi, i cui leader sono attualmente accusati di crimini contro l’umanità da parte della Corte penale internazionale”.
Lo annunciano la presidente Solange Farkas, Zoe Butt, Elvira Dyangani Ose, Marta Kuzma e Giovanna Zapperi: anche Russia e Israele saranno esclusi dalla competizione per i Leoni d’Oro e d’Argento.
“In questa edizione della Biennale desideriamo dichiarare l’intenzione di esprimere il nostro impegno per la difesa dei diritti umani nello spirito del progetto curatoriale di Koyo Kouoh” spiega la Giuria.
“Noi, componenti della Giuria internazionale di In Minor Keys, 61/a Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, siamo onorate di essere state selezionate per questo ruolo da Koyo Kouoh, direttrice artistica. Siamo state coinvolte a contribuire al suo progetto designando gli artisti per il Leone d’oro e d’argento tra centodieci artisti selezionati da Kouoh per l’Esposizione.
Nello svolgere questo compito, riconosciamo anche il lavoro del team curatoriale composto da Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Hélène Pereira, Rasha Salti, Siddhartha Mitter e Rory Tsapayi” spiegano la presidente Solange Farkas e le componenti della Giuria internazionale Zoe Butt, Elvira Dyangani Os, Marta Kuzma e Giovanna Zapperi.
“Come componenti della Giuria, abbiamo anche una responsabilità nei confronti del ruolo storico della Biennale, come piattaforma che collega l’arte alle urgenze del suo tempo. Comprendiamo la complessa relazione tra la pratica artistica e la rappresentazione dello Stato/Nazione che fornisce la struttura centrale della Biennale di Venezia, in particolare il modo in cui tale relazione lega il lavoro degli artisti con le azioni degli Stati che loro rappresentano” sottolineano su e-Flux Notes.
“Con ciò, siamo solidali nell’abbracciare la dichiarazione curatoriale di Koyo Kouoh: ‘Nel rifiutare lo spettacolo dell’orrore, è giunto il momento di ascoltare le tonalità minori, di sintonizzarsi sottovoce sui sussurri, sulle frequenze più basse; per trovare le oasi, le isole, dove è salvaguardata la dignità di tutti gli esseri viventi'” concludono.
(da agenzie)
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Aprile 23rd, 2026 Riccardo Fucile
LA COMMISSARIA E’ JENNY PARIDO, SENZA ALCUNA ESPERIENZA NEL SETTORE MUSEALE, IL CUI IMPIEGO PIÙ RECENTE È STATO QUELLO DI PROPRIETARIA DI UN NEGOZIO DI CIBO PER ANIMALI. IL CURATORE E’ JEFFREY USLIP ACCUSATO DI INSENSIBILITA’ RAZZIALE PER UNA MOSTRA IDEATA 10 ANNI FA – SENZA CONTARE ALMA ALLEN, UNO SCULTORE AMERICANO POCO CONOSCIUTO CHE VIVE IN MESSICO
Per quasi un secolo, la partecipazione degli Stati Uniti alla più importante mostra d’arte
del mondo, la Biennale di Venezia, ha seguito uno schema noto: un gruppo di importanti direttori di musei o curatori proponeva progetti che coinvolgevano i migliori artisti del Paese.
Come molte tradizioni, sotto la seconda amministrazione Trump anche questa è stata stravolta. I veterani del mondo dell’arte sono fuori gioco.
Al loro posto: un’organizzazione no profit fondata da pochi mesi e guidata da Jenny Parido, il cui impiego più recente è stato quello di proprietaria di un negozio di alimenti di lusso per animali domestici a Tampa, in Florida.
Parido, 37 anni, che non ha alcuna esperienza nel settore museale, si affida alla competenza di Jeffrey Uslip, un curatore indipendente che ha lasciato il mondo dei musei dieci anni fa dopo che una mostra da lui organizzata era stata criticata per insensibilità alle tematiche razziali. A sua volta, Uslip si affida all’artista che ha selezionato per rappresentare gli Stati Uniti: uno scultore americano poco conosciuto che vive in Messico di nome Alma Allen. Oltre una dozzina di ex curatori ha dichiarato ai media che con queste scelte il governo mina la credibilità del Padiglione.
Secondo Robert Storr, ex preside della Yale School of Art e primo americano a curare la Biennale di Venezia nel 2007, «la gente si chiederà: è questo il meglio che siamo riusciti a fare?». Un portavoce della Casa Bianca, Davis Ingle, dichiara invece che «Il Dipartimento di Stato è orgoglioso di mettere in mostra l’eccellenza americana attraverso la visione di Alma Allen, talentuoso scultore autodidatta che incarna la grandezza del sogno americano».
Non è la prima volta che Uslip si trova sotto i riflettori. Quasi un decennio fa, in qualità di curatore capo del Contemporary Art Museum di St. Louis, organizzò una mostra di Kelley Walker che includeva immagini di afroamericani durante le proteste per i diritti civili: l’artista le aveva serigrafate con cioccolato bianco e
fondente spalmato. Sia il museo che l’artista si scusarono in seguito a accuse di razzismo.
Uslip è poi tornato nel mondo dell’arte come curatore del Padiglione di Malta alla Biennale di Venezia del 2022. Sia Uslip che Parido hanno rifiutato di rispondere alle domande del New York Times dopo aver inizialmente accettato un’intervista tramite un portavoce. Non hanno voluto dire come si sono conosciuti, né quanto fossero pagati per lavorare a una mostra parzialmente finanziata dai contribuenti. Ci sono poche aspettative che l’American Arts Conservancy possa coprire il costo del Padiglione, che ha raggiunto 5,8 milioni di dollari nel 2024 per la mostra di Jeffrey Gibson.
Nei documenti costitutivi dell’organizzazione, stimava di poter raccogliere 150.000 dollari quest’anno, con quasi il 73% di tale somma destinata a stipendi, salari e onorari professionali.
L’American Arts Conservancy non ha risposto alle domande sulle sue finanze o sulla strategia di raccolta fondi. Ma i post sui social media mostrano che ha fatto affidamento sui funzionari di Trump per ottenere sostegno; inoltre, non ha mai contattato i tradizionali finanziatori del Padiglione, tra cui la Ford Foundation e la Andrew W. Mellon Foundation, secondo quanto riferito da tali organizzazioni. Ha invece raccolto sostegno partecipando a un vertice culturale alla Casa Bianca e incontrando gruppi conservatori.
La signora Parido ha descritto il Padiglione come “pro-America” e quindi è stato sorprendente quando l’American Arts Conservancy e il Dipartimento di Stato hanno annunciato che Allen avrebbe rappresentato gli Stati Uniti. Non era la scelta più ovvia per rappresentare l’ideologia “America First”: Allen è emigrato in Messico nel 2017 e si affida a uno staff messicano per realizzare le sue sculture. L’artista sostiene di aver accettato l’incarico nonostante non avesse mai sentito parlare di Uslip o Conservancy. «Avere l’opportunità di esporre al padiglione e rappresentare l’America — c’è un grande potere in questo», ha detto in un’intervista e ha aggiunto di non aver mai incontrato «nessuno nell’orbita di Trump».
Al Padiglione, Allen si concentra su ciò che può controllare: la sua arte. «Non credo che il mio lavoro sia politico in senso partitico», dice. All’esterno dell’edificio ha collocato un gigantesco occhio di bronzo montato sulla parete esterna: un simbolo visivo che secondo lui può essere interpretato in diversi modi, in senso ottimistico come simbolo di protezione divina, come l’Occhio della Provvidenza, in senso negativo come espressione di costante sorveglianza. «È un occhio che osserva l’edificio», dice «Penso che le persone dovranno giudicare da sole».
(da agenzie)
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Aprile 23rd, 2026 Riccardo Fucile
IN RUSSIA È IN ATTO UNO SCONTRO TRA DUE SCHIERAMENTI AL CREMLINO, I FALCHI INTENZIONATI A UN NUOVO GIRO DI VITE TRA CENSURA DI INTERNET E INCRIMINAZIONI A EDITORI E SCRITTORI, E I PUTINIANI “MODERATI”
Bisognerà farci l’abitudine. Sono tempi grami per la propaganda russa, almeno in patria. I russi guardano sempre meno i talk-show a senso unico e scelgono sempre più spesso gli show di intrattenimento.
Secondo l’analisi della società di sondaggi Mediascope, che si basa sugli indici d’ascolto della televisione russa relativi al 2025, circa la metà dei programmi che noi occidentali definiamo di propaganda non rientra più tra le cento trasmissioni più popolari del Paese.
Prendiamo ad esempio il celebre Vladimir Soloviev. Il suo salotto quotidiano con ospiti variopinti va in onda sul canale Rossija cinque giorni alla settimana, ma ormai solo le puntate domenicali entrano nella seconda metà della top-100.
Nel 2025, ha fatto la sua apparizione tra i primi venti programmi più visti della giornata solo sette volte. Il numero dei suoi spettatori è calato dal 2% di share dell’inizio 2025 all’1,6% di oggi, e stiamo parlando di una potenziale platea di 120 milioni di utenti.
Nel 2022, quando cominciò la guerra in Ucraina, i suoi numeri erano ben diversi, il doppio di quelli odierni.
Non si tratta di una questione di audience. È un problema politico. Alle minacce di bombardare Parigi, Roma e Berlino o di nuclearizzare l’Europa intera, non crede quasi più nessuno. Soloviev ha un conto aperto con l’Italia, per via delle sue ville giustamente confiscate.
Ma l’intemerata contro Giorgia Meloni arriva in uno dei suoi momenti più bassi di popolarità, e l’inasprimento dei toni non ha riguardato solo la nostra presidente del Consiglio, ma anche Emmanuel Macron, che due sere prima degli insulti alle nostre istituzioni era stato gratificato di pesanti allusioni sulle sue tendenze sessuali.
Quando conosci una sola canzone, per attirare l’attenzione non puoi fare altro che alzare il volume. Non è un caso che l’unico propagandista che fa ancora ascolti di tutto rispetto sia il vecchio Dmitrij Kiselev con la striscia domenicale «Vesti nedeli».
La ragione del successo, che ha pure conosciuto una flessione, dal 5,4% del gennaio 2025 al 4,8 di gennaio 2026, è dovuta al suo curriculum.
Amico fidato del presidente Vladimir Putin, ed ex oligarca, non è considerato come un semplice megafono amplificato del presidente, ma come la sua voce più o meno ufficiale, per quanto anch’essa strillata.
Dev’essere per questo, per una irrilevanza sempre più marcata in madre patria, che le parole di Soloviev e la risposta di Giorgia Meloni non hanno trovato grande spazio.
Nessun commento dalle istituzioni. Solo una scarna replica della ben nota Maria Zakharova, che con un certo distacco ha definito «opinioni personali» le parole del conduttore televisivo. Anche il Moskovskij Komsomolets , quotidiano di riferimento dei falchi di guerra, ha dato prova di insolita prudenza.
«Soloviev, noto per le sue elucubrazioni provocatorie, ha suscitato una brusca reazione delle autorità italiane». Ma in fondo, la funzione primaria di Soloviev è sempre stata quella di far apparire il suo datore di lavoro come un sincero moderato. Quanto a noi, l’esenzione speciale dovuta all’amore per il nostro Paese è caduta da un pezzo. L’argine è stato rotto nel novembre del 2024 dal ministro degli Esteri Sergey Lavrov, quando disse che l’Italia era un «nemico». In questo continuo gioco a rimpiattino tra propaganda violenta e immagine di buon padre ragionevole, poche settimane dopo, Putin espresse invece affetto per l’Italia: «Nonostante tutto», disse durante la conferenza stampa di fine anno, «sentiamo che nella società italiana c’è una certa simpatia per la Russia, così come noi abbiamo una certa simpatia per l’Italia».
Ma intanto il potente Lavrov continua a picchiare. A luglio del 2025 viene inserito il nome del presidente della Repubblica Sergio Mattarella in una nutrita sezione del sito del suo ministero intitolata «Esempi dell’uso di un linguaggio dell’odio nei confronti della Russia».
A ottobre, sempre il suo ministero accusa Italia, Germania e Giappone di «giustificare il fascismo»; a novembre la portavoce degli Esteri Zakharova auspica «il crollo dell’Italia intera» se continuerà a finanziare l’Ucraina. E il 20 gennaio di quest’anno lo stesso Lavrov dichiara che «i rapporti con l’Italia sono nel loro momento più basso».
Soltanto che gli strilloni di Putin sono sempre meno profeti in patria. Molti russi cominciano a non prenderli più sul serio, a farsene beffe, a cercare mezzi di informazione diversi dalla televisione.
La nuova crociata dei Servizi segreti e del governo contro quel poco di stampa libera che rimane in Russia e contro le vpn che permettono di consultare siti indipendenti e stranieri, si spiega anche in questo modo. Fu così anche ai tempi dell’ultimo Breznev. Poi sappiamo com’è andata a finire.
(da Corriere della Sera)
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Aprile 23rd, 2026 Riccardo Fucile
IL SUO SUCCESSORE, PETER MAGYAR, ORA DEVE RISTABILIRE I RAPPORTI CON L’UE
Il doppio segnale è arrivato ieri verso l’ora di pranzo, quando il petrolio russo è tornato
a scorrere nei tubi dell’oleodotto Druzhba.
L’ambasciatore ungherese e quello slovacco hanno dato il loro via libera all’avvio della procedura scritta per approvare definitivamente il prestito da 90 miliardi all’Ucraina e anche il ventesimo pacchetto di sanzioni alla Russia, quest’ultimo bloccato da due mesi.
L’iter burocratico per adottare le due decisioni si concluderà formalmente soltanto oggi: se nessun governo dovesse sollevare obiezioni – circostanza che più fonti Ue tendono ad escludere – questa sera i leader europei potranno celebrare il doppio “successo” nel primo giorno del vertice informale in programma a Cipro, che si aprirà proprio con un intervento di Volodymyr Zelensky.
Una notizia che servirà a salvare la faccia a un summit nel quale si discuterà molto, ma si deciderà poco. Al tavolo non ci sarà Viktor Orban che, pur essendo ancora in carica, dovrebbe rinunciare al suo ultimo summit dopo 16 anni ininterrotti al potere. Il primo ministro ungherese uscente ha scelto di non presentarsi da sconfitto, per giunta dopo aver mollato sul dossier Ucraina. Ma il suo governo non considera il via libera al maxi-prestito e alle sanzioni come una resa: al contrario, è stato rivendicato come un successo.
Secondo il governo ungherese, i flussi di petrolio sono ripresi a circolare nell’oleodotto Druzhba intorno alle 11.35 di ieri e oggi dovrebbero raggiungere anche la Slovacchia, come ha confermato il ministero dell’Economia di Bratislava.
Per Volodymyr Zelensky, il via libera Ue rappresenta «il segnale giusto» perché consentirà all’Ucraina di avere accesso al maxi-prestito che è fondamentale per le casse pubbliche e in modo particolare per garantire il finanziamento delle spese militari. Il presidente ucraino è ora intenzionato a tornare alla carica su un altro dossier che era stato tenuto in ostaggio dal veto di Orban, ma dietro il quale si erano nascosti anche i dubbi di molti alti governi: il processo di allargamento. Diversi Stati membri si oppongono a una corsia preferenziale per Kiev, ma l’Ucraina non vuole una “membership” di secondo livello.
Oltre alle questioni bilaterali, Zelensky intende riportare al centro dell’attenzione il processo per aprire i negoziati di pace, che di recente è stato offuscato dal conflitto in Iran. Il ministro degli Esteri, Andrii Sybiha, ha spiegato che l’Ucraina sta
sollecitando l’avvio di colloqui diretti tra Zelensky e Vladimir Putin e ha chiesto alla Turchia di facilitare il dialogo
(da La Stampa)
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Aprile 23rd, 2026 Riccardo Fucile
LA RUSSIA, CHE HA LEGAMI SEMPRE PIU’ STRETTI CON LA CINA, SAREBBE PRONTA AD ATTACCARE L’ALLEANZA ATLANTICA ENTRO UN ANNO DALLA FINE DELLA GUERRA IN UCRAINA… IL CAPO DI STATO MAGGIORE DELLA SVEZIA AVEVA NEI GIORNI SCORSI AVVERTITO CHE MOSCA “VUOLE OCCUPARE UN’ISOLA PER SFIDARE LA NATO”
La Russia si starebbe preparando a un possibile conflitto con la Nato e potrebbe arrivare a essere pronta ad attaccare l’Alleanza atlantica entro un anno dalla fine della guerra in Ucraina. E’ quanto emerge da un rapporto del servizio di intelligence militare dei Paesi Bassi, il Mivd, che definisce Mosca “la minaccia più grande e diretta” per l’Europa.
Secondo il Mivd, è “altamente improbabile” che la Russia apra un nuovo fronte finché è ancora impegnata militarmente in Ucraina. Tuttavia, il rapporto sottolinea che il Cremlino sta acquisendo crescente fiducia e capacità, anche grazie ai legami sempre più stretti con la Cina
In particolare, Pechino avrebbe ormai sviluppato capacità di cyber-spionaggio di Pechino paragonabili a quelle degli Stati Uniti. Il direttore del Mivd, il vice ammiraglio Peter Reesink, ha descritto le operazioni informatiche cinesi come “molto avanzate e organizzate in modo complesso”, avvertendo che l’Europa resta vulnerabile e non sempre in grado di individuare tutte le minacce.
Il rapporto, rilanciato dal sito del Daily Mail, evidenzia inoltre che la crescente cooperazione militare tra Mosca e Pechino sta rafforzando la percezione russa di poter colpire obiettivi militari e civili in Occidente. Da un lato Mosca punta a sfruttare le esportazioni cinesi per sostenere la propria industria bellica, dall’altr
Pechino è interessata a trarre insegnamenti dall’esperienza maturata da Mosca sul campo di battaglia in Ucraina.
Capo difesa Svezia: “Russia vuole occupare un’isola per sfidare la Nato”
In un’intervista al Times pubblicata mercoledì scorso, il generale Michael Claesson, capo di Stato maggiore della difesa della Svezia, ha avvertito che la Russia può occupare un’isola nel Mar Baltico “in qualsiasi momento” al fine di testare l’integrità della Nato. Il generale ha spiegato che il suo Paese si sta preparando a tale eventualità
Si tratterebbe di una tattica per tentare di esporre le divisioni nell’alleanza, in un momento in cui il presidente Usa Donald Trump minaccia regolarmente di abbandonare i partner europei.
“Credo sia importante sottolineare che dobbiamo stare all’erta e che dobbiamo scoraggiare la Russia da questo tipo di avventura attraverso la nostra presenza in aree interessanti nel Nord e naturalmente nel Mar Baltico”, ha detto il generale svedese nell’intervista. Come rileva la testata britannica, gli strateghi europei sono “sempre più preoccupati per il rischio di escalation in mare, in particolare nel Mar Baltico”, dove le forze armate russe hanno iniziato a scortare regolarmente le navi commerciali della flotta ombra russa.
Le forze Nato hanno condotto frequenti esercitazioni relative a sbarchi russi su alcune delle isole più grandi e strategicamente utili dell’area, come Gotland in Svezia, Bornholm in Danimarca o Hiiumaa e Saaremaa in Estonia.
Tuttavia, Claesson ha evidenziato che ci sono circa 400.000 isole nel Mar Baltico, quindi il Cremlino ha l’imbarazzo della scelta. “Credo che si possa raggiungere l’obiettivo di cercare di sfidare l’alleanza posizionandosi su quasi qualsiasi di esse”, ha detto, sottolineando che non serve “un’operazione di ampia portata: basta lanciare un segnale e aspettare di vedere cosa potrebbe accadere sul piano politico”.
(da agenzie)
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Aprile 23rd, 2026 Riccardo Fucile
L’AMMINISTRATORE DELEGATO DI RYANAIR, MICHAEL O’LEARY: “FINCHÉ TRUMP GESTIRÀ COSÌ MALE LA SITUAZIONE IN MEDIO ORIENTE, I PREZZI RESTERANNO ALTISSIMI”… SE IL BLOCCO DELLO STRETTO DI HORMUZ CONTINUASSE, SAREBBERO A RISCHIO IL 10-20% DELLE FORNITURE DELLA COMPAGNIA – KLM TAGLIA 160 PARTENZE, DELTA AIRLINES CANCELLA IL 3.5% DEI VOLI
Il prezzo dei carburanti corre, il mondo inizia a fermarsi. I primi segnali riguardano già
le compagnie aeree, colpite da settimane di una guerra che ha paralizzato i rifornimenti lungo la rotta più critica del pianeta: lo Stretto di Hormuz, fondamentale in particolare per il jet fuel, che ha un processo di raffinazione più complesso e la cui dipendenza dal Medio Oriente è difficilmente arginabile. Per centellinare le riserve, Lufthansa ha tagliato 20mila voli a corto raggio, perlopiù affidati alla divisione regionale CityLine, programmati fino a ottobre: in questo modo risparmia 40mila tonnellate metriche di carburante.
Nelle stesse ore, Ryanair prova a rassicurare i passeggeri nel breve termine. L’azienda ha spiegato che non ci sarà nessuna cancellazione a maggio: forniture garantite fino a fine mese. Ma il tono del suo amministratore delegato Michael O’Leary è tutt’altro che sereno.
«Su giugno non abbiamo certezze – ha avvertito -. Finché Donald Trump gestirà così male la situazione in Medio Oriente, i prezzi resteranno altissimi». Se il blocco dello Stretto continuasse, sarebbero a rischio il 10-20% delle forniture della compagnia, su cui la guerra è già «costata 50 milioni di dollari in più di carburante ad aprile».
Un altro anno intero con il barile a 150 dollari (ieri il Wti era a 92 dollari al barile, il Brent a 101) porterebbe il conto a «circa 600 milioni» – e questo nonostante
Ryanair avesse già acquistato a valori calmierati l’80% del proprio fabbisogno nei mesi precedenti
Tra i Paesi europei, il più esposto è il Regno Unito, che si rifornisce storicamente dal Kuwait. «Se il petrolio resta a questi livelli – dice O’Leary -, a ottobre o novembre alcune compagnie aeree europee potrebbero fallire»
Il quadro delle cancellazioni però ormai è globale. E poco importa se nel frattempo, da Ita ad American Airlines, le compagnie inaugurano nuovi scali nel pieno della crisi. L’allarme non è più un’ipotesi. Klm ha tagliato 160 partenze a maggio, circa l’1% delle rotte europee, dichiarando che un numero crescente di collegamenti «non è più economicamente sostenibile».
EasyJet prevede una perdita ante imposte tra i 620 e i 640 milioni di euro nel primo semestre 2026. Delta Air Lines taglia il 3,5% della propria rete per recuperare un miliardo di dollari. Ma i vettori del Golfo sono i più colpiti, perché nell’epicentro del conflitto.
Secondo gli analisti di Cirium, l’1 marzo Emirates, Etihad, Qatar Airways hanno cancellato almeno il 30% dei voli in un solo giorno. Bruxelles ha risposto presentando un vademecum per correre ai ripari.
(da agenzie)
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Aprile 23rd, 2026 Riccardo Fucile
L’ACCUSA: “LA POSSIBILE NOMINA DI ELENA PUTTI ALLA DIREZIONE DEL MUSEO DEL MARE”, IN QUANTO SUA EX COMPAGNA DI LICEO (INDUBBIAMENTE UN GRAVE REATO)… PECCATO CHE LA CANDIDATA ABBIA TUTTE LE CARTE IN REGOLA PER AMBIRE A QUEL RUOLO: LAUREA IN GESTIONE DEI BENI CULTURALI, MASTER DI RICERCA, DOCENTE ALL’UNIVERSITA’ DI GENOVA, VARIE ESPERIENZE IN DIREZIONI MUSEALI
Colpi bassi. Il Fatto Quotidiano, considerato molto vicino al Movimento Cinque Stelle, torna a colpire la sindaca di Genova Silvia Salis. Un’offensiva mediatica che, secondo diversi osservatori, potrebbe avere l’obiettivo di indebolirne il profilo in vista di una possibile, futura corsa nazionale.
Dopo l’articolo firmato da Selvaggia Lucarelli – che aveva definito la prima cittadina “un androide da laboratorio” vicino all’area riformista del Pd – oggi il giornale diretto da Marco Travaglio torna a insinuare dubbi sull’operato della sindaca. Nel mirino, questa volta, c’è il bando per la guida del Mu.Ma – Istituzione Musei del Mare e delle Migrazioni, che comprende anche il Galata Museo del Mare, uno dei principali poli culturali cittadini.
Secondo il quotidiano, tra le ipotesi di nomina – ventilate dalle opposizioni – ci sarebbe quella di Elena Putti, ex esponente Pd, uscita dal partito sbattendo la porta e vicina a Salis durante la campagna elettorale.
L’articolo insiste sul rapporto personale tra le due, sottolineando come fossero compagne di scuola, e si sofferma anche sulla vita privata della candidata, citando il marito, l’imprenditore portuale Martinoli, che avrebbe contribuito come tanti alla campagna elettorale della sindaca.
Putti in realtà ha tutte le carte in regole per ambire a quel ruolo, con una laurea magistrale in gestione dei beni culturali e un master di ricerca, ha insegnato all’Università di Genova (polo di Imperia) e ha già maturato esperienze nella direzione museale. Nelle settimane precedenti alla scelta del candidato progressista, era inoltre tra le presenze più assidue agli eventi organizzati da Acquarone, promotore di un profilo civico alternativo alle logiche di partito.
Al momento, poi, non esistono indicazioni ufficiali: la decisione verrà ovviamente resa nota solo a iter concluso. Tra i possibili candidati compare anche il giornalista Marco Ansaldo. Il tono dell’articolo – dal titolo al contenuto – lascia poco spazio a interpretazioni. Un attacco che non passa inosservato e che potrebbe rappresentare uno dei primi segnali di tensione in vista del lungo avvicinamento alle Politiche 2027.
Sul fondo resta una domanda: quanto pesa l’ascesa mediatica di Salis? Un’esposizione che, secondo alcuni, non sarebbe gradita ai vertici nazionali, a partire dal leader del Mov5s Giuseppe Conte.
(da agenzie)
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Aprile 23rd, 2026 Riccardo Fucile
IL REEL DI CHARLOTTE DE VITTE DEL SUO CONCERTO A GENOVA HA SUPERATO IL MILIONE DI LIKE, COLLOCANDO LA CITTA’ COME META TURISTICA PER MIGLIAIA DI TURISTI… SAPETE QUANTO E’ COSTATO? APPENA 140.000 EURO, UN CAZZO RISPETTO AL RITORNO DI IMMAGINE E AI 20.000 GENOVESI E TURISTI PRESENTI… SECONDO GLI ESPERTI “UN CAPOLAVORO DI COMUNICAZIONE”
La Salis in questi mesi è arrivata a 461.000 follower su Instagram con una crescita
straordinaria che la colloca tra i politici italiani più seguiti sui social. Pensate che ha ormai quasi raggiunto Elly Shlein, che ha 472.000 follower e il sorpasso, almeno sui social, sembra molto vicin
I tre post della Salis su Instagram con la De Witte, in occasione del concerto di piazza Matteotti, hanno avuto un totale di 460.000 like (150.000+120.000+190.000). La De Witte che ha 4.9 milioni di follower ha pubblicato un reel del concerto di Genova e ha totalizzato 1.1 milioni di mi piace, collocando Genova come futura meta turistica anche per eventi musicali e per giovani, di cui abbiamo un’enorme necessità. Sperando che vogliano anche poi venirci a studiare o a vivere.
È un diverso modo di comunicare, un costo apparentemente neanche molto elevato stando alle dichiarazioni proprio della sindaca, che ha quantificato i costi del concerto in 140.000 euro per 20.000 mila persone . Ma è un conto che deve guardare da una parte al forte ritorno di immagine per Genova.
bisogna dare atto che questi eventi hanno un ritorno molto più ampio del pubblico presente: sono campagne d’immagine molto ben organizzate da un’attenta e competente strategia che lo staff locale e nazionale della Salis stanno seguendo nei minimi dettagli per far crescere l’immagine positiva, innovativa e giovane del nostro sindaco. Ma a guadagnarci è anche la Superba.
(da agenzie)
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Aprile 23rd, 2026 Riccardo Fucile
QUELLO DI PHELAN È IL TERZO CASO DI ADDIO IN POCHE SETTIMANE NEI VERTICI MILITARI USA
Il segretario alla Marina degli Stati Uniti ha lasciato il suo incarico “con effetto immediato”. La notizia è stata comunicata dal Pentagono che non ha fornito
spiegazioni. Una decisione che arriva nel mezzo di ore di tensione nello stretto di Hormuz. I pasdaran hanno sequestrato due navi cargo e ne hanno colpita una terza.
Gli Usa confermano di aver prorogato unilateralmente una tregua di durata indefinita e Trump ha annunciato che i colloqui sono ‘possibili già venerdì’. Ma l’estensione del cessate il fuoco non convince Teheran che invita Washington a togliere il blocco nello Stretto e minaccia “sorprese belliche”.
Media Usa: “Segretario alla Marina licenziato, tensioni con Hegseth”
Il segretario della Marina John Phelan è stato licenziato dopo mesi di tensioni con il capo del Pentagono Pete Hegseth. Secondo quanto riportato dai media americani, ad alimenatre gli attriti sarebebro stati gli stretti rapporti di Phelan con il presidente Donald Trump. I due si parlano spesso e si incontrano a Mar-a-Lago e Phelan avrebbe suggerito direttamente al presidente l’idea di ammodernare la flotta, scavalcando Hegseth. Una mossa che il capo del Pentagono non ha digerito.
L’addio improvviso di Phelan terzo caso in poche settimane nei vertici militari Usa
L’improvviso addio del segretario alla Marina Usa John Phelan giunge appena un giorno dopo che si era rivolto a una vasta platea di marinai e professionisti del settore in occasione della conferenza annuale della Marina a Washington e aveva discusso con i giornalisti in merito al suo programma.
La partenza di Phelan avviene inoltre a poche settimane di distanza dal licenziamento, da parte del segretario della Difesa Pete Hegseth, del più alto ufficiale dell’Esercito, il generale Randy George, nonché di altri due generali di alto rango dell’Esercito stesso.
(da La Repubblica)
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