Marzo 13th, 2026 Riccardo Fucile
“TRUMP È UN DEBOLE, IL SUO NARCISISMO E LA MANCANZA DI INIBIZIONI SONO TIPICHE DELLE PERSONE SOCIOPATICHE” … “IL SUO RAPPORTO CON LE DONNE? GLI SERVONO. MELANIA? ZIO DONALD AMA SOLO SE STESSO” … “SONO CERTA CHE SIA COINVOLTO NEL CASO EPSTEIN. MA IL PRESIDENTE FARÀ QUALSIASI COSA PERCHÉ NON SI SAPPIA. SA COME MANOVRARE LE PERSONE”
«Macché caratteraccio. Mio zio Donald Trump mostra tutti i sintomi di un disturbo di personalità, a cui negli ultimi mesi si sono aggiunti altri segnali clinici inquietanti. È un uomo abituato a falsificare la realtà, bisognoso di continue conferme e vendicativo quando non le trova. È esattamente quello che suo padre Fred voleva che fosse».
Mary Trump sa di cosa parla. Psicologa clinica, un dottorato al Derner institute, è la nipote del presidente degli Stati Uniti, che ha scatenato la guerra contro l’Iran: suo papà Freddy era il fratello maggiore di Donald. E soprattutto, è l’autrice di Sempre troppo e mai abbastanza: come la mia famiglia ha creato l’uomo più pericoloso del mondo (Utet), il libro appena pubblicato in Italia che quando uscì negli Stati Uniti, nel 2020, sbancò in 24 ore le classifiche di vendita.
Nel suo mémoire, Mary ripercorre la storia della famiglia Trump, rivelando da dove nascono il carattere e il patrimonio (frodi fiscali comprese) di quello che è diventato l’uomo più potente del pianeta. Risultato: il presidente le ha fatto causa per 100 milioni di dollari, contenzioso ancora in corso.
Al centro di tutto, spiega Mary, c’è suo nonno Fred Trump senior, imprenditore immobiliare di successo. L’uomo che dopo aver distrutto la vita del primogenito Freddy, il padre di Mary, morto alcolista a 42 anni, eliminò il suo ramo familiare dal testamento. L’uomo che insegnò al giovane figlio Donald, studente mediocre e imbonitore di talento, che «per diventare un re, devi essere un killer».
Un killer?
«Era la prima regola del nonno: se persegui un obiettivo, i diritti non valgono, non ci sono regole, conta solo il risultato. È diventato il motto di Donald, anche adesso che è presidente».
Che padre fu Fred senior per i suoi cinque figli?
«Intanto le mie zie Maryanne ed Elizabeth per lui neanche esistevano, era misogino fino al midollo. Quanto ai tre maschi, mio padre Freddy, zio Donald e zio Robert, s’interessava a loro solo se mostravano di sposare i suoi interessi. Che poi si riducono a uno: il denaro».
La rabbia di Trump, racconta nel libro, c’entra con una ciotola di purè.
«Donald aveva 7 anni, era a tavola con i fratelli e continuava a fare dispetti. Era esasperante, nessuno riusciva a farlo smettere. Così papà, che era un ragazzino, fece la prima cosa che gli saltò in mente: prese la ciotola di purè e gliela versò in testa. Tutti scoppiarono a ridere, non la smettevano più. Donald la visse come un’umiliazione insostenibile. Fu allora, mi raccontò mia zia Maryanne, che dentro di lui scattò il senso di rivalsa che mostra ancora oggi: nessuno l’avrebbe mai più messo all’angolo»
Il piccolo Donald cercava attenzione?
«Sì, perché è cresciuto senza amore. Per essere apprezzato da Fred, imitava il padre in tutto. Tranne, quando il nonno si ammalò di Alzheimer, cominciare a deriderlo. Aveva imparato la lezione: adulare i potenti, schiacciare i deboli».
Poi, arrivò il reality show.
«The Apprentice creò un mito, quello dell’imprenditore di successo. In tv, l’arroganza di Donald sembrò un segno di forza. In realtà, Trump è un debole».
Possibile?
«Mi creda, è incapace di gestire un conflitto, non ha le competenze per farlo. L’importante, per lui, è non ammettere la sconfitta, anche perché è stato educato a non rispondere mai delle proprie azioni. Un giorno nonna Mary mi confidò: “Donald la farebbe franca anche se ammazzasse qualcuno”. È un uomo che manipola patologicamente la realtà».
Sta parlando da psicologa?
«Il suo narcisimo e la mancanza di inibizioni sono tipiche delle persone sociopatiche. E oggi i discorsi confusi e i pisolini in pubblico fanno pensare al progredire di una malattia degenerativa».
Eppure, ha stravinto le elezioni.
«Ha carisma, o almeno lo aveva, il gradimento adesso non supera il 40%. Si circonda di persone che lo ossequiano per interesse: soldi, potere. E poi, sa come tenere sulle spine chi lo circonda».
Cioè?
«Glielo insegnò il nonno: in una stanza, sii sempre l’unico che sta seduto. Ha presente le foto nello Studio Ovale?».
Che cos’è la famiglia, per lui?
«Niente, a meno che non porti affari».
Che rapporto ha con le donne
«Gli servono. La prima volta che incontrai Melania a cena stavano insieme da poco: non le rivolse mai la parola».
Trump ama sua moglie?
«Trump ama solo se stesso».
È coinvolto nel caso Epstein, ma non sono emersi illeciti. Secondo lei c’è di più di quanto è stato rivelato?
«Ne sono certa, e non solo io. Ma il presidente farà qualsiasi cosa perché non si sappia. Sa come manovrare le persone».
(da agenzie)
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Marzo 13th, 2026 Riccardo Fucile
ROBERT MAXWELL, PADRE DELLA STORICA COMPAGNA DI EPSTEIN,GHISLAINE, MORÌ IN CIRCOSTANZE MISTERIOSE, CADENDO DAL SUO YACHT NEL 1991: C’È CHI IPOTIZZA CHE ABBIA RICATTATO IL MOSSAD MINACCIANDO DI RIVELARE ALCUNI SEGRETI, E CHE GLI AGENTI L’ABBIANO UCCISO (È SEPPELLITO SUL MONTE DEGLI ULIVI A GERUSALEMME)
L’amicizia tra Epstein e Barak, che è stato primo ministro d’Israele tra il 1999 e il 2001 e
ministro in vari governi, è durata a lungo e i documenti rivelano decine di email tra loro, che coinvolgono anche la moglie del politico, Nili Priel Barak, e vari collaboratori.
Tra il 2015 e il 2019, dopo che Epstein era stato incriminato per induzione alla prostituzione, Barak e la moglie sono stati ospiti fissi di un appartamento del finanziere nel centro di New York. Il personale lo chiamava “l’appartamento di Ehud”, rivela un’email.
Gli scambi sono continuati fino a poche settimane prima del secondo arresto di Epstein, nel 2019. A giugno Priel Barak lo informava del loro arrivo nell’appartamento il 21 di quel mese, circa due settimane prima dell’arresto.
A quanto pare i due parlavano, oltre che di affari, anche di demografia e trasferimento di popolazioni. In una registrazione audio di tre ore, presumibilmente risalente alla metà degli anni dieci del 2000, Barak fa riferimento alla volontà di Israele di alterare l’equilibrio demografico del paese facendo arrivare un milione di ebrei dalla Russia, che avrebbero contrastato il pericolo di una “maggioranza araba”. La cosa positiva, aggiungeva, era che tra loro ci sarebbero state anche “molte ragazze giovani e carine”.
Barak non è l’unico personaggio pubblico israeliano che faceva parte della rete di potere di Epstein. Anche Yoni Koren, collaboratore di Barak e ufficiale dell’intelligence militare israeliana, ha frequentato regolarmente l’appartamento di New York e alcune email rivelano che il finanziere gli avrebbe pagato le cure per il cancro nel 2012.
Ma i legami di Epstein con Israele risalgono a molto prima, rivelano i documenti. Ghislaine Maxwell, compagna di Epstein condannata nel 2022 a venti anni di detenzione per aver organizzato con lui lo sfruttamento sessuale di minorenni, è figlia di Robert Maxwell, potentissimo editore britannico che aveva investito grandi somme nell’economia israeliana ed era sospettato di avere rapporti con l’intelligence del paese.
Maxwell morì in circostanze misteriose cadendo dal suo yacht nel 1991 e alcuni osservatori ipotizzano un coinvolgimento del Mossad. Secondo questa teoria i servizi d’intelligence esterni di Israele l’avrebbero ucciso dopo che Maxwell li aveva ricattati minacciando di rivelare dei segreti se non l’avessero aiutato a ripagare i suoi debiti, che lui aveva già cercato di coprire impossessandosi illecitamente dei fondi pensione dei suoi dipendenti.
Lo stesso Epstein sembra convalidare questa ipotesi in un’email del 2018 in cui scrive che Maxwell aveva chiesto al Mossad 400 milioni di sterline per salvare il suo “impero in rovina”, altrimenti avrebbe rivelato “tutto quello che aveva fatto per loro”.
(da agenzie)
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Marzo 13th, 2026 Riccardo Fucile
“ARRENDERSI NON SERVE, PUTIN VA CONVINTO CHE LA GUERRA NON GLI CONVIENE”
“La guerra trasforma le persone in numeri, ma ogni vita ha un nome”: Oleksandra Matviichuk documenta quotidianamente molte atrocità. Dietro ognuna, volti umani. “Vivo tra queste atrocità. Lavoro ogni giorno con chi ne subisce le conseguenze”, racconta a Fanpage.it. “Per questo vi posso assicurare che noi ucraini vogliamo soltanto la pace. Non sogniamo altro che la pace. Eppure combattiamo. Per la libertà. Con sincerità assoluta. Perché paghiamo il prezzo più alto: la nostra vita. La libertà costa. Ma non ha frontiere. E solo la libertà può rendere il mondo un posto più sicuro
Avvocato per i diritti umani e attivista per le riforme democratiche nel suo Paese, Oleksandra Matviichuk presiede il Centro per le libertà civili di Kiev. La sua organizzazione nel 2022 ha ottenuto il Nobel per la pace insieme a Memorial – Ong russa custode della memoria delle vittime di Stalin, dichiarata fuori legge dal regime di Vladimir Putin – e del dissidente bielorusso Alex Biliatski.
Il colloquio che segue è stato registrato a Kiev in una domenica di sole. Tra un allarme aereo e l’altro. Matviichuk parla con voce piana. È precisa. La dimensione umana della guerra è in ogni parola. L’impatto emozionale è forte.
L’intervista è stata rivista per brevità e comprensione. È integrale nei contenuti.
Oleksandra, la guerra in Ucraina da molti vene considerata una guerra per procura dell’Occidente contro la Russia. Non lo dicono solo i russi. In Italia, poco più del 30 percento della popolazione vi sostiene in pieno. Come se lo spiega?
“Molti guardano il mondo attraverso la lente degli Stati. Non credono che gli individui abbiano potere. In realtà, hanno un potere grande. Gli uomini e le donne possono fare la Storia”.
E voi ucraini state facendo la Storia?
“Occorre andare alle radici di questa guerra. Non è iniziata nel febbraio 2022, ma nel febbraio 2014. Quando l’Ucraina aveva la reale possibilità di una grande transizione democratica, dopo la Rivoluzione della Dignità.
Allora l’Ucraina era neutrale: lo prevedeva la Costituzione (vietava la presenza di basi militari straniere, e secondo alcune interpretazioni, implicava la “neutralità permanente” prevista nella Dichiarazione di sovranità del 1990, ndr). Ma Putin invase lo stesso il Paese, occupando la Crimea e parti delle regioni orientali. Nel 2022, ha esteso il conflitto. Non è mai stata una questione di neutralità. Putin non teme la NATO: teme la libertà. Che si è avvicinata ai confini russi”.
Alcuni osservatori dicono – in linea con la propaganda del Cremlino – che la Rivoluzione della Dignità fu in realtà un colpo di stato. Firmato CIA. Che risponde?
“Milioni di persone alzarono la testa e si opposero al governo filo-russo. Manifestarono pacificamente per poter costruire un Paese in cui i diritti di tutti fossero tutelati, il governo fosse responsabile, il sistema giudiziario indipendente. E dove la polizia proteggesse i cittadini invece di brutalizzarli. La repressione fu spietata (oltre 120 morti, ndr). Non parlo per sentito dire”
Che faceva lei, in quei giorni di 12 anni fa?
“Ero coordinatrice dell’iniziativa civile Euromaidan SOS. Da me lanciata dopo il violento sgombero di Maidan da parte della polizia. Lavoravamo 24 ore su 24. Assistenza legale e supporto. Ogni giorno centinaia di persone venivano pestate, arrestate, torturate. Sottoposte a procedimenti penali inventati. E noi ce ne prendevamo cura. Sono certa che vi è facile capire per cosa stavamo combattendo. Per il futuro dei nostri figli, per la nostra dignità. Per vivere senza paura della violenza e delle cariche dei poliziotti”.
Lei parla come se questi anni di guerra siano parte di quella rivoluzione. La parte più tragica. Com’è il morale della popolazione?
“Siamo esausti. La guerra è vivere nell’incertezza. Senza poter pianificare le giornate. A volte nemmeno le ore. Non si sa mai cosa accadrà. Si vive nella paura costante per i propri cari. Perché non c’è luogo sicuro in Ucraina dove nascondersi dai missili russi. Lavoro con le persone più colpite. Ogni giorno. E vi assicuro che gli ucraini sognano soltanto la pace”.
Perché non arrendersi, allora?
“La pace non arriva se un Paese invaso smette di resistere: non sarebbe pace, ma occupazione. Non significa solo cambiare una bandiera con un’altra: l’occupazione comporta torture, stupri, negazione dell’identità, sequestri e adozioni forzate, campi di smistamento. E fosse comuni. Gli ucraini sognano la pace. Ma non vogliono vivere sotto l’occupazione russa”.
Mosca minaccia di ritirarsi dalle trattative se l’Ucraina non cede i territori orientali della oblast di Donetsk. Aree strategiche. Fortificate. Siamo davanti a una impasse diplomatica o a una trappola legale e morale?
“È una trappola. La Russia sta fingendo di negoziare. Non vuole solo prendersi un altro pezzo di territorio: l’obiettivo è tutta l’Ucraina. E oltre. Putin pensa alla Storia. Sogna il proprio lascito politico. Vuole ricostruire l’Impero russo. Con la forza”.
Ma Putin nel 2014 accettò il cessate il fuoco nel Donbass e i Protocolli di Minsk…
“Mosca li ha violati, quegli accordi (non erano trattati internazionali, solo intese politiche. Le parti si accusarono a vicenda di violazioni. L’offensiva russa su Debaltseve sotterrò definitivamente i “Protocolli”, ndr). La pace non è mai stata un obiettivo di Putin. La Russia simula negoziati per guadagnare tempo e indebolire il sostegno all’Ucraina
Cedere territori alla Russia è un tabù? Fonti vicine a Zelensky hanno detto a The Atlantic che con garanzie di sicurezza preliminari da parte degli USA si potrebbe fare. E avrebbe senso: dopo, con che faccia Putin potrebbe continuare a dir di no al cessate il fuoco?
“È necessario un accordo in grado di garantire una pace duratura. Intese provvisorie darebbero all’esercito di Putin il tempo di riorganizzarsi per una nuova offensiva. La cessione di territori non placherebbe gli appetiti imperiali della Russia. Chi pensa che Putin si fermerebbe è un illuso. Per questo le garanzie di sicurezza sono decisive”.
Se ne sta discutendo…
“Vedo solo affermazioni astratte. Abbiamo imparato bene la lezione di Budapest. L’Ucraina ha rinunciato al terzo arsenale nucleare del mondo in cambio di garanzie di sicurezza americane. Eppure oggi ci troviamo in questa situazione (con il Memorandum di Budapest, nel 1994 l’Ucraina consegnò le atomiche ereditate dall’URSS alla Russia, che promise di rispettare la sua indipendenza e i suoi confini, con USA e Gran Bretagna come garanti, ndr).
Ma intanto un compromesso sui territori salverebbe vite.
“È un’illusione. Capisco che chi non vive qui possa pensarlo. Noi non possiamo. Perché qui si muore. Fuori dall’Ucraina sembra una semplice disputa territoriale. Quei luoghi vengono descritti come spazi vuoti. Ma non sono vuoti. Ci vivono milioni di ucraini: sono le nostre famiglie, i nostri parenti, i nostri genitori, i nostri vicini, i nostri amici. È la nostra gente. Siamo noi”.
Lei insiste sulla dimensione umana, e tocca il cuore di chi l’ascolta. Ma si deve pur trovare una soluzione politica…
“Se non riusciamo a trovare la via per una pace duratura è proprio perché in queste trattative abbiamo perso la dimensione umana”.
Come ritrovarla?
“Può bastare anche una storia. Ha mai sentito parlare del poeta Volodymyr Vakulenko?”
Il Gianni Rodari ucraino…
“Scriveva splendidi racconti per bambini. Un’intera generazione è cresciuta con i suoi libri. All’inizio dell’invasione, sparì. La sua famiglia sperava fosse vivo. Tra le migliaia di civili detenuti illegalmente dai russi, ma vivo. Quando il nostro esercito
liberò la regione di Kharkiv, in un bosco vicino a Izyum scoprì una fossa comune. Tra i corpi di donne, uomini e bimbi c’era quello del poeta. Era il numero 319.
Vi chiederete: perché i russi hanno torturato a morte uno scrittore di libri per bambini? Semplice: perché potevano. Occupare un territorio è una cosa, controllarlo è un’altra. Così, si elimina chiunque sia attivo nella vita locale: sindaci, giornalisti, insegnanti, ambientalisti, sacerdoti. E scrittori”.
Come fermare tutto questo?
“Certo non cedendo territori. Putin non ha mandato a morire centinaia di migliaia di soldati per conquistare piccole città ucraine che la maggioranza dei russi non saprebbe neanche trovare sulla mappa. Non si fermerebbe. E andrebbe anche oltre l’Ucraina. Un vecchio proverbio russo dice: L’appetito vien mangiando”.
C’è lo stesso proverbio anche da noi.
“Se vogliamo fermare il conflitto dobbiamo rendere il prezzo della guerra più alto del prezzo della pace, per Putin. Non è sufficiente dire basta guerra”.
Il dissidente russo Oleg Orlov, come lei Nobel per la pace 2022, una volta ci disse: “Una ‘coscienza imperiale’ risiede nella testa della maggior parte dei russi. Me compreso. Per questo la Russia non riesce a rompere il circolo di violenza e autoritarismo statale che ha segnato la sua storia”. Vuole commentare?
“Ho gratitudine e ammirazione verso i colleghi russi che lavorano per i diritti umani. Sono persone coraggiose e oneste, perché si confrontano non solo con il regime repressivo di Putin, ma anche con la maggioranza dell’opinione pubblica in Russia, che purtroppo sostiene questa guerra”.
La propaganda di guerra del regime russo è pervasiva ed efficace…
“Fatto sta che questa non è la guerra di una persona. Ha motivi nella cultura imperialista che Orlov ha descritto con grande lucidità. La Russia è un impero. L’impero ha un centro e non ha confini. Espandersi è nella sua natura. E per farlo invade, uccide, distrugge le identità. Rapisce i bambini per farli crescere come russi”.
Può essere più precisa, sui crimini perpetrati dall’inizio dell’invasione?
“Sono un’avvocato per i diritti umani. Documento i crimini di guerra. Nel nostro database ne abbiamo registrati oltre 98.000. Ed è solo la punta dell’iceberg. La guerra trasforma le persone in numeri. Il nostro lavoro è restituire loro un nome. Perché le persone non sono numeri.
Lavoro direttamente con le persone colpite. So che devono ricostruire vite spezzate, famiglie distrutte, un futuro improvvisamente frantumato. E anche la loro fiducia nella giustizia”.
Una pace giusta deve prevedere processi per i presunti criminali di guerra?
“L’impunità della Russia ha permesso crimini in Cecenia, Moldavia, Georgia, Siria. E oggi in Ucraina. Spezzare questo circolo è essenziale: senza giustizia non ci può essere pace, né sicurezza”.
Ma lei ci crede, in una pace giusta?
“Il nostro futuro è incerto. Non è predeterminato. Abbiamo sempre la possibilità — e la responsabilità — di costruirlo. Come lo vogliamo. Per noi e per i nostri figli”.
Lei ripete spesso un proverbio: “Gli ucraini piantano semi anche d’inverno”. Quali semi state piantando?
“Combattiamo per la libertà. Una libertà che nel mondo si sta perdendo. L’80% delle persone vive in società non libere o solo parzialmente libere. Non hanno il diritto di scegliere chi votare, di dire ciò che pensano. O di amare chi il cuore gli dice di amare.
Anche nelle democrazie consolidate, molti danno per scontati i diritti umani. Dimenticano che la libertà è fragile. Non hanno mai lottato, per la libertà. L’hanno ereditata. Non ne conoscono il valore. Come ucraini, noi ci battiamo per la libertà con sincerità assoluta. Perché paghiamo il prezzo più alto: la nostra vita. E la libertà ha una caratteristica unica: non conosce frontiere nazionali. Solo la diffusione della libertà rende il mondo un posto più sicuro”.
(da Fanpage)
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Marzo 13th, 2026 Riccardo Fucile
MOLLICONE ALL’ATTACCO DI BUTTAFUOCO
Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha chiesto ieri a Tamara Gregoretti di lasciare il
consiglio di amministrazione della Biennale. Ma lei si è rifiutata. «Il ministro della Cultura ha chiesto alla rappresentante del Mic nel consiglio di amministrazione della Biennale di Venezia, Tamara Gregoretti, di rimettere il suo mandato essendo venuto meno il rapporto di fiducia». E questo perché «Gregoretti, nominata nel cda il 13 marzo 2024, non ha ritenuto di avvisare né della possibile presenza della Federazione Russa alla prossima Biennale né, successivamente, di essersi espressa a favore della sua partecipazione, pur nella consapevolezza della sensibilità internazionale della questione».
Giuli contro Gregoretti
L’episodio fa parte della guerra tra Giuli e il presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco. Repubblica riporta le parole del ministro: «C’è grande preoccupazione per il danno che Pietrangelo Buttafuoco sta arrecando alla Biennale che ha isolato dal mondo libero. Ha trovato insieme con i russi un modo di aggirare le sanzioni… e sperava che questo non creasse problemi. Dall’inizio dell’anno sapeva che la Russia esigeva di rientrare nel suo padiglione e non l’ha comunicato al suo ministro prima di febbraio inoltrato, mettendo tutti di fronte al fatto compiuto e facendo finta di aver avuto un via libera da Palazzo Chigi che non aveva».
Gregoretti, sorella di Sabina, storico braccio destro di Maria De Filippi, ha replicato con una nota: «Sono serena e non ho intenzione di dimettermi, in quanto sono certa di muovermi in osservanza dello Statuto della Biennale e dell’autonomia dell’istituzione, in base a cui i componenti del cda non rappresentano coloro che li hanno nominati né a essi rispondono in base al Dlgs 19/98, articolo 7, comma 2». E la risposta di Giuli: «La signora che non si è dimessa rappresenta ormai solo Buttafuoco». Il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro ha già detto di essere favorevole
alla presenza russa. Il governatore del Veneto, il leghista Alberto Stefani, non oserà schierarsi contro Matteo Salvini.
L’entrata del governo
Intanto Federico Mollicone, deputato di FdI e presidente della commissione Cultura della Camera, auspica «che il padiglione russo alla Biennale non apra». E propone: «Il governo può dichiarare persona non grata – persona non gradita – chi entra con passaporto russo per lavorare all’organizzazione del padiglione. E così bloccare l’operazione». La Biennale sostiene di non poter negare la partecipazione agli Stati che lo richiedono. «È un ragionamento che non tiene conto dell’apparato sanzionatorio ancora attivo nei confronti della Russia».
Giuli e Buttafuoco
Mollicone dice che basta una lettera: «Per dire “ci spiace, non ci sono le condizioni per la partecipazione russa”». Mentre il Cremlino vuole tornare a Venezia perché «evidentemente ha percepito una diversa sensibilità da parte della governance della Biennale». Ma Buttafuoco «conoscendolo no, non cambierà idea. A meno che non ci sia un intervento del governo in nome dell’interesse nazionale».
(da agenzie)
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Marzo 13th, 2026 Riccardo Fucile
IN AFFANNO TRA REFERENDUM E CRISI ENERGETICA, GIORGIA GETTA L’ESCA DELL’UNITA’ NAZIONALE ALL’OPPOSIZIONE SPERANDO CHE QUALCUNO CI CASCHI
Non passa giorno ormai senza che quello successivo smentisca le previsioni del precedente. Nella sua arrampicata sugli specchi, per non contrariare l’alleato-padrone Trump – che continua a bombardare illegalmente l’Iran a rimorchio del premier e ricercato internazionale israeliano Netanyahu – su una cosa Giorgia Meloni era stata categorica nel suo intervento di mercoledì scorso alle Camere. “Non siamo in guerra e non vogliamo entrarci”, aveva detto rassicurando il Parlamento e, soprattutto, gli italiani.
Ma ventiquattrore dopo, la guerra dalla quale la premier giurava di volersi tenere alla larga, ci è piombata addosso. Con i missili piovuti ieri sui nostri militari dislocati nella base di Erbil in Iraq. Effetti collaterali della scellerata politica estera della premiata ditta Donald&Bibi e dell’incapacità di condannarla fermamente, dissociandosene, del nostro governo. Intanto la crisi del mercato petrolifero scatenata dal conflitto iraniano, utile a Trump per distogliere l’attenzione dallo scandalo degli Epstein Files dal quale rischia di restare travolto e a Netanyahu per spegnere i riflettori sulla mattanza di Gaza (altro che tregua!) e i soprusi dei coloni in Cisgiordania, ha iniziato a presentare il conto. Il governo brancola nel buio: con i prezzi dei carburanti e le tariffe energetiche alle stelle, non è stato ancora adottato uno straccio di provvedimento se non per sterilizzare almeno per mitigare l’ennesimo salasso sugli italiani.
Per Meloni, che insegue il mito del presidenzialismo, è forse il momento più difficile del suo mandato. Ma anziché comportarsi da uomo forte al comando, si appella all’unità nazionale e al senso di responsabilità delle opposizioni. Invitandole, dopo averle irrise per quasi quattro anni, al confronto che finora ha negato (perfino sulla riforma della Costituzione), ma che adesso invoca nell’ora più buia delle scelte impopolari. Così ha gettato l’esca: ieri tra una bordata e l’altra ai magistrati, al comizio pro Sì al referendum, ha addirittura telefonato a tutti i leader delle opposizioni. Sembra la mossa della disperazione, ma non si sa mai: qualcuno nel centrosinistra potrebbe sempre finire per abboccare.
(da agenzie)
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Marzo 13th, 2026 Riccardo Fucile
UNA RIFORMA CONTRO LA MAGISTRATURA, NON IN SUA DIFESA… BLINDATA CON QUATTRO VOTI PARLAMENTARI, TUTTO L’OPPOSTO DELLA COSTITUENTE
Dice: in questo referendum bisogna decidere sul merito, sulla bontà delle soluzioni tecniche
proposte. Giusto, ma prova a domandare a chi passa per strada: «Preferisci un Csm o due?». Ti beccherai una denuncia per molestie. Ri-dice: però l’appartenenza politica non c’entra, conta solo la libera opinione. Curioso, quando tutti i partiti di maggioranza sono schierati come una falange per il «sì», tutte le opposizioni per il «no». Ri-ri-dice: ma la riforma non è contro i magistrati, semmai nel loro interesse, serve a liberarli dalla cappa delle correnti giudiziarie. Ah sì? E allora perché tutti (o quasi) i giudici italiani vi s’oppongono? E perché non passa giorno senza che la stampa di destra spari frecce avvelenate contro questo o quel magistrato? Ma soprattutto: perché s’esercita nel tiro al bersaglio la stessa presidente del Consiglio, usando a pretesto qualsiasi fatto di cronaca, anche se non c’entra un piffero col doppio o triplo Csm?
Cattivi umori, cattivi sentori. E allora turiamoci il naso, proviamo a riflettere sul testo, lasciando perdere il contesto. Carriere separate fra giudici e pm, organi d’autogoverno della magistratura formati per sorteggio. Una bestemmia costituzionale? In linea di principio no. La separazione delle carriere dovrebbe garantire la terzietà del giudice penale, ponendo sulla stessa griglia di partenza accusa e difesa; il sorteggio dovrebbe tagliare le unghie alle correnti giudiziarie, rafforzando l’autonomia di ogni magistrato. Ma il punto non è che cosa fai, bensì come lo fai. Specie se ti trastulli con la fisionomia della giustizia – la dea bendata, che somministra ragioni e torti.
Quanto al cordone ombelicale che lega giudici e pubblici ministeri, in primo luogo. La riforma lo recide, benché già adesso si possa cambiare ruolo una sola volta durante la carriera, entro i primi dieci anni di servizio, e con l’obbligo di cambiare sede. Ma stavolta s’usano le cesoie, anziché le forbici. Il pm avrà un concorso tutto
suo, un Csm solo suo. Diventa potente e prepotente. E a quel punto sarà giustificato mettergli un guinzaglio, assoggettarlo alle direttive del governo, proprio per comprimerne gli eccessi. Risposta al referendum: no, non ci caschiamo. Quanto al sorteggio, in secondo luogo. Un sorteggio col trucco, giacché i membri togati vengono estratti fra i 10 mila giudici italiani tirando in aria i dadi, i membri laici (di derivazione parlamentare) pescando dentro liste formate dai partiti. Che non si sa quanto saranno lunghe, magari venti nomi, così uno su due otterrà il suo bel posto al sole. Il sorteggio, per come viene concepito, umilia la dignità dei magistrati, privandoli del diritto di voto. Sarebbe stata commestibile (e altrettanto efficace per contrastare le correnti) una soluzione mediana: dieci membri eletti, dieci sorteggiati fra magistrati meritevoli. Ma lorsignori hanno fatto una scelta muscolare, radicale; muscolo per muscolo, diciamogli di no.
C’è poi l’Alta Corte disciplinare, la corte dei miracoli. Che mette in castigo i giudici ordinari, ma chissà perché non quelli contabili o amministrativi. Che è un giudice speciale, benché l’articolo 102 della Costituzione vieti d’istituire nuovi giudici speciali. Che decide su se stessa, essendo giudice d’appello contro le proprie sentenze. Che sfugge al ricorso in Cassazione, in contrasto con l’articolo 111 della Carta. Che altera la proporzione fra membri togati e laici a vantaggio dei secondi. E che concorre alla moltiplicazione di pani, pesci e Csm, disarticolando il potere giudiziario. Risposta: no, tre volte no.
Posso aggiungere una notazione personale? Ero in dubbio, quando la riforma venne presentata dal governo Meloni, nel giugno 2024. Strada facendo i suoi padrini ne hanno rivelato l’intenzione: una riforma contro la magistratura, non in sua difesa. E l’hanno blindata con quattro voti parlamentari senza correggerne una virgola. Tutto l’opposto dell’esperienza maturata alla Costituente, di quel reciproco parlarsi ed ascoltarsi tra forze politiche diverse. E allora dico no, per questo governo e per chi in futuro vorrà replicarne il metodo. Con la speranza che s’impari la lezione.
(da agenzie)
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Marzo 13th, 2026 Riccardo Fucile
SAREBBE UN COLPO FATALE PER L’ECONOMIA DELLA CINA, PRINCIPALE ACQUIRENTE DEL GREGGIO DEGLI AYATOLLAH: IN CASO DI ATTACCO, PECHINO NON POTREBBE NON REAGIRE, SCHIERANDO IL SUO ENORME ARSENALE A FIANCO DI TEHERAN (FINORA XI JINPING HA FORNITO COMPONENTI PER MISSILI, SOLDI E INTELLIGENCE) …– SPACCATURA TOTALE ALLA CASA BIANCA SULL’ATTACCO: TRUMP È IN STATO CONFUSIONALE SULLA POSSIBILE OFFENSIVA SULLO STRETTO DI HORMUZ
Di escalation in escalation, la situazione in Medio Oriente si sta infiammando ogni giorno di più. La situazione è grave e potrebbe degenerare con un “colpo di mano” del duo Netanyahu-Hegseth.
Il premier israeliano e il segretario alla Difesa Usa stanno spingendo per una mossa che potrebbe rivelarsi fatale: bombardare, o conquistare, l’isolotti di Kharg, sullo stretto di Hormuz: è la principale piattaforma di esportazione del petrolio iraniano (da lì passa il 90 per cento delle esportazioni)
Finora, in quasi due settimane di guerra, Kharg non è mai stata un obiettivo dei raid israelo-americani: Axios qualche giorno fa aveva parlato di un piano dei marine per conquistarla, ma i rischi sono troppo alti. Il più grande è un ingresso diretto in guerra della Cina.
Come ha raccontato la CNBC, infatti, nonostante i bombardamenti a tappeto di Usa e Israele, l’Iran continua a esportare allegramente il suo petrolio a Pechino, a ritm quasi identici a quelli precedenti allo scoppio del conflitto. Dal 28 febbraio, ha fatto uscire dallo stretto di Hormuz 11,7 milioni di barili di greggio, diretti verso la Cina. Se l’isola di Kharg venisse bombardata, o presa con la forza dagli americani, quel flusso si interromperebbe, e Xi Jinping non potrebbe più stare a guardare.
Insieme alla Russia di Putin, la Cina è l’unico alleato che ha l’Iran. Ma finora l’aiuto del Dragone agli ayatollah è stato silente: componenti per i missili, intelligence, acquisti di greggio, e poco altro. Se vincesse la linea del bellimbusto del Pentagono e del macellaio kosher “Bibi”, Pechino potrebbe cambiare atteggiamento. E di strumenti per fare male, ha un arsenale pieno.
Negli Stati Uniti tira una brutta aria, come dimostra l’attentato alla sinagoga di West Bloomfield, in Michigan: le bombe a Teheran rischiano di far riesplodere la violenza e di risvegliare il terrorismo islamico. Anche per questo, Donald Trump è perplesso e preoccupato: si è pentito di essere andato dietro a Netanyahu il 28 febbraio, e vede il suo consenso frantumarsi giorno per giorno: se il conflitto non finisce presto, il contraccolpo alle elezioni di medio termine di novembre potrebbe essere devastante.
In mezzo, come al solito, ci sono Marco Rubio e JD Vance: il segretario di Stato, unico “adulto nella stanza” alla Casa Bianca, è un falco interventista in quanto rappresentante del vecchio partito repubblicano neo-con. È stato lui il principale artefice della deposizione di Maduro in Venezuela e ha sostenuto l’intervento in Iran, ma di fronte all’opzione Kharg ha molte riserve. L’ex buzzurro dell’Ohio, invece, sta zitto: in quanto volto della corrente “MAGA”, che ha sempre criticato l’interventismo americano, auspicando l’isolazionismo, è in forte imbarazzo di fronte al Trump in versione “poliziotto del mondo”
(da agenzie)
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Marzo 13th, 2026 Riccardo Fucile
NON SOLO IL DOSSIERAGGIO AI GIORNALISTI DEL “SECOLO XIX”, LA MAGISTRATURA INDAGA ANCHE SUL BUCO MILIONARIO LASCIATO DAL CENTRODESTRA NELL’AZIENDA MUNICIPALIZZATA TRASPORTI
C’era una volta il Modello Genova. Sembrano secoli fa, ma è passata una manciata di anni.
Giovanni Toti era indicato come possibile ministro del governo di Giorgia Meloni, mentre Marco Bucci era tra i sindaci più amati d’Italia. Genova era “meravigliosa”, come l’aveva ribattezzata il primo cittadino. Due Re Mida.
Ma, dopo appena un paio d’anni, la maggioranza di Bucci, diventato presidente della Regione, scricchiola.
Il primo guaio è il disastro di Amt; l’Azienda Municipalizzata Trasporti – che con Bucci offriva viaggi gratuiti – si ritrova con 80 milioni di debiti, sfiora il collasso, mentre Procura e Corte dei Conti indagano (Bucci per ora non è iscritto). Poi ecco la bugna del Teatro Carlo Felice: 2 milioni di disavanzo.
La vicenda di oggi, però, racconta che il panico nel centrodestra esplode con la comparsa di Silvia Salis, quando Bucci – candidato in Regione su pressioni di Giorgia Meloni – capisce che il Comune rischia di passare al centrosinistra e che patate bollenti come Amt gli sfuggirebbero di mano.
Il resto è storia di oggi. La politica annusa odore di resa dei conti. A Genova cambia il vento: giornali, tv e mondo del porto si riposizionano verso il centrosinistra.
Il barometro sono due consiglieri regionali di lungo corso, Giovanni Boitano e Alessandro Bozzano. Entrambi legati a Toti. Il primo ha un passato nella giunta di centrosinistra di Claudio Burlando. Alle ultime Regionali i suoi conterranei ricordano i manifesti elettorali con la sua faccia, ma senza lo schieramento per cui avrebbe corso. Alla fine scelse Bucci contro Andrea Orlando e, da vecchia volpe della politica, vide giusto.
Bozzano – che negli ultimi mesi non ha risparmiato stilettate al suo presidente, Bucci – invece ha origini socialiste ed era stato nel Pd.
Da mesi in Regione si racconta di un corteggiamento da parte del centrosinistra. Ma servirebbe un terzo consigliere per mettere in crisi la maggioranza. Si fa il nome di Federico Bogliolo, eletto con la Lista Bucci, ma vicino a Ilaria Cavo, musa del totismo.
Fantascienza? Difficile pensare che i consiglieri, a un quarto del mandato, accettino di tornare a casa con tutte le incognite anche economiche che questo comporta. Certo il cartellino di Bozzano e Boitano oggi vale molto. Una poltrona di assessore, per dire. E poi bisogna capire se, in caso di maggioranza traballante, Bucci si accontenterebbe di sopravvivere a ogni votazione oppure se sbatterebbe la porta per ritirarsi sulla sua barca a vela.
E poi c’è da capire come si posizionerà il mondo legato a Toti, che è tutt’altro che scomparso dalla scena. E che, mastica amaro un esponente di centrodestra, “alle ultime Comunali ha voltato le spalle al candidato di Bucci, Pietro Piciocchi, e ha guardato con interesse verso il mondo Salis”. Si capirà nelle prossime settimane.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Marzo 13th, 2026 Riccardo Fucile
DA ANNI I DIPENDENTI PUBBLICI CHE VANNO IN PENSIONE DEVONO ASPETTARE ANNI PRIMA DI RICEVERE IL LORO TFR PER INTERO… LA CORTE COSTITUZIONALE HA DATO UN ULTIMATUM AL GOVERNO: SE NON TROVANO UNA SOLUZIONE RISCHIANO DI DOVER PAGARE TUTTO D’UN COLPO
Il conto alla rovescia è iniziato per i dipendenti pubblici. La data cerchiata sul calendario è quella del 14 gennaio 2027: quel giorno la Corte costituzionale discuterà per l’ennesima volta il problema del TFR degli statali, più correttamente detto TFS (Trattamento di fine servizio, invece che di fine rapporto), e potrebbe dichiarare incostituzionale l’attuale tempistica dei pagamenti.
Se il governo Meloni e il Parlamento non avranno trovato una soluzione adatta per allora, i giudici potrebbero stabilire che il rinvio e la rateizzazione del TFR sono illegittimi. Così, lo Stato si troverebbe a dover pagare miliardi di euro in breve tempo. A stabilire questa scadenza è stata proprio la Consulta, con l’ordinanza 25 di quest’anno.
Ritardi fino a sette anni per il TFR, così gli statali perdono potere d’acquisto
La situazione del TFR degli statali è ben nota a chi ci si ritrova coinvolto. A causa di una misura introdotta dal governo Monti, che doveva essere temporanea per salvare i conti pubblici ma poi è diventata permanente, le regole sono molto diverse tra settore pubblico e privato.
I privati tendenzialmente ottengono la liquidazione entro pochi giorni o settimane dal momento in cui lasciano il lavoro. Per i dipendenti statali, invece, ci sono moltissimi paletti. Innanzitutto, il versamento è a rate (con la sola eccezione di lavoratori e lavoratrici invalide o inabili, che ottengono tutto entro tre mesi).
Per la prima rata è necessario aspettare dodici mesi e il suo importo non può superare i 50mila euro. Per la seconda, altri dodici mesi di attesa e lo stesso tetto di 50mila euro. Se si va oltre i 100mila euro complessivi, scatta una terza rata con un altro anno di ‘pausa’.
Questi sono i tempi sulla carta, che spesso però nella pratica sono anche più lunghi. Nel complesso, c’è chi arriva a dover attendere sette anni prima di avere ciò che gli spetta. E tutto questo senza che scatti un adeguamento automatico all’inflazione. Di fatto, si perde potere d’acquisto nell’attesa.
Le alternative ci sono, ma sono sconvenienti. Si può chiedere alle banche un anticipo fino a 45mila euro, ma è comunque un prestito, pur se con tasso agevolato.
Le altre sentenze della Corte costituzionale
I ricorsi contro questo sistema non sono mancati negli anni, e infatti la Consulta si è già pronunciata due volte, nel 2019 e nel 2023. Entrambe le volte ha chiarito che il meccanismo, di fatto, va contro la Costituzione. Nel 2023, la Corte ha detto che il ritardo nel pagamento del TFR “contrasta con il principio costituzionale della giusta retribuzione” contenuto all’articolo 36 del testo costituzionale.
In entrambi i casi, però, i giudici hanno deciso di non dichiarare illegittima la norma perché l’impatto sui conti pubblici sarebbe stato molto forte. Hanno scelto, invece, di invitare il Parlamento a correggere la situazione in fretta. Sono passati anni e una soluzione non è arrivata. La stessa questione si è riproposta, e anche questa volta la Corte ha rinviato. Dando, però, una scadenza chiara: il 14 gennaio 2027.
Quel giorno, infatti, è in programma un’udienza che riguarderà proprio il TFR degli statali. Se per allora non sarà arrivato un intervento chiaro della politica, i giudici potrebbero non avere alternative e dichiarare incostituzionali il rinvio e la rateizzazione dei pagamenti.
Serve una soluzione graduale al caos TFR: l’alternativa è pagare tutto subito
Il governo Meloni, quindi, si trova davanti a una scadenza chiara. Potrebbe essere obbligato a trattare la questione nella prossima legge di bilancio. Nella scorsa manovra l’esecutivo ha inserito un provvedimento sul TFR degli statali, che partirà proprio dal 2027, ma è stato considerato troppo graduale dai giudici.
La novità, infatti, è che dal 1° gennaio 2027 l’attesa per la prima rata del TFR dei dipendenti pubblici non sarà più di dodici mesi, ma ‘solo’ di nove. Un taglio di tre mesi che non basta ad aggirare il problema, anche perché la divisione in rate e la successiva tempistica restano identiche.
Servirà un intervento deciso, e i costi potrebbero essere molto alti. L’Inps ha stimato che cancellare del tutto il rinvio iniziale di nove mesi, ad oggi, costerebbe 4,2 miliardi di euro. Cancellare sia il rinvio, sia la divisione a rate (quindi erogare tutto e subito) potrebbe costare 15,6 miliardi.
Naturalmente non ci si aspetta che il governo cancelli immediatamente entrambe le misure, passando di colpo da un sistema all’altro. I giudici chiedono però che entro l’inizio del prossimo anno ci sia in campo una riforma che prevede un passaggio graduale tra i due sistemi, per portare – con scadenze certe – i dipendenti pubblici nella stessa condizione dei privati.
L’alternativa potrebbe essere molto peggiore. Se la Consulta dichiarasse incostituzionale l’attuale norma sul TFR degli statali, chi ha diritto alla liquidazione potrebbe esigere che sia pagata tutta immediatamente. Quindi lo Stato sarebbe obbligato a pagare tutto e subito, senza essersi premunito per farlo, con un esborso
improvviso da miliardi di euro. Insomma, conviene anche al governo risolvere in un altro modo la situazione.
(da Fanpage)
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