Marzo 6th, 2013 Riccardo Fucile
L’AUTORE E’ PER IL 48% IL MARITO, PER IL 12% IL CONVIVENTE, PER IL 23%L’EX
È quasi sempre tra le mura domestiche, nel rapporto con il marito o il convivente o l’ex, e avviene sempre di più davanti ai figli, testimoni atterriti che poi a loro volta potranno diventare carnefici.
La violenza sulle donne è un fenomeno che in Italia non diminuisce e si connota sempre più come violenza fisica: a testimoniarlo, le 124 donne ferocemente uccise nel 2012 in nome di un «amore» malato e assassino.
La violenza fisica aumenta dal 18% al 22%: ma questa non è mai sola poichè la violenza psicologica, le minacce e la violenza economica sono altri comportamenti ad essa connessi.
La dipendenza economica risulta un fattore determinante sia nell’espressione della violenza di genere attraverso forti restrizioni economiche e una totale gestione del denaro da parte del partner, sia nel rendere ancora più faticoso, se non impossibile a volte, l’allontanarsi, per la donna, dal contesto violento.
I dati annuali dell’Osservatorio del Telefono Rosa, presentati oggi a Roma, confermano che il tragico volto della violenza sulle donne non cambia.
L’autore è il marito (48%), il convivente (12%) o l’ex (23%), un uomo tra il 35 e i 54 anni (61%), impiegato ((21%), istruito (il 46% ha la licenza media superiore e il 19% la laurea).
Non fa uso particolare di alcol o di droghe (63%).
Insomma, un uomo «normale».
Così come normale è la vittima: una donna di età compresa fra 35 e 54 anni, con la licenza media superiore (53%) o la laurea (22%); impiegata (20%) o disoccupata (19%) o casalinga (16%), con figli (82%).
La maggior parte delle violenze continuano ad avvenire in casa, all’interno di una relazione sentimentale (84%), in una famiglia «normale».
Inoltre la preoccupazione di non poter sostenere economicamente i propri figli diventa la catena che costringe la donna a rimanere nella violenza e, soltanto quando sono i figli stessi ad interporsi tra la madre e il violento nel tentativo di difenderla o quando vengono direttamente coinvolti nelle azioni violente, la donna trova la motivazione e il coraggio di rischiare e fuggire.
La situazione si aggrava nel caso di convivenza (arrivata oggi al 37%) anche per la mancanza di leggi che la tutelino.
Sale dal 13% al 18% la percentuale di donne che ammettono la debolezza come motivazione che le ha spinte per anni (1-5 anni: 35%, dai 5 ai 20 anni: 34% e oltre i 20 anni: 12%) a sopportare la situazione di violenza: finalmente la donna inizia a riconoscere i danni su se stessa della violenza vissuta.
Durante le consulenze le donne affermano di essersi accorte che la perdita di autostima e l’insicurezza che provano sono diretta conseguenza di anni di vessazioni e umiliazioni subite.
Diminuisce anche dal 14% all’11% la convinzione di tollerare la violenza per amore.
L’atto violento, dicono i dati raccolti dall’associazione ed elaborati da Swg, non è mai isolato ma è costante e continuo (81%) e non finisce con la chiusura del rapporto ma si protrae anche dopo, spesso con un atteggiamento persecutorio (stalking).
Nel 55% dei casi i maltrattamenti si manifestano solo in casa, restando sconosciuti al mondo esterno (amici, parenti e colleghi).
La violenza fisica aumenta dal 18% al 22%, ma si accompagna sempre a violenza psicologica, minacce, violenza economica.
Sale, dal 13% al 18%, la percentuale di donne che ammettono che la debolezza le ha spinte per anni a sopportare la situazione (il 35% da uno a 5 anni, il 34% da 5 a 20 anni e il 12% per oltre 20 anni), mentre diminuisce dal 14% all’11% la convinzione di tollerare la violenza per amore.
Il dato forse più impressionante che emerge dal campione di 1.562 donne che si sono rivolte a Telefono Rosa nel corso del 2012, però, è quello dell’82% che dichiara di avere figli che assistono alle violenze, in crescita del 7% rispetto all’anno precedente.
Si chiama «violenza assistita» ed è un fenomeno, avverte l’associazione, ampiamente sottovalutato: senza un adeguato aiuto, i minori possono avviarsi alla vita adulta con un bagaglio di problematiche comportamentali e psicologiche fino allo sviluppo di disturbi dissociativi e di personalità .
Inoltre, crescere in un clima violento significa assimilare una modalità di relazione violenta che si tendera’ a ripetere all’interno delle proprie relazioni affettive da adulti: sale dal 34% al 40% la percentuale di donne che ammettono come nella famiglia d’origine del partner ci fossero comportamenti violenti.
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Marzo 6th, 2013 Riccardo Fucile
BANDI A RILENTO E INCERTEZZA SUI FONDI: L’ALLARME DEI RICERCATORI RIENTRATI IN PATRIA
L’iniziativa fu intitolata a Rita Levi Montalcini per festeggiare i suoi cento anni, nel 2009. 
Quattro anni e 6 milioni di euro più tardi, il bilancio del Programma per giovani ricercatori, anche detto “Rientro dei cervelli”, ha al suo attivo appena 29 scienziati tornati in Italia.
Solo il bando del primo anno ha concluso il suo iter. Gli altri sono ancora in fase di digestione.
Lasciati nella pancia buia del ministero dell’Università .
Per i vincitori della prima edizione, intanto, si avvicina la scadenza del contratto.
E loro non sanno ancora se il loro futuro sarà di nuovo all’estero.
Il bando del 2010 invece è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 28 febbraio 2012.
La commissione di valutazione è stata nominata il 10 settembre dell’anno scorso, il 17 dicembre si è insediata e il 21 febbraio di quest’anno ha fatto sapere che “concluderà i suoi lavori entro sei mesi dall’insediamento, salvo eventuali ritardi”. Il bando del 2011 non è mai uscito.
Quello del 2012 è scaduto domenica scorsa, con il concorso di due anni prima ancora aperto e i candidati informalmente invitati a ripetere la domanda, a ogni buon conto.
I giovani scienziati disposti a tornare nel loro complicato paese hanno iniziato a fiutare l’aria.
Dalle 363 domande per 31 posti presentate nel 2009 si è passati a 81 domande per 24 posti nel 2010.
Nel frattempo i finanziamenti stanziati dal Ministero per l’università e la ricerca sono scesi da sei a cinque milioni.
E gli anni di contratto da ricercatore universitario offerti ai giovani si sono dimezzati: da sei a tre.
L’entrata in vigore della riforma Gelmini dell’università nel 2010 vieta infatti che i contratti triennali della categoria prevista dal Programma Montalcini siano rinnovabili.
I vincitori del bando del 2009 (scelti e nominati il 10 novembre 2010) stanno tranquillamente insegnando e facendo ricerca in varie università italiane con uno stipendio di 40mila euro lordi l’anno.
Sono filosofi, chimici, biologi, medici, giuristi, geologi, archeologi, linguisti, storici, fisici, antropologi, matematici.
Provengono da New York, Londra, Baltimora, Oxford, Berlino, Chicago, Zurigo, Cambridge, Montreal.
Il bando prevede che “il loro contratto abbia durata triennale e possa essere rinnovato per una durata complessiva di sei anni”.
Ma “possa” non vuol dire “debba”.
E lo scorso ottobre 23 dei cervelli rientrati hanno pubblicato sul loro sito una lettera di protesta, indirizzata al Ministero che li lasciava nell’incertezza.
“Qual è il senso – chiedevano – del programma per il rientro dei cervelli? Un contratto proiettato in un cul de sac accademico? Una fellowship di tre anni per giovani ricercatori qualificati che però non saranno più così giovani allo scadere del contratto triennale da potersi rimettere in gioco sul mercato internazionale?”.
Per disinnescare l’ipotesi cul de sac il Ministero ha incontrato due volte i rappresentanti dei “cervelli rientrati”.
“La maggior parte dei loro contratti – spiega Daniele Livon, che al Ministero è direttore generale del settore università – scade nel 2014. Quindi possiamo inserire i soldi per il loro rinnovo nel Fondo per il finanziamento ordinario alle università del 2013. Ne abbiamo parlato con il ministro Francesco Profumo, che si è detto d’accordo”.
Senza risposte da piazzale Kennedy sono invece rimasti i candidati del bando 2010.
A un ragazzo che chiedeva informazioni un anno dopo aver presentato domanda, il Ministero ha risposto che presto risponderà : “Si informa – è il testo della mail ricevuta dal ricercatore – che il Comitato nel più breve tempo possibile procederà ad informare i candidati con un avviso nel quale sarà presente lo stato dei lavori dello stesso”.
Elena Dusi
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Marzo 6th, 2013 Riccardo Fucile
IL NUOVO DUELLO DI BERLUSCONI CON I MAGISTRATI
Furioso, è dir poco.
Per una giornata Silvio Berlusconi inveisce contro quella che ormai chiama «la dittatura dei magistrati ».
Chiuso ad Arcore, a pranzo con i figli, lungo faccia a faccia con il suo avvocato Niccolò Ghedini, telefonate di rito con Paolo Bonaiuti e Angelino Alfano, per tutti lo stesso sfogo.
«Gli italiani hanno mandato a casa Di Pietro e Ingroia, vedrete che manderanno a casa anche questi qui».
Un’unica, granitica certezza, mentre incastra meticolosamente gli avvenimenti giudiziari di questi giorni e di quelli che verranno: «Vogliono sovvertire il risultato democratico delle elezioni».
Un’analisi politica articolata così: «La gente mi ha votato proprio perchè ha paura di questi magistrati, del fisco, di uno Stato orwelliano che prima li controlla e poi li perseguita giudiziariamente».
Berlusconi è convinto che «gli italiani abbiano paura».
Per questo rilancia, in chiave anti-giudici, la manifestazione del 23 marzo.
Nella sua testa servirà per dimostrare alla gente, dopo le tre probabili condanne che sta per incassare, «quanto sia pericolosa l’oligarchia delle toghe».
Berlusconi e Ghedini non hanno dubbi. Se lo dicono l’un l’altro, e Berlusconi lo ripete a tutte le persone che lo chiamano. «La volontà dei magistrati è chiara, e non è neppure di questi giorni. Vogliono cancellare me e il mio progetto politico per via giudiziaria».
Il calendario dei processi è stringente, «costruito apposta, perchè qui niente è casuale».
Ad Arcore la previsione delle condanne è pesante.
Si contano tra gli 11 e i 12 anni.
Si articola così: un anno per Unipol, già il prossimo 7 marzo.
Il commento ironicamente amaro: «Sarò l’unico in Italia a essere condannato per la presunta accusa di aver fatto pubblicare un’intercettazione».
Poi Ruby il 18 marzo, dove Berlusconi e gli avvocati prevedono una pena tra i 6 e i 7 anni. Infine Mediaset, proprio il 23 marzo, dove il Cavaliere è convinto che sarà confermata la sentenza di primo grado a 4 anni.
Chiosa Berlusconi: «Questa contro di me è un’offensiva a 360 gradi. Ne uscirò solo quando i processi arriveranno in Cassazione perchè lì, lontano da Milano e da questi magistrati, finalmente sarà riconosciuta la verità e sarò assolto in pieno».
Ghedini gliel’ha ripetuto fino all’ossessione, «nessuna condanna potrà reggere di fronte ai supremi giudici».
Ma nel frattempo, adesso, in queste ore, resta la certezza del «complotto politico», della «sovversione della democrazia».
Lo sfogo è totale: «Viviamo in un’oligarchia di magistrati che decidono le sorti del Paese. Sono tutti amici, controllano un’arma potente come la polizia giudiziaria. Sono un potere senza alcun controllo, che si auto-giudica e si auto-assolve. Ora tentano di azzerarmi politicamente e di cancellare il voto democratico.Il caso dell’inchiesta di Napoli e delle rivelazioni di De Gregorio lo confermano in pieno».
Una «bomba ad orologeria» la considera Berlusconi.
Piazzata ad hoc due giorni dopo le elezioni.
Una tempistica perfetta, studiata per rendere impraticabile qualsiasi trattativa tra il Pdl e il Pd, un modo per costringere proprio il Pd a non fare alcun accordo con lui.
Ancora ieri, ad Arcore, il Cavaliere ripeteva lo slogan preferito ormai dal ’94, la stretta interdipendenza tra gli accadimenti giudiziari e gli avvenimenti politici. I primi servono per influenzare i secondi.
Per far cadere governi. Per rendere impraticabili alleanze.
Ecco allora che due fatti diventano rilevanti.
L’appello di Mediaset fissato in soli tre mesi. La testimonianza di Ruby evitata al processo. Il Cavaliere è convinto che episodi come questi dimostrerebbero che i processi sono strutturati temporalmente per alterare il calendario della politica.
«Ma avete mai visto un processo d’appello fissato solo tre mesi dopo il primo grado? Non è mai accaduto, ma è stato fatto per me con Mediaset».
Calendario alla mano, ecco il presunto misfatto dei giudici di Milano.
La bomba ad orologeria.
Mediaset si chiude in primo grado il 26 ottobre con 4 anni di condanna.
La prescrizione farà morire il processo nel luglio 2014.
E che fanno i magistrati? «Fissano l’appello il 18 gennaio».
Ecco, questa per Silvio è «giustizia ad orologeria».
Giustizia in cui si fanno, lui dice, scelte singolari, come quella di non ascoltare Ruby, la teste principale del processo.
Ieri ce l’aveva anche con i giornalisti il Cavaliere: «È tutto sotto i loro occhi, ma perchè non dicono la verità ?».
Liana Milella
(da “La Repubblica”)
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Marzo 6th, 2013 Riccardo Fucile
LETTERA DI UN CITTADINO MILANESE
Gentile Roberto Maroni, 
credo che la sua elezione a Governatore della regione più ricca d’Italia desti almeno un problema sostanziale, dal momento che ha impostato la sua campagna elettorale anche sul tema della legalità e della lotta alla mafia lombarda (e non poteva non farlo, poichè il motivo per cui si è andati al voto è stato proprio lo scioglimento della giunta per presunte infiltrazioni della ‘ndrangheta).
Il problema, per dirlo semplicemente, è quello della fiducia.
Fiducia che tutti i cittadini hanno il diritto di nutrire per un neo eletto.
Di cui anzi, direi, hanno il diritto di nutrirsi.
E a proposito di fiducia, proprio nel giorno della sua elezione sono arrivate le condanne per parte del potente clan dei Flachi, che chi abita nella periferia milanese conosce bene per la sua violenza.
Una coincidenza, questa, per lo meno benaugurante. (E questa volta non potrà dire che è merito suo, dovrà ammettere che capita che la polizia giudiziaria lavori in autonomia.)
Ma ciò che viene spontaneo chiederle è se lei si ponga o meno il problema della sua credibilità , sulla questione della lotta alla ‘ndrangheta lombarda.
Se non se lo ponesse sarebbe gravissimo.
Se al contrario se lo pone, sarebbe forse auspicabile un suo chiarimento pubblico su questo.
Proprio per la questione della fiducia, cibo insostituibile.
Perchè mi pare che ci siano alcuni precedenti preoccupanti.
Provo a elencarle solo i più importanti.
Primo.
Dal 13 luglio del 2010, giorno degli arresti per la maxioperazione Crimine-Infinito (che smascherava la massiccia esistenza della ‘ndrangheta da almeno sessant’anni in Lombardia) il suo partito ha reagito mostrando manifestini in cui fin dagli anni novanta ne denunciava la presenza, pensando così di fare bene e invece dimostrando che — manifesti a parte — pur essendo stata al governo in Lombardia per gli ultimi 20 anni, la Lega non aveva fatto niente.
Al contrario, la ‘ndrangheta ha preso sempre più potere.
Secondo.
Come crede di recuperare credibilità dopo uno dei più grandi scandali che hanno travolto il suo partito, i presunti rapporti dell’ex segretario amministrativo del suo partito con uno dei clan più potente della ‘ndrangheta di tutti i tempi, i De Stefano?
Terzo.
Un altro caso eclatante è stato quello di Angelo Ciocca, consigliere regionale leghista eletto a Pavia, ritratto in varie fotografie in compagnia di uno degli uomini più potenti delle cosche, Pino Neri, e di nuovo adesso rieletto con moltissimi voti.
Quarto.
E più grave di tutti, per lo meno per gli esiti che ebbe: la questione del voto di scambio con la ‘ndrangheta dell’assessore regionale Zambetti che anche il suo partito appoggiava.
Per noi cittadini lombardi, può immaginare, avere fiducia nel fatto che il nostro governatore farà di tutto perchè la ‘ndrangheta non continui indisturbata e in buona compagnia a mangiare terreni, bar, ristoranti, negozi e imprese, o non continui a incendiare patrimonio pubblico, è diventata una questione, come dire, fondamentale.
Giuseppe Catozzella
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