Luglio 23rd, 2013 Riccardo Fucile
E PER VERITA’ STORICA LE RIFORME SOCIALI, IL WELFARE, LA SCUOLA E LA SANITA’ PUBBLICA, LA TUTELA DEI LAVORATORI IN ITALIA LE HA INTRODOTTE IL FASCISMO, NON LA SINISTRA
Nell’intervista a Stefano Rodotà che pubblichiamo, il giurista dice cose in gran parte
condivisibili: non a caso è un politico di sinistra “poco ortodosso”, inviso a gran parte della nomenklatura Pd.
Ma anche lui non dice tutta la verità , o quanto meno rivela vuoti di memoria che non dipendono certo dalla sua età , ma da una innata inclinazione della sinistra italiana a imporre gramscianamente la propria presunta “egemonia culturale”.
Nello specifico, Rodotà afferma che valori quali l’eguaglianza, il lavoro, la solidarietà , la dignità siano patrimonio della sinistra. E che debbano pertanto rimanere ben distanti e distinti la destra e la sinistra, concetto messo in pericolo da una “pacificazione” strisciante che lo fa inorridire.
Forse dovrebbe rivolgere questo appello in primis al futuro candidato premier del suo ex partito, quel Matteo Renzi che nella fattispecie non mi pare abbia le idee molto chiare.
O forse dovrebbe chiedersi quali siano le basi di questo riavvicinamento tra certa destra e certa sinistra: se più che questioni ideologiche non siano ormai solo interessi comuni di potere che riavvicinano gli “opposti estremismi”.
Ma non ci interessa entrare in questo aspetto delle sue considerazioni, guardiamo oltre.
L’errore di fondo della sua analisi è un altro: ritenere, o peggio voler far credere, che la destra italiana sia rappresentata da quella “berlusconiana” che tutto è salvo che una destra con solidi riferimenti e radicati appoggi storici.
Non è infatti una destra dal “senso dello Stato”, del “rispetto delle istituzioni”, dalla “lotta alla corruzione”, dal “largo alla meritocrazia”, nel solco della classica destra storica liberale o conservatrice.
Non è una destra delle riforme, delle liberalizzazioni, del principi cattolici della solidarietà , del ruolo europeo del nostro Paese, come tante altre destre del nostro Continente.
Quella cui si riferisce Rodotà è semplicemente un partito del Principe che sceglie i suoi vassalli in base a criteri personali di fedeltà , comunque la si pensi, in aperto contrasto quindi con i metodi di selezione posti in essere dalle altre destre europee.
E un attento studioso come Rodotà non può dimenticare che, pur generalizzando sul termine destra come lui lo fa con il concetto di sinistra, se in Italia sono state approvate prima che in tutti gli altrui Paesi europei leggi a tutela dei lavoratori, delle donne, del lavoro minorile, norme previdenziali e anti-infortunistiche, disposizioni in tema di orario di lavoro e maternità e infanzia, di scuola e sanità pubblica, non lo si deve certo alla sinistra, ma al cavalier Benito Mussolini.
E che nel dopoguerra una certa parte della Dc, quella più legata ai valori della solidarietà , ha mantenuto posizioni a tutela dei diritti, così come, in una certa fase il craxismo (il famoso socialsmo tricolore).
Probabilmente esistono valori comuni trasversali che Rodotà non ama ammettere ai fini dei suoi ragionamenti di parte: nessuno auspica omogeneizzati, solo civile confronto di idee nelle differenze.
Ma senza che nessuno vesta l’abito di cattedratico senza averne titolo.
Quanto alla dignità , che investe comportamenti sempre personali, per molti a destra (quella vera) è stata una scelta di vita e di coerenza.
Ricordo il mio esame di maturità , una commissione di docenti esterni di sinistra e con il membro interno che mi disse: “hai perso qualche punto sostenendo certe tesi di destra agli orali”.
Nessun problema, per me solo un motivo di orgoglio.
Anche da queste parti la dignità non è mai stata in vendita, caro Rodotà …
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Luglio 23rd, 2013 Riccardo Fucile
LA DISTINZIONE CON LA DESTRA, LA DIFESA DEI BENI COMUNI, IL WELFARE E LA COSTITUZIONE: “LA CARTA DEI NUOVI DIRITTI INDIVISIBILI” SECONDO IL GIURISTA… E’ I LAVORO IL TEMA CENTRALE: IL MERCATO NON PUO’ GOVERNARE LE NOSTRE VITE… ISTRUZIONE E SALUTE BENE PUBBLICO
«Perchè mi applaudono nelle piazze e nei teatri? In questi anni ho continuato a parlare di eguaglianza, lavoro, solidarietà , dignità . Sì, ho detto delle cose di sinistra, che nel grande silenzio della politica ufficiale hanno provocato un investimento simbolico inaspettato. Una reazione che naturalmente lusinga, ma mi crea anche qualche imbarazzo».
Il nuovo papa della sinistra «altra» – quella dei diritti, dei beni comuni, della Costituzione e della rete – ci riceve in una stanzetta della Fondazione Basso, a pochi passi dai palazzi della politica che ha sempre frequentato da irregolare.
Ottant’anni compiuti di recente, giurista insigne con esperienza internazionale, Stefano Rodotà ha una biografia che racconta un pezzo importante di sinistra eterodossa.
Una storia lunga che dice moltissimo sull’oggi, sulle partite vinte e su quelle perdute.
In molti, anche tra i suoi antichi compagni di battaglia, sostengono che la distinzione tra destra e sinistra non ha più senso.
«È una vecchia storia, che risale ai tempi di Laboratorio politico, la rivista che nei primi anni Ottanta facevamo con Tronti, Asor Rosa e Cacciari. Non ero d’accordo allora, e oggi mi arrabbio ancora di più. Cosa vuol dire che non c’è più distinzione? Vuol dire che dobbiamo essere i fautori della pacificazione? La distinzione esiste, ed è marcata: sia sul piano storico che su quello teorico. Chi non la vuole vedere mi suscita una profonda diffidenza politica»
Proviamo a indicare qualche punto essenziale di distinzione.
«Un principio inaccettabile per la sinistra è la riduzione della persona a homo oeconomicus, che si accompagna all’idea di mercato naturalizzato: è il mercato che vota, decide, governa le nostre vite. Ne discende lo svuotamento di alcuni diritti fondamentali come istruzione e salute, i quali non possono essere vincolati alle risorse economiche. Allora occorre tornare alle parole della triade rivoluzionaria, eguaglianza, libertà e fraternità , che noi traduciamo in solidarietà : e questa non ha a che fare con i buoni sentimenti ma con una pratica sociale che favorisce i legami tra le persone. Non si tratta di ferri vecchi di una cultura politica defunta, ma di bussole imprescindibili. Alle quali aggiungerei un’altra parola-chiave fondamentale che è dignità ».
Una parola molto presente nella tradizione cattolica.
«In parte viene da lì. E qui ho dovuto rivedere alcuni miei giudizi giovanili insofferenti al personalismo cattolico, che lasciò una forte traccia sulla Costituzione. Ma la dignità è anche legata al tema del lavoro. C’è un passaggio essenziale della Carta, l’articolo 36, che stabilisce che la retribuzione deve garantire al lavoratore e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La nostra Costituzione, insieme a quella tedesca, rappresentò l’unica vera novità del costituzionalismo del dopoguerra. Noi con il lavoro, i tedeschi con l’inviolabilità della dignità umana, principio reso necessario dai crimini del nazismo».
Le uniche due novità provenivano dai paesi sconfitti?
«Sì, Italia e Germania avvertivano più degli altri il bisogno di uscire da un mondo tragico per rifondarne uno radicalmente diverso ».
In fase costituente, il giurista Costantino Mortati tentò di introdurre una distinzione tra diritti civili e diritti sociali, tra quelli che non hanno un costo e quelli vincolati alle risorse dello Stato, quindi garantendo a priori i primi e impegnando lo Stato a trovare le risorse per i secondi, ma senza assicurarne il pieno godimento. Poi prevarrà un’altra interpretazione, che include i diversi diritti in un’unica categoria. Interpretazione che alcuni oggi vorrebbero rivedere.
«Due obiezioni essenziali. Primo: il ritenere questi diritti indivisibili non è un principio sovversivo, ma viene sancito anche dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Secondo: esso vale come vincolo nella ripartizione delle risorse. Dire che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro mi costringe a tenerne conto quando distribuisco le voci di bilancio. Lo so che la salute costa, ma quando l’articolo 32 mi dice che è un diritto fondamentale, la politica non può prescinderne. E venendo alla formazione, se la scuola pubblica è un obbligo per lo Stato, finchè io non ne ho soddisfatto tutti i bisogni, alla scuola privata non do niente. Troppo brutale?».
No, molto chiaro.
«È evidente che il welfare va rivisto sulla base delle risorse, ma chi agita la bandiera dei “diritti che costano” mi sembra voglia liberarsi dell’ingombrante necessità di discutere di politiche redistributive. Spesso sono gli stessi che dicono che non c’è distinzione tra destra e sinistra».
Lei cominciò nelle file radicali.
«No, in realtà esordii nell’Unione goliardica italiana, che era il movimento giovanile universitario. Lì è cominciata la mia storiella da cane sciolto. Lettore del Mondo ma insofferente alle chiusure anticomuniste di Pannunzio. Compagno di viaggio dei radicali, ma allergico all’autoritarismo di Pannella. Poi molto vicino al Psi guidato da De Martino, ma pronto a litigare con un arrogantissimo Craxi divenuto vicesegretario. Infine nella Sinistra Indipendente, che però era irregolare di suo. Non sono mai stato intrinseco a nessun partito. L’unico mio punto fermo sono stati i diritti».
La «storiella da cane sciolto» ha a che fare con la mancata elezione a presidente ella Repubblica
«Forse sì, ed è per questo che non ci ho mai creduto. A un certo punto ho avvertito la necessità di metterci la faccia per impedire quello che poi è successo: le larghe intese e la pacificazione nazionale».
L’hanno accusata da sinistra di aver dato una sponda ai grillini.
«Semplicemente puerile. Era stato Bersani a cercare per primo l’intesa con loro, e allora mi apparve la cosa giusta».
Ma i Cinquestelle sono di sinistra?
«Non è facile rispondere. Dentro il movimento ho trovato dei contenuti che si possono riferire a una cultura di sinistra: diritti, ambiente, beni comuni. Ma quando s’è trattato di dare uno sbocco parlamentare a queste idee è arrivato l’alt di Grillo».
Che è tra quelli che dicono che non c’è distinzione tra destra e sinistra.
«Appunto. Non è di sinistra. Ma ha saputo intercettare un desiderio di cambiamento diffuso nella società civile. L’ha interpretato sul piano della protesta, però non ha saputo dargli una traduzione politica, con l’effetto di sterilizzarlo ».
Perchè il Pd non l’ha sostenuta nelle elezioni presidenziali?
«È un partito dall’identità debole, gli è parso troppo arrischiato affidarsi a una personalità fuori dalle righe. Sì, capisco che la scelta di fare una trattativa con i grillini avrebbe richiesto un po’ di azzardo. Ma il cambiamento richiede coraggio. E la sinistra è cambiamento».
Nessun risentimento?
«No, il mio giudizio è esclusivamente politico: hanno sbagliato nel rinunciare alla strada del cambiamento. E hanno sbagliato nel silurare Prodi. Quando seppi che Romano era il nuovo candidato del Pd, feci subito una dichiarazione pubblica in cui mi dicevo pronto al passo indietro. Sul treno per Reggio Emilia mi chiamò lui dal Mali. “Come mi dispiace Stefano, noi così amici e ora contrapposti”. Quando gli dissi del mio passo indietro, lui mi ringraziò per avergli tolto un peso».
Che effetto le fa essere acclamato in piazza come il nuovo papa rosso?
«Sono un po’ imbarazzato, e non so come uscirne. Naturalmente sono grato a tutte queste persone. Però il problema della sinistra non può stare sulle mie spalle. Dalle manifestazioni sulle leggi-bavaglio a quelle delle donne, dalle piazze studentesche al referendum sull’acqua, esiste un’altra sinistra che la politica istituzionale si ostina a non vedere. Intorno a questo mondo è possibile costruire».
Simonetta Fiori
(da “la Repubblica“)
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Luglio 23rd, 2013 Riccardo Fucile
A PALAZZO CHIGI HA PREVALSO IL TIMORE CHE LE PAROLE DEL MINISTRO METTESSERO SOTTO ACCUSA ALFANO E CANCELLIERI
Anche l’arma estrema delle dimissioni è stata vagliata. 
Di fronte all’escalation dell’affaire Shalabayeva, nei giorni più caldi dello scontro politico, Emma Bonino ha pensato di dimettersi.
Ufficialmente sempre negata, la possibilità di lasciare il suo incarico il ministro l’avrebbe confidata di recente a un amico, ma aggiungendo anche la ragione per cui alla fine ha scelto di restare al suo posto: «Non volevo fare la fine di Terzi».
La fine cioè del ministro degli Esteri di Monti, messo nell’angolo e sconfessato dal suo stesso governo sulla scelta di rimandare i marò in India
Bonino è consapevole della difficoltà della sua posizione, specie alla vigilia dell’audizione in Senato.
Così ieri, in un momento di sincerità davanti alle telecamere a Bruxelles, il ministro degli Esteri si è lasciata andare a una frase sibillina: «Mi sono occupata del caso Shalabayeva in solitario, di fronte a istituzioni del paese che continuavano a ripetere che tutto era regolare ».
Bonino insomma non ce la fa più a restare sulla graticola per responsabilità che non sono sue.
Ma ieri è stata costretta a mordersi la lingua, a spiegare che intendeva riferirsi «alle attività della Farnesina, che non mi paiono evidenziate a sufficienza».
Nel governo corre voce che ci sia stata ieri mattina una telefonata allarmata di Enrico Letta al ministro degli Esteri, con il premier preoccupato per lo scontro che sembrava accendersi nella sua squadra.
Nelle parole della Bonino non era difficile leggere infatti un’accusa ai colleghi Alfano e Cancellieri, alle loro burocrazie ministeriali.
Marco Pannella, che con Bonino ha parlato a lungo in questi giorni prima di prendere posizione, domenica sera a Radio radicale ha raccontata in diretta la sua versione: «Emma ha fatto quello che nessun altro ha fatto. Invece di delegare tutto a un funzionario, a un dirigente, a un ambasciatore, ha subito dato personalmente notizia della cosa ai vertici istituzionali, dicendo tutto quello che sapeva».
C’è poi la questione dell’eventuale espulsione dell’ambasciatore kazako Yelemessov. Matteo Mecacci, ex deputato radicale ed esperto di Kazakistan, ha trovato la norma che potrebbe tirare fuori dall’imbarazzo la Farnesina.
La Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche impone infatti agli ambasciatori di «trattare tutti gli affari ufficiali con il ministero degli affari Esteri dello Stato accreditatario o, per il tramite di esso, con un altro ministero convenuto ». Insomma, Yelemessov non avrebbe potuto istallarsi al Viminale senza prima concordare la sua azione con la Farnesina, unico interlocutore legittimo di un ambasciatore.
Per questo, prima dell’espulsione, agli Esteri adesso si aspettano che sia lo stesso Kazakistan a richiamare il suo diplomatico in patria.
Francesco Bei e Liana Milella
(da “La Repubblica“)
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Luglio 23rd, 2013 Riccardo Fucile
COSI’ CANCELLIERI E LA LEADER RADICALE HANNO AVALLATO LE TESI DEL VIMINALE
Come il morto che si afferra ai vivi, il ministro dell’Interno Angelino Alfano trascina nel suo abisso di omissioni, contraddizioni, opacità chi con lui ha politicamente condiviso il caso Ablyazov nei cinquanta giorni di silenzio (31 maggio-12 luglio) successivi all’espulsione di Alma Shalabayeva e della sua bimba Alua.
Il ministro degli esteri Emma Bonino, quello della Giustizia Annamaria Cancellieri, lo stesso Presidente del Consiglio, Enrico Letta.
E polverizza ogni traccia di residua collegialità del Governo, costringendo ora ciascuno dei protagonisti dell’affaire, a muoversi in ordine sparso per dar conto, in solitudine, delle proprie mosse
UN’INFORMAZIONE VELENOSA
Nella lunghissima dissimulazione di quanto accaduto tra il 28 e il 31 maggio nel quadrilatero Viminale – Questura di Roma – villa di Casal Palocco – Ufficio Stranieri – il peccato originale è infatti nella rapidità con cui, il 3 giugno (dopo aver ricevuto un primo appunto dalla Questura di Roma), il ministero dell’Interno liquida la vicenda come un’ordinaria pratica di espulsione che ha seguito altrettanto “ordinarie” prassi amministrative.
L’informazione – come è ormai documentalmente accertato – è infatti significativamente inesatta, monca, e ha la capacità di contagio della peste.
In quei primi giorni di giugno, ad esempio, la avalla il capo della Polizia, Alessandro Pansa, salvo doverla correggere, più di un mese dopo, con la sua indagine interna e con un equilibrismo linguistico durante la sua audizione di fronte alla Commissione diritti umani del Senato.
«La rapidità della procedura di espulsione di Alma Shalabayeva – converrà il capo della Polizia – non è stata ordinaria, ma neppure anomala».
LE RASSICURAZIONI ALLA GIUSTIZIA
È un fatto che quella prima informazione alla camomilla diffusa dal Viminale viene accreditata con l’ufficio di gabinetto del ministro di Giustizia Annamaria Cancellieri convincendola ad una presa di posizione ufficiale sulle procedure di espulsione della Shalabayeva («Perfette», le definisce. Così come accredita l’assoluta regolarità dell’udienza di fronte al giudice di pace di Roma che ha verificato la legittimità dell’espulsione).
E questo, mentre la Farnesina e Palazzo Chigi seguono altre strade.
La Bonino – per quanto è stato possibile ricostruire – viene avvisata della vicenda Shalabayeva da una email che i legali della donna, lo studio Vassalli-Olivo, le spediscono intorno alle 20 del 31 maggio, più o meno contemporaneamente al lancio Ansa che dà conto dell’espulsione.
E, di lì in avanti, decide di muoversi in autonomia.
LE MOSSE DELLA BONINO
Sappiamo dai documenti allegati alla relazione di Pansa che la Bonino attiva la nostra ambasciata a Londra il 3 giugno per verificare lo status di rifugiati politici di Ablyazov e della Shalabayeva nel Regno Unito (ne riceverà un riscontro positivo il 4). E scopriamo anche – per quanto ne riferiscono a “Repubblica” i diretti interessati – che interloquisce durante il mese di giugno «almeno cinque o sei volte» con gli stessi legali dello studio Olivo.
Quasi sempre attraverso i suoi più stretti collaboratori. Di più.
Come riferiva ieri un’informata cronaca di Luca Sofri su “ il Post”, il 7 giugno il ministro degli Esteri «chiede informazioni a Letta, alla presenza del consigliere diplomatico Armando Varricchio e del proprio capo di Gabinetto Benassi» e «torna a chiedere al mistero dell’Interno informazioni sulle procedure seguite nell’espulsione».
LA RIUNIONE A PALAZZO CHIGI
Che Interno ed Esteri non comunichino in quei primi giorni di giugno e che Alfano e la Bonino non abbiano nessuna ragione al mondo per fidarsi l’uno delle risposte dell’altro è evidente anche dalle scelte del Presidente del Consiglio. Il 3 giugno – per quanto riferiscono fonti qualificate di Palazzo Chigi – Enrico Letta convoca infatti il suo consigliere diplomatico Armando Varricchio e il sottosegretario Patroni Griffi per affidare a loro una raccolta discreta di informazioni con i due ministeri che consentano di venire a capo o quanto meno di avere un’idea di quanto accaduto tra il 28 e il 31 maggio.
Un lavoro che, a quanto pare, procede silenziosamente per l’intero mese di giugno e che le stesse fonti di Palazzo Chigi definiscono «assiduo» e fitto di «ulteriori contatti» con Alfano e Bonino (anche se di questi contatti non è dato sapere con esattezza nè il numero, nè le circostanze).
LA RESA DEI CONTI
Sicuramente, la situazione precipita a inizio luglio.
È allora, infatti, che Palazzo Chigi ha la percezione della totale inerzia del ministro Angelino Alfano nel voler andare fino in fondo alla vicenda Ablyazov e, contemporaneamente, del nervosismo della Bonino che, per altro, continua a ricevere la pressione delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea, delle Ong.
Di qui, la decisione di drammatizzare politicamente la vicenda tentando un’operazione che fallirà .
Affidare cioè al capo della Polizia un’indagine interna che assolva il ministro dell’Interno Alfano ma trovi comunque un responsabile nelle burocrazie, scommettendo che quella resa dei conti pilotata contribuisca a spegnere l’incendio. L’esito – come ormai evidente – sarà esattamente l’opposto.
Fino alle parole di ieri della Bonino. Chiare nel loro significato e quindi precipitosamente corrette.
La dimostrazione – ammesso ce ne fosse bisogno – che, come una peste, appunto, la menzogna politica che segna dall’inizio questa vicenda ha avvelenato tutto ciò che poteva avvelenare.
Carlo Bonini
(da “La Repubblica“)
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Luglio 22nd, 2013 Riccardo Fucile
I REATI IPOTIZZATI SONO TURBATIVA D’ASTA E ABUSO D’UFFICIO
Il sindaco di Napoli Luigi de Magistris è ufficialmente indagato per turbativa d’asta nell’ambito
dell’inchiesta sull’organizzazione dei preliminari della Coppa America, insieme al governatore della Campania Stefano Caldoro e all’ex presidente della Provincia di Napoli Luigi Cesaro.
Con il coinvolgimento diretto dei vertici amministrativi del Comune, si fa altissima l’attenzione della Procura di Napoli sulle vicende di Palazzo San Giacomo: è infatti in piedi un’altra inchiesta che coinvolge l’assessore Pina Tommasielli, accusata di aver fatto cancellare alcune multe inflitte alla sorella e al cognato magistrato.
Che si va ad aggiungere ad un’indagine di qualche mese fa sulla mancata manutenzione delle strade cittadine (qui il sindaco è indagato insieme all’ex assessore Ana Donati).
Alle prime avvisaglie dell’inchiesta sull’evento velico, coi finanzieri del Nucleo Tributario che avevano rivoltato i cassetti del fratello Claudio e avevano appena sequestrato il pc del capo di gabinetto Attilio Auricchio, il sindaco minacciò tuoni e fulmini contro chi avesse tentato di coinvolgerlo in questa storia.
“Non consentirò a nessuno di infangare, anche solo di riflesso, non essendo coinvolto nell’indagine, la mia onestà e la mia correttezza. Sulla mia persona devono passarci solo da morto”.
Era il 5 giugno scorso. In sette settimane le normali schermaglie processuali hanno indotto la Procura a scoprire alcune carte e a rivelare l’iscrizione nel registro degli indagati di de Magistris, Caldoro e Cesaro.
Il Riesame nei giorni scorsi ha infatti annullato il sequestro del computer di Auricchio “per assoluta carenza di motivazione”, e i pm Graziella Arlomede e Marco Bottino, coordinati dall’aggiunto Francesco Greco, hanno ripresentato un nuovo decreto di sequestro, stavolta più circostanziato.
Così nell’integrazione del capo di imputazione sono sbucati i nomi del sindaco, del governatore e del deputato Pdl, indagati in concorso con il presidente dell’Unione industriali Paolo Graziano (il cui nome già compariva nel precedente decreto) per l’ingresso di Confindustria Napoli come partner privato di Acn (America’s Cup Napoli), la società di scopo creata per la manifestazione.
L’indagine sulla Coppa America ipotizza i reati turbativa d’asta, abuso d’ufficio, truffa.
A giugno uscirono i nomi dei primi sette indagati, una parte consistente della classe dirigente cittadina: oltre ad Auricchio e a Claudio De Magistris (consulente Grandi Eventi del Comune a titolo gratuito), il presidente dell’Unione Industriali, Paolo Graziano, il presidente della Camera di Commercio, Maurizio Maddaloni, l’avvocato amministrativista Antonio Nardone, il responsabile unico del procedimento amministrativo, Giancarlo Ferulano, il direttore di Acn (America’s Cup Napoli) Mario Hubler, subentrato a Graziano dopo cinque anni da direttore di BagnoliFutura e poi dimessosi recentemente, a competizione finita — Hubler è indagato anche per la mancata bonifica dei suoli di Bagnoli.
Acn raggruppa gli enti locali (Comune, Provincia, Regione) e la Camera di Commercio, che ha preso il posto dell’Unione Industriali di Napoli.
Era nata per essere una società di scopo, finalizzata all’America’s Cup.
Una modifica statutaria l’ha poi trasformata in una società che può organizzare ogni tipo di eventi. Tra gli atti desecretati al Riesame, è sbucata una conversazione captata sul telefono di Hubler: ”La verità — dice il manager ad una sua collaboratrice — è che una parte di verità questi la dicono: quest’evento che porta turismo è una puttanata”. Era il tre marzo 2013 e Hubler commentava così le critiche degli albergatori riportate dai giornali sull’effettiva portata dell’evento che si sarebbe disputato nell’aprile successivo.
Nella stessa informativa della Finanza, sono stati riportati altri brandelli di conversazione relativi a un presunto interesse di Claudio de Magistris sul catering dell’inaugurazione della Coppa America. “Montagne di fango su persone per bene, fatti di nessuna rilevanza penale” ha commentato il sindaco.
Che alla restituzione del computer di Auricchio pose l’accento sulle motivazioni del dissequestro.
Ora la Procura torna all’attacco. E lo tira in ballo personalmente nell’inchiesta.
Vincenzo Iurillo
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 22nd, 2013 Riccardo Fucile
“IL FIUME DELLA LIBERTA'” E’ IL DOCUMENTARIO-FILM PER RAMMENTARE IL VENTENNIO BERLUSCONIANO
Si intitola “Il fiume della libertà ” il docu-film agiografico realizzato per celebrare il ventennale della “discesa in campo” del Cavaliere.
Della durata di un’ora e mezza, il film ha finito venerdì la fase di postproduzione, affidata alle accorte mani di Roberto Gasparotti, il guru dell’immagine televisiva di Berlusconi.
“Regista” e autore il senatore Pdl Francesco Giro, che ha visionato centinaia di ore di filmati per estrarne il distillato di “Silvio”, dal discorso della calza fino a oggi.
Era più di un anno che il leader del Pdl stava cercando un regista a cui affidare il racconto del suo “Ventennio”.
Scartati quattro o cinque registi veri, ha trovato in Giro un volontario pronto a sobbarcarsi il lavoro.
Dopo due mesi di lavorazione il docu-film è dunque pronto per essere consegnato martedì nelle mani del Cavaliere per il via libera definitivo.
E poi?
Pare che Berlusconi abbia intenzione di mandare la cassetta a Mediaset, pronto a usarla per riequilibrare, sul piano politico-mediatico, una eventuale sentenza di condanna da parte della Cassazione con un’altra narrazione.
Nel documentario, ha dichiarato giorni fa l’autore, si celebra infatti «la nascita di un leader carismatico che entra in contatto diretto e non mediato con il suo elettorato: ho voluto descrivere questo contatto che è per me innanzitutto fisico, corporeo, il corpo di un leader e quello di un elettorato ampio diffuso e composito, non del tutto intellegibile neppure per Berlusconi».
Inoltre, con un Pdl in debito d’ossigeno, c’è anche l’intenzione di trasferire il filmato su Dvd e commercializzarlo per finanziare il partito.
«Sono decine – dicono da palazzo Grazioli – i deputati, senatori e amministratori del partito che ci hanno già chiesto il Dvd per diffonderlo».
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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Luglio 22nd, 2013 Riccardo Fucile
DA SPOSETTI (PD) A BIANCONI (PDL) : “LA DEMOCRAZIA E’ A RISCHIO”
«Io non ho paura per me. Ho paura per la democrazia. Perchè questa è una legge sbagliata,
ipocrita, piena di sciocchezze. Siamo rimasti solo io e Peppone a pensarla così».
Chi parla è Maurizio Bianconi, tesoriere del Pdl.
«Peppone», invece, è Ugo Sposetti, altrettanto battagliero deputato pd e storico tesoriere ds. Ma a difendere la barricata del finanziamento pubblico non ci sono solo loro.
Perchè il disegno di legge, che arriva molti anni dopo un referendum che abrogava i fondi ai partiti, rischia di essere svuotato di contenuti e fatto slittare dall’arrembaggio (con 150 emendamenti) più o meno palese di molti difensori della mano pubblica nei partiti.
Definirli semplicemente difensori della Casta sarebbe fare loro un torto.
Perchè il fronte di chi si oppone alla fine dei finanziamenti pubblici è variegato e porta con sè interessi privati, difesa di indifendibili sprechi e privilegi, ma anche qualche buona ragione. Bianconi parla di ddl ipocrita, perchè «se la gente vuole eliminare il finanziamento lo si elimina sul serio e non si usano palliativi come il 2 per mille. E non si introducono cose che fanno morire dal ridere, come i programmi per l’accesso in tv e la sede gratis ai partiti».
Lo scenario che disegna il tesoriere del Pdl non è rassicurante: «Da una parte c’è l’opinione pubblica che, più che togliere i soldi ai partiti, vuole ammazzare tutti i politici. Ci vuole tutti morti, impiccati. Fosse per loro chiuderebbero Camera e Senato e farebbero seimila piazzale Loreto. Mica li plachi togliendoci qualche soldo. Dall’altra, una legge come questa ci fa finire dritti nelle mani di poteri ben interessati: tecnocrati e poteri economici che vogliono indebolire una classe politica annichilita e paralizzata dalla paura».
Bianconi contesta «la pretesa di disegnare partiti da Unione sovietica, con commissioni nominate dai giudici».
E attacca la Corte dei Conti, che ha segnalato come gli incassi dei partiti siano stati di 2 miliardi per soli 500 milioni di euro spesi: «I magistrati sono gli unici che si sono dati l’aumento di stipendio: non hanno diritto di parlare».
Con toni diversi, anche sull’altro fronte politico, quello di Sel, si condivide l’analisi: «È una legge che ci mette fuori dall’Europa – sostiene il giovane tesoriere Sergio Boccadutri – Noi siamo favorevoli al finanziamento: c’è un cedimento culturale a un modello che, in assenza di leggi che regolino il conflitto d’interessi e le lobby, rischia di essere pericoloso».
A Boccadutri della legge non piace tra l’altro il meccanismo del 2 per mille: «È fastidioso: alla fine è lo Stato che ci mette dei soldi, quelli incamerati di meno dalle tasse. Soldi donati non sulla base del consenso ma del censo».
Il tesoriere sel contesta la mancanza di un tetto alle donazioni private, critica il fatto che le fondazioni possano ricevere soldi e rilancia la proposta del suo partito: «Un finanziamento da 18 milioni per Camera e Senato una tantum, per ogni singola elezione. Solo il primo anno, con il sistema del piè di lista. Come si fa anche in Australia».
Nelle resistenze dei partiti non è estranea la questione dei dipendenti. Pd e Pdl hanno 190 dipendenti a testa e con la riduzione dei fondi pubblici (già dimezzati dalle legge 96 del 2012) i loro posti rischiano.
Per questo, però, è stato proposto un emendamento che prevede l’estensione della Cassa integrazione ai dipendenti di partito.
Un aiuto arriva anche dalla progressività con cui entrerà in funzione il nuovo sistema.
Quanto al Movimento 5 Stelle, sostiene che il ddl del governo non è nient’altro che una truffa, un modo per far entrare i soldi dalla finestra invece che dalla porta: «Noi del Movimento abbiamo già rinunciato a 42 milioni di rimborsi elettorali – spiega Giuseppe D’Ambrosio –. Ogni voto al M5S non è costato nulla ai cittadini italiani ed è stato pagato con soli 40 centesimi di euro dai sostenitori».
Ufficialmente, la maggioranza è per il varo del ddl Letta (che arriverà in Aula il 26 luglio).
Ma Ugo Sposetti, acerrimo nemico di un progetto che «è una violenza alla democrazia», è sicuro: «Farò proseliti per bloccarlo».
Anche a questo il premier Letta è pronto.
Tanto che ha già avvertito: «Se il ddl si blocca, interverremo per decreto».
Alessandro Trocino
(da “il Corriere della Sera”)
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Luglio 22nd, 2013 Riccardo Fucile
LA CAMPAGNA BIPARTISAN PRIMA DELLA CONDANNA: QUANDO I MEDIA PARLAVANO DI “CASTELLI DI CARTA” E “BUFALE”
Chi risarcirà Ottaviano Del Turco? La domanda è strana perchè è stata fatta, più volte, mentre il politico era ancora imputato per corruzione e altri reati.
E perchè oggi è stato condannato in primo grado a nove anni e sei mesi di reclusione nel processo sulla cosiddetta “Sanitopoli” abruzzese.
“Chi risarcirà Del Turco per quanto gli è stato fatto, per il tempo che gli è stato sottratto, per ciò che ha dovuto subire, per le aggressioni mediatiche e politiche che hanno fatto seguito alla cosiddetta ‘maxi-inchiesta’?”, si chiedeva l’ineffabile Daniele Capezzone (Pdl) il 12 marzo scorso, con il processo ancora aperto.
E chi avrebbe risarcito il governatore dell’Abruzzo finito in carcere nel 2008 — dopo essere stato segretario aggiunto della Cgil, segretario nazionale del Psi post Craxi, ministro e presidente della Commissione parlamentare antimafia — se lo chiedeva anche l’allora presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni.
Il quale, a sua volta invischiato in diversi guai giudiziari, metteva in guardia i giornalisti così: “Vedete anche che cosa è successo al povero Del Turco, che è stato accusato ingiustamente e mandato ingiustamente in carcere”.
Era l’8 gennaio 2010, tre anni e mezzo prima della sentenza del Tribunale di Pescara emessa oggi.
Tutti i processi che coinvolgono i politici sono accompagnati da polemiche aspre. Ma quello contro Del Turco è unico perchè come nessun altro è stato dato ripetutamente per “spacciato“, ridotto a una “farsa“, con prove che si rivelavano “bufale” e “patacche“.
Non solo a opera dei politici abituati alla mischia tra (presunti) giustizialisti e (presunti) garantisti, ma anche da molti giornali, in uno spettro bipartisan.
“Del Turco, la prova regina? Era tutta una bufala”, titolava l’Unità il 12 marzo scorso, dando conto di un’udienza in cui era emerso che le foto fornite dal principale testimone d’accusa, l’imprenditore Vincenzo Maria Angelini, e che a suo dire immortalavano la consegna della tangente a casa Del Turco, portavano una data sfasata di oltre un anno.
Poteva essere il “crollo del castello di carte” dell’accusa, così come un difetto della fotocamera male impostata.
I periti del tribunale hanno concluso per questa seconda opzione, ma la lettura dell’Unità non è rimasta isolata.
“Il processo farsa a Del Turco crolla tra bugie e false prove”, titolava il Giornale, con un articolo che iniziava così: “La farsa è finita, datevi pace”.
E il direttore Vittorio Feltri rincarava: “Del Turco vittima dei pm, ma nessuno lo risarcirà ”. La brama assolutoria colpiva anche La Stampa e il Foglio.
Ottaviano Del Turco fu arrestato il 14 luglio 2008 quando era presidente della Regione Abruzzo, insieme ad assessori e consiglieri.
Si dimise, così la Regione tornò al voto e passò al centrodestra.
Scoppiò l’ennesimo scontro tra politica e magistratura.
Del Turco, che si è sempre proclamaato innocente, accusò pubblicamente il suo partito, il Pd, di non averlo difeso, e annunciò la disponibilità a candidarsi con il Pdl, che invece si era schierato al suo fianco fin dal primo istante.
Poi ogni nodo del processo è stato accompagnato da una vigorosa campagna innocentista con protagonisti eterogenei, dall’ex direttore di Liberazione Piero Sansonetti al vicedirettore del Corriere della Sera Pigi Battista, protagonista di epici scontri a distanza con il suo omologo del Fatto Quotidiano Marco Travaglio, autore di diversi articoli che contestavano la prematura assoluzione a mezzo stampa.
La sacrosanta presunzione di innocenza fino al giudizio definitivo (Del Turco ha già annunciato il ricorso in appello) si è trasformata infatti in una curiosa presunzione di assoluzione.
Così già nel lontano 2009 il deputato Pdl Giuliano Cazzola tirava in ballo il paragone con il dramma di Enzo Tortora, ma fu significativo anche l’intervento di Luciano Violante due anni dopo: “Se il magistrato inquirente ha sbagliato, alla fine del processo dovrà risponderne personalmente”.
Il 14 gennaio 2012 in Senato fu presentata persino un’interrogazione bipartisan che chiedeva al governo se con l’inchiesta Del Turco non fossero stati “violati diritti costituzionali individuali“, e se lo svolgimento della vita democratica della Regione Abruzzo non fosse stato “irrimediabilmente compromesso dai comportamenti della magistratura”.
In calce le firme di parlamentari del Pd (Franca Chiaromonte, Pietro Marcenaro, Adriano Musi, Luciana Sbarbati) e del Pdl (Luigi Compagna, Ombretta Colli, Antonino Caruso, Diana De Feo, Marcello Pera e Vincenzo Fasano).
Ai tecnici di Mario Monti, i senatori chiedevano anche lumi su ”come si possa impedire in futuro il ripetersi di inchieste tanto palesemente disancorate al rispetto delle norme costituzionali in termini di diritti individuali”.
I giudici di primo grado, invece, hanno emesso un verdetto di condanna: ”E’ una sentenza che ristabilisce la verità su un fatto doloroso per l’Abruzzo”, ha detto all’Ansa Nicola Trifuoggi, capo della Procura di Pescara all’epoca dell’inchiesta.
“Io sono amareggiato per la malafede con cui periodicamente sono partite campagne mediatiche che volutamente diffondevano la falsa notizia di innocenza acclarata che grazie al loro potere sull’opinione pubblica hanno gettato sconcerto”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 22nd, 2013 Riccardo Fucile
L’IMPATTO SUL MAGGIOR TRIBUTO DOVUTO AL FISCO
Ci sono almeno due fronti aperti per la casa: la questione dell’Imu e la revisione del catasto. 
Ma quanto potrebbero valere alla fine di questo percorso gli immobili per il Fisco?
È chiaro che una qualsiasi revisione delle imposte immobiliari va preceduta da una profonda revisione dei criteri con cui si determinano i valori imponibili e quindi aggiornare radicalmente i valori catastali da cui oggi si parte per determinare non solo l’Imu ma anche le imposte sulle compravendite e sulle donazioni e successioni.
Se si dovessero prendere in considerazione le stime attuali la «rivalutazione media» sfiorerebbe il 60%.
Il tema è sul tavolo da almeno quindici anni e il precedente esecutivo era riuscito a farsi approvare dalla Camera un progetto di legge delega in materia.
Ora si torna alla carica con la proposta di legge 1122, primo firmatario Daniele Capezzone, che ripropone la stessa norma e ha iniziato il suo iter.
Come si arriverà ai nuovi valori catastali?
Innanzitutto ci si adeguerà alla realtà del mercato e quindi l’identificazione dei valori di vendita e di locazione degli immobili avverrà sulla base dei metri quadrati e non più dei vani catastali, il cui numero non è sempre collegabile a quello degli ambienti in cui è suddiviso l’immobile perchè comprende anche pertinenze e spazi comuni e la cui dimensione è variabile.
Per fare un solo esempio, il vano in media a Milano misura 18,12 metri quadrati a Roma invece 19,40.
La determinazione dei valori partirà da funzioni statistiche, dice il disegno di legge, «atte ad esprimere la relazione tra valore di mercato, la localizzazione e le caratteristiche edilizie dei beni per ciascuna destinazione catastale e per ciascun ambito territoriale anche all’interno di uno stesso comune».
Traducendo la frase in uno scenario presumibile, la base del calcolo saranno i valori dell’osservatorio del mercato immobiliare redatto dall’Agenzia delle Entrate, che suddividono i comuni in zone omogenee e che già forniscono valori di vendita e locazione a metro quadrato.
Il valore delle singole unità immobiliari sarà rideterminato applicando coefficienti in funzione delle caratteristiche dell’immobile (come potrebbero essere il piano, la vetustà dell’edificio, la strada in cui si trova).
Un sistema meno iniquo, almeno sulla carta di quello attuale, con rendite catastali che spesso appaiono attribuite a caso, ma che presenta alcune criticità .
La prima è che un criterio base per determinare il valore di mercato dell’immobile è lo stato di manutenzione, che nessuna stima teorica può determinare a priori.
La seconda è che il sistema rischia di rivelarsi molto rigido anche se è previsto un sistema di concertazione per cui i coefficienti saranno decisi dai Comuni in accordo con le associazioni dei proprietari, almeno così emerge dai lavori compiuti dal comitato ristretto della commissione Finanze che a Montecitorio sta esaminando il testo.
Confedilizia ne sottolinea la necessità , ricordando che si tratta di mettere in moto un meccanismo che poi avrà una validità di decenni.
Bisogna poi sottolineare che i valori saranno definiti sulla base della media del triennio precedente l’entrata in vigore: se questo succedesse tra pochi mesi (è però molto improbabile) sarebbe un disastro, perchè il mercato sta continuando a scendere, come mostra la tabella dei prezzi tratta dall’ultimo osservatorio di Nomisma e quindi c’è in qualche caso il rischio di vedersi sovrastimare l’abitazione.
Di qui un altro aspetto critico: la possibilità per il singolo proprietario di tutelarsi qualora l’Agenzia delle Entrate stabilisse per l’immobile un valore troppo elevato. In teoria sarebbero possibili tre strade: l’autotutela del contribuente, il ricorso alle commissioni tributarie o al Tar ma – sottolinea sempre da Confedilizia – rimane dubbia la possibilità di vedersi accogliere un ricorso che eccepisca il merito della valutazione effettuata dal Catasto se non vi sono vizi di legittimità .
C’è un quarto aspetto, il più sostanziale: a parità di aliquote un catasto basato sui valori dell’Agenzia delle Entrate porterebbe a un forte incremento delle imposte. Nella tabella, che abbiamo ricavato basandoci su dati ufficiali dell’Agenzia e cioè l’ultima edizione dello studio “immobili in Italia” e le più recenti statistiche catastali, si evidenzia che i valori di mercato identificati dalle Entrate sono più alti dei valori adottati ai fini Imu (nonostante l’incremento del 60% applicato ai fini dell’imposta) e per le imposte di acquisto per l’abitazione principale.
A Milano ad esempio il valore di una casa media ai fini dell’Imu aumenterebbe del 35,8% e del 97,5% ai fini dell’acquisto.
A Roma i valori sono rispettivamente del 44,5% e del 110,2%, a Napoli addirittura del 247,3%.
In altri Paesi, come la Spagna, il valore di mercato viene abbattuto ai fini fiscali, in genere del 30%; è possibile che si arriverà a questa soluzione anche in Italia, ed è anche probabile, se si vuole rispettare l’impegno più volte sbandierato dell’invarianza complessiva di gettito, che le aliquote saranno riviste al ribasso, ma una cosa appare certa: i proprietari delle case nei centri storici delle grandi città , e cioè di immobili che ai valori attuali del Catasto sono spesso stimati tre-quattro volte meno rispetto al mercato, finiranno per pagare molto più di oggi, mentre – forse – quelli di case nuove ma non di lusso delle periferie riusciranno a ottenere un piccolo sconto.
Gino Pagliuca
(da “il Corriere della Sera“)
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