Destra di Popolo.net

NOVE ORE PRIMA CHE GIORGIA MELONI AVESSE IL CORAGGIO DI SCHIERARSI CON IL PAPA

Aprile 14th, 2026 Riccardo Fucile

I TIMORI DI UNO STRAPPO CON TRUMP POI PREVALE LA PAURA DELLA PERDITA DI CONSENSO E ARRIVA LA TARDIVA SOLIDARIETA’ AL PONTEFICE

Nove ore. Di silenzio e imbarazzo. Tentennamenti e ripensamenti. Nel mezzo, alcuni messaggi tra le diplomazie di palazzo Chigi e Santa Sede, a registrare umori tendenti al grigio. Perché per buona parte della giornata neanche il Vaticano — al pari di molti altri — ha considerato il comunicato firmato al mattino da Giorgia Meloni come un tentativo di criticare Donald Trump (senza mai citarlo). E così, a sera, la premier è costretta a esporsi. Va dritta contro il tycoon, evento raro e diplomaticamente doloroso. Lo fa con una nota secca e stizzita verso chi non aveva compreso il senso delle sue parole. Per arrivarci, un percorso tortuoso che vale la pena raccontare.
Gli orari sono importanti. Il primo: segna le 9.41. Palazzo Chigi diffonde una nota con cui augura buon viaggio apostolico in Africa a Leone XIV, lodandone la volontà di perseguire la pace. Non è usuale che un presidente del Consiglio metta nero su bianco questo tipo di saluto, prima di una missione del Pontefice: di norma, come d’altra parte accade anche in questo caso, è un gesto affidato al Capo dello Stato. Nella notte, però, Trump ha esondato contro il Papa. E Meloni, dopo rapido consulto con i sottosegretari alla Presidenza, decide di scrivere quel testo. Per smarcarsi, ma in modo soft. Talmente soft da evitare di nominare il protagonista dello schiaffo a Leone.
Bastano un paio d’ore perché quel testo, che mai cita il presidente Usa, diventi oggetto di esegesi. Ovunque, dunque pure in Vaticano. Il dubbio è sostanzialmente questo: si tratta di un saluto scritto da tempo, senza tenere conto degli affondi di Trump, oppure — l’alternativa peggiore — è un comunicato che cerca di criticare il leader, senza neanche avere la forza di chiamarlo in causa?
Ed è qui che il quadro si complica. E che partono i messaggi della diplomazia. Non è chiaro, però, il livello dei contatti. Di norma i canali sono sostanzialmente due. Il primo serve a far comunicare Alfredo Mantovano e il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin, il secondo coinvolge la premier e il “ministro degli Esteri” della Santa Sede, Paul Richard Gallagher. Stavolta, però, si trovano entrambi impegnati in Algeria con il Pontefice. Si muove un ufficiale di collegamento che spesso favorisce i colloqui tra le due sponde del Tevere. Da palazzo Chigi spiegano che quel comunicato intendeva sconfessare Trump.
La polemica, intanto, monta. È il fattore chiave, perché l’opinione pubblica preme e sui social dilaga lo sdegno verso il tycoon. La premier non può sopportare un altro potenziale colpo nel consenso interno. Il melonismo deve reagire. Parla prima il capogruppo alla Camera, Galeazzo Bignami. Poi il suo omologo all’Europarlamento, Nicola Procaccini. Ma ancora: non basta. Pedro Sanchez, dalla Spagna, si scaglia contro Trump. E l’Italia non è una cancelleria qualunque, per storia e geografia: il suo territorio ingloba Città del Vaticano. Attorno alle 15, il comunicato di Meloni è pronto. Resta però in stand by. Si prova ancora a evitare il frontale con la Casa Bianca, ma non esistono molte alternative: le parole devono essere nette, per coprire la lunga prudenza. E così, alle 18.03, le redazioni ricevono la nota contro Trump. Da quella delle 9 sono trascorse nove ore. «Pensavo che il senso della mia dichiarazione di questa mattina fosse stato chiaro…», premette Meloni. Non lo era.
(da Repubblica)

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LEVATEGLI IL TELEFONINO

Aprile 14th, 2026 Riccardo Fucile

EVITARE LO SMARTPHONE AGLI ADOLESCENTI? PRIMA PENSIAMO A TOGLIERLO A UN ANZIANO CRIMINALE

Molti si chiedono a quale età sia giusto mettere lo smartphone in mano agli adolescenti, ma le ultime vicende ci costringono ad affrontare un problema non meno urgente: quando toglierlo agli anziani, a uno in particolare. Vive negli Stati Uniti, si chiama Donald e, appena resta solo, afferra il telefono e digita lunghi messaggi infarciti di insulti in maiuscolo: LOSER, perdente, è il suo preferito.
Minaccia i vivi, dileggia i morti. Si tratta chiaramente di un disagio che il soggetto esprime in modo compulsivo. Ieri, per dire, ha insultato il Papa. Non quello di prima, che lo avrebbe steso con uno sganassone, ma Leone, l’incarnazione stessa della mitezza. Weak, lo ha chiamato, anzi, WEAK: debole. Gli ha rinfacciato l’accoglienza e la non violenza, cioè di seguire il Vangelo. Gli ha ricordato che è diventato Papa per merito suo. E, come un bimbo dispettoso quando esaurisce le parolacce, gli ha detto che suo fratello Louis è molto più bravo di lui, tiè. Poi, per
fargli capire con chi avesse a che fare, ha postato un’immagine ritoccata di sé stesso mentre guarisce un malato con l’imposizione delle mani, dalle quali fuoriesce una luce cristica (considerato il tipo, si direbbe più l’effetto di un petardo).
Vorrei rivolgere un appello a parenti e badanti: qualcuno gli faccia sparire quel maledetto telefono dalla vista. Oppure gliene allunghi uno finto, con cui possa baloccarsi dando del loser, anzi, del LOSER alla Luna, alle stelle e a Dio che si ostina a non volergli fare da vice.
(da corriere.it)

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TRUMP IN ODORE DI SANTITA’. LA SUA MITOMANIA E’ NO LIMITS

Aprile 14th, 2026 Riccardo Fucile

FA IMPALLIDIRE UN MAESTRO DEL GENERE COME FU SILVIO BERLUSCONI

«Vuole sentire? Senta, senta col naso: è odore di santità» diceva Silvio Berlusconi immerso nell’azzurro celestiale di Porta a Porta, mano tesa al conduttore in posa da noli me tangere.
Deve essere successo qualcosa nel frattempo al senso dell’umorismo di Bruno Vespa, che all’epoca sembrava ben più permissivo e rilassato di quello attuale. Nessun dito puntato, nessuna reazione iraconda alla battuta insolente del presidente, che peraltro aveva anche riciclato da un altro salotto televisivo, cioè quello di Maurizio Costanzo.
Ma le mire messianiche del Cavaliere sono sempre state note, d’altronde era stato il suo medico personale a descrivere l’amico Silvio come «tecnicamente quasi immortale», lo stesso Umberto Scapagnini che lo aveva soccorso durante un comizio interrotto da un mancamento, occasione che diede vita a un’immagine cristica niente male, una sorta di Pietà di Michelangelo in chiave forzista.
Sacrilegio, pia devozione o «un santo in paradiso», come lo ha descritto Sallusti durante l’ultima campagna referendaria, dipende dai punti di vista. Sta di fatto che
per chi, come gli italiani, è già avvezzo a questa mescolanza di sacro e profano ai fini di marketing elettorale – ormai chiamarlo “propaganda” sembra quasi un complimento –, l’iconografia mistica e trumpiana recente sembra roba da dilettanti maldestri.
Il santino postato su Truth durante gli scontri verbali con Leone XIV lo ritrae negli umili panni di un Gesù intento a curare malati tra le aquile e i drappi a stelle e strisce, ennesima allucinazione kitsch offerta dai server dell’intelligenza artificiale, dove si puote ciò che si vuole, più o meno.
«Io non voglio entrare in un dibattito con lui» è la risposta fin troppo gentile del Papa a cotanto delirio. Anche la mitomania richiede una certa dose di temperanza, virtù cristiana fin troppo sottovalutata.

(da editorialedomani.it)

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NATO: DIFENDIAMOCI DAI VECCHI AMICI

Aprile 14th, 2026 Riccardo Fucile

ERA NATO COME STRUMENTO DIFENSIVO, MA OGGI E’ DA USA E ISRAELE CHE DOVREMMO DIFENDERCI: PER QUESTO L’EUROPA DEVE DIVENTARE AUTARCHICA, ARMATA E NUCLEARE

Trump ha minacciato di punire i Paesi europei che in questi anni non sono stati collaborativi con gli States e con la Nato. La Nato era nata come strumento difensivo (art. 5) nel senso che se uno dei suoi membri veniva aggredito gli altri sarebbero corsi a difenderlo. Ma negli anni questa alleanza si è trasformata da difensiva in offensiva. Quante volte nell’ultimo trentennio la Nato, violando ogni norma internazionale, ha aggredito Paesi che non rappresentavano alcun pericolo per l’Europa?
Si è cominciato dalla Serbia di Slobodan Miloševic (1999) colpevole di esser rimasta socialista. E mentre una volta in Europa, parlo soprattutto delle politiche interne ai vari paesi, bastava esser socialisti per avere ragione, poi divenne che bastava esser socialisti per avere torto. Del resto il socialismo è visto dai capitalisti, è ovvio, come il loro vero nemico, così si spiegano anche, nella storia più recente, le aggressioni al Venezuela di Nicolas Maduro e, più in generale, al ‘socialismo
bolivariano’ presente in Sudamerica, dove prevale la politica del presidente dell’Argentina Javier Milei, che ha definito il socialismo “il vero cancro della Terra”. Sotto pressione ci sono quindi molti Paesi sudamericani che non stanno agli ordini, come il Brasile di Luiz Inácio Lula da Silva. Del resto, tornando a parecchi anni fa, il socialista Salvador Allende fu messo in ginocchio da un ben organizzato sciopero degli autotrasportatori che aveva alle spalle Margaret Thatcher ed Henry Kissinger che è ritenuto a tutt’oggi uno dei geni della geopolitica, ma è forse uno dei più abbietti protagonisti della più o meno recente storia mondiale. Allende, assediato per giorni nel Palácio de la Moneda, fu poi costretto a uccidersi. Qualcuno ricorderà, forse, lo spero, l’immagine di quel pianista a cui erano state mozzate le mani. Si è proseguito con Saddam Hussein, ritenuto colpevole di possedere armi chimiche che in realtà non aveva e si è andati avanti con la Libia del colonnello Muammar Gheddafi e infine, almeno per ora, col Venezuela, mentre in prospettiva si vuol togliere di mezzo, come The Donald ha preannunciato più volte, la Cuba degli eredi di Castro e Guevara. Cuba, è vero, è comunista e il comunismo si differenzia dal socialismo in questo: il socialismo cerca di raggiungere una ragionevole uguaglianza sociale che non è riuscito mai a raggiungere nemmeno in Unione Sovietica, ma mantenendo i diritti civili. Comunque avrà pur diritto Cuba di essere quello che è. Il Trattato di Helsinki del 1975 sancisce il diritto all’autodeterminazione dei popoli, cioè che un popolo può evoluire o anche non evoluire seguendo la sua storia, le sue tradizioni, i suoi costumi. Una rappresentazione plastica della violazione di questo diritto fu l’aggressione all’Afghanistan talebano. Non ci piacevano i loro costumi e poiché non ci piacevano i loro costumi nel 2001 abbiamo invaso e occupato l’Afghanistan, rimediando però una vergognosa sconfitta, quando nell’agosto del 2001 i Talebani sono tornati al potere a Kabul (il primo a scappare fu il nostro ambasciatore, perché c’era anche l’Italia in quella stolta e sciagurata operazione). Faccio notare che i Talebani sono stati gli unici a sconfiggere veramente gli americani, c’è il precedente, è vero, dei vietnamiti, ma dietro il Vietnam c’era la Russia, alle spalle dei Talebani, “brutti, sporchi e cattivi” per definizione, non c’era assolutamente nessuno.
Trump, come abbiamo detto, ha affermato di togliere la protezione della Nato ai paesi europei che non sono stati collaborativi, soprattutto nell’infame guerra contro l’Iran. Si tratterebbe insomma di smobilitare la presenza americana in Europa, con tutte le sue basi, anche nucleari. In Italia ce ne sono 120 circa, anche se non tutte nucleari (gli aerei Nato che andavano ad aggredire la Serbia partivano da Aviano). In Germania ce ne sono sette.
Gli americani vogliono togliersi dai coglioni in Europa? Un regalo veramente inaspettato. Da chi dovrebbero proteggerci gli yankee? Dalla Russia? Questo aveva senso nel 1949 quando fu costituita la Nato, ma allora si era nel pieno della Guerra fredda, il mondo era diviso in due blocchi, quello sovietico e quello occidentale. Ma la Russia del pragmatico Putin, oggi, non costituisce più un pericolo. Con la sua “Operazione militare speciale” la Russia ha certamente violato il diritto internazionale, ma quante volte gli occidentali hanno fatto lo stesso definendo le proprie guerre con nomi diversi, esattamente come ha fatto Putin, chiamandole ipocritamente “operazioni di pulizia internazionale” o “difesa contro il terrorismo internazionale”. Per gli americani tutti i popoli o i raggruppamenti che non gli garbano sono “terroristi”. Loro no, insieme agli israeliani. Gli americani e gli israeliani, come gli ucraini, non aderiscono al Tribunale dell’Aia che è deputato a giudicare i “crimini di guerra”. Loro, si sa, non commettono crimini né di guerra né di altro tipo. Ne escono sempre impuniti (il Cermis, gli stupri ai danni delle ragazze italiane, soprattutto nel Napoletano, nei pressi di una delle loro numerosissime basi).
Ma i veri terroristi, insieme agli israeliani, sono loro. È da loro che dovremmo difenderci. Come aveva ben capito Angela Merkel (quanto ci manca) quando affermò, durante un comizio in Baviera nel 2017: “Gli americani non sono più i nostri amici di un tempo, dobbiamo imparare a difenderci da soli”. È inammissibile che la Bomba ce l’abbiano, oltre alle grandi potenze Usa, Russia, Cina, paesi come Israele che, a differenza dell’Iran, non ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare, il Pakistan e la Corea del Nord. Nel 1955 la Germania Ovest rinunciò formalmente a produrre armi nucleari, chimiche e biologiche a ragione degli accordi per entrare nella Nato. Successivamente, nel 1969, la Germania firma i
Trattato di non proliferazione nucleare. Ma i Trattati, secondo la classica definizione di Kelsen (studiate Giurisprudenza, somari) valgono rebus sic stantibus. Ma siccome le cose non restano mai ferme tutti i Trattati, anche i privati, durano il tempo che trovano.
Ritornando all’affermazione di Merkel, essa significa in sostanza che l’Europa deve diventare autarchica economicamente, politicamente e soprattutto militarmente, armata e nucleare.
Massimo Fini
(da ilfattoquotidiano.it)

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UNGHERIA, L’INIZIO DEL CROLLO DEL SOVRANISMO LASCIA LE DESTRE DAVANTI A UN BIVIO

Aprile 14th, 2026 Riccardo Fucile

ANCHE L’ITALIA SARA’ COSTRETTA A SCEGLIERE TRA CORREGGERE LA ROTTA O FARSI TRAVOLGERE DALLA TEMPESTA

La coincidenza tra la plateale sconfitta di Viktor Orbán e l’aggressione senza precedenti di Donald Trump al Papa forse è casuale ma risulta altamente simbolica. Il sovranismo populista, che per vent’anni è apparso una forza inarrestabile nelle terre d’Occidente, crolla nella sua più iconica roccaforte per mano del popolo. Nello stesso momento, la cultura Maga che lo ha ispirato, teorizzato, diffuso, perde l’ennesima partita elettorale e scopre il suo vero volto bullizzando milioni di cattolici che hanno creduto al “Dio, Patria e Famiglia” come ricetta politica per il benessere e la stabilità. È il punto di caduta istituzionale e morale di un lungo ciclo storico, aperto nel 2008 dalla crisi finanziaria e dalle prime affermazioni dei partiti euroscettici. Dieci anni fa, nel 2016, quel movimento mise in scacco l’Europa con la Brexit e poi con la nascita di analoghe spinte centrifughe in tutta l’Unione. Ora lo vediamo precipitare a Budapest, sommerso dalla festa di massa sulle rive del Danubio e dalle grida: «Torniamo europei».
La piccolissima Ungheria e la gigantesca, sovrabbondante America hanno a lungo attinto allo stesso racconto, risultato affascinante per milioni di cittadini: l’idea che il ritorno agli Stati nazionali fosse la chiave per proteggersi dai contraccolpi della globalizzazione, unita alla convinzione che una leadership con pieni poteri fosse il modo più efficace di realizzare il mandato popolare. Finché questa narrazione è rimasta teorica ha conquistato consenso e seguaci. Quando si è trasformata in realtà, ha mostrato il suo lato oscuro e terrorizzante. Guerre, crisi energetica ed economica, un’Europa aggredita e paralizzata dai veti senza alcun beneficio per chi li impone, un’America irriconoscibile e da ultimo il blasfemo delirio di onnipotenza di un
Presidente che si raffigura come Cristo al capezzale di Lazzaro sullo sfondo apocalittico degli angeli della morte in forma di aerei da bombardamento. Non c’è più Dio al di sopra del capo. Non c’è più patria sicura al di fuori della patria del capo. E la famiglia è in balia di tutto questo, una navicella nella tempesta.
Il voto ungherese ci dice che le opinioni pubbliche mondiali, anche dove sembravano più assuefatte e manipolate, hanno riconosciuto i rischi di questa deriva. Nei diciotto mesi trascorsi dall’insediamento di Donald Trump è successa la stessa cosa a ogni latitudine del mondo. In Canada con l’imprevedibile vittoria del liberale Mark Carney, in Groenlandia col successo dei social-liberali, in Messico con le percentuali stellari riconosciute a Claudia Sheinbaum, in Australia con la riconferma inaspettata dei laburisti di Anthony Albanese, in Romania col successo di Nicusor Dan, l’outsider che si contrapponeva al campione sovranista George Simion. Ovunque leader e partiti amici del presidentissimo americano sono risultati sconfitti, ovunque i cappellini rossi dell’orgoglio Maga sono lentamente scomparsi dalle esibizioni sovraniste man mano che i sondaggi calavano. E ciò accadeva prima del Golfo, prima del blocco di Hormuz, prima del caro benzina e delle minacce di una crisi economica globale: figuriamoci adesso.
Le cifre dell’affluenza elettorale degli ungheresi, quell’incredibile 77 per cento alle urne, insieme con la conquista di due terzi dei seggi da parte di Péter Magyar, raccontano bene con quale forza è stato espresso il rifiuto del trumpismo e l’adesione a una diversa prospettiva.
Il tramonto del sovranismo populista propone un gigantesco “che fare?” a tutte le destre europee, a cominciare da quella italiana che deve coltivare le relazioni con l’America per dovere di governo ma si avvia anche verso elezioni politiche dove il fattore Trump avrà un peso. La sua fortuna, rispetto ad altri movimenti che hanno avuto come faro l’esperienza Maga fin dalla nascita, sono radici diverse e più antiche delle semplificazioni nazionaliste: una lontana storia in cui gridò nei cortei lo slogan “Europa Nazione”. Potrebbe essere riscoperta? Potrebbe alimentare un nuovo tipo di sovranismo, un sovranismo europeo che restituisca senso anche al termine Occidente?
Finora la riflessione è stata evitata. I conservatori italiani faticano a prendere atto di ciò che sta accadendo nella “pancia” dei popoli dell’Unione: ancora a gennaio la premier accettava di partecipare al famoso video propagandistico pro-Orbán. Ancora una settimana fa Matteo Salvini indicava Orbán come l’ospite d’onore del raduno milanese per la remigrazione in programma sabato prossimo. E anche ieri, dopo il voto di Budapest, la maggioranza ha scelto la via della minimizzazione: per i risultati ungheresi («una sconfitta fisiologica») e per l’offensiva di Trump contro il Papa, commentata da Meloni solo a sera, dopo molte ore di interrogativi sulla posizione di Palazzo Chigi.
Aspettare che la burrasca passi, tuttavia, non sembra una buona ricetta. Anche perché la burrasca non passa, anzi ogni giorno peggiora, e prima o poi bisognerà scegliere se cambiare rotta o rischiare di esserne travolti.
(da La Stampa)

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IL VANGELO E LE BOMBE

Aprile 14th, 2026 Riccardo Fucile

FARE LA GUERRA IN NOME DI DIO E’ UNA BESTEMMIA

Si aspettava da tempo che accadesse, finalmente è accaduto: l’esponente più importante del cristianesimo mondiale, l’americano Prevost, vescovo di Roma e capo della Chiesa cattolica, eletto papa quasi un anno fa con il nome di Leone XIV, ha fatto presente a Trump che fare la guerra nel nome di Dio è blasfemo. Una bestemmia.
La risposta di Trump è stata violenta e puerile, e soprattutto, come tutte le parole di Trump, non nel merito della questione. Non la capisce, non la conosce, non ha i mezzi intellettuali per cogliere il senso delle parole del Papa — come delle parole di chiunque non sia lui stesso, o un suo servo. Scontato che il Papa abbia aggiunto, subito dopo, che non intende «aprire una discussione con Trump»: discutere con Trump della sostanza del cristianesimo sarebbe come discutere di etica con Fabrizio Corona. O di democrazia con Vannacci. Missione impossibile. Ciò che interessa (anche i non credenti) è piuttosto capire se e quanto l’ostilità quasi ovvia del Papa all’uso tribale della religione possa ripercuotersi nell’opinione pubblica americana. Impossibile fare affidamento sui pastori evangelici invasati che vedono in Trump una specie di nuovo Cristo. Ma non solo i cattolici americani, anche i tanti
protestanti di multiforme confessione, non possono non essere turbati dallo scontro inconciliabile tra la voce del Vangelo e la voce delle bombe.
(da Repubblica)

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SCONTRO CASA BIANCA-VATICANO, LO STORICO CARDINI: “TRUMP ISTERICO PAROLAIO, MA QUALE AVIGNONE…”

Aprile 14th, 2026 Riccardo Fucile

“SONO FEROCEMENTE GHBELLINO, SE QUESTO DI WASHINGTON E’ L’IMPERATORE DEI NOSTRI TEMPI, I GHIBELLINI NON LO SOSTERREBBERO”

“Questo isterico parolaio… trattiamo gli imperatori del passato con un certo rispetto, non facciamo paragoni”. Franco Cardini, storico medievista, 85 anni, ne ha studiati e visti di capi di Stato, di sovrani assoluti e di pontefici della Chiesa di Roma. Ma su Trump non si capacita: “Che poi è un parolaio, ma le parole non le sa usare”.
Insomma, professore, a quale imperatore del periodo della cattività avignonese – quando tra il 1309 e il 1377 la sede papale fu trasferita in Francia – paragonerebbe l’attuale presidente degli Stati Uniti, Donald Trump?
A nessuno davvero. Non voglio sottrarmi, ma non riesco a ritrovare le caratteristiche di Trump in nessuno. L’attuale presidente degli Stati Uniti evoca Avignone con un intento di arroganza al di là dei suoi chiari limiti psicologici.
Mai c’era stato un attacco verbale di Washington di questo livello contro il papa, che è anche un capo di Stato, e infatti Trump fra le altre cose dice che Leone XIV “è un debole, pessimo in politica estera”…
Trump parla di forza e debolezza secondo una logica machista. Il presidente degli Usa sostiene di essere un americano libero, ma in realtà è un cristiano settario. È pienamente parte di quella costellazione di chiese settarie cristiane fondamentaliste.
Per contrastare le quali, dal punto di vista di Roma, un papa americano è utile?
Da tempo l’idea di un papa americano era nell’aria, almeno dal 1945. Santa romana Chiesa, con tutti i suoi limiti, riesce quasi sempre a innalzare al soglio pontificio una personalità in grado di dare la risposta adeguata ai problemi del momento. Il papa americano, Leone XIV, non si esaurisce in questo, come il suo noto e nobile cognome francese indica, Prevost. Non dimentichiamoci anche che si tratta di un agostiniano e pensate a quanto potente è stato ed è il pensiero di Sant’Agostino, tanto potente da rasentare l’eresia.
Pur senza nominarlo, papa Leone risponde al presidente Donald Trump per le rime: “Con lui non discuto”.
È il giustizialismo mistico del pontefice, capace di arrivare a poter dire che il principale politico laico mondiale del momento sta sbagliando tutto. Io ho 85 anni e in questo lungo secolo non abbiamo fatto altro che parlare della pace. Di punto in bianco arriva questo Trump e cambia i paradigmi, vuole imporre le sue guerre alle sue condizioni per i suoi tornaconti. E vuole imporci di farne parte. Leone gli dice chiaramente: non si può fare.
Ma papa Leone XIV dicendo che non ha paura fa intendere che ci sarebbero motivi per aver paura…
Leone sa benissimo che c’è in America questo impianto di sette che potrebbero sostituire una Chiesa cattolica in grande crisi, ha paura perché conosce la forza della decristianizzazione.
Ma, insomma, si può parlare di nuovo Medioevo per i tempi che viviamo?
Anche qui non azzarderei paragoni: siamo in un momento storico di una tale bassezza che non ha precedenti. Non trovo nella storia un personaggio simile a Trump. Prendiamo Hitler: un isterico ma sulle linee politiche, anche nel male più
atroce, ha mantenuto una sua coerenza. Il presidente Trump non ha un pensiero, giusto o sbagliato, perché la dottrina Maga non è un pensiero: è soltanto un frigorifero dove poter mettere al fresco qualsiasi tipo di alimento, carne e pesce senza distinzione.
Professore, lei oggi si sente più guelfo o più ghibellino?
Sempre ferocemente ghibellino, ma oggi i ghibellini non starebbero mai dalla parte di Trump, perché avevano un senso del potere civile come sacralità di ricerca della giustizia.
(da Il Fatto Quotidiano)

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IL BOSS AMICO HA AIUTATO FIDANZA IN CAMPAGNA ELETTORALE”

Aprile 14th, 2026 Riccardo Fucile

ECCO QUELLO CHE HA RIVELATO L’INCHIESTA DI REPORT

Il 2 febbraio del 2019 quando all’hotel Marriott di Milano si svolgeva una delle più importanti manifestazioni di Fratelli d’Italia al Nord in vista delle europee: insieme a Paola Frassinetti, Carlo Fidanza, Ignazio La Russa, Daniela Santanchè, Adolfo Urso e Giorgia Meloni c’era anche il camorrista Gioacchino Amico. Ecco quello che ha svelato l’inchiesta di Report.
Che politica e criminalità organizzata vadano a braccetto, ormai lo si sa da decenni. C’è il politico che ha pagato la mafia per ottenere protezione e chi le ha chiesto voti per assicurarsi poltrone e seggi. In cambio la criminalità organizzata presenta il suo elenco di favori.
Quindi quando ancora una volta si svelano esponenti di clan in partiti, nessuno purtroppo si sorprende più. Se la politica non si schiera al 100 per cento a fianco di magistrati e forze dell’ordine, l’Italia si dovrà tenere il suo “cancro”.
Ora però bisogna capire quanto è stretto questo legame. Anche nell’inchiesta Hydra della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano che ha fatto tremare un intero Paese. Perché la sensazione (spetterà ai magistrati e a eventuali processi confermare tutto) è che il rapporto tra l’ex camorrista del clan Senese in Lombardia Gioacchino Amico e Fratelli d’Italia non sia solo una questione di selfie e scatti fotografici. Lo ha spiegato l’inchiesta di Report nella puntata di ieri 12 aprile, che ricapitoliamo punto per punto.
Fin da subito è bene precisare chi è Gioacchino Amico: è un siciliano con una condanna definitiva per truffa e ricettazione, ma soprattutto è un esponente del clan Senese attivo a Roma e vicino alla camorra napoletana. E ancora: Amico è anche tra gli esponenti del “Sistema mafioso lombardo”, ovvero “l’unione” (come lo chiamano i suoi membri criminali) tra cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta che si sono messe in affari nel Milanese e nel Varesotto. A svelare tutto è stata l’inchiesta Hydra della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano e il Nucleo investigativo dei carabinieri di Milan
Amico ora è anche tra gli imputati del processo Hydra che si sta svolgendo nell’aula bunker del carcere di San Vittore. In Lombardia poteva contare anche su diversi criminali, tra cui Paolo Errante Parrino (in carcere) nonché mafioso e parente del boss di Castrelvetrano Matteo Messina Denaro (arrestato il 16 gennaio del 2023 e morto il 25 settembre successivo). Oltre a Parrino, Amico si era affidato a Giuseppe Fidanzati. Altro mafioso la cui famiglia non è sconosciuta in Lombardia: “I Fidanzati hanno fatto Milano!”, lo dice Amico durante una conversazione intercettata dai carabinieri. A conquistare il capoluogo lombardo era Gaetano Fidanzati, ora il figlio Giuseppe Fidanzati è tra gli imputati di Hydra. Ma che legami ha svelato Report – nell’inchiesta di Giorgio Mottola – tra Gioacchino Amico e Fratelli d’Italia?
I legami dell’ex camorrista Gioacchino Amico con la politica
Tutto inizierebbe il 2 febbraio del 2019 quando all’hotel Marriott di Milano si svolge una delle più importanti manifestazioni politiche del partito di Fratelli d’Italia al Nord in vista delle europee dello stesso anno. L’evento ha come titolo “Sistema Italia” e presenzia il gotha di Fratelli d’Italia: ci sono Paola Frassinetti, Carlo Fidanza, Ignazio La Russa, Daniela Santanchè, Adolfo Urso e Giorgia Meloni.
Nelle immagini trasmesse dal programma tv si vede Amico che dà il buongiorno all’attuale premier Giorgia Meloni appena entra in sala accolta dagli applausi. Qui viene scattato il selfie tra Amico e Meloni e qualche ora dopo il referente del clan Senese gira la foto tramite whatsapp alla rete dei suoi contatti.
A fare a Gioacchino Amico la tessera del partito di Fratelli d’Italia è Alice Murgia, assistente parlamentare dell’attuale sottosegretaria Paola Frassinetti: in una intercettazione pubblicata da Report si sente Murgia informare Amico di avergli fatto la tessera. Insomma, tutto era andato a buon fine. Non solo, Murgia dice ad Amico: “Ho firmato io per te, come se avessi firmato te ok? Non mi denunciare”. E una lunga risata.
Il giornalista Mottola ha intercettato Murgia e le ha chiesto come aveva conosciuto Amico, lei risponde così: “Ci ha chiamato per visitare la camera dei deputati e una
mia amica era il suo avvocato”. Ma soprattutto nega di aver fatto lei la tessera di partito per Amico
Ma c’è di più. Report ha intervistato un ex parlamentare della Lega che nell’ottobre del 2018 ha incontrato Gioacchino Amico a Roma. Quest’ultimo lo aveva invitato ad andare insieme a Montecitorio negli uffici di Fratelli d’Italia dove Amico è entrato senza che gli venissero chiesti i documenti, come invece dovrebbe accadere: “Lì ci accoglie Donzelli, in maniera abbastanza gentile, e ci siamo fermati a parlare. Poi però sono entrati anche Delmastro e Lollobrigida”, spiega l’ex parlamentare.
Ecco ancora il nome di Andrea Delmastro, l’ex sottosegretario alla Giustizia al centro delle indagini sugli affari a Roma tra la famiglia Caroccia e il clan Senese. Di cosa hanno parlato in quell’incontro negli uffici di Fratelli d’Italia? “In generale della situazione politica”. Donzelli – fermato da Report – però non ricorda mai di aver incontrato Gioacchino Amico.
Eppure Gioacchino Amico aveva provato eccome la scalata con Fratelli d’Italia. Prima era coordinatore in provincia di Agrigento del partito dell’ex sindaco di Verona Flavio Tosi, ma sperava di un salto di qualità nel partito di Giorgia Meloni. Nel suo interrogatorio davanti ai pm di Milano Amico aveva svelato i suoi contatti con il mondo della politica raccontando un suo incarico ricoperto in passato: “Coordinatore di un partito politico, Movimento Fare di Flavio Tosi (non indagato), coordinatore cittadino di Canicattì (provincia di Agrigento) dell’ex sindaco di Verona, che conosco bene”. Precisando che si tratta del “movimento creato dall’ex sindaco di Verona Tosi, quando è subito uscito dalla Lega”. Successivamente il tesseramento con Fratelli d’Italia.
La risposta di Giorgia Meloni al selfie con Gioacchino Amico
La premier Giorgia Meloni, dopo la diffusione del selfie con Amico, aveva scritto un post su Facebook: “Oggi la ‘redazione unica’, composta da Il Fatto Quotidiano, La Repubblica, Fanpage e Report, mostra una mia foto con un esponente della criminalità organizzata per sostenere la bizzarra tesi di una mia vicinanza ad ambienti malavitosi. Inoltre, questi signori fanno un pirotecnico collegamento con le vicende di mio padre, per dimostrare non so quale commistione con la criminalità organizzata. Ma questi imparziali e onesti giornalisti sanno benissimo che con mio
padre ho interrotto ogni rapporto all’età di 11 anni. Così come sanno benissimo che, in decenni di impegno politico, esistono decine di migliaia di foto mie con persone che chiedono semplicemente un selfie. E ciò vale per chiunque faccia politica e stia in mezzo alla gente. E sfido chiunque a trovare mie dichiarazioni o attacchi contro altri esponenti politici colti nelle stesse circostanze”. Ma come spiega bene l’inchiesta di Report Amico non era uno sconosciuto nel partito?
Il congresso di “Grande Nord” con Fidanza e Amic
Al giornalista Giorgio Mottola Monica Rizzi, nonché esponente della Lega vicina a Umberto Bossi per poi fondare nel 2019 “Grande Nord”, spiega come ha conosciuto Amico: “Un nostro iscritto di Milano ce lo presentò come un nostro referente di Fratelli d’Italia in grado di raggiungere i vertici e portarci qualcuno di significativo al congresso nel 2019. Ci promise di portare Carlo Fidanza e così fu. In questo modo si accreditò da noi come persona in grado di arrivare ai vertici di Fratelli d’Italia e con una certa importanza”.
A questo congresso di “Grande Nord” aveva parlato anche Amico, come imprenditore in Lombardia. E Fidanza, appena prende parola, lo ha ringraziato pubblicamente per l’invito. Il rappresentante del clan Senese durante il suo intervento dice una delle classiche frasi in bocca ai mafiosi: “La criminalità esiste perché la gente ha fame”.
Monica Rizzi continua a spiegare: “A un certo punto però Amico inizia a fare una certa insistenza per avere contatti con i vertici di Regione Lombardia. Per incontrare Giulia Martinelli, segretaria del presidente Attilio Fontana e a me la cosa ha iniziato a essere strana perché tutti sanno che dopo l’uscita dalla Lega non ho più avuto contatti”. Amico cercava di entrare negli appalti pubblici lombardi? E aggiunge: “Diventava talmente insistente che ha iniziato a inquietarmi. Non ho mai fatto neanche mezza chiamata per organizzare incontri e ho subito chiuso i rapporti”.
Secondo quanto spiegato dall’inchiesta di Report, Fidanza non chiude invece i rapporti tanto da coinvolgere Amico nella sua campagna del 2019 per un posto da europarlamentare con Fratelli d’Italia. Rizzi conferma: “Amico ci invitava spesso agli eventi della campagna elettorale di Fidanza quindi presumo che in qualche
maniera ne era partecipe”. Alla fine Fidanza è stato il primo tra gli eletti di Fratelli d’Italia nella lista del Nord-Ovest con oltre 10mila voti ottenendo più preferenze persino di Daniela Santanché.
Il giornalista Mottola chiede direttamente a Fidanza dei suoi rapporti con Amico: “Nella mia ultima campagna elettorale si è offerto di darmi una mano ed era un ex militante di Grande Nord”. Ma Rizzi smentisce che Amico sia mai stato scritto al suo movimento e ribadisce di aver avuto una interlocuzione con lui solo dopo che Fidanza lo aveva accreditato.
Fidanza a Report si difende: “Non era indagato, non sapevo sapere quali fossero le sue frequentazioni extra politiche”. Eppure nel 2019 Gioacchino Amico era già stato condannato in via definitiva per ricettazione e qualche anno prima finì in Questura con l’accusa di associazione a delinquere e truffa.
Il ruolo di Paola Frassinetti, attuale sottosegretaria all’istruzione
Nelle lista di Fratelli d’Italia per le elezioni europee del 2019 spunta anche il nome di Mafalda Poli, ovvero oggi tra gli imputati insieme ai boss del “Sistema mafioso lombardo” nel processo Hydra. L’accusa è di aver tenuto parte della contabilità del consorzio mafioso lombardo, quello svelato dalla DDA di Milano. O meglio aveva gestito i conti dei fratelli Abilone, originari di Castelvetrano e anche loro imputati di Hydra. Fratelli che Gioacchino Amico incontrava regolarmente nella sede dell’azienda di Errante Parrino, il cugino di Messina Denaro. Intervistata da Report Poli precisa: “Condivido le idee di Fratelli d’Italia, soprattutto Giorgia Meloni”.
Ma non solo Poli e Fidanza, Amico riesce ad avvicinarsi anche a Paola Frassinetti, attuale sottosegretaria all’istruzione. Il 20 maggio 2020 a Roma Amico incontra in un ristorante Frassinetti e la sua collega Carmela Bucalo. Non a caso qualche giorno prima in una intercettazione tra Amico e Giancarlo Vestiti, altro rappresentante del “Sistema mafioso lombardo” aveva detto che sarebbe andato a Roma per incontrare due parlamentari per prendere contratti per la sanificazione. Frassinetti a Report spiega: “Voleva visitare la Camera, quella sera noi stavamo mangiando per i fatti nostri in un ristorante, è passato. Diceva di essere della mia regione e che voleva vedere la Camera. Non ha parlato di niente, non sapevo chi fosse”. Alla fine però la collega Bucalo mette in contatto Amico con un
imprenditore siciliano che era alla ricerca di un istituto di credito che gli facesse un prestito di 500mila euro.
E non è finita qui. L’assistente di Paola Frassinetti, Alice Murgia, qualche giorno dopo chiama Amico per chiedergli un favore: “Tra i commessi che lavorano a Montecitorio c’è qualcuno vuole andare in vacanza a San Vito lo Capo (Sicilia), gli ho detto che hai possibilità di affittargli qualcosa”. E Amico: “Certo, digli che allora quando sono lì mi apre le porte di Montecitorio”. E Murgia: “Quelle te le apro io, stai sereno”.
Il camorrista Giancarlo Vestiti prova a entrare in Fratelli d’Italia
Giancarlo Vestiti è un altro esponente di spicco del clan Senese in Lombardia. Voglio far inserire un loro candidato nella politica lombarda, la scelta cade sul medico Ignazio Ceraulo, direttore generale fondazione ricovero Martinelli. Al giornalista di Report il medico nega ogni cosa con diversi “non so di cosa stia parlando”.
Il collaboratore di giustizia William Alfonso Cerbo, boss del clan Mazzei del “Sistema mafioso lombardo”, ha spiegato che Giancarlo Vestiti (camorra) e Santo Crea (‘ndrangheta) erano in procinto di inaugurare un ufficio che avrebbe curato la campagna elettorale in favore di Ceraulo. Tutto era pronto ma poi saltò quando Ignazio Ceraulo si è accorto, o meglio la sua segretaria, dei precedenti penali dell’attuale collaboratore di giustizia. E tutto si è fermato.
Vestiti avrebbe portato Ceraulo dall’avvocato Mario Claudio Marino, fondatore a Milano di “Noi Repubblicani” ovvero la corrente di Daniela Santanché all’interno del partito di Giorgia Meloni. L’avvocato al giornalista Mottola spiega: “Vestiti mi ha chiesto se potevo introdurre Ceraulo nella politica milanese, nella corrente fondata da Santanché e Mantovani ‘Noi Repubblicani'”. Come spiega Mottola durante uno degli incontri l’avvocato avrebbe chiamato davanti a loro Daniela Santanché per sponsorizzare l’affiliazione a Fratelli d’Italia dell’associazione “Italia Doc” che avrebbero dovuto fondare Vestiti e Ceraulo.
L’avvocato: “Era una bella opportunità perché Ceraulo era un professionista”. Daniela Santanché però sostiene di non conoscere l’avvocato Mario Claudio Marino, ovvero anche l’avvocato di Vestiti. Il legale: “Vestiti è amico fin da piccolo
con Michele Senese”, ovvero del clan camorristico a Roma. Insomma, Giancarlo Vestiti e Michele Senese sono cresciuti insieme e fanno parte dello stesso clan di camorra.
Gli affari del boss Michele Senese si sarebbero intrecciati con quelli di Franco Meloni, padre della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. A confermare tutto a Report è anche Nunzio Perrella, ex camorrista che si riforniva di droga dal clan Senese: spiega che Franco Meloni (arrestato nel 1995 per narcotraffico) trasportava droga con la barca a vela dalla Spagna. Arianna e Giorgia Meloni hanno spiegato che fin da piccole avevano chiuso i rapporti con il padre, che nel frattempo è morto.

(da Fanpage)

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AZZOPPATO AL SENATO (GASPARRI) E SBARELLATO ALLA CAMERA (BARELLI), PER NON PERDERE DEL TUTTO LA FACCIA, TAJANI RIESCE A SPUNTARLA SULLA NOMINA A CAPOGRUPPO DI DEBORAH BERGAMINI, CARA A MARINA BERLUSCONI, MA DOVRÀ SUBIRE L’INVESTITURA DI ENRICO COSTA, CHE DI SICURO NON È UN TAJANEO

Aprile 14th, 2026 Riccardo Fucile

E’ RINVIATO IL CONGRESSO NAZIONALE PER EVITARE CHE TAJANI SI BLINDI NEL PARTITO. IL “COMMISSARIAMENTO” DI FATTO DEL SUO “AIUTO-CAMERIERE” CIOCIARO PEGGIORA LO STATO DEGLI OTOLITI DELLA MELONI CHE VEDE I “PADRONI” DI FORZA ITALIA COME NEMICI E NON VUOLE ULTERIORI SCOSSE ALLA MALCONCIA STABILITÀ DEL GOVERNO

Lo sbarellamento di Antonio Tajani è totale. Il segretario di Forza Italia è ormai in una condizione di un dead-man-walking: uno zombie che dopo aver dovuto subire la cacciata di Maurizio Gasparri da capogruppo forzista al Senato, dovrà assistere anche alla caduta di Paolo Barelli dal gruppo alla Camera
Privato dei suoi “dioscuri laziali”, commissariato dai fratelli Berlusconi, dove andrà a sbattere il capoccione del vice-premier e ministro degli Esteri, distintosi unicamente come primo “aiuto-cameriere” di Casa Meloni?
Il primo banco di prova per l’ex monarchico ciociaro di Ferentino sarà la riforma della legge elettorale, che così com’è non può che essere indigesta sia per la Lega sia per Forza Italia: già depositata come bozza con l’infelice nome di “Stabilicum”, prevede un sistema proporzionale con ballottaggio ed un anti-costituzionale premio di maggioranza per la coalizione/lista che supera il 40%.
E poi i punti più dolenti per Lega e Forza Italia: addio ai collegi uninominali, avanti con le liste bloccate, senza preferenze, con soglia di sbarramento al 3%.
Il nome del candidato premier, secondo l’ultima versione, sarà sul programma e non sulla scheda per venire incontro a Marina e Pier Silvio Berlusconi (il loro cognome, da solo, vale ancora almeno il 4% dei voti).
Quel che Tajani deve decidere, per la sua sopravvivenza al vertice del partito, è se rispetterà il desiderio dei figli del Cav. di avere un partito non supino a Giorgia Meloni, e più attento in alcune battaglie che gli eredi di Arcore giudicano cruciali, a partire da una maggiore attenzione ai diritti civili e da un posizionamento internazionale del tutto contrario alle degenerazioni mentali del Trumpone
Da Arcore, anzi, da Cologno Monzese (con grossa incazzatura di molti, anche nel partito, Tajani è stato ricevuto nella sede di Mediaset, alla presenza, oltre che di Marina e Pier Silvio e dell’eterno Gianni Letta, di Danilo Pellegrino, ad di Fininvest), pretendono non solo un cambio di passo ma una Forza Italia dal volto nuovo, liberale e conservatore secondo i principi liberali del defunto CavalierePer ora non c’è l’intenzione di staccare la spina all’attuale presidente del Consiglio: fino al 2027 l’appoggio non è in discussione. L’attuale governo è nato quando Silvio Berlusconi era ancora vivo e, per rispetto agli impegni presi dal Cav, Marina e Pier Silvio terranno Forza Italia dov’è ora.
Ma le cose potrebbero cambiare a ridosso delle prossime elezioni politiche.
Quando bisognerà sedersi intorno a un tavolo e stilare il programma per la legislatura 2027-2032, i figli del Cav vorranno avere voce in capitolo e pretenderanno più spazio e maggiori attenzioni alle battaglie che stanno loro a cuore, a partire dai diritti civili (tema su cui Marina ha sostenuto di sentirsi “più in sintonia con la sinistra di buon senso”).
E poi ci sarà da discutere sui temi più “liberal” (riduzione delle tasse, no ai prelievi dalle banche), posizionamento europeo (ancoraggio al Ppe e no al dialogo con l’estrema destra), atlantismo ragionato senza prostrarsi al detestato Trump (Marina ha più volte criticato “l’affarista e prevaricatore” Caligola di Mar-a-Lago che “vuole cancellare le regole e la chiama libertà”)
Anche perché in Europa il Ppe, di cui fa parte stabilmente Forza Italia, governa stabilmente con i socialisti. Idem in Germania. Ma se questo “matrimonio” anni fa non era concepibile per gli azzurri, ora che nel mondo le cose stanno cambiando rapidamente, le scelte politiche vanno calibrate.
Come ben scriveva Francesco Bei su “Repubblica”, “è quello che in Forza Italia i fedelissimi della famiglia chiamano il ‘modulo tedesco’, prefigurando la possibilità di una coalizione europeista nella prossima legislatura, come quella che sorregge il governo del cancelliere Friedrich Merz, con dentro i socialdemocratici. […]
Questa pista tedesca naturalmente si intreccia con l’interesse dei Berlusconi e delle loro aziende, che sarebbero meglio tutelate nel caso di una futura maggioranza con dentro Forza Italia”, continua Bei, che conclude: “È la stessa logica che ha portat
qualche settimana fa Pier Silvio Berlusconi a volare a Berlino per un faccia a faccia con il ministro della cultura Wolfram Weimar, dal quale ha ricevuto il benestare per il controllo totalitario di ProSiebenSat.
Per una famiglia che aspira alla creazione di un grande polo europeo dei media, la situazione migliore è non schiacciarsi sui sovranisti, soprattutto in un momento in cui il pendolo della politica potrebbe oscillare dalla parte opposta”.
Insomma, il ragionamento dei Berlusconi brothers è questo: abbiamo ballato un giro con Giorgia Meloni, che spesso è andata in una direzione lontana da ciò che noi consideriamo importante (valori liberali, diritti civili, anti-trumpismo ed europeismo), fatta questa esperienza, ora che babbo Silvio non c’è più, è ora di svecchiare il partito, metterci al tavolo e discutere.
La vera discriminante, per una futura alleanza di Forza Italia con il centrodestra, sarà quindi il programma: Marina e Pier Silvio chiederanno, prima del voto nel 2027, un impegno chiaro in senso liberale, un posizionamento più lontano dal trumpismo di Meloni e dal putinismo di Salvini.
A chi le potrebbe rimprovera che Papi Sivlio era un grande amico di Putin, Marina avrebbe gioco facile a rispondere che il Cav ha speso la sua vita politica a tentare di avvicinare la Russia all’Occidente, non l’Occidente alla Russia (do you remember Pratica di Mare?). Ora che Mosca ha preso un’altra direzione, non si può più tentennare e mantenere il piede in due scarpe.
La prospettiva di riequilibrare Forza Italia verso il centro, da qui al 2027, è chiara. Come farlo, è ancora materia da aruspici.
Da mesi si invocano “facce nuove”, salvo poi rinculare (al Senato al posto dell’ubiquo Gasparri è stata nominata la 65enne Stefania Craxi, non proprio una nuova leva), e il partito ribolle: sarebbero stati almeno 40 (su 50) i deputati pronti a votare per Deborah Bergamini come nuova capogruppo.
Come ha ricostruito Giacomo Salvini sul “Fatto quotidiano”, Tajani, in caso di nomina di Bergamini o Mulè, Tajani è arrivato a ipotizzare le dimissioni: “Scenario che la famiglia Berlusconi non può accettare.
Sarebbe uno smacco troppo grande farsi imporre la sostituzione del consuocero per
mettere il leader della minoranza interna nonché possibile candidato alla segreteria dopo le performance referendarie, è la tesi di Tajani”. §
Così si è arrivati alla scelta di Enrico Costa, come nome di un compromesso. Tajani non ha accettato la Bergamini, braccio politico di Marina B., perché l’avrebbe percepita come un commissariamento. E con il poro Barelli, che ci facciamo?
Il presidente della Federnuoto, che crede di essere una specie di “Roosevelt della pajata”, pretende nientemeno che un ruolo da viceministro.
Può farlo, perché in questi anni, in virtù del suo rapporto con Tajani, ha acquisito molto potere (c’era anche lui a trattare sul dossier delle nomine, tanto che ci sarebbe la sua manina dietro la scelta di Stefano Cuzzilla come presidente di Terna).
La soluzione, come scrive Tommaso Ciriaco su “Repubblica”, è stata presto trovata: “L’opzione più probabile resta dunque quella di diventare viceministro del Made in Italy e imprese, al posto dell’azzurro Valentino Valentini, che traslocherebbe alla Cultura. Le dimissioni di Barelli da capogruppo sono attese a ore”.
E la Lega cosa ci guadagna? Semplice, come spiega ancora Ciriaco: il via libera alla nomina di Federico Freni alla Consob, bloccato da mesi per il veto di Forza Italia
Ps/1: Per quanto minoritaria, c’è una correntina che non ne può più del guinzaglio a distanza messo dai fratelli Berlusconi, e che spinge anche su Tajani per liberarsi di questo giogo. Peccato che ci siano 90 milioni di motivi per cui invece il “giogo” resti tale: sono le fideiussioni garantite da Arcore. Non solo: i figli del Cav sono proprietari del nome e del simbolo del partito…
Ps/2: C’è un’altra corrente parallela, quella dei melonian-trumpiani, che soffre molto la nuova direzione che Forza Italia potrebbe prendere, e coincide con lo zoccolo duro dei conduttori Mediaset. I vari Nicola Porro e Paolo Del Debbio, che ieri ha scritto una lettera al bromuro alla “Verità”, un j’accuse inedito alla famiglia che paga loro lo stipendio da anni…
(da Dagoreport)

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