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PER SALVARE VIKTOR ORBAN SCENDE IN CAMPO ANCHE TRUMP. ORA L’INTERNAZIONALE CRIMINALE SOVRANISTA E’ AL COMPLETO: DOPO 16 ANNI IL PREMIER UNGHERESE FILO-PUTIN RISCHIA L’USCITA DI SCENA PER MANO DI PÉTER MAGYAR, AVANTI DI SEI PUNTI NEI SONDAGGI

Aprile 4th, 2026 Riccardo Fucile

PER DONALD TRUMP LA TENUTA DI VIKTOR ORBÁN SIGNIFICA SALVARE IL MODELLO POLITICO DI RIFERIMENTO DELLA DESTRA SOVRANISTA OCCIDENTALE, PER VLADIMIR PUTIN VUOL DIRE MANTENERE DENTRO L’UE UN ALLEATO CAPACE DI RALLENTARE SANZIONI E AIUTI A KIEV

Il vicepresidente americano JD Vance volerà a Budapest il 7 e l’8 aprile, cinque giorni prima delle elezioni che potrebbero chiudere l’era Orbán o almeno incrinarne per la prima volta in 16 anni il mito dell’invincibilità.
Il 12 aprile gli ungheresi andranno alle urne per un turno elettorale che non deciderà solo il futuro dell’Ungheria, ma anche quello dell’Unione europea e degli assetti geopolitici regionali, da anni sotto il ricatto di un premier che si è fatto avanti a forza di veti e violazioni dello Stato di diritto.
Oggi, in un’escalation di colpi di scena – e colpi bassi – che hanno contraddistinto la campagna elettorale più aggressiva dell’Ungheria post-comunista, il primo ministro illiberale e icona globale dell’estrema destra rischia la sconfitta per mano di un suo ex fedelissimo, Péter Magyar.
Secondo gli ultimi sondaggi il leader dell’opposizione sarebbe avanti con il 41% contro il 35% di Fidesz, il partito del premier. Un vantaggio che tende a consolidarsi man mano che ci si avvicina alla domenica elettorale, ma che potrebbe ancora cambiare di molto, considerando che quasi un elettore su quattro è ancora indeciso.
Per Donald Trump la tenuta di Viktor Orbán significa salvare il modello politico di riferimento della destra sovranista occidentale, per Vladimir Putin vuol dire mantenere dentro l’Ue un alleato capace di rallentare sanzioni e aiuti a Kyiv.
Dopo l’endorsement di Trump lo scorso 5 febbraio – «Sono stato orgoglioso di sostenere Viktor nel 2022 e sono onorato di farlo di nuovo» – l’America corre in
soccorso dell’alleato europeo più vicino al mondo Maga. Il vicepresidente JD Vance volerà a Budapest portando con sé il sostegno diretto di Trump.
Il Tycoon era già entrato a gamba tesa nella campagna ungherese, esortando qualche settimana fa a votare per «l’amico Viktor», elevato su Truth – rigorosamente in maiuscolo – a «combattente» e «vincente». L’endorsement ha però subito innescato la reazione dell’opposizione. «Gli aiuti, da Est o da Ovest, hanno sempre un prezzo», ha avvertito il leader di Tisza, alimentando il sospetto che – come nell’asse tra Budapest e Mosca – dietro la mano tesa di Washington possano celarsi contropartite politiche e strategiche.
Sullo stesso campo e dalla stessa parte gioca anche la Russia, che in Ungheria avrebbe schierato da tempo i suoi migliori specialisti della manipolazione e della propaganda per dare una mano all’ultimo alleato di Mosca rimasto in Europa. L’obiettivo è amplificare il messaggio della campagna orbaniana, saldata su un bersaglio preciso: l’Ucraina, trasformata dal governo nel nemico centrale della narrazione elettorale.
Nelle piazze, per la prima volta, i fischi entrano nei comizi, nonostante la coreografia retta da uomini incappucciati che allontanano i contestatori. Il 27 marzo, nella roccaforte Fidesz di Gyor, Orbán è stato interrotto da fischi e proteste che hanno sovrastato perfino la sua rabbia: parole come “Ruszkik haza!”, Russi tornate a casa, e “Traditore” indirizzate al premier hanno riportato l’Ungheria in un clima che non si viveva dai giorni della Rivoluzione del 1956.
Strattonati da Usa e Russia, gli ungheresi sono chiamati a scegliere la strada che porta a Est o a Ovest: «L’Ungheria – ha promesso Péter Magyar – tornerà pienamente in Europa e si chiuderà la stagione di ostilità con l’Ucraina».
(da agenzie)

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LA BIENNALE DEGLI SCAZZI E DEI VELENI. NON SOLO LO SCONTRO GIULI-BUTTAFUOCO SULLA RUSSIA, ORA ARRIVA L’APPELLO DI SETTANTA ARTISTI E CURATORI PER CHIEDERE L’ESCLUSIONE DI TUTTI I “GOVERNI CHE STANNO ATTIVAMENTE COMMETTENDO CRIMINI DI GUERRA”: NON SOLO MOSCA, “VIA ANCHE USA E ISRAELE”

Aprile 4th, 2026 Riccardo Fucile

TRA I FIRMATARI CI SONO SOPRATTUTTO TRE DEI CINQUE COLLABORATORI DELLA CURATRICE KOYO KOUOH, SCOMPARSA IMPROVVISAMENTE A MAGGIO SCORSO: RASHA SALTI, GABE BECKHURST FEIJOO E RORY TSAPAYI… IL NUOVO FRONTE APERTO È TUTTO INTERNO ALLA BIENNALE CHE HA SEMPRE PROCLAMATO LA SUA INDIPENDENZA DALLA POLITICA

Appello di settanta tra artisti e curatori che saranno alla Biennale di Venezia per chiedere al presidente Pietrangelo Buttafuoco che vengano esclusi tutti i «governi che stanno attivamente commettendo crimini di guerra!».
Non solo Russia, ma anche Israele e Usa. Paesi che portano avanti «forme crescenti di oppressione sistemica, disuguaglianze e cancellazione, inclusi il genocidio e la pulizia etnica in Palestina, in Sudan e in Myanmar, nonché la violenza dilagante, l’occupazione e la guerra in Camerun, Congo, Cuba, Iran, Kashmir, Libano, Mozambico, Ucraina, Venezuela e in troppi altri luoghi». È quanto riporta l’edizione del quotidiano La Repubblica in edicola oggi.
«C’è una soglia oltre la quale la partecipazione alla Biennale non dovrebbe essere normalizzata», scrivono gli artisti tra i quali nomi noti del panorama internazionale come il cileno Alfredo Jaar.
Tra i firmatari ci sono soprattutto tre dei cinque collaboratori della curatrice Koyo Kouoh, scomparsa improvvisamente a maggio scorso. Rasha Salti, Gabe Beckhurst Feijoo e Rory Tsapayi fanno parte del team scelto da Kouoh che sta portando avanti il suo progetto In Minor Keys, titolo della mostra in programma ai Giardini e all’Arsenale dal 9 maggio al 22 novembre.
Il presidente che voleva «aprire a tutti», si legge suLa Repubblica, si è invece ritrovato al centro della più rovente polemica culturale-internazionale che l’esposizione di Venezia abbia mai vissuto. Il nuovo fronte aperto stavolta è tutto interno alla Biennale che ha sempre proclamato la sua indipendenza dalla politica. Nella lettera, gli artisti scrivono di essere profondamente contrari alla decisione di trasferire il padiglione israeliano «in spazi adiacenti alla mostra principale, In Minor Keys, ideata da Koyo Kouoh».
«La Biennale ha rilasciato una dichiarazione di neutralità e noi ribattiamo che consentire la partecipazione a governi che stanno attivamente commettendo crimini di guerra, atrocità e genocidio non è neutrale – si legge ancora nella lettera-appello
(da La Stampa)

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IL NUOVO RACCONTO DELLA MELONI E’ GIA’ PRONTO: PRESA DI DISTANZA APPARENTE DA TRUMP E GUERRA IN IRAN USATA COME SCUSA CHE HA IMPEDITO AZIONI PIÙ INCISIVE AL GOVERNO

Aprile 4th, 2026 Riccardo Fucile

“QUELLO DELLA PREMIER È UN PIANO B, DOPO IL FALLIMENTO DELLA MARCIA SU PREMIERATO, FEDERALISMO, GIUSTIZIA, MA È ANCHE L’UNICO A DISPOSIZIONE. SARANNO GLI ELETTORI A DECIDERE SE INTERPRETARLO COME LA SCELTA DI UNA PREMIER O COME IL RIPIEGO DI UNA MAGGIORANZA SCONFITTA, CHE ANCORA UNA VOLTA CERCA NELL’ATTIVISMO DELLA SUA CONDOTTIERA UNA SPERANZA PER USCIRE DALL’ANGOLO, PER SUPERARE IL DISCREDITO CHE UNA CATENA DI SCANDALI GLI HA PRECIPITATO ADDOSSO”

La guerra, sporco affare ma anche opportunità per il governo di uscire dalla curva al ribasso generata dalla debacle referendaria. Il viaggio a sorpresa di Giorgia Meloni nel Golfo e le parole di Giancarlo Giorgetti sulla «inevitabile» deroga europea alla regola del tre per cento raccontano la stessa storia
È sullo scenario della crisi bellica che il governo si giocherà la rivincita nell’anno che conduce l’Italia alle elezioni del 2027. E acquista maggior senso anche la marcia di allontanamento da Donald Trump , ribadita ieri con la con la presa di distanza sulle critiche alla Nato. Il ruolo che il centrodestra vuole assumere nel conflitto iraniano è l’esatto contrario di quello che ostenta il presidente americano. Loro dalla parte del popolo che teme la benzina a tre euro, lui da quella dei bombardamenti che hanno generato la crisi, in nome di un futuro vantaggio che nessuno vede.
È una strategia che aiuterà a sfumare nella nebbia i modesti risultati ottenuti in questi quattro anni sui due fronti di massimo impegno per le destre, tasse e immigrazione, ma anche a portare lontano dalle responsabilità governative il dibattito su scarsa crescita, escalation dei prezzi, salari poveri, sanità in affanno. Sono insufficienze che hanno poco a che fare con la guerra, ma fra due, tre, cinque mesi, chi se ne ricorderà?
La guerra, questo evento gigantesco, incontrollabile, pauroso, è la livella che azzera il “prima”: nella percezione dell’opinione pubblica, che già comincia a temere per il pieno e le vacanze estive, esisterà solo un durante e (si spera) un dopo.La guerra è anche la scusante perfetta per dire: avremmo voluto, “ma”… In altri tempi, altri governi di centrodestra, appesero quel “ma” agli alleati infedeli, ai complotti del Quirinale, all’offensiva delle toghe rosse. Ognuna di queste strade è interdetta a Giorgia Meloni (…)
Un nuovo racconto è già pronto. E c’è da scommettere che il crash iraniano diventerà protagonista di tg e talk show governativi, prendendo il posto d’onore che fino a ieri toccava alle famiglie nel bosco e agli immigrati stupratori.
Sulla scena del Golfo la premier cerca (e troverà senz’altro) anche una nuova “chance” per la sua immagine personale. È la prima signora d’Occidente ad atterrare là dove fischiano le bombe, e scusate se è poco. La prima a cercare nel contatto diretto una soluzione per la sicurezza energetica messa a repentaglio dal blocco di Hormuz.
Non più la presidente del Consiglio con le mani nei capelli che in patria è costretta a licenziare fedelissimi, fronteggiare gossip pruriginosi e ogni giorno è chiamata in causa dalle opposizioni – «Meloni riferisca!» – per le sconnesse performance dei suoi e persino per il Mondiale mancato, ma la giovane coraggiosa che siede con emiri e principi a discutere su come portare in Italia più petrolio a minor prezzo.
In aggiunta, si prepara ad essere la leader che in sede europea alzerà la voce per congelare la burocrazia del tre per cento, omaggio d’altri tempi a equilibri di bilancio ormai insostenibili.
È un buon Piano B, dopo il fallimento della marcia riformista su premierato, federalismo, giustizia, ma è anche l’unico a disposizione. Saranno gli elettori a decidere se interpretarlo come la scelta di una premier e di una coalizione che affrontano a testa alta tempi duri o come il ripiego di una maggioranza sconfitta, che ancora una volta cerca nell’attivismo della sua condottiera una speranza per uscire dall’angolo, per superare il discredito che una catena di scandali gli ha precipitato addosso.
(da La Stampa)

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CLAUDIA CONTE: E’ SCATTATA LA RESA DEI CONTI! PER LA PREZZEMOLONA CIOCIARA, AMANTE DEL MINISTRO PIANTEDOSI, SALTA L’INVITO ALLA FESTA DELLA POLIZIA PER QUESTIONI DI OPPORTUNITA’ (IL 10 APRILE DOVEVA ESSERE SUL PALCO DELL’EVENTO A FROSINONE). E DA GIORNI LA “CONTE-SSA” DI AQUINO NON SI VEDE NEI CORRIDOI DEL VIMINALE

Aprile 4th, 2026 Riccardo Fucile

LEI SI DIFENDE DICENDO CHE PER LEI “PARLANO LE COMPETENZE”. QUALI? IL MISTERO DELLA LAUREA ALLA LUISS. E PER I SUOI LIBRI SPUNTA ANCHE IL TOUR NELLE PREFETTURE

Il 10 aprile avrebbe dovuto essere sul palco della festa della Polizia, nella sua Frosinone, come ormai da tradizione. E invece no: quest’anno dovrà rinunciare per una questione di opportunità. Così come, per la stessa ragione, da giorni non si vede nei corridoi del Viminale, da cui in molti sono pronti a scommettere sia partita la prima soffiata su quella relazione.
Dagospia ha cominciato, quasi sei mesi fa, a scrivere della «inarrestabile ascesa di Claudia Conte, la vispa collezionista di selfie, molto stimata dal ministro Piantedosi», e da quel momento la voce su quella figura che si vedeva molto spesso al ministero dell’Interno — secondo alcuni anche con troppa disinvoltura — non ha mai smesso di correre.
Dall’Osservatorio per il bullismo, di cui Conte è portavoce, nato nel 2024 con grandissime aspettative, due fonti dicono a Repubblica di essersi convinte che Conte lavorasse per l’Interno, senza nascondere che una parte della loro collaborazione — «noi siamo una realtà giovane, mossa da molte buone aspettative» — nasca proprio dalle capacità di relazione della «dottoressa» Conte.
Ma sono eventi che servivano anche a Conte per autopromuoversi e per promuovere i suoi lavori: i libri, ma anche video e documentari che raccontava di voler realizzare e per i quali, nelle ultime settimane, andava a caccia di fondi. Per dire: a novembre del 2025 è a Enna, dove la prefetta Licia Donatella Messina le consegna il premio Gogol. Le due si conoscevano bene: la stessa prefetta, un anno prima — a maggio del 2024 — l’aveva incontrata e premiata a Pistoia.
D’altronde, come lei ha scritto ai giornalisti l’altro giorno, per lei «parlano le competenze». Quali? Ieri, tra le chat di deputati di maggioranza, giravano — maliziosi — vecchi articoli in cui si parlava di Claudia Conte come di una laureata alla Luiss (in alcuni casi si tratta di una laurea, in altri di un master), con una partecipazione alla Scuola Ciampi più un’altra serie di titoli. Tutti titoli che non risultano. E che lei — vedi un’interessante intervista a Blitz Quotidiano — non smentisce mai.
Ma Conte è una ragazza sveglia. E se è vero che non ha smentito quelle voci nelle interviste, è altrettanto vero che nei curriculum ufficiali non ha mai specificato quali siano effettivamente quei titoli. Nelle dichiarazioni ai giornalisti, così come nei curriculum (non c’è traccia di quelli in formato europeo) lasciati in giro nelle aziende partecipate, dov’era molto conosciuta, parla genericamente di competenze.
Uno — una mezza paginetta — è ancora sulla scrivania di un dirigente di una partecipata di Stato. E non si fa menzione dell’università in cui si è laureata né di eventuali studi post-laurea. «Si è presentata qui due volte negli ultimi dodici mesi», racconta, «chiedendo di collaborare con noi. Sapevamo chi fosse, ma sinceramente non ho mai ricevuto alcuna pressione». Cosa le ha risposto? «Grazie, le faremo sapere».
(da La Repubblica)

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“DONALD TRUMP È GUIDATO DA TRE FORZE: EGO, DENARO E VENDETTA” – ALAN FRIEDMAN: “È DISPERATO. LA SUA PRESIDENZA È IN CRISI. HA INIZIATO LA GUERRA CONTRO L’IRAN SENZA UNA STRATEGIA E OGGI NON SA COME USCIRNE. TRUMP REAGISCE COME UN ANIMALE FERITO: COLPISCE, SCARICA LA COLPA SUGLI ALTRI, INVENTA NUOVE FOLLIE E PREPARA NUOVI LICENZIAMENTI. È IL SUO METODO DI GOVERNO”

Aprile 4th, 2026 Riccardo Fucile

“AFFRONTA LE CRISI CONCENTRANDO IL POTERE, ESIGENDO FEDELTÀ E LICENZIANDO CHI NON SI PIEGA. IL RISULTATO È UN GOVERNO INSTABILE E SEMPRE PIÙ SEGNATO DALL’INCOMPETENZA” – “ALLA CASA BIANCA, L’INSTABILITÀ NON È PIÙ UNA CONSEGUENZA. È DIVENTATA IL SISTEMA”

Donald Trump è disperato. La sua presidenza è in crisi. Ha iniziato la guerra contro l’Iran senza una strategia e oggi non sa come uscirne. Lo Stretto di Hormuz è nel caos. Il prezzo del petrolio sale. L’economia mondiale rischia di scivolare in recessione, ma questa volta accompagnata dall’inflazione: cioè dalla stagflazione, il peggiore degli scenari.
Benjamin Netanyahu continua a eliminare gli stessi funzionari iraniani con cui JD Vance dovrebbe negoziare. L’Europa, finalmente, comincia a opporsi a Trump. In patria, il consenso del presidente è in caduta libera. I Democratici sembrano sempre più vicini a riconquistare il Congresso a novembre. E lo scandalo Epstein non scompare.
La disperazione di Trump si è vista con chiarezza questa settimana nella cacciata della procuratrice generale degli Stati Uniti — l’equivalente del nostro ministro della Giustizia — la servile Pam Bondi. Bondi è stata silurata per due ragioni.
La prima è semplice: agli occhi di Trump, non era abbastanza aggressiva nel colpire i suoi nemici. Il presidente non voleva una garante dello Stato di diritto, ma un
esecutore politico. Qualcuno disposto a trasformare il Dipartimento di Giustizia in uno strumento di vendetta personale. Trump non ha mai nascosto il desiderio di indagare, perseguire, umiliare e, se possibile, distruggere i suoi avversari politici, da Barack Obama a Joe Biden, fino ai procuratori federali e agli agenti dell’Fbi coinvolti nelle indagini che hanno portato alla sua condanna per 34 capi d’accusa
Bondi ha provato ad accontentarlo. Ma non è bastato. Ha epurato i funzionari migliori del Dipartimento di Giustizia e si è circondata di giovani fedelissimi Maga, spesso inesperti, ideologizzati e giuridicamente deboli, incapaci di produrre incriminazioni credibili o di costruire i processi-spettacolo che Trump pretendeva.
La seconda ragione è ancora più grave, e più rivelatrice. Pam Bondi sembra aver gestito male quella che Trump considerava un’operazione di contenimento politico: lo scandalo Epstein. Il problema, per il presidente, non era lo scandalo in sé, ma il fatto che non fosse stato insabbiato meglio. Questo è il punto decisivo. Nell’America di Trump, il fallimento non si misura sul rispetto della legge o delle istituzioni, ma sull’incapacità di proteggere il presidente.
La caduta di Bondi conta non solo per ciò che dice di lei, ma per ciò che rivela di lui. Lo stesso istinto che porta Trump a pretendere fedeltà personale dal suo ministro della Giustizia ha segnato anche il suo rapporto con le forze armate.
Non a caso, l’ex capo degli Stati maggiori riuniti, Mark Milley, aveva lanciato un avvertimento senza precedenti: «Non giuriamo fedeltà a un re, né a un tiranno o a un dittatore. E non giuriamo fedeltà a un aspirante dittatore». Non era una lezione di educazione civica. Era un monito.
Trump ha sempre avuto la tendenza a personalizzare il potere, a trattare le istituzioni non come organismi autonomi dello Stato, ma come strumenti della propria volontà. Il suo ex capo di gabinetto, il generale dei Marines a quattro stelle John Kelly, lo ha detto in modo ancora più netto: Trump «preferisce un approccio dittatoriale al governo» e rientra nella «definizione generale di fascista».
Una volta compresa questa logica, la domanda diventa inevitabile: chi sarà il prossimo? Con l’aumentare della pressione, Trump reagisce come un animale ferito: colpisce, scarica la colpa sugli altri, inventa nuove follie e prepara nuovi licenziamenti. È il suo metodo di governo.
Il nome oggi più esposto è quello di Kash Patel, il discusso direttore dell’Fbi in salsa MAGA. Secondo Reuters, sono in corso discussioni anche su possibili uscite del segretario dell’Esercito Daniel Driscoll e della ministra del Lavoro Lori Chavez-DeRemer.
Anche Tulsi Gabbard, la controversa responsabile delle 17 agenzie di intelligence, inclusa la Cia, appare vulnerabile. Trump ha detto pubblicamente che è «più morbida» di lui sull’Iran, una posizione pericolosa in questa Casa Bianca. La filorussa Gabbard occupa da tempo un posto ambiguo nella politica americana, spesso indulgente verso narrative favorevoli a Mosca, alla Siria di Assad o all’Iran.
Ma il punto più delicato resta il Pentagono. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth, ex volto di Fox News, ha affrontato la guerra con una miscela di zelo ideologico e incompetenza.
Sotto la sua guida, il Pentagono è diventato il teatro di epurazioni improvvise ai vertici. Questa settimana ha rimosso il capo di stato maggiore dell’Esercito, il generale Randy George, insieme al generale David Hodne e al generale William Green, responsabile del corpo dei cappellani. Il Pentagono non ha fornito alcuna spiegazione. [
L’amministrazione rifiuta di chiarire se le truppe di terra americane possano essere trascinate in un conflitto più ampio con l’Iran. In altre parole, il massimo responsabile dell’Esercito è stato rimosso non in tempo di pace, ma nel pieno di un’escalation militare ancora dai contorni incerti.
Perché George è stato licenziato? Non esiste una risposta ufficiale. Ma una possibilità non può essere esclusa: che siano emerse tensioni tra il potere politico e i vertici militari su opzioni considerate troppo rischiose, potenzialmente illegali o strategicamente disastrose. Prima dell’attacco, Trump era stato informato dai vertici militari, incluso il generale Dan Caine, capo degli Stati maggiori, che si trattava di un’operazione «ad alto rischio», con la concreta possibilità di gravi perdite americane.
Ed è qui che il metodo Trump diventa davvero pericoloso. Non affronta le crisi costruendo consenso o rafforzando le istituzioni. Reagisce concentrando il potere, esigendo fedeltà e licenziando chi non si piega. Il risultato è un governo instabile, pervaso dalla paranoia e sempre più segnato dall’incompetenza.
In ultima analisi, il presidente degli Stati Uniti è guidato da tre forze: ego, denaro e vendetta. E queste non sono le qualità necessarie in un momento di crisi geopolitica. Le figure esperte che un tempo fungevano da argine non ci sono più. Resta una presidenza sempre più dominata dall’impulso e dall’ira. Alla Casa Bianca, l’instabilità non è più una conseguenza. È diventata il sistema.
(da La Stampa)

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QUI VIENE GIÙ TUTTO; LE DUE SETTIMANE DA MANICOMIO CHE HANNO MESSO A DURA PROVA GLI OTOLITI DI GIORGIA MELONI. A DARE IL VIA AI 15 GIORNI INFERNALI È STATO LO SCANDALO CHE HA COINVOLTO IL “BISTECCHIERE D’ITALIA”, DELMASTRO CHE, IL 18 MARZO, SI SCOPRE ESSERE IN AFFARI CON LA FIGLIA DI UN PRESTANOME DEL CLAN SENESE

Aprile 4th, 2026 Riccardo Fucile

POI LA DUCETTA PRENDE UNA BATOSTA ALLE URNE: GLI ITALIANI BOCCIANO LA RIFORMA NORDIO E, DA QUEL MOMENTO IN POI, VA TUTTO IN VACCA: IL 24 E IL 25 MARZO, LA MELONI FA ROTOLARE LE TESTE DI GIUSI BARTOLOZZI, CAPO DI GABINETTO DI NORDIO, DEL SOTTOSEGRETARIO DELMASTRO E, A SORPRESA, ANCHE DELLA MINISTRA DANIELA SANTANCHÈ, CHE TENTA DI RIMANERE IN SELLA CONTRO IL VOLERE DELLA MELONI … CILIEGINA: IL ROMANZO (ROSA) VIMINALE DI PIANTEDOSI E DELLA SUA AMANTE CLAUDIA CONTE, CHE RICORDA IL L’AFFAIRE SANGIULIANO – QUANTO RESISTERA’ IL GOVERNO MELONI NELLA TEMPESTA?

Sono i periodi più vivaci e divertenti di ogni ciclo di potere: quelli in cui la solennità scivola nella farsa. Stavolta il piano inclinato, per il governo Meloni, è iniziato con le bistecche. Un’implosione a tappe consumata tra patti notarili imbarazzanti, rovesci popolari e inopportune frecce di Cupido. Ecco il diario di bordo di due settimane da manicomio politico.
Tutto comincia con lo scoop di Alberto Nerazzini sul Fatto. Si scopre che il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro si è dato alla ristorazione. Il problema è con chi: tra i soci della srl “Le 5 Forchette” (destinata a gestire la “Bisteccheria d’italia” a Roma) c’è una diciannovenne, Miriam Caroccia. Chi è? La figlia di Mauro Caroccia, condannato per essere il prestanome del clan di camorra dei Senese. Fiuto per gli affari e per le frequentazioni opportune.
20 MARZO LEGGERO, ANZI LEGGERISSIMO
Finalmente parla Giorgia Meloni. La premier decide di sfidare le leggi della gravità politica e della decenza istituzionale facendo scudo al suo braccio destro: “Delmastro è stato leggero, ma da qui a connivente…”. La colpa, ça va sans dire, è dei giornalisti: Giorgia evoca lo scoop a orologeria, una “manina”. Il ragionamento è questo: “Oh, sono gli ultimi giorni di campagna elettorale, tiriamo fuori la cosa peggiore che abbiamo contro il governo”. Ma la premier è tranquilla: “Gli italiani valuteranno”.
22/23 MARZO GLI ITALIANI ALLA FINE VALUTANO…
Mentre la destra è scossa da vicende di carne frollata e parentele scomode, l’italia vota sulla riforma-bandiera della Giustizia. Il responso è una disfatta senza appello: il No vince con il 53%. Un avviso di sfratto morale: le crepe si allargano.
24 MARZO IL REPULISTI
L’affare Delmastro e il No alla riforma hanno dato il via all’implosione a destra: tra dimissioni, veleni interni e figuracce. La risposta della destra arriva con le dimissioni “spintanee” di Delmastro e Bartolozzi (pure lei tra gli alfieri involontari della rimonta del No. Nordio resta al suo posto (e il giorno dopo si fa impallinare durante il più imbarazzante question time della Camera a memoria di anni). Meloni, in trance agonistica, fa sapere di aver chiesto anche le dimissioni di Daniela Santanchè “per sensibilità istituzionale”. Ma la Pitonessa prova a resistere: la presidente del Consiglio sembra non riuscire più nemmeno a governare i suoi.
25 MARZO DANIELA GARIBALDINA
Infine Santanchè si arrende, ma lo fa nei suoi termini: con una lettera a Giorgia intrisa di fiele. Usa l’ironica citazione garibaldina “Obbedisco”, ma poi va a ruota libera: “Sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri”. Traduzione: io pago per tutti, mentre voi fate finta di essere immacolati.
30 MARZO CHIORINO E EFFETTO DOMINO
Il bubbone della Bisteccheria continua a spurgare fango: rassegna le dimissioni anche Elena Chiorino, assessora in Piemonte (ovviamente di FDI), anche lei socia delle “5 forchette”.
31 MARZO L’ITALIA CHIAMÒ
Il palazzo trema, il calcio dà il colpo di grazia all’umore nazionale. A Zenica, l’italia perde contro la Bosnia ed è di nuovo fuori dai Mondiali. Inevitabili, il giorno dopo, le dimissioni di Gabriele Gravina, in ottimi rapporti col governo (in Figc erano stati assunti i figli di Tajani e Piantedosi).
1 APRILE ROSA VIMINALE Mentre Mauro Caroccia regala alla Dda un interrogatorio da film di Monicelli (“Delmastro ci ha fatto beneficenza, ci ha aiutato perché in quel momento ero incensurato”) arriva l’ennesima svolta narrativa. La spumeggiante giornalista Claudia Conte ammette candidamente a Money.it quello che nei salotti romani sospettavano pure i sampietrini, la sua relazione con il ministro dell’interno, Matteo Piantedosi (sposato e con figli). I malpensanti iniziano a fare la conta di incarichi, consulenze e passerelle pubbliche collezionate dalla rampante professionista negli ultimi anni: è un nuovo caso Boccia. Con straordinario tempismo, esce fuori la Lega: “Se c’è un rimpasto, il Viminale va a Salvini”. Lo scherzo continua.
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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CLAUDIA CONTE E I LAVORI IN BILICO, LA POLIZIA LA SCARICA, IN RAI CI PENSANO

Aprile 4th, 2026 Riccardo Fucile

I DUBBI SUI LIBRI VENDUTI NELLE PREFETTURE E LA LAUREA FANTASMA

I casi delle presentazioni del libro della giornalista promossi sul sito del Viminale, mentre sarebbe già iniziata la frequentazione con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Il mistero sui titoli accademici, di cui non si trova traccia. E ora i primi contratti rischiano di saltare
Il clamore scatenato dalla stessa Claudia Conte inizia ad abbattersi contro la stessa giornalista, che il 1° aprile aveva scelto un podcast pubblicato da Money.it per rendere pubblica la sua relazione con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, finora mai smentita. Traballano le sue innumerevoli attività pubbliche, incarichi e lavori che rischiano almeno di essere congelati. Intercettata da È sempre Cartabianca nei pressi del ristorante di famiglia in zona Prati, ha detto con non poco nervosismo con la collega che la incalzava: «Parlerò il prima possibile. Non vi
preoccupate, avrete tutte le risposte. Vi chiedo un po’ di rispetto, basta con l’odio. Voglio mandare un messaggio di pace». Ha anche fatto sapere di aver affidato a un legale la tutela della sua immagine. Nel frattempo, resta aperta la domanda su chi abbia facilitato lo scoop al podcaster Marco Gaetani, giovane dirigente di FdI e voce di Radio Atreju, con una soffiata che secondo il Corriere della Sera sarebbe partita dagli stessi corridoi del Viminale. Una sorta di mediatore, la cui identità al momento è uno dei grandi misteri di questa vicenda.
Festa della polizia cancellata e programma Rai a rischio: i primi effetti sul lavoro di Conte
Le prime conseguenze concrete sulle attività frenetiche di Conte iniziano a farsi vedere. Come scrive il Corriere della Sera, Conte era stata designata per il secondo anno consecutivo come madrina della festa della Polizia a Frosinone, in programma il 10 aprile, incarico che aveva sempre giustificato perché figlia di un agente, oggi in pnesione. La sua presenza sarebbe già data per cancellata. A rischio anche “La mezz’ora legale”, il suo programma del martedì sera su Radio1, per cui percepisce 130 euro lordi a puntata. Le due puntate già registrate andranno in onda il 7 e il 14 aprile, ma i vertici Rai nutrono, secondo il Corriere, «seri dubbi» sul prosieguo della stagione, perché gli ospiti finora tutti di prestigio potrebbero non rendersi più disponibili. Il rinnovo per i prossimi palinsesti estivi viene già dato per «improbabile».
Il Fatto Quotidiano e i libri venduti nelle prefetture
A sollevare un’altra questione è Il Fatto Quotidiano, che ricostruisce come Conte abbia presentato il suo romanzo “La voce di Iside” in eventi promossi dalle Prefetture, in periodo in cui avrebbe già iniziato la frequentazione più intima con il ministro dell’Interno. Eventi promossi anche sul sito del Viminale. Se questa visibilità, al di là dei guadagni economici, sia stata agevolata dal rapporto particolare con il ministro è una delle questioni aperte del caso. Il primo episodio risale al maggio 2024 a Pistoia, su iniziativa della prefetta Licia Donatella Messina, con oltre 500 studenti presenti. A gennaio 2025 Conte torna nella stessa città per la premiazione del concorso «La forza della solidarietà», sempre promosso dalla Prefettura.
Per l’occasione la Fondazione Caript acquista circa un centinaio di copie del libro a 15 euro l’una, copie che secondo Il Fatto non arrivano direttamente dalla casa
editrice, ma vengono ricomprate dalla stessa Conte e poi rivendute alla Fondazione. Lo schema si ripete nel novembre 2025 a Caltanissetta, dopo il trasferimento della prefetta Messina in Sicilia. Il Fatto rileva anche una singolare coincidenza: nel 2024 il Ministero dell’Interno destina 450mila euro al fondo Unrra per progetti contro la violenza di genere, tema centrale del libro di Conte; nel 2025 stanzia 500mila euro per il bullismo, argomento del suo volume successivo. Il quotidiano diretto da Marco Travaglio sottolinea che non c’è alcun collegamento diretto tra i fondi Unrra e i libri di Claudia Conte, ma solo sovrapposizione degli argomenti trattati.
Il giallo della laurea alla Luiss
Un’ulteriore ombra si allunga sui titoli accademici di Claudia Conte. Repubblica ricostruisce come in diversi articoli e profili pubblici negli anni sia stata descritta come laureata alla Luiss, in alcuni casi con un master, con una partecipazione alla Scuola Ciampi e altri titoli accademici. Tutti titoli che, scrive Repubblica, «non risultano». E che lei non avrebbe mai smentito esplicitamente, nemmeno in un’intervista a Blitz Quotidiano in cui la questione veniva sfiorata. Nei curriculum lasciati in giro nelle aziende partecipate, dove era molto conosciuta, Conte parla genericamente di «competenze», senza mai specificare l’ateneo di laurea né eventuali percorsi post-lauream. Un curriculum depositato presso una partecipata di Stato, riferisce Repubblica, non menziona né università né studi successivi.
(da Open)

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IL CASO PIANTEDOSI E’ LA FOTOGRAFIA DI UN GOVERNO CHE NON E’ PIU’ CREDIBILE

Aprile 4th, 2026 Riccardo Fucile

LA SOLITA NARRAZIONE VITTIMISTA NON BASTA PIU’

Parliamoci chiaro, ci sono tante cose che non quadrano nella vicenda che vede coinvolto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e la giornalista Claudia Conte. Il modo in cui la notizia si è imposta all’opinione pubblica è certamente singolare: un siparietto concordato, in uno spazio giornalistico gestito da uno degli speaker di Radio Atreju, noto finora per le interviste militanti, sempre al servizio della vulgata del cerchio magico di Fratelli d’Italia. In tal senso, quello che ci viene chiesto è un esercizio di fiducia: credere che si sia trattato di un colpo giornalistico fortuito o quasi e non di qualcosa di diverso. Riportare cioè la discussione nel campo del “privato che diventa pubblico per qualche ragione esclusivamente privata”, facendo finta di bersi la ricostruzione secondo cui un militante fedelissimo e vicinissimo alla causa si possa prestare senza battere ciglio a creare un caso in grado di mettere in difficoltà il governo di cui Fratelli d’Italia è azionista di maggioranza.
Dall’entourage di Piantedosi non hanno dubbi sul fatto che la questione sia esattamente in questi termini. Non solo, il ministro fa sapere che non intende in alcun modo dimettersi e non esclude di dare mandato ai propri legali di tutelare la propria onorabilità e reputazione nel caso in cui qualcuno osasse accostare gli incarichi e i lavori di Conte a presunti favori ottenuti grazie alla sua frequentazione. Un avvertimento che dal Viminale hanno ritenuto necessario, considerando le tante ricostruzioni giornalistiche di questi giorni (qui il nostro lavoro) e le ancor più numerose partecipazioni della giornalista a convegni, conferenze, trasmissioni televisive e via discorrendo. Insomma, un lavoro su due fronti, quello politico e
quello comunicativo, per rimarcare il messaggio di fondo: non è e non sarà un nuovo caso Sangiuliano.
Per quel che sappiamo finora, le cose potrebbero stare esattamente così. O comunque, dal lato politico potrebbe essere interesse di tutti convincersi e convincere che le cose stiano esattamente in questo modo. Cioè, che non ci sia stato alcun complotto, alcuna macchinazione volta a infangare Piantedosi per poi creare l’incidente per la crisi di governo. Che, soprattutto, non si sia trattato di un regolamento di conti interno alla maggioranza e che Giorgia Meloni non debba aggiungere anche il caso Piantedosi alla lunga serie di inciampi capitati dopo o in conseguenza del referendum. Certo, hanno fatto tutto da soli, come sottolinea il direttore Cancellato.
(da fanpage.it)

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SUI CONTI PUBBLICI IL GOVERNO E’ NUDO

Aprile 4th, 2026 Riccardo Fucile

LA DISFATTA REFERENDARIA HA STRAVOLTO IL RACCONTO DEL BELPAESE GAUDIOSO CHE MELONI CI HA PROPINATO

È arrivata la Pasqua e il presepe meloniano viene giù come un castello di carta. E suonano quasi un po’ afflitte le rassicurazioni affidate dalla presidente del Consiglio al solito tg amico, appena atterrata a Gedda per un blitz necessario a «garantire all’Italia le forniture di petrolio».
In meno di due settimane la disfatta referendaria ha stravolto il racconto del Belpaese gaudioso che la premier e la sua corte ci hanno propinato per tre anni e mezzo. Al suo posto c’è il mesto storytelling di un governo debole e impresentabile (“mascariato” da ministre che si fanno esplodere come mine vaganti e ministri che vacillano come trottolini amorosi) e di un’Italietta fragile e vulnerabile (zavorrata da un’economia in crisi e da un bilancio in bolletta). Non c’è più traccia della retorica patriottarda e bugiarda sulla «nazione forte e credibile» tornata agli onori della storia.
Meloni si era illusa che tra le braccia di Trump saremmo stati al sicuro. E invece quell’abbraccio è mortale: in colpevole ritardo l’ha capito anche lei, che per la prima volta osa dire «non siamo d’accordo». Ma serve a poco.
Tutto il mondo paga il prezzo del caos innescato dallo sceriffo di Washington, tra dazi commerciali e conflitti neocoloniali. A parte la Russia di Putin (che per un destino cinico e baro fa soldi a palate non solo con gas e petrolio ma anche con l’export di fertilizzanti lievitato del 20%) nessuno si salva dalle fiamme del Medio Oriente. I consumatori americani pagano un’elettricità più cara del 6,9% e, con una benzina a 4 dollari e un diesel aumentato di 1,7 dollari al gallone, subiranno un salasso da 100 miliardi di dollari l’anno. I cittadini europei, come anticipa la lettera
del commissario Ue Dan Jorgensen, devono prepararsi a un razionamento dell’energia elettrica e dei carburanti.
In questa apocalisse incombente noi soffriamo di più. Lo dicono i numeri dell’Istat, non le toghe rosse dell’Anm o gli anarchici di Askatasuna: nel quarto trimestre 2025 il reddito disponibile delle famiglie è calato dello 0,4% e il potere d’acquisto dello 0,8 mentre la pressione fiscale è schizzata al 51,4%. Scontiamo non solo i mali antichi del passato ma anche il nulla cosmico di questi ultimi tre anni sprecati. Meloni e i suoi menestrelli hanno provato a nasconderlo, vendendo al popolo bue la fontana di Trevi.
Ma dopo Ocse, Fmi e S&P, a spazzare via le menzogne di palazzo Chigi provvede ora la Banca d’Italia, che apre due finestre sull’abisso del prossimo triennio. La prima finestra è drammatica: se il conflitto con l’Iran dura poco e i prezzi delle materie prime si stabilizzano, allora sarà stagflazione, con una crescita dello 0,5% e un indice dei prezzi intorno al 2%. La seconda finestra è devastante: se il conflitto dura a lungo e i rincari energetici persistono, allora sarà recessione, con il Pil sottozero di mezzo punto quest’anno e un punto l’anno prossimo e un’inflazione sopra al 3%.
Ecco cosa resta del «miracolo italiano» di Giorgia e dei suoi aspiranti Arthur Laffer de’ noantri, cresciuti non alla Scuola di Chicago ma ai corsi serali di Colle Oppio. Un pugno di mosche. Zero riforme, zero crescita. Lo scrive Wolfgang Münchau sul Financial Times: da quando è salita al potere Meloni è riuscita a rimanere fuori dal mirino degli speculatori sul mercato dei bond «ma non ha risolto nessuno dei problemi strutturali dell’economia italiana, come l’inerzia burocratica, la debolezza dei capitali» e «una crescita della produttività praticamente nulla». Lo conferma Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera: è vero che lo spread è caduto da 260 a 60 punti, generando un risparmio di 35 miliardi di minori interessi, ma i “fondamentali” non sono cambiati, il prodotto lordo si è fermato e il debito pubblico è rimasto invariato.
La Economicismo non ha funzionato. Ha scommesso sulla fiammata inflattiva cumulata al 14% del biennio passato, per lucrare sulla svalutazione implicita del debito e sui tassi reali negativi, su 12/25 miliardi di entrate da fiscal drag e sul calo da 24 miliardi del costo del lavoro nella pubblica amministrazione. Ha usato parte di questo tesoretto per ammortizzare gli oneri da superbonus e bonus facciate. Ma niente più di questo.
Nonostante il picco dei prezzi, non ha toccato gli scaglioni Irpef, lasciando che quasi 4 milioni di lavoratori dipendenti pagassero più tasse per effetto dell’aumento solo nominale dei loro stipendi. Ha premiato i lavoratori autonomi estendendogli la flat tax e per il resto ha combinato pastrocchi inverecondi sui contributi alle imprese che investono e sparso la solita semina di prebende, inutili e costose. Comprese le ultime, per far finta di fronteggiare il caro-bollette e il caro-carburanti: decreti-tampone nati per vincere il referendum e morti subito dopo, bruciati in meno di due settimane dal rally dei prezzi alla pompa. Coperti, oltre tutto, facendo cassa sui più deboli: cioè con altri tagli lineari ai ministeri, compresa la già martoriata sanità.
Credendosi furbi, i patrioti hanno usato il braccino corto sull’ultima legge di stabilità, la più mediocre degli ultimi 15 anni, sperando di prendere tre piccioni con la stessa fava: tenere il rapporto deficit/Pil sotto il 3%, uscire dalla procedura d’infrazione Ue e poi impapocchiare una ricca maxi-manovra in disavanzo per l’anno prossimo, distribuendo laute gratifiche elettorali prima del voto di fine legislatura. Ma anche questa mandrakata è finita male: Giorgetti ha sforato il tetto del deficit e Bruxelles non ci consentirà deroghe. L’ha già fatto sapere agli scapestrati ragazzi di via della Scrofa, che per tutta risposta erigono barricate di cartapesta gridando «basta con il patto di stabilità!». Un film già visto, e mai a lieto fine.
Nell’anno che manca alle elezioni cosa può offrire agli italiani la capa di un governo azzoppato, senza idee in testa e senza un euro in cassa? Quali “riforme strutturali” può azzardare adesso, dopo che per quasi quattro anni ha sabotato le iniziative europee, ha evitato qualunque iniziativa per allentare la nostra dipendenza energetica dalle risorse fossili, ha rinviato le gare sulle concessioni balneari e non ha neanche provato quelle idroelettriche?
Prima di partire per l’Arabia Saudita, la Sorella d’Italia improvvisa il suo farlocco rilancio: prepariamo misure per il lavoro povero e per le liste d’attesa. E perché mai, di grazia? Non eravamo il Bengodi europeo che più di tutti gli altri ha tutelato il potere d’acquisto delle famiglie e creato nuova occupazione per i giovani? Non eravamo il paradiso della salute, dove un decreto di luglio di due anni fa aveva risolto i problemi dei 6 milioni di italiani che rinunciano alle cure?
Con le minestrine rancide e riscaldate per le destre in disarmo è difficile recuperare il consenso della generazione Z e del sud, vere zone-disagio dalle quali è partita l’onda del no alla disastrosa riforma della giustizia. E le goffe commediole inscenate a Sigonella, fatte filtrare quattro giorni dopo sui giornali, non bastano a trasformare l’obbediente Underdog di Trump nel recalcitrante Ghino di Tacco di Reagan. È troppo tardi per i travestimenti, mentre scorrono i titoli di coda.
(da repubblica.it)

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