Marzo 21st, 2026 Riccardo Fucile
CACCIA AI PAGAMENTI DELLE PARTECIPAZIONI BIELLESI
Sulle orme del padre con 5 mila euro cash. Papà Mauro Caroccia, ras della ristorazione alla periferia di Roma, fedelissimo del boss Michele Senese a cui lo lega un’antica amicizia, per il clan della Capitale faceva da prestanome.
Lo scorso 19 febbraio finisce in carcere, condannato in via definitiva per intestazione fittizia aggravata dall’aver agevolato un’associazione mafiosa. Lui è in cella a Viterbo, fuori la famiglia. Moglie e figli. Compresa Miriam, diciannove anni, titolare del ristorante “Bisteccheria d’Italia” finito al centro dell’affaire Delmastro.
A lei, il padre, a fine 2025 aveva lasciato le quote di quel locale sperso a Roma Sud, con una quarantina di coperti e decisamente pochi clienti. Ora entrambi sono finiti indagati, a vario titolo, per riciclaggio e intestazione fittizia. La procura di Roma vuole andare a fondo, scandagliare gli affari dei Caroccia, i legami con il clan Senese ed un faro è acceso anche sui fondi con cui la famiglia ha aperto la “5 Forchette”, società che ha la proprietà dei ristoranti di Roma e Biella.
Una Srl fondata insieme al sottosegretario alla Giustizia, deputato, avvocato penalista, uomo di punta di Fratelli d’Italia. Ed è qui che sarebbe avvenuto anche un passaggio di contanti che, seppure di modesta entità, è tutto da chiarire.
Per ricostruire la vicenda bisogna tornare al 2017-2018. Mauro Caroccia lavora per
il clan Senese e, raccontano le sentenze, con i suoi ristoranti ripulisce il denaro che arriva dalla droga, dall’usura e da una lunga serie di affari illeciti.
C’è l’apertura del “Da Baffo”, poi “Baffo 2 Fish”. Dalle indagini, si legge negli atti, «emerge come il locale sia stato gestito sotto le direttive» dei Senese. E c’è una telefonata, intercettata dagli investigatori, significativa più di altre.
Angelo Senese, fratello del capo indiscusso, un nome e un cognome che nella Capitale significano affari sporchi e potere, redarguisce Mauro Caroccia per una discussione avuta con la moglie all’interno davanti ai clienti: «Ti devo tirare le orecchie! Ti devo tirare…». I litigi in pubblico rischiano di «pregiudicare il buon nome e l’andamento dell’attività». I ristoranti finiscono al centro dell’inchiesta, Mauro Caroccia a processo: condannato nel 2022, assolto in appello. Nel 2025 annuncia l’apertura di un nuovo locale, “Bisteccheria d’Italia”. Lo fa in pompa magna, con tanto di video: «Sono tornato».
Però nella 5 Forchette, che nasce formalmente a Biella il 16 dicembre del 2024, non c’è Mauro Caroccia ma la figlia Miriam, all’epoca appena maggiorenne. Ed è con lei che il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro si mette in società, con il 25% delle quote. Con lui, seppure sul 5%, investono pure dei compagni di partito: la vicepresidente della Regione Piemonte Elena Chiorino, il consigliere regionale Davide Zappalà, l’assessore biellese e segretario provinciale di FdI Cristiano Franceschini.
Più Donatella Pelle, impiegata, moglie dell’avvocato Domenico Monteleone molto attivo in Piemonte nelle procedure fallimentari, che si prende il 10%. Il capitale versato al momento della nascita della società è appena 2.500 euro, un quarto dei diecimila euro di capitale sociale. Ma se questi soldi sono certi – certificati dalle copie degli assegni della Banca d’Asti (per le quote di Caroccia e Pelle) e Banca Sella (per tutti gli altri) depositati in camera di commercio – quando “i biellesi” escono e vendono il loro 50% a Miriam Caroccia per 5.000 euro, il saldo delle quote avviene in contanti. Forse.
Perché gli atti, redatti da un commercialista della città piemontese, si limitano a riportare che «il prezzo per la compravendita delle singole partecipazioni è già stato corrisposto dalla signora Caroccia a mezzo pagamento in contanti». Nessuna certificazione dell’avvenuto pagamento e nessuna specificazione se le somme
passate di mano hanno riguardato l’intero valore (i 5.000 euro riportati nei documenti) o solo la quota versata come capitale (1.250 euro, pari a un quarto).
I documenti non riportano una data, ma la registrazione presso la Camera di commercio locale avviene il 6 marzo scorso. Pochi giorni prima, il 3 marzo, viene registrato un atto-fotocopia dove cambia solo venditore e compratore: a vendere è la G&G di Delmastro, a comprare è la Pelle, che si trova così per qualche giorno con il 35% della società che gestisce il ristorante romano.
Anche in questo caso, «il corrispettivo» – la somma di 2.500 euro – al momento dell’atto è stato «già corrisposto» dalla Pelle «a mezzo di pagamento in contanti». La G&G era diventata socia della 5 Forchette il 28 novembre dello scorso anno. Quando Delmastro ha venduto di fatto a sé stesso, passando la sua quota alla società della quale detiene comunque il 100%. Con due differenze sostanziali rispetto agli altri passaggi di quote: l’atto è redatto da un notaio. E il pagamento (2.500 euro in questo caso) «verrà versato, con mezzi di pagamento tracciabili nel rispetto della normativa antiriciclaggio, entro 30 giorni».
(da La Stampa)
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Marzo 21st, 2026 Riccardo Fucile
IN BALLO STAVOLTA GLI AFFARI DI UN SOTTOSEGRETARIO CON IL PRESTANOME DI UN CLAN DELLA CAMORRA
Primi scricchiolii a destra sull’affaire Delmastro. La parola magica è «opportunità politica». La
pronuncia la Lega, dopo tre giorni di silenzio. Ed è la stessa formula che FdI sfruttò per chiedere le dimissioni di Josefa Idem, anno 2013, governo Letta. Solo che stavolta in ballo non c’è una cartella dell’Imu non saldata, ma gli affari di un sottosegretario alla Giustizia con il prestanome di uno dei più potenti clan di camorra.
È il capogruppo del Carroccio in Senato, Massimiliano Romeo, a esporsi: «Dimissioni? Delmastro non è indagato e noi siamo comunque garantisti sempre — le parole di Romeo — ma una valutazione sull’opportunità politica va fatta. E la deve fare innanzitutto la persona direttamente interessata».
Se i leghisti iniziano a prendere le distanze è perché la difesa di Delmastro è piena di buchi e contraddizioni. La prima versione del sottosegretario era stata: ho scoperto solo dopo l’affare chi fosse il padre della diciottenne con cui avevo aperto la bisteccheria sulla Tuscolana. In realtà lo conosceva da oltre un anno, almeno,
come testimoniato dalla foto scovata ieri da Repubblica, scattata nel vecchio ristorante di Mauro Caroccia, nell’ottobre 202
Ieri, altre due foto, altri due pasticci: in uno scatto del 3 giugno 2025, diffuso dal Fatto, Delmastro è attovagliato in bisteccheria con Giusy Bartolozzi, la capo di gabinetto di Nordio.
Non solo: a tavola, secondo fonti del ministero della Giustizia sentite da questo giornale, c’erano un mucchio di dirigenti del Dap, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Massimo Parisi, vicecapo del Dap; Rita Monica Russo, capo del personale della polizia penitenziaria a Roma; Lina Di Domenico, ex vicecapo del Dap, attuale capo del Dog, il dipartimento dell’organizzazione giudiziaria.
Le stesse fonti riconoscono, di spalle, pure Ernesto Napolillo, direttore generale dei detenuti. Insomma il dirigente che, da ultimo, dovrebbe vigilare sullo stesso boss Senese, in carcere. All’epoca della foto, Caroccia era già stato condannato nell’appello bis per intestazione fittizia di beni aggravata dal metodo mafioso.
Un’altra foto è di gennaio 2026. Un selfie pubblicato sui social da un sindacalista della penitenziaria, sempre alla bisteccheria, sempre con Delmastro. Risale a un mese prima della condanna definitiva di Caroccia. Ma il sottosegretario aveva già iniziato a liquidare le quote personali che aveva nella società in comune con la figlia di Caroccia, girandole in un primo momento a una sua azienda. Il caso è tutt’altro che chiuso.
Anche da FI trapelano sbuffi di gelo. Il viceministro Francesco Paolo Sisto non spende una parola per perorare la causa del suo collega al dicastero di Nordio: «Penso che Delmastro sia in condizioni di chiarire personalmente la sua posizione».
Come dire: non chiedetelo a me. Giorgia Meloni per ora non scarica il suo fedelissimo. Non si sono ancora parlati a quattrocchi, solo al telefono. Il faccia a faccia avverrà dopo il referendum. Resa dei conti alle viste? Si vedrà. La trincea scavata a via della Scrofa al momento si regge su un pilastro: l’assenza di un’indagine a carico del sottosegretario. Il timore, detto a mezza voce dai Fratelli, è proprio questo: che l’argine non regga più.
L’interessato per ora dribbla le questioni. Ieri a Novara, all’ultimo comizio per il referendum, si è definito un «avvocato di provincia», sostenendo che «la generazione di Fratelli d’Italia è cresciuta nel ricordo di Giovanni Falcone». Stop.
C’è un’altra grana tutta politica per il sottosegretario. M5S e Avs hanno presentato una mozione di censura alla Camera, per farlo dimettere. Ma soprattutto, il leader dei Verdi, Angelo Bonelli, ha spedito una lettera al presidente della Camera, il leghista Lorenzo Fontana, chiedendogli «quali provvedimenti intende adottare per la mancata comunicazione» da parte di Delmastro circa l’attività messa su con Caroccia. Comunicazione obbligatoria per legge, per gli eletti.
In teoria Delmastro rischia una sanzione. Fontana, fanno sapere dalla sua cerchia, girerà la pratica al comitato sulla condotta dei deputati. Che però è presieduto da un fratello d’Italia: Riccardo Zucconi.
(da agenzie)
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Marzo 21st, 2026 Riccardo Fucile
I PM DI ROMA IPOTIZZANO L’INTESTAZIONE FITTIZIA DI BENI E IL RICICLAGGIO,,, SOTTO LA LENTE IL PASSAGGIO DI PROPRIETA’ DELLE QUOTE
Mauro e Miriam Caroccia sono indagati per intestazione fittizia di beni e riciclaggio in relazione al ristorante Bisteccheria d’Italia di cui era socio il deputato di Fratelli d’Italia e sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove insieme ad altri esponenti biellesi del partito. Mentre le tante foto ritrovate in questi giorni sui social media testimoniano che Delmastro ha mentito quando ha cercato di sostenere di conoscere solo Miriam («si scopre che è la figlia di…»). E c’è anche un giallo sulle quote. Perché gli atti si limitano a riportare che «il prezzo per la compravendita delle singole partecipazioni è già stato corrisposto dalla signora Caroccia a mezzo pagamento in contanti». Senza certificazione dell’avvenuto pagamento.
A parlare dell’inchiesta della procura di Roma oggi sono Repubblica, Stampa e Il Fatto. Che prende spunto da quella che ha portato in galera Michele Senese e lo stesso Caroccia, condannato a 4 anni per riciclaggio con l’aggravante mafiosa. E che all’epoca aveva coinvolto Claudio Cirinnà, fratello dell’ex senatrice Monica Cirinnà. Negli atti si descriveva il metodo utilizzato dal clan di Senese per investire le sue disponibilità finanziarie «in attività economiche gestite da imprenditori ben conosciuti: Papa, Vestiti, Sorrentino, Caroccia, Mastrosanto». I ristoranti di proprietà di Caroccia vengono elencati dai magistrati: “Baffo”, “Baffo 2 Fish” e “Baffo 2018”. Ma agli atti ci sono anche le telefonate con Senese, i soldi alle radio romane e soprattutto i contatti con Fabrizio Piscitelli in arte Diabolik.
La S.S. Lazio
Il fondatore degli Irriducibili ucciso il 7 agosto del 2019 al Parco degli Acquedotti infatti gestiva un traffico di droga che andava in contrasto con gli interessi dei Senese. Prima di essere ammazzato aveva telefonato a Daniele Caroccia proprio per minacciarlo in relazione alle sue frequentazioni. Ma d’altro canto la tifoseria biancoceleste compare di tanto in tanto in questa storia. Forse perché dal calcio ha avuto origine la conoscenza tra Delmastro e Caroccia (il deputato piemontese è a sua volta tifoso laziale e fa parte del club biancoceleste di Montecitorio). Daniele
Caroccia ha detto al Fatto che «Chi è mio fratello lo sanno anche le pietre». Ma Delmastro non sapeva che la Bisteccheria era nata dai locali sequestrati per mafia.
In carcere
Intanto Caroccia è nel carcere di Viterbo dal 19 febbraio. Mentre piazzale Clodio ha acceso un faro anche sui fondi con cui la famiglia ha aperto la “5 Forchette”, società che ha la proprietà dei ristoranti di Roma. Perché se il capitale versato al momento della nascita della società è di 2.500 euro, un quarto dei diecimila di capitale sociale, nell’atto si riporta che «il prezzo per la compravendita delle singole partecipazioni è già stato corrisposto dalla signora Caroccia a mezzo pagamento in contanti». Senza certificazioni del pagamento.
(da agenzie)
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Marzo 21st, 2026 Riccardo Fucile
“HA FATTO TUTTA LA CAMPAGNA REFERENDARIA DICENDO CHE CHI SBAGLIA PAGA. MA PER DELMASTRO NON VALE MAI”
A Elly Schlein la “manina” evocata ieri da Giorgia Meloni sulla notizia di Delmastro e del
ristorante in società con la figlia di un mafioso non è andata già. «Siamo alle solite: quando la premier è in difficoltà grida al complotto. Ma la manina di cui dovrebbe preoccuparsi è quella del sottosegretario alla giustizia che ha fondato una società con la figlia 18enne di un indagato per mafia, poi condannato, sostenendo di non sapere chi fosse. E che ha pure mentito perché non ha dichiarato di possedere quella società. Ci sono foto che mostrano come Delmastro fosse nel ristorante con la capo gabinetto di Nordio già dopo la condanna per mafia del padre della sua socia. La premier avrebbe dovuto pretendere dimissioni immediate», dice in un’intervista a Repubblica la leader Dem.
Elly Schlein e la manina di Giorgia
Secondo la segretaria del Pd «Hanno fatto tutta la campagna referendaria dicendo che chi sbaglia paga. Ma per Delmastro non vale mai? Sono garantisti solo con gli amici. Meloni ha anche affermato di aver appreso la notizia dalla stampa e che bisognerebbe riflettere su un certo modo di fare giornalismo. Fossi in lei rifletterei sul modo in cui sceglie i vertici del ministero della Giustizia. Anziché difendere i suoi, difenda le istituzioni e il loro onore». Sul decreto benzina alla vigilia del referendum, invece, «intanto non ne sta avendo sul prezzo dei carburanti e quindi sulle tasche degli italiani. Noi siamo stati i primi a chiedere di intervenire sulle accise che il governo aveva aumentato, ma se non si ferma l’escalation questo decreto rimarrà solo uno spot elettorale. Potevano farlo 15 giorni fa, invece hanno aspettato la vigilia del referendum. Il perché è ovvio».
La guerra e il no
Secondo Schlein la guerra tra Usa, Israele e Iran peserà a favore del no nel referendum: «È scritto in Costituzione che l’Italia ripudia la guerra. Mi aspetto che lo faccia anche il governo, chiedendo il cessate il fuoco e chiarendo che non autorizzerà mai l’uso delle basi né manderà navi a Hormuz: significherebbe farci trascinare nel conflitto illegale di Trump e Netanyahu». Mentre sull’accordo con i paesi europei per una missione navale, «il documento è vago e ambiguo. Il governo deve escludere l’invio delle navi per forzare il blocco, Meloni stessa ha detto che sarebbe un passo verso il nostro coinvolgimento e noi non possiamo permetterlo. Devono dire a Trump di fermarsi e tornare alla via negoziale nelle sedi multilaterali».
Meloni e Trump
Ma questo è impossibile, riflette Schlein, perché «finora non è stata mai capace di dire un no secco alla Casa Bianca. Non l’ha fatto sull’aumento della spesa militare, sul board of peace sebbene aggirasse la Costituzione e sui dazi ha minimizzato. Ma il problema non è solo la subalternità a Trump, è che non riesce a scegliere fino in fondo l’Europa. È contraria ad abolire l’unanimità. Non lotta per gli investimenti comuni, chiesti anche dalle nostre imprese. Il piano del tycoon è disgregare l’Unione, assecondarlo va contro il nostro interesse nazionale».
La crisi e il Pil
Infine, sulla crisi e il Pil: «Se non ci fosse stato il Pnrr ci saremmo già in recessione. Siamo il Paese più esposto a una crisi energetica che secondo l’Aiea è la più grave della storia recente. Il Codacons ha calcolato che la guerra in Iran ci costa 16,5 milioni in più al giorno solo di carburanti. Il gas sta salendo, ma il governo resta ostile alle rinnovabili. In Spagna hanno investito così tanto sull’energia pulita che il costo in bolletta è sceso del 40%. Se non si scollega il prezzo dell’elettricità da quello del gas e si punta sulla filiera delle rinnovabili non riusciremo mai a raggiungere l’autonomia energetica».
(da agenzie)
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Marzo 21st, 2026 Riccardo Fucile
A GENNAIO DI QUEST’ANNO ERA LI’ A MANGIARE CON TUTTA LA POLIZIA PENITENZIARIA, MENTRE AVEVA DETTO DI AVER VENDUTO LE SUE QUOTE APPENA SCOPERTA L’IDENTITA’ DI MAURO CAROCCIA, LEGATO ALLA MALAVITA ROMANA
Il castello di bugie del sottosegretario, Andrea Delmastro Delle Vedove, crolla definitivamente di fronte alla foto che Domani può pubblicare. Dobbiamo tornare a fine gennaio di quest’anno, 2026. Il politico è impegnato sul fronte caldo della riforma della Giustizia. Un impegno istituzionale che non gli ha impedito di trovare il tempo per occuparsi anche di affari privati: da due mesi il potente meloniano ha venduto le quote della srl 5 Forchette che gestisce, insieme alla figlia giovanissima dell’uomo di camorra, l’imprenditore Mauro Caroccia, e ai vertici di Fratelli d’Italia Piemonte.
Delmastro ha venduto a una srl da lui fondata cedendo le sue quote personali, poche settimane dopo tutti scapperanno dalla società. Ufficialmente nel ristorante non compare l’uomo del più potente clan romano, i Senese. Ma tutti sanno che è lui l’oste che intrattiene gli ospiti. Le azioni sono detenute dalla figlia, che presta il nome per evitare nuovi sequestri e con lei c’è il gotha di un partito (incluso il sottosegretario alla Giustizia) che si riempie la bocca con la lotta alla mafia.
Dopo lo scandalo esploso in questi giorni, il padrone delle carceri italiane ha detto di aver ceduto le quote appena saputa l’identità di Caroccia. Solo lui non si era accorto di niente, chi fosse l’imprenditore era cosa nota a mezza Roma. Lo scatto che questo giornale pubblica smonta proprio la sua versione. Crolla così l’ultima bugia, condita da frasi di circostanza come «la mafia è una montagna di merda»
L’intoccabile di stretta osservanza meloniana cita Peppino Impastato, un film a lui dedicato, militante e intellettuale antifascista ucciso dalla mafia. Lo fa per giustificare le avventure e i rapporti con l’uomo della camorra romana. Ma questa impalcatura difensiva implode grazie alla foto del gennaio scorso.
Bistecche e bugie
Domani può ricostruire che nel periodo in cui Caroccia era già stato condannato dalla corte d’appello, a quattro anni per intestazione fittizia con l’aggravante di aver favorito il clan, Delmastro ha continuato a frequentare quel locale chiacchierato. Il sigillo giudiziario definitivo sulla storia di Caroccia è arrivato a metà febbraio. E cosa fa Delmastro a fine gennaio? Partecipa a una cena con la polizia penitenziaria nel ristorante che odora di brace e puzza di mafia. Il sottosegretario alla giustizia viene immortalato in foto con un sindacalista, Raffaele Tuttolomondo, del quale questo giornale si è già occupato per la vicinanza, quasi devozione, nei confronti di Delmastro. «Sempre a difesa delle Donne e agli Uomini della Polizia Penitenziaria insieme al grande amico Sottosegretario Segretario alla Giustizia Andrea Delmastro. GRAZIE GRAZIEEEE», scrive Tuttolomondo, sorridente con Delmastro al suo fianco. Contattati da questo giornale, né Tuttolomondo né il sottosegretario hanno risposto alla richiesta di un commento.
Dietro i due si vede il logo di Bisteccheria d’Italia, il ristorante dove il sottosegretario ha fatto accomodare poliziotte e poliziotti di un corpo, diventato troppo in fretta alla stregua di una polizia privata. Un corpo dello stato a cena dove il gestore è cresciuto e si è servito dei soldi del clan, quelli provento di narcotraffico e delitti di ogni genere. Mettendo così a rischio la credibilità ed esponendo un’intera istituzione che lavora nelle carceri, luoghi cruciali per gli imperi criminali.
Dopo la bufera per la notte di capodanno, quando l’amico deputato Emanuele Pozzolo da pistolero avevo ferito un uomo, con gli agenti penitenziari partecipi di quella serata esplosiva, ora arriva la cena nel ristorante gestito dall’imprenditore al soldo della camorra romana e di cui lo stesso sottosegretario è stato socio fino a pochi mesi fa, nei mesi in cui si occupava di riforma della Giustizia.
«I suoi fedelissimi andavano in giro a sponsorizzare il ristorante, uno di loro mi ha più volte invitato: “Andrea si è preso un ristorante a Roma. Dai vieni a mangiare, c’è una carne fantastica”», ha raccontato a Domani chi frequentava il mondo piemontese di Fratelli d’Italia.
Smentito dai fatti
La parabola societaria è ormai nota. La società viene fondata nel dicembre 2024. Dentro 5 Forchette ci sono il fedelissimo Davide Zappalà, consigliere regionale, Elena Chiorino, assessora e numero due della giunta, Cristiano Franceschini, segretario provinciale di FdI e assessore in comune a Biella, Donatella Pelle, moglie dell’avvocato Domenico Monteleone. Ma soprattutto azionista e amministratrice è Miriam Caroccia, figlia di Mauro, il ristoratore, ora in carcere, condannato a quattro anni per intestazione fittizia con l’aggravante di aver agevolato la camorra. Firmano un atto con una giovanissima, ma non si accorgono di nulla. Un’altra foto, quella del 2023 nel vecchio locale, in piedi grazie alla camorra, immortalava proprio Caroccia con Delmastro.
Delmastro cancella il suo nome tra i soci della srl a novembre, quando il sottosegretario cede le sue quote personali a una società da lui fondata. Tra febbraio e marzo di quest’anno, dopo che la corte di Cassazione ha messo il sigillo alla condanna dell’imprenditore, scappano tutti. «Ho lasciato l’azienda quando ho saputo della storia di Caroccia», in sintesi la giustificazione di Delmastro dopo lo scandalo sollevato dal Fatto Quotidiano. Dunque è ancora più grave il senso di questa foto di gennaio, dopo che il meloniano ha lasciato formalmente la società con la figlia del prestanome dei Senese. Perché seppure a conoscenza del curriculum di Caroccia, ha deciso di tornarci a gennaio: non da solo ma con la polizia penitenziaria, nel locale dell’uomo dei Senese, i padroni criminali di Roma. Oggi Senese, il pazzo, è in carcere dopo anni di impunità, condannato come padrone della camorra romana. Il suo uomo, l’imprenditore Caroccia, anche. Mentre il sottosegretario è ancora al suo posto, la legalità delle destre è così: un castello di sabbia.
Dura la presa di posizione della corrente centrista della magistratura, Unicost: «Mentre c’è in gioco un referendum che mette a rischio l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, e in cui i toni inquisitori verso i magistrati sono a livelli mai raggiunti prima, apprendiamo che uno degli uomini di punta del Governo era in rapporti d’affari con personaggi legati a uno dei clan mafiosi più attivi, anche nell’infiltrazione nelle attività economiche, nel nostro Paese e con proiezioni internazionali».
Nello Trocchia
(da editorialedomani.it)
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Marzo 21st, 2026 Riccardo Fucile
IL SOTTOSEGRETARIO ALLA GIUSTIZIA TRAVOLTO DA UNA NUOVA POLEMICA OVVIAMENTE NON SI DIMETTE
È scoppiato un nuovo caso che coinvolge Andrea Delmastro delle Vedove. Dopo la condanna
in primo grado nel caso Cospito e il caso dello sparo di Capodanno, ora
l’attenzione mediatica e politica si è spostata sul sottosegretario alla Giustizia di Fratelli d’Italia per una società fondata a dicembre del 2024. Il problema si concentra sulla socia di Delmastro, Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, condannato in via definitiva per intestazione fittizia con aggravante mafiosa.
Il caso del ristorante, chiamato Bisteccheria d’Italia, e soprattutto del coinvolgimento del sottosegretario finirà davanti alla commissione Antimafia in Parlamento. Le opposizioni hanno chiesto le dimissioni dell’esponente di FdI, ma Giorgia Meloni lo ha difeso, come aveva fatto la sorella Arianna poche ore prima – pur ammettendo che avrebbe dovuto essere più “accorto”. Da quando il caso è scoppiato, però, sono emerse diverse contraddizioni che finora né Delmastro né il governo hanno chiarito.
La società fondata a Biella con una diciottenne
Ciò che sappiamo, rivelato inizialmente dal Fatto quotidiano, è che il 16 dicembre 2024 Delmastro firmò davanti a un notaio di Biella per la nascita della società Le 5 forchette srl. Tra i soci c’erano altri esponenti di spicco di Fratelli d’Italia in Piemonte: la vicepresidente regionale Elena Chiorino, il consigliere regionale Davide Zappalà, il consigliere meloniano a Biella Cristiano Franceschini. E soprattutto c’era la giovane indicata come amministratrice della società: Miriam Caroccia, appena maggiorenne.
Il problema è che la ragazza è la figlia di Mauro Caroccia, imprenditore già pubblicamente coinvolto in un’inchiesta sulla camorra. L’accusa degli inquirenti era che Caroccia usasse i suoi ristoranti, Da Baffo, per riciclare soldi del clan Senese.
Nel periodo in cui nacque la società con Delmastro, Caroccia era stato assolto in appello. Poi la Cassazione avrebbe disposto un altro processo e sarebbero arrivate le condanne, questa volta definitive. Proprio in quei mesi, a novembre 2025, Delmastro prima ha venduto le sue quote a una società di cui era socio unico, poi – tra febbraio e marzo di quest’anno – sia lui sia gli altri esponenti di Fratelli d’Italia si sono tirati indietro. In buona parte, vendendo le proprie partecipazioni proprio a Miriam Caroccia.
Il punto è che Delmastro stesso sostiene di non sapere chi fosse la giovane. Si è limitato a dire che era una “ragazza non imputata e non indagata, che poi si scopre essere figlia di”. Dunque non avrebbe saputo chi fosse suo padre. L’avrebbe scoperto solo a posteriori: “Nel momento in cui si scopre, immediatamente, per il
rigore etico e morale che mi contraddistingue su questa battaglia, mi sono tolto dalla società”, ha aggiunto.
Qui però iniziano le cose che non tornano. Non è chiaro come Delmastro conosciuto la socia, né perché abbia deciso di aprire una società con una diciottenne. Nella Bisteccheria d’Italia c’era più di un riferimento a Da Baffo, il vecchio locale del padre della giovane.
Ma soprattutto, Delmastro aveva già incontrato Mauro Caroccia. Era andato a cena nel suo ristorante il 20 ottobre 2023. Lo ha dimostrato una foto, pubblicata sui profili social del locale, in cui lo stesso titolare commentò: “Sottosegretario alla Giustizia Delmastro. Anche lui ha scelto il vero Baffo”.
I precedenti di Caroccia difficili da ignorare
Caroccia, vale la pena di ricordarlo, era indagato da anni a quel punto. Era stato arrestato nel 2020 nell’ambito dell’indagine chiamata Affari di famiglia, e le carte dell’inchiesta sul suo conto mostravano un rapporto stretto con i boss Senese. Le condanne hanno confermato che utilizzava i suoi locali per agevolare il riciclaggio di denaro dell’organizzazione camorristica.
È difficile immaginare che non solo un parlamentare, ma un sottosegretario alla Giustizia, non conoscesse la vicenda anche prima delle condanne definitive. O che non si sia informato su chi fossero le parentele di Miriam Caroccia, prima di fondare una società con una diciottenne. E invece è proprio questa la versione di Delmastro: che non avrebbe saputo chi era la ragazza fino a circa un anno dopo, quando ha venduto le sue quote.
Niente comunicazione ufficiale sulla nuova società
Si è aperta anche un’altra questione, solo apparentemente formale. I rappresentanti delle istituzioni sono obbligati, per legge, a dichiarare le loro variazioni patrimoniali. Ogni anno devono fare una dichiarazione in cui chiariscono non solo la loro dichiarazione dei redditi, ma anche eventuali investimenti. È per evitare conflitti d’interesse. Eppure, negli atti depositati da parte di delmastro non risulta la nascita della società Le 5 forchette. Lo stesso vale per gli altri esponenti politici di Fratelli d’Italia.
Le opposizioni hanno chiesto anche il perché di questa decisione. Dal punto di vista dei regolamenti, potrebbe causare una sanzione. Ma gli esperti non escludono che ci
possano anche essere ricadute sul piano penale, anche se su questo le norme non sono del tutto chiare.
(da Fanpage)
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Marzo 21st, 2026 Riccardo Fucile
L’AFFONDO DEL MINISTRO DEGLI ESTERI DELL’OMAN DA’ VOCE ALLA RABBIA E AI DUBBI DELLE PETROMONARCHIE: “LE BASI USA UN GUADAGNO O UN PROBLEMA?”
C’era una volta l’Età dell’Oro. Donald Trump voleva portarla agli Usa, ma c’era un gruppo di Paesi che credeva di essersela già aggiudicata: quelli del Golfo. Sui petrodollari le monarchie di Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi e non solo stavano costruendo hub «dorati» – per il club dei ricchi, ovviamente – a base di hotel e
grattacieli, affari e turismo, sport e innovazione tecnologica. Trump in questo pareva l’alleato perfetto – nessun presidente Usa come lui è tanto sensibile al fascino del denaro, e nel Golfo punta(va) le fiches pure dei suoi affari personali e di famiglia. Non a caso il primo viaggio del suo secondo mandato alla Casa Bianca aveva scelto di farlo proprio tra le palme e gli sfarzi di Riad, Doha e Abu Dhabi. Ma la guerra in Iran che infuria ormai da tre settimane – comunque procederà – potrebbe all’opposto allontanare strutturalmente gli Stati Uniti dai partner del Golfo. Se c’è una «furia epica» – brand ufficiale dell’operazione militare Usa – sembra essere in questi giorni proprio quella dei vertici delle petromonarchie. Infuriate con l’Iran che le bersaglia di droni e missili dove fa più male – aeroporti, hotel, giacimenti, appunto – ma anche con gli Usa che li hanno di fatto trascinati in una guerra esiziale.
L’affondo senza precedenti dell’Oman
A dare voce nel modo più esplicito e brutale a questa rabbia è Badr Albusaidi. Il ministro degli Esteri dell’Oman è rimasto scottato pure sul piano personale, considerato che era lui a tirare le fila dei faticosi negoziati indiretti Usa-Iran sul nucleare degli ultimi mesi. Ci credeva davvero, lui. La Casa Bianca, è il legittimo sospetto, decisamente meno. E in ogni caso la decisione di far saltare il tavolo attaccando preventivamente l’Iran il 28 febbraio ha precipitato la regione nel caos. E ora i danni chi li paga? «L’America ha perso il controllo della sua politica estera», scrive Albusaidi in un durissimo op-ed ospitato dall’Economist. Nel quale invita i suoi (ex?) alleati un po’ in tutto il mondo – dunque anche l’Europa – ad aprire gli occhi e provare a riaprirli ai “sonnambuli” americani. «La questione per gli amici dell’America è molto semplice: cosa possiamo fare per liberare la superpotenza da questo ginepraio» in cui s’è cacciata? Il dirigente dell’Oman condivide in effetti l’analisi che viene fatta perfino tra i suoi ex collaboratori, e cioè che Trump si sia fatto trascinare in una guerra senza senso. «Il più grande errore di calcolo dell’amministrazione americana è stato certamente quello di consentire di lasciarsi trascinare in un guerra che non è la sua», perché «non c’è alcuno scenario possibile in cui sia Israele che l’America possano ottenere da essa ciò che vogliono».
Data center addio?
Il problema, dal punto di vista dei Paesi del Golfo, è che a fare da fusibili di questo calcolo errato ora sono proprio loro. E questo cambierà lo scenario, in modo probabilmente strutturale. «Per gli Stati del Golfo un modello economico in cui lo sport globale, il turismo, l’aviazione e la tecnologia giocavano un ruolo importante ora è in pericolo», scrive Albusaidi dando voce a quello che molti nella regione preferirebbero non dover ammettere. E il progetto futuro che coltivavano insieme all’America ora potrebbe andare fuori strada: «I piani per diventare un hub globale per i data center potrebbero dover essere rivisti», scrive ancora Albusaidi. Minacce di rappresaglia all’Iran a parte, devono essersi incentrate anche su riflessioni di medio termine come queste le discussioni «d’emergenza» svoltesi ieri a Riad tra i ministri degli Esteri dei Paesi arabi e islamici.
Il «ripensamento» nel Golfo sulle basi Usa
Secondo alcuni osservatori la rabbia del Golfo potrebbe portarli perfino a rimettere in discussione la presenza massiccia di basi Usa nella regione, prese brutalmente di mira dall’Iran. «Dovevano proteggere la nostra sicurezza, ora invece ci impediscono di prendere decisioni in modo indipendente e difenderci», si legge in un commento su Al Araby Al Jadeed, quotidiano in lingua araba finanziato dal Qatar. Secondo Bruno Schmidt-Feuerheerd dell’Università di Oxford, ci sono le condizioni perché su questo tema ci sia un serio ripensamento dopo la guerra: i Paesi del Golfo, dice a Deutsche Welle, «dovranno decidere se le basi militari Usa sono un beneficio di sicurezza o un rischio». Ci andrà tempo e la risposta non è scontata, certo, ma intanto quello che pare già chiaro è che «l’equilibrio decennale petrolio a basso costo in cambio di garanzie di sicurezza americane inizia a sembra un modello superato». Mentre in fondo al tunnel della guerra la luce ancora neppure si vede.
(da agenzie)
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Marzo 21st, 2026 Riccardo Fucile
LA PREMIER, NORDIO, MATONE, BONGIORNO, BARTOLOZZI: UN FANTASTICO COMITATO DEL NO
Al referendum voto No perché mi ha convinto Giorgia Meloni quando mi ha spiegato che, se
vince il No e non passa la riforma-Nordio, stupratori e pedofili finiranno in libertà. Sulle prime ho detto: “Cacchio, allora bisogna che voti Sì!”.
Poi mi sono ricordata che è stato il ministro Nordio ad aver rimesso in libertà uno stupratore di bambine, facendo tornare a casa con un volo di stato il torture libico Almasri sul quale pendeva un mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità e di guerra tra i quali omicidio, tortura, stupro e violenza sessuale anche su minori: la Corte ritiene che Almasri abbia commesso personalmente questi reati in Libia o che abbia ordinato a membri delle Forze speciali al suo comando di commetterli dal 2015 in poi.
Senza contare che il governo guidato da Giorgia Meloni resta saldamente alleato di un paese che non persegue i coloni e i soldati accusati di stupri suoi minori, denuncia l’Onu, e senza contare che il nostro miglior alleato Donald Trump veniva definito “il mio migliore amico” dal pedofilo e stupratore seriale Epstein intimamente legato al già premier e capo dei servizi segreti di quel paese che non processa gli stupratori e che anzi, perfino di fronte al video che riprende lo stupro di un detenuto in carcere da parte delle guardie, invece che condannare le guardie archivia i cinque responsabili e arresta la procuratrice generale dell’esercito che ha diffuso il video.
Certo, quando poi Meloni ha detto che se vince il Sì i bambini non verranno più separati a forza dai loro genitori ho detto ok, allora forse voto Sì, che questa cosa dei bambini separati a forza dai loro genitori anche quando i genitori sono amorevoli e accudenti non piace per niente, ma poi mi sono ricordata che è il governo a separare le famiglie dei richiedenti asilo, madri e figli da una parte, padri in Albania, ed è il nostro più grande alleato che manda i poliziotti ad arrestare i bambini in braccio ai loro genitori per poi separarli o che manda i poliziotti a sparare in faccia alle madri innocenti e disarmate come nel caso di Renee Good, impedendo loro di tornare a casa dai figli, o che bombarda una scuola elementare uccidendo sul colpo 165 bambine separandole per sempre dai genitori, per non parlare del nostro alleato che ha provocato più orfani di qualunque cataclisma: circa 50mila solo in quella località chiamata G@z@ per aggirare la censura dei social pagati dal governo dell’alleato in questione, senza che Meloni stracci gli accordi di collaborazione, invochi sanzioni, blocchi l’export di armi verso quel paese che separa per sempre così tanti bambini dai loro genitori. Mi è sembrata un po’ in malafede, ecco.
Mi sono detta, ok, che c’entra, si vota nel merito: se una riforma serve ad accorciare i tempi dei processi che in Italia sono biblici allora vale la pena votare Sì! Ma poi la responsabile giustizia della Lega e presidente della commissione giustizia del Senato – una che ne sa più di me, mi sono detta – Giulia Bongiorno è sbottata: «Ma chi è che ha detto che questa riforma incide sui tempi della giustizia?! Ma quando mai!».
Allora ho detto scusate eh, ma allora, di preciso, a cos’è che serve questa riforma? E il ministro della Giustizia mi ha chiarito che serve a mettere la magistratura sotto il controllo di qualcuno perché attualmente la magistratura, proprio come prevede la Costituzione che si vuole cambiare, non è sotto il controllo di nessuno: è indipendente.
Ho detto ma no, dai, ma non ci credo che sia questo il vero scopo della riforma! Mi sembrerebbe clamoroso! Un golpe! La fine della separazione dei poteri!
Sentiamo cosa ne pensa la senatrice ex magistrato leghista Simonetta Matone, che infatti ha rimproverato Nordio dicendo che quella cosa lì che ha detto Nordio la pensano tutti, ha detto Matone, tutti loro che vogliono la riforma, ma – furbi – non la dicono: mentre Nordio, ha detto Matone, “confonde quello che si può dire un salotto tra amici con quello che si può dire in pubblico”, ha detto Matone in pubblico, e allora ho detto io “Ma che davero?”.
E la capa di gabinetto del ministro Nordio ha detto che sì, davvero lo scopo è quello: “Votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura”, ha detto in tv, convincete le persone con qualunque mezzo, pure con il classico voto di scambio, ha detto a un evento pubblico il deputato di Fratelli d’Italia, Aldo Mattia: «Il solito sistema clientelare, tu mi fai questo favpre perché io ti ho fatto questo favore», confondendo pure lui quelle cose che chi le pensa in privato non le dice in pubblico perché il voto di scambio è un reato, fino a quando c’è una magistratura a perseguire i reati.
E allora ho detto: sai che c’è? Mi avete convinto! Grazie Meloni, Nordio, Matone, Bongiorno, Bartolozzi, Mattia, grazie gentili esponenti del governo e della maggioranza per essere riusciti a rendere chiara una materia altrimenti così tecnica e poco comprensibile per il comune cittadino.
Mi avete convinto con poche e semplici parole, che altrimenti mi toccava leggere Marco Lillo che mi faceva una testa tanta partendo dal delitto Matteotti che Mussolini confessò restando impunito e guarda caso a volere la riforma sono quelli con il busto del Duce. O Marco Travaglio che ti illustra per filo e per segno come i padri nobili di questa riforma siano Licio Gelli e il pidduista Silvio Berlusconi. Dico, ma c’è bisogno di scendere così nello specifico? Nordio è stato così chiaro! E Bongiorno e Matone: un fantastico comitato del No.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Marzo 21st, 2026 Riccardo Fucile
ANCHE GLI STATI UNITI SONO IN DIFFICOLTA’, AL PUNTO CHE IL SEGRETARIO DEL TESORO AMERICANO, SCOTT BESSENT, HA DETTO CHE GLI USA POTREBBERO RIMUOVERE LE SANZIONI AL PETROLIO IRANIANO GIÀ IN NAVIGAZIONE. SAREBBE UNA MOSSA CLAMOROSA, DOPO 56 ANNI DI MISURE CONTRO TEHERAN
Secondo il governo del Qatar gli attacchi iraniani contro l’impianto di Ras Laffan ridurranno del 17% in cinque anni la capacità di esportazione di gas naturale, causando al Paese una perdita di 20 miliardi di dollari di entrate annuali. Lo scrive la Bbc. Il Gnl viene prodotto raffreddando il gas naturale a temperature molto basse utilizzando una grande unità di processo industriale nota come ‘train’, spiega l’emittente britannica, e il ministro afferma che gli attacchi iraniani hanno danneggiato due dei 14 ‘train’ dell’impianto.
“Cinque anni non bastano per una riparazione”, ha dichiarato alla Bbc Ciaran Roe, direttore commerciale di HySights, società di intelligence di mercato per i combustibili puliti con sede a Singapore. “Si tratta di una ricostruzione completa”.
I paesi asiatici sono i più dipendenti dal Gnl del Qatar, in particolare Giappone, Corea del Sud, India e Cina. In Europa, Italia e Belgio sono già grandi clienti, ma il continente nel suo complesso sta diventando sempre più dipendente dal gas mediorientale, avendo abbandonato le importazioni russe in seguito alla guerra in Ucraina e il Qatar è uno dei principali, se non il principale, attore nel mercato globale del gas naturale, ricorda la testata.
“La paura potrebbe persistere sul mercato per diversi mesi, se non anni”, afferma Roe. “Questo cambierà il modo di pensare dei governi nei confronti delle importazioni di Gnl”.
Se il mercato del petrolio fosse perfetto — guidato da domanda e offerta, non da agende politiche e azioni di guerra — accadrebbe qualcosa che in questa guerra è alieno: andamenti uguali per tutti nel mondo e non uno scarto di quasi il 50% fra il prezzo euro-americano e quello in Asia.
E se il mercato del gas non fosse stato trascinato nel conflitto del Golfo, con guasti duraturi a uno dei maggiori impianti al mondo, e il rischio di blocco delle forniture a Italia e Belgio, l’Europa ora non rischierebbe la seconda crisi strutturale dell’energia in quattro anni.
Invece le ultime 48 ore segnano un’ulteriore discesa nel conflitto, con gli impianti di petrolio e metano come ostaggi contro i quali entrambe le parti infieriscono. A un attacco israeliano su South Pars, le infrastrutture del giacimento di gas che Teheran condivide con Doha, è seguito quello iraniano sull’impianto qatariota di Ras Laffan.
E poiché quest’ultimo è uno dei maggiori nel gas naturale liquefatto e avrà bisogno di anni per tornare a pieno regime, la guerra del Golfo sta imprimendo un altro giro di vite all’economia mondiale.
Eurasia Group, il think tank di Ian Bremmer, prevede che all’Italia questa crisi possa costare un intero punto percentuale di prodotto lordo nel 2026 (dunque porterebbe il Paese in recessione), a Francia, Germania e Cina poco di meno.
Il segno che un’altra soglia è stata superata l’ha dato ieri il segretario al Tesoro americano Scott Bessent. In un’intervista a Fox , ha detto: «Nei prossimi giorni, potremmo levare le sanzioni al petrolio iraniano che è già in navigazione».
Sarebbe uno stupefacente rovesciamento di rotta dopo 56 anni di misure economiche degli Stati Uniti contro Teheran, proprio quando per la prima volta i
due Paesi si affrontano in una guerra aperta e protratta. «Sono dieci giorni o forse due settimane di offerta di greggio in più», ha aggiunto Bessent.
Il fatto che l’amministrazione Trump parli di una simile ipotesi dà la misura di quanto i rincari dell’energia mordano
Bessent per ora cerca di fare dichiarazioni che calmino il mercato; ma senz’altro la Casa Bianca è disposta ad andare anche più lontano, pur di disinnescare i rincari del gallone di benzina per l’elettore medio negli Stati Uniti.
Le sanzioni alla Russia sono già sospese. La stessa apparente calma che regna sul solo West Texas Intermediate (Wti) — l’indice americano del petrolio, ieri più stabile sotto i cento dollari a barile rispetto all’indice europeo Brent o agli indici del Golfo Dubai e Oman — alimenta nel mercato il sospetto che il dipartimento del Tesoro stia intervenendo.
Alcuni osservatori si chiedono se l’amministrazione Trump cerchi di manipolare un po’ il prezzo. Avrebbe un modo per farlo: vendere o far vendere allo scoperto, provocandone i ribassi, i futures sul Wti. Sarebbe un’operazione ritenuta dagli esperti tanto efficace nell’immediato, quanto pericolosa alla lunga perché non potrebbe alterare lo squilibrio fra domanda e offerta.
Molti investitori iniziano poi a pensare che Trump possa bloccare, limitare o tassare l’export di energia americana per tenere entro i confini il più possibile del gas e petrolio prodotti negli Stati Uniti e così separare al ribasso i prezzi statunitensi da quelli del resto del mondo.
Molte di queste azioni sarebbero illegali e creerebbero terremoti sui mercati. Ma l’aspettativa è così diffusa che ieri la Casa Bianca ha dovuto smentire.
Forse più semplice per il presidente andarsene dichiarando una vittoria che non sarebbe tale, nella speranza che l’Iran riapra Hormuz. Certo la pressione resta . Preoccupa anche un’altra distorsione: il Wti ieri sera era a 95 dollari a barile, il Brent a 107, ma le varietà Oman e Dubai a 153 e 136; eppure questi tipi di greggio del Golfo costavano qualcosa meno del Brent fino a subito prima della guerra.
Il loro aumento vertiginoso si spiega perché essi sono divenuti molto più scarsi con la chiusura di Hormuz, a svantaggio dei compratori di Cina o Corea del Sud che ne usano la gran parte. Ma presto le raffinerie asiatiche potrebbero entrare in concorrenza con le raffinerie europee e americane per il greggio occidentale venduto ai prezzi del Brent
Facendo convergere i prezzi del petrolio consumato in Europa al rialzo, verso quelli del petrolio consumato in Asia.
(da agenzie)
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