Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
IL MINISTRO DEGLI ESTERI NON SI FIDA DELLA MINORANZA INTERNA DEL SUO PARTITO CHE PREME PER SOSTITUIRE IL CAPOGRUPPO ALLA CAMERA, PAOLO BARELLI, FEDELISSIMO E CONSUOCERO DEL SEGRETARIO… SI VA VERSO UNO STOP AI CONGRESSI REGIONALI DI FORZA ITALIA, PER IMPEDIRE A TAJANI DI BLINDARSI E DI GOVERNARE LA DELICATA FASE DI COMPOSIZIONE DELLE LISTE ELETTORALI
Mercoledì o giovedì, alla fine di una doppia trasferta a Kiev prima e a Belgrado poi, Antonio
Tajani incontrerà Marina Berlusconi. Un faccia a faccia fortemente cercato dal segretario di Forza Italia, per provare a frenare la slavina interna, innescata dalla sconfitta al referendum.
«Se si vuole dare una scossa al partito, concordiamola. Io non posso subirla». Questo il ragionamento che Tajani avrebbe condiviso con i suoi e vorrebbe portare alla figlia del fondatore del partito in quello che auspicherebbe come «un chiarimento definitivo, almeno fino al voto delle Politiche». Non per puntellare sé stesso, giura, ma per salvaguardare il partito.
Tajani non si fida della minoranza interna che da giorni preme per sostituire il capogruppo, fedelissimo e consuocero del segretario, Paolo Barelli, come ha già fatto con Maurizio Gasparri al Senato, dopo aver sollecitato e ottenuto il via libera dalla famiglia Berlusconi. «Se sostituiamo Barelli — il calcolo che Tajani vuole portare all’attenzione di Marina Berlusconi — non si fermeranno, il giorno dopo pretenderanno altro».
E «l’altro» è già emerso: bloccare i congressi regionali il cui iter è stato avviato dal segretario, con circolare formale, a meno di 24 ore dalla batosta elettorale.
Se questa è la strategia di Tajani, sul fronte della minoranza regna una calma apparente. A consigliare prudenza in parte è la paura delle elezioni anticipate, minacciate dalla premier.
Se la sostituzione di Barelli è congelata — «ma non certo abortita», sono sicuri i più attivi —, domani bisogna confermare l’impegno con Gasparri che deve essere eletto presidente della commissione Esteri e difesa.
Si attende uno stop ai congressi, per impedire a Tajani di blindarsi e di governare la delicata fase di composizione delle liste elettorali senza contraddittorio. Ma lo snodo fondamentale è ancora un altro: le nomine nelle aziende pubbliche.
Giovedì infatti si depositano le prime liste dei candidati alla guida di Poste, Eni, Enel, Terna. E Leonardo, su cui sono puntati gli occhi di tutti. E la partita interna alla maggioranza è cominciata da tempo. Per la presidenza al posto di Stefano Pontecorvo, Forza Italia vorrebbe Stefano Cuzzilla: già manager pubblico, sostenuto da Barelli. Fermare la candidatura di Cuzzilla sarebbe un segnale non meno potente della sostituzione del capogruppo.
Se invece Tajani riuscisse a difendere l’indicazione, dimostrerebbe l’autonomia di manovra che rivendica. Autonomia dalla sua minoranza. Ma dalla famiglia non si prescinde. Così Tajani andrà a chiedere di condividere i passi di quel rinnovamento che Marina Berlusconi chiede.
Del resto non è certo l’unico a parlare con i Berlusconi: nei prossimi giorni gli appuntamenti già fissati con la figlia del fondatore sono diversi.
(da agenzie)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
IL MONDO REALE SMENTISCE LA NARRAZIONE SOVRANISTA TRA IDENTITA’, PAURA E RIFIUTO DELLA DEMOCRAZIA
Dalle piazze americane ai giovani delle Nazioni Unite, passando per lo stop a Meloni al referendum fino all’Europa: il mondo reale smentisce la narrazione della destra tra identità, paura e rifiuto dei limiti democratici. Da New York, in questi giorni, si ha una percezione molto chiara: il mondo non si sta restringendo, si sta allargando. E lo sta facendo più velocemente di quanto la politica, soprattutto quella europea, riesca a comprenderlo.
Ma c’è anche un altro segnale, ancora più importante. In questi giorni, nell’evento annuale ospitato dalle Nazioni Unite, “Change the World”, che riunisce migliaia di ragazzi provenienti da decine di Paesi per confrontarsi su futuro, diritti, sviluppo e trasformazioni globali, emerge un dato netto: per le nuove generazioni, il mondo rabbioso e identitario è fuori dal tempo.
Così come per le piazze americane di queste ore, figure come Donald Trump non rappresentano una risposta al futuro. Rappresentano una regressione. E lo stesso vale per una destra europea, da Giorgia Meloni a Viktor Orbán, che continua a inseguire una narrazione identitaria mentre il mondo cambia.Perché mentre quella politica continua a incidere sugli equilibri globali, i ventenni guardano in un’altra direzione: convivenza tra identità diverse, apertura, uguaglianza, cooperazione. Esattamente l’opposto della chiusura identitaria che domina il discorso dei nazionalisti.
E nello stesso tempo, le piazze di queste ore, piene e partecipate, attraversate da una mobilitazione civile forte contro le derive autoritarie e in difesa della Costituzione americana, dicono qualcosa di ancora più chiaro. Non è una protesta isolata. È un’onda. Negli Stati Uniti si sono svolte oltre 3000 manifestazioni “No Kings” in più di 3000 città, da New York a Washington, da Chicago a Boston, a Minneapolis
fino ai centri più piccoli. Milioni di persone sono scese in piazza contro l’aumento dei prezzi, i costi della sanità, le tensioni internazionali e contro un’idea di potere sempre più concentrato.
Non è solo quantità. È qualità politica. È una società che si muove per difendere un principio semplice: abbiamo una Costituzione, non un re. Ed è impossibile, stando qui, non cogliere anche un altro elemento. Questa non è rabbia. È consapevolezza. Non è chiusura. È richiesta di democrazia. E mentre negli Stati Uniti prende forma una mobilitazione di dimensioni quasi storiche, anche in Europa qualcosa si muove. Sabato a Roma è andata in scena una protesta partecipata, che segnala come in Italia esista una domanda di alternativa, di diritti, di giustizia sociale.
Due contesti diversi, certo. Ma un filo comune molto evidente. Da una parte milioni di persone negli Stati Uniti che si oppongono a una deriva autoritaria e nazionalista. Dall’altra una società europea che, pur con numeri e forme diverse, torna a mobilitarsi. È il segno che qualcosa si è rimesso in movimento. E che, nonostante il racconto della destra, non è vero che il mondo chiede più chiusura e più potere senza limiti: sta chiedendo esattamente il contrario.
Qui non c’è traccia di quell’Occidente compatto, omogeneo, quasi assediato evocato da molti leader nazionalisti. C’è, al contrario, un mondo aperto, competitivo, interdipendente, attraversato da trasformazioni profonde: tecnologiche, demografiche, sociali. Il punto è semplice, ma decisivo: non è il mondo che non regge più. È la loro idea di mondo che non regge più. Perché i problemi reali delle società occidentali non hanno nulla a che fare con la difesa di un’identità astratta. Riguardano la vita quotidiana delle persone: salari che non crescono, lavoro che cambia e si precarizza, costo della vita, accesso alla casa, qualità dei servizi pubblici, sanità, scuola, tempo di vita, sicurezza sociale.
E dentro queste trasformazioni si è affermato un altro fattore decisivo: il capitalismo digitale e l’accelerazione prodotta dall’intelligenza artificiale, che stanno comprimendo tempi, cambiando il lavoro, concentrando potere economico e ridefinendo gli equilibri sociali con una velocità senza precedenti. Eppure, di fronte a tutto questo, la destra continua a spostare il terreno dello scontro. Non parla di salari, parla di identità. Non affronta il lavoro, evoca la nazione. Non costruisce soluzioni, costruisce nemici. È un meccanismo noto: trasformare l’insicurezza materiale in paura culturale. Funziona sul piano del consenso, ma non nella realtà.
Negli Stati Uniti questa deriva è ormai esplicita. Ma non è inevitabile. Le piazze e le nuove generazioni lo dimostrano. E sarebbe un errore pensare che tutto questo resti lì. Anche in Italia, la destra al governo si muove nella stessa direzione. Evoca continuamente l’Occidente, la civiltà, le radici, ma quando si tratta di affrontare i nodi veri come salari, produttività, lavoro povero, sanità pubblica, scuola, politiche industriali, ricerca, il vuoto di proposta è evidente.
E soprattutto emerge una contraddizione che non può più essere nascosta: si parla di sovranità nazionale, ma si blocca sistematicamente il rafforzamento dell’Europa. Si difende il diritto di veto, si rallentano le decisioni comuni, si indeboliscono gli strumenti che potrebbero davvero proteggere cittadini e imprese. È una politica che rivendica forza, ma produce impotenza. Nel frattempo, il mondo si muove. E chi resta fermo non difende il proprio spazio: lo perde. C’è poi un elemento più profondo, meno visibile ma ancora più preoccupante: il tentativo di costruire una giustificazione culturale del potere senza limiti.
Figure come Peter Thiel non sono un’anomalia marginale. Rappresentano una regressione precisa: l’idea che il problema non sia il potere che si concentra, ma chi prova a limitarlo. È una torsione che va presa sul serio. Perché qui non siamo davanti a una semplice provocazione intellettuale, ma a una vera e propria deriva teologico politica del tecnopotere: l’uso di categorie religiose assolute per delegittimare la regolazione democratica e sottrarre il potere tecnologico a ogni forma di controllo pubblico. È il tentativo di dare una base ideologica e perfino “razionale” a un mondo in cui il potere non deve più essere limitato, ma liberato.
Ma questa visione non regge. Nessuno dei grandi rischi contemporanei, dall’intelligenza artificiale al cambiamento climatico, è affrontabile senza regole, senza standard condivisi, senza coordinamento internazionale. Negarlo non è anticonformismo. È negazione della realtà. Ed è qui che il quadro si ricompone. Da una parte il nazionalismo politico mobilita paura e identità.
Dall’altra, una parte delle élite tecnologiche delegittima ogni limite democratico.
Il risultato è una combinazione nuova e pericolosa: identità senza pluralismo, tecnologia senza regole, potere senza limite. E questo riguarda anche noi. Perché è legittimo chiedersi anche in Italia quale sia il livello reale di interlocuzione tra queste visioni e alcune aree della destra nazionalista. Su questo serve chiarezza. Non per alimentare polemiche, ma perché quando si mette in discussione il
principio stesso del limite democratico non siamo più nel terreno del confronto politico ordinario: siamo davanti a una questione che riguarda la qualità della nostra democrazia.
La verità è che la protezione che viene promessa non arriva. Arriva invece più fragilità, più isolamento, meno capacità di incidere. Ed è qui che si apre la vera sfida. Non si tratta di difendere un’idea astratta di Occidente, ma di costruire una proposta credibile per il presente. Perché il mondo è già aperto. La domanda è se la politica vive questa apertura e la interpreta o se continua a negarla. La destra ha scelto la seconda strada. Le nuove generazioni e le piazze di questi giorni indicano con chiarezza la prima.
(da Fanpage)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
SERVIVA IMPEDIRE LA CELEBRAZIONE DI UNA MESSA PER CONVOCARE L’AMBASCIATORE ISRAELIANO, NON UN GENOCIDIO
Serviva impedire la celebrazione di una messa per convocare l’ambasciatore israeliano. Non
un genocidio, non decenni di apartheid, il bombardamento costante di altri Paesi o gli attacchi alle basi Unifil con il personale italiano. Nemmeno il sequestro di parlamentari e cittadini italiani in acque internazionali.
La decisione di non permettere al Patriarca di Gerusalemme, il cardinale Pizzaballa, di presiedere alla messa in vista della Santa Pasqua, ufficialmente per questioni di sicurezza, è un segnale grave di un’ostilità che non colpisce più solo i palestinesi, ma tutti coloro che sostengono la popolazione e denunciano il massacro in corso, esattamente come fatto dallo stesso Pizzaballa e da padre Romanelli durante l’offensiva militare israeliana nella Striscia di Gaza.
Eppure, questa è la reazione di Giorgia Meloni, rimasta in silenzio davanti al genocidio, così come il Ministro degli Esteri. Quest’ultimo, proprio mentre la Sumud Flotilla con decine di attivisti italiani si dirigeva verso Gaza, dichiarò che il diritto internazionale vale fino a un certo punto: quel punto coincideva con l’azione di Israele nel sequestrare i nostri concittadini in acque internazionali per trasferirli e arrestarli in territorio israeliano.
Oggi comprendiamo che quel limite è molto chiaro: impedire lo svolgimento di una funzione religiosa conta più di decine di migliaia di vite spezzate dalle bombe, dalla fame e dalla sete imposte dal governo Netanyahu o dagli assalti dei coloni contro i palestinesi, cristiani e musulmani. In Cisgiordania le comunità cristiane sono numerose e sempre più spesso subiscono attacchi nel silenzio totale. In quel contesto, l’indifferenza verso i palestinesi prevale sulla necessità di apparire “buoni cristiani”.
Non è un caso che Israele abbia vietato proprio a Pizzaballa l’accesso al Santo Sepolcro: il motivo ufficiale è per questioni di sicurezza, quello reale è perché ha denunciato i crimini israeliani.
L’obiettivo della destra italiana sembra essere la difesa di valori cristiani di facciata. Si potrebbe citare la retorica sulla famiglia tradizionale, punto cardine per Meloni e Salvini, nonostante le loro storie personali vadano in direzione opposta. Ma soprattutto emerge l’assenza della solidarietà, pilastro del cristianesimo di cui non vi è traccia nella loro azione politica quotidiana.
(da Fanpage)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
QUANDO ALESSANDRO GIULI, PRESIDENTE DEL MUSEO, FU CHIAMATO AL MINISTERO DELLA CULTURA, DOCIMO FU INDICATA ALLA REGGENZA, MA FU TRAVOLTA DALLE POLEMICHE E FECE UN PASSO INDIETRO. ORA, GIULI L’HA “RICOLLOCATA”
Nel magico mondo della cultura targato Fratelli d’Italia, che al ministero del Collegio romano ci sia Gennaro Sangiuliano o Alessandro Giuli, la logica per assegnare le nomine non cambia.
Il caso di Raffaella Docimo è significativo. Lei, stimata odontoiatra e docente universitaria napoletana, è amica da sempre di Sangiuliano, che ha spinto per la candidatura alle Europee del 2024 nelle liste Fratelli d’Italia. La docente non è stata eletta, ma intanto è andata, nominata da Gennaro, del cda della Fondazione Maxxi di Roma,
Quando Sangiuliano si è dimesso, Giuli, presidente del Maxxi, ha preso il suo posto.
Docimo, in quanto consigliera anziana del cda della Fondazione, è stata indicata a quel punto alla reggenza, con possibilità di restare al timone per un po’.
Ma le polemiche sono state travolgenti: che ci fa una specialista in odontoiatria alla guida del Museo nazionale delle Arti? Allora è arrivato il passo indietro. Ma Giuli non dimentica gli amici: poche settimane fa, nella grande infornata di nomine raccontata da Domani nella Cultura, ha inserito Docimo nel cda del Museo archeologico nazionale di Napoli (Mann). E pazienza se ci sono sospetti di nomine politiche: alla Camera, il sottosegretario Mazzi ha difeso le indicazioni di Giuli, rispondendo a un question time del Pd.
(da Domani)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
L’EX MINISTRO DELLA CULTURA SCALPITA PER UN POSTO IN PARLAMENTO ALLA PROSSIMA LEGISLATURA: SE CI DOVESSERO ESSERE ELEZIONI ANTICIPATE, È PRONTO SUBITO PER CORRERE PER UN SEGGIO A PALAZZO MADAMA
Il Consiglio regionale in Campania come una collocazione a tempo per continuare a
frequentare i palazzi della politica e delle istituzioni. Ma l’ex ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, già scalpita per un posto in Parlamento alla prossima legislatura.
Se ci dovessero essere elezioni anticipate, è pronto subito per correre al Senato. Altrimenti attenderà il 2027 come da calendario. Da senatore e volto mediatico di Fratelli d’Italia, vista la capacità di fronte alle telecamere. Intanto è meglio muoversi in anticipo: a via della Scrofa ci sarà la fila per una candidatura.
A Domani hanno confermato l’accordo fatto con i vertici di FdI (che hanno molto apprezzato la lealtà dell’ex ministro della Cultura dopo le dimissioni): il giornalista-politico, dopo aver perso l’occasione di sogno di correre per la presidenza della Campania (era troppo fresca la scottatura del caso Boccia), potrà avere di nuovo una ribalta nazionale.
Insomma, vedi Napoli, ma pensi a Roma. Almeno in politica.
(da agenzie)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
LE SPESE PER L’AGGRESSIONE ALL’UCRAINA FANNO TREMARE IL CREMLINO… IN 4 ANNI E’ COSTATO 500 MILIARDI DI DOLLARI IN SPESE DIRETTE
Vladimir Putin ha chiesto ai principali oligarchi russi di sostenere direttamente le finanze statali, nel tentativo di arginare le difficoltà di bilancio legate al protrarsi della guerra in Ucraina. Lo riferisce il Financial Times, secondo cui il presidente russo si sarebbe rivolto personalmente a un gruppo ristretto di grandi imprenditori. Questa mossa, fa notare il quotidiano britannico, rappresenta un passaggio inedito rispetto ai precedenti tentativi di raccogliere risorse dal settore privato e sembra confermare la volontà del Cremlino di proseguire il conflitto fino al raggiungimento di tutti gli obiettivi militari, nonostante le crescenti pressioni economiche.
I negoziati falliti e lo stallo sul Donbass
Secondo due fonti consultate dal Financial Times, Mosca intende continuare le operazioni fino al controllo completo delle aree del Donbass orientale ancora fuori dal proprio controllo. Una linea che si è irrigidita dopo il fallimento dei recenti colloqui mediati dagli Stati Uniti, durante i quali Kiev ha respinto l’ipotesi di un ritiro unilaterale dalla regione. Putin avrebbe inizialmente valutato un compromesso, come la creazione di una zona demilitarizzata o a statuto speciale nel Donbass, ma l’ipotesi è stata accantonata dopo il rifiuto ucraino.
Le mosse del Cremlino per reggere i costi della guerra
Negli ultimi mesi, il governo russo ha già introdotto diverse misure per aumentare le entrate: dall’aumento dell’Iva al 22% alla tassa straordinaria sugli extraprofitti delle grandi aziende. Il ministro dell’Economia, Maxim Reshetnikov, ha lasciato intendere che nuove imposte potrebbero arrivare in caso di ulteriore indebolimento del rublo. Nel frattempo, la spesa per la difesa continua a crescere, con un aumento del 42% nell’ultimo anno. Il deficit accumulato nei primi mesi dell’anno avrebbe già superato il 90% di quanto previsto per l’intero 2026, anche a causa delle sanzioni che costringono Mosca a vendere il petrolio a prezzi scontati.
Quanto costa alla Russia la guerra in Ucraina
In poco più di quattro anni, la cosiddetta «operazione speciale» in Ucraina ha divorato più di 500 miliardi di dollari in spese dirette, mentre oggi il suo costo giornaliero è di oltre 500 milioni di dollari. Nel bilancio di previsione per il 2026, la Russia ha destinato 217 miliardi di dollari alla difesa, pari al 38% della spesa pubblica totale. Le assunzioni del documento finanziario si basavano su un prezzo del petrolio pari a 59 dollari al barile. Ma ora che il Medio Oriente è ripiombato nel caos e lo stretto di Hormuz è ancora ostaggio dei pasdaran, l’aumento dei prezzi dell’energia regala di fatto al Cremlino guadagni aggiuntivi per quasi 200 milioni di dollari al giorno.
La conferma (a metà) del Cremlino
Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha confermato che il tema dei contributi è stato discusso da Putin e dagli oligarchi, ma ha negato che le eventuali donazioni siano destinate direttamente allo sforzo bellico. Alcuni partecipanti avrebbero comunque definito «doveroso» restituire allo Stato parte delle ricchezze accumulate negli anni Novanta.
(da agenzie)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
“ANDIAMO A SCRIVERE VENDETTA DAPPERTUTTO”… “DIVENTERA’ IL RE DELLA COMUNITA’”
C’è un gruppo su Telegram nato per elogiare il ragazzino che ha accoltellato una
professoressa a Trescore Balneario in provincia di Bergamo. Il Messaggero scrive che nella chat non ci sono identità riconoscibili, ma solo foto profilo scure e nomi fittizzi. «Ci ha radunati tutti qui, si è sacrificato per un bene maggiore. Lui è il nostro eroe», dice uno dei messaggi. Oppure: «Andiamo a scrivere vendetta dappertutto». Oppure «Diventerà il re della comunità». O ancora: «Genio, sapeva che non poteva finire in carcere perché ha meno di 14 anni. Avessi avuto le conoscenze di ora avrei fatto di peggio a quella età».
Nella chat ci sono anche insulti contro l’insegnante e minacce. Anche se il gruppo è rimasto online alla fine solo 24 ore prima di scomparire. Ma succede più o meno la stessa cosa su TikTok. Dove compaiono video, montaggi, disegni del ragazzo. E le fanart – illustrazioni realizzate dagli utenti – lo trasformano in un personaggio buffo e simpatico. I video hanno una parola chiave: rampage. È il termine che nella cultura americana identifica gli school shootings. Nei video viene usato in modo esplicito e agganciato al caso di Bergamo. Anche i dettagli diventano riconoscibili: i
pantaloni mimetici, la maglietta con la scritta “Vendetta”, la diretta durante l’aggressione.
(da agenzie)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
LA SONORA SCONFITTA E’ UN MESSAGGIO CHIARO A MELONI… E PER L’OPPOSIZIONE ARRIVA ADESSO LA PARTE PIU’ DIFFICILE
Quella che doveva essere la prima grande riforma portata a termine dal suo governo si è trasformata nella più clamorosa sconfitta di Giorgia Meloni. Perché questo referendum, che il governo ha provato a confinare nel recinto tecnico di una riforma della giustizia, è stato vissuto dagli elettori come un segnale da inviare alla premier. E quel segnale è arrivato, forte e chiaro: fermati. La prima verità che emerge dal voto è dunque che il rapporto tra la presidente del Consiglio e il suo elettorato non è più quello di una investitura piena. Meloni resta la figura più solida del panorama politico, ma non dispone più di quel margine di credito che le consentiva di trasformare ogni proposta in una prova di forza vinta in partenza. Impressiona, in questo contesto, la geografia del voto: persino il Sud le ha voltato le spalle.
La seconda verità riguarda il tempo lungo della politica, quello che si misura nelle generazioni. I giovani, che nel 2022 avevano guardato con curiosità – se non con favore – alla novità rappresentata da Fratelli d’Italia, oggi voltano lo sguardo altrove. Significa che il racconto della premier, fondato su identità, nazione, sicurezza, non intercetta più le inquietudini di una fascia di cittadini che vive immersa in un orizzonte globale, attraversato da paure diverse e da aspettative nuove.
La terza verità è forse la più insidiosa, perché riguarda la collocazione internazionale del governo. L’allineamento con Donald Trump, finché restava sul piano simbolico, poteva essere liquidato come una scelta di campo ideologica, persino come una forma di affinità personale. Ma quando la politica estera produce conseguenze tangibili – crisi, instabilità, timori diffusi – allora entra nel corpo dell’elettorato e ne orienta le scelte. Punendo, in questo caso, una premier troppo schiacciata su un Trump destabilizzatore e guerrafondaio. Di fronte a questo scenario, Meloni sa che non può fermarsi, ma sa anche che non può continuare come prima. Dovrà correggere il percorso, rinunciare a qualche ambizione – a cominciare dal premierato, che oggi si presenta come un azzardo politico difficilmente sostenibile – e ridefinire i rapporti dentro la sua maggioranza. Lo si
vedrà presto, prestissimo, quando arriverà al pettine il nodo della legge elettorale. Il centrodestra aveva un progetto ben delineato, ma il risultato del referendum consiglia o addirittura impone di cercare un’intesa anche con l’opposizione, sui due punti-chiave del premio di maggioranza e delle liste bloccate (o dell’assenza del voto di preferenza). E tuttavia il significato più profondo di questo passaggio non riguarda soltanto il destino del governo. Riguarda anche, e forse soprattutto, l’opposizione. Che fino a ieri appariva dispersa, incerta, incapace di offrire un’alternativa credibile, e che oggi intravede improvvisamente la possibilità di una competizione reale. Ma unirsi attorno a un No è facile, farlo attorno a un Sì – a un programma – è assai più difficile. Servono leadership, visione, coesione. Servono, soprattutto, parole capaci di parlare a quel Paese che oggi ha detto No non tanto per aderire a un’idea alternativa, quanto per esprimere un dubbio, una distanza, una inquietudine.
E qui si apre il vero problema del cosiddetto “campo largo”. Perché se è vero che il risultato referendario ha riacceso una speranza, è altrettanto vero che quella speranza resta fragile, esposta al rischio di dissolversi se non trova rapidamente una forma politica riconoscibile. Non basta evocare l’unità, bisogna costruirla. E costruirla significa innanzitutto affrontare i nodi che finora hanno diviso profondamente le forze dell’opposizione.
Il primo riguarda la politica internazionale, e in particolare il sostegno all’Ucraina. Su questo terreno le distanze tra le diverse anime del centrosinistra sono evidenti: c’è chi rivendica senza ambiguità il sostegno militare a Kiev e chi lo considera un errore, chi vede nel riarmo una necessità e chi lo interpreta come una deriva pericolosa. Non sono sfumature, sono differenze fondamentali. E senza una sintesi chiara, difficilmente si può presentare agli elettori un’immagine di governo credibile. Certo, le proposte sociali hanno un peso. Il salario minimo, il congedo paritario e il rafforzamento della sanità pubblica – i tre punti in comune con il M5S evocati da Schlein – sono temi importanti. Ma non bastano. Non bastano a definire un programma di governo, non bastano a tenere insieme una coalizione, non bastano a convincere chi si è allontanato che questa volta la politica ha davvero qualcosa di nuovo da dire.
Poi c’è il tema della leadership. Le primarie vengono indicate come lo strumento per sciogliere il nodo, per trasformare la competizione interna in una risorsa. Ma non possono colmare le divisioni, né creare dal nulla quella coesione che serve per governare. Bisognerà capire come saranno organizzate, chi potrà partecipare, con quali regole. E soprattutto bisognerà vedere se la competizione si limiterà a un duello tra Elly Schlein e Giuseppe Conte, oppure se emergeranno altre candidature, altre ambizioni, altri tentativi di ridefinire gli equilibri.
Sul fondo resta una domanda: è possibile trasformare un voto di reazione in un progetto di governo? È possibile passare dal No a qualcosa che sia riconoscibile come un Sì, come una proposta capace di tenere insieme il Paese? È a questa domanda che devono rispondere adesso i vincitori del 23 marzo
(da lespresso.it)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
LA PREMIER ORA TEME LA RELAZIONE SULLA CRESCITA DELLA BANCA D’ITALIA
A sette giorni dal voto referendario, la nebbia intorno al governo non accenna a diradarsi.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che dal giorno del voto non si è più fatta vedere in pubblico né ha rilasciato dichiarazioni se non attraverso le note ufficiali di palazzo Chigi, ha solo una domanda in mente: voto anticipato sì o no?
La risposta sembra essere arrivata dalla cena informale a casa sua che si è svolta venerdì scorso dopo il consiglio dei ministri, con i vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani. Dei tre, quello uscito meno acciaccato dal voto è stato il leghista,
che può vantare – pur avendo speso il minimo sforzo – la vittoria del Sì solo nelle regioni governate dal suo partito. L’azzurro, invece, è arrivato a tavola con il cruccio delle dimissioni da capogruppo di Maurizio Gasparri e la necessità di blindare l’omologo alla Camera, il cognato Paolo Barelli. La convitata di pietra, infatti, è stata Marina Berlusconi, che ha còlto la delusione referendaria come la dimostrazione che Forza Italia vada riformata, svecchiato e soprattutto resa meno romanocentrica e servile nei confronti di FdI, mettendo così un bersaglio sulla schiena del suo segretario.Sfida al tetto e nuove nomine: parte il grande repuliRai
In questo quadro, la premier si sarebbe convinta che il voto anticipato non sia una strada percorribile né auspicabile. Innanzitutto perché «significherebbe tradire la parola, dopo aver spergiurato che il governo non sarebbe caduto in caso di vittoria del No», spiega una fonte d’area. Ma anche e forse soprattutto perché non c’è garanzia che, una volta salita al Colle, Sergio Mattarella sciolga le camere: il contesto internazionale è tale e ha talmente tanti riverberi sul piano economico, che il voto anticipato sarebbe un azzardo per la tenuta del Paese. Senza contare che, senza una nuova legge elettorale, con il campo progressista unito e il Sud che apparentemente le ha voltato le spalle, il centrodestra rischia la sconfitta.
L’anatra zoppa
Eppure, a palazzo Chigi si è fatta largo la grande paura del logoramento. «In ogni caso sarà un’anatra zoppa», era stata la sinistra profezia sul governo di Matteo Renzi, che di referendum se ne intende. In ogni sede, Meloni ha ripetuto: «Non intendo galleggiare». Dunque sa di dover cambiare passo e che le purghe post referendarie (il ministro Carlo Nordio è stato descritto come ancora irrequieto dopo le dimissioni della sua capa di Gabinetto, Giusi Bartolozzi) non siano sufficienti, ma ora serva cambiare alcuni tasselli nella formazione. «Stringere i bulloni», come si è scritto nei giorni scorsi, e sostituire chi non appare all’altezza delle sfide dell’ultimo anno di legislatura. Se alcuni sono intoccabili (i vicepremier, ma anche il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e quello della Difesa, Guido Crosetto), altri vacillano da mesi e nel mirino, c’è in particolare il Ministero delle imprese e del Made in Italy guidato da Adolfo Urso.
Proprio sabato Urso è stato tra i chiamati in causa da Confindustria per il mancatorispetto dei patti per i cosiddetti “esodati” di Transizione 5.0: il governo aveva promesso gli incentivi anche alle aziende che avevano regolarmente presentato progetti ed erano in lista d’attesa a causa dell’esaurimento delle risorse, invece il dl Fisco ha stabilito che riceveranno solo il 35 per cento del credito d’imposta richiesto. A poco è servito che dal Mimit si facesse filtrare la notizia di nuove risorse per l’iperammortamento: viale dell’Astronomia ha espresso pubblica sfiducia nei confronti di chi sta seguendo i dossier imprenditoriali.
Secondo il Corriere della Sera, Urso potrebbe essere il primo a saltare. Non con un “licenziamento” come Santanché, ma con un passo di lato: la premier ha tenuto l’interim sul Turismo dove potrebbe transitare Urso, per far spazio a un sostituto considerato più capace sui delicati dossier dei prossimi mesi. Il nome sarebbe quello dell’ex governatore del Veneto e già ministro dell’Agricoltura, Luca Zaia, che con la premier ha sempre avuto un rapporto esclusivo e di stima, e che conosce molto bene il tessuto imprenditoriale del Settentrione.
Sulla carta sarebbe perfetto, ma la pratica è complessa. Il Colle dovrebbe accettare quello che è stato definito un «rimpasto chirurgico», il centrodestra un avvicendamento spurio rispetto agli equilibri di coalizione: fuori un meloniano, dentro un leghista, e nulla per Forza Italia, che pure è considerata stabilmente sopra la Lega nei sondaggi.
I bilancini politici, però, sono solo una parte del problema. Dopo lo scontro con Confindustria, in settimana è attesa anche la relazione sulla crescita del governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, e anche da quel pulpito potrebbero arrivare brutte sorprese.
Del resto, Giorgetti lo ha anticipato: la guerra e la crisi energetica hanno scombinato i piani e ora si ragiona di decimali per scampare la crescita zero. Bisogna lavorare per priorità perché non tutte le promesse potranno essere rispettate. Invece proprio di questo la premier avrebbe bisogno rilanciare il suo governo e scongiurare che la sconfitta comprometta del tutto il suo feeling con il Paese.
In serata, infatti, è intervenuta sul tema più congegnale (e a costo zero rispetto alle misure chieste dalle imprese) del decreto Sicurezza: «Il governo continuerà a muoversi per garantire sicurezza», ha scritto sui social commentando i fermi preventivi di militanti anarchici.
(da editorialedomani.it)
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