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L’ITALIA FONDATA SUL LAVORO: PERCHE’ AL POTERE SERVE UN ESERCITO DI PRECARI

Maggio 2nd, 2026 Riccardo Fucile

CONDIZIONARE LA SOLIDARIETA’ TRA LAVORATORI; SENZA STABILITA’ NON VI E’ IRGAIZZAZIONE E SENZA ORGANIZZAZIONE NON VI E’ CONTROPOTERE

Il Primo maggio non è solamente la festa dei lavoratori e la celebrazione dei diritti conquistati dal movimento operaio: la giornata di otto ore, il diritto di sciopero, le ferie pagate, la tutela della salute. È anche la festa della democrazia, o meglio del lavoro quale fondamento e condizione necessaria di essa. Dovrebbe dunque essere il momento per ricordare — a chi ci governa in primis — che perché il lavoro sia effettivamente condizione di democrazia non basta che i cittadini non rischino la vita lavorando, né che vengano pagati il giusto. Occorre anche che il loro lavoro sia stabile, che ne favorisca lo sviluppo di capacità critiche e partecipative, e che non li subordini all’arbitrio dei datori di lavoro
Affermando che «l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro», i padri costituenti intendevano dire che la Repubblica non si fonda sulla ricchezza, sulla nascita nobile, sulla religione o sulla forza militare. I cittadini hanno pari dignità in quanto persone che contribuiscono attivamente alla vita collettiva, che lo facciano attraverso lavori manuali, di cura o intellettuali. Il lavoro è riconosciuto al tempo stesso come diritto e come dovere civico. Affermarlo come fondamento
democratico significa dunque riconoscerlo come strumento di eguaglianza contro il privilegio, di dignità personale e di riproduzione socioeconomica della società.
Ma vi sono anche altre ragioni per le quali il lavoro è parte centrale di un sistema democratico.
La prima riguarda il legame tra qualità del lavoro e sviluppo di capacità e virtù civiche: un lavoratore schiacciato dalla precarietà od obbligato a svolgere funzioni ripetitive e puramente meccaniche difficilmente sarà un cittadino attivo e consapevole. Le capacità di cooperare e partecipare alle decisioni collettive si sviluppano soprattutto al lavoro. È quindi essenziale che in una società democratica esistano forme di democrazia economica, grazie alle quali i lavoratori possano partecipare a decisioni importanti concernenti le proprie condizioni di lavoro all’interno dei loro contesti occupazionali.
Come scrisse John Stuart Mill, uno dei padri del liberalismo, la forma di associazione a cui l’umanità dovrebbe aspirare non è quella che esiste tra un datore di lavoro capo o padrone e lavoratori privi di voce a esso subordinati, bensì «l’associazione degli stessi lavoratori su basi di uguaglianza», un’associazione all’interno della quale i lavoratori possano lavorare «sotto la guida di dirigenti da loro stessi eletti e revocabili» o, potremmo aggiungere noi, quantomeno abbiano voce in capitolo nelle decisioni prese da tali dirigenti. Mill descrisse inoltre l’impresa cooperativa come la trasformazione dell’attività lavorativa «in una scuola delle simpatie sociali e dell’intelligenza pratica», entrambe qualità essenziali per una democrazia liberale.
L’organizzazione del lavoro condiziona inoltre la solidarietà tra lavoratori e l’efficacia della loro azione politica collettiva: senza stabilità non vi è organizzazione, e senza organizzazione non vi è contropotere. Il problema del precariato, per non parlare dello sviluppo di tecnologie sostitutive quali l’intelligenza artificiale, non è dunque solo un problema di giustizia sociale, ma riguarda l’indebolimento dei contropoteri necessari alla salute democratica. A chi è al potere il precariato conviene.
Infine vi è il ruolo che il lavoro gioca nella formazione di un popolo non asservito: lavoratori dipendenti dall’arbitrio dei propri datori di lavoro non sono cittadini liberi, e una democrazia di cittadini non liberi è una falsa democrazia. Anche qui, perché il potere dei datori di lavoro non venga esercitato in modo arbitrario, è necessario che i lavoratori stessi abbiano voce in capitolo all’interno delle loro aziende e imprese. Ossia è necessaria la democratizzazione del lavoro stesso.
In un paese dove ancora si dibatte sull’opportunità di un salario minimo, dove la precarietà cresce e dove molti italiani — giovani in testa — emigrano per mancanza di opportunità, parlare di democrazia economica — ossia democrazia all’interno delle imprese — sembrerebbe un lusso che solo chi filosofeggia può permettersi. Non dobbiamo però dimenticare che l’Italia, grazie soprattutto alle cooperative dell’Emilia-Romagna, è stata terreno sperimentale per una organizzazione del lavoro più umana, solidaristica e democratica. Faremmo dunque bene, in questo Primo maggio come in quelli a venire, a costruire su tali esempi e a pretendere che chi ci governa faccia altrettanto.
(da editorialedomani.it)

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“AVEVAMO GIA’ LA SUA CAMERETTA”: PARLA LA COPPIA URUGUAIANA SCARTATA PER NICOLE MINETTI

Maggio 2nd, 2026 Riccardo Fucile

IL NODO DEI PRECEDENTI PENALI DIETRO IL VIA LIBERO LAMPO: COME E’ POSSIBILE AVER DATO IL VIA LIBERA NONOSTANTE I PRECEDENTI PENALI DELLA MINETTI?

Lontano dai riflettori della movida di Punta del Este e dal lussuoso ranch Gin-Tonic della coppia Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani, c’è una ferita aperta a Pan de Azúcar. Qui vivono Leydi e Julio, la coppia uruguaiana che per mesi ha accudito il bambino poi dato in adozione all’ex consigliera regionale della Lombardia. «Avevamo già preparato la sua cameretta», raccontano con amarezza, descrivendo un legame che sembrava destinato a diventare ufficiale. Poi è arrivata quella telefonata che ha spezzato il loro sogno: «Non potrete averlo, il bambino è stato chiesto da una famiglia straniera». La famiglia straniera è appunto quella composta dal duo Minetti-Cipriani, che ha ottenuto l’adozione del bimbo affetto da spina bifida, all’origine della procedura per ottenere la grazia.
«Quel bambino ci era entrato nel cuore»
Julio, capocantiere, ricorda ogni dettaglio di quei mesi: «Quel bambino ci era entrato nel cuore. Mia moglie lo aveva conosciuto perché lavorava nella sede dell’Inau (Istituto del Bambino e dell’Adolescente dell’Uruguay) per una società esterna. Abbiamo preparato le carte per l’adozione. Ci hanno concesso di ospitare il bambino, che allora aveva un anno. Stava con noi cinque giorni alla settimana. H
trascorso varie festività con noi, ad esempio una vigilia di Natale. Il bambino andava in una scuola materna fuori dall’istituto. Gli avevamo comprato il grembiulino con il nome».
L’idoneità e la malattia del bambino
La coppia stava procedendo nell’iter di adozione, superando tutti i rigidi controlli previsti dalle autorità uruguaiane: «Andavamo a Montevideo e ci facevano molte, molte domande. Test, puzzle, e ancora domande… È stato un processo lungo, ma è andato molto bene, punteggio massimo. Ci dissero che eravamo idonei per adottare bambini. Ma noi andavamo lì per quel bambino, con nome e cognome, non per un altro». Sapevano che il piccolo soffriva di spina bifida, una condizione che non li aveva spaventati: «Mia moglie, lavorando lì dentro, mi diceva sempre: “Julio, c’è un bambino così…”. Aveva la spina bifida, camminava pochissimo. Dopo aver chiesto all’Inau, mi hanno dato l’autorizzazione a seguirlo. Diverse volte mi sono occupato io di lui, gli tagliavo i capelli, gli facevo il bagno. Ancora oggi abbiamo i suoi giocattoli».
Il no improvviso: «Vi diamo un altro bambino se volete»
Proprio quando l’adozione sembrava a un passo, è arrivata la svolta che ha trasformato la vicenda in un caso internazionale. Julio racconta lo sconcerto di fronte al cambio di rotta dell’Inau: «All’improvviso hanno iniziato a rimbalzarmi da una parte all’altra. Mi hanno detto: “Per quel bambino c’è una famiglia straniera molto legata a Maldonado, però vi diamo un altro bambino se volete“. Io ho risposto che ero andato a Montevideo per “quel” bambino, non per un altro».
Il sospetto di una corsia preferenziale per Minetti e Cipriani
Il sospetto di una corsia preferenziale per la coppia Cipriani-Minetti è quantomai lecito, soprattutto per quanto riguarda la fedina penale della donna, condannata in via definitiva in Italia per il caso Ruby-bis. Sebbene l’ex presidente dell’Inau, Pablo Abdala, assicuri che «l’adozione da parte della coppia Cipriani-Minetti è avvenuta nel rispetto della legge», resta il dubbio su come sia stata valutata la riabilitazione della Minetti in un processo così delicato. Anche la rapidità con cui è stata sbrigata la pratica desta non pochi sospetti.
«Un’azione da cani»
La delusione di Julio è totale, specialmente di fronte alle voci secondo cui il bambino starà meglio grazie alle possibilità economiche dei nuovi genitori: «È un bambino molto dolce. Non ha mai avuto problemi gravi, a parte come detto la spina bifida, ma non era il momento di un’operazione. Camminava, andava a cavallo con noi, stava in piscina, in spiaggia, correva, giocava a palla. Non abbiamo mai avuto problemi. Qui in Uruguay c’è una famiglia, la nostra, che lo ama con l’anima. Io, mia moglie, i miei figli… faceva male dire ai miei figli che non avremmo più portato quel bambino a casa. Se oggi mi chiedi “credi nell’Inau?”, ti dico di no. Non credo a nulla perché quello che hanno fatto è stato da cani.

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“I LEONI DA TASTIERA CHE MI HANNO INSULTATA ORA PAGANO, TOLLERANZA ZERO”: SILVIA SALIS HA QUERELATO MOLTI HATER, INCASSA I PRIMI 5.000 EURO E LI DA’ SUBITO IN BENEFICIENZA AI CENTRI ANTIVIOLENZA SULLE DONNE

Maggio 2nd, 2026 Riccardo Fucile

“SIAMO SOLO ALL’INIZIO, PORRO’ FINE AL MECCANISMO TOSSICO DI CHI VUOLE DELIGITTIMARE LE DONNE”… “MANDO UN MESSAGGIO CHIARO: “CHI DIFFONDE ODIO NON LA PASSERA’ LISCIA. ALLE DONNE DICO: DENUNCIATE E REAGITE”

«Chi mi ha dato della p*****a sui social alla fine pagherà». Silvia Salis sceglie la linea della tolleranza zero e trasforma gli insulti ricevuti sul web in un’opportunità di sostegno concreto per le donne vittima di abusi. La sindaca di Genova ha annunciato su Instagram di aver definito il primo risarcimento da 5.000 euro frutto di una delle tante querele presentate contro chi, protetto da uno schermo, ha utilizzato nei suoi confronti «parole violente e degradanti». Una vittoria legale che l’ex martellista azzurra vuole trasformare in un segnale politico e culturale: «È l’ora di far capire un messaggio molto chiaro: chi diffonde odio sui social deve essere punito. L’odio va trasformato in bene».
La beneficenza ai centri antiviolenza
La somma incassata dal primo hater non resterà nelle tasche di Salis, che ha infatti deciso di devolvere l’intero importo al centro antiviolenza Mascherona, all’associazione Per Non Subire Violenza e a Casa Pandora Margherita Ferro. «Le altre somme, che sono certa arriveranno, saranno versate con fini analoghi», ha assicurato, sottolineando come la battaglia legale sia solo all’inizio.
L’obiettivo è scardinare l’idea che l’insulto digitale sia un reato minore o, peggio, una semplice provocazione: «Non possiamo fare passare il messaggio che la violenza verbale sulle donne sia una goliardata social, perché noi donne subiamo sempre una doppia violenza: a una donna non si contesta mai il ruolo che ricopre, ma come si vede, come appare, quali sono le sue scelte nella vita privata».
L’insulto sessista
Secondo Salis l’insulto sessista è uno strumento di controllo sociale: «È un modo per delegittimarci continuamente all’interno della società. A un uomo si dice che è uno s*****o, che è un prepotente, mentre a una donna dici che è una “Barbie” o che è una p*****a». Un meccanismo definito «tossico», alimentato non solo dagli uomini ma a volte anche dalle donne, con lo scopo di «svilire il ruolo della donna nella società, di imporle il silenzio, di ridimensionarla».
«Reagire si deve»
La scelta di Salis è un invito collettivo alla reazione legale. «Denunciare si può e si deve, reagire si può e si deve, e i risultati di oggi sono tangibili e lo dimostrano», conclude nel post. La sua non è solo una difesa personale, ma una battaglia per tutte le lavoratrici che ogni giorno, in ogni contesto professionale, subiscono attacchi simili. «Anche se questa violenza passa attraverso uno schermo, continuerò a reagire e a denunciare. Continuerò a trasformare l’odio in bene per la nostra comunità».
(da agenzie)

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FESTE, OPERE E OMISSIONI DI NICOLE MINETTI! NEGLI ATTI URUGUAIANI CHE HANNO PORTATO ALL’ADOZIONE DEL BAMBINO C’E’ UNA “GRAVE OMISSIONE”: NON È RIPORTATA LA CONDANNA DELL’EX IGIENISTA DENTALE

Maggio 2nd, 2026 Riccardo Fucile

AL SETACCIO DEGLI INQUIRENTI LE OPERAZIONI DELLA COPPIA MINETTI-CIPRIANI IN SUDAMERICA: DALLE FESTE DEL “GIN TONIC” RANCH ALLE LISTE DEGLI INVITATI FINO AI CONTATTI CON EPSTEIN. L’INTERPOL, ATTIVATA DALLA PROCURA GENERALE DI MILANO, INDAGA SULL’ENTE “INAU”, CHE HA GESTITO LA PRATICA DI ADOZIONE IN URUGUAY (UN’ALTRA COPPIA STAVA PER OTTENERE L’AFFIDO DEL PICCOLO, FINCHÉ NON SONO ARRIVATI I DUE “RICCHI STRANIERI”)

L’elenco degli invitati, pescato tra articoli di gossip e cronache mondane. Le indicazioni degli informatori locali dall’interno del ranch. Una «grave omissione»: negli atti uruguaiani che hanno portato all’adozione non è riportata la condanna di Nicole Minetti.
Le testimonianze di chi lavora all’Inau (Instituto del Niño y Adolescente del Uruguay), l’ente statale uruguaiano che si occupa dei diritti dei minorenni. E, soprattutto, il racconto di una coppia che sostiene di aver voluto adottare quel bambino poi assegnato a Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani.
È così che prende forma la caccia alla vita uruguaiana dell’ex consigliera regionale lombarda. Una ricerca che si muove su due livelli: da un lato le verifiche ufficiali attivate dalla procura generale di Milano, che ha delegato Interpol; dall’altro il lavoro sul campo, tra Maldonado e dintorni, dove il caso è ormai esploso anche sui media locali.
Una coppia ha raccontato al programma Telenoche di aver avuto il bambino poi affidato a Minetti e Cipriani con sé per due anni, a tempo parziale, e di aver avviato un percorso formale per adottarlo. «Ci hanno detto che eravamo idonei», spiegano. Poi, all’improvviso, la comunicazione: il minore era stato affidato a un’altra famiglia, straniera. Uno scenario che contraddice la versione finora fornita dall’Inau, secondo cui non vi sarebbero state alternative disponibili.
Sul piano italiano, tuttavia, i margini restano limitati: l’Italia non può disconoscere una sentenza senza che emerga chiaramente che sia falsa o viziata. E certo non possono essere gli italiani a fare indagini su come quella sentenza sia stata prodotta. Detto questo, «non sarà tralasciato nulla», ripetono.
Ma le verifiche vanno avanti, anche su un altro fronte, quello della «second life» raccontata da Minetti nella richiesta di grazia, dove parlava di un’esistenza cambiata, dedicata al lavoro e al volontariato accanto a un compagno «lontano da contesti di devianza».
È davvero così? Tra il lavoro che faranno gli investigatori di Interpol c’è quello di mettere in fila i partecipanti alle feste del Gin Tonic ranch, una specie di club che potrebbe essere a Ibiza o forse anche in Texas, tra sdraio e cappelli da cowboy. In queste ore si stanno ricostruendo le frequentazioni di Minetti e di Cipriani, anche grazie alle dichiarazioni di chi lavora o lavorava all’interno.
Dai contatti con Epstein fino alle ormai mitologiche feste, di cui la stampa uruguaiana si sta occupando, con ospiti vip e – dicono i giornali locali – anche escort da mezzo mondo.
(da Repubblica)

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LO SCHERZO DA PRETE DI PAPA LEONE XIV A TRUMP :IL PONTEFICE NOMINA UN EX IMMIGRATO CLANDESTINO TRA I NUOVI VESCOVI DEGLI STATI UNITI. SI TRATTA DEL 56ENNE EVELIO MENJIVAR-AYALA, ATTUALE VESCOVO AUSILIARE A WASHINGTON, CHE ANDRA’ A GUIDARE LA DIOCESI DI WHEELING-CHARLESTON, IN VIRGINIA

Maggio 2nd, 2026 Riccardo Fucile

NATO IN EL SALVADOR, MENJIVAR-AYALA È EMIGRATO NEGLI STATI UNITI NEL 1990. DOPO ESSERE STATO FERMATO IN MESSICO MENTRE CERCAVA DI RAGGIUNGERE GLI STATI UNITI, HA PAGATO UNA TANGENTE PER ESSERE RILASCIATO HA ATTRAVERSATO IL CONFINE A TIJUANA (ALLA FACCIA DI TRUMP)

Il Papa ha nominato un ex immigrato clandestino tra i nuovi vescovi degli Stati Uniti, precisamente alla guida della diocesi di Wheeling-Charleston. Si tratta del 56enne Evelio Menjivar-Ayala, attualmente vescovo ausiliare a Washington. Nato in El Salvador, Menjivar-Ayala è emigrato negli Stati Uniti nel 1990, secondo una biografia pubblicata sul sito web della diocesi di Washington.
In diverse interviste ha raccontato di essere nato in povertà e di essere fuggito dal conflitto nel suo paese natale per arrivare negli Stati Uniti come rifugiato. Dopo
essere stato inizialmente fermato in Messico mentre cercava di raggiungere gli Stati Uniti, ha dichiarato in un’intervista dello scorso anno di aver pagato una tangente per essere rilasciato e di aver attraversato il confine a Tijuana. È stato ordinato sacerdote nel 2004 ed è diventato vescovo nel 2023. Papa Leone oggi lo ha nominato vescovo della diocesi di Wheeling-Charleston, in Virginia Occidentale.
(da agenzie)

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ALEX ZANARDI, IL CAMPIONE DELL’IMPOSSIBILE, È STATO UN SUPEREROE DEI NOSTRI TEMPI: PILOTA DI F1 E POI DI FORMULA CART, UN INCIDENTE GLI PORTÒ VIA LE GAMBE. I SETTE ARRESTI CARDIACI, L’ESTREMA UNZIONE, LE 15 OPERAZIONI, LE VITTORIE DA CAMPIONE PARALIMPICO DI HANDBIKE CON 4 ORI PARALIMPICI E 12 MONDIALI. POI UN NUOVO INCIDENTE STRADALE (VENNE INVESTITO DA UN TIR) LO FECE SPARIRE DALLE SCENE

Maggio 2nd, 2026 Riccardo Fucile

TERRUZZI: “UNA FORZA DELLA NATURA, UNO SPETTACOLO DI UMANITA'” … CARLO VERDELLI: “ZANARDI È È UN ESSERE INARRIVABILE, IL PRIMO CAVALIERE DI QUALSIASI TAVOLA ROTONDA”

Addio a un supereroe. Alex Zanardi è morto, dal 2020 le condizioni sulla sua salute erano state tenute riservate dopo il terribile incidente in handbike. Avrebbe compiuto 60 anni il 23 ottobre.
Lo piange il mondo dello sport, quello dei motori dove era stato protagonista prima e anche dopo del primo incidente, che gli aveva portato via le gambe nel 2001 sul circuito tedesco del Lausitzring durante una gara della Formula Cart. Rischiò la vita, fu salvato dai medici e dalla sua incredibile forza di volontà, da un’autoironia commovente. Come quando, anni dopo, al volante di macchine adattate per guidare soltanto con l’uso delle mani raccontava: «Ragazzi, ho il piede pesante».
Battute e sorrisi che lasciano un vuoto incolmabile. Alex era nato a Bologna. Un talento precoce sui kart, a Castel Maggiore scopre il fascino della velocità e dei motori che lo porta in Formula 3000 e poi in Formula 1. All’inizio degli anni 90 incontra Daniela, la donna che gli è stata accanto fino all’ultimo, che lo ha protetto e sostenuto, che ha dato spazio ai suoi sogni.
Il debutto in F1 alla corte di Eddie Jordan nel 1991, poi la Minardi e la Lotus. Passaggi difficili in una categoria che non fa sconti, dove il manico non basta e servono sponsor ed entrature. Anni a lottare per i punti, uscite e ritorni fino al capitolo finale con la Williams nel 1999, avaro di soddisfazioni.
Alex non si arrende mai ed era già andato alla conquista dell’America: «Zanna» diventa «The Italian Legend». Nella IndyCar (allora si chiamava Cart) conquista titoli e gloria, alcuni sorpassi come quello a Laguna Seca restano nella memoria collettiva degli americani e non solo. Trofei, ospitate nelle principali emittenti Usa, fino al maledetto schianto del 2001 in Germania.
Alex Tagliani se lo ritrovò davanti, lo colpì a oltre 300 km/h. Uno choc, immagini che lo tormenteranno a lungo. Fino a quando non incontra Zanardi con le protesi che gli fa: «Sai qual è il vantaggio delle mie nuove gambe? Sono più alto».
Pur di tornare a correre Alex immagina e fa realizzare comandi speciali, si sottopone a 15 operazioni, riesce persino a vincere gare, la Bmw lo sceglie come testimonial capace di spostare il limite del possibile.
Ma i motori non bastano più, vuole lasciare il segno nello sport paralimpico ed è un segno indelebile. Ai Giochi di Londra nel 2012 con l’handbike conquista due ori e un argento. Quattro anni dopo altri due titoli e un secondo posto, dopo aver dominato i campionati iridati in ogni parte del mondo.
Alex è un mito, un esempio per milioni di persone. Non solo le sue imprese sportive, ma le sue ricerche nell’ambito dei materiali per protesi e carrozzine contribuiscono al miglioramento di chi è in condizioni di mobilità ridotta. Organizza maratone benefiche, spinge tantissimi disabili a praticare sport
Poi di nuovo il buio: il 19 giugno del 2020, sulle colline sopra Pienza, nel senese, il drammatico urto contro un camion, lui in handbike. Il quadro è gravissimo: traumi
multipli e fratture alla faccia, passa un mese in coma, viene sottoposto ad altre operazioni. Resiste ancora una volta, ma il decorso è lungo e complicato. Dopo più di un anno torna a casa dove è assistito da medici e dalla famiglia.
Notizie poche, solo silenzio. L’unica scelte per custodire il sorriso di un angelo che mancherà a tutti. ‎
(da agenzie)

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“MI HAI CONVINTA CHE ANCHE SENZA GAMBE AVREI POTUTO FARE TUTTO”

Maggio 2nd, 2026 Riccardo Fucile

BEBE VIO PIANGE ALEX ZANARDI: “ERI UN FARO PER TUTTI NOI”

L’Italia piange l’atleta-simbolo che ha trasformato la disabilità in una lezione di vita universale. Dalle piste di Formula 1 agli ori olimpici, fino al lungo calvario iniziato nel 2020: il dolore della famiglia e il tributo dei colleghi
«Mi hai dato la forza per ripartire, convincendomi che con o senza gambe avrei potuto fare tutto». Con queste parole cariche di commozione Bebe Vio ha voluto salutare Alex Zanardi, l’atleta che più di ogni altro ha incarnato il concetto di resilienza, scomparso oggi all’età di 59 anni. La notizia della morte dell’ex pilota di Formula 1, nato a Bologna e diventato una leggenda mondiale dello sport paralimpico, è stata annunciata dalla famiglia, chiudendo una lunga battaglia iniziata dopo il suo secondo, tragico incidente avvenuto nel 2020.
L’incontro tra Bebe Vio e Alex Zanardi
Zanardi era diventato l’uomo delle sfide impossibili dopo il drammatico schianto del 2001 al Lausitzring, in Germania, a seguito del quale subì l’amputazione di entrambe le gambe. Lontano dal darsi per vinto, si era reinventato nel paraciclismo, conquistando quattro ori e due argenti ai Giochi di Londra 2012 e Rio 2016. Proprio in quegli anni il suo percorso si era intrecciato con quello di una giovanissima Bebe Vio: «Siamo diventati colleghi nel 2009, avevo 12 anni ed ero molto spaesata e spaventata», ricorda la campionessa di scherma sui suoi canali social.
«A Londra 2012 mi hai fatto conoscere la bellezza delle Paralimpiadi e l’enorme potere che hanno di cambiare la percezione e la Cultura della Disabilità. A Rio 2016 sei stato il mio cicerone nel villaggio paralimpico e poi abbiamo realizzato il sogno insieme».
Il ricordo di Bebe Vio
Il destino lo aveva colpito ancora nel 2020, durante una staffetta di beneficenza sulle strade del senese, dove uno scontro con un camion in handbike gli aveva provocato ferite gravissime. Da quel momento era iniziato un calvario di interventi e riabilitazione, affrontato con la protezione ferrea della moglie Daniela e del figlio Niccolò. Anche nell’assenza, però, Alex era rimasto la guida emotiva del gruppo: «A Tokyo 2020 non c’eri, ma eri un faro per tutti noi. È stato un onore e un grande privilegio averti avuto come tutor sportivo e di vita», ha aggiunto Vio nel suo tributo.
(da Open)

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ADDIO ALEX, TI RICORDEREMO COME L’UOMO CHE HA INSEGNATO AL MONDO A TRASFORMARE LE AVVERSITA’ IN NUOVE OPPORTUNITA’

Maggio 2nd, 2026 Riccardo Fucile

E’ MORTO A 59 ANNI ALEX ZANARDI, EX PILOTA DI FORMULA 1 DIVENTATO LEGGENDA DEL PARALIMPISMO

Il mondo dello sport e l’Italia intera piangonoAlex Zanardi. L’atleta simbolo del paralimpismo mondiale si è spento all’età di 59 anni. A dare la notizia è stata la famiglia, che in una nota ha comunicato la fine di una lunga battaglia iniziata anni fa. Nato a Bologna e cresciuto con la velocità nel sangue, Zanardi non è stato solo un pilota di Formula 1 o un campione di handbike, ma l’uomo capace di dimostrare che nessuna ferita può davvero spezzare il desiderio di vivere e di eccellere.
Con la sua scomparsa, l’Italia perde molto più di un campione decorato. Perde il volto della «grande speranza», l’uomo che aveva fatto del motto «quando ti svegli e
non hai più le gambe, guardi quello che ti è rimasto e cerchi di farlo funzionare al meglio» la sua filosofia di vita.
L’incidente sul circuito del Lausitzring
La sua vita è stata un susseguirsi di sfide impossibili, affrontate sempre con quel sorriso aperto che era diventato il suo marchio di fabbrica. Nel 2001, la sua carriera nell’automobilismo subì una brutale interruzione a causa del terribile incidente sul circuito del Lausitzring, in Germania, dove subì l’amputazione di entrambe le gambe.
Da quella tragedia, però, era nata una seconda vita straordinaria: Zanardi si era dedicato al paraciclismo, scalando le gerarchie mondiali fino a conquistare quattro ori e due argenti tra i Giochi di Londra 2012 e Rio 2016. In quegli anni, le sue braccia e la sua forza di volontà erano diventate il motore di un intero movimento, rendendolo un’icona del paralimpismo globale.
L’incidente con il camion
Tuttavia, il destino lo aveva messo di nuovo alla prova nel giugno del 2020. Mentre partecipava a una delle tappe di «Obiettivo Tricolore», la staffetta di beneficenza da lui stesso ideata per promuovere lo sport paralimpico, Zanardi si era scontrato con un camion lungo le strade del senese. Da quel momento era iniziato un calvario fatto di numerosi interventi chirurgici, lunghe degenze e una riabilitazione lenta e silenziosa, portata avanti con la protezione e la riservatezza incrollabile della moglie Daniela e del figlio Niccolò.
Il saluto di Mattarella
«Come l’intera Italia avverto profondo dolore per la morte di Alex Zanardi. Sportivo di eccelse qualità, ha dimostrato straordinaria personalità anche dopo il gravissimo incidente che ha subito. Divenuto campione paralimpico, è stato per tutti questi anni punto di riferimento di tutto lo sport, amato e ammirato anche per il coraggio, la resilienza e la capacità di trasmettere entusiasmo. La sua figura ha rappresentato punto di riferimento anche oltre il mondo dello sport e lo rimarrà nel ricordo degli italiani. Esprimo alla famiglia la vicinanza della Repubblica», scrive Sergio Mattarella in una nota.
Le altre reazioni
Elly Schlein ha sottolineato come «la scomparsa di Alex Zanardi lascia un vuoto profondo nello sport italiano e nel cuore di tutto il Paese».
«Si spegne una “luce” straordinaria, una persona che ha lasciato il segno, un uomo e uno sportivo meraviglioso che ci ha insegnato ad amare la vita, profondamente, intensamente e interamente, in tutte le sue forme, anche quando te ne lascia solo una parte», con queste parole lo ricorda Andrea Abodi, ministro per lo sport e i giovani.
Zanardi se ne va lasciando un’eredità che va oltre le medaglie: la lezione di un uomo che ha insegnato a un’intera nazione a non guardare a ciò che è andato perduto, ma a tutto ciò che resta ancora da fare.
(da Open)

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LA SOLITA TESTA DI DAZIO: TRUMP ALZA I DAZI SULLE AUTO EUROPEE AL 25%

Maggio 2nd, 2026 Riccardo Fucile

LA REPLICA DEL PARLAMENTO EUROPEO: “IL PIANO DI TRUMP È INACCETTABILE. L’UE DEVE RISPONDERE CON FERMEZZA”

Donald Trump alza i dazi per le auto europee al 25%. “Sono lieto di annunciare che, in considerazione del fatto che l’Unione Europea non sta rispettando il nostro
accordo commerciale, pienamente concordato, la prossima settimana aumenterò i dazi applicati all’Unione Europea su automobili e autocarri in ingresso negli Stati Uniti. Il dazio sarà innalzato al 25%”, ha detto il presidente sul suo social Truth. Trump quindi precisa che sulle auto prodotte negli stabilimenti americani non ci saranno dazi.
“È pienamente inteso e concordato che, qualora tali automobili e autocarri saranno prodotti in stabilimenti americani, non verrà applicato alcun dazio.
Numerosi impianti sono attualmente in fase di costruzione, con investimenti superiori ai 100 miliardi di dollari, un record nella storia dell’industria automobilistica”, ha messo in evidenza Trump.
Dazi: Europarlamento, piano Trump inaccettabile, mantenere fermezza
«Il piano di Trump di imporre dazi del 25% sulle auto dell’UE è inaccettabile. Il Parlamento europeo sta ancora rispettando l’accordo sulla Scozia, lavorando per finalizzare la legislazione. Mentre l’UE mantiene le sue promesse, la parte statunitense continua a infrangere i suoi impegni».
Così su X il presidente della commissione commercio internazionale del Parlamento europeo, Bernd Lange. «Dalle tariffe su oltre 400 prodotti in acciaio e alluminio a ora il targeting sulle auto, questo mostra una chiara inaffidabilità. Abbiamo visto queste mosse arbitrarie in passato, persino verso i partner. L’Ue deve ora mantenere chiarezza e fermezza», ha aggiunto
(da agenzie)

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