Luglio 7th, 2013 Riccardo Fucile
IL GIURISTA DI SINISTRA FIANDACA E LA TRATTATIVA STATO MAFIA
Il professor Giovanni Fiandaca, giurista “de sinistra”, ha ottenuto un’improvvisa notorietà
con un presunto “saggio” contro il processo sulla trattativa Stato-mafia, rilanciato dal Foglio, dai Macalusi e da altri difensori — professionali e d’ufficio — degli imputati di Stato.
La sera prima della decisione della Corte d’assise sulla competenza del processo — come avveniva nella Palermo metà anni 80 con aulici simposii contro il maxiprocesso di Falcone e Borsellino- l’allegra brigata s’è ritrovata a palazzo Steri per un rito propiziatorio che impetrava il trasloco verso le nebbie e le sabbie romane.
Purtroppo invano: l’indomani i giudici hanno spazzato via tutte le eccezioni delle difese e delle teste d’uovo retrostanti.
Così come il gup Morosini aveva già sbugiardato le loro tesi giuridiche, rinviando a giudizio tutti gli imputati.
Ma il Fiandaca, sia pur un po’ provato, insiste. E, sempre sul Foglio di Berlusconi & Ferrara, mi riempie di insulti, sostenendo che avrei criticato il suo “saggio” senza leggerlo, e comunque se l’avessi letto non l’avrei capito, perchè sono “ignorante”, “prevenuto”, “superficiale”, “giustizialista”, financo “pernicioso”.
Purtroppo il suo cosiddetto “saggio” l’ho letto e temo persino di averlo capito.
Lui mi accusa di “non argomentare” e di rivolgergli “attacchi ad hominem” perchè lo considero “un azzeccagarbugli filomafioso”.
Si rassicuri: io lo considero semplicemente un orecchiante molto sopravvalutato e disinformato. Infatti, nella sua pallosissima dissertazione, non cita mai un solo atto d’indagine, e nemmeno l’ordinanza di rinvio a giudizio del Gup: ma solo la memoria riassuntiva dei pm (una ventina di pagine, poca fatica), esponendo così la sua luminosa scienza giuridica a una serie impressionante di sfondoni, figuracce e balle a volontà .
Vuole che argomenti? Argomento.
Presunto sarà lei
Fiandaca parla di ”cosiddetta trattativa” e “presunta trattativa”. Cominciamo bene.
La trattativa Stato-mafia è giudiziariamente indiscutibile in quanto confermata da sentenze definitive della Cassazione sulle stragi del 1992-’93, oltrechè dai diretti protagonisti e testimoni, non solo mafiosi: Mori e De Donno parlano a verbale di “trattativa” con i capi di Cosa Nostra tramite Vito Ciancimino, e non di una semplice “presa di contatto”, come fa loro dire Fiandaca.
Che deve farsene una ragione: se vuol parlare di trattativa, si legga almeno le sentenze. Ma per lui tutto è presunto.
Infatti, riassumendo le tesi dell’accusa, scrive: “Cosa Nostra avrebbe reagito (alla sentenza del maxiprocesso, ndr) ideando e in parte realizzando un programma stragista”.
Avrebbe? Dunque anche le stragi sono cosiddette e presunte?
Il gioco delle tre carte
L’assenza di reati nella trattativa sarebbe “confermata dal fatto che altri uffici giudiziari, in particolare Firenze e Caltanissetta… non hanno ravvisato ipotesi di reato”. A parte il fatto che, se due procure non trovano reati e una terza sì, non si vede perchè debbano avere ragione le prime due e non la terza, a Fiandaca sfugge che Firenze e Caltanissetta sono competenti sulle stragi e Palermo sulla trattativa: normale che Palermo contesti reati sulla trattativa e le altre procure no.
Trattativa insindacabile
“Ai pm — scrive il Fiandaca — sfugge… la divisione dei poteri: la tutela della sicurezza collettiva… spetta al potere esecutivo e l’eventuale scelta politica di fare qualche concessione ai poteri criminali non è sindacabile giudiziariamente”.
Se avesse letto almeno il capo d’imputazione, saprebbe che qui il reato non è che la mafia tratti con lo Stato e viceversa: il delitto contestato (art. 338 Cp, “violenza o minaccia a corpo politico”) è che la mafia, col delitto Lima e le stragi, ricatta i governi in combutta con alcuni servitori dello Stato veri o presunti, per estorcere scelte politiche e normative che mai quei governi avrebbero adottato senza essere sotto scacco.
Infatti l’ex ministro Conso che non rinnovò il 41-bis a 334 mafiosi non è imputato per quello (anzi è anche lui vittima della minaccia): ma per aver mentito ai giudici sui retroscena di quella decisione.
Quindi non sono in discussione le scelte politiche, ma il ricatto di chi le determinò. Che il ricatto sia reato, è da dimostrare: per questo si fa il processo.
Noi non abbiamo mai scritto che il reato sia provato, ma che spetta ai giudici decidere se i fatti, ormai straprovati, siano reato, e se il reato sia quello contestato, e se i colpevoli siano gli attuali imputati. È Fiandaca che sostiene, sostituendosi ai giudici, che il reato non c’è. Il “giustizialista” è lui, non noi.
Trattativa a fin di bene
Dopo aver messo in forse la trattativa con condizionali e aggettivi dubitativi, Fiandaca la dà per certa, ma con finalità buone, anzi “salvifiche”: “L’obiettivo di far cessare le stragi mai potrebbe essere giuridicamente qualificato come illecito; al contrario esso può apparire doveroso”, una “scelta politica penalmente non censurabile”.
Intanto, come ben sa chiunque abbia letto qualche atto dell’inchiesta, la trattativa — secondo l’impostazione accusatoria già vagliata dal Gup — non partì “per arginare il rischio stragista” o “per far cessare le stragi”, semplicemente perchè partì quando non c’era stata ancora alcuna strage: e cioè dopo il delitto Lima e prima di Capaci.
Lo scopo era salvare la pelle ai politici i cui nomi erano in una lista di morituri dopo Lima: Mannino, Andreotti (o parenti), Vizzini, Andò, Martelli.
I quali puntualmente si salvarono grazie a un cambio di programma di Cosa Nostra, che dopo Capaci abbandonò le vendette sui politici (servivano vivi per recepire il “papello”) e virò su Borsellino, che si opponeva alla trattativa.
Dunque, come si legge nella sentenza definitiva di Firenze sulle stragi del ’93, la trattativa non solo non fermò, ma moltiplicò e rafforzò lo stragismo.
Distogliendolo dai politici e indirizzandolo su Borsellino (a proposito: chi è il “servitore dello Stato” che avvertì i boss che il giudice ostacolava la trattativa?
E chi spiega ai parenti delle vittime di Firenze e Milano che i loro cari dovevano morire ammazzati perchè lo Stato perseguiva il “doveroso” e “salvifico” obiettivo di fermare le stragi incentivandole?).
In ogni caso, che ogni scelta politica sia di per sè insindacabile per chi la fa e chi la chiede è una fesseria: se io pago un politico in cambio di una legge, è corruzione; se minaccio un politico per avere una legge, è estorsione; se minaccio un governo a suon di bombe per ottenere “scelte politiche” elencate in un papello che poi guardacaso diventa legge, è minaccia a corpo politico; se mento al giudice, è falsa testimonianza.
Trattativa all’insaputa
Nella sua rocciosa incoerenza, Fiandaca ipotizza che i “servitori dello Stato” che trattarono con la mafia (ma la trattativa non era presunta?) non siano punibili perchè manca “l’elemento soggettivo”, “il dolo”, l’“autentica coscienza e volontà di concorrere coi mafiosi nelle violenze e minacce ai danni del governo”.
Cioè, politici navigati e ottimi conoscitori della mafia e ufficiali specializzati nella lotta alla mafia trattarono con la mafia, poi si prodigarono per ammorbidire il 41-bis come da papello , ma a loro insaputa.
Un caso Scajola ante litteram, e al cubo
Fiandaca, restando serio, domanda perchè i pm non abbiano contestato i reati di concorso esterno in associazione mafiosa o addirittura concorso in strage.
La risposta è banale: perchè le stragi furono decise da uomini di mafia e non di Stato, o almeno non c’è prova del contrario.
Complimenti comunque al grande giurista per il trucchetto di negare il reato già vagliato dal gup ipotizzandone di più gravi e iperbolici.
Il solito gioco delle tre tavolette.
Movente e contropartita
Per Fiandaca, al Grande Ricatto mancano il movente e la contropartita. Ma il movente, pienamente realizzato, era salvare la pelle ai politici candidati a finire come Lima.
Quanto alla contropartita, è inutile (?) ricordare al giurista di chiara fama che l’estorsione e la minaccia sono reati anche se non sortiscono effetti.
Qui comunque gli effetti ci sono eccome, anche se Fiandaca scrive che “la montagna ha partorito il topolino” perchè i pm sono riusciti a provare “solo” la “revoca di alcuni 41-bis”.
Alcuni? Il 26 giugno ’93 il nuovo capo del Dap Adalberto Capriotti (che ha preso il posto di Niccolò Amato, inviso ai boss e subito licenziato) invita Conso a revocare centinaia di 41-bis come “segnale di distensione” alla mafia.
Conso, cinque mesi dopo, obbedisce ribaltando le indicazioni della Procura di Palermo e regalando il carcere molle a 334 detenuti: capi-mandamento come Antonino Geraci sr., Vito Vitale e Giuseppe Farinella, pezzi da 90 come Spadaro, Di Carlo jr., Prestifilippo sr., i fratelli Ferrara e Calafato, Giuliano, Miano, Di Trapani, Grassonelli, Spina, Fidanzati jr.
Quasi tutti i maggiori mafiosi allora detenuti, a parte l’appena arrestato Riina che, se fosse uscito pure lui dal 41-bis, avrebbe suscitato un pandemonio.
E questo sarebbe il topolino? In ogni caso, per i pm, era già partita una seconda trattativa con la nascente Forza Italia sul resto del papello, con garanzie così solide da indurre Cosa Nostra a interrompere di botto le stragi e ad annullare quella già decisa allo stadio Olimpico. Ma tutto questo Fiandaca non lo sa. O non lo dice.
Il can per l’aia
Il finale è strepitoso: processare politici sospettati di delinquere significa “processare la politica”, con la “tendenza populistico-giustizialista” già emersa con Mani Pulite di innescare “quel conflitto fra politica e giustizia che nell’ultimo ventennio ha disturbato il funzionamento della democrazia”.
Ma certo, se i politici rubano o trescano con la mafia, non vanno processati per non “disturbare” la democrazia.
Berlusconi non avrebbe detto meglio.
Ps. Caso mai Fiandaca volesse confrontarsi in pubblico, a Palermo o in tv o dove vuole lui, io sono pronto.
Troverà pane per la sua dentiera.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 7th, 2013 Riccardo Fucile
LE ARMI, GLI INSULTI, LA CELLA: LA VERGOGNOSA INCURSIONE DI 50 UOMINI ARMATI DELLA DIGOS PER PRELEVARE E CONSEGNARE IN OSTAGGIO ALLA DITTATURA KAZACA MOGLIE E FIGLIA DI UN DISSIDENTE… LA MAGISTRATURA ROMANA APRE UN’INCHIESTA “NON HO CAPITO SE ERANO DELINQUENTI O POLIZIOTTI IN ABITI CIVILI”
È da poco passata la mezzanotte di mercoledì 29 maggio. In una villetta a Casal Palocco, enclave dei ricchi di Roma, dormono tutti, anche i domestici che vivono nella dependance. Comincia così l’incubo di Alma Shalabayeva, 46 anni, e di sua figlia Adua, che ne ha sei. Colpevoli di essere la moglie e la figlia di Mukhtar Ablyazov, l’ex banchiere e l’ex ministro kazako nemico numero uno del presidente Nazarbajev.
Nel settembre 2012 Alma, che fuggiva da Londra, si era stabilita a Roma «perchè qui, diceva, mi sento tranquilla».
Fino a poche settimane fa, quando 50 agenti della polizia italiana fanno irruzione nella villa, la portano al Cie e la sera di venerdì 31 maggio la imbarcano su un volo per Astana, la capitale del Kazakhstan. La tana del lupo.
Questo – 18 pagine fitte – è il diario di tre giorni da incubo, tutti da chiarire.
L’IRRUZIONE
Nella villa dormono tutti, quando gente picchia alla porta e alle finestre svegliando Alma. «30, 35 sono entrati in casa, 20 sono rimasti fuori. Si trattava di un intero gruppo armato. Avevano un aspetto spaventoso, alcuni portavano l’orecchino, altri grosse catene d’oro, vestivano abiti neri consumati, tra loro c’era una donna ».
Non si presentano, non mostrano alcun mandato.
«Ero terrorizzata, ho pensato che erano venuti per ucciderci e che nessuno ne avrebbe mai saputo niente. Ho chiesto: chi siete, polizia? Quello che sembrava il capo mi ha sventolato davanti un qualche tesserino.
Mi hanno spinto fin quasi a cadere e mi hanno fatto sedere a forza.
Non riuscivo a capire: erano delinquenti o poliziotti in abiti civili? O li avevano ingaggiati i nemici di mio marito ed erano venuti per ucciderci?»
IN CENTRALE
Alma è terrorizzata, confusa. Quando le chiedono le sue generalità , dice solo «sono russa». «Gridavano in italiano, l’unica cosa che ho capito è stata “puttana russa”».
Alma decide di mostrare il suo passaporto centrafricano. La tensione cresce: qualcuno picchia Bolat, il cognato di Alma.
Alle domande su chi siano e cosa vogliano, quello con la catena d’oro risponde «sono la mafia». Sono quasi le tre di notte quando chiedono a prestito un computer per scrivere il verbale della perquisizione (porteranno via 50mila euro in contanti e la memory card della macchina fotografica).
Ma il MacfarmiBook non è configurato per scrivere in italiano e per mezza pagina si arriva fino alle quattro del mattino. «Mi hanno detto: vestiti, tu vieni con noi. Con me non avevo nè soldi, nè documenti, non avevo un avvocato nè un interprete».
A PONTE GALERIA
«Erano le sei passate, mi hanno detto che dovevano prendere le impronte e fare delle foto e che dopo mi avrebbero lasciato andare a casa. Invece mi hanno caricata in macchina per 40 minuti. Una signora si è messa a urlare, diceva che il mio passaporto era falso.
Chiedevo che chiamassero l’ambasciata centrafricana. Ripetevano mille volte le stesse domande: chi sei, cosa fai in Italia. Parlavano un inglese pessimo, faticavo a capire. Non mi hanno mai permesso di telefonare e dopo 15 ore sono crollata.
Ormai mi avevano vista in troppi perchè potessero uccidermi: ho detto chi ero e che il presidente kazako aveva ordinato l’assassinio di mio marito.
Dopo dieci minuti sono venuti a prendermi e hanno solo ripetuto: questo è un passaporto falso. Lì mi avevano tolto i lacci delle scarpe e la fede e mi avevano dato lenzuola usa e getta e un materasso di poliuretano.
In cella c’erano sei letti e tre donne. Io non ero vestita come loro. Mi hanno aiutato a fare il letto e mi hanno rimboccato le coperte ».
IL JET PRIVATO
«Ho dato la mia tessera del cibo a una compagna e lei mi ha permesso di usare il suo telefono. Da casa mi hanno detto che erano stati avvisati gli avvocati, poi li ho fugacemente incontrati all’udienza, tutto è durato meno di un’ora.
Mi hanno fatto telefonare a casa e chiedere di portarmi la mia bambina. All’improvviso c’era di nuovo agitazione. Dobbiamo andare, mi dicevano. Mi hanno caricata su mini-bus, c’erano molte macchine di scorta, e mi hanno portata all’aeroporto di Ciampino.
Hanno aperto una porta ed è comparsa Alua, la mia bambina.
Avevo capito che volevano mandarmi in Kazakhstan. Sapevo cosa avrebbe voluto dire per me, per mio marito, per i miei figli.
Allora ho detto a voce alta: chiedo asilo politico. L’ho detto in inglese, l’ho ripetuto, l’ho gridato. È troppo tardi, mi hanno risposto, tutto è già deciso».
Sulla pista rulla un jet privato, noleggiato da una compagnia austriaca.
A bordo ci sono due diplomatici kazaki. Aspettano le due donne per accompagnarle ad Astana. La missione è compiuta.
Cinzia Sasso
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Luglio 7th, 2013 Riccardo Fucile
UN DISSIDENTE KAZAKO SPACCA IL GOVERNO: ESTRADATE A FORZA DALL’ITALIA… LA BONINO SI SVEGLIA: “FIGURA MISERABILE”… LETTA CHIEDE CHIARIMENTI AD ALFANO
Chi ha ordinato alla polizia italiana di mettere in piedi un’operazione eccezionale nella notte
fra il 28 e il 29 maggio per arrestare la moglie e la figlia di un importante (anche se controverso) dissidente kazako?
Per parcheggiare poi la madre per due giorni in un centro di detenzione per clandestini?
Per tornare poi a prelevare con l’inganno la bimba di sei anni che era stata affidata a una zia e imbarcare in fretta e furia le due donne su un aereo privato noleggiato dal governo del Kazakhstan e diretto nella capitale Astana?
Chi ha ordinato un’operazione che ha aggirato o resi aleatori i controlli della magistratura che all’inizio è stata indotta ad approvare i provvedimenti di espulsione, che però ex post sono stati censurati dallo stesso Tribunale del riesame di Roma ha riconosciuto «gravi violazioni delle procedure»?
Sono queste le domande che il primo ministro Enrico Letta e il ministro degli Esteri Emma Bonino si sono ripetuti di nuovo ieri, quando si sono incontrati per discutere di Egitto.
All’inizio di giugno, quando la storia venne fuori grazie agli avvocati del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, ex banchiere accusato di aver intascato milioni di dollari, la Bonino si lamentò – umiliata e imbarazzata – col primo ministro ma anche con il ministro degli Interni Angelino Alfano: «Ho saputo di questa espulsione dai giornalisti inglesi e dai militanti dei gruppi per la difesa dei diritti civili che mi chiedevano notizie».
«Questo non era un caso di immigrazione clandestina», ha detto ai suoi collaboratori, «è un caso che danneggerà il governo italiano, faremo una figura miserabile, quella di chi si è venduto due possibili ostaggi a un governo straniero».
Enrico Letta ha chiesto spiegazioni una prima volta in privato ad Alfano, ma venerdì è stato costretto a farlo in pubblico, quando Ablyazov gli ha chiesto conto della deportazione di moglie e figlia con un’intervista alla Stampa.
«La verità potrebbe essere istituzionalmente più imbarazzante», dice un’alta fonte al ministero degli Esteri: «Alfano potrebbe non essere neppure stato informato della gravità e delicatezza del provvedimento, il che per lui e il governo sarebbe gravissimo: sarebbe stato aggirato dal suo apparato, mentre agenti del Kazakhstan sarebbero riusciti a raggiungere i livelli medio-alti del nostro sistema di sicurezza per chiedere un’espulsione che nei modi e nel merito è gravissima».
Non è chiaro in che maniera il premier Letta abbia chiesto informazioni al ministro dell’Interno sul caso di Alma Shalabayeva e della piccola Alua, 6 anni, la moglie e la figlia del leader dell’opposizione in Kazakhstan Mukhtar Ablyazov.
Ieri anche il Financial Times ha dedicato una lunga, imbarazzante ricostruzione della violenta irruzione della notte fra il 29 e il 30 maggio Alma e Alua si trovavano nella villetta della sorella di Alma, Venera, nella zona di Casal Palocco.
La polizia fece irruzione, uno degli agenti urlò ad Alma «puttana russa», un altro con un catenone d’oro al collo disse qualcosa del tipo «io sono la Mafia».
Un dirigente della polizia conferma che il loro incarico era arrestare Ablyazov, dichiarato “latitante” da 4 stati europei.
Il quotidiano britannico pubblica anche una foto del dittatore kazako con Silvio Berlusconi, sottolineando la loro amicizia.
Letta ha annunciato di avere ordinato un’inchiesta interna. È molto probabile anche la magistratura aprirà un’inchiesta, facendo sempre la stessa domanda: chi ha “venduto” la moglie e la figlia di Mukhtar Ablyazov al governo del Kazakhstan?
Vincenzo Nigro
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Luglio 6th, 2013 Riccardo Fucile
BERLUSCONI PENSA SIA MEGLIO FAR PASSARE L’ESTATE E ASPPETTARE OTTOBRE
Per tornare a Forza Italia non c’è urgenza, il tuffo nel passato può attendere quantomeno fino a settembre, e forse fino a ottobre: tanto, osservano dalle parti di Arcore, si tratterà in fondo di aggiustare un’insegna, cioè di correggere la targa in ottone all’ingresso del partito.
A Berlusconi, personalmente, non sarebbe dispiaciuto nemmeno scriverci su un bel «Forza Silvio» (dicono che l’avesse anche fatto testare, con esiti peraltro non all’altezza delle sue aspettative).
Sta di fatto che l’«Operazione Nostalgia», andrà avanti, il Cavaliere ormai ha deciso. Però con calma, appunto. Senza precipitazione.
Sembra ormai sfumare la data del 20 luglio, che i più smaniosi tra i «berluscones» avevano scelto per l’annuncio ufficiale.
Bruciare le tappe avrebbe avuto un senso nel caso di elezioni subito, spiegano sempre nell’entourage del Capo, in modo da andare al voto con la gloriosa e un po’ sdrucita bandiera di tante battaglie.
Ma Letta «è stato astuto, l’altro ieri ha dato rassicurazioni su tutto», dall’Imu all’Iva, al punto che perfino Brunetta deve dichiararsi per il momento soddisfatto.
Come si potrebbe giustificare una crisi di governo?
Non si giustifica. Ma c’è dell’altro.
Proprio alla vigilia della data scelta per l’annuncio, il 19 luglio, sono attese due sentenze molto sgradevoli per Berlusconi.
La prima a Napoli, con probabile rinvio a giudizio dell’ex-premier (corruzione di senatori) e la seconda a Milano, dove rischiano una condanna Fede, Mora e la Minetti. Silvio non è imputato, ma perfino un bebè capirebbe che la sentenza riguarderà proprio lui.
Il lancio di Forza Italia, 24 ore dopo, verrebbe dunque sommerso da una montagna di letame mediatico e giudiziario…
Meglio metterci in mezzo l’estate, ragiona il Cavaliere coi suoi, e chissà che agosto non plachi pure lo scontro interno tra «ultras» da una parte e «governativi» dall’altra. Si annuncia per martedì un’altra infuocata assemblea dei deputati, diventata ormai sfogatoio di ogni tensione, pubblica lavanderia di panni sporchi che all’elettore medio di centrodestra provoca disgusto (chissà cosa verrà fuori dai prossimi sondaggi di Euromedia Research, gli unici di cui Berlusconi si fidi).
Una quota di nervosismo è scatenata dall’incertezza sulla sorte del Lìder Maximo, il quale rischia in autunno la condanna definitiva a 4 anni per frode fiscale, la galera e dunque l’addio alla politica.
«Dal punto di vista giudiziario, sta messo molto peggio di Craxi, è più inguaiato», constata su Radio24 colui che molti autorevoli personaggi del Pdl considerano il regista occulto dei «falchi» e delle «amazzoni», l’unico capace di dare loro una strategia, vale a dire Bisignani (faccendiere e suggeritore dei potenti, tornato ultimamente nel vivo del gioco).
La Santanchè e la Gelmini, per una volta in perfetto accordo, invocano come rimedio un sostegno forte e determinato ai cinque referendum radicali per la «giustizia giusta». Prende slancio nel centrodestra la suggestione pannelliana di una spallata popolare allo strapotere della magistratura, una risposta (che la si condivida o meno) su un terreno alto e nobile.
Il Cavaliere è molto tentato. Sul suo tavolo è appena arrivato un dossier che gli suggerisce di firmare senza esitazione i quesiti nonchè, lancia la proposta Capezzone, la legge di iniziativa popolare del professor Guzzetta per il presidenzialismo.
Ma in questo preciso istante la sua attenzione è concentrata su altre vicende faccende assai più prosaiche: risulta ad horas un passaggio davanti ai giudici per la causa di divorzio. Dunque Silvio e Veronica saranno faccia a faccia.
Ma diversamente da Al Bano e Romina, che tornano a cantare insieme in un clima di revival, loro si vedranno quel tanto che basta per provare a dirsi, civilmente, addio.
Ugo Magri
(da “La Stampa”)
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Luglio 6th, 2013 Riccardo Fucile
SIAMO IL PAESE CON IL PIU’ GRANDE PATRIMONIO ARTISTICO DEL MONDO, MA SIAMO A RIUSCITI A RIDURRE I FONDI DEL 52% IN 5 ANNI
L’Italia è il paese con il più grande patrimonio storico culturale al mondo, al primo posto
nella lista Unesco per numero di tesori dichiarati patrimonio dell’umanità , eppure il Ministero per i beni culturali rischia quasi il tracollo per morosità e per il drastico taglio dei finanziamenti cui continua a essere sottoposto dai governi di ogni colore.
Gli ultimi dati forniti dal ministro Bray sono emblematici: quasi 10 milioni di euro in meno rispetto al 2012 per le “spese per interventi urgenti per le emergenze”; una disponibilità per il ‘programma ordinario dei lavori pubblici’ che passa dai 70,5 mln di euro del 2012 ai 47,6 mln del 2013 (nel 2004 erano 201 milioni), il sostegno dalle giocate del Lotto che dai 48,4 mln di un anno fa precipita ai 25,4 di quest’anno.
In questo scenario, non c’è da stupirsi se i musei sospendono le aperture, se il Colosseo resta chiuso per una vertenza dei custodi e se persino il ministero è costretto a chiedere un intervento straordinario al Tesoro per poter pagare bollette e canoni inevasi per un totale di 40 milioni. “Le risorse relative alle principali programmazioni per l’esercizio dell’attività di tutela – si legge nel documento presentato dal ministro – hanno subito una riduzione del 58,2% passando da 276.636.141 a 115.632.039”.
L’allarme del ministro Massimo Bray è riassunto nei dati inviati alle Camere insieme con le linee guida del suo dicastero.
Dieci pagine di tabelle in cui numeri e percentuali non hanno bisogno di commenti.
Il bilancio del ministero, tanto per iniziare, quest’anno è sceso a 1.546.779.172 euro, oltre 100 milioni di euro in meno rispetto a un anno fa, il 24% in meno rispetto al 2008, quando la voce ‘previsione di spesa’ segnava 2.037.446.020 di euro.
I tagli riguardano tutti settori di intervento e tutte le voci di finanziamento.
Come detto, il fondo per le emergenze ha subito una riduzione di oltre 58% rispetto al 2008, per le risorse per il programma ordinario di tutela del patrimonio la decurtazione è del 52% rispetto al 2008 e del 76% se si guarda al bilancio 2004.
Passando alle entrate dal Lotto, le somme programmabili per il 2013 ammontano ad appena 15.047.923,00 contro i 50,6 nel 2012. Qui il taglio in percentuale è del 71% rispetto al 2008 (134,7 mln di euro) e dell’81% rispetto al 2004.
Le conseguenze si vedono anche dalla ripartizione dei fondi: il restauro perde il 31% rispetto alla dotazione 2008 e per il 2013 può contare su soli 15.047.923,00 (erano 50,6 nel 2012).
Nelle riduzioni a caduta, il sostegno del Mibac per gli Istituti culturali scende a 14.670.000,00 (-18% rispetto al 2009).
Senza aggiustamenti in corsa, si riduce anche il Fondo Unico per lo Spettacolo (Fus), che con gli attuali 398.847.077,00 è in calo di quasi il 15% rispetto al 2009.
Lo stesso regolare funzionamento del ministero è a rischio, visto che gli stanziamenti relativi, come si legge nella relazione di Bray, “ammontano complessivamente a circa 23 mln di euro per il 2013, a fronte di una esigenza di circa 50 mln, comprovata anche – si legge nelle tabelle – dalla recente ricognizione che ha evidenziato un debito per circa 40 mln di euro (già comunicati al ministero dell’economia e delle finanze per l’eventuale ripianamento) dovuti principalmente al mancato pagamento di utenze e canoni”.
La situazione sarà “ancora più critica a decorrere dal 2014, che presenta uno stanziamento di circa 14,5 mln, con un decremento pari ad oltre il 37%”.
Infine, l’emergenza personale per il quale rimane il blocco delle assunzioni in vigore fino al “riassorbimento dell’esubero di personale in I area- addetti ai servizi ausiliari (267 persone) e nell’area dirigenti (4)”.
(da “La Repubblica“)
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Luglio 6th, 2013 Riccardo Fucile
CINEMA, TEATRO, MUSEI A RISCHIO CHIUSURA
Il cinema sulle barricate per la beffa del tax credit decurtato, i teatri a rischio chiusura per i nuovi tagli imposti dalla spending rewiev, i musei e il Colosseo che chiudono per la protesta dei custodi.
Ma anche le fondazioni liriche sull’orlo del collasso, il monito dell’Unesco a Pompei, la Reggia di Caserta allo sfascio, i Bronzi di Riace senza museo.
Nell’anno della crisi nera, mentre si moltiplicano gli appelli al governo perchè si punti su turismo e cultura per la rinascita Paese, è una mappa che sembra fatta tutta di buchi e disastri quella del patrimonio artistico italiano.
Con un ministero in affanno nel tentativo di contenere le perdite, costretto a stringere la cinghia al punto da non avere i soldi per saldare le bollette della luce.
Poco incline agli annunci, il neo ministro Bray ha però bussato alla porta del presidente del consiglio, e ieri anche a quella del presidente Giorgio Napolitano. L’idea è quella di un intervento governativo per il settore, che dovrebbe essere annunciato dallo stesso presidente del consiglio, a metà luglio, nella sede della stampa estera.
Ma quanto questo impegno potrà essere concreto in termini finanziari non è ancora chiaro.
Di certo ci sono settori che non possono aspettare, come le fondazioni liriche – in prima fila il Maggio Musicale fiorentino e il Carlo Felice di Genova – per le quali si studia un decreto o una modifica dell’attuale regolamento.
Mentre un po’ dappertutto comincia a montare la rivolta.
E nella sede del Collegio romano ci si prepara a un’altra settimana ‘calda’, fitta di incontri anche con i sindacati, il primo lunedì 8 per musei e siti culturali.
Cinema
Il settore del cinema è in subbuglio per il taglio del Tax credit, che è appena stato rinnovato per il 2014 ma per una cifra che dagli iniziali 80 milioni è stata ridotta a 30. A questo si aggiungono i tagli del Fondo Unico per lo spettacolo, che per il 2013 è stato ridotto del 5,2% (per un totale di 72,4 milioni di euro). “Soluzioni o boicottiamo Venezia” grida oggi da Taormina il mondo del cinema.
Fondazioni liriche
Le 14 Fondazioni liriche italiane hanno accumulato complessivamente 330 milioni di euro di debiti iscritti in bilancio a fronte di una situazione patrimoniale attiva non rosea. In prima fila il Maggio fiorentino, per il quale si sta cercando di evitare la soluzione estrema della liquidazione, perorata dal commissario Francesco Bianchi e dal sindaco Matteo Renzi.
Bray propende invece per un intervento strutturale.
Ma tra le situazioni più a rischio c’è anche il Carlo Felice di Genova con un deficit di 3 milioni per il 2013 e grandi difficoltà nel pagamento degli stipendi così come Bologna.
Per aiutare le amministrazioni in crisi il Mibac ha anticipato a tutti il saldo del Fus che è stato anche ‘salvato’ dalla minaccia di un ulteriore taglio previsto dalla spending review e che per il 2013 ammonta complessivamente a 183,2 milioni di euro (-5,3% rispetto al 2012).
Teatri
Il settore è in subbuglio per la minaccia di un taglio dei contributi diretti (Fus) imposto al ministero dalla spending review con un intervento che limiterebbe anche le attività dei teatri, creando difficoltà per esempio, alla rinomata scuola de Il Piccolo teatro di Milano.
Ora il contributo Fus 2013 per il teatro è di 62,5 milioni di euro (-5,3% rispetto al 2012). “Così si chiude”, lamentano i 68 teatri stabili italiani.
La soluzione forse da un emendamento.
Istituti culturali e musei
I contributi pubblici 2013 assommano a 14,6 mln. Il 18% in meno rispetto al 2009 (dati Mibac).
In Italia, tra pubblico e privato, statale e locale, ci sono quasi 5mila tra musei e siti culturali (secondo dati Confcultura abbiamo un museo ogni 10.900 abitanti).
Gli istituti statali sono in tutto 420 (200 musei-220 monumenti), in molti casi con forti problemi di personale dovute anche al blocco del turn over che incombe sul ministero. Per il 2013 l’organico del Mibac prevede 19.132 unità , i dipendenti in servizio sono però solo 18.568.
Se i restauri di Pompei sono finanziati da 105 milioni Ue e per il Colosseo si fa conto sui 25 mln di Della Valle mancano però i soldi per la normale manutenzione di monumenti e siti archeologici: il programma ordinario dei lavori pubblici può contare per il 2013 su soli 47,6 mln: il 76% in meno rispetto al 2004.
Ridotte all’impossibile anche le disponibilità per emergenze (terremoti, ma anche allagamenti come quello che ha sommerso Sibari): per il 2013 ci sono 27,5 mln: oltre il 58% in meno rispetto al 2008.
(da “La Repubblica”)
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Luglio 6th, 2013 Riccardo Fucile
NELLE CARTE DELL’INCHIESTA DI POTENZA EMERGE IL TENTATIVO DI UN INDAGATO PER RICICLAGGIO DI METTER LE MANI SUL PATRIMONIO
Al di là delle divisioni politiche, la vera partita tra gli uomini degli ex An — partito poi
spaccato tra finiani e chi ha deciso di passare nelle schiere del Pdl — si gioca su un altro fronte: quella di un tesoretto dal valore di 70 milioni di euro.
Questo patrimonio è stato oggetto di insulti, denunce e inchieste giudiziarie che vanno verso l’archiviazione.
Chiunque però sogna di avere una parte, anche ci in An militava nella retro fila.
A raccontare questo retroscena, un’informativa stilata dalla squadra mobile il 20 giugno 2012 e finita agli atti di un’inchiesta della Procura di Potenza che indagava su un giro di riciclaggio.
A Roma, invece, c’è un giro di riciclaggio su quell’ingente patrimonio, che tuttavia va verso l’archiviazione.
Nelle carte della polizia di Potenza, però, emerge anche che un imprenditore, Carlantonio Traietta, indagato per riciclaggio, avrebbe tentato la scalata nel partito di Gianfranco Fini.
Traietta parla di un rapporto strettissimo con Italo Bocchino, “i buoni rapporti che Traietta ha con Italo Bocchino — si legge nell’informativa — sono confermati oltre che dalle telefonate fra i due, anche da vari incontri”: come quello del 19 ottobre 2009 avvenuto a Brindisi.
E di Bocchino, Traietta parla anche in una intercettazione del 15 gennaio 2010, con Giuseppe Capocchi, in cui afferma la piena fiducia dell’ex parlamentare.
TRAIETTA: Con Italo ho stretto stretto stretto. Nel senso che sono arrivati adesso a dirmi che io prima dice che non voglio stare, “no” dico “se è questo quello che pensi non c’è problema, mi metto io in mezzo per te”. Da quel giorno mi chiama tutti i giorni. Allora io quando ci vediamo, che mo’ lui è rientrato da New York … ma anche a New York che cazzo di business combina con … New York, Tokyo ! lui e Fini hanno una socità a Tokyo
CAPECCHI: mm
TRAIETTA: Grossa! Allora mi vogliono far entrare dappertutto Pasquale, che è consigliere regionale.
CAPECCHI: Di Lorenzo
TRAIETTA: Adesso avrà le redini in mano … Allora il segretario di Fini, attualmente è anziano e l’ultima volta ha già detto che lascia la candidatura, lui viene eletto in Basilicata alla Camera … quindi la prossima volta lascia tutte Le redini a Pasquale di Lorenzo
CAPECCHI: ah
TRAIETTA: Sai che Alleanza Nazionale, no, si è fusa con … però è rimasta Alleanza Nazionale. Come partito.
Hanno fatto un’associazione dove tutti i patrimoni valevano … perchè hanno una sede dico a Bari, 700 metri quadri nel centro, tutti … la sede è a Roma, via della Scrofa, è una cosa enorme e vale miliardi. Quindi hanno fatto questo fondo patrimoniale, poi questa fondazione che a capo c’è Pasquale Di Lorenzo. Entrerà fra pochissimo tempo perchè lascerà tutto … il segretario di Fini, come si chiama? Donato la Morte.
CAPECCHI: La Morte
TRAIETTA: Lascerà tutto a Pasquale. Capito? Quindi diventeremo … cioè siamo il braccio cioè si fidano di noi, tutto quello che faranno … se non gli parliamo di un’idea nuova, anche con La Russa, quello che c’ha in mano La Russa, quello che c’ha in mano Matteoli, possiamo entrare dappertutto.
Al di là del valore penale dell’intercettazione, quello che sembra evidente è il modus operandi anche di chi sta dietro puntava ad una scalata nel partito a livello nazionale. Secondo l’informativa della squadra mobile, aspettavano che Donato Lamorte, uomo di fiducia di Gianfranco Fini, lasciasse il suo incarico per sostituirlo con un lucano doc: Pasquale Di Lorenzo.
Ed è proprio Di Lorenzo, indagato per i rimborsi in Basilicata, che avrebbe preteso ad uno studio di progettazione l’assunzione di suoi amichetti motivando così:
“E’ gente che mi porta pure voti. Se li devi trattare a pezze in faccia è meglio che non se ne fa un cazzo”.
Antonio Massari e Valeria Pacelli
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 6th, 2013 Riccardo Fucile
LA PROVOCAZIONE DI FLAVIA PERINA
Diciamo che io sia uno di destra. Mi chiamo Luca. Ho quarant’anni e girando per le strade di Roma ho visto i muri pieni di manifesti per l’anniversario della morte di Giorgio Almirante (22 maggio 1988, ma i poster sono spuntati due giorni fa). Almirante me lo ricordo poco di persona, ma aveva una sua reputazione e mi piaceva: un capo di partito pulito, fuori dalle mafie.
Diciamo che della destra io abbia in testa i convegni del vecchio Fdg con Borsellino, le relazioni di Beppe Niccolai all’antimafia (che pure i comunisti gli stringevano la mano) e magari anche il mito dei treni in orario, che poi significa regole condivise, uno Stato che non imbroglia, cittadini che pagano le tasse in cambio di servizi e serietà .
Diciamo che ricordi le campagne di Pisanò contro le ruberie dei socialisti e quella manifestazione di ragazzi sotto Montecitorio, ai tempi di Tangentopoli, con le magliette “Arrendetevi, siete circondati”.
Diciamo che a me, Luca, all’improvviso interessi fare politica.
Per amore di un Paese che sta franando, per l’orgoglio della bandiera (il tricolore, sì, ricordatevi che sono di destra) ammazzato dalle lobby, dalla speculazione, dal declino di ogni senso civico.
Dove vado a bussare?
Se in Italia uno di sinistra ha problemi (Renzi o Epifani? Letta o Vendola?) uno di destra è semplicemente out.
Fuori. Non può fare politica.
Con Berlusconi di certo non può stare: un partito che si rifonderà scegliendo i suoi dirigenti con un concorso stile X-Factor è antropologicamente agli antipodi di ogni cultura di destra esistente da noi.
Senza parlare del resto.
Dell’evasione fiscale, della concussione di pubblico ufficiale, della prostituzione minorile, reati che nella graduatoria dell’indignazione di destra sono al top, molto sopra alla rapina a mano armata.
Fratelli d’Italia ha Giorgia Meloni, che è giovane e ardimentosa, ma alla fine tifa sempre per Berlusconi premier.
E poi, c’ha pure La Russa, uno che da ministro spedì le Frecce Tricolori a Tripoli per festeggiare Gheddafi e gli avrebbe fatto soffiare fumo verde se il capo della pattuglia acrobatica Tammaro non si fosse ribellato (“O col tricolore, o non decolliamo”)
La destra di Storace?
Quando ne ebbe l’occasione candidò premier la Santanchè, mica Bottai.
La destra di Alemanno? Ha governato Roma e ha promosso gente che neanche al circo. Vinse con gli slogan “di destra” sulla sicurezza e come delegato per la Sicurezza piazzò prima Piccolo (arrestato per associazione a delinquere) poi Ciardi (indagato per finanziamento illecito) e alla fine voleva mandarci il gen. Mori, quello sotto processo per la trattativa Stato-mafia, salvo scoprire che dirigeva già un analogo ufficio in Campidoglio.
Gli altri che vorrebbero resuscitare An? Non uno di loro che risponda alla domanda delle cento pistole: fate parte della schiera berlusconiana del “Siamo tutte puttane” o no?
Povero Luca. Brutto destino a destra.
Trovarsi a invidiare persino il dibattito della sinistra, noioso e ipocrita, ma almeno esiste e non ha il tabù della leadership.
Povero Luca, che ieri ha letto il telegramma di Napolitano per la morte di Anna Mattei, la madre dei ragazzi uccisi nel rogo di Primavalle, e si è ricordato quell’altra destra lì.
Era il 1973, quando furono uccisi i Mattei.
Berlusconi varava il progetto di Milano Due.
Vittorio Mangano veniva assunto ad Arcore da Dell’Utri per “proteggerlo”.
Luca non si capacita del paradosso, dell’asincronia tra le due immagini che pure, dopo quarant’anni, si sono totalmente sovrapposte.
Come dargli torto?
E come dirgli che per uno come lui, nella politica italiana, al momento non c’è spazio?
Flavia Perina
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Luglio 6th, 2013 Riccardo Fucile
A MARZO GRILLO ANNUNCIAVA: “RESTITUIREMO 12 MILIONI L’ANNO”, MA ORA L’IMPORTO SI E’ QUASI DIMEZZATO… E SUL BLOG I “70 MILIONI DI RISPARMIO TOTALE” CHE IL LEADER AVEVA STIMATO, ORA DIVENTANO QUARANTA
Certo, 1.569.951 euro (virgola quarantotto) è tanta roba. 
Mai nessun gruppo parlamentare in oltre 60 anni di storia repubblicana era arrivato a tanto, a restituire allo Stato una cifra così importante. Per questo il Restitution Day del Movimento Cinque Stelle è destinato a passare alla storia come esempio per tutti.
Ma dietro questa lodevole operazione si nasconde un sintomo tipico di quella malattia che da sempre colpisce la politica: quello di promettere più di quanto è nelle proprie possibilità .
Una patologia da cui Grillo, evidentemente, non è immune.
Il Movimento Cinque Stelle oggi ha versato 1,5 milioni euro, relativi a due mesi e mezzo di «eccedenze» negli stipendi dei parlamentari.
Una media di 600 mila euro al mese.
Fatti due conti, se i deputati e i senatori grillini dovessero andare avanti di questo passo (auguriamocelo), in un anno restituirebbero 7,2 milioni di euro. Mica male. Peccato che le promesse fossero altre: «L’indennità parlamentare del cittadino portavoce del MoVimento 5 Stelle sarà di 5 mila euro lordi mensili invece di 11.283 euro lordi percepiti da tutti gli altri parlamentari. Il residuo sarà lasciato allo Stato» disse Beppe Grillo il 14 marzo scorso, invitando il Pd a fare altrettanto (un invito rimasto lettera morta), e aggiungendo che «il risparmio per le casse dello Stato, grazie al M5S, sarà di oltre 12 milioni all’anno.».
Cioè un milione al mese, anche se in realtà sono 600 mila quelli effettivamente versati in questo periodo.
Tutto ciò perchè, tra il dire e il fare, ci sono di mezzo tante cose, tra cui anche i complicati calcoli legati alle cifre delle trattenute fiscali (per non parlare dell’annoso dibattito sulla diaria che per settimane ha tenuto in ostaggio i gruppi a Montecitorio e a Palazzo Madama) che evidentemente non erano stati ben considerati in sede di «annuncio».
E così, mentre due mesi e mezzo fa Grillo tuonava «se ogni parlamentare seguisse l’esempio del M5S, il risparmio annuale sarebbe circa 70 milioni», oggi – sceso dal piedistallo delle promesse e alle prese con la realtà dei fatti – corregge il tiro: «Se i partiti facessero lo stesso si risparmierebbero 40 milioni l’anno».
Trenta milioni in meno di quelli stimati due mesi e mezzo fa.
Tra le tante da rendicontare, evidentemente, qualche caramella è sfuggita dalla calcolatrice.
Marco Bresolin
Commento del ns. direttore
Facciamo due conti: i Cinquestelle hanno restituito complessivamente circa 600.000 euro al mese, sono 160 tra deputati e senatori, quindi la media è di 3.700 euro al mese a testa che hanno versato a un fondo suicida (così lo Stato se li sputtana come vuole).
Di questi 3700 euro circa 3000 costituiscono il netto dello stipendio base dimezzato.
Degli altri 8.700 euro netti che incassano tra diaria e indennità di mandato ne hanno quindi restituito in media appena 700.
La conclusione è quella che abbiamo sempre previsto e indicato: un parlamentare Cinquestelle incassa circa 11.000 euro al mese contro i 13.700 degli altri parlamentari.
Non ci sembrano dei grandi “rivoluzionari”.
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