Luglio 20th, 2013 Riccardo Fucile
UNA VITA DIVISA TRA LAVORO E FAMIGLIA
Il numero di badanti assunte nel nostro paese è pari a circa 1 milione e 700 mila. L’80% sono prevalentemente donne tra i 35 e i 50 anni.
La maggior parte provengono da paesi come Bielorussia, Moldavia, Romania e Ucraina.
In 10 anni la loro presenza è raddoppiato e se la crescita resterà pressochè invariata entro il 2030 il numero potrà sfiorare i 2 milioni e 300 mila.
Un viaggio in autobus da Verona a Minsk mi ha permesso di conoscere un po’ di più la loro “vita a distanza” fra Italia e Bielorussia.
Sul bus che da Napoli arriva a Minsk (capitale Bielorussa) nelle parole di Nadya e Yilenia l’eco della difficoltà di vivere una “vita da badante” e una “vita a distanza”. Loro come tante sono mamme, mogli, figlie e zie a distanza. Spesso dipinte secondo immaginari poco veritieri, la loro vita è scissa da necessità (lavoro) e virtù (rimanere la donna della loro famiglia lontana).
Come molte loro colleghe, anche Nadya e Yilenia finito il lavoro “vicino” dedicano molte ore a quello “lontano”, educando i figli lasciati nel paese di origine, facendo compagnia al marito e cercando di mantenere un equilibrio famigliare che dia continuamente ossigeno e forza alla scelta migratoria fatta.
Skype è il mezzo che garantisce di trasmettere passione e amore oltre i confini che le separano.
Lo utilizzano per condividere — e cito le loro parole — un “pasto a distanza” con i mariti, per educare i figli controllandone compiti, pagelle scolastiche, ascoltandone i bisogni e accompagnando senza sosta la loro crescita.
Sono sorelle quando parlano con i fratelli, sono zie quando la domenica si uniscono in preghiera con la famiglia riunita, sono compagne di vita quando ricordano — ogni giorno — ai mariti dove e perchè stanno vivendo.
Nella parola “badante” vi sono molteplici sfaccettature.
Oltrepassando l’immaginario collettivo del termine, il lavoro si suddivide in categorie precise: badanti che convivono ma lavorano part-time, altre che convivono operando a tempo pieno, “neobadanti” con compiti generali e badanti professionali che offrono un pacchetto assistenziale e casalingo completo.
Gli stipendi variano a seconda della tipologia e sono utili per comprendere le sfaccettature di questa professione.
A seconda delle esigenze economiche e dei limiti conflittuali di coppia (quando si tratta di una convivenza con il dipendente), la scelta viene abitualmente fatta con il marito prima di partire.
Il capitale sociale in Italia e le agenzie addette sono i tramiti che connettono le nostre case con quelle delle future collaboratrici.
D’inverno ne parte uno, d’estate invece sono due i pullman che riaccompagnano un numero infinito di donne nelle loro case bielorusse.
Raramente ci sono posti liberi, le tappe sulla rotta sono tedesche e polacche.
Altre vie verso paesi differenti non variano molto in numeri e significati.
All’arrivo sperano di non essere accolte direttamente dai mariti e dai figli. Per le badanti, che come quelle che ho incontrato, non fanno ritorno da anni, vedere dal finestrino l’avvicinarsi di posti cari confonde i sentimenti, facendo percepire l’emozione troppa e vana al tempo stesso.
La voglia di rincontrare chi ti aspetta da molto alimenta l’imbarazzo di un abbraccio, colmo di timori vissuti e futuri.
Ad attendere Nadya c’era il marito, una stretta di mano e due baci fra i due, poi il cammino silenzioso verso la macchina.
Le famiglie italiane che emettono domanda in questo bacino occupazionale sono circa 2 milioni e 500 mila (dati Censis 2011).
Sempre dalla stessa fonte si evince che la disponibilità media di assunzione sta lentamente diminuendo.
Il motivo principale è la crisi, così dicono.
I dati statistici informano inoltre che la spesa media di una famiglia italiana per assunzione si aggira attorno ai 700 euro mensili e, soprattutto al nord, le assunzioni hanno avuto un leggero calo.
Chi colma questo primo vuoto assistenziale?
Da una parte si riduce il lavoro per adempiere alla causa famigliare, dall’altra l’incalzante disoccupazione porta le persone ad arginare le spese occupandosi del mestiere che una volta faceva la badante.
Nonostante ci siano le prime battute d’arresto — non contando per altro il welfare informale che in questo campo incide notevolmente sui dati ufficiali —, il fenomeno resta ed è comunque in crescita.
Concludo passando il microfono alla storia per farci raccontare alcune vite di migranti italiane che dal nord-est, dal centro-sud e fino agli anni ’30, partivano per trovare occupazione come governanti in Egitto.
Meglio conosciute come “le Alessandrine” (per via della meta che era la città di Alessandria), questo interessante scorcio novecentesco è un ulteriore aiuto a riflettere che è tempo di conoscere da altre prospettive quell’universo femminile, italiano o meno poco importa, in grado di essere “donna a distanza” e “badante alla necessità ”.
Francesca Bottari
(da “Unimondo.org”)
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Luglio 20th, 2013 Riccardo Fucile
IN ITALIA SONO 830.000, DI CUI IL 90% STRANIERE
Sempre più sommerso, nonostante le regolarizzazioni. 
Ecco come sta evolvendo il mestiere di collaboratrice domestica e di assistente familiare.
Una professione sempre più indispensabile (saranno 4,3 milioni gli anziani non autosufficienti in Italia tra 20 anni), che però stenta ad essere “riconosciuta”.
Le “badanti” irregolari, secondo le ultime stime, rappresentano la metà degli sprovvisti di permesso di soggiorno in Italia: 216 mila su 540 mila nel 2010.
È quanto emerge da “Badare non basta” di Sergio Pasquinelli e Giselda Rosmini, ricercatori Irs (Istituto ricerche sociali).
“Ci si auspica che il governo metta mano anche alla regolamentazione dell’assistenza domestica, perchè la crescita dell’irregolarità è preoccupante”, osserva Sergio Pasquinelli.
In Italia le badanti sono 830 mila, di cui il 90 per cento straniere.
Nel giro degli ultimi due anni si sono persi almeno 100mila posti di lavoro, segno che la crisi colpisce anche l’assistenza domestica, soprattutto tra le operatrici non italiane.
Il 57,3 per cento viene deal’est Europa (Ucraina, Moldavia e Romania), una su tre viene dal Sudamerica (Perù ed Ecuador in particoalre) e le italiane sono una su dieci.
“Per le straniere il lavoro da badanti è considerato un trampolino per provare a raggiungere posizioni più stabili”, commmenta Sergio Pasqunielli, dell’Irs. L’ascensore sociale, con la crisi, s’è inceppato: è ormai sempre più difficile passare dall’assistenza domestica a quella in ospedale, tanto che l’ultima tendenza, soprattutto per le badanti est europee, è quella di ritornare in patria.
Diminuiscono anche le badanti che convivono con gli assistiti: “Se gestito bene, il lavoro a ore fa guadagnare quanto chi convive con l’anziano — nota Pasquinelli -. In più in questo modo si conserva una certa indipendenza, è possibile fare domanda di ricongiungimento familiare e cercare altri lavori”.
Perchè quella della badante, appunto, è considerata solo una professione temporanea.
Nella ricerca svolta da Pasquinelli per il libro, il 23,2 per cento delle 320 intervistate ha scelto questa professione perchè la più facile da trovare, mentre il 16,8 ha fatto questa scelta per piacere.
Forse anche per questo, soprattutto tra le straniere, corsi di aggiornamento e formazione sono percepiti come un disturbo, una perdita di tempo e di denaro.
Il 36,5 per cento degli intervistati non è disponibile a fare corsi, mentre il 41 per cento è disponibile solo se gratuito.
“La disponibilità aumenta se i corsi sono brevi, non più di 70 80 ore e aprono a carriere più stabili”, precisa Pasquinelli, tra i curatori di “Badare non basta”.
In aumento anche il numero di badanti italiane.
Di nuovo, la grande responsabile è la crisi, che porta i familiari a diventare assistenti per evitare di pagare stipendi ad altri.
Così ci sono zone d’Italia dove la percentuale di badanti italiane arriva anche al 20 per cento, soprattutto al sud.
Un capitolo del volume di Pasquinelli e Rosmini è dedicato alla diffusione europea del fenomeno.
(da “Redattore Sociale“)
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Luglio 20th, 2013 Riccardo Fucile
ANGELO GARBIN, CONSIGLIERE COMUNALE DI CAVARZERE POSTA SU FB UNA FRASE INDEGNA CONTRO L’EX ESPONENTE DEL CARROCCIO CHE ISTIGAVA ALLO STUPRO NEI CONFRONTI DELLA KYENGE… LA BOLDRINI “PAROLE VOLGARI, SQUALLIDO MASCHILISMO”
Sembra un effetto domino, solo che non è un gioco ma una specie di guerra a chi la dice più grossa.
L’ultimo in ordine di tempo è un consigliere Sel: ”Mollate la Valandro con venti negri” dice Angelo Romano Garbin, eletto a Cavarzere (Venezia), che su Facebook in un post, poi cancellato, proponeva la sua personale punizione per la ex leghista Dolores Valandro, condannata dal Tribunale di Padova, per un suo post dove istigava alla violenza sessuale contro la ministra per l’Integrazione Cecilie Kyenge.
Garbin, 70enne consigliere comunale di Sel noto in zona come El Maestron, sul suo profilo ha scritto, in dialetto: “Ma varda che rassa de femena…la saria da molare in on recinto cò na ventina de negri assatanà e nesuno che la iuta e stare a vedare la sua reassion”.
La frase di Garbin è stata cancellata dal social network, ma la vicenda è finita in consiglio comunale dove il tutto è stato chiuso con un ordine del giorno che condanna la violenza verbale sulle donne e il razzismo, votato dalla maggioranza di centrosinistra.
Garbin, da parte sua, si è astenuto, non ha preso la parola, ma pare che non si sia scusato.
Gli organismi provinciali di Sinistra Ecologia Libertà di Venezia hanno imediatamente avviato le procedure di espulsione dal partito.
”Le dichiarazioni di Angelo Romano Garbin postate su Facebook rivolte a Dolores Valandro sono inaccettabili. Alla inaudita e colpevole violenza espressa dalla Valandro verso la ministra Kyenge, il consigliere di Cavarzere risponde con altrettanta violenza, con parole che sono segno della peggiore cultura machista. Sono affermazioni — afferma Alessandro Zan, deputato veneto di Sinistra Ecologia e Libertà — inaccettabili. Non si può essere complici in questo modo della degenerazione del confronto politico, usando un linguaggio e una comunicazione che offendono la civiltà , la democrazia, la politica e soprattutto le donne”
Immediata la condanna da parte del presidente della Camera, Laura Boldrini: “Vanno censurate nel modo più netto le parole volgari con le quali un consigliere Sel del Comune di Cavarzere si è rivolto all’esponente leghista Dolores Valandro”.
“Il pregiudizio non ha colore — afferma il presidente della Camera — come non lo ha il più squallido maschilismo, tanto più insopportabili quando provengono da forze politiche che delle questioni di genere e della lotta al razzismo fanno una loro bandiera. La politica — ammonisce — non potrà ritrovare ruolo e credibilità finchè non saprà recuperare sobrietà e liberare il suo linguaggio da questi eccessi, sempre più intollerabili“.
Interviene anche il segretario della Lega Maroni: «Offendere i leghisti si può, ecco la solita doppia morale della sinistra boldrinian-vendoliana e di certi giornalisti»., ma gli risponde per le rime Vendola: «Caro Maroni noi non perdoniamo a nessuno le volgarità razziste e sessiste. Voi invece con quelle ci costruite la politica e le vostre carriere..».
Nessuno innfatti ha provveduto a espellere Calderoli e Borghezio.
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Luglio 20th, 2013 Riccardo Fucile
NON SI SPOSTA DA NAPOLI LA “COMPRAVENDITA DEI SENATORI”, SI APRE UN ALTRO FRONTE A MILANO…E DA BARI NOVITà€ SU TARANTINI
E dire che era così contento che Angelino Alfano avesse scampato la sfiducia. 
Gli era persino corso incontro, con un sorriso festoso, per congratularsi e salutare insieme “un’altra vittoria del Pdl”.
“Dobbiamo festeggiare — aveva detto Berlusconi al suo segretario vicepremier — perchè abbiamo appena dimostrato che se cade questo governo non sarà certo per colpa nostra, ma per colpa del Pd”.
Poi, un Cavaliere insolitamente taciturno si è diretto, con Schifani e Ghedini, verso la buvette di Palazzo Madama, confidando tutte le sue preoccupazioni sulla prossima sentenza Mediaset.
E proprio in quel momento, ecco arrivare da Napoli la prima di una serie di notizie che hanno reso la sua giornata da politicamente positiva a nera, nerissima, a livello personale. Cioè giudiziario.
Era da poco passato mezzogiorno quando un Ghedini più pallido del solito gli ha sussurrato in un orecchio che gli atti dell’inchiesta sul caso De Gregorio — parliamo dell’indagine sulla “compravendita” dei senatori — resteranno a Napoli e non verranno trasferiti a Roma, come richiesto proprio da lui e Longo.
Il sorriso del Cavaliere — che in questo caso è accusato di corruzione — si è subito spento.
E l’umore è tornato pessimo, con i tuoni e i lampi di un improvviso nubifragio a far da scenografia a un Berlusconi cupo, tornato a vedere il fantasma di un complotto dei magistraticontro di lui.
“Mi raccomando — ha tentato di esorcizzare — ricordatevi che mi piacciono le arance…”.
Neanche il tempo di finire la frase che da Milano è arrivato il secondo, tragico siluro di giornata: i suoi amici Emilio Fede, Lele Mora e “l’adorata” Nicole Minetti sono stati condannati, nel processo Ruby 2, a pene esemplari, sette anni per i primi due e cinque per la terza.
Raccontano che Berlusconi, in macchina verso Palazzo Grazioli con accanto l’immancabile Maria Rosaria Rossi, abbia chiesto di chiamare subito Fede (“Lo sapevo che sarebbe finita così — gli ha detto — condannano me e quindi hanno condannato anche te…”), ma poi proprio la Rossi l’ha avvertito che il peggio, in realtà , era altro.
Che cioè il giudice del Ruby bis non molla e, anzi, ha rilanciato.
Decidendo di trasmettere gli atti del processo al pm per valutare eventuali nuove ipotesi di reato a suo carico in relazione alle indagini difensive.
Nel mirino, stavolta, ci sono anche Ghedini e Longo. Brutta faccenda.
Come molto brutta, alla fine, gli è sembrata anche la questione di Napoli. Per l’incompetenza territoriale invocata su quel pasticcio della presunta compravendita di senatori, per essere giudicato a Roma, invece, non è servito puntare sulla condotta di De Gregorio, passato dall’Idv al centrodestra, e sull’articolo 68 della Costituzione, sulla libertà di voto e di mandato dei parlamentari.
Niente, i giudici hanno respinto tutto, tutto inammissibile.
Anche lì, insomma, il capitolo resta aperto.
GIORNATA NERA, nerissima per Berlusconi. Nuova tempesta in arrivo. Stavolta da Bari.
I giudici che lo indagano sulle famose feste con signore allegre alla corte di Tarantini hanno chiuso le indagini. E hanno stabilito che sì, il Cavaliere indusse “Gianpi” a mentire, mutando per di più lo scenario originario: Berlusconi agì da solo, molto prima che in scena entrasse Valter Lavitola, che infatti viene accusato di aver concorso al reato, ma solo dal 2010 in poi, “mantenendo ferma la volontà di Tarantini” a mentire, facendogli “pervenire periodiche rimesse di denaro” e mantenendo quel “deposito da 500 mila euro” da tenere a disposizione di Gianpi.
Per il resto, cioè fino al 2009, Berlusconi fece tutto da solo: spinse Gianpi a mentire “con offerte e promesse di denaro”, “assicurandogli a proprie spese la difesa”, “procurandogli un nuovo posto di lavoro” e un “prestito da 500 mila euro”.
Il reato ipotizzato è di “intralcio alla giustizia”, assai più grave di quello inizialmente contestato di induzione a mentire.
Ecco: da Milano a Bari la personale linea difensiva di Berlusconi viene messa sotto accusa.
E tutto — da Bari a Milano passando per Napoli — viene giù in poche ore. Donne, affari e linea da tenere dinanzi ai pm.
Gianpi, secondo l’accusa, “negava che Berlusconi avesse corrisposto a donne — appositamente reclutate da Tarantini per partecipare a cene e incontri — compensi in cambio di prestazioni sessuali”.
Ma soprattutto: taceva “il reale contenuto dell’incontro svoltosi tra Berlusconi e Tarantini dopo la mezzanotte del 13 novembre 2008”.
Le intercettazioni dimostrano che quella sera Berlusconi contattò Tarantini al telefono per dirgli: “Sono in macchina con il sottosegretario Bertolaso… ecco te lo passerei così vi mettete d’accordo direttamente”.
Le informative della Guardia di finanza raccontano che i due, poi, si accordano per un incontro, fissato alle 15 del giorno dopo, e anche sui risvolti di questa vicenda, spinto da Berlusconi, Tarantini avrebbe mentito.
Infatti il procuratore aggiunto, Pasquale Drago, precisa che Gianpi ha “taciuto la reale portata dell’interessamento di Berlusconi”, in suo favore, “con riferimento ai progetti di affari da concretizzare, mediante procedure illegittime, con i responsabili di Protezione civile e società di Finmeccanica”.
Gli affari non andarono in porto.
Ma il naufragio andato in scena ieri, Berlusconi, ancora non poteva immaginarlo.
Antonio Massari e Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 20th, 2013 Riccardo Fucile
GRASSO: “NON SONO AMMESSI RIFERIMENTI AL CAPO DELLO STATO”…PUO’ FARLO SOLO LETTA, GLI ALTRI POSSONO USARE SOLO LE CONSONANTI DEL PENTAGRAMMA TRATTO DAL CODICE FISCALE
Primo comandamento della nuova Monarchia del Napolitanistan: “Non nominare il nome di Napolitano invano, anzi non nominarlo proprio”.
L’ha dettato ieri Sua Eccellenza Piero Grasso, il garrulo presidente del Senato, probabilmente in preda ai postumi di un’overdose da caponatina, zittendo il capogruppo di 5Stelle Nicola Morra che aveva osato l’inosabile con questa frase temeraria: “Ieri è intervenuto nel dibattito politico chi sta sul Colle…”.
Alla parola “Colle” il solitamente sonnacchioso, ma sempre ridanciano Grasso è scattato come la rana di Galvani: “Non sono ammessi riferimenti al capo dello Stato, lasciamolo fuori da quest’aula”.
E quello, recidivo: “Il nostro presidente della Repubblica”. Ma l’Eccellenza è tornato a monitarlo: “L’ho invitata a lasciarlo fuori. Lei non può citarlo”.
Chissà in quale incunabolo il Grasso Ridens ha trovato il divieto di citare il Presidente della Repubblica nell’aula del Parlamento che l’ha eletto: forse negli stessi testi sacri, più misteriosi dei manoscritti di Qumran, che il Presidente consulta prima di dare ordini a governo, Parlamento, partiti, stampa e magistrati.
Il guaio è che poco prima il capo dello Stato era stato citato dal presunto premier Letta per fare da scudo al cosiddetto vicepremier Alfano, detto anche l’Estraneo o l’Insaputo perchè non sa neppure dov’è Viminale e in attesa che lo scopra il suo ufficio è occupato da diplomatici e funzionari kazaki che ordinano sequestri di donne e bambine.
Ma curiosamente, quando il Nipote ha citato il Presidente, Grasso è rimasto dolcemente assopito sullo scranno dorato, con aria beata.
Dal che si deduce che il I Comandamento vale solo quando si cita Napolitano per criticarlo: nominarlo per leccarlo si può, anzi si deve.
Un po’ come nella tradizione ebraica, che considera la divinità talmente sacra da essere impronunciabile.
Di qui il tetragramma YHVH, innominabile se non nella versione Adonai, peraltro riservata alle preghiere.
Ricapitolando: oltrechè divino, dunque infallibile, incriticabile, inindagabile, imperseguibile, impunibile, inarrestabile e inintercettabile, anzi diciamo pure inascoltabile anche se parla con un inquisito, Re Giorgio è anche ineffabile.
Qualora lo si volesse invocare, purchè con la dovuta devozione, il capo coperto o almeno velato, si dovranno usare le consonanti del pentagramma tratto dal codice fiscale: NPLTN.
Egli poi effonde le sue taumaturgiche virtù soprannaturali su chi gode della sua sacra protezione rendendolo, per balsamico contagio, egli stesso insindacabile.
Per esempio NRC LTT e NGLN LFN.
Inutile proporre mozioni di sfiducia o azzardare critiche: santi subito.
Alle disposizioni della nuova teocrazia si erano già attenuti nei loro editoriali di ieri Eugenio Scalfari, fondatore di Repubblica , e Claudio Sardo, affondatore dell’Unità . Essendo critici col vicepremier LFN al punto da ipotizzarne financo le dimissioni, avrebbero dovuto criticare anche NPLTN che le aveva escluse nel Supermonito del Ventaglio, bevendosi le balle di LFN, elogiando il governo LTT per il suo proverbiale “spirito d’iniziativa” e incolpando per l’affare kazako i kazaki.
Invece si sono portati avanti col lavoro e NPLTN non l’hanno neppure nominato. Come se non avesse mai parlato.
Resta da capire se la curiosa omissione si debba a una loro iniziativa congiunta di autocensura, o a una mossa precauzionale delle rispettive redazioni.
Le quali, temendo che i due partissero in quarta contro il Presidente con effetti destabilizzanti sui mercati internazionali, potrebbero aver chiuso il Fondatore e l’Affondatore in una camera iperbarica, privandoli di tutti i canali di approvvigionamento informativo: niente tv, niente web, niente agenzie.
E lasciandoli ignari del Supermonito del Ventaglio.
Se le cose stessero così, sarebbe auspicabile un nuovo blitz congiunto italo-kazako per liberarli.
L’Onu dica qualcosa: Scalfari e Sardo devono sapere.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 20th, 2013 Riccardo Fucile
FUNZIONARI E DIRIGENTI DA CUI È PASSATA LA PRATICA, NESSUNO SAPEVA MA HANNO AGITO
I primi giorni del mese di maggio Amit Forlit, titolare dell’agenzia investigativa con sede a Tel
Aviv, ha incontrato a Roma Paolo Sabbadini, senior advisor per due banche di investimento di cui una (Cukierman&Co.) con sede unica in Israele, per chiedergli se conosceva qualcuno di fidato a cui conferire un incarico investigativo: trovare, su richiesta delle autorità del Kazakistan, Muktar Ablyazov.
Lo riferisce lo stesso Sabbadini il 29 maggio agli uomini della Digos, quindi poche ore dopo il blitz a Casal Palocco e mentre Alma Shalabayeva è ancora detenuta al Cie. Gli agenti sono dunque messi a conoscenza che l’incarico agli uomini dell’agenzia investigativa Sira, a cui il 18 maggio Forlit dà formale mandato di rintracciare il dissidente, arriva dalle autorità del Kazakistan.
Gli uomini dell’agenzia di investigazione incaricata di trovare Ablyazov sanno dai primi giorni del mese che è un ricercato. E lo individuano a Casal Palocco “il 16 e 17 maggio”, riferisce Mario Trotta, carabiniere in pensione, a verbale.
Perchè se sapeva che era un ricercato non lo ha comunicato alle autorità come avrebbe dovuto?
Sentito dal Fatto Quotidiano, Trotta risponde: “Perchè non ne ero a conoscenza”. Eppure i verbali dicono altro.
Questa è solo una delle tante incongruenze di questa particolare caccia all’uomo finita con la consegna di moglie e figlia di Ablyazov al Paese da cui è fuggito perchè perseguitato.
Uno dei tanti passaggi ancora oscuri, zeppo di mancanze di comunicazioni e contraddizioni che emergono dagli atti allegati al-l’inchiesta affidata al pubblico ministero, Eugenio Albamonte.
Ma i buchi della vicenda emergono anche dai documenti allegati alla relazione del capo della Polizia, Alessandro Pansa, illustrata da Angelino Alfano in Parlamento.
A cominciare dal questore, Fulvio Della Rocca, sentito il 15 luglio.
Dopo aver ricostruito i giorni del blitz a Casal Palocco e del rimpatrio di Alma e della figlia di 6 anni, Della Rocca spiega di essere stato informato “dell’avvenuta espulsione e delle varie procedure utilizzate per la sua realizzazione da Improta solo in un momento successivo alla sua realizzazione”.
E conclude: “Personalmente non ho contattato direttamente il Dipartimento nelle varie fasi perchè consapevole che lo stesso era direttamente informato”.
“Il ministero è stato informato”
Anche il vice capo vicario della Polizia, Alessandro Marangoni, dichiara di non aver saputo nulla delle due donne: “La sera del 28 il prefetto Valeri mi comunicò che aveva ricevuto dall’ambasciatore del Kazakistan a Roma, mandatogli dal prefetto Procaccini (capo gabinetto del ministro Alfano, ndr) una notizia precisa sulla localizzazione di un pericoloso latitante kazako. (…) Il giorno dopo mi informò che le ricerche avevano dato esito negativo e che di ciò era stata data notizia al Gabinetto del ministro. Della vicenda non ho più sentito parlare”.
Quando poi, ricorda, “il primo pomeriggio di domenica 2 giugno il capo della polizia mi chiese notizie sull’espulsione delle due donne kazake. Io, non avendo alcuna informazione su di esse, presuntivamentericondussiallavicenda del latitante kazako”. Anche il capo della Direzione centrale anticrimine, Gaetano Chiusolo, sentito nell’ambito dell’indagine interna avviata dal Viminale e affidata a Pansa, ha riferito di non sapere nulla del rimpatrio di Alma avvenuto in appena due giorni.
Ma ricorda il particolare del secondo blitz, il 29 maggio. “Nella mattinata ho ricevuto una telefonata del prefetto Valeri che mi riferiva che l’ambasciatore kazako, con il quale si trovava nella stanza del capo di Gabinetto (Procaccini, ndr), sosteneva che il latitante potesse essere ancora nella villa e che lo stesso disponeva di ulteriori informazioni. (…). Successivamente vengo informato dell’esito negativo di tali ricerche e non ho più notizie della vicenda, se non quando incominciano le polemiche sugli organi di stampa”.
C’è poi il verbale del capo della Criminalpol, Francesco Cirillo: “Il funzionario Gennaro Capoluongo mi comunicava che già era stata informata la Questura di Roma e che le attività erano già state avviate per verificare la posizione del cittadino straniero”, scrive Cirillo ricostruendo quando accaduto il 28 maggio.
“Della presenza della moglie del ricercato e della figlia ho appreso solo successivamente”.
Va sottolineato che, sempre da quanto risulta agli atti che il Fatto ha potuto leggere, Capoluongo è il funzionario che poi riceverà informazioni dettagliate dall’Inghilterra sullo status di rifugiato di Ablyazov, ma solo il 6 giugno e solo a seguito di interessamento diretto da parte del ministero degl iEsteri attraverso l’ambasciata italiana a Londra.
“Non avevamo nessun dubbio, andavano espulse”
In quei giorni nelle stanze della Questura il dissidente è considerato un pericoloso criminale internazionale, come spacciato dall’ambasciatore del Kazakistan.
E come scrive il pomeriggio del 31 maggio in un fax che invia alla Procura della Repubblica alle ore 15.33 il capo dell’ufficio immigrazione Maurizio Improta per rispondere alla richiesta, avanzata dal pm, di sentire Alma a spontanee dichiarazioni. Ma il funzionario risponde che non serve: deve essere rimpatriata.
E infatti la donna, insieme alla figlia, sono già a Ciampino accompagnate dall’agente Laura Scipioni, su incarico di Improta.
Il funzionario, sentito da Pansa al fine del-l’indagine interna, ha dichiarato: “Durante tutto il procedimento, l’occasionalità del volo diretto e il rapporto con i diplomatici, tipico di gran parte delle espulsioni che vengono effettuate nel mio ufficio, non mi hanno fatto sorgere alcun dubbio nè sulla legittimità dell’operato nè sulla particolare rilevanza dell’episodio. Ero del tutto consapevole che si trattava della moglie, irregolare sul territorio nazionale, di un pericoloso latitante straniero”.
Perchè all’ufficio immigrazione, di fatto, sono arrivate informazioni non corrette che in realtà altri uffici avevano.
Non sono arrivate o non sono state fatte arrivare?
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 20th, 2013 Riccardo Fucile
“HO INSEGNATO IO A ROBERTO A USARE LE POSATE E A SBUCCIARE LE BANANE PRIMA DI INGOIARLE INTERE. E BISOGNA CAPIRE LE DIFFICOLTA’ DELL’HOMO PADANUS, COSTRETTO A VIVERE IN UNA REGIONE CHE NEMMENO ESISTE”
Riceviamo e volentieri pubblichiamo
«Io zono Wala Paipan quarto, principe ereditario del Regno degli Oranghi,
attualmente con zede vacante a cauza della diztruzione ziztematica delle forezte dell’Asia meridionale e delle grandi izole e penizole zottoztanti.
Mi zcuzo per l’italiano imperfetto, noi oranghi ci ezprimiamo normalmente in zetico, un idioma arboreo che lazcia evidenti tracce anche quando uziamo le altre lingue. A meno che voi pozziate darmi un aiuto inzerendo il voztro correttore automatico, grazie…. Così va decisamente meglio.
«Vi scrivo in merito alla appassionante questione etnica sollevata da un emerito rappresentante del vostro Paese, il vicepresidente del Senato Calderoli, che ho l’onore di avere personalmente conosciuto durante una sua visita ufficiale nel Borneo. Gli ho insegnato a mangiare con le posate e a sbucciare le banane prima di ingoiarle intere, e abbiamo molto simpatizzato. Mi occupo per diletto di zoologia (ma il mio vero ramo, al quale sono appeso anche in questo momento, è la botanica) e senza la pretesa di trarre conclusioni definitive posso dirvi quanto segue
Tra i grandi primati , dotati di facoltà diverse ma tutti situati sui gradini più alti della scala evolutiva (in ordine decrescente: l’orango, il gorilla, lo scimpanzè, l’uomo) il solo nei confronti del quale la scienza serba ancora il dubbio di una effettiva inferiorità è homo padanus, una piccola tribù dell’Europa meridionale.
Poichè, come tutti gli esseri senzienti e civili, detesto fare affermazioni discriminanti, mi sento in obbligo di spiegarmi meglio.
Mentre noi oranghi sappiamo di essere oranghi, i gorilla di essere gorilla, i francesi di essere francesi, i congolesi di essere congolesi, homo padanus è convinto di appartenere a una specie inesistente: appunto il padano.
In psicoanalisi, diremmo che si è di fronte al classico fantasma paranoico.
Un antropologo preferirebbe parlare di simulazione etnico-culturale, con pochissimi precedenti nella storia: il più noto riguarda gli elefanti di Annibale che, dopo un mese di attraversamento delle Alpi, sostenevano di essere maestri di sci della Val di Fassa. Noi oranghi preferiamo pensare, secondo i dettami della nostra cultura olistica e della nostra natura cordiale, che i padani siano semplicemente “compagni che sbagliano”, cioè scimmie proprio come noi, come gli italiani, come i congolesi, però inconsapevoli della loro identità e del loro destino, che è comune a quello di tutte le grandi scimmie
Noi grandi scimmie siamo destinate a condividere lo stesso habitat. Anche se la specie meno intelligente tra noi, l’uomo, è impegnata soprattutto a distruggerlo.
Ho visto delle fotografie della terra dove vivono i sedicenti e secredenti padani. Consiste in una serie ininterrotta di rotatorie stradali e capannoni. A perdita d’occhio. La sola specie vegetale tutelata è il cipresso dell’Arizona, una orribile aghifoglia bluastra, dall’aspetto plasticoso, che viene usata per fare tristi siepi di tristi villette.
Il padano tipico, dunque, nasce e cresce tra una siepe di cipressi dell’Arizona e una rotatoria stradale: come fa a diventare normale?
Prima di criticare l’aspetto fisico, effettivamente impressionante, del signor Calderoli o del signor Borghezio, riflettete sulle spaventose condizioni ambientali nelle quali sono cresciuti.
Perfino io, che ho portamento regale, braccia in grado di sradicare un albero, genitali enormi, la bocca larga più di un metro e un folto pelame color ruggine che adorna tutto il corpo, se fossi vissuto tra quelle rotonde stradali e quei capannoni sarei ridotto come loro: un fantoccio pallido e sovrappeso con un forte complesso di inferiorità nei confronti delle altre scimmie.
Vi invito, in conclusione, a non discriminarli.
Non è di disprezzo che hanno bisogno, ma di soccorso e di cure.
A voi il tipico saluto augurale degli oranghi: zoa-zuu-zeka. Che vuol dire: a ognuno il suo albero, purchè non sia un cipresso dell’Arizona».
Michele Serra
(da “L’Espresso“)
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Luglio 20th, 2013 Riccardo Fucile
I KAZAKI AVEVANO INFORMATO IL MINISTERO: L’OBIETTIVO ERA ANCHE IL RIMPATRIO FORZATO DI ALMA: CROLLA LA VERSIONE UFFICIALE
Ci hanno raccontato per cinquanta giorni — dal ministro Angelino Alfano, al suo capo di
gabinetto, all’intero Dipartimento di Pubblica Sicurezza — che la notte del 28 maggio la nostra Polizia, teleguidata dalla diplomazia kazaka accampata al Viminale, cercava solo Mukhtar Ablyazov, “un pericoloso latitante”.
E che quando la caccia si rivelò infruttuosa la storia fini lì. Che di Alma Shalabayeva e della sua bimba Alua di 6 anni nessuno sapeva, nè potè sapere, se non a cose fatte. Che la loro espulsione fu un “danno collaterale”.
Per «un blocco cognitivo».
Per un cortocircuito dei «flussi informativi ascendenti e discendenti».
Ebbene, è un falso. Ora documentabile.
Negli atti allegati alla relazione del Capo della Polizia Alessandro Pansa e depositati all’attenzione dei senatori che ieri hanno rinnovato la fiducia al ministro, una nota Interpol proveniente da Astana la mattina del 28 maggio chiede alla nostra Polizia, alla vigilia del blitz, di identificare, fermare e “deportare” la donna che i kazaki ritengono viva con Ablyazov e che con lui dovrebbe trovarsi all’interno della villa di via di Casal Palocco 3. Alma Shalabayeva, nata il 15 agosto 1966.
Anche questo, un “dettaglio” cruciale espunto dalla sintesi della relazione finale del Capo della Polizia letta in Senato venerdì scorso da Alfano.
Per ragioni evidenti. Dissimulare una verità che giorno dopo giorno si conferma tuttavia incoercibile. Che, sin dall’incipit, l’operazione orchestrata tra Astana e Roma aveva un unicoobiettivo. L’intera famiglia Ablyazov.
E che a quell’operazione tout-court il ministro dell’Interno Alfano diede impulso mettendo a disposizione dei kazaki la nostra Polizia.
Vediamo.
IL PRIMO CABLO DA ASTANA
La mattina del 28 maggio, alle 10,15, sui terminali di “Arianna”, il sistema informatico della nostra Direzione Centrale della Polizia Criminale, lampeggia l’alert che indica l’arrivo di una nota Interpol. Il cablo è in lingua inglese, porta il numero 22/3-1614 e proviene dall’ufficio collegato di Astana, Kazakistan.
È la nota – ne abbiamo dato conto nei giorni scorsi – che di fatto resuscita un polveroso inserimento di un ordine di cattura internazionale nei confronti del cittadino kazako Mukhtar Ablyazov inserito nel sistema Interpol nel marzo del 2009, ma da allora rimasto in sonno.
Sappiamo già che, nel sapiente canovaccio predisposto dai kazaki, la nota è cruciale. Deve cioè attivare l’ufficio Interpol italiano obbligandolo ad aggiornare la banca dati delle nostre polizie. Un passaggio cruciale necessario a eccitare, di lì a poche ore, il capo della squadra Mobile di Ro-ma e a convincerlo che le richieste che si sentirà fare dall’ambasciatore Yelemessov (la visita in Questura è delle 15.30) hanno una patente di legittimità .
Alle 12.26, il cablo kazako comincia dunque ad essere lavorato e tradotto dai nostri uffici Interpol i quali, sulla base delle informazioni che hanno ricevuto, attestano che “Ablyazov Mukhtar” è un ricercato, utilizza false identità , e – si legge testualmente – «vive a Roma, in una villa in affitto in via di Casal Palocco 3 di proprietà di una cittadina tedesca, utilizza una macchina modello Volvo XC90 targata EP241FJ e unLancia Voyager con targa olandese».
Ancora: «È spesso accompagnato da un maschio asiatico che guida una Nissan Qashqai targata EM089MZ e potrebbe essere scortato da bodyguard armate in grado di reagire al suo arresto». Nello stesso cablo, i kazaki chiedono alla nostra Polizia di verificare queste informazioni e procedere all’arresto del lati-tante, «verificando l’identità di altri eventuali uomini presenti nella villa».
Quindi, una chiosa. Già in qualche misura cruciale. «Non è escluso – si legge – che, nella stessa villa in affitto, viva con Ablyazov sua moglie, una cittadina kazaka di nome Alma Shalabayeva Boranbaevna, nata il 15 agosto 1966».
LA PRIMA MENZOGNA
Tradotto in italiano, il cablo 22/3-1614 – come documentano gli atti dell’inchiesta interna del Capo della Polizia – viene trasmesso alla Questura di Roma alle 16.57.
E dunque, è possibile sostenere, senza ombra di dubbio, che, il pomeriggio del 28, la nostra Polizia, il capo di gabinetto del ministro dell’Interno, Alfano stesso,appunto.abbiano le informazioni necessarie per sapere che, nell’operazione di “cattura del pericoloso latitante”, balli anche il nome della moglie che con lui vive. La Shalabayeva,
Chi ha sostenuto il contrario, non dice il vero. E chi “non ricorda” di aver «mai sentito parlare di una donna» – e sono in molti, diciamo pure tutti i protagonisti dell’af-faire all’interno del Viminale – o ricorda molto male o tace la verità .
Ma c’è di più.
“DEPORTATELA”
Sempre quel 28 maggio, qualche ora dopo il primo cablo e mentre a Roma l’ambasciatore kazako fa flanella nell’ufficio di Procaccini in attesa di verificare con i propri occhi che all’operazione venga dato semaforo verde dal Dipartimento di Pubblica Sicurezza (il blitz scatterà alla mezzanotte), Astana decide di inviare una nuova nota Interpol a Roma. È il cablo 22/3-1625.
Leggiamo: «In aggiunta al nostro precedente messaggio concernente l’arresto del ricercato Ablyazov Mukhtar vi informiamo che con lui potrebbe vivere sua moglie Alma Shalabayeva. Vi confermiamo che è una cittadina kazaka, che ha un passaporto kazako NO816235 rilasciato il 3 agosto 2012 e un secondo passaporto N5347890 rilasciato il 23 aprile 2007. La Shalabayeva potrebbe inoltre utilizzare un falso passaporto di un altro Paese, presumibilmente della Repubblica Centro Africana, con numero 06FB04081, rilasciato a nome Ayan Alma l’1 Aprile 2010. A tal riguardo, vi chiediamo dunque di identificare tutte le donne che vivono nella villa di Casal Palocco (…) e, qualora fosse provato che Alma Shalabyeva è in Italia illegalmente (con uso di documenti falsi), chiediamo alle rispettabili autorità italiane di “deportarla” in Kazakistan. Vi preghiamo di fornirci le informazioni sui soggetti in questione e di informarci anche in caso di esito negativo delle ricerche».
LA PROVA REGINA
Eccola, dunque, la prova regina del macroscopico insabbiamento della verità che in questi 50 giorni ha negato prima la logica, quindi l’evidenza dei fatti, aggiustando versioni di comodo in corsa. Eccola l’«inoppugnabilità » dei documenti, per parafrasare il premier Enrico Letta nella sua accorata difesa di Alfano.
Che però, come si vede, non assolve il ministro, ma lo affossa con l’intero apparato. Non ci fu “un prima” e un “dopo” nell’Operazione Ablyazov.
Alla vigilia del blitz, i kazaki avvertirono l’autorità politica e gli apparati della sicurezza italiani che nella caccia grossa a Casal Palocco le prede erano due. Mukhtar Ablyazov e Alma Shalabayeva, di cui veniva segnalato in anticipo persino il falso passaporto centro africano che avrebbe poi effettivamente mostrato al momento del fermo.
Con una differenza. Per Mukhtar, esisteva un titolo almeno formale che ne giustificava la cattura.
Alma aveva la sola colpa di essere la sua compagna, madre di una bimba di 6 anni. «Vi chiediamo di deportarla». 28 maggio 2013.
Tutti sapevano. Nessuno ha detto la verità . Che, per giunta, ieri in Senato, era sotto gli occhi di tutti.
Soltanto a volerla vedere.
Carlo Bonini
(da “La Repubblica”)
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Luglio 19th, 2013 Riccardo Fucile
FERMATO A PANAMA E’ GIA STATO RILASCIATO: “DA ROMA DOCUMENTAZIONE INSUFFICIENTE”… IN ITALIA FANNO I CAVOLI LORO I KAZAKI, FIGURIAMOCI GLI AMERICANI
Robert Seldon Lady, l’ex capocentro Cia di Milano condannato a 9 anni per la “extraordinary rendition” di Abu Omar, fermato ieri a Panama ed inseguito da un mandato di cattura internazionale dall’Italia, sarebbe stato rilasciato già stamattina dalle autorità locali per imbarcarsi poi in volo alla volta degli Usa.
La notizia è stata riferita prima dal Washington Post e poi confermata dal dipartimento di Stato Usa.
“E’ in viaggio per tornare negli Usa”, si è limitata a dichiarare Marie Harf, portavoce di Foggy Bottom.
Secondo il quotidiano di Washington il rilascio di Lady sarebbe stato deciso per “evitare la possibilità che venga estradato verso l’Italia”.
Gli autori dell’articolo, Greg Miller e Karen De Young, citano una fonte di alto livello dell’amministrazione Obama, che dichiara: “in base alle nostre informazioni, (Lady) si trova a bordo di un aereo alla volta degli Stati Uniti proprio in questo momento”.
Ieri il ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri ne aveva chiesto la conferma del fermo, ritenendo di avere due mesi per chiederne l’estradizione.
Manca, però, un trattato bilaterale con Panama. L’ex funzionario della Cia si sarebbe quindi sottratto all’ipotesi di tornare in Italia a scontare la pena grazie alla complicità delle autorità panamensi, molto sensibili ai desideri di Washington.
Fonti del ministero degli Esteri panamense hanno affermato che Lady è stato rilasciato perchè non esiste alcuna trattato di estradizione con l’Italia e perchè la documentazione inviata da Roma, era “insufficiente”.
Lady è stato arrestato ieri e trattenuto solo per 24 ore.
Il Washington Post aggiunge che non sono noti i mezzi con cui gli Usa abbiano ottenuto il rilascio e la consegna di Lady.
Abu Omar venne sequestrato il 17 febbraio del 2003 nella periferia di Milano nell’ambito della “guerra al terrorismo” lanciata dagli Stati Uniti dopo l’attacco dell’11 settembre 2001.
Venne trasferito in Egitto dove venne interrogato e sottoposto a torture.
(da La Repubblica“)
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