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CASALEGGIO VA KO: IL “GURU” PERDE LA COMMESSA PIÙ IMPORTANTE

Luglio 9th, 2013 Riccardo Fucile

POLITICA & BUSINESS: HA PERSO IL MAGGIOR CLIENTE DOPO GRILLO, IL POTENTE GRUPPO EDITORIALE MAURI SPAGNOL… DA SETTEMBRE NON GESTIRA’ PIU’ LA COMUNICAZIONE ON LINE DELLE CASE EDITRICI CONTROLLATE DAL GRUPPO

Il guru dei Cinque stelle è quindi dimezzato.
Questo almeno è quanto risulta al sito di Vanity Fair.
A pesare, soprattutto, secondo gli esperti del settore, è l’addio al sito Cadoinpiedi.it e ai suoi 150mila visitatori unici al giorno.
Erede del blog Voglioscendere.it di Marco Travaglio, Pino Corrias, e Peter Gomez, il portale Cadoinpiedi era stato sviluppato dalla “Casaleggio Associati” nel marzo 2011 per conto di Chiarelettere, casa che pubblica i libri scritti dagli stessi Casaleggio   e Beppe Grillo.
Già  in passato i legami tra il co-fondatore del Movimento 5 Stelle e Chiarelettere erano stati al centro di numerosi dibattiti in rete, vista anche la partecipazione azionaria della seconda ne Il Fatto Quotidiano diretto da Antonio Padellaro e Marco Travaglio.
Adesso la rottura, frutto anzitutto di un’evoluzione digitale della casa editrice.
La creazione di un’area web interna ha reso superfluo infatti l’affidamento della gestione online a una ditta terza.
Nel mirino dei dirigenti Mauri Spagnol sono finite anche «la gestione dei social network, ritenuta approssimativa, e la bont» dei pur numerosissimi accessi registrati dal portale Cadoinpiedi. it».
I risultati di una ricerca visionata   dai dirigenti sarebbero stati «deludenti».
Infine, pesa l’avventura politica di Gianroberto.
L’impresa non costituisce la ragione principale della fine della collaborazione, ma «non ha certo fatto piacere» a un gruppo editoriale che vuole «pubblicare autori di tutti gli orientamenti politici».
La rottura, pure consensuale tra le parti, arriva però come una mazzata per Gianroberto Casaleggio e la sua azienda.
Ormai quasi esclusivamente focalizzata sulla gestione del blog Beppegrillo.it e del “Movimento 5 Stelle” e reduce dal bilancio in rosso del 2011 per 56 mila euro, la società  milanese rischia di rimanere nuovamente all’asciutto di utili e di clienti.
Anche per questo, probabilmente, Casaleggio ieri non si è presentato a un convegno degli imprenditori di Confapri (due giorni fa il loro leader Massimo Colomban aveva parlato della delusione degli imprenditori dopo il voto al M5S).

(da “il Secolo XIX“)

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IL GURU CASALEGGIO TIRA IL PACCO AL CONVEGNO CON GLI IMPRENDITORI DELUSI

Luglio 9th, 2013 Riccardo Fucile

PER LA PRIMA VOLTA AVREBBE DOVUTO AFFRONTARE UN CONFRONTO PUBBLICO, MA ALL’ULTIMO MINUTO HA CAMBIATO IDEA

Per Gianroberto Casaleggio doveva essere la prima volta di un confronto pubblico in cui partecipavano anche altri esponenti politici: e invece alla fine non si è presentato. A Castelbrando era tutto pronto, tra le mura amiche della Confapri, associazione di piccole e medie imprese nata un anno fa e che – scherzando – il suo ideatore Arturo Artom non disdegna di chiamare “Forum Ambrosetti a Cinque Stelle”.
Verso le 18 arriva la notizia del forfait, accolta con un po’ di delusione dalla vasta platea che nel frattempo stava ascoltando il sindaco di Verona, il leghista Flavio Tosi. Che a sua volta doveva confrontarsi con il collega grillino di Parma, Federico Pizzarotti, altro assente.
Il guru piemontese era l’ospite più atteso, anche per capire quale sarebbe stata l’accoglienza riservata al cofondatore del M5S.
Delusione? Rabbia? Rinnovata fiducia? Speranza? Impossibile saperlo.
L’altro padrone di casa, il fondatore del gruppo edilizio Permasteelisa Massimo Colomban, allargava le braccia: «Strano, di solito è sempre stato molto preciso e puntuale. Aveva detto che stava arrivando da Trento…».
E chissà  se a Casaleggio – è una delle ipotesi circolate per spiegare il forfait – non sono andate giù le parole dello stesso Colomban all’Unità , decisamente critiche verso l’operato dei grillini: «Ma quel titolo era forzatissimo. Non ho rimproveri da muovere ai Cinque Stelle, solo un invito a dialogare di più al loro interno e con le altre forze politiche» spiegava però l’imprenditore.
Casaleggio ha comunque inviato un suo breve messaggio, letto da un grillino della prima ora e molto vicino allo “staff”, il trevigiano David Borrelli («Non son degno…», ha esordito): una lunga sequela di dati macroeconomici, dall’aumento della disoccupazione al calo della produzione interna, per spiegare che occorre rinegoziare il debito pubblico, perchè altrimenti il default è dietro l’angolo.
È un concetto più volte ribadito da Beppe Grillo e stavolta esposto davanti a una platea di operatori dell’economia.
Ma l’asse tra il M5S e la Confapri non si incrina. E anzi, l’incontro riservato avvenuto domenica scorsa a cena tra un gruppo di imprenditori e alcuni parlamentari grillini (tra cui Vito Crimi, Walter Rizzetto e Gianni Girotto) ha partorito un’idea che presto potrebbe diventare realtà : prendersi i 42 milioni del finanziamento pubblico, finora rifiutati, e girarli – come avviene in Sicilia – in un fondo per le piccole e medie imprese.
Stessa cosa per i soldi dei prossimi “Restitution day”: non più da versare nel mare magnum del fondo di abbattimento del debito pubblico, ma alle aziende.
Artom ha provato a spiegare quale sarà  la strategia dei prossimi mesi del movimento: fare «l’apriscatole extraparlamentare ».
Troppo complicato incidere da dentro, e dall’opposizione.
Meglio imparare a comunicare cose concrete: «Nei prossimi giorni sarò a Roma per incontrarmi con altri parlamentari del M5S. Ogni settimana saremo in grado di spiegare fattivamente come e dove risparmiare un miliardo di euro. Di spese da tagliare ce ne sono una montagna».

Matteo Pucciarelli

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CIÃ’ CHE I GOVERNI HANNO TACIUTO LO HA DETTO PAPA FRANCESCO

Luglio 9th, 2013 Riccardo Fucile

“PER FAVORE, NON FATELO PIU'”: IL MONITO DEL PONTEFICE A CHI HA SULLA COSCIENZA MIGLIAIA DI MORTI

Ha gettato fiori sul mare per ricordare i morti fantasma”, hanno scritto molti giornali per parlare della visita di papa Francesco a Lampedusa.
Nessuno ha voluto dire senza ipocrisia che nel Mediterraneo non si muore per la violenza della natura o per la crudeltà  del destino, ma a causa di un accurato piano elaborato con coscienza di causa (pena di morte) di un governo italiano.
Lo ha detto il Papa dall’altare costruito alla buona, con legno di barche affondate, rivolto a chi comanda, a qualunque grado di responsabilità : “Per favore, non fatelo più”.
Non c’era aria da cerimonia o l’astuzia di dire cose buone.
C’era verità  e dolore del primo Papa che ha scelto di accorgersi che i profughi, i rifugiati, i migranti morti in mare non sono le dolorose vittime di una disgrazia.
Sono morti ammazzati.
Ricordate? C’erano, in base a un trattato, veloci e armate motovedette italiane, con marinai italiani e ufficiali o poliziotti libici con il compito di “respingere”, negando non solo le leggi umanitarie, ma i doveri del mare.
Finalmente si è saputo con chiarezza il numero: “almeno” 20 mila morti.
Che vuol dire uomini e donne giovani, mamme incinte, adolescenti, bambini, che stavano fuggendo da guerre, persecuzioni e fame credendo che l’Italia fosse un Paese civile.
Ma l’Italia era un Paese governato da Maroni e da Berlusconi, firmatari del tragico patto con la Libia.
Sapevamo, prima del Papa, che gli annegati a causa del nostro governo leghista, affarista, indifferente, crudele e stupido, erano “almeno” 20 mila? Lo sapevamo.
Lo aveva detto Laura Boldrini, allora coraggiosa portavoce dell’Onu, al Comitato per i diritti umani della Camera dei deputati che io presiedevo.
Lo aveva detto e testimoniato il solo deputato del Pd che era venuto con me a Lampedusa, Andrea Sarubbi (prontamente non più ricandidato).
Lo avevano detto i sei deputati Radicali che non avevano smesso mai di denunciare con allarme ciò che stava accadendo.
Purtroppo i media hanno taciuto temendo il potere vendicativo Maroni-Berlusconi. Per questo dobbiamo dire grazie al Papa.
Con un calice e una croce di legno e un timone ripescato dal mare accanto, ha detto, lui capo di un altro Stato, ciò che nessun italiano, inclusi i presunti buoni, aveva mai detto: “Per favore, per favore, non fatelo più”.

Furio Colombo
(da “il Fatto Quotidiano“)

Mentre Francesco annunciava il viaggio a Lampedusa i leghisti e Cl votavano in Lombardia l’esclusione da ogni cura medica per figli di clandestini …

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SBUGIARDATO RENZI: SONO SPARITI I 120.000 EURO PER L’AFFITTO DI PONTE VECCHIO

Luglio 9th, 2013 Riccardo Fucile

RENZI LO HA DATO IN NOLEGGIO ALLA FERRARI, MA IL RICAVATO UFFICIALE E’ DI SOLI 2.489 EURO… IL SINDACO AVEVA DETTO CHE AVREBBERO DOVUTO ESSERE DESTINATI AI BAMBINI DISABILI

I famosi 120 mila euro che la Ferrari avrebbe corrisposto al Comune di Firenze per il noleggio a ore di Ponte Vecchio, rischiano di fare la fine del Leonardo fantasma che Renzi giurava di aver trovato dietro gli affreschi del Vasari a Palazzo Vecchio: desaparecidos, evaporati, smarriti.
L’unica vera opposizione al supersindaco (quella, di sinistra, di Ornella De Zordo e Tommaso Grassi) ha presentato ieri due interrogazioni in Consiglio comunale per conoscere i dettagli finanziari della festicciola di Montezemolo su suolo pubblico: e la risposta della vicesindaco, Stefania Saccardi, è stata davvero spiazzante.
Le uniche entrate che (almeno per ora) risultano ufficialmente sono 13.000 euro per il restauro di un’opera d’arte e circa 17.000 per l’occupazione di suolo pubblico: cioè 2.489 euro per l’occupazione di Ponte Vecchio (un vero affare!), 11.295 euro per piazza Ognissanti e 2.719 euro per il Lungarno Vespucci.
Non solo.
La settimana scorsa, un Renzi in visibile difficoltà  aveva difeso la svendita del cuore della sua città  tirando in ballo i più indifesi dei suoi cittadini, scrivendo nella sua newsletter telematica: “E abbiamo fatto una scommessa di comunicazione sulla città . En passant, abbiamo anche recuperato circa 120 mila euro, l’equivalente del taglio che abbiamo ricevuto sul capitolo delle vacanze per i bambini disabili. Io credo che chiudere tre ore Ponte Vecchio per questi motivi sia doveroso per un sindaco. Lo rifarei, nonostante le polemiche. Voi che ne pensate? ”.
Ebbene, De Zordo e Grassi hanno anche chiesto quale ente terzo avesse tagliato quella sensibilissima voce del bilancio comunale: e la risposta di un’ imbarazzatissima Saccardi è stata che, in verità , non c’era stato alcun taglio, e che Renzi aveva solo voluto dare l’idea del valore sociale del canone che sarebbe stato pattuito (il condizionale è a questo punto d’obbligo) con la Ferrari.
Ancora. Un accesso agli atti degli stessi consiglieri ha accertato che l’atto di concessione dell’occupazione del suolo pubblico per l’area di Ponte Vecchio della Direzione Sviluppo Economico risulta datato al primo luglio, ovvero al giorno dopo la cena su Ponte Vecchio.
Difficile, in effetti, negare un permesso per qualcosa che è già  avvenuto.
Più difficile ancora non concordare con De Zordo e Grassi: “Sulla vicenda, il sindaco Renzi ha fatto una pessima figura e ha utilizzato mezzucci della peggior politica per coprire il suo operato, come annunciare 120.000 euro per coprire un buco di bilancio sulle vacanze per i ragazzi disabili quando non c’erano nè i soldi, nè il taglio, utilizzando la Città  e i suoi monumenti, sfruttando il proprio potere discrezionale per accaparrarsi nuovi supporter e facendo favori a soggetti economici forti che magari potrebbero nel momento giusto restituire il favore”.
C’è da giurare che appena Matteo Renzi riprenderà  il controllo mediatico della città  che di fatto non amministra, i 120.000 euro compariranno, come per magia, in qualche capitolo di spesa: ora per allora, proprio come la concessione del suolo pubblico.
Ma anche chi fosse d’accordo con lo sfruttamento economico intensivo di un patrimonio artistico che, per Costituzione, non dovrebbe essere al servizio del lusso ma dell’eguaglianza, dovrebbe cominciare a nutrire qualche dubbio su un politicante capace di strumentalizzare i bambini disabili e di noleggiare Ponte Vecchio come se fosse il proprio salotto.
Perchè se davvero non si è trattato di uno spot elettorale, o di uno scambio di favori con Montezemolo, se davvero quel noleggio va iscritto in una qualche forma di iperliberista imprenditoria della città : bè, almeno i conti dell’operazione dovrebbero essere trasparenti, accessibili, puntuali.

Tommaso Montanari
(da “il Fatto Quotidiano”)

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COMPRAVENDITA PARLAMENTARI: GLI EX FLI CATIA POLIDORI E GRAZIA SILIQUINI SOTTO LA LENTE DEI PM DI NAPOLI

Luglio 9th, 2013 Riccardo Fucile

TRADIRONO FINI ALL’ULTIMO MOMENTO E SALVARONO BERLUSCONI… UNA DIVENNE VICEMINISTRO, L’ALTRA   POTEVA ENTRARE NEL CDA DELLE POSTE… LA TESTIMONIANZA SEGRETATA DI FINI IN PROCURA A NAPOLI

Due, parallele “campagne acquisti” in Parlamento, datate 2007 e 2010.
Missioni distinte per le modalità  impiegate e per i “registi” incaricati. E due elenchi di presunti “traditori” ricoperti di gratitudine dall’entourage berlusconiano.
Ad esempio.
C’era anche il diniano di ferro ed ex della Margherita Giuseppe Scalera – come già  racconta a verbale l’ex faccendiere “pentito”, Arcangelo Martino – tra i senatori che nel 2007 furono remunerati perchè impallinasse con la sua astensione in aula il governo Prodi?
E tre anni dopo, nel 2010, quali utilità  e vantaggi avrebbero ottenuto Catia Polidori, Grazia Siliquini e Luca Barbareschi del Fli per aver drasticamente voltato le spalle, in circostanze diverse, al presidente Gianfranco Fini?
Scalera, Siliquini e Polidori al momento non risultano indagati.
Ma toccherà  alle Procura di Napoli e Roma separare le semplici illazioni da eventuali evidenze e ricostruire i “patti scellerati” che hanno inquinato la dialettica parlamentare della Repubblica.
Il primo atto sarà  l’udienza preliminare fissata per il 19 luglio a Napoli: il giudice Amelia Primavera dovrà  decidere sulla richiesta di patteggiamento ad un anno e otto mesi per il senatore reo confesso Sergio De Gregorio (“comprato” con 3 milioni di euro), in aula non è escluso possa comparire anche l’imputato Silvio Berlusconi, difeso dagli avvocati Niccolò Ghedini e Michele Cerabona, oltre al coimputato Valter Lavitola.
Si scriverà  la prima pagina sulla corruzione che deviò il corso del governo Prodi.
Un filone che non è estinto, nè all’ombra del Vesuvio, nè a Roma.
Spuntano nomi. Affiorano squarci di vecchie votazioni.
Emerge anche un interrogatorio, rimasto inedito, di Gianfranco Fini, sentito a Napoli come testimone.
È il 5 aprile. Fini non è più parlamentare, chiede riserbo.
Entra nella caserma della Finanza, sentito dai pm Vincenzo Piscitelli ed Henry John Woodcock che guidano l’inchiesta sull’“Operazione Libertà ” con i colleghi Alessandro Milita e Fabrizio Vanorio.
Negli uffici del Nucleo di Polizia tributaria guidato dal colonnello Nicola Altiero, Fini parla di Valter Lavitola, dell’operazione “casa di Montecarlo” e non si sottrae, a fine verbale, a riflessioni sulla sorpresa che gli provocò il voto di alcuni dei suoi in quel dicembre 2010.
Dice, in sintesi, Fini: del coinvolgimento di Lavitola nella storia di Montecarlo, e della lettera sequestrata nel computer dell’avvocato Carmelo Pintabona con cui l’ex direttore deL’Avanti!ricattava l’ex premier Berlusconi, l’ex presidente della Camera apprese «dalle agenzie, prima di entrare in una trasmissione televisiva» (disse di getto: «Berlusconi è un corruttore, e ora mi quereli»).
Quanto al coinvolgimento del presidente panamense Ricardo Martinelli, aggiunge Fini, «vi rimando a un capitolo del libro di Italo Bocchino, “Una storia di destra”», in cui il suo ex delfino racconta di essere stato avvicinato da una fonte del Pdl che gli spiffera che dietro l’operazione “Montecarlo” c’è l’aiuto «di Martinelli».
Bocchino e Fini se la ridono: pensano al deputato di An Marco Martinelli.
Ma il versante che costa di più a Fini, al di là  dei verbali, è quello che riguarda il voto di fiducia del 14 dicembre 2010, in cui le due parlamentari Fli, Catia Polidori e Grazia Siliquini, votarono a favore di Berlusconi.
Era notte, la vigilia di quel voto, quando la Polidori, tesissima, rimase chiusa in stanza con Fini e Bocchino.
Lei poi votò contro Fli, come la Siliquini.
La prima diventò viceministro, dopo.
La seconda fu nominata nel Cda delle Poste: ma la Siliquini si aspettava di diventare presidente delle Poste, ci rimase male e tornò in parlamento.
Guarda caso, era lo stesso Cda delle Poste citato da Lavitola nella sua lettera del ricatto: «Berlusconi (…), ho ottenuto da lei che la Ioannucci andasse al Cda delle Poste».

Conchita Sannino

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QUELLI/E CHE SCULETTAVANO INTORNO A FINI

Luglio 9th, 2013 Riccardo Fucile

QUANDO LE COSE ANDAVANO BENE E FINI LI AVEVA TOLTI DAL SOTTOSCALA DELLA POLITICA, RIPETEVANO A MEMORIA LE TESI DI FLI, ORA SONO TORNATI A PULIRE LE SCALE CON LO SPAZZOLONE E LO STRACCIO

L’occasione di queste poche righe di costume ce la fornisce la visita di Papa Francesco a Lampedusa con la sua denuncia: “Chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Per queste persone che erano sui barconi e per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Chi ha pianto per questi uomini? Siamo una società  che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del patire. La globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità  di piangere”.
Chi ci segue da anni sa che sul tema siamo sempre andati controcorrente rispetto al becerume imperante in una certa pseudodestra italica, sempre pronta a richiamare i migranti ai loro doveri, ma senza mai rammentare i loro diritti.
Come se destra non fosse rispetto della dignità  umana e delle convenzioni internazionali che il nostro Paese ha firmato.
Come se seguire l’iter legale per l’eventuale rimpatrio di chi non ha titolo per restare nel nostro Paese, fosse una noiosa perdita di tempo e fosse pertanto più rapido provvedere al loro affogamento in mare, magari stipulando convenzioni ad hoc con un criminale esperto nel fare il lavoro sporco per nostro conto.
Concedendogli pure un bonus per il disturbo: tot immigrati affogati, tot chilometri di strade asfaltate.
In quei tempi i parlamentari di Fli erano ancora allineati a Pdl e Lega e votavano norme vergognose.
Poi la svolta di Fini e un approccio diverso: non certo accoglienza senza limiti, ma rispetto della legge e della dignità  umana.
Il manifesto di Bastia Umbra segna il cambiamento, ed ecco che intorno a Fini si manifesta il popolo adorante di sculettatori/trici di professione, di adoratori della “destra moderna”, di convertiti allo studio dei “flussi migratori”.
Sembravano sinceri quando si accapigliavano con i becerodestri nel pretendere rispetto dei diritti e non solo dei doveri o   quando hanno scoperto che esistevano i diritti civili, faceva così chic.
Invece che capire che il tema non poteva essere lasciato alla sinistra, si compiacevano solo di essere stati ammessi nei salotti buoni: non per rivoltarli come un calzino, ma solo per posare le chiappe su una poltrona.
Svanita la prospettiva di trovare collocazione ai loro poco nobili lombi, finita Fli per errori che abbiamo denunciato a tempo debito (raccogliendo gli improperi proprio degli sculettatori/trici perchè osavamo criticarne la gestione) rieccoli mescolarsi ai loro odiati nemici leghisti e pidiellini.
Addio coerenza sui contenuti: i migranti tornano a essere gasparrianamente “clandestini”, il Papa “poteva evitare” certi riconoscimenti ( ai morti, badate bene…) , arrivano nei commenti fin dove neanche la Santanchè   ha osato librare le sue morbide ali.
C’è chi ha bisogno di rifarsi una verginità  politica, c’è chi sculetta altrove.
In politica ci vuole culo, secondo taluni osservatori.
Forse è vero.
Ma con certe facce da culo è sempre meglio non avere nulla a che fare.

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CASO KAZAKISTAN, IL MISTERO DELL’AEREO AUSTRIACO E DELL’INFORMATIVA SCOMPARSA

Luglio 8th, 2013 Riccardo Fucile

L’AEREO UTILIZZATO PER IL RIMPATRIO NOLEGGIATO DALL’AMBASCIATA KAZAKA PRIMA CHE IL PROVVEDIMENTO FOSSE FIRMATO DAL GIUDICE… DAL FALDONE MANCA UNA CARTA INVIATA ALLA QUESTURA DI ROMA CHE CONFERMAVA LA VALIDITA’ DEL PASSAPORTO

Un aereo pronto a decollare prima ancora che l’Italia abbia deliberato l’espulsione, documenti che avrebbero impedito il rimpatrio che scompaiono, e riappaiono poi solo in Austria.
Inquietanti novità  si aggiungono alla vicenda del rimpatrio forzato di Alma Salabayeva e di sua figlia Alua di sei anni, rispettivamente moglie e figlia del dissidente kazako Ablyazov, e che sta provocando guai molto seri nel governo delle larghe intese.
Il 31 maggio scorso, quando i parenti delle donne vedono l’aereo pronto con i motori rombanti sulla pista di Ciampino per portare le due ad Astana , capitale del Kazakistan, è della compagnia austriaca Avcon, chiamano Vienna.
Qui la procura austriaca apre immediatamente un’inchiesta da cui si verrà  poi a sapere che l’aereo è stato pagato dall’ambasciata kazaka in Italia.
E, soprattutto, dalla deposizione del pilota si viene a sapere che questi è stato allertato alle 11 di mattina del 31 maggio, ovvero prima ancora che il Giudice di pace del Cie di Ponte Galeria convalidasse il fermo di Alma, dato che l’udienza, come da verbale, è terminata dopo le 11.20 di quella stessa mattina.
C’è da chiedersi come mai l’ambasciata del Kazakistan fosse certa di un rimpatrio non ancora convalidato, e così celere da preparare l’aereo perchè non sopraggiungessero altri intoppi.
Ma l’apparire sulla scena della procura austriaca è molto importante anche per altre questioni.
Un passo indietro.
Quando la notte tra il 29 e il 30 maggio Salabayeva è prelevata dalla sua villa di Casal Palocco da una cinquantina di uomini armati della Digos e della Squadra mobile della Questura di Roma, la donna è immediatamente indagata per possesso di documenti falsi (art. 497 bis del codice penale).
Reato per il quale è previsto l’arresto facoltativo in flagranza, e in questi casi è prassi comune procedere con l’arresto.
Questa volta la Questura di Roma decide diversamente.
In caso di arresto si sarebbe aperto un procedimento penale con tutte le garanzie del caso nei confronti dell’indagato.
L’espulsione evidentemente doveva essere immediata.
Un altro passo indietro.
Come riportato in anteprima da ilfattoquotidiano.it, la nota dell’ambasciata kazaka che avvisava della presenza di Ablyazov sul suolo italiano è stata inviata solo alla Questura di Roma e non, come prassi, anche ai ministeri competenti.
Ora, dagli atti depositati in procura di Roma risulta che le note dell’Ambasciata inviate alla questura di Roma sono due: la prima del 28 maggio si riferisce alla presenza sul suolo italiano di Ablyazov; la seconda, del 31 maggio, avvisa della presenza della figlia Alua. E basta.
Eppure, agli atti della procura di Vienna, che ilfattoquotidiano.it ha potuto visionare, c’è anche una terza nota inviata dall’ambasciata kazaka alla Questura di Roma, datata 30 maggio, in cui si avverte che la signora Alma Salabayeva è in possesso di due passaporti validi rilasciati in Kazakistan (N° 0816235 e N°5347890).
Passaporti che evidentemente avrebbero permesso il rimpatrio volontario della signora, che non aveva dichiarato il suo ingresso in Italia, e non coatto.
Come mai questa terza nota dell’ambasciata kazaka, fondamentale per permettere a Salabayeva di non essere rimpatriata in fretta e furia su un jet austriaco prenotato ancora prima che si fosse concluso il processo, non è in possesso degli avvocati tra gli atti depositati alla procura di Roma?
Ma c’è di più.
Conclusa l’udienza dal Giudice di pace, quello stesso 31 di maggio gli avvocati della donna — come strategia difensiva per prendere tempo — chiedono alla Procura di Roma di interrogarla.
Eppure nel giro di un’ora arriva un’informativa della Questura, in particolare dall’Ufficio Immigrazione della Questura di Roma diretto da Maurizio Improta.
Dice che, in forza della relazione tecnica della Polizia di Frontiera di Fiumicino (che stabilisce in tempo record che il passaporto di Salabayeva è falso, venendo poi smentita dalla sentenza del 25 giungo Tribunale del Riesame) non c’è bisogno di ulteriori accertamenti e bisogna procedere con il rimpatrio.
Per chiudere il cerchio va sottolineato che si tratta dello stesso Ufficio Immigrazione della Questura di Roma che prima decide di non richiedere l’arresto, e che in un secondo momento riceve da destinatario la nota dell’ambasciata kazaka in possesso solo della procura austriaca.
Quella famosa nota del 30 maggio in cui l’ambasciata avvisava che Alma Salabayeva aveva due passaporti validi kazaki.
Cosa che la avrebbe salvata dal rimpatrio coatto immediato, come specifica il decreto di trattenimento fatto nel Cie di Ponte Galeria: dove è scritto che la donna non può lasciare volontariamente l’Italia entro termini stabiliti per legge proprio per la mancanza di documenti validi.
Sono molti i passaggi oscuri di questa vicenda, e sul fronte politico piovono richieste di chiarimento al ministro dell’Interno Angelino Alfano, che ha frettolosamente avallato l’operazione come perfettamente regolare.
E da cui “dipendono” la Questura di Roma e il suo Ufficio stranieri.

Luca Pisapia

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“ALFANO DIA RISPOSTE PRECISE”: SUL CASO DELLA MOGLIE E DELLA FIGLIA DEL DISSIDENTE KAZACO LETTA INTIMA SPIEGAZIONI AL MINISTRO DELL’INTERNO

Luglio 8th, 2013 Riccardo Fucile

FIGURACCIA INTERNAZIONALE: ITALIA PAESE DEI SEQUESTRI DEI DISSIDENTI… CANCELLIERI SMENTITA DAI FATTI , BONINO FURIOSA PER NON ESSERE STATA INFORMATA

Un’inchiesta interna al Viminale e un’altra “verifica” tra gli organi di governo per far luce, “nel più breve tempo possibile”, sul caso che sta causando un vero terremoto nell’esecutivo di Letta.
E non per questioni economiche, ma per qualcosa di più grave sotto il profilo internazionale. E non solo.
E’ la vicenda che vede protagoniste Salabayeva e Alua, moglie e figlia dell’oppositore kazako Mukhtar Ablyazov, ora nelle mani del dittatore Nursultan Nazarbayev, grande amico di Berlusconi.
Il 29 maggio scorso, il ministro dell’Interno e segretario del Pdl, Angelino Alfano, ha mandato una cinquantina di uomini armati della Digos a prendere le due donne nella loro casa di Casal Palocco, a Roma, arrivando alla loro successiva espulsione con l’accusa di avere passaporti falsi.
Accusa poi smentita dal tribunale di Roma, secondo cui l’espulsione non andava in alcun modo autorizzata, visto che i documenti erano il regola.
La violazione ha però regalato al dittatore kazako due preziosi ostaggi contro il suo nemico principale, appunto il dissidente Ablyazov.
E siccome l’intera operazione è stata portata a termine dal ministro Alfano senza che nessun altro del governo ne venisse messo a conoscenza, neppure Enrico Letta, c’è il forte sospetto che il vicepremier e segretario del Pdl abbia voluto chiudere la vicenda rapidamente e in barba ad ogni regola solo per compiacere il dittatore kazako, partner privilegiato dell’Eni e — soprattutto — su pressioni dello stesso Cavaliere.
Su questo, Letta ha chiesto piena luce.
La questione, che sta tenendo banco da giorni sui media internazionali, ha mandato su tutte le furie il ministro degli Esteri, Emma Bonino, che non ha alcuna intenzione di prestare il fianco alle critiche feroci dei media sull’operato dell’Italia a cui lei, per altro, non è in grado in alcun modo di rispondere, perchè tenuta all’oscuro di tutto. Bonino si è quindi si è rivolta a Letta: “Evitiamo all’Italia, se possibile, l’ennesima figuraccia…”, spingendo il premier verso l’indagine interna.
Anche il ministro Cancellieri, che in un primo momento aveva parlato di “espulsione avvenuta secondo le regole”, dopo la smentita del tribunale di Roma ha chiesto a Letta di avere “chiarimenti”; il fatto di essere stata messa “fuori strada” dal collega ministro dell’Interno, a cui aveva chiesto lumi, l’ha profondamente contrariata.
Tutti contro Alfano? A quanto sembra, l’intera vicenda è stata gestita con una dose sospetta di superficialità .
Alle domande di Letta, durante un colloquio tra i due avvenuto l’altro giorno a Palazzo Chigi, il vicepremier si sarebbe giustificato sostenendo che i funzionari del ministero gli avevano assicurato che i passaporti delle due donne erano falsi e lui ha quindi dato il via libera all’operazione.
Ma la ricostruzione, a quanto sostengono alcune fonti informate a Palazzo Chigi, farebbe “acqua da tutte le parti”.
“La cosa più grave — prosegue una di queste fonti — è che nessuno ha saputo nulla fino ad operazione conclusa e non c’è stata alcuna chiarezza su chi e perchè avrebbe chiesto di proseguire nell’espulsione di queste due persone; per altro, sono state violate anche le regole in materia di rifugiati e abbiamo avuto forti critiche anche dall’agenzia dell’Onu che si occupa dei rifugiati, l’Unhcr”.
Sembra, infatti, che l’Italia abbia violato il Testo Unico Immigrazione secondo cui nessuno può essere in nessun caso rimandato verso uno Stato in cui rischia di subire persecuzioni: “ Le autorità  italiane — ha criticato l’Unhcr — non hanno valutato appieno le conseguenze che tale rimpatrio forzato potrebbe avere”.
Il caso, che è seguito “da vicino” anche dal presidente della Camera, Laura Boldrini, è quindi destinato ad avere forti ripercussioni a livello di governo.
Soprattutto se, come sospetta Enrico Letta, “l’eccesso di zelo” di alcuni funzionari del ministero dell’interno sull’espulsione della famiglia del dissidente kazako non è stato affatto “spontaneo”, come sarebbe stato sostenuto da Alfano, bensì “indotto da precisi ordini superiori”.
Per questo, dalla “verifica interna agli organi di governo”, chiesta qualche giorno fa, Letta si attende “risposte precise”.
“La questione diplomatica ed economica con il Kazakistan — chiude la fonte di Palazzo Chigi — non deve indurre a conclusioni di comodo; se verranno accertate responsabilità , anche a livello di governo, si trarranno le conseguenze”.
Quali, al momento, non è dato sapere.

Sara Nicoli
(da “il Fatto Quotidiano”)

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UNA LEGGE SEMPLIFICA, QUATTRO COMPLICANO: IL PAESE BLOCCATO

Luglio 8th, 2013 Riccardo Fucile

COSI’ LA BUROCRAZIA CI FA PERDERE 30 MILIARDI

Per toccare con mano la paralisi, recarsi a Laino Borgo, duemila anime in provincia di Cosenza, nel cuore del meraviglioso Parco del Pollino.
Nei pressi del paese c’è una vecchia centrale elettrica, spenta nel 1993 perchè non più economica.
L’Enel vorrebbe ora riconvertirne una parte a biomasse, ma il progetto è imprigionato in un inestricabile dedalo di pareri, autorizzazioni, veti incrociati e carte bollate.
Tutto comincia nel 2001. Sei anni dopo le pratiche sono esaurite (sei anni!), ma quando si sta per girare l’interruttore, una nuova direttiva europea impone un altro passaggio formale.
E la giostra infernale si rimette in moto. I documenti restano nei cassetti della Provincia di Cosenza per due anni e mezzo, mentre l’Ente Parco, undici giorni dopo aver concesso il quarto via libera, ci ripensa.
Piovono i ricorsi e la schermaglia che già  era iniziata si trasforma in una guerra termonucleare. In 5 anni si contano 14 fra sospensive, ordinanze e sentenze. L’ultimo pronunciamento del Consiglio di Stato, nell’agosto 2012, ribalta la precedente decisione del Tar favorevole all’impianto azzerando tutte le autorizzazioni. E dopo 12 anni si ricomincia daccapo.
Non vogliamo entrare nel merito della faccenda.
Ma che nella settima, ottava o nona potenza economica del mondo quale dovrebbe essere l’Italia non si riesca a decidere in 12 anni se una vecchia centrale spenta possa o meno essere riaccesa, è davvero il colmo.
Anche perchè quell’insensato spreco di tempo lo paghiamo tutti noi
Sperare però che questo impietosisca una burocrazia ossessiva capace di trasformare l’Italia in un Paese bloccato è davvero troppo.
Lo stesso Parlamento resta vittima di quel meccanismo infernale, come dimostra l’incapacità  di fare le riforme.
Prendiamo la più urgente di tutte: l’abolizione del bicameralismo perfetto, che rende l’approvazione di ogni legge un autentico calvario. Se ne parla da anni senza costrutto, nonostante si dicano tutti d’accordo.
Nella scorsa legislatura la commissione affari costituzionali del Senato ci ha lavorato a lungo: fatica sprecata. Ora si riparte da zero.
Tre mesi già  se ne sono andati per nominare quaranta saggi cui è stato affidato il dossier delle riforme istituzionali.
Piccolo particolare, fra di loro ci sono anche tre principi del foro schierati dalle Regioni nella causa alla Consulta contro la riforma delle Province: Beniamino Caravita di Toritto, Massimo Luciani e Giandomenico Falcon.
D’altra parte, come non ricordare che il ministro della Funzione pubblica Gianpiero D’Alia, oggi favorevolissimo all’abolizione delle Province, fu orgoglioso autore nel 2006 di un emendamento alla finanziaria per salvare la chiusura delle prefetture minori?
Leggi, commi e decreti
Il simbolo più eclatante della sconfitta subita dalla politica a opera della burocrazia è senza dubbio il ministero della Semplificazione, ora pietosamente sepolto.
Mentre il ministro Roberto Calderoli menava inutilmente fendenti su 375 mila leggi inutili, la macchina della Complicazione andava a pieni giri.
Un documento appena sfornato dall’ufficio studi della Confartigianato diretto da Enrico Quintavalle racconta che dal 2008 a oggi sono state approvate 491 norme tributarie, delle quali 288 hanno reso la vita più difficile alle imprese, contro le 67 che invece sulla carta le semplificavano.
Bilancio: 4,3 complicazioni per ogni semplificazione.
Lui, Calderoli, ci provò a fare una legge per stabilire che le leggi dovevano essere scritte in modo chiaro e comprensibile.
Quell’obbligo esiste da quattro anni. Ma sfogliate una Gazzetta ufficiale , a caso, e controllate quante volte è stato rispettato. Praticamente mai.
Le leggi continuano a essere un groviglio incomprensibile di commi, lettere e rimandi ad altre leggi modificate da altri introvabili commi.
Per avere norme semplici e comprensibili bisognerebbe forse cambiare chi le scrive. Che invece sono sempre gli stessi.
Magistrati e altissimi burocrati detentori dei gangli del potere: capi di gabinetto e degli uffici legislativi, commissari straordinari, consiglieri di ministri e sottosegretari, ai vertici delle authority. Il fulcro della burocrazia. Tecnici e politici al tempo stesso, con entrature di peso nei partiti e nelle loro correnti.
Anche loro una lobby, per dirla con Anna Maria Cancellieri?
Di sicuro un pacchetto di mischia solido e compatto.
Un esempio? Nella legge anticorruzione compare una pillola avvelenata: i magistrati non potranno restare fuori ruolo per più di 10 anni. Fine degli incarichi extragiudiziali a vita.
Spunta però un comma previdenziale che esenta dal tetto i membri del governo.
Ovvero, i consiglieri di Stato Antonio Catricalà  e Filippo Patroni Griffi, allora rispettivamente sottosegretario alla presidenza e ministro della Funzione pubblica: nel successivo governo di Enrico Letta il primo è diventato viceministro dello Sviluppo e il secondo è andato al posto del primo.
Non basta. Il decreto attuativo non è mai stato approvato, con il risultato che sugli altri incarichi degli altri magistrati decide sempre il relativo organo di autogoverno. Al Csm si è già  stabilito che nei dieci anni non sono compresi i periodi di aspettativa.
I decreti attuativi sono una caratteristica tipica delle leggi italiane, il meccanismo con cui il parlamento consegna il proprio potere legislativo alle burocrazie.
Perchè la legge, se non c’è il decreto ministeriale, resta lettera morta.
E i decreti li scrivono gli uffici. Soltanto la legge varata nell’estate del 2012 per rilanciare lo sviluppo ha avuto bisogno per essere attuata di 74 norme di secondo livello.
Un livello che spesso interviene pesantemente, modificandolo nella sostanza, anche sul primo.
La lentezza è uguale per tutti
A forza di moltiplicare centri decisionali che si ostacolano l’un l’altro, di fare leggi e circolari che contraddicono altre leggi e altre circolari, nonchè di aggiungere enti, società , agenzie, authority, era inevitabile che si arrivasse alla paralisi.
Tutto, in Italia, diventa oggetto di contenzioso.
Non mancano casi in cui lo Stato fa causa allo Stato, come dimostra la surreale vicenda legale che oppone la Finmeccanica al suo azionista Tesoro.
Una storia nata da un disaccordo sulla liquidazione di una società  costituita nel 2005 per fare la carta d’identità  elettronica cui la Finmeccanica partecipa insieme al Poligrafico dello Stato e alle Poste, e sfociata in tribunale.
Carte d’identità  prodotte: zero virgola zero. In compenso, 876 mila euro sono andati agli avvocati. Adesso siamo in appello. Prima udienza fissata per il 22 novembre del 2016.
La giustizia non è forse uguale per tutti, Stato compreso?
La durata media di un procedimento civile per inadempienza contrattuale qui è di 1.210 giorni, più del triplo rispetto a Germania, Francia e Regno Unito (394, 390 e 399 giorni). Una procedura fallimentare va avanti in media per 2.567 giorni, ma ci sono casi, come quello di una piccola ditta pugliese fallita nel 1962, che hanno segnato record di 48 anni cui si è sfiorato il mezzo secolo. Una pacchia forse per gli avvocati, tanto numerosi da superare nella sola città  di Roma quelli di tutta la Francia, certo non per le imprese. Nè italiane, nè straniere, che infatti hanno ridotto al lumicino gli investimenti nel nostro Paese.
Uno zaino pieno di sassi
Il gravame giudiziario è uno dei tanti pesi che la burocrazia made in Italy carica sulle spalle di chi produce.
Folgorante la battuta del segretario dell Confartigianato Cesare Fumagalli: «È come se nella competizione internazionale i nostri corressero con uno zaino pieno di sassi». La sua organizzazione ha calcolato che il costo burocratico per le imprese sfiora ormai i due punti di Pil: 30 miliardi e 980 milioni. Parliamo di 7.091 euro in media per ogni azienda al di sotto dei 250 dipendenti
Fra i sassi, ovviamente, c’è anche quello dell’arretratezza tecnologica della pubblica amministrazione.
Dicono gli artigiani che sono appena 928 su oltre 8 mila i Comuni in grado di svolgere tutte le pratiche per via telematica, pagamenti compresi, mentre solo 2.449 intrattengono con i fornitori rapporti di fatturazione elettronica: il che contribuisce ovviamente al ritardo enorme con cui il pubblico onora i propri impegni, in media 180 giorni con punte di 800 nella sanità .
La burocrazia è così fitta che le amministrazioni pubbliche, dopo aver accumulato un debito con i fornitori di oltre 100 miliardi, ora che potrebbero ripianarne almeno una parte sono costrette a uno slalom procedurale assurdo per pagare le imprese. Vittime così di una ulteriore crudele beffa.
Ancora. In Italia i giorni necessari per ottenere permessi edilizi sono in media 234, contro i 184 della Francia, i 99 del Regno Unito e i 97 della Germania.
Senza citare l’inconcepibile quantità  di strumenti urbanistici attraverso cui bisogna districarsi nel caso di opere appena più complesse di una semplice ristrutturazione: l’imprenditore campano Alfredo Letizia ne ha censiti 62.
Vincoli che non hanno impedito al Paese più iper regolato di diventare campione europeo di illegalità  e abusivismo edilizio, ma che rendono ancora più tortuoso ogni processo decisionale, condizionato da un numero incredibile di soggetti competenti.
Alla conferenza dei servizi della Stazione dell’alta velocità  di Roma Tiburtina hanno partecipato in 38, ciascuno dotato di un potere di veto più o meno piccolo.
Per fotocopiare e distribuire a tutti il progetto sono stati spesi 456 mila euro, poi altri 22 mila per distruggere le fotocopie.
Inutile meravigliarsi, poi, se per far partire un’opera pubblica servono in una Regione come la Sicilia più di 1.500 giorni.
E se un chilometro di autostrada o ferrovia costa il triplo che in Francia o Spagna: 32 milioni contro 10.
Il Paese dei 23 mila appaltatori
Inutile meravigliarsi, soprattutto, che la spesa pubblica abbia superato di slancio il 50 per cento del Pil, senza aver fatto crescere la ricchezza nazionale. Anzi.
Fra il 2001 e il 2012, mentre la spesa lievitava di 200 miliardi, il Pil pro capite a prezzi costanti crollava del 6,5 per cento.
La colpa?
Certo la riforma del titolo V della Costituzione voluta dal centrosinistra ha moltiplicato i centri di spesa privandoli dei necessari controlli dal centro. Si è arrivati a contare 23 mila stazioni appaltanti, con conseguenze a dir poco perverse come nella sanità , che rappresenta oltre metà  del mastodontico esborso regionale e dove si continua a tagliare mentre le spese crescono senza sosta. Basta dire che all’eliminazione di 5 mila posti letto nel solo Lazio ha corrisposto, per quanto sia difficile da credere, un aumento del 17 per cento della spesa per l’acquisto di beni e servizi
La spesa per la sanità  pubblica è salita di 50 miliardi in dieci anni senza che la qualità  sia migliorata.
Secondo l’Istat, nel 2012 il 50,8 per cento dei pazienti in fila alla Asl ha atteso oltre 20 minuti. Rispetto al 2002 il tempo di attesa medio si è allungato dell’11,9 per cento.
Per di più, mentre si riducono i posti letto degli ospedali, la sanità  pubblica continua a foraggiare una marea di strutture private convenzionate: soltanto in Sicilia sono 1.476.
Cifra che rende necessaria una diversa interpretazione dei dati sul personale pubblico. E non soltanto nelle Asl
Quanti sono davvero i dipendenti pubblici?
Le statistiche ufficiali dicono che il numero dei nostri dipendenti pubblici è perfettamente in linea con la media europea. Ma pur avendo più o meno lo stesso personale del Regno Unito (tre milioni e mezzo), non abbiamo la stessa qualità  dei servizi.
Quanto abbia contribuito nei decenni una certa politica sindacale priva di qualunque suggestione meritocratica è sotto gli occhi di tutti. In Italia i dipendenti pubblici ricevono un incentivo alla «presenza», cioè per il solo fatto di timbrare il cartellino.
E poi le «progressioni orizzontali» (banalmente, gli aumenti di stipendio) uguali per tutti com’era regola anni fa alla Regione Campania, i giudizi sempre ottimi per tutti i dirigenti basati sulla valutazione di se stessi, quando non accordi sindacali che escludevano addirittura la possibilità  di dare insufficienze ai subalterni. Il principio della deresponsabilizzazione ha letteralmente dilagato dai massimi gradi dirigenziali fino ai livelli inferiori.
Nè i tentativi di riforma sono stati in grado di imprimere una svolta.
In questo sistema tutto italiano si è trovato anche il modo per aggirare i blocchi alle assunzioni. Così sono nate migliaia di società  controllate dagli enti locali, con moltiplicazione di competenze, sovrapposizione di funzioni, sprechi indicibili.
Altre spese, altra burocrazia. Ma stavolta «societaria», e con un vantaggio: assumere senza concorso nè incappare nel divieto del turnover.
Nel 2008 la Corte dei conti calcolava che questa massa informe di imprese pubbliche occupasse 255 mila persone, oltre a 38 mila fra consiglieri di amministrazione, revisori contabili e alti dirigenti.
Ciascuna con una media di 68 dipendenti e ben 12 persone in posizioni di comando. Per avere un’idea del peso di queste società , si consideri che il Comune di Roma ha 25 mila dipendenti e 37 mila stipendi pagati da municipalizzate o aziende partecipate. Totale, più di sessantamila. Sessantamila…

Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera“)

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