Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
RILIEVI PESANTI, CONSEGNATI AGLI UFFICI DEL MINISTRO SALVINI E DEL SUO VICE, EDOARDO RIXI, NEL DICEMBRE 2024. IN QUEL MOMENTO IL TEMA ERA CALDISSIMO: LA VICENDA HA PORTATO ALLA FINE DEL “SISTEMA DI POTERE” IN LIGURIA DI GIOVANNI TOTI E DELL’EX PRESIDENTE DELL’AUTORITÀ PORTUALI, PAOLO EMILIO SIGNORINI, TRAVOLTO DALLE INCHIESTE
È stata sotto chiave per oltre un anno, da dicembre 2024 ad aprile 2026, la relazione del ministero delle Infrastrutture sul porto di Genova, che confermava la posizione «di vantaggio o di favore concorrenziale nell’interesse del gruppo Spinelli».
Aggiungendo, tra le varie cose, «la valutazione della sussistenza dei presupposti per procedere alla costituzione di parte civile nei giudizi penali (relativi alle inchieste, ndr)» da parte dell’Autorità di sistema portuale (Adsp) del mar Ligure. Ipotesi a cui non è stato dato seguito.
Rilievi pesanti che sono stati consegnati agli uffici del ministro Matteo Salvini e del suo vice, Edoardo Rixi nel dicembre 2024. Oltre 16 mesi fa. In quel momento il
tema era di attualità: la vicenda ha infatti portato alla fine del sistema di potere in Liguria di Giovanni Toti e dell’ex presidente dell’Autorità, Paolo Emilio Signorini, travolto dalle inchieste.
Rixi, oggi braccio destro di Salvini al dicastero, è leader della Lega in Liguria: non è mai stato coinvolto nelle indagini, ma ha avuto un peso specifico politico in quella stagione nella sua regione.
È stato alleato e interlocutore dell’ex governatore e ha anche beneficiato – nel 2018 – di un contributo elettorale di 7.500 euro della fondazione-comitato Change, che faceva capo a Toti. Così il viceministro, per sgomberare il campo dai dubbi, ha fatto istituire la commissione per stendere la relazione nel 2024.
Il documento del Mit di 103 pagine con 32 allegati, firmato da Salvatore Pilato, Patrizia Scarchilli e Giuseppe Strano, ha fornito consigli su possibili interventi. Sotto la lente di ingrandimento dei commissari è stata posta la procedura di rilascio delle concessioni che, per quanto molto complessa, «non è risultata impermeabile a indebite interferenze che, in concreto, hanno favorito l’adozione di decisioni finali orientate al rilascio delle concessioni ad un unico soggetto (gruppo Spinelli)», si legge nel testo.
Un andamento «tale da rafforzare la posizione di concessionario/terminalista, precostituendo a suo favore un’oggettiva posizione di vantaggio, anche in relazione ai futuri sviluppi in termini di traffici connessi alle nuove opere in corso di realizzazione».
Il contenuto, molto significativo, è stato reso inaccessibile dal ministero fino a pochi giorni fa: è stato diffuso solo grazie all’insistenza di due deputati del Pd, Valentina Ghio e Luca Pastorino, che hanno chiesto più volte di poter consultare il faldone, come raccontato da Domani.
Non sono mancate sorprese. Addirittura la prima versione, inviata ai parlamentari, presentava delle cancellazioni, omissis per mantenere la riservatezza sui nomi delle aziende. Togliendo nei fatti il senso al documento. Una modalità che ha alimentato sospetti sulla volontà di limitare le informazioni.
Perché le criticità rilevate sono varie. Nelle conclusioni della relazione viene riferito che «sussistono molteplici elementi documentali che inducono alla
revisione prudenziale dei rapporti concessori e delle licenze per verificare le eventuali situazioni di conflitto d’interesse nei procedimenti conclusi in favore e vantaggio del gruppo Spinelli».
L’iter per arrivare all’accessibilità del documento rende l’idea degli ostacoli frapposti dal ministero delle Infrastrutture: la richiesta di accesso agli atti di Ghio e Pastorino era stata respinta, motivandola con la necessità di un’integrazione, puntualmente presentata dai parlamentari dem. L’istanza ha tuttavia incontrato un ulteriore stop: era assente «un interesse differenziato e qualificato» e non sussisteva «alcuna obbligatorietà circa l’ostensione dei documenti»
Due deputati, peraltro della commissione Trasporti (competenti per materia) e liguri (competenti per territorio), non erano giudicati idonei a ricevere il materiale perché non di loro interesse. Solo l’intervento della presidenza della Camera di Lorenzo Fontana, attraverso i suoi uffici interpellati dai parlamentari del Pd, ha sbloccato l’impasse
«Per oltre dieci mesi non è stato dato seguito alle prerogative dei parlamentari, che avevano formalmente richiesto accesso a documenti rilevanti senza ricevere risposte nei tempi dovuti», hanno dichiarato Ghio e Pastorino
(da Domani)
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Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
A MILANO, FORZA ITALIA ORGANIZZA UNA CONTRO MANIFESTAZIONE A QUELLA SULLA “REMIGRAZIONE” PROMOSSA DA SALVINI E DAI “PATRIOTI” … MARINA E PIER SILVIO ORA PIANIFICANO LA SVOLTA NEL PARTITO: SILURATI GASPARRI E BARELLI, SEMI-COMMISSARIATO TAJANI, ORA SI CERCANO VOLTI NUOVI E SI GUARDA ALLE POLITICHE DEL 2027
Più che aria nuova, quella spirata da Cologno Monzese verso Forza Italia è stata una
folata di vento che ha fatto volare tutte le carte in tavola dentro il partito e scompaginato gli equilibri dei palazzi romani. L’intervento di Marina e Pier Silvio Berlusconi è stato dirompente: pensionamento dei capigruppo Maurizio Gasparri e Paolo Barelli (che aspira a un ruolo di sottogoverno); strigliata quasi pubblica ad Antonio Tajani, che è apparso un segretario semi-commissariato; cambio di strategia politica.
Questa fase uno si è conclusa con la nomina a capogruppo alla Camera di Enrico Costa, la cui scelta di mediazione è stato l’unico argine che ha tenuto per Tajani.
Scongiurato il pericolo di nomi legati ad Arcore e critici nei suoi confronti come quelli di Giorgio Mulè o Deborah Bergamini, il profilo di Costa è stata una scelta che alcuni, internamente, definiscono «al ribasso». I detrattori lo considerano debole rispetto alla storia di FI, con cui non è stato eletto nell’ultima legislatura (a Montecitorio è entrato con Azione).
Inoltre nel suo curriculum pensano gli incarichi nei governi Renzi e Gentiloni. I più fedeli a Tajani, invece, vedono in Costa qualcuno portato al dialogo e comunque sensibile alle istanze del segretario, perché molto ferrato sul tema della giustizia ma pochissimo delle dinamiche del partito (e quindi del gruppo parlamentare). Da Milano, però, arriva uno spiffero: Costa viene dal mondo liberale e ha il merito di essere esterno alle paludi dei palazzi romani. E comunque a vigilare su tutto rimarrà Mulè, le cui quotazioni sono in costante ascesa dopo la prova referendaria e che oggi avrà un faccia a faccia con Tajani.
Al netto dei nomi (il vero restyling si attende nelle prossime liste elettorali), la fase due riguarda la linea politica. Non è un mistero – la stessa Marina Berlusconi lo ha fatto capire nei suoi recenti interventi pubblici – che la “famiglia” voglia un partito molto più autonomo nei confronti della destra di Giorgia Meloni e soprattutto di quella di Matteo Salvini.§Persa la partita sulla giustizia, la primogenita del Cavaliere avrebbe in testa alcune parole d’ordine: apertura sui diritti civili e sul fine vita ma anche difesa del sistema bancario e produttivo privato; presa di distanza dagli estremismi di Donald Trump ed europeismo convinto in politica estera. Prima ancora di interrogarsi su queste direttrici, però, i dirigenti sono agitati da alcune questioni di fondo.
A Milano, dove il responsabile Immigrazione di FI, Amir Atrous ha organizzato una contro manifestazione a quella sulla remigrazione promossa dai Patrioti, con «le seconde generazioni pienamente integrate inserite nel tessuto sociale, economico e produttivo del Paese».
L’evento è un attacco frontale alla Lega e apparentemente il primo cambio di passo in chiave “neo-berlusconiana”, ma è stato subito smentito dai dirigenti locali che hanno preso le distanze dall’iniziativa «intrapresa a titolo personale», perché «Forza Italia ha rispetto per ogni manifestazione organizzata dagli alleati».
Il pasticcio milanese – segnale degli scontri intestini in corso – rischia di non essere isolato. La pax tajanea prevede congressi locali, che dopo la massiccia campagna di tesseramento dovrebbero cementare lui e i suoi alla segreteria. Tuttavia, secondo una fonte accreditata, «quasi sicuramente salteranno» dove si rischiano faide interne.
Il nodo della leadership porta con sé sempre la stessa domanda: Pier Silvio o Marina scenderanno in campo? Da Fininvest, la risposta è sempre negativa, nonostante un retroscena del Fatto quotidiano dia la primogenita alle prese con un training serrato per imparare “i trucchi” della politica. Chi la conosce, però, aggiunge un dettaglio: se davvero prendesse in mano il partito («e non lo vuole fare», viene precisato), non lo farebbe certo per fare la “seconda” di Meloni. Punterebbe a un progetto nuovo, violando il tabù di lasciare la destra-destra per creare un nuovo polo moderato e attrattivo anche per il Pd. Fantapolitica, per ora.
Quanto a Pier Silvio, non si spengono le voci che lo vogliono affascinato da Roma (avrebbe fatto ristrutturare, senza avvertire la sorella, lo storico ufficio di Mediaset a largo del Nazareno che utilizzava il padre). Tutto, però, è necessariamente rimandato alle prossime politiche: impossibile defenestrare Tajani, che è uno degli assi su cui poggia il governo in carica. I suoi fedelissimi rimangono aggrappati al fatto che a lui va il merito, contro ogni aspettativa, di aver mantenuto vivo e addirittura fatto crescere un partito dato per morto insieme al Cavaliere.
«Davvero a Milano pensano che si possa fare meglio?». Con la consapevolezza, però, che in FI le fideiussioni milionarie batteranno sempre qualsiasi riflessione politica.
(da Domani)
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Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
HALLISSEY: “NEL LIBRO DICE CHE ESISTONO I CICLOPI, ESISTE ATLANTIDE. MINISTRO, NON ESISTONO”… I PRESUNTI RITROVAMENTI, CITATI DA GIULI NEL SUO LIBRO, CHE PROVEREBBERO L’ESISTENZA DEI CICLOPI: “UN GRANDE CRANIO OBLUNGO CON TRE ORBITE, DUE DAVANTI E UNA DIETRO”
La nota della direttrice del parco archeologico del Colosseo, Alfonsina Russo, mette ancora di più in imbarazzo il ministro della Cultura, Alessandro Giuli.
La nuova versione sulla pubblicazione e la distribuzione del libro di Giuli, finanziato dal ministero della Cultura, è che stato fatto tutto a insaputa. «Non c’entra nulla con lo stanziamento», è stata la posizione della dirigente del Mic.
Chissà, quindi, la sorpresa del ministro della Cultura, quando si è ritrovato tra le mani il suo volume Venne la Magna Madre. I riti, il culto, l’azione di Cibele Romana, tra quelli inseriti nel catalogo della mostra la mostra Magna mater tra Roma e Zama.
Il saggio, risalente al 2012, era stato ristampato con le risorse del Mic, proprio attraverso il parco archeologico del Colosseo, con un finanziamento di 21mila euro che prevedeva anche la pubblicazione e la distribuzione del testo
La tomba di Romolo di Attilio Mastrocinque, docente di storia all’università di Verona. Un progetto editoriale portato avanti nell’ambito della mostra sulla Magna Mater, in corso dal 5 giugno al foro romano e palatino.
(da Domani)
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Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DELLA SOCIETA’: “SIAMO ALLIBITI, IL REGOLAMENTO NON CONSENTE ALL’ ARBITRO QUESTO DIRITTO”
La richiesta a due giovani calciatori africani durante una partita di seconda categoria
nel padovano. Il presidente del San Precario: «Siamo allibiti».
Polemiche e disappunto nel padovano dopo un episodio avvenuto durante una partita di seconda categoria tra San Fidenzio Polverara e San Precario, vinta dai padroni di casa per 3-2. Prima dell’inizio del match, durante il riconoscimento dei giocatori, l’arbitro ha chiesto al dirigente della squadra ospite di esibire il permesso di soggiorno di due giovani calciatori provenienti dall’Africa. Il presidente del San Precario, Roberto Mastellaro, ha definito l’episodio «al limite dell’assurdo» e discriminatorio, sottolineando che in 18 anni non gli era mai capitata una situazione simile.
Cosa devono mostrare i calciatori all’arbitro?
«Il regolamento richiede che i calciatori per partecipare a una partita siano in possesso di una carta d’identità, oppure di un passaporto o di un tesserino della Figc – precisa Mastellano -. Mai era stata richiesta l’esibizione del permesso di soggiorno. Non so se si sia trattato di un’ingenuità dell’arbitro… in ogni caso siamo rimasti allibiti». È bastata la provenienza da un paese africano per far scattare il dubbio dell’arbitro. «Soltanto per non far ritardare l’inizio della partita abbiamo esibito il permesso dei due calciatori, ma adesso chiediamo di sapere le ragioni di un comportamento del genere che riteniamo discriminatorio. Nella nostra rosa abbiamo anche un altro giocatore extracomunitario dal doppio passaporto, inglese e slovacco, ma per lui non è stato chiesto nulla». Mastellaro ha, inoltre, ribadito
l’impegno della società contro ogni forma di razzismo, esprimendo preoccupazione per un clima che, a suo dire, rischia di legittimare comportamenti discriminatori.
Indaga la Figc
La vicenda è ora all’attenzione dei vertici regionali della Figc. Il presidente veneto Giuseppe Ruzza ha chiesto una relazione scritta per approfondire il caso, mentre il numero uno dell’Aia Veneto, Tarcisio Serena, scrive il Gazzettino, ha chiarito che un arbitro non è autorizzato a richiedere il permesso di soggiorno. Per il riconoscimento dei tesserati sono sufficienti documento d’identità, tessera federale, conoscenza diretta o foto autenticata.
(da agenzie)
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Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
“IL GOVERNO E’ STATO INFORMATO”
La Commissione europea ha confermato di aver inviato una lettera alla Biennale per contestare la presenza di Mosca alla mostra prevista per maggio. La precisazione arriva alla vigilia dell’incontro tra il presidente ucraino, la premier Meloni e il presidente Mattarella nella Capitale
Dalle parole, ai fatti. La Commissione europea ha formalizzato l’intenzione di sospendere i finanziamenti alla Fondazione La Biennale di Venezia, per un valore di circa 2 milioni di euro, a causa della presenza della Russia alla prossima edizione della mostra internazionale d’arte. Secondo quanto riferito dal portavoce Thomas Regnier, l’Agenzia esecutiva per l’istruzione e la cultura (Eacea) ha già inviato una lettera alla Fondazione per comunicare l’intenzione di sospendere o revocare la sovvenzione. La Commissione aveva inoltre informato il governo italiano già a marzo, motivando la decisione con la necessità di tutelare «i valori europei di democrazia, libertà di espressione e pluralismo»
Le sanzioni europee e la figlia di Lavrov nel padiglione russo
La presenza russa alla Biennale viene contestata anche alla luce delle sanzioni europee legate alla guerra in Ucraina, che vietano iniziative considerate veicolo di propaganda a sostegno del regime. Al centro della polemica anche la gestione del padiglione russo, che ospiterebbe artisti selezionati da una società legata a Ekaterina Lavrova, figlia del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, fedelissimo di Vladimir Putin
La protesta dei ministri Ue
Già a marzo 22 Paesi europei avevano scritto al presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco e al consiglio di amministrazione per esprimere contrarietà alla partecipazione russa. Anche il ministro della Cultura Alessandro Giuli aveva criticato la scelta e silurato la consigliera che non lo aveva avvertito, mentre diversi eurodeputati hanno coinvolto la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e l’Alta rappresentante Ue Kaja Kallas chiedendo lo stop ai fondi
Buttafuoco ha però sempre difeso il diritto degli artisti di ogni credo e provenienza ad esprimersi. Sostenendo che nessuna norma sia mai stata violata e di aver organizzato spazi per dare voce anche agli artisti dissidenti russi. Non ha mai mostrato intenzione di rivedere la propria posizione: un’eventuale forzatura nei suoi confronti, dettata da esigenze di Stato ritenute prioritarie, potrebbe spingerlo a fare un passo indietro. Uno scenario che né la premier Meloni né il ministro della Cultura vorrebbero affrontare, sia perché Buttafuoco è uno dei pochi nomi di intellettuali di destra di caratura, sia perché la Biennale è ormai alle porte, con inaugurazione prevista per il 9 maggio
Domani Zelensky da Meloni e Mattarella
Una questione delicata, quindi, che si aggiunge agli altri dossier rilevanti sul piano della diplomazia internazionale, proprio mentre la presidente del Consiglio e il capo
dello Stato Sergio Mattarella si preparano ad accogliere a Roma il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, atteso domani, mercoledì 15 aprile.
(da agenzie)
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Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
ISCRITTI NEL REGISTRO DEGLI INDAGATI TUTTI I PRESIDENTI DI REGIONE DAL 2020 AD OGGI
La procura di Gela ha deciso di accelerare sull’inchiesta relativa alla frana avvenuta a
Niscemi, che ha portato a 1.500 sfollati. Come ha spiegato oggi il procuratore Salvatore Vella, nel fascicolo inizialmente concepito “contro ignoti” sono oggi iscritti tredici nomi, per le ipotesi di reato che vanno da disastro colposo a danneggiamento seguito da una frana.
I nomi destinati a far più rumore sono certamente quelli collegati alla politica, specie ad alti livelli, e cioè i presidenti di regione che si sono susseguiti dal 2010 ad oggi: Raffaele Lombardo, Rosario Crocetta, Nello Musumeci, e Renato Schifani. Schifani è l’attuale presidente mentre il suo predecessore, Musumeci, è attualmente il ministro titolare della Protezione civile
Oltre a loro sono stati iscritti i responsabili territoriali della Protezione civile. Vella ha sottolineato che quella accaduta a Niscemi, e ancora attiva, è «la frana più grande d’Europa»: «Già nel 1997 c’erano delle indicazioni precise sulle cose da fare, ma non sono state fatte. Nelle casse della Regione ci sono ancora 12 milioni di euro a disposizione per i lavori»
La storia della fran
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, che era emersa anche in quelle giornalistiche, i problemi principali sono avvenuti dopo la frana del 1997. Cioè da quando furono affidati ad un’associazione temporanea di imprese i lavori di ricostruzione. L’Ati dopo qualche tempo chiese un adeguamento del contratto alla luce dello stato dei luoghi e quindi, nel 2010, la risoluzione del contratto. Da allora e almeno fino al 2016, momento della fine del contenzioso con le aziende coinvolte, nessuno si è occupato della frana.
(da agenzie)
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Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
LA DIPLOMAZIA IRANIANA: “PERCHE’ MAI DOVREMMO FERIRE L’ITALIA, AMIAMO IL POPOLO ITALIANO”
Non solo i vertici politici dell’Iran, ma anche la diplomazia iraniana nel mondo si è spesa in una comunicazione molto attiva sui social per criticare il presidente Donald Trump e la sua amministrazione. Nelle scorse settimane, sono diventati popolarissimi i post e le immagini canzonatorie condivise dalle missioni diplomatiche iraniane su X. Ora, dopo le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti contro Papa Leone XIV e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, arrivano anche le dichiarazioni iraniane a sostegno dell’Italia, quasi a sancire un possibile fronte comune contro gli Usa.
«Perché mai dovremmo ferire l’Italia?»
Molto affettuoso il tweet diffuso oggi dall’ambasciata dell’Iran in Thailandia, che cita: «Perché mai dovremmo ferire l’Italia? Amiamo il popolo italiano, il calcio, il cibo e amiamo Roma, Rimini, Pisa, Milano, Venezia, Sardegna, Firenze, Napoli, Genova, Torino Sicilia e qualunque altra cosa nel mezzo»«Trump…Assurdo!»
Molto stupito, al limite dello sconcertato, il tweet diffuso su X dall’ambasciata iraniana in Bulgaria, che dice: «Trump ha detto che l’Iran farebbe esplodere l’Italia in due minuti se ne avesse l’occasione. Assurdo! La linea dell’Iran è sempre stata quella del rispetto per le nazioni, non quella di distruggerle». Il tutto seguito dagli hashtag Italia e Iran, accompagnati da una stretta di mano.
Il supporto a Papa Leone XIV
Non solo supporto alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ma anche a Papa Leone XIV. Così in questo tweet diffuso dall’ambasciata iraniana in Austria, la sede diplomatica difende il rappresentante della Chiesa cattolica nel mondo. Il testo recita: «Esiste ancora qualche sacralità che il presidente degli Stati Uniti, Donald
Trump, non abbia profanato? Si vanta spudoratamente di aver assassinato il leader di una nazione, minaccia di commettere crimini di guerra, minaccia di annientare un’intera civiltà e confonde le bestemmie con la forza».
E continua: «Nel suo ultimo atto di impudenza, ha insultato Sua Santità Papa Leone XIV, ha insistito arrogantemente di non aver commesso alcun errore e ha chiarito di non avere alcuna intenzione di chiedere scusa. Il silenzio della comunità internazionale di fronte a un simile ripudio non solo eroderà tutti i valori umani, ma metterà in pericolo le fondamenta stesse della civiltà».
Il messaggio del presidente dell’Iran§
Sono molte ancora le ambasciate iraniane che hanno poi diffuso l’ultimo tweet del presidente dell’Iran, Masoud Pezeshkian, che scrive: «L’essenza delle civiltà si rivela nei momenti cruciali della loro storia. Le posizioni di Spagna, Cina, Russia, Turchia, Italia ed Egitto nell’opporsi alla bellicosità e ai crimini del regime sionista affondano le loro radici nella loro cultura e nel loro patrimonio storico».
(da Open)
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Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
SECONDO IL WASHINGTON POST, IN CASO DI RITIRO DEGLI USA DALL’ALLEANZA ATLANTIC C’E’ UN PIANO GUIDATO DALLA GERMANIA PER LA SICUREZZA DEL VECCHIO CONTINENTE
C’è un piano di riserva per la Nato. In caso di ritiro degli Stati Uniti dall’Alleanza
Atlantica. Che garantirà la difesa dell’Europa attraverso l’uso delle strutture militari già esistenti. In prima linea c’è la Germania. Che da tempo è contraria a un approccio unilaterale. I funzionari che lavorano al piano lo hanno ribattezzato Nato Europea, secondo quanto scrive oggi il Wall Street Journal. E mirano a coinvolger
il maggio numero possibile di stati europei nei ruoli di comando e controllo della nuova alleanza. E a integrare le risorse militari Usa con le proprie.
La Nato Europea prossima ventura
Secondo il quotidiano i piani – che vanno avanti attraverso gli incontri a margine della Nato – non vogliono competere con l’attuale alleanza. Ma i funzionari europei puntano a preservare la deterrenza nei confronti della Russia. Oltre alla continuità nucleare se Washington dovesse ritirare le proprie forze dall’Europa. O rifiutarsi di intervenire in difesa del Vecchio Continente, come ha minacciato più volte Donald Trump. I piani, concepiti per la prima volta lo scorso anno, sottolineano la profonda preoccupazione europea per l’affidabilità degli Stati Uniti. E hanno avuto un’accelerazione dopo che Trump ha minacciato di togliere la Groenlandia alla Danimarca, anch’essa membro della NATO. Mentre ora stanno acquisendo nuova urgenza nel contesto della situazione di stallo scatenata dal rifiuto dell’Europa di appoggiare la guerra americana in Iran.
La Germania
In particolare, l’inversione di rotta politica di Berlino sta dando ulteriore slancio. Per decenni, la Germania ha resistito alle richieste, guidate dalla Francia, di una maggiore sovranità europea in materia di difesa, preferendo mantenere gli Stati Uniti come garanti ultimi della sicurezza europea. Questa posizione sta ora cambiando sotto la guida del cancelliere tedesco Friedrich Merz, a causa delle preoccupazioni sull’affidabilità degli Stati Uniti come alleato durante la presidenza Trump e oltre, secondo fonti vicine al suo pensiero. Gli europei stanno ora cercando di assumersi maggiori responsabilità, come richiesto da tempo da Trump. L’alleanza sarà «più guidata dall’Europa», ha dichiarato di recente il suo Segretario Generale Mark Rutte.
L’iniziativa
La differenza ora è che gli europei stanno prendendo provvedimenti di propria iniziativa, a causa della crescente ostilità di Trump, piuttosto che in seguito alle pressioni degli Stati Uniti. Nei giorni scorsi, Trump ha definito gli alleati europei «codardi» e ha descritto la NATO come una tigre di carta, aggiungendo, riferendosi al presidente russo Vladimir Putin: «Anche lui lo sa». L’acceleratore politico
decisivo per l’Europa è stato il cambiamento storico avvenuto a Berlino, sede di armi nucleari statunitensi e che per lungo tempo ha evitato di mettere in discussione il ruolo dell’America come garante della sicurezza europea. I tedeschi e altri europei temevano che promuovere la leadership europea all’interno della NATO potesse offrire agli Stati Uniti un pretesto per ridurre il proprio ruolo, un esito che molti europei temevano. Ma ora hanno rotto gli indugi. La Nato Europea è in arrivo.
(da agenzie)
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Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
ATTESA FINITA, AD AGOSTO FARA’ 60 ANNI, DI CUI 23 IN MONDADORI… IL RITORNO DI GIANNI LETTA E I PROVINI PER I FUTURI PARLAMENTARI
La clamorosa umiliazione di convocare il ministro degli Esteri Antonio Tajani in azienda – come un trotterellante dipendente a rapporto – Marina Berlusconi l’ha inflitta come sua propria esibizione (e ginnastica) di potere. Sta rafforzando i bicipiti, visto che questa volta ha davvero deciso di scendere in campo, con una squadra di consiglieri a prepararle un progetto di sopravvivenza politica, dopo il disastro dell’assalto ai giudici, i pasticci di Carletto Nordio, le sciagure di Giusi Bartolozzi e più di tutto le ricorrenti implosioni di Giorgia Meloni, che dopo la sventola del referendum, gli abissi di Trump, la sconfitta di Orbán, la rendono sempre più inaffidabile, man mano che il rendiconto di quattro anni di nulla al governo si avviano alla risacca del quinto e ultimo.
In questi giorni, Marina sta preparando armi e beauty case esattamente come fece il babbo, nel lungo e periglioso inverno del 1993, quando dai debiti della Fininvest e dal rischio di finire “sotto un ponte o in galera” (Confalonieri dixit) estrasse il coniglio di Forza Italia, un partito che avrebbe protetto i suoi scheletri di cantieri edili magicamente finanziati e le antenne illegalmente nate, come avevano fatto i partiti a libro paga che Mani Pulite stava decapitando. A questo giro sono i crediti a muovere Marina Berlusconi titolare dell’azienda FI, dove paga tutto e conta niente. Non ne può più di aspettare. Anche se non lo fa per i 90 milioni di euro che garantisce in fideiussioni al partito ogni anno. Lo fa per psicologiche ragioni. Esige di estrarre un senso dalla sua vita di eterna figlia primogenita addetta al monumento
del padre. L’ansia preme. Compirà i suoi 60 anni tra cinque mesi, il prossimo 10 agosto. E a giugno saranno tre anni dal funerale di Stato che ha chiuso un’era, inginocchiando e umiliando l’intera Italia, davanti alle spoglie del padre.
Cos’ha combinato nel tempo che ha visto fuggire dallo specchio? In Mondadori, da 23 anni ha un ufficio sontuosamente vuoto, dove pettina le piante, sovrintende sonnifere riunioni, attende l’ora in cui l’autista la porterà nella sua amata e solitaria palestra Technogym a scolpire quel che la chirurgia estetica, in tante e dolorose modificazioni, ha inciso sulla sua pelle.
In quanto al cuore ha finito per affezionarsi alle fidanzate del padre, sempre a protezione del padre, prima Francesca Pascale. Ora Marta Fascina, detta la Muta, che deambula tra i tappeti di Arcore, pagata da un seggio a nostre spese, mentre tiene compagnia alle ombre e la aspetta per cena. Non c’è più Marcello Dell’Utri a costruire la squadra a questo giro. Le sue benemerenze sono finite sotto la condanna definitiva per mafia. A selezionare i nuovi candidati è stato chiamato Danilo Pellegrino, amministratore delegato Fininvest, affidabile, riservato. Che Marina ha voluto al tavolo della riunione-gogna proprio per studiarsi da vicino il povero Tajani e sceglierli al contrario.
La rete di Publitalia c’è ancora per pescare imprenditori, professionisti o furbacchioni candidabili, come avvenne trent’anni fa, quando dai provini saltarono fuori decine di futuri deputati, da Paolo Romani a Martusciello, da Lo Jucco ad Antonio Palmieri, tutti dilettanti della politica, ma svegli nella comunicazione, niente barba, eleganti scarpe inglesi da indossare a comando, come le opinioni. Marina li vuole “moderati”, e “moderni”. In difesa dell’azienda, ovvio. Ma anche aperti ai diritti civili, alle famiglie arcobaleno, in stile radicale. Aperti all’Europa di Draghi e ai Parioli di Calenda. Sempre indisponibili a superare il filo spinato delle troppe tasse ai ricchi. Guai alle patrimoniali. Proibito disturbare i profitti delle banche. O interferire con il libero mercato della finanza, dell’etere, dei giacimenti digitali. In sintesi, un moderatismo alla Gianni Letta che Marina ha arruolato anche stavolta, accomodandolo proprio di fronte a Tajani che ascoltava la sua eterna lezione democristiana. La quale, a copertura del potere sostanziale, prevede sempre una vernice di buonismo compassionevole, per temperare la naturale
predisposizione della destra a imbracciare derive autoritarie o il cattivismo alla Delmastro che gode quando immagina i detenuti soffocare nei cellulari o a quello di Piantedosi, il ministro innamorato, che i naufraghi li considera “carichi residuali”.
Da tempo Marina sta provando a migliorarsi con infiniti esercizi di postura e voce davanti allo specchio delle telecamere. Ha chiesto agli stessi autori di Ciao Darwin che avevano lavorato per le campagne elettorali del padre, scrivendogli gag e aneddoti portatili, di scrivere nuovi testi per lei. Ha ingaggiato un dialogue coach per modificare il tono infantile della voce e le fragilità della timidezza. Per consonanza ha voluto, come primo atto del suo inedito imperio, Stefania Craxi a capo dei deputati. Non solo per insofferenza alla consumata maschera di Gasparri. Ma come complice omaggio alla sua vecchia amica, cugina nel danno, reduce anche lei dai disastri psicologici di un padre macigno, altrettanto assente.
E Pier Silvio? C’era anche lui alla riunione a sogguardare il povero Tajani. Ma lo ha fatto solo per starne ancora di più alla larga. Dudi non ha rivincite da pretendere, né intenzioni remote. Gli piace il giocattolo che ha per le mani nella sua cameretta di comando. Non ha detto neanche una parola. E congedandosi per l’ora di fitness, ha augurato alla sorella maggiore di trovare anche lei la sua ruota della fortuna.
(da agenzie)
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