Marzo 23rd, 2026 Riccardo Fucile
LA COSTITUZIONE NON SI CAMBIA SENZA IL CONSENSO DELL’OPPOSIZIONE
Giorgia Meloni ha perso. La Costituzione non sarà cambiata. La separazione delle carriere è stata
bocciata dagli italiani: otto punti, ovvero quasi due milioni di voti, dividono il no (54 per cento) dal sì (46 per cento). Non era scontato. Non così, visto che nell’ultima settimana la premier era scesa in campo, spendendo la propria autorità per cercare di far prevalere le ragioni della riforma voluta dal suo governo. Un po’ come riusciva a Silvio Berlusconi, impareggiabile campaigner. Invece non ha funzionato.
Era un cimento politico. Politicissimo. Pro o contro il governo. Ed è finita con la prima vera sconfitta della premier dal suo ingresso a palazzo Chigi nel settembre 2022. Tredici milioni le hanno detto no.
E’ anche la fine della lunga luna di miele con una larga fetta d’Italia? Nessuno nemmeno immaginava il 59 per cento di affluenza: nove punti più delle ultime Europee. Una mobilitazione non prevista da nessun sondaggista. Hanno votato in massa nelle grandi città, Firenze e Bologna sopra il 70 per cento, Milano al 66.
L’Italia metropolitana si è opposta così al sovranismo. E hanno detto no i giovani. E anche il Sud si è schierato compatto con la magistratura. L’affluenza rafforza la vittoria del no. Contro la destra c’è stata una mobilitazione. Per il centrosinistra, che ha marciato unito, è una boccata d’ossigeno.
La riforma della giustizia – separare le carriere, creare due Csm, un’Alta Corte a giudicarla, con i giudici scelti col sorteggio – era stata voluta dalla maggioranza di
centrodestra, su input di Forza Italia, in onore a Berlusconi, ma senza alcuna condivisione con l’opposizione.
Votata perciò dal Parlamento senza possibilità di emendarla. Imposta dunque con la forza. La prima fra tante. Se fosse passata sarebbe toccato alla legge elettorale (a misura di destra), al premierato, fino allo scalpo finale: Giorgia Meloni al Quirinale dopo Mattarella, nel gennaio 2029. Non è detto che non possa ancora accadere. E le politiche tra esattamente un anno sono un’altra partita. Ma certo ora sarà più difficile. Oggi è arrivato uno stop potente.
L’altro sconfitto è il ministro della giustizia Carlo Nordio, che aveva definito il Csm “paramafioso”, costringendo il presidente Mattarella a intervenire a difesa dell’istituzione. Ma il dato politico è che gli elettori hanno capito la posta in gioco: in ballo non c’era solo il tentativo di separare le carriere dei magistrati, ma di fornire alla destra un lasciapassare per picconare ulteriormente la Costituzione, indebolendo la democrazia.
Difficile dire quanto abbiano inciso le ultime disavventure del governo. Tajani ormai star dei meme. Il misterioso viaggio di Crosetto a Dubai. L’incredibile vicenda di Delmastro, con il capo di gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi, fotografati nel locale di un prestanome della camorra. La Russa che dà del coglione a un senatore. La Rai asservita al melonismo, con ascolti in picchiata.
Messi insieme questi casi formano un quadro pieno di imbarazzi che nemmeno il talento politico di Giorgia Meloni è riuscito a mascherare. La guerra di Trump, l’amico Donald, che c’investe in pieno ha fatto il resto. E a nulla è valso il decreto, ribattezzato referendario, che in extremis ha tagliato le accise della benzina.
E adesso? Nel giugno del 2011 il referendum sull’acqua pubblica – anche lì una gran partecipazione di popolo, con tanti giovani – segnò l’inizio della fine del berlusconismo. Oggi, più di allora, siamo dentro una stagione drammatica e imprevedibile. Ma la vittoria del no segna una discontinuità, e forse l’inizio di una primavera politica.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 23rd, 2026 Riccardo Fucile
CHI PAGHERÀ PER LA SCONFITTA? SUL “BANCO DEGLI IMPUTATI” C’È NORDIO, CHE ERA “ARCISICURO” DI VINCERE IL REFERENDUM, MA ANCHE LA SUA CAPO DI GABINETTO BARTOLOZZI (CHE HA DEFINITO I MAGISTRATI “PLOTONI D’ESECUZIONE”) E DELMASTRO, IN SOCIETA’ CON LA FIGLIA DI UN PRESTANOME DELLA CAMORRA. QUALCUNO DI LORO SI DOVRA’ DIMETTERE
L’Italia ha parlato, e lo ha fatto con un linguaggio chiarissimo: no alla riforma della Giustizia. Con un’affluenza che ha sfiorato il 59%, ben oltre le aspettative della vigilia, il referendum si è trasformato da passaggio tecnico a verdetto politico e culturale. Il risultato – con il “No” stabilmente tra il 53% e il 54% – non è un’incertezza sul filo, ma una bocciatura netta. Non è stata una partita tra tifoserie. È stato qualcosa di più profondo: una mobilitazione generale del Paese, che ha coinvolto Nord e Sud, città e province, elettori di ogni orientamento. E proprio questa partecipazione diffusa ha reso il risultato così pesante.
I dati raccontano una verità che a Palazzo Chigi proveranno a minimizzare: il 69% degli elettori ha votato nel merito della riforma. Ma una quota non minoritaria – intorno al 30% tra gli elettori del “No” – ha dichiarato di aver votato contro il governo. Tradotto: nel Paese comincia a tirare aria di rivolta contro l’esecutivo. E qui sta il punto più doloroso per Giorgia Meloni: quando una riforma viene bocciata così, non basta dire “andiamo avanti”. Significa che non hai più con te il Paese reale, quello che vota e decide. Significa che si è rotto il rapporto di fiducia con il popolo sovrano
Gli italiani vogliono essere governati, non comandati
C’è poi una lettura più profonda, quasi antropologica. Questo voto dice una cosa
chiarissima: gli italiani vogliono essere governati, non comandati. Non accettano imposizioni dall’alto, non digeriscono riforme percepite come calate senza ascolto, non vogliono padroni. E qui sta il grande errore politico di Giorgia Meloni e del suo cerchio magico.
La premier ha scelto di personalizzare lo scontro, mettendoci la faccia e trasformando il referendum in un test politico. Una scelta che, alla luce del risultato, si è rivelata un boomerang. Accanto a lei, figure chiave come Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari hanno contribuito a costruire una linea rigida, poco dialogante, che ha finito per alimentare diffidenza anziché consenso.
La resa dei conti: Nordio sul banco degli imputati
Ora, dopo la batosta, si apre la fase più delicata: quella delle responsabilità. E il nome che circola con più insistenza è quello del ministro della Giustizia, Carlo Nordio. La riforma porta la sua firma, e la bocciatura popolare rischia di trasformarsi in una richiesta politica: fare un passo indietro.
Nel mirino anche altri protagonisti della partita, da Andrea Delmastro a Giusi Bartolozzi, ma è sul numero uno di Via Arenula che si concentra la pressione maggiore. La caccia al capro espiatorio è già partita, e difficilmente si fermerà.
Meloni tra resistenza e manovre: cosa succede adesso
Giorgia Meloni, per ora, abbozza. Dice che il governo andrà avanti. Ma il risultato pesa, eccome se pesa. E apre scenari nuovi. Tra le ipotesi sul tavolo: rivedere la strategia politica, abbandonando la linea muscolare, modificare la legge elettorale, in funzione anti-campo largo valutare un possibile anticipo delle elezioni alla primavera del 2027 (o addirittura già quest’anno), magari con election day nelle grandi città. Ma attenzione: la stessa maggioranza non è compatta. Lega e Forza Italia osservano, pesano, trattano.
Una bocciatura che cambia gli equilibri
Il referendum sulla giustizia non è stato un semplice incidente di percorso. È stato un segnale forte, chiarissimo. Non una rivolta, ma una scelta consapevole. Non un voto ideologico, ma un giudizio. E soprattutto: una bocciatura trasversale, che va oltre i partiti e parla al cuore del Paese. Per questo il No ha vinto. E per questo, da oggi, nulla sarà più come prima. Prima lo capisce anche Giorgia Meloni e meglio sarà per per il suo futuro politico oltre che per il Paese.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 23rd, 2026 Riccardo Fucile
IL FALLIMENTO DELL’UNICA RIFORMA IMPOSTATA IN 4 ANNi, RACCONTANDO UN PAESE CHE NON C’E’ E DIFENDENDO UNA CLASSE POLITICA INADEGUATA
Ci sono diversi elementi da considerare prima di fare qualunque analisi del voto del
referendumsulla riforma della Giustizia, che ha visto una vittoria a dir poco trionfale del fronte del No. La natura estremamente tecnica della legge costituzionale che portava la firma del ministro Carlo Nordio, per cominciare, che ha reso molto complesso ogni tentativo di indirizzare il voto dei cittadini basandosi esclusivamente sul merito. Poi, il dibattito tra gli addetti ai lavori, esperti della materia, tecnici di settore e opinionisti di varia estrazione, che è stato quantomai serrato, probabilmente anche come reazione all’assenza di una vera discussione parlamentare, visto che il testo è arrivato blindato. Infine, il contesto politico generale, complesso come poche altre volte nella storia recente.
Tutto ciò ha contribuito a spostare la partita sul piano politico, esito non necessariamente scritto. In una prima fase, infatti, la tentazione diffusa è stata quella di un parziale disimpegno, non solo nell’idea di uno scarso interesse dei cittadini. Il problema stava in una sorta di calcolo rischi-benefici, che spingeva alla prudenza, nella considerazione dei “tecnicismi” di cui sopra, dei sondaggi che mostravano un quadro politico sostanzialmente cristallizzato e, infine, di logiche ombelicali. È quest’ultimo un punto piuttosto interessante, che resta nella sua interezza a prescindere dall’esito finale del referendum e che, alla fine, ha contribuito alla politicizzazione della contesa elettorale. Se il tema della riforma della giustizia è trasversale agli schieramenti, la strumentalità dei singoli posizionamenti è apparsa subito lampante alle leadership dei principali partiti italiani.
Meloni ha capito fin dall’inizio che la Lega avrebbe fatto il compitino, Tajani sapeva di non poter sbagliare anche questo appuntamento (dopo i siluri della famiglia Berlusconi), Schlein si è resa conto che parte della minoranza avrebbe provato a usare la sconfitta al referendum per sfiduciarla, Conte ha immediatamente pensato di mettere il cappello su una campagna elettorale molto sentita per il suo popolo, Renzi si trovava in mezzo al guado, non potendo sostenere fino in fondo una riforma che in larga parte condivide per non rafforzare la maggioranza e far scricchiolare ancora di più il campo largo.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 23rd, 2026 Riccardo Fucile
IL SI’ REGGE SOLO GTRA GLI OVER 55
Dietro il dato nazionale che vede la vittoria del No al 54%, emerge una frattura generazionale nel modo in cui gli italiani hanno votato la riforma della giustizia. Secondo le stime di Opinio-Rai sulla ripartizione dei votanti, il fronte del rifiuto ha trovato la sua roccaforte tra i più giovani. Nella fascia d’età compresa tra i 18 e i 34 anni, il No ha stravinto con il 61,1%, lasciando il Sì a un marginale 38,9%. Segnale politico rilevante che indica come le nuove generazioni abbiano percepito il cambiamento costituzionale proposto dal Governo come distante o potenzialmente rischioso per l’equilibrio dei poteri e della Costituzione.
La fascia 35-54 più equilibrat
La tendenza al rifiuto della riforma si attenua ma resta prevalente anche nella fascia di mezzo, quella dei cittadini tra i 35 e i 54 anni. In questo segmento, il No si attesta al 53,3% contro un Sì che risale al 46,7%. È la fascia della popolazione dove il dibattito sulla separazione delle carriere e sul funzionamento dei tribunali ha quindi spaccato quasi a metà l’elettorato, pur confermando una sfiducia di fondo verso la proposta governativa.
Il voto degli over 55
Il quadro si ribalta completamente solo tra gli elettori più anziani, gli over 55, che rappresentano l’unico segmento in cui la riforma ha ottenuto la maggioranza, seppur di un soffio. In questa classe d’età il Sì raggiunge il 50,7%, superando il No fermo al 49,3%. Si tratta di un esito speculare rispetto a quello dei nipoti. Mentre i giovani hanno votato compatti per il mantenimento dello status quo giudiziario, i senior si sono mostrati più aperti alla modernizzazione proposta dalla maggioranza.
Più No nel centrodestra che Sì nel centrosinistra
Un altro dato interessante emerge poi dall’analisi del voto per appartenenza politica. Il fronte del No ha scavato un solco inaspettato anche tra le fila della maggioranza. In termini percentuali, infatti, sono stati più i «No» registrati nell’elettorato di centrodestra rispetto ai «Sì» intercettati nel centrosinistra. Se tra le fila delle opposizioni la compattezza per il rifiuto è stata quasi totale, con appena il 9,6% di elettori del Pd, il 13% del Movimento 5 Stelle e il 6,9% di Alleanza Verdi e Sinistra che hanno scelto di votare a favore, è nel campo governativo che i dati di dissenso sono più alti. Nello specifico, il No alla riforma ha toccato l’11,2% tra i sostenitori di Fratelli d’Italia, il 14,1% tra quelli della Lega e ha raggiunto la punta del 17,9% all’interno di Forza Italia. Questi numeri suggeriscono che una parte significativa della base governativa non ha condiviso la virata costituzionale, preferendo la prudenza alla riforma Nordio.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 23rd, 2026 Riccardo Fucile
E’ STATA UNA MOBILITAZIONE GENERALE DEL PAESE, E’ QUESTA PARTECIPAZIONE DIFFUSA CHE HA RESO IL RISULTATO COSI’ PESANTE
L’Italia ha parlato, e lo ha fatto con un linguaggio chiarissimo: no alla riforma della Giustizia. Con
un’affluenza che ha sfiorato il 59%, ben oltre le aspettative della vigilia, il referendum si è trasformato da passaggio tecnico a verdetto politico e culturale. Il risultato – con il “No” stabilmente tra il 53% e il 54% – non è un’incertezza sul filo, ma una bocciatura netta. Non è stata una partita tra tifoserie. È stato qualcosa di più profondo: una mobilitazione generale del Paese, che ha coinvolto Nord e Sud, città e province, elettori di ogni orientamento. E proprio questa partecipazione diffusa ha reso il risultato così pesante.
Il No travolge la riforma: affluenza record e bocciatura senza appello
I dati raccontano una verità che a Palazzo Chigi proveranno a minimizzare: il 69% degli elettori ha votato nel merito della riforma. Ma una quota non minoritaria – intorno al 30% tra gli elettori del “No” – ha dichiarato di aver votato contro il governo. Tradotto: nel Paese comincia a tirare aria di rivolta contro l’esecutivo.
qui sta il punto più doloroso per Giorgia Meloni: quando una riforma viene bocciata così, non basta dire “andiamo avanti”. Significa che non hai più con te il Paese reale, quello che vota e decide. Significa che si è rotto il rapporto di fiducia con il popolo sovrano.
Il fattore decisivo: città, istruzione e voto trasversale
L’analisi territoriale spiega perché il No ha vinto e perché lo ha fatto in modo netto. Le grandi città – Roma, Milano, Torino, Napoli – hanno registrato affluenze altissime e un orientamento prevalente verso il No. Lo stesso è accaduto nelle province ad alta istruzione e nelle aree storicamente più partecipative. Ma il dato davvero decisivo è un altro: il No non si è fermato nelle roccaforti “rosse”, ha sfondato anche altrove. Dal Nord produttivo al Sud, dai centri medi alle periferie urbane, si è formato un fronte trasversale, capace di superare i confini tradizionali dei partiti. È qui che il Sì ha perso la partita: ha tenuto il suo blocco, ma non è riuscito ad allargarsi.
Gli italiani vogliono essere governati, non comandati
C’è poi una lettura più profonda, quasi antropologica. Questo voto dice una cosa chiarissima: gli italiani vogliono essere governati, non comandati. Non accettano imposizioni dall’alto, non digeriscono riforme percepite come calate senza ascolto, non vogliono padroni. E qui sta il grande errore politico di Giorgia Meloni e del suo cerchio magico. La premier ha scelto di personalizzare lo scontro, mettendoci la faccia e trasformando il referendum in un test politico. Una scelta che, alla luce del risultato, si è rivelata un boomerang. Accanto a lei, figure chiave come Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari hanno contribuito a costruire una linea rigida, poco dialogante, che ha finito per alimentare diffidenza anziché consenso.
La resa dei conti: Nordio sul banco degli imputati
Ora, dopo la batosta, si apre la fase più delicata: quella delle responsabilità. E il nome che circola con più insistenza è quello del ministro della Giustizia, Carlo Nordio. La riforma porta la sua firma, e la bocciatura popolare rischia di trasformarsi in una richiesta politica: fare un passo indietro. Nel mirino anche altri protagonisti della partita, da Andrea Delmastro a Giusi Bartolozzi, ma è sul numero uno di Via Arenula che si concentra la pressione maggiore. La caccia al capro espiatorio è già partita, e difficilmente si fermerà.
Meloni tra resistenza e manovre: cosa succede adess
Giorgia Meloni, per ora, abbozza. Dice che il governo andrà avanti. Ma il risultato pesa, eccome se pesa. E apre scenari nuovi.
Tra le ipotesi sul tavolo: rivedere la strategia politica, abbandonando la linea muscolare, modificare la legge elettorale, in funzione anti-campo largo valutare un possibile anticipo delle elezioni alla primavera del 2027 (o addirittura già quest’anno), magari con election day nelle grandi città. Ma attenzione: la stessa maggioranza non è compatta. Lega e Forza Italia osservano, pesano, trattano.
Una bocciatura che cambia gli equilibri
Il referendum sulla giustizia non è stato un semplice incidente di percorso. È stato un segnale forte, chiarissimo. Non una rivolta, ma una scelta consapevole. Non un voto ideologico, ma un giudizio. E soprattutto: una bocciatura trasversale, che va oltre i partiti e parla al cuore del Paese. Per questo il No ha vinto. E per questo, da oggi, nulla sarà più come prima. Prima lo capisce anche Giorgia Meloni e meglio sarà per per il suo futuro politico oltre che per il Paese.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 23rd, 2026 Riccardo Fucile
IL PROCURATTORE DI NAPOLI SI E’ SPESO IN PRIMA PERSONA CONTRO AL RIFORMA NORDIO: “UNA SCELTA CONSAPEVOLE IN DIFESA DELLA COSTITUZIONE”… “NON E’ UN RIFIUTO AL CAMBIAMENTO, E’ IL RIFIUTO DEL METODO”
“La vittoria del No al referendum rappresenta un segnale forte e chiaro: la società civile è viva, attenta e pronta a mobilitarsi quando sono in gioco i principi fondamentali”, commenta il procuratore di Napoli Gratteri, il magistrato da 30 anni sotto scorta che si è speso in prima persona per il No alla riforma della magistratura.
Dopo mesi di attacchi anche personali subiti per la sua scelta, Gratteri ha seguito lo spoglio nel suo ufficio, all’ottavo piano del grattacielo della Procura napoletana. E quando sono passati venti minuti dalle cinque della sera e il risultato è ormai definito, argomenta: “È stata una scelta consapevole, una presa di posizione in difesa della Costituzione e dell’equilibrio delle istituzioni”
“Questo risultato – sottolinea Gratteri – non è un rifiuto al cambiamento, ma il rifiuto di un metodo”. E aggiunge: “La giustizia ha bisogno di riforme serie, capaci di ridurre i tempi dei processi e di migliorarne il funzionamento complessivo, garantendo efficienza senza sacrificare le garanzie”.
Sulle riforme, Gratteri evidenzia: “Sono necessarie, ma devono essere costruite con responsabilità, competenza e rispetto dei diritti”.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 23rd, 2026 Riccardo Fucile
COSÌ È RIPARTITA LA PARTECIPAZIONE
Circa il 59% di affluenza. Il 58,90% per la precisione. Oltre 27 milioni di italiani su 45 milioni e
947mila elettori. Non un record ma una grande partecipazione per il referendum sulla riforma della giustizia voluta dal governo Meloni. Con il Nord che traina e il Sud che pur non brillando dà segnali meno netti di disaffezione politica.
Intorno al 65% l’affluenza nella tradizionale cintura “rossa” – Emilia Romagna (record nel Paese, al 66%), Toscana, Umbria – tra il 62 e il 63 il Nord produttivo (Piemonte, Lombardia e Veneto). Mentre le principali regioni del Sud non superano il 55%, con il record negativo della Sicilia al 46%.
La tendenza generale era chiara già alle 23 di ieri con un’affluenza pari al 46%. Il dato, che ha sorpreso il team di sondaggisti, è tanto più importante se si ricorda che in prima battuta sembrava evidente l’equazione: fino al 48, favorito il no; dal 50, prevale il sì. Ma sarà la distribuzione geografica, con l’analisi del voto nelle grandi città o nelle regioni più politicamente connotate, a determinare la relazione tra votanti e prevalenza del sì e del no.
Quel che pare certo è che il grado di tecnicismo del quesito non ha fatto scappare i cittadini dalle urne. Mentre da volano positivo ha fatto la politicizzazione e la polarizzazione del giudizio sul governo. Va ricordato per l’ennesima volta, che trattandosi di un referendum costituzionale non era necessario il raggiungimento del quorum al 50 per cento (come per quelli abrogativi). E proprio prendendo in considerazione i cinque referendum confermativi svolti dal 1946 a oggi, si tratta della seconda percentuale di votanti più alta tra quelle registrate
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 23rd, 2026 Riccardo Fucile
TRA CHI HA SCELTO DI BOCCIARE LA RIFORMA, IL 47% VORREBBE LE DIMISSIONI DELLA PREMIER
Segnali di carattere più politico — il desiderio generico di modificare l Costituzione (24%) e il voto di sostegno al Governo Meloni (18%) — si collocano in coda alla classifica.
Il quadro è più netto per il fronte del No. Qui, la motivazione principale è il desiderio di non modificare la Costituzione (61%), segnale di un orientamento conservativo-istituzionale più che di opposizione politica contingente.
Al secondo posto si colloca il desiderio di contrastare il sorteggio dei componenti del CSM (39%). La componente esplicitamente politica — dare un voto di opposizione al Governo Meloni — si attesta al 31%, terzo posto, subito davanti alla contrarietà alla divisione del CSM (27%) e all’Alta Corte disciplinare (17%).
Quasi irrilevante la quota di chi ha seguito le indicazioni di partito (7%) o si è opposto alla separazione delle carriere per sé (4%). Complessivamente, il 69% degli elettori dichiara che sulla propria decisione di voto ha pesato di più “il giudizio nel merito della riforma”, contro il 28% che ha agito principalmente con la volontà di dare un segnale politico. Il 3% non sa. La componente di voto politico è tuttavia più marcata tra chi ha votato No: il 34% degli elettori del No riconosce di aver voluto dare un segnale politico, contro il 21% degli elettori del Sì.
In caso di vittoria del No — che boccerebbe la riforma proposta dall’esecutivo — il 54% degli italiani ritiene che Giorgia Meloni dovrebbe continuare a guidare il governo. Solo il 26% chiede le dimissioni (il 20% non si esprime). La frattura politica è marcata: l’87% degli elettori del Sì ritiene che Meloni debba restare (solo il 7% vorrebbe le dimissioni), mentre tra gli elettori del No la quota scende al 37% — con il 47% favorevole alle dimissioni.
Prima del voto, gli italiani erano spaccati sulle previsioni di esito: il 32% si aspettava la vittoria del Sì, il 30% quella del No, e ben il 38% non sapeva pronunciarsi. Come atteso, gli ottimisti del Sì sono soprattutto gli elettori del Sì stesso (66%), mentre il 57% degli elettori del No pronosticava la vittoria del proprio campo.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 23rd, 2026 Riccardo Fucile
E ORA L’UNDERDOG DE’ NOANTRI CHE FA? ABBOZZA E BALBETTA: “ANDREMO AVANTI”, MA SARÀ COSTRETTA A PRENDERE PROVVEDIMENTI. PRIMO: SCARICARE SUBITO IL “TOSSICO” TRUMP, ODIATO DAGLI ITALIANI… SECONDO: CAMBIARE LA LEGGE ELETTORALE TRATTANDO CON LEGA E FORZA ITALIA … LA STATISTA ALLE VONGOLE VORREBBE ANTICIPARE LE ELEZIONI DEL 2027 ALLA PRIMAVERA. LA CACCIA AL CAPRONE ESPIATORIO SARÀ FACILE: PORTA DRITTO A VIA ARENULA (SULLA GRATICOLA I TRE CACCIABALLE NORDIO, BARTOLOZZI E DELMASTRO)
L’Italia ha detto “No”. La scriteriata riforma della Costituzione by Nordio-Meloni è stata
sonoramente bocciata dai cittadini. Un risultato che porta con sé alcune considerazioni:
1. Il consenso politico ed elettorale della premier e del suo partito non sono per sempre: la destra si può battere.
2. Giorgia Meloni ha mobillitato l’elettorato ad andare le urne, ci ha messo personalmente la faccia e ha accettato la politicizzazione del voto. E infatti, secondo YouTrend, un italiano su tre ha scelto di votare “No” per “dare un voto di opposizione al governo”
3. La vittoria del “no” è ancora più rilevante visti i “sabotatori” interni. Nel centrosinistra ci sono state infatti alcune defezioni: dai riformisti per il sì (Picierno, Giachetti, Ceccanti) a Matteo Renzi, che non si è mai esposto (e ora salta sul carro della vittoria, proclamando la “sonora sconfitta” del Governo).
4. Ne consegue che la sconfitta del “Sì” è ancora più bruciante visto che persino l’elettorato tradizionalmente giustizialista e pro-toghe di Fratelli d’Italia ha risposto all’appello di Giorgia Meloni ed è andato, allineato e coperto, a votare “Sì”.
Che farà ora la Statista della Sgarbatella? A caldo, Giorgia ha abbozzato e balbettato: “Gli italiani hanno deciso. E noi rispettiamo questa decisione. Andremo
avanti, come abbiamo sempre fatto, con responsabilità, determinazione e rispetto verso il popolo italiano e verso l’Italia”.
Ha sempre slegato la sua permanenza a Palazzo Chigi dal risultato del referendum, ma ora deve fare i conti con una sconfitta che sta assumendo i contorni di una batosta.
Con lo sguardo alle politiche del 2027, il primo passo per Giorgia Meloni sarà strambare in politica estera.
L’abbraccio mortale a Donald Trump si è rivelato letale anche in patria: non può non aver influito sull’esito del referendum l’ostilità crescente degli italiani verso il tycoon e le sue follie (guerra, dazi, offese agli alleati…).
Secondo un sondaggio citato da Piazzapulita giovedì scorso, su La7, dopo l’attacco a Teheran solo il 19% degli italiani approva il presidente Usa. Un anno fa, il consenso era quasi il doppio.
Il secondo tassello della strategia di sopravvivenza di Giorgia Meloni è accelerare verso l’approvazione di una nuova legge elettorale: nel 2022 il centrodestra vinse con il Rosatellum solo grazie all’imperizia politica di quella pippa al sugo di Enrico Letta che, non alleandosi con il M5s, regalò Palazzo Chigi a Fratelli d’Italia.
Ora, Giorgia Meloni ha capito che il campo largo può batterla e non può che correre verso una legge elettorale che cancelli i collegi uninominali (dove il centrosinistra unito può ottenere ottimi risultati) e conceda un forte premio di maggioranza alla coalizione in vantaggio.
Certo, ora che ha perso il referendum, la premier sarà molto meno baldanzosa con Lega e Forza Italia nella definizione della legge elettorale: dovrà scendere a compromessi.
Avesse vinto il “Sì”, avrebbe marciato come un caterpillar anche sui suoi stessi alleati
La scadenza della legislatura è prevista per l’autunno del 2027: manca un anno e mezzo, ma Giorgia Meloni vorrebbe anticipare le elezioni politiche alla primavera (d’altronde si è sempre votato in quel periodo dell’anno).
Con il consenso del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si potrebbe organizzare un election day in coincidenza con il voto amministrativo nelle tre grandi città italiane: Torino, Milano e Roma.
Qualcuno, nella “fiamma magica” intorno alla Ducetta, ha però segnalato che le comunali in quelle metropoli solitamente premiano il centrosinistra. Meglio
dilazionare le tornate elettorali per non concedere agli avversari un vantaggio strategico.
Di certo, dopo la scoppola referendaria, partirà la caccia ai caproni espiatori, già individuati tutti in via Arenula: il ministro Carlo Nordio, la “zarina” Giusi Bartolozzi e il sottosegretario-ristoratore Andrea Delmastro.
Tre cacciaballe che con le loro gaffe, esondazioni verbali e gli affari opachi coi prestanome del clan Senese, hanno danneggiato la campagna elettorale e l’immagine del centrodestra, dilapidando un vantaggio che solo pochi mesi fa era dato al +20%.
Una figuraccia storica che non potrà non avere effetti sul fututo dell’Armata Branca-Meloni. E qualche testa rotolante (si sa, se la vittoria è di tutti, la sconfitta ha un solo colpevole: Giogia Meloni).
(da Dagoreport)
argomento: Politica | Commenta »