Luglio 25th, 2013 Riccardo Fucile
“DENARO, SUCCESSO, POTERE, PIACERE NON DEVONO ESSERE IDOLI”
La pioggia incessante e il freddo dell’inverno brasiliano non hanno fermato più di centomila
pellegrini provenienti da ogni canto del mondo, ma solo 45mila di loro hanno avuto accesso alla basilica di Nostra Signora della Concezione di Aparecida, a circa 150 chilometri da Sà£o Paulo, dove Papa Francesco, ha realizzato la sua prima visita sul campo nell’ambito delle celebrazioni della Giornata mondiale della gioventù in corso a Rio de Janeiro.
“I giovani non hanno solo bisogno di cose, ma anche di valori”, ha detto in spagnolo Bergoglio, nella sua omelia diretta a 1100 padri, 50 vescovi e decine di migliaia di fedeli, incluso quelli che non sono riusciti ad entrare nella basilica a causa dei ritardi dovuti ai controlli della sicurezza.
Il Papa nel suo discorso ha criticato il consumismo sfrenato e l’idolatria effimera basata sul “Denaro e il piacere”, i quali sono “idoli passeggeri” nella vita.
Il Pontefice, grande devoto di “Nossa Senhora de Aparecida”, tanto da dichiarare che tornerà nel 2017 in Brasile per partecipare all’anniversario dei 300 anni del quarto santuario più visitato al mondo, ha puntato l’attenzione su tre attitudini fondamentali per costruire un “Mondo più giusto”.
I punti per il pontefice sudamericano sono “Conservare la speranza”, “Lasciarsi sorprendere da Dio” e “Vivere in allegria”.
Non è ovviamente mancata l’attenzione del Papa nei confronti dei giovani. “Loro sono un potente motore per la Chiesa e la società ”, “A loro dobbiamo presentare valori soprattutto non materialistici, come generosità , fratellanza, perseveranza e allegria” ha detto il pontefice.
La moltitudine di fedeli che non è potuta entrare nell’immensa basilica, che ha una capienza di 45 mila persone, hanno potuto assistere alla messa attraverso i megaschermi posti all’esterno del santuario.
L’accesso ai fedeli nella basilica dedicata alla patrona del Brasile è stato ristretto anche per motivi di sicurezza.
L’incolumità del Papa è diventata l’incubo del governo brasiliano, il quale teme che la protesta presente sulle strade del gigante risvegliato possa interferire sulla visita del primo Papa sudamericano in viaggio in America Latina.
Domenica scorsa era stata trovata nella sacrestia della basilica, una bomba artigianale che, seppure di potenza insignificante, secondo gli artificieri della polizia, ha fatto scattare l’allarme.
Cinquemila uomini delle Forze armate e della Sicurezza pubblica sono stati mobilizzati per garantire che tutto potesse andare per il verso giusto e impedire anche a circa 400 manifestanti del Movimento dei lavoratori senza tetto potessero raggiungere la basilica.
Intorno al santuario e lungo il tragitto del Papa sono stati proibiti cartelli di protesta. Dopo la messa, il Pontefice ha mangiato e riposato nel seminario Bom Jesus, prima di riprendere l’elicottero e dopo l’aereo dell’Aeronautica militare brasiliana che l’ha ricondotto a Rio de Janeiro.
Il tour de force del Papa è continuato nel pomeriggio nella capitale carioca, dove ha inaugurato un centro di disintossicazione per dipendenti chimici nell’ospedale Sà£o Francisco de Assis nel bairro da Tijuca.
Giuseppe Bizzarri
argomento: Chiesa, radici e valori | Commenta »
Luglio 25th, 2013 Riccardo Fucile
INTERVISTA A KATEBAEV, BRACCIO DESTRO DI ABLYAZOV RIFUGIATO IN POLONIA: “CI BRACCA OVUNQUE SIAMO”
«Il Kazakhstan sta tirando la rete, per riportare a casa tutti dissidenti e chiudere definitivamente i conti. Non importa dove siamo nascosti, dove abbiamo trovato asilo. Nazarbaev ha uomini, ambasciatori e non solo, di grande valore, molto molto capaci, sguinzagliati in tutto il mondo. E ogni Paese ha il suo tallone d’Achille, da voi è il ministero degli Interni, in Spagna quello della Difesa e la sicurezza nazionale, l’Austria e la Gran Bretagna, compagnie amiche. Al rientro, se ci va bene, ci aspetta il lager e la tortura. Altrimenti, la morte».
Muratbek Ketebaev, ex stretto collaboratore di Ablyazov, oggi è rifugiato in Polonia.
Astana ha chiesto per lui l’estradizione con l’accusa di concorso in attività sovversive, ma il procuratore di Lublino Piotr Sitarski ha già fatto sapere che non sarà concessa, non essendocene gli estremi giuridici.
Braccato, ma fiducioso, Ketebaev ci parla con voce calma e chiara dal suo rifugio, e ci racconta la storia della caccia all’uomo di Nursultan Nazarbaev contro i dissidenti kazaki.
Una storia da film.
Mi scusi, signor Ketebaev, ma Mikhtar Ablyazov è ricercato per una storiaccia di soldi, furto e bancarotta fraudolenta che chiamano in campo anche banche straniere. Che c’entra con lei?
«Guardi, le dico solo una cosa: se fossimo stati buoni, non avessimo chiesto riforme, democrazia e libere elezioni, saremmo tutti ricchi e felici. Io negli anni Novanta sono stato vice ministro dell’economia del Kazakhstan. Sono stato vice capo dell’Enel kazako, e della compagnia per la distribuzione del grano. Colossi della nostra economia.
Per un certo periodo ho lavorato fianco a fianco con Ablyazov. Poi nel 2002 ho lasciato gli incarichi per dedicarmi all’attività politica. Abbiamo formato un partito non registrato, Alga, che si batteva per le libertà democratiche. Era una potenza. Ne facevano parte tre quarti dei giovani imprenditori e banchieri, ma anche intellettuali e numerosi funzionari dello Stato. Dava filo da torcere a Nazarbaev »
Ma sono passati più di dieci anni. Perchè la rete di Nazarbaev si stringe proprio oggi?
«La data da ricordare è il 16 dicembre 2011. Quel giorno è accaduto qualcosa che ha cambiato la nostra storia. Tutto il Paese si preparava a festeggiare i vent’anni della dichiarazione d’Indipendenza dall’Urss e del regno di Nazarbaev. Doveva essere la sua celebrazione, il giorno del suo trionfo. Invece, nella sperduta cittadina di Zhanaozen, nel cuore del deserto kazako, gli operai scesero in piazza contro gli abusi e i licenziamenti arbitrari, chiedendo salari e condizioni migliori. La polizia sparò sulla folla. Ci sono le immagini di poliziotti che colpiscono alle spalle e finiscono i feriti in terra. Diciotto morti, ufficialmente. In quella zona non ci sono russi, ma nel cimitero russo apparvero tombe senza nome dove sono stati seppelliti i morti “nascosti”. Fu instaurato il coprifuoco, sospeso il voto di gennaio, portata a presidio un’intera guarnigione di diecimila uomini. Le famiglie, terrorizzate, furono pagate profumatamente per il loro silenzio. E noi fummo accusati, di aver sobillato la folla e causato la strage. Ablyazov era a Londra; Vladimir Kozlov fu arrestato; molti furono torturati in modo che non si può raccontare perchè confessassero, e solo una, Roza Tuletayeva, resistette alle torture; io fuggii. Nazarbaev non rinuncerà mai alla sua vendetta».
Ma voi eravate davvero implicati?
«Noi avevamo sostenuto in ogni modo gli operai. Con le informazioni, le consulenze e ogni sorta di sostegno».
E con i soldi guadagnati nelle compagnie statali o nelle banche dove avevate lavorato…
«Abbiamo aiutato con tutte le nostre possibilità ».
Ma perchè l’Interpol da corso ai mandati di cattura internazionale su richiesta kazaka, secondo lei?
«Intanto il Kazakhstan produce dei documenti in base ai quali noi siamo terroristi o avventurieri rei di grandi furti. Tutt’è capire la credibilità di quelle carte. In più, vede, ogni Paese ha i suoi interessi in Kazakhstan. L’Eni per esempio ha un giro d’affari di un valore che si aggira, se non sbaglio, intorno a tre miliardi di dollari. Ce n’è abbastanza per avere una certa influenza sulle decisioni del vostro governo. Inoltre, sa, accanto alle somme ufficialmente registrate nelle compravendite, c’è un grande giro di tangenti, denari, cioè, che tornano nelle tasche del committente, segretamente, in cambio di altri favori.Cifre gigantesche».
In ogni caso, il nostro ministro degli esteri ha assicurato che Alma Shalabayeva sta benissimo ad Almaty. Che cosa rischiate se vi riportano a casa?
«Sa da noi non ci sono prigioni, solo lager, duri o durissimi. E dove c’è il lager, c’è la tortura. Finchè il cannocchiale straniero tiene d’occhio la situazione, nulla si muove. Poi, nel caso migliore, si finisce al lager. Altrimenti, basta un semplice incidente per scomparire. Come accadde al sindaco di Almaty e Ministro per le situazioni d’emergenza Zamanbek Nurkadilov, un mio caro amico, che appena cominciò a fare qualche critica si ritrovò con due colpi sul petto e uno alla testa. Ufficialmente, si è suicidato. O Altynbek Sarsenbaev, ex ministro della stampa e poi leader dell’opposizione. Altro amico caro: fu rapito e ritrovato morto sulla strada. Vuole che le faccia l’elenco dei dissidenti finiti così, vittime di una fatalità ?
Fiammetta Cucurnia
(da “La Repubblica“)
argomento: denuncia | Commenta »
Luglio 25th, 2013 Riccardo Fucile
NON E’ VERO CHE FOSSERO INDICATI DUE LUOGHI DI NASCITA DIVERSI: SEMPLICEMENTE UNO E’ IL VILLAGGIO E L’ALTRO LA REGIONE, COME CONFERMA IL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA DELLA REPUBBLICA CENTROAFRICANA
Scende in campo il numero uno dell’Interpol, Ronald K. Noble, per difendere le strutture
Interpol nazionali.
Bruciano le ferite aperte dalla gestione dell’affaire kazako, dell’espulsione di Alma Shalabayeva e di sua figlia Alua. Noble punta le sue carte sul fatto che le autorità britanniche non abbiano mai voluto divulgare la notizia che al cittadino Ablyazov Mukhtar fosse stato concesso lo status di richiedente asilo: «Storicamente il Regno Unito non ha mai comunicato informazioni in merito alla concessione a un soggetto dello status di rifugiato/richiedente asilo, in quanto ritenuta questione riservata».
Ma il tentativo di giustificare così il comportamento italiano naufraga miseramente alla lettura del ricorso dei legali della signora Shalabayeva al Giudice di Pace di Roma, che si discuterà questa mattina.
Perchè accanto alla memoria difensiva, sono stati depositati gli allegati che confermano le ragioni della moglie dell’esule kazako.
Risarcimenti
Stamani gli avvocati Riccardo Olivo, Alessia Montani e Vincenzo Cerulli Irelli chiederanno al giudice di «pronunciare l’illegittimità del provvedimento prefettizio di espulsione. E ciò anche in prospettiva dell’eventuale promozione di ulteriori azioni giudiziarie, anche risarcitorie, nei confronti dello Stato italiano».
Illegittimo per l’assenza dei suoi presupposti.
Illegittimo, perchè la donna non doveva essere espulsa «per la sussistenza di gravi ragioni ostative al rimpatrio in Kazakhstan».
È tremenda l’accusa che viene rivolta alle autorità italiane: «Aver compiuto gravi violazioni dei diritti umani, in particolare con riferimento al rispetto della vita privata e familiare, del diritto alla libertà e alla sicurezza».
E sono state violate anche le Convenzioni internazionali che tutelano i fanciulli.
Latitante rifugiato
Non sa, il numero uno dell’Interpol, Ronald K. Noble, che anche il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha cominciato a seguire la vicenda.
Noble ritiene «davvero increscioso che il caso stia generando in Italia una attenzione mediatica così pressante».
Nella sua lunga nota spedita al Capo della Polizia, il prefetto Alessandro Pansa, Noble ricorda che Mukhtar Ablyazov «è ricercato ai fini dell’arresto da tre Paesi membri dell’Interpol (Kazakistan, Russia e Ucraina) per gravi reati».
Rispettivamente per appropriazione indebita, truffa e falso documentale. Ma questo, ovviamente, con l’espulsione decisa dalle autorità italiane della signora Shalabayeva e della figlia Alua c’entra poco.
Geografia da ripassare
Era stato l’Ufficio Interpol del Centro Africa, a riferire che «il passaporto esibito dalla signora Alma Shalabayeva, emesso dalla Repubblica Centro Africana, risulta falsificato».
Nei due passaporti intestati alla donna, «quello rilasciato dal Kazakhstan e l’altro dalla Repubblica Centroafricana – si legge in una nota – risultano due luoghi di nascita differenti e in più, quello indicato nel passaporto della Repubblica Centro Africana, risulta addirittura inesistente».
Seccata la replica del legale della signora, Riccardo Olivo: «Il passaporto emesso dalla Repubblica Centroafricana è autentico, come confermato ancora una volta dal ministro della Giustizia di quello Stato, nella lettera del 18 luglio 2013. I luoghi di nascita sono gli stessi : in un passaporto viene menzionato il villaggio (Jezdi) nell’altro la regione (Karagandinskaya)».
Giudice a Berlino
Le lettere del ministro della Giustizia della Repubblica Centroafricana, dei suoi ambasciatori a Ginevra e a Bruxelles confermano che quel passaporto mostrato dalla signora Shalabayeva era autentico.
Come del resto spiegato anche dai giudici del Riesame del Tribunale di Roma: «L’intestazione ad Alma Ayan, anzichè ad Alma Shalabayeva appare riferibile non a falsità ma alla necessità dell’indagata di sottrarsi a nemici politici del marito».
Del resto, prima di essere spedita su quel volo privato in Kazakhstan, la signora aveva chiesto di essere sentita dai magistrati romani. Ma non c’è stato tempo.
Annotano i legali nel ricorso al Giudice di Pace, «che la polizia italiana fosse perfettamente a conoscenza sin dal 30 maggio della reale identità della signora Shalabayeva risulta inequivocabilmente dalla nota verbale dell’Ambasciata kazaka, ove si dà atto del possesso da parte della stessa di un valido passaporto kazako.
(da “La Stampa“)
argomento: governo | Commenta »
Luglio 25th, 2013 Riccardo Fucile
DOPO IL SEQUESTRO DI PERSONA ORA SUBIAMO ANCHE LE MINACCE DI RITORSIONE
Se l’Italia si muove con imbarazzo e la Bonino non batte pugni sul tavolo, il Kazakistan, invece che starsene buono, aspettando che la buriana passi, fa la voce grossa: Alma Shalabayeva, la moglie dell’oppositore dissidente, oltre che ricercato internazionale, Mukhtar Ablyuzov, può tornare, se vuole, in Italia, a patto però che vi sia imprigionata per quattro anni per uso di documenti falsi (peccato che siano autentici n:d.r.)
E quel che il ministro degli esteri italiano dice dell’intrusività e dell’inutilità dell’ambasciatore kazako in Italia, che sarebbe ormai bruciato, è solo un “parere personale”.
A parlare con tanta arroganza, proprio mentre la Bonino interveniva davanti alle commissioni Esteri di Camera e Senato, è stato ieri Yerbol Orynbayev, vicepremier kazako, che a Bruxelles guidava la sua delegazione al Consiglio di Cooperazione con l’Ue.
Orynbayev non si cela dietro il paravento delle parole, timide e vuote, del presidente di turno lituano del Consiglio dei 28: del caso Ablyazov, “abbiamo brevemente parlato”, dice, reticente, il ministro degli Esteri di Vilnius Linas Linkevicius.
Il vicepremier, invece, racconta che, a pranzo, con gli interlocutori europei, ha discusso “i dettagli del caso”.
E aggiunge che Astana non avrebbe problemi a rimandare Alma e la figlia Alua in Italia, purchè — prima condizione — “vi siano garanzie di poterla ancora interrogare in futuro” e la donna s’impegni a presentarsi a testimoniare, se fosse chiamata a farlo in un processo in Kazakistan.
E c’è pure una seconda condizione: “Se Alma torna, dovrebbe essere imprigionata per quattro anni”, perchè ha usato un passaporto falso”.
Insomma il kazako ora decide pure in nome della giustizia italiana…
Orynbayev poi insinua: se questa è la prospettiva, “è dubbio che voglia tornare”.
Del resto, perchè mai dovrebbe volere rientrare in un Paese che l’ha espulsa senza troppi riguardi?
Sempre in conferenza stampa, a Bruxelles, il vicepremier afferma che le autorità kazake stanno aspettando una decisione dell’Italia sulla possibile espulsione dell’ambasciatore kazako a Roma Andrian Yelemessov, prima di prendere contromisure: “Attendiamo una decisione ufficiale, se mai dovesse esserci, e quindi reagiremo”.
Il che preannuncia una sorta di reazione a catena, come spesso avviene in questi casi: se l’Italia dichiara “persona non grata” l’ambasciatore kazako, Astana farà probabilmente altrettanto con l’ambasciatore d’Italia laggiù, Alberto Pieri, che, in questi giorni, mantiene aperti i canali di contatto con Alma e la figlia.
E quando un giornalista gli fa notare che la Bonino ha definito l’ambasciatore Yelemessov ormai inutile agli stessi kazaki, perchè dopo quanto accaduto “non lo riceverebbe più nessuno”, Orynbayev risponde che i pareri del ministro italiano “sono personali”, sono solo “un punto di vista”.
La Bonino replica, dopo l’intervento davanti alle commissioni: “Il giudizio sul comportamento dell’ambasciatore kazako, inaccettabile, è già stato dato dal presidente della Repubblica e dal premier”.
Ma Yelemessov si schermisce dalle accuse mossegli: in un’intervista, nega di avere fatto pressioni sul ministro dell’interno Angelino Alfano e anche di avergli parlato e dice di essersi limitato a passare carte dell’Interpol alla polizia italiana.
Alma e la figlia — ammette, aggravando la posizione del governo Letta — “non c’entrano niente”: “Le abbiamo rimpatriate perchè l’Italia le ha espulse”, ma “possono tornare, basta che avanzino una richiesta”.
“Qual è la mia colpa? Ho puntato una pistola a qualcuno?”, chiede il diplomatico.
Al confronto con quello del vicepremier kazako, il linguaggio del presidente di turno europeo è esangue: “Seguiamo gli sviluppi della vicenda da vicino e osserviamo la situazione per quanto ci attiene”, dice il ministro Linkevicius, cui la Bonino s’era rivolta.
Questo è l’appoggio che ci si può attendere dai partner europei: inquinato anch’esso, come la fermezza italiana, da gas e petrolio kazaki. Che da Bruxelles non avremmo avuto aiuto l’avevamo già capito: parole di circostanza di Lady Ashton, che altre non sa dirne, nonostante alcuni eurodeputati l’abbiano sollecitata, e timidi passi presso le autorità kazake della Commissione europea, senza però che il presidente dell’esecutivo Manuel Barroso si spenda in prima persona.
Eppure, si dice amico del despota Nazarbayev (o, forse, proprio per questo).
Nel pasticcio, però, ci siamo cacciati noi stessi. E, ai punti, vincono anche oggi i kazaki.
La Bonino tiene la rotta della prudenza, non agisce contro l’ambasciatore, non fa volare in aria gli stracci, come era parsa annunciare lunedì, quando aveva parlato di “punti oscuri” in altre istituzioni, tranne quando afferma che “la Farnesina ha gestito il caso ex post” e rivendica di avere sempre “promosso e sollecitato un chiarimento”.
Il ministro è “tormentata”: insiste che la “priorità ” è la tutela di Alma e Alua, “quel che ci sta più a cuore”.
E dice di sentire “come obbligo morale, prima che politico”, mantenere “contatti intensi” con le due donne e con le autorità kazake.
Certo, se non le cacciavamo, non stavamo qui a piangere sul latte versato.
Giampiero Gramaglia
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: governo | Commenta »
Luglio 25th, 2013 Riccardo Fucile
L’AMBASCIATORE KAZAKO RIMANE AL SUO POSTO. “È STATO INTRUSIVO, VALUTEREMO. DIPENDE DA QUANTO COLLABORERANNO”
Tormentata. Così si è presentata Emma Bonino ieri al Senato. Ma anche provvista di antica
prudenza.
Le sue parole in audizione alle commissioni Esteri sulla vicenda di Alma Shalabayeva sono state ispirate a virtù d’altri tempi.
E non hanno brillato per eloquenza critica e pungente vigore a cui eravamo abituati. Piuttosto ha dato corso a un inaspettato e pacatissimo temperamento, più in linea con la sua carica ministeriale.
Tranne quando deve descrivere l’atteggiamento dell’ambasciatore kazako a Roma, Yelemessov.
Lì il ministro osa: “Intrusivo”, lo definisce . Un ambasciatore di uno Stato estero che entra al Viminale e in pratica sostituisce il ministro nell’ordinare un’operazione di polizia.
Suvvia, intrusivo è un dolce eufemismo per un invadente impiccione, quasi un ficcanaso simpatico che non sa stare al posto suo.
L’ambasciatore kazako al Viminale non è stato un intruso. Molto di più.
Ma la virtù prudenziale del diplomatico è ormai l’habitus della titolare della Farnesina. Certo, oltre che intrusivo ha definito “inaccettabile” il comportamento dell’ambasciatore.
Ma la grande delicatezza della vicenda la spingono ad agire con prudenza.
“I nostri interventi sono stati continui, incessanti e continueranno fino a quando necessario, nella considerazione che poichè si agisce da governo a governo si deve evitare, almeno in questa fase, che una serie di azioni e reazioni indebolisca la nostra struttura diplomatica ad Astana”.
Ha aggiunto che il futuro dell’ambasciatore Yelemessov a Roma dipenderà dalla collaborazione che il governo kazako darà agli sforzi italiani di garantire “pieni diritti e libertà ” ad Alma Shalabayeva.
Sarà , eppure per gli antichi oltre alla prudenza era una virtù anche il coraggio.
Sul finire dell’audizione la titolare della Farnesina ha rivelato uno straziato stato d’animo, al punto da non averci dormito la notte.
“Non ci ho dormito la notte. Ripenso a qualche critica che ho letto circa un mio asserito silenzio sulla questione”, avverte laconica, rivendicando al contrario un suo interessamento oltre le funzioni assegnatele dal dicastero.
Una nota critica del ministro è stata indirizzata alla mancata coordinazione: “Ho rappresentato al premier, che condivide in pieno, la necessità di un nuovo e più efficace raccordo delle altre amministrazioni con il ministero degli Esteri”.
E a proposito di informazioni Emma Bonino ha specificato che “non c’è motivo per cui io sappia niente più di quanto sia scritto” sulla relazione del capo della polizia Pansa.
Ha tenuto a ribadire e sottolineare, più volte, la sua storia personale, la credibilità di cui gode per le sue lunghe battaglie: “Sono tormentata. Ma offro il contributo sulle azioni da me assunte con la serenità di chi non ha lesinato alcuno sforzo, con la sensibilità di chi per passione e attività politica ha fatto della tutela dei diritti umani la ragione di un’intera esistenza e con la mia diretta testimonianza”.
Il ministro ha ribadito che sin dal primo momento il ministero degli Esteri ha “promosso e sollecitato il massimo chiarimento” sul caso, agendo “nel rispetto delle istituzioni a cui sono tenuta da ministro, con determinazione e nel rispetto delle regole”.
In particolare la priorità delle azioni della Bonino è stata la tutela delle due cittadine kazake, tanto che ancora oggi — ha detto — “stiamo svolgendo e continueremo a fare con forte determinazione interventi, a Astana, Bruxelles, Vilnius, per la piena libertà di movimento di Alma e sua figlia: lo sento come obbligo morale, prima che politico”. Poi è passata a illustrare la cronologia del suo coinvolgimento nella vicenda: è stata avvisata “da parte di esponenti della società civile ” con una telefonata, alla quale è seguita una mail, nella serata del 31 maggio; ha poi dato il via ad accertamenti istituzionali fino alla telefonata col ministro Alfano il 2 giugno, durante la parata per la festa della Repubblica.
Lo stesso giorno il capo di gabinetto della Farnesina richiedeva informazioni al capo della polizia. Il giorno dopo è stata data notizia anche al presidente del Consiglio Letta.
Il ministro Bonino ribadisce che un precedente coinvolgimento della Farnesina rispetto alle date che lei stessa fornisce è solo frutto di “voci distorte”.
Anche la vicenda del passaporto diplomatico della signora Shalabayeva, ritenuto falso da una perizia della polizia italiana (che darà il via libera all’espulsione della donna e della figlia), è ritenuto dal ministro estraneo al suo dicastero.
Eppure fra le carte del caso vi è anche un documento ufficiale del 30 maggio (rif. 184/Amb/Mp/Rca/Ge) nel quale l’ambasciatore centrafricano a Ginevra, Lèopèold Ismael Samba, su probabile sollecitazione degli avvocati della Shalabayeva, garantiva la veridicità di quel passaporto.
Ora, quel documento era indirizzato all’ambasciatore italiano a Ginevra.
Alla Farnesina sostengono che non sia mai arrivato. Fatto salvo che si debba credere alla Bonino e che al ministero non ne sapessero nulla, allora forse il ministro dovrebbe verificare: è mai stato spedito?
Nel caso l’ambasciatore l’abbia mandato, perchè non è arrivato?
Come comunicano Farnesina e ambasciate?
Marco Filoni
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: governo | Commenta »
Luglio 25th, 2013 Riccardo Fucile
IL TENTATIVO DI RECUPERARE UN RUOLO NAZIONALE, MA ALFANO GLI HA CHIUSE LE PORTE… AUGELLO E SALTAMARTINI RESTANO NEL PDL… RESISTENZE DELLA MELONI CHE TEME DI ESSERE OSCURATA, MA LA RUSSA E CROSETTO SONO FAVOREVOLI
La data per lo “sganciamento” non è ancora stata fissata e anche sull’approdo desiderato, per adesso, ci sono delle resistenze.
Ma ormai l’addio di Gianni Alemanno al Pdl sembra proprio cosa fatta.
Un mese e mezzo dopo la bruciante sconfitta elettorale, l’ex sindaco di Roma ha deciso che il suo futuro non coinciderà con quello della formazione fondata da Silvio Berlusconi.
Una frattura maturata nell’arco di poche settimane, in coincidenza con la scelta del Cavaliere di trasformare il Pdl in una Forza Italia 2.0.
Alemanno l’aveva spiegato proprio a Repubblica un mese fa: “Se l’idea è tornare a Forza Italia, al partito-azienda, per me non resterebbe altro che pensare a un soggetto politico nuovo”.
Da allora, da metà giugno, Alemanno ha ragionato con i suoi fedelissimi, ha avuto colloqui con pezzi importanti del centrodestra, ha incontrato sia Angelino Alfano sia lo stesso Berlusconi per cercare di spuntare la collocazione interna al partito che ritiene di meritare dopo i 5 anni alla guida della capitale.
Dal segretario del Pdl ha trovato porte sbarrate, dal leader, invece, quasi una “benedizione” davanti alla sua prospettiva-minaccia di lasciare il partito.
E così, dopo aver esplorato con Italo Bocchino (ex braccio destro di Gianfranco Fini dentro Fli) la possibilità di mettere in piedi una formazione nuova per intraprendere un percorso fino alle Europee del 2014 (dove però esiste uno sbarramento del 4%), Alemanno ha deciso di riavvicinarsi al vecchio “colonnello” di An, Ignazio La Russa, oggi una delle tre gambe di Fratelli d’Italia.
Sarebbe, infatti, proprio la formazione guidata anche da Fabio Rampelli e Guido Crosetto l’approdo auspicato dall’ex sindaco di Roma.
Il suo ingresso non è stato ancora ufficializzato e sembra che Alemanno voglia comunque aspettare qualche settimana prima dell’annuncio che avverrà , in ogni caso, dopo la sentenza della Cassazione sul processo Mediaset che pende sul capo di Berlusconi.
Un altro po’ di tempo servirà a smorzare le resistenze di Rampelli ad accogliere nella sua formazione l’ex primo cittadino, la cui presenza dentro Fdi rischia di oscurare Giorgia Meloni.
Dall’altra parte, a spingere per l’ingresso di Alemanno sarebbero invece Crosetto e La Russa che sul territorio romano e laziale si sentono in minoranza.
In ogni caso, il passaggio sarebbe “personale”.
Nessuno della vecchia “corrente” alemanniana del Pdl sarebbe pronto al salto con il leader. Nè Vincenzo Piso nè Barbara Saltamartini nè Pietro Di Paolantonio lo seguirebbero in Fratelli d’Italia, pronti invece a giocarsi la loro partita restando nel Pdl.
E anche Andrea Augello, coordinatore della campagna elettorale dell’ex sindaco, disapproverebbe il cambio di casacca.
Dopo anni di immobilismo, dunque, si scompone la geometria sulla quale si reggeva il centrodestra romano.
Sulla reale trasformazione, però, c’è chi resta scettico: “Non cambierà nulla, figuriamoci. Non vedo nessun terremoto alle porte”, afferma un dirigente pidiellino.
E mentre dai Fratelli d’Italia si limitano a confermare solo alcuni colloqui con Alemanno, dal Pdl sono molto più pronti ad annunciare, sotto anonimato, che “lui per noi è già fuori dal partito. Non c’è più spazio. Anzi, abbiamo proprio cambiato le serrature”.
Mauro Favale
(da “La Repubblica”)
argomento: Alemanno | Commenta »
Luglio 24th, 2013 Riccardo Fucile
SI DIMETTE DA PRESIDENTE DOPO CHE IL GRUPPO M5S “BOCCIA ”LA PARCELLA DEL PORTAVOCE
L’assemblea sgrana gli occhi: no, quei 10 mila euro a Caris Vanghetti non glieli diamo. 
Così, interdetta dalla decisione dei deputati che hanno voltato le spalle al suo fidato collaboratore degli esordi, Roberta Lombardi ha deciso di dimettersi.
Non è più la presidente del gruppo. Il suo turno da portavoce è finito già a giugno, in favore di Riccardo Nuti.
Fino a marzo dell’anno prossimo, però, avrebbe dovuto rimanere titolare di firma su contratti e impegni di spesa (ora lo sarà lo stesso Nuti).
E proprio su una fattura finisce la carriera della capogruppo Lombardi.
Torniamo a quei primi giorni di legislatura quando la truppa di 109 cittadini sbarca a Montecitorio.
Sono giorni concitati: riunioni infinite alla Sala della Regina, continui colloqui per i collaboratori, incontri blindati negli hotel della Capitale, commessi trasformati in guardiaspalle, rischio gaffe ad ogni passo inTransatlantico.
Lo staff della comunicazione (competenza esclusiva di Grillo e Casaleggio) deve ancora arrivare.
Così, è Caris Vanghetti — 38 anni, già giornalista de L’ultima Parola — a governare il traffico delle prime ore a palazzo.
Lo ha scelto Roberta Lombardi in persona, che ha avuto modo di conoscerlo nel meetup romano.
Dura fino all’arrivo dei prescelti dai fondatori, Claudio Messora e Nicola Biondo.
Poi, Vanghetti torna a casa. E ora presenta il conto.
Per giustificare i 10 mila euro di compensi per“attività di ufficio stampa e relazioni istituzionali” allega alla fattura una lista di 54 punti.
Alcuni sorprendenti.
Staff e piattaforma Curriculum e Rete, pietre fondanti del metodo Casaleggio.
Chissà se a Milano sanno che in quei giorni di marzo, a Roma, c’è una persona che si sta occupando di “mettere a punto un sistema di democrazia partecipata attraverso i siti di Camera e Senato”, di “trovare liste di potenziali collaboratori”, di partecipare a “incontri per la selezione di personale a partire dal 18 febbraio” (sette giorni prima delle elezioni).
Stanze e poltrone
Vanghetti non tralascia nulla.Trova “i posti in aula per i deputati”, “le sale per le nostre riunioni ogni volta che ci riunivamo”, fa “incontri con uffici Camera per avere gli uffici del gruppo”. Organizza la “visita ai carabinieri feriti nell’attentato davanti a palazzo Chigi”.
Scopre la “disciplina di pass e parcheggi”.
E scova perfino una “stanza per l’allattamento della deputata Lupo”.
Gli ottimi rapporti nei corridoi di Montecitorio lo portano a ottenere “il Def in formato definitivo prima che fosse firmato dal capo dello Stato”.
Studi e riforme oltre che relazioni e conferenze, da pagare ci sono analisi e proposte: al “dossier sul reddito di cittadinanza”alle “pensioni d’oro”, dalle“proposte dei saggi” f ino al Def con “l’evidenziazione del problema che (…) i soldi sarebbero andati alle banche”.
Post e incontri
Altro che Beppe: in quei mesi, due post li ha scritti Vanghetti.
E per conto del gruppo ha mantenuto “rapporti con la Fiom” e incontrato “la Guardia di finanza”.
Ma soprattutto ha avuto “incontri costanti con il Quirinale per tutto il periodo precedente la fiducia al governo Letta”e tenuto “rapporti con le altre forze politiche in occasione dell’elezione del capo dello Stato”.
E noi che pensavamo che la Lombardi, nel Movimento, stesse con i“talebani”.
Paola Zanca
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: Grillo | Commenta »
Luglio 24th, 2013 Riccardo Fucile
CACCIATA DAL MOVIMENTO PER AVER OSATO CRITICARE GRILLO, LA SENATRICE CINQUESTELLE GUARDA AVANTI: IL GRUPPO DEGLI EPURATI SI CHIAMERA’ “GRUPPO D’AZIONE POPOLARE”
“L’amaro in bocca? Lo devono avere loro”.
Espulsa un mese fa dai 5 Stelle, per aver osato criticare Grillo, la senatrice Adele Gambaro non si pente affatto (“non mi sembra che i toni di Grillo siano cambiati, io ho solo fatto una critica, è la loro reazione che dovrebbe stupire”) e, dopo la gogna, guarda avanti.
Per l’autunno, lei e gli altri fuoriusciti di Camera e Senato hanno in serbo un nuovo progetto: un gruppo autonomo all’interno del gruppo misto.
Una risposta, spiega la senatrice bolognese, “alle tante pressioni ricevute dal territorio, dove sono moltissime le persone fuoriuscite o che si sentono a disagio all’interno del Movimento 5 Stelle”.
Sul nome per adesso circolano solo supposizioni, ma una è particolarmente suggestiva: il gruppo dei fuoriusciti a 5 Stelle potrebbe chiamarsi Gap: “Gruppo d’azione popolare”.
Lo stesso acronimo dei partigiani che combattevano per la liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Solo che all’epoca stava per “Gruppi d’azione patriottici”.
L’espulsione dal Movimento.
Cacciata per un’intervista a Sky in cui criticava i toni del Guru (“il problema del Movimento è Grillo”) e poi sottoposta a un doppio processo, prima al cospetto dei parlamentari e poi davanti all’oscura democrazia del web, la Gambaro ora è determinata a uscire dall’angolo in cui Grillo l’ha cacciata.
Il punto sul quale insiste di più è che la pressione per “fare qualcosa” è venuta anche in questo scorcio di estate dal basso, dal territorio.
Consiglieri, attivisti, associazioni, semplici cittadini.
Anche dall’Emilia-Romagna. Hanno scritto mail, inviato messaggi su Facebook, sono venuti in delegazione a Montecitorio e Palazzo Madama, hanno rincorso gli ex a Cinque stelle in ogni modo. “Ci chiedono – spiega – di diventare i punti di riferimento per i delusi dei 5 Stelle all’interno delle istituzioni. Sul territorio c’è molto malessere”.
“Ora il gruppo autonomo”.
Di qui l’idea: non avendo i numeri per costituire un gruppo autonomo, potrebbero fare come Sel: un gruppo autonomo all’interno del gruppo misto.
Per avere un’identità definita ed essere riconoscibili già durante questa legislatura.
E dopo chissà .
Oltre alla Gambaro, ci sarebbero il senatore Marino Mastrangeli, cacciato per le troppe apparizioni televisive, la senatrice veneta Paola De Pin, che ha lasciato il Movimento spontaneamente in solidarietà con la Gambaro e la collega romana Fabiola Antinori, l’ultima arrivata.
Alla Camera invece gli ex grillini sono tre: i due tarantini Alessandro Furnari e Vincenza Labriola e il romano Adriano Zaccagnini, fuoriuscito anch’egli spontaneamente dopo il caso-Gambaro (“Non sono a mio agio in un Movimento che epura”).
Il nome del gruppo dovrebbe essere lo stesso e dovrebbe nascere contemporaneamente alla Camera e in Senato.
“I toni di Grillo non sono cambiati”.
L’idea è ancora in fase embrionale, ma i fuoriusciti ne stanno parlando in maniera sempre più concreta.
Ieri la Gambaro era a Taranto, in visita all’Ilva con la commissione industria di Palazzo Madama.
Con i suoi ex colleghi dei 5 Stelle, dice, è rimasta in buoni rapporti.
“Chi non mi salutava prima non lo fa neanche adesso, ma sono una minoranza”.
Sulla tenuta del Movimento, non vuole sbilanciarsi, “se loro stanno bene nel M5S bisogna chiederlo a loro, non voglio parlare per loro”.
Per quello che la riguarda, invece, i punti di contrasto con Grillo restano gli stessi.
Di Casaleggio, che ha ormai sostituito il comico genovese alla guida del Movimento, non condivide quasi niente: lo stile, i toni, il messaggio.
“Anche l’ultima dichiarazione sul fatto che il Paese rischia la guerra civile, mi pare molto esagerata. Premettiamo una cosa: la sfera di cristallo non ce l’ha nessuno. Ma fare queste dichiarazioni mi sembra una strategia sbagliata. Così si rischia solo di alimentare la tensione. A forza di dire succederà , succederà , succederà va a finire che succede…”.
Al rischio contagio delle espulsioni in altri partiti, venuto alla ribalta ieri con il caso di Rosario Crocetta in Sicilia (“Il Pd mi mette al rogo”), la senatrice invece crede poco.
Il primato dell’anti democrazia, per lei, resta in mano ai 5 Stelle.
“Mi sembra che nel M5S ci siano più espulsioni che altrove, basta guardare i numeri”.
“Non saremo un M5s bis”.
Una cosa è certa: il gruppo dei fuoriusciti non sarà un Movimento 5 Stelle bis (“assolutamente”), ma qualcosa di nuovo, che col Movimento di Grillo e Casaleggio non vuole avere più niente a che fare.
Un gruppo disponibile anche a fare alleanze, per il bene del Paese, quello che non ha fatto Grillo. “I territori ci chiedono di impegnarci – spiega la Gambaro – e vorremmo dargli ascolto. Ci sembra la cosa migliore da fare nell’immediato”.
A livello politico, già a nello studio di Luca Telese, a In Onda, la Gambaro si era detta disposta a votare una fiducia a una maggioranza alternativa: “Per il bene del paese daremmo anche un voto di fiducia, il nostro obiettivo dev’essere questo”.
Oggi lo ribadisce, e aggiunge: “Pd e Pdl non sono la stessa cosa”.
Insomma, Casaleggio ha ragione: per i 5 Stelle si preannuncia un autunno caldo.
Ma la guerra civile rischia di averla in casa, non di guardarla alla finestra.
Caterina Giusberti
argomento: Grillo | Commenta »
Luglio 24th, 2013 Riccardo Fucile
LA PROPOSTA DELLA SOCIETA’ GEOGRAFICA ITALIANA PER RENDERE OMOGENEE LE AREE E RIDURRE GLI SPRECHI
Il termine non è particolarmente elegante, ma rende bene l’idea di quanto accaduto in Italia
nel dopoguerra: «Iperterritorializzazione».
All’inizio, spiega la Società geografica italiana, c’erano le Province, retaggio tipico di un Risorgimento che aveva rinnegato il federalismo.
Lo Stato unitario era stato modellato sull’organizzazione centralistica di stampo napoleonico con 59 ripartizioni territoriali di dimensioni ottimali per poter essere attraversate in una giornata di cavallo.
Poi sono arrivate le Regioni, le quali avrebbero dovuto mettere fine a quel modello avviando la stagione delle autonomie e del decentramento.
Invece le Province hanno preso a lievitare come la panna montata.
Alla nascita delle Regioni, nel 1970, erano 94, tre in più rispetto al 1947.
Oggi sono 110. E con loro si moltiplicavano Unioni dei Comuni, Comunità montane, Comunità collinari, Circoscrizioni comunali, Circondari, Aree di sviluppo industriale, Ambiti turistici, Centri per l’impiego…
Per non parlare dell’inestricabile groviglio degli enti intermedi fra Comuni, Province e Regioni: dalle aziende sanitarie locali alle migliaia di società pubbliche locali, agli ambiti territoriali ottimali, ai consorzi di bonifica, perfino alle istituzioni scolastiche. E l’autonomia si è trasformata in un delirio.
Sovrapposizioni di competenze, duplicazione di funzioni, moltiplicazione di responsabilità senza che nessuno sia davvero responsabile.
Il tutto con ben cinque Regioni (o sei, considerando le Province autonome di Trento e Bolzano) a statuto talmente speciale da metterle di fatto al riparo da qualunque condizionamento centrale.
Un coacervo talmente complicato che nessuno è oggi nemmeno in grado di dire con esattezza quante siano in Italia le pubbliche amministrazioni: una recente ricognizione le ha stimate in un numero prossimo a 46 mila.
Ma oltre una semplice stima non si è ancora riusciti ad andare, appunto.
Il che la dice lunga sul disordine prodotto da questa superfetazione incontrollata di livelli amministrativi.
La riforma del titolo V della Costituzione voluta dal centrosinistra nel 2001 ha poi contribuito a far impazzire definitivamente la maionese, decentrando poteri spesso in modo irrazionale: basti dire che ogni Regione poteva farsi il bilancio con principi contabili propri, e che fra le materie di concorrenza legislativa fra Stato e Regioni era stato messo anche il lavoro.
Come se le aziende del Lazio potessero avere sui contratti relativi agli stessi mestieri regole diverse da quelle della Campania.
Non è un caso, dunque, che proprio dall’inizio del nuovo secolo la spesa pubblica abbia cominciato ad aumentare esponenzialmente: in dieci anni i bilanci regionali sono raddoppiati, senza che alla crescita delle spese in periferia abbia corrisposto una riduzione analoga delle spese dello Stato centrale.
E fare marcia indietro ora si rivela complicatissimo, come dimostra la telenovela dell’abolizione delle Province.
Parte da qui un’idea che la Società geografica italiana aveva già presentato all’inizio di marzo, provando a immaginare un’Italia con una articolazione territoriale completamente diversa.
Senza più le 110 Province (109 al netto della valle d’Aosta, dove Provincia e Regione coincidono), nè le 20 Regioni (21, considerando le Province autonome di Trento e Bolzano): al loro posto 36 dipartimenti regionali più omogenei per radici storiche e fondamentali economici.
Qualche esempio aiuta a capire.
L’attuale Piemonte verrebbe suddiviso in tre Regioni più piccole: una comprendente i territori di Asti, Cuneo e Alessandria, la seconda coincidente con la Provincia di Torino e la terza ottenuta dall’unione di Novara, Vercelli e la Valle D’Aosta.
Ancora. Le Province di Brescia, Verona e Mantova dovrebbero dare luogo a una piccola Regione a cavallo fra l’attuale Lombardia e il Veneto.
Così come al Sud si unirebbero Campobasso e Foggia. Mentre La Spezia confluirebbe nella piccola Regione tirrenica composta da Pisa, Livorno, Lucca e Massa Carrara.
Gli unici dipartimenti a coincidere con gli attuali confini regionali sarebbero Marche, Umbria, Abruzzo, Basilicata, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige.
Facile immaginare le possibili reazioni: non troppo differenti, supponiamo, da quelle che hanno accolto, impallinandola, la proposta di accorpamento delle Province partorita dall’ex ministro della Funzione pubblica Filippo Patroni Griffi.
Pensate alla fusione fra Pisa e Livorno. Con Lucca, poi…
E l’integrazione fra Firenze e Prato? Ci sono voluti decenni per dividere le due Province e ora di nuovo insieme, per giunta con Pistoia e Arezzo.
Come spiegare poi a viterbesi e reatini che il loro destino sarebbe di confluire in una microregione con Roma?
O ai cremonesi che la via maestra li porterebbe nelle braccia di Parma e Piacenza?
Niente più che una simulazione, ovvio.
Con zero speranze di fare breccia nel marasma legislativo, dove, ancora prima di vedere la luce, il disegno di legge che svuota le Province cui sta lavorando il ministro Graziano Delrio non ha vita facile.
Ma con l’aria che tira può essere già considerato un successo, per la Società geografica ora presieduta da Sergio Conti, che la proposta venga esaminata da un «tavolo tecnico» al ministero degli Affari regionali con il sottosegretario Walter Ferrazza, candidato senza fortuna alle ultime politiche con il Mir di Gianpiero Samorì e poi ripescato al governo, nonchè tuttora sindaco di Bocenago, 400 abitanti in Provincia di Trento.
Il quale si ritrova fra le mani un autentico scoop.
Per la prima volta, da quando esistono le Regioni, sul tavolo del governo c’è una proposta che sia pure come caso di scuola ne mette in discussione la loro stessa esistenza: sulla base di quell’assunto del famoso geografo Calogero Muscarà che nel 1968, un paio d’anni prima che venissero create, le definì «una conchiglia vuota sul piano identitario».
Un guscio che però negli anni si è riempito di potere e soprattutto denaro.
Tanto denaro: ogni anno le Regioni gestiscono più di 200 miliardi di euro.
Oltre un quarto di tutta la spesa pubblica.
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera“)
argomento: Provincia, Regione | Commenta »