Marzo 21st, 2013 Riccardo Fucile
I DEMOCRATICI INSISTONO CON IL LORO CANDDIATO PREMIER… IL PROCURATORE E’ IL PIANO B
Atteniamoci ai fatti, come invitano a fare fonti del Quirinale, che ieri mattina, davanti al buffet
delle consultazioni, hanno liquidato con battute e risatine sprezzanti un quotidiano autorevole che “ha pubblicato cinque versioni diverse nello stesso giorno”. E i fatti, allora, dicono che nel primo giorno al Colle della Terza Repubblica delle tre minoranze, i due alleati del Pd alle elezioni, Sel di Nichi Vendola e il Psi di Riccardo Nencini, hanno fatto il nome di Pier Luigi Bersani al capo dello Stato come “candidato naturale” a Palazzo Chigi.
Potrà , dunque, il segretario del Pd salire oggi da Napolitano, chiudere il giro delle consultazioni e fare un passo indietro a favore di un altro “mister X” in grado di attrarre i tanto desiderati grillini?
La risposta è “no, no, no”, come assicurano fino alla noia e alla nausea dal Nazareno, ossia dalla sede nazionale del Pd a Roma.
Dice un ex ministro di centrosinistra: “Il primo tentativo è di Bersani, non ci sono alternative. Poi bisogna capire come lo consuma e questa è un’altra storia”
Il primo paletto certo è questo: oggi il segretario del Pd rivendicherà per sè l’incarico, esplorativo o meno che sia.
La formula che userà con “Re Giorgio” è la seguente: “Mettere se stesso e il partito a disposizione del Paese”, forte del programma di otto punti che ieri è stato inviato a tutti i parlamentari della diciassettesima legislatura. Il fatidico primo giro, per citare la metafora più gettonata in queste ore, lo farà Bersani.
E solo al secondo potrà spuntare il “mister X” che alimenta fantasie, scenari e retroscena.
I nomi che circolano sono tanti ma, sempre dal partito che è arrivato primo ma non ha vinto le elezioni, riferiscono che in campo c’è solo il presidente del Senato, quel Piero Grasso che ieri ha aperto il rito delle consultazioni ed è rimasto più del dovuto con Napolitano.
Il tentativo Grasso avrebbe un orizzonte ben delimitato: governo per cambiare la legge elettorale e poi alle urne “tra giugno e ottobre”, perchè la definizione della data sarà materia del futuro presidente della Repubblica.
Oggi, il punto di contatto tra Quirinale e Pd su questa seconda ipotesi trova un forte riscontro “nell’insofferenza che Napolitano ormai prova per Monti”, cui il capo dello Stato vuole togliere l’ordinaria gestione che ancora sbriga da premier dimissionario.
Fon qui il resoconto autentico della convulsa giornata di ieri nel Pd bersaniano.
Resta da capire quale sarà l’atteggiamento di Napolitano, che da un anno e mezzo, cioè dall’imposizione del governo Monti, viene considerato con molto sospetto dal cerchio magico del segretario democrat.
Il vero dominus di questa snervante partita a scacchi è Napolitano e per qualcuno questo sarà l’ultimo e decisivo duello tra “Giorgio” e “Pier Luigi”.
Lo scontro potrebbe essere molto duro.
La prima mossa di sbarramento del capo dello Stato sarà quella di fare piazza pulita delle voci su “esplorazioni” e “pre-incarichi” e attenersi alla Costituzione, che “prevede solo un mandato pieno”.
E dare un mandato pieno a Bersani è impresa quasi impossibile, visti i numeri.
Di qui il “sentiero stretto” del mancato smacchiatore del Giaguaro di Arcore.
Le subordinate dei vari piani B e C (Grasso, ma anche Onida, Saccomanni, Cancellieri) dipendono dall’esito dello scontro tra il capo dello Stato e il segretario del Pd, alla luce di quanto il giovane turco Matteo Orfini ha detto la settimana scorsa: “Non ci faremo dettare la linea da Napolitano”.
E la questione della linea, al di là del tormentone su Bersani, potrebbe scavare un abisso tra i due ex compagni del Pci.
Il motivo per cui ieri il candidato premier del centrosinistra ha blindato il suo programma di otto punti spedendolo a tutti i deputati e senatori è chiaro: Bersani non dirà mai sì a un governo di larghe intese che includa anche il Pdl del Cavaliere.
E su questo il Pd dovrebbe mostrarsi compatto sino in fondo.
Anche perchè B. chiede “un patto lungo” e garanzie sull’elezione del successore di Napolitano. Condizioni improponibili, “pena il suicidio elettorale del Pd”.
Al contrario, la linea di Napolitano, prima di dare l’incarico domani mattina, è “quella di aggregare il maggior numero di forze possibili”.
In questa direzione il Colle già poteva contare sulla sponda di Berlusconi, cui ha concesso un “legittimo impedimento” almeno fino a metà aprile.
Ieri si è aggiunta la disponibilità di Scelta civica, il polo montiano.
In pratica, il Professore non si acconcerebbe mai a fare la stampella di Bersani in funzione dei grillini.
La soluzione più responsabile, per i centristi, è la riedizione della strana maggioranza in versione grande coalizione.
Insomma, la partita a scacchi potrebbe delineare un asse Napolitano-Berlusconi-Monti per fronteggiare il disperato tentativo di Bersani. Grasso permettendo.
Fabrizio d’Esposito
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 21st, 2013 Riccardo Fucile
NELLE CONDIZIONI IL SALVACONDOTTO E L’AMNISTIA
Disposto a tutto, pur di restare in partita, di continuare a dare le carte.
Fosse pure per i prossimi mesi, ancora meglio se per uno o due anni.
A patto che nel pacchetto, nel “do ut des” sia incluso il suo salvacondotto: in Parlamento, congelando qualsiasi blitz sulla ineleggibilità , e nelle aule di giustizia (nel quartier generale si inizia parla anche di amnistia).
Silvio Berlusconi varcherà questa mattina la soglia del Quirinale, con Alfano e i capigruppo Schifani e Brunetta e i capigruppo della Lega.
Porteranno una carta destinata – nella loro ottica – a sparigliare gli avversari.
E a offrire una sponda «solida» al presidente Napolitano.
La formula è quella neoconiata del «governo di concordia nazionale».
Ma siccome le formule ormai vanno riempite con nomi e cognomi, la soluzione che il Cavaliere indicherà al Colle ne comprenderà uno di levatura «istituzionale »: Pietro Grasso.
«Bersani si è intestardito, vedrete che in prima battuta il presidente darà a lui l’incarico esplorativo» ha spiegato ieri il capo agli stessi capigruppo e al segretario Alfano, nel pranzo- summit avuto con loro a Palazzo Grazioli.
Il Pdl però confida e già scommette in un fallimento della «esplorazione».
A quel punto, prenderebbe piede l’opzione che porta appunto all’attuale seconda carica dello Stato, fresca di elezione, benchè proveniente dalla vituperata magistratura e dalla chiara impronta «democratica ».
Nelle ultime 48 ore sembra sia stato Giuliano Ferrara, consigliere di vecchia data, a esercitare tutta la sua influenza sulla strategia del Cavaliere.
La contropartita, per un sostegno a un governo di «alto livello», dovrà essere l’inevitabile coinvolgimento nelle trattative per il Quirinale.
Col nuovo presidente che – nelle aspettative di Palazzo Grazioli – dovrà garantire che Berlusconi non venga tagliato fuori dai giochi, se non messo in galera.
Sembra che i legali del leader siano già al lavoro, tra le altre cose, sulla percorribilità di un’amnistia, che altrettanti però ritengono di difficile adozione, non fosse altro perchè richiederebbe un voto del Parlamento (a maggioranza Pd-M5s).
Insomma, la parola chiave, prima ancora che concordia, per il leader-imputato Berlusconi, resta sempre la stessa: salvacondotto. Non solo.
Al presidente Napolitano – che già è intervenuto due settimane fa dopo il blitz al tribunale di Milano – il leader Pdl chiederà anche «garanzie» sul minacciato intervento in giunta per le elezioni, affinchè democratici e grillini «non si sognino» di cancellarlo dalla mappa politica decretandone l’ineleggibilità .
Nell’ottica “governissimo” il titolo della manifestazione di Piazza del Popolo di sabato pomeriggio potrebbe cambiare.
«Con Silvio», ma non più «Contro l’oppressione burocratica, fiscale e giudiziaria», bensì «Per una nuova Italia». Sarebbe la svolta «ecumenica».
Ma molto dipenderà dall’esito delle consultazioni.
Tutto però resta confermato: previsti quasi 200 mila militanti da tutta Italia, 2500 pullman, 5 treni speciali, Berlusconi intenzionato a effettuare un sopralluogo già domani.
Toni e linea ultimi della piazza saranno definiti dall’ufficio di presidenza fissato per la stessa mattina di sabato.
Il Cavaliere è assai galvanizzato anche per l’ultimo report consegnatogli dalla sondaggista Ghisleri e che dà il centrodestra attestato al 30 e avanti ora di un punto rispetto alla sinistra, col M5s poco dietro.
Ecco perchè, se tutto tracolla, allora Berlusconi è già in campagna elettorale: «Stavolta il premio di maggioranza sarebbe nostro» ripete.
Sarà un caso, ma alle casse del Pdl il capo avrebbe fatto pervenire in questi giorni un bonifico da 15 milioni di euro.
La macchina è già in moto.
Il bastone e la carota.
Nell’intervista a Studio Aperto ribadisce la tesi che «per uscire dalla recessione occorrono interventi forti e precisi, e solo un governo stabile, autorevole, un governo di concordia nazionale che scaturisca da una collaborazione concreta sul da farsi tra Pd e Pdl può realizzare interventi nell’interesse del Paese ».
Se la prende ancora con Bersani che corteggia Grillo «in un teatrino tragico e irresponsabile» e avverte che la piazza sarà conseguenza diretta della «occupazione militare di tutte le istituzioni». In scia, tutti i dirigenti, dalla Gelmini alla Bernini, fanno appello a Bersani perchè «si metta l’anima in pace».
Ma lo scenario resta complesso e anche il portavoce Paolo Bonaiuti è pessimista: «Speriamo ancora che il Pd ritrovi la bussola di un governo senza i grillini, di concordia, appunto, ma sarà difficile».
Di battaglia, così, sarà anche il vicepresidente scelto per il Senato: Maurizio Gasparri.
Mentre alla Camera sarà confermato Maurizio Lupi.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Marzo 21st, 2013 Riccardo Fucile
IL SEGRETARIO PD POTREBBE LIMITARSI A FARE DA “REGISTA”
L’obiettivo resta chiarissimo, e non muta: un governo per il cambiamento. 
Di tutto il resto – a chi l’incarico, in che tempi e con quale mandato – Pier Luigi Bersani discuterà oggi al calar del sole con Giorgio Napolitano: senza rigidità o, addirittura, impuntature.
«Pier Luigi, naturalmente, se la sente di gestire questa fase – annota Stefano Di Traglia, fidatissimo portavoce -. Ha inviato a tutti i parlamentari gli otto punti base del possibile programma, e questo vuol dire che vuole ed è pronto a governare. Ma adesso occorre abbassare la tensione su chi e quando avrà un mandato dal Quirinale: perchè questo è compito di Napolitano, di cui ci fidiamo pienamente».
E così, alla vigilia dell’incontro che Bersani, Zanda e Roberto Speranza avranno oggi col Capo dello Stato, il Pd sembra correggere un po’ quella che era parsa, fin qui, la linea da tenere: e cioè, incarico pieno al segretario dei democratici per tentare di formare subito un governo.
L’operazione-«sfondamento» nei confronti dei parlamentari del Movimento Cinque Stelle, infatti, non è riuscita.
Nonostante l’elezione di Grasso e Boldrini – presidenti più che nuovi – Beppe Grillo insiste nel no alla fiducia ad un esecutivo Bersani: e dunque occorre battere altre strade.
Martedì sera, il leader Pd ne ha discusso fino a notte fonda con alcuni fedelissimi (Errani e Migliavacca) oltre che con Enrico Letta e Dario Franceschini.
Approdi definiti ancora non ce ne sono: ma più d’uno dei partecipanti all’incontro avrebbe consigliato a Bersani di far precedere il suo tentativo dalla ricognizione di un “esploratore” (e il nome di Piero Grasso continua ad esser il più accreditato).
Se la correzione di rotta venisse oggi confermata nel colloquio tra la Napolitano e la delegazione Pd, la novità troverebbe un positivo riscontro al Quirinale.
Sul Colle, infatti, l’idea resta quella di avvio: seppur insufficiente ad assicurargli una maggioranza, il risultato elettorale ha indicato in Bersani il leader della coalizione vincente: e se dunque chiedesse per sè l’incarico per tentare di formare un governo, non vi sarebbero obiezioni.
Ma il punto è: troverebbe poi una maggioranza in Parlamento?
E in un quadro così, al segretario del Pd non converebbe – forse – una esplorazione preventiva, o addirittura ritagliare per se stesso il ruolo di king maker in una fase tanto complessa?
Bersani e Napolitano ne discuteranno appunto oggi: e l’incontro servirà , magari, per chiarire altre questioni sul tappeto.
Una su tutte, forse: e cioè l’ipotesi che, di fronte al perdurare di una situazione di stallo, Napolitano possa passare la mano con un po’ di anticipo al suo successore. «Possibilità inesistente – spiegano fonti del Quirinale -. Il presidente ha più volte ripetuto che resterà al suo posto fino all’ultimo giorno. A meno di situazioni imprevedibili e, soprattutto, ingestibili».
Come, per esempio, quella di un presidente incaricato che sciolga la riserva, vada alle Camere ma poi non ottenga la fiducia del Parlamento.
Ipotesi più di scuola che concreta: ma eventualità impossibile da escludere in una situazione ancora così confusa.
Tutti i partiti, per altro, cominciano a fibrillare: Pd compreso, naturalmente, soprattutto in ragione della linea proposta da Bersani (e accolta dalla Direzione) circa l’impossibilità di unire i voti dei democratici a quelli di Berlusconi.
Di fronte al perdurare del no di Grillo a qualunque alleanza, infatti, sullo sfondo comincerebbero a stagliarsi con nettezza le elezioni anticipate.
Ed è questa la seconda partita che potrebbe lacerare il Pd.
Al voto quando? Alleati con chi? E con quale candidato premier?
Bersani immagina di poterci riprovare, se si votasse a giugno: anche per l’impossibilità di fare nuove primarie.
Ma Matteo Renzi non è d’accordo: «In un paio di settimane potremmo organizzarle», ha spiegato ai suoi.
Si profila un nuovo braccio di ferro, insomma: come a dire sale su ferite ancora aperte.
Federico Geremicca
(da “la Stampa“)
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Marzo 21st, 2013 Riccardo Fucile
LA SENATRICE PAOLA PELINO SI ERA FATTA CONSEGNARE GLI ABITI IN ALBERGO, MA NON HA MAI SALDATO IL CONTO… LEI SI DIFENDE: “NON MI HANNO MAI FATTO LO SCONTRINO”
La senatrice del Pdl Paola Pelino ha comprato 11 mila euro di abiti firmati in una boutique, ma non li ha mai pagati.
Ed ora è stata condannata a saldare il dovuto, con tanto di spese legali. “Se li fece consegnare in albergo, assicurando che poi sarebbe passata per il saldo”, raccontano i titolari del negozio by Gabrielli di Pescara che da tre anni rincorrono la Pelino per farsi pagare.
Prima i solleciti telefonici, poi le lettere dell’avvocato. Infine la causa in tribunale.
Ora c’è una sentenza di primo grado che condanna la senatrice eletta in Abruzzo nelle fila del partito di Berlusconi a saldare il conto.
Una sentenza provvisoriamente esecutiva, con tanto d’ingiunzione in Parlamento che le ha creato non pochi imbarazzi nel suo primo giorno a palazzo Madama.
Non solo, la vicenda imbarazza anche il gruppo imprenditoriale di famiglia dell’onorevole, l’azienda di confetti Pelino di Sulmona (nota in tutto il mondo).
Senatrice, come mai non ha saldato quel conto?
Guardi, è tutta una montatura dei giornali di sinistra e dei miei avversari politici in Abruzzo.
Ma c’è una sentenza…
Mi risulta che il mio avvocato abbia presentato ricorso in appello in quanto quel negozio non mi ha mai rilasciato lo scontrino.
Il negozio replica sostenendo che “le vendite alla senatrice sono avvenute in ossequio alla disciplina tributaria” e che lei solo oggi parla di mancata emissione degli scontrini fiscali, mentre nulla aveva mai eccepito a riguardo, nonostante i diversi solleciti che le erano stati avanzati “tutti ampiamente documentabili” sostengono.
Saprò replicare nella sede dovuta.
Quei vestiti però lei li ha presi. Perchè non li ha pagati?
Ma questo cos’è, un interrogatorio? Che domande sono…
L’Espresso racconta che nella vicenda è rimasto coinvolto anche il senatore Gaetano Quagliariello.
Lasciate fuori da questa storia Quagliariello, non c’entra proprio nulla. E’ stato tirato in ballo solo perchè il giorno dell’inaugurazione del suo comitato elettorale a Pescara, la titolare del negozio mi è venuta incontro inveendo. Non l’aveva nemmeno riconosciuta.
Eppure i legali della boutique hanno dichiarato in un comunicato che il senatore Quagliariello si è recato nel negozio nel periodo pre-elettorale auspicando una composizione bonaria della vicenda.
Io sono una persona trasparente… Adesso però basta, dovete parlare con il mio avvocato.
Giuseppe Caporale
(da “La Repubblica“)
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Marzo 21st, 2013 Riccardo Fucile
SORPRESO DAI CRONISTI, IL CINQUESTELLE ZACCAGNINI CHEDE SCUSA: “NON LO SAPEVO, RESTITUIRO’ I SOLDI”… O VIVE SULLA LUNA O CI PRENDE PER I FONDELLI, FATE VOI
“Ammetto il mio errore e sono pronto a restituire la parte eccedente del conto, che non ho
pagato”.
Adriano Zaccagnini, deputato del Movimento 5 Stelle, chiede scusa ai cittadini e ai militanti, indignati dopo la foto pubblicata da “Chi” che lo ritrae a pranzo nel ristorante della Camera.
Ricordiamo che i Cinquestelle avevano fin dall’inizio affermato che avrebbero pranzato presso la mensa dei dipendenti per dare un segnale di morigeratezza.
Zaccagnini, beccato sul fatto, ora spiega ai cronisti che non sapeva “che in quel ristorante di lusso la quota a carico del deputato è di 15 euro e il resto del conto, probabilmente 80-90 euro, è a carico dei contribuenti”.
Pazienza che non lo sappia l’uomo comune, poco incline a ricordare i privilegi della casta, ma che il deputato di un partito che ha fatto della lotta agli sprechi una bandiera (troppo spesso ammainata peraltro) faccia finta di cascare dal pero è davvero il massimo dell’ipocrisia.
“In totale sono stato a mangiare lì tre volte. Pensavo che in quel ristorante si risparmiasse in confronto a un locale del centro di Roma”.
Certo che si risparmia, la quota maggiore la paga il contribuente, lo sanno tutti salvo Zaccagnini.
Il quale evidentemente non si è mai posto la domanda su dove andassero a pranzo i colleghi e il motivo per cui non hanno diviso il tavolo con lui.
L’ennesimo episodio che sta dimostrando che la selezione della classe dirigente grillina fa acqua da tutte le parti, non solo i curriculum via internet, ma anche le scelte dirette.
Ora si scopre che pure i due badanti chamati a sorvegliare i deputati sono poco consoni al “non statuto”: uno è indagato per ricettazione e pontifica che l’Aids non è contagioso, l’altro era stato già candidato dell’Idv.
E’ il nuovo che avanza.
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Marzo 21st, 2013 Riccardo Fucile
“IL PIL CRESCEREBBE DELL’1% PER I PRIMI TRE ANNI, FINO AD ARRIVARE ALL’1,5% NEL 2018″… GLI INDUSTRIALI CHIEDONO AL GOVERNO UN PROVVEDIMENTO PER IL PAGAMENTO IMMEDIATO
La liquidazione dei crediti delle imprese da parte della Pubblica amministrazione potrebbe portare a una creazione, in 5 anni, di 250mila nuovi occupati e a una crescita del Pil dell’1% per i primi 3 anni, fino ad arrivare al +1,5% nel 2018.
Lo ha detto il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, citando i dati del centro studi di Viale dell’Astronomia e chiedendo al Governo un provvedimento per il pagamento immediato.
Confindustria “auspica che il governo in carica provveda tempestivamente ad adottare, già dal prossimo consiglio dei ministri, tutti i provvedimenti necessari per la liquidazione di quanto spetta alle imprese, come indicato dalla Commissione europea e chiaramente emerso dalle dichiarazioni del presidente del Consiglio”.
Lo stesso premier Mario Monti, infatti, ricorda ancora Squinzi, “aveva manifestato la disponibilità a lavorare con la Commissione per identificare le soluzioni e avviare la liquidazione del debito nel più breve tempo possibile”.
La restituzione “immediata” dei crediti che le aziende vantano nei confronti della Pa “determinerebbe una serie di ricadute positive, e non scontate, sull’economia reale”, insiste ancora Squinzi che calcola come la restituzione debba ammontare ad almeno 48 miliardi, i due terzi di quanto complessivamente dovuto a fine 2011.
Ieri l’Agenzia delle Entrate aveva annunciato la restituzione di un miliardo di crediti Iva, lunedì, invece era arrivata l’apertura Antonio Tajani e Olli Rehn, vicepresidenti della Commissione Ue che avevano dato il via libera all’Italia per il pagamento dei debiti pregressi della Pubblica amministrazione attraverso l’emissione di nuovi titoli di Stato.
La Ue ha riconosciuto che se lo Stato italiano utilizzerà questa modalità per pagare i debiti con le aziende non scatterà la procedura di infrazione per avere sforato il limite del deficit.
Tra l’altro, i debiti della Pubblica amministrazione verso le aziende sono debiti già iscritti in bilancio e già contabilizzati nel debito pubblico.
Il problema del pagamento di questi debiti alle aziende è che, se fosse effettuato tutto in un’unica soluzione, andrebbe ad impattare sul deficit e sui relativi parametri imposti dalla Ue (deficit al di sotto del 3% del Pil).
Pagando invece le imprese con titoli di Stato (che poi potrebbero rivendere sul mercato), lo Stato non avrebbe un esborso immediato di cassa e quindi la misura non impatterebbe sul deficit mantenendo invariato il Debito pubblico.
(da “La Repubblica”)
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Marzo 21st, 2013 Riccardo Fucile
VORTICOSO GIRO DI POLTRONE PER ASSICURARE UN POSTO A DUE TROMBATI DALLA POLITICA
Il Cota II nasce con l’obiettivo di dare “nuovo slancio alla giunta per portare a termine la
legislatura, vogliamo dar volto ad un governo dei migliori e abbiamo selezionato la miglior classe politica, spiega il presidente prima di firmare la nomina degli assessori e le loro deleghe.
Quattro nuovi assessori: Pichetto (Pdl), Ghiglia (Fratelli d’Italia), Vignale (Progett’Azione) e Molinari (Lega Nord).
Escono dalla giunta Casoni, Maccanti e Monferino che resta consulente a titolo gratuito del governatore.
I rapporti con il Consiglio sono affidati a Giovanna Quaglia che si occuperà di Urbanistica al posto di Cavallera dirottato alla Sanità .
A Pichetto il Bilancio, Programmazione economico finanziaria e Patrimonio, mentre Agostino Ghiglia assume le deleghe alla ricerca, partecipate, commercio e artigianato. I rapporti con l’Università saranno affidati a Molinari che si occuperà anche di rapporti istituzionali e polizia locale.
Vignale si occuperà invece del personale e modernizzazione della pubblica amministrazione, parchi, attività estrattive ed economia montana.
Restano immutate le altre deleghe: Bonino (Infrastrutture), Porchietto (Lavoro), Sacchetto (Agricoltura), Ravello (Ambiente), Coppola (Cultura) e Cirio (Turismo). Tra le deleghe spunta anche quella ai tartufi, la tartificoltura, affidata proprio quest’ultimo.
Cota ha spiegato che serve per dar forza alla candidatura di Langhe e Roero come patrimonio Unesco.
Ma l’opposizione ha le idee chiare: «Cota è come Pinocchio: promette di ridurre il numero degli assessori e non lo fa. Anzi spende in più per la scelta di tre esterni. Hanno scelto come assessori due trombati alle politiche”
Maurizio Tropeano
(da “la Stampa”)
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Marzo 21st, 2013 Riccardo Fucile
I DUE VETTORI RISCHIANO IL FALLIMENTO, MENTRE LO LOW COAST PROSPERANO
Mentre secondo l’associazione internazionale del trasporto aereo (Iata) le prospettive di crescita dei ricavi del settore aereo per il 2013 migliorano leggermente (+1,6% a 10,6 miliardi di dollari l’utile atteso dal settore a fine anno contro gli 8,4 miliardi stimati in precedenza) per le compagnie aeree italiane i tempi restano difficili.
Da Alitaliaa Meridiana Fly, passando per la chiusura nella scorsa estate di WindJet, le perdite nel settore aereo italiano sono molto ingenti. Il 2012 è stato l’anno orribile per queste compagnie, sotto la pressione concorrenziale dei vettori low cost. In particolare Ryanair ed Easyjet, che continuano incessantemente il loro sviluppo facendo buoni profitti.
La compagnia low cost irlandese, Ryanair, ha annunciato nei giorni scorsi di essere diventata leader del mercato italiano con 22,9 milioni di passeggeri, davanti proprio al vettore di bandiera Alitalia che avrebbe trasportato “solo” 22,3 milioni di passeggeri. Questa leadership è veritiera, ma bisogna tenere conto che Alitalia, con l’aggiunta dei passeggeri trasportati da Airone, rimane comunque leader del solo mercato italiano con 24,3 milioni di passeggeri.
Quindi Ryanair ha sorpassato Alitalia, ma non il gruppo Alitalia.
La leadership è tuttavia poco importante, perchè mentre Ryanair ha annunciato ancora una volta utili, Alitalia si trova nella situazione finanziaria più complicata dalla rinascita della “Fenice” degli imprenditori italiani, i cosiddetti capitani coraggiosi di Silvio Berlusconi capitanati da Roberto Colaninno e finanziati da Banca Intesa allora nelle mani di Corrado Passera.
Le perdite accumulate dal 2009 alla fine del 2012 ammontano infatti a 844 milioni di euro, con un netto peggioramento nell’ultimo bilancio.
Il rosso dell’ultimo esercizio è stato di 280 milioni di euro, contro i 69 milioni dell’anno precedente.
Anche il numero complessivo di passeggeri è diminuito, passando da 25 milioni di persone del 2011 ad appunto 24,3 milioni, in discesa quindi del 2,9 per cento.
Anche il mercato aereo complessivo italiano è in leggera decrescita, ma la riduzione Alitalia è stata maggiore di quella del mercato, facendo così scendere la quota di mercato sotto il 21 per cento, ai minimi di sempre.
Prima del fallimento, la vecchia Alitalia aveva quote di mercato di circa il 30 per cento, senza oltretutto conteggiare Airone che è stata assorbita dalla nuova compagnia.
Il nuovo vettore è dunque molto piccolo, tenendo in considerazione che i principali competitor hanno ormai tutti oltre 50 milioni di passeggeri.
In particolare Lufthansa supera i 100 milioni di passeggeri l’anno, mentre AirFrance — KLM e Ryanair si avvicinano agli 80 milioni.
La principale debolezza di Alitalia rimane la sottocapitalizzazione e il prestito di quasi 150 milioni di euro dei soci non cambia la situazione.
La compagnia era scesa a fine dello scorso anno sotto gli 80 milioni di disponibilità finanziaria netta, con delle chiare problematiche per arrivare alla fine dell’inverno.
È la ragione per cui si è reso necessario un intervento urgente.
L’ipotesi che avrebbe dato maggiore stabilità sarebbe stata quella di mettere i soldi direttamente nella compagnia, tramite una ricapitalizzazione, in modo che la continuità operativa fosse stata certa anche dopo l’estate.
Un prestito infatti deve essere restituito, anche se sono i soci a farlo.
Problemi finanziari li ha avuti anche Meridiana, la seconda compagnia di bandiera italiana.
Il principale azionista, l’Aga Khan, è stato costretto a ricapitalizzare, viste le perdite pari a 190 milioni di euro nel 2012.
Conteggiando le perdite Alitalia con quelle di Meridiana si arriva alla cifra astronomica di 470 milioni di euro.
Da cosa deriva questo “buco” tutto italiano? In primo luogo da fattori esterni. Il mercato italiano è maggiormente in crisi rispetto ad altri a causa della forte caduta del prodotto interno lordo.
La crisi economica è più forte in Italia che in altri Paesi europei e la conseguenza è quella che le compagnie con il business maggiormente concentrato nel nostro Paese, soffrono in maniera più forte.
Inoltre il prezzo del carburante rimane estremamente elevato, sempre sopra i 100 dollari al barile, di fatto rendendo inutili le azioni delle compagnie di riduzione di tutti gli altri costi.
Vi è anche l’effetto dollaro, dato che un euro un po’ più debole provoca un aumento dei costi delle compagnie europee che acquistano il carburante nella valuta americana.
La crisi non è tuttavia solamente italiana, dato che tutti i vettori europei sono in forte difficoltà , da AirFrance-KLM, alle prese con un duro piano di ristrutturazione, fino ad Iberia che sta attraversando il peggior periodo della propria storia con perdite per centinaia di milioni di euro e con un taglio del personale che supera i tremila dipendenti.
La crisi, però, è maggiormente delle compagnie italiane, dato che i vettori low cost tendono a prosperare e a crescere nel mercato italiano.
Quali sono dunque le particolarità dei due vettori?
Alitalia soffre di una mancanza di investimenti da parte dei propri soci.
Dopo l’investimento iniziale, la compagnia ha cominciato a bruciare tutto il capitale con quattro anni di seguito di perdite nette.
La flotta di Alitalia è stata rinnovata nel medio raggio, mentre è rimasta molto esigua nel settore a lungo raggio, che è quello maggiormente profittevole.
Meridiana invece ha sempre avuto un socio forte, l’Aga Khan, che fino adesso non si è mai tirato indietro nel ricapitalizzare l’azienda.
Tuttavia una situazione stand alone per il vettore sardo non è più sostenibile, in un mercato aereo come quello mondiale che vede una competizione sempre più accesa.
Vi può essere allora un problema di management?
Alitalia ha cambiato per la seconda volta in un anno il proprio amministratore delegato.
Andrea Ragnetti, che aveva sostituito Rocco Sabelli alla guida del vettore solo un anno orsono, si è dimesso nelle scorse settimane. Al suo posto ha preso la cloche della compagnia il presidente Roberto Colaninno.
Anche Meridiana ha visto un cambio al vertice abbastanza rapido e questa instabilità certo non giova allo sviluppo di strategie continuative da parte delle compagnie aeree.
Questo problema allora è solo uno dei tanti che colpiscono questi due vettori che rischiano nel corso del 2013 di arrivare vicini al fallimento.
Sono più particolarità che costruiscono un quadro davvero molto incerto.
E l’insieme delle problematiche rende molto oscuro il futuro delle compagnie italiane.
Andrea Giuricin
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 21st, 2013 Riccardo Fucile
SI ALLARGANO LE DISTANZE SOCIALI: A RISCHIO POVERTA’ 39 FAMIGLIE SU 100
La crisi degli ultimi anni ha allargato il divario Nord-Sud. Ad affermarlo è il Censis, che oggi a
Roma ha presentato il rapporto “La crisi sociale del Mezzogiorno”, realizzato nell’ambito dell’iniziativa annuale “Un giorno per Martinoli.
Guardando al futuro”. La ricerca è stata presentata da Giuseppe De Rita e Giuseppe Roma, presidente e direttore generale del Censis.
Secondo lo studio, tra il 2007 e il 2012 nel Mezzogiorno il Pil si è ridotto del 10 per cento in termini reali a fronte di una flessione del 5,7 per cento registrata nel Centro-Nord.
“Nel 2007 il Pil italiano era pari a 1.680 miliardi di euro — afferma il Censis -, 5 anni dopo si era ridotto a 1.567 miliardi. Nella crisi abbiamo perso quindi 113 miliardi di euro, molto più dell’intero Pil dell’Ungheria, un Paese di quasi 9 milioni d’abitanti. Di questi, 72 miliardi di euro si sono persi al Centro-Nord e 41 miliardi (pari al 36 per cento) al Sud”.
Ma per il Censis, la recessione attuale è solo l’ultimo tassello di una serie di criticità che si sono stratificate nel tempo: “Piani di governo poco chiari, una burocrazia lenta nella gestione delle risorse pubbliche, infrastrutture scarsamente competitive, una limitata apertura ai mercati esteri e un forte razionamento del credito hanno indebolito il sistema-Mezzogiorno fino quasi a spezzarlo. Negli ultimi decenni il Pil pro-capite meridionale è rimasto in modo stabile intorno al 57 per cento di quello del Centro-Nord, testimoniando l’inefficacia delle politiche di sostegno allo sviluppo messe in atto, che non hanno saputo garantire maggiore occupazione, nuova imprenditorialità , migliore coesione sociale, modernizzazione dell’offerta dei servizi pubblici”.
Per il Censis, la bassa crescita del nostro Paese è fortemente influenzata dal dualismo territoriale. “Fra i grandi sistemi dell’euro zona l’Italia è il Paese con le più rilevanti diseguaglianze territoriali. Se si confronta il reddito pro-capite delle tre regioni più ricche e più povere dei grandi Paesi dell’area dell’euro emerge che l’Italia ha il maggior numero di regioni con meno di 20 mila euro pro-capite: sono 7 rispetto alle 6 della Spagna, le 4 della Francia e una sola della Germania.
All’estremo opposto, la Germania ha 10 regioni con oltre 30 mila euro pro-capite, la Francia la sola Ile-de-France, mentre l’Italia ne ha 5 e la Spagna nessuna. Il Centro-Nord (31.124 euro di Pil per abitante) è vicino ai valori dei Paesi più ricchi come la Germania, dove il Pil pro-capite è di 31.703 euro.
Mentre i livelli di reddito del Mezzogiorno sono inferiori a quelli della Grecia (17.957 euro il Sud, 18.454 euro la Grecia)”.
Il mercato del lavoro si destruttura e si impoverisce.
Dei 505 mila posti di lavoro persi in Italia dall’inizio della crisi, tra il 2008 e il 2012, il 60 per cento ha riguardato il Mezzogiorno (più di 300 mila).
Il Sud paga la parte più cospicua di un costo già insopportabile per il Paese e si conferma come un territorio di emarginazione di alcune categorie sociali, come i giovani e le donne.
“Un terzo dei giovani tra i 15 e i 29 anni non riesce a trovare un lavoro (in Italia il tasso di disoccupazione giovanile è al 25 per cento) — sottolinea il Censis -.
Se poi oltre a essere giovani si è donne, la disoccupazione sale al 40 per cento.
Il tasso di disoccupazione femminile totale è del 19 per cento al Sud a fronte di un valore medio nazionale dell’11 per cento.
I disoccupati con laurea sono in Italia il 6,7 per cento a fronte del 10 per cento nel Mezzogiorno”.
Un sistema imprenditoriale già fragile e diradato quello del Meridione, se messo a confronto con quello del Centro-Nord.
Un sistema che “è stato sottoposto negli ultimi anni a un processo di progressivo smantellamento, costellato da crisi d’impresa molto gravi come quelle dell’Ilva di Taranto e della Fiat di Termini Imprese”.
Tra il 2007 e il 2011 gli occupati nell’industria meridionale si sono ridotti del 15,5 per cento (con una perdita di oltre 147 mila unità ) a fronte di una flessione del 5,5 per cento nel Centro-Nord.
Oltre 7.600 imprese manifatturiere del Mezzogiorno (su un totale di 137 mila aziende) sono uscite dal mercato tra il 2009 e il 2012, con una flessione del 5,1 per cento e punte superiori al 6 per cento in Puglia e Campania.
Si allargano le distanze sociali.
Secondo lo studio del Censis, “il Mezzogiorno resta un territorio in cui le forme di sperequazione della ricchezza non diminuiscono, ma anzi si allargano.
Calabria, Sicilia, Campania e Puglia registrano indici di diseguaglianza più elevati della media nazionale.
Il 26 per cento delle famiglie residenti nel Mezzogiorno è materialmente povero (cioè con difficoltà oggettive ad affrontare spese essenziali o impossibilitate a sostenere tali spese per mancanza di denaro) a fronte di una media nazionale del 15,7 per cento.
E nel Sud sono a rischio di povertà 39 famiglie su 100 a fronte di una media nazionale del 24,6 per cento”.
Con un aggravio, secondo il Censis: “Il persistere di meccanismi clientelari, di circuiti di potere impermeabili alla società civile e la diffusione di intermediazioni improprie nella gestione dei finanziamenti pubblici contribuiscono ad alimentare ulteriormente le distanze sociali impedendo il dispiegarsi di normali processi di sviluppo”.
Fondi europei: risorse non spese e programmi inefficaci.
I contributi assegnati per i programmi dell’Obiettivo Convergenza destinati alle regioni meridionali ammontano a 43,6 miliardi di euro per il periodo 2007-2013.
A meno di un anno dalla chiusura del periodo di programmazione risulta impegnato appena il 53 per cento delle risorse disponibili e spesi 9,2 miliardi (il 21,2 per cento). “Anche l’efficacia dei programmi attivati con i fondi europei è discutibile. Al contrario di ciò che è accaduto in altri Paesi con un marcato dualismo territoriale, in Italia la convergenza tra Sud e Nord non si è mai realmente affermata. Prova ne è il fatto che nel prossimo ciclo di programmazione l’Ue stima che la popolazione sottoposta all’Obiettivo Convergenza passerà in Italia dall’11 per cento al 14 per cento del totale, mentre altri Paesi vedranno calare drasticamente tale quota: la Germania passerà dal 5,4 per cento allo 0 per cento e la Spagna dal 9,1 per cento allo 0,9 per cento.
(da “Redattore Sociale”)
Scuola e formazione: si spende di più che nel resto del Paese, ma i risultati sono peggiori. Per il Censis, “uno dei principali fattori di debolezza del Sud è ancora oggi l’incapacità del sistema educativo di accompagnare i processi di sviluppo attraverso la formazione di un capitale umano qualificato, contribuendo così a contrastare il disagio sociale ed economico della popolazione”. La spesa pubblica per l’istruzione e la formazione nel Mezzogiorno è molto più alta di quella destinata al resto del Paese: il 6,7 per cento del Pil contro il 3,1 per cento del Centro-Nord, ovvero 1.170 euro pro-capite nel Mezzogiorno rispetto ai 937 del resto d’Italia (ovvero il 24,9 per cento in più). Eppure, il tasso di abbandono scolastico è del 21,2 per cento al Sud e del 16 per cento al Centro-Nord, i livelli di apprendimento e le competenze sono decisamente peggiori, tutte le regioni meridionali si caratterizzano per una incidenza del “fenomeno Neet” superiore alla media nazionale: il 31,9 per cento dei giovani di 15-29 anni non studiano e non lavorano, con una situazione da emergenza sociale in Campania (35,2 per cento) e in Sicilia (35,7 per cento). E il 23,7 per cento degli iscritti meridionali all’università si è spostato verso una localizzazione centro-settentrionale, contro una mobilità di solo il 2 per cento dei loro colleghi del Centro e del Nord.
L’abbandono della sanità pubblica e i bisogni assistenziali crescenti. “Il progressivo deterioramento dei servizi sanitari negli ultimi cinque anni è riferito dal giudizio dei cittadini: lo afferma il 7,5 per cento al Nord-Ovest, l’8,7 per cento al Nord-Est, il 25,6 per cento al Centro e addirittura il 32,1 per cento al Sud. Il 17,1 per cento dei residenti meridionali si è spostato in un’altra regione per farsi curare, non fidandosi della qualità e della professionalità disponibili nella propria. Forte è la tendenza all’aumento della longevità . Si prevede al 2030 un incremento della popolazione anziana di oltre il 35 per cento contro dinamiche di crescita meno marcate nelle altre aree geografiche. In parallelo crescerà molto anche il numero dei non autosufficienti, destinati a superare i 783 mila, con un balzo di oltre il 50 per cento”.
(da “Redattore Sociale“)
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