Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile
NEBBIA SUL RISIKO DELLA SUCCESSIONE AL COLLE
E adesso la nebbia avvolge il grande risiko che porterà all’elezione del successore di Napolitano. 
Più volte negli ultimi giorni Silvio Berlusconi aveva raccolto “segnali di una crescente stanchezza” di Giorgio Napolitano, un’insofferenza privata per un impegno gravoso vissuto alla soglia del novant’anni che si mescola con l’insofferenza politica di chi chiede un’accelerazione sulla legge elettorale per poi “mollare”.
Ecco perchè la notizia che sarà ascoltato come teste in un processo di mafia, notizia enorme in condizioni normali, viene vissuta come “drammatica”.
Perchè è la prima volta nella storia della Repubblica che accade, con un presidente nel pieno delle sue funzioni e nonostante le guarentigie della carica.
È la prima volta che accade in un giorno simbolico, quello dell’inaugurazione del nuovo Csm.
Ed è la prima volta che accade alla vigilia della successione al Quirinale, la vera posta in gioco dell’autunno politico, come è emerso anche dal fondo di De Bortoli sul Corriere.
È un denso silenzio, che rimbalza tra palazzo Grazioli e il Nazareno, il vero metro dell’incertezza. Della nebbia.
Giorgio Tonini è un renziano che ha una consuetudine col Quirinale.
All’HuffPost dice: “Questa iniziativa la politica non la deve commentare. Semmai si può dire solo che dimostra quanto fosse infondata la tesi che al Quirinale c’è un monarca assoluto. È talmente assoluto che va a testimoniare in un tribunale”.
Proprio la portata innanzitutto simbolica di quello che rischia di apparire il “processo al re” è oggetto di una fitta rete di contatti tra Quirinale, Nazareno e palazzo Grazioli. “Preoccupazione” è la parola che riferisce Gianni Letta a Berlusconi.
Che riguarda certo l’aspetto mediatico, ma non solo. Perchè questo aspetto mediatico impatta sulla “stanchezza” del capo dello Stato.
Che dovrà affrontare comunque un interrogatorio da una corte che Berlusconi più volte ha definito un “plotone di esecuzione” ma che anche i professori vicini al Colle considerano piuttosto sbrigativa nei modi.
Lo si è visto non solo con Mancino, ma anche con De Mita.
Ecco, la domanda, rimbalzata nelle stanze politiche che contano: “Quale sarà la tenuta del capo dello Stato e quali saranno le conseguenze?”.
Nessuno osa immaginare che ci possa essere un passaggio successivo, un coinvolgimento di Napolitano non come teste ma come indagato. Ma è chiaro che il passaggio è delicato.
E avvolge nella nebbia il Great Game sulla sua successione. È come se la notizia avesse fatto saltare ogni automatismo.
Ed è magra la consolazione di Berlusconi che, quando ha riunito i suoi a palazzo Grazioli, a partire da Giovanni Toti e da Deborah Bergamini, ha sottolineato il contrappasso che ha colpito l’alto inquilino del Colle.
Per la serie: quando lo dicevo io che una parte della magistratura è pericolosa neanche il Quirinale non è mai intervenuto. E ora, per dirla con il vecchio detto, chi di giustizia ferisce…
Magra perchè il gusto della vendetta rischia di non essere “politicamente” appagante. Perchè Napolitano è al tempo stesso puntello e ostacolo del patto del Nazareno. Puntello perchè comunque perno dell’equilibro in Italia e in Europa.
“Ostacolo” nel senso che comunque esercita un ruolo di contenimento rispetto a una certa interpretazione disinvolta (e sbilanciata su Berlusconi) che viene fatta con disinvoltura talvolta anche dal premier.
“Napolitano indebolito, ammesso che sia indebolito non significa automaticamente Nazareno rafforzato” ragionano in ambienti democratici.
Perchè la notizia “straordinaria” piomba in un contesto “straordinario”.
L’Italia quasi commissariata, il fantasma della troika, un semestre europeo gestito senza risultati brillanti.
Dietro il silenzio che accompagna la notizia non c’è solo la prudenza tattica, l’attesa che il quadro sia più chiaro.
C’è anche una certa paura.
(da “Huffingtonpost“)
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Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile
NON VOGLIONO MANDARE A CASA RENZI NEL TIMORE DI PERDERE LA POLTRONA
Nei corridoi di Palazzo Madama circola una battuta: “La minoranza del Pd sta implorando Matteo Renzi di trovare un accordo”.
Dopo il fuoco e le fiamme degli scorsi giorni, il clima tra il segretario-premier e coloro che, per un motivo o per un altro, viaggiano lontani dalla guida del partito, si sta parzialmente rasserenando.
Perchè se restano ben quaranta firme di Democrats in calce ai sette emendamenti presentati da chi contesta la legge delega della riforma del lavoro, dalle parti della “Ditta” si è capito che in un eventuale braccio di ferro se ne uscirebbe con le ossa rotte.
Dagli Stati Uniti il presidente del Consiglio non arretra di un passo: “Discutiamo, poi il Pd si adegui”.
Il riferimento è alla direzione del prossimo 29 settembre, alla quale le minoranze interne vorrebbero arrivare con un documento condiviso da tutto il partito, per non essere messi di fronte a fatto compiuto.
Ma in Parlamento il messaggio dei renziani non lascia spazio ad equivoci: “Nessuna mediazione. Si può accogliere qualche piccola modifica ma la volontà politica alla base del provvedimento non si tocca”.
Una volontà che prevede di eliminare la fattispecie del reintegro dalle misure a tutela dei lavoratori, lasciando in piedi esclusivamente quelle relative agli indennizzi economici.
E che farebbe cadere qualunque ipotesi di mediazione. Nei capannelli di deputati e senatori “dissidenti” si registra l’improbabilità che il premier conceda margini di trattativa sostanziali. E si fiuta il pericolo.
Da un lato, portare il dissenso alle estreme conseguenze vorrebbe dire votare la sfiducia al governo (ipotesi che nessuno per il momento prende in considerazione), nel caso probabile che Palazzo Chigi vincoli l’approvazione della delega a una mozione di fiducia, per non rendere determinante l’eventuale voto favorevole di Forza Italia.
Dall’altro, cedere su tutta la linea sarebbe una resa incondizionata troppo fragorosa per non avere un eco negli equilibri interni del partito.
Un cul de sac nel quale nessuno vuole essere intrappolato. Così i toni si smorzano. Pier Luigi Bersani ha parlato di “una sintesi possibile, se il premier lo vuole”. Il tentativo è quello di portare lo scontro fuori dai binari del “articolo 18 sì /articolo 18 no”, e ricondurre la discussione alle geometrie più o meno variabili delle tipologie di tutele per neoassunti e non.
Un lavoro di mediazione di cui si stanno facendo carico in queste ore Roberto Speranza e Luigi Zanda, ma che tuttavia vede le parti ancora distanti.
Spiega Maria Cecila Guerra – prima firmataria dei sette emendamenti delle minoranze interne – che “si può discutere di una sospensione dell’articolo 18 per i primi quattro o cinque anni dall’assunzione, anche se il discorso da fare sarebbe più ampio”.
Peccato che da Palazzo Chigi hanno sì spiegato che è un terreno su cui si potrebbe lavorare, ma alzando l’asticella ai dieci anni. Proposta irricevibile, “una provocazione” secondo Guerra.
Ma, dopo il muro contro muro, il filo del dialogo si inizia a dipanare.
Il bersaniano Miguel Gotor si dice fiducioso “che si arrivi a un documento unitario”.
E sui numeri è molto cauto: “Dieci anni mi sembrano troppi, quattro o cinque andrebbero meglio, ma sulla tempistica siamo aperti, l’importante è tenere fermo il principio del reintegro”.
I senatori “dissidenti hanno preparato un volantino sui sette emendamenti, le cui intenzioni sono quelle di evidenziare “la costruttività di proposte che vogliono semplicemente rendere più chiara la delega al governo”:
Carlo Dell’Aringa, professore e deputato vicino a Bersani, ha avanzato una proposta che potrebbe costituire il canovaccio per il punto di caduta finale.
“Nel caso si decidesse che la sospensione dell’articolo 18 sia temporanea – spiega – si potrebbero rafforzare le tutele per le imprese che decidono di assumere”.
Interventi che potrebbero andare “dall’introdurre un anno di prova per i neo assunti senza nessun tipo di tutele”, al “prevedere un indennizzo più basso per tutto il periodo extra-articolo 18. Oggi si parla di dodici mensilità , si potrebbe arrivare a due o tre al massimo”.
Infine, Dell’Aringa suggerisce di rendere meno discrezionale il potere del giudice nello stabilire il reintegro. “Tutti strumenti che incentiverebbero le imprese ad assumere”, spiega il professore.
Che chiosa malizioso: “Ovviamente tutto questo è possibile se la volontà politica sarà quella di mantenere il reintegro come una delle opzioni possibili”.
Come a dire che se Renzi prosegue per la sua strada non ci sarà mediazione che tenga…
(da “Huffingtonpost“)
argomento: Partito Democratico, PD | Commenta »
Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile
“PANORAMA” RIVELA: SU 10 SOCIETA’ ALMENO TRE HANNO AVUTO CONDANNE IN TRIBUNALE”
Una intera vita imprenditoriale sotto la lente. 
La Procura di Genova però sta incasellando tassello dopo tassello il percorso che ha portato la Chil Post srl a fallire e Tiziano Renzi, padre del premier, a essere iscritto nel registro degli indagati per bancarotta fraudolenta.
Intanto il magazine Panorama negli affari di Renzi senior ha già messo il naso e scrive che “delle dieci società fondate, possedute o amministrate da Tiziano Renzi a partire dal 1985, tre hanno subito condanne da parte dei vari tribunali”.
Una è naturalmente la Chil Post.
Secondo Panorama i primi guai per il babbo di del presidente del Consiglio iniziano a fine anni ’90.
La Speedy, creata nel luglio 1984 e poi liquidata nel 2005, viene multata dall’Inps il 25 maggio 1998 dall’Inps per 995mila lire.
Multa ben più salata per la Chil, quasi 35 milioni di euro, perchè secondo l’Istituto di previdenza non sono stati pagati i contributi agli strilloni, ovvero i lavoratori che distribuivano i giornali per le due imprese.
Panorama racconta che alle due società , la Speedy “rappresentata dal liquidatore Tiziano Renzi”, e la Chil “nella persona dell’amministratore Laura Bovoli”, viene respinto il ricorso.
In appello la condanna viene confermata e la Cassazione ritiene inammissibile il ricorso.
I giudici hanno stabilito che gli strilloni erano di fatto collaboratori e continuativi, e non autonomi, e che di conseguenza i contributi dovevano essere pagate dalle imprese.
Anche a Genova la Chil incappa in problemi simili.
“Con la condanna da parte del Tribunale di Genova per due diverse cause da parte da ex strilloni” sostiene il magazine.
Lo scorso agosto la Chil ha perso anche una causa di lavoro nei confronti di un dipendente della sua società che aveva, secondo il giudice del lavoro, lavorato in nero.
La società era stata condannata a risarcire il dipendente con 90mila euro: il giudice aveva riconosciuto lo status di dipendente dal 2006 al 2012.
Il lavoratore si occupava di distribuzione dei giornali porta a porta, lavorando tutti i giorni da mezzanotte in poi. La sentenza, in questo caso, non è definitiva.
C’è poi la società Arturo srl, nata nel 2003 e in liquidazione dall’aprile 2008.
C’è poi la Mail Service srl, una società di cui il padre del premier era socio di maggioranza, con il 60% del capitale, e che nel 2011 è stata dichiarata fallita.
Proprio come la Chil Post che, secondo l’accusa, è stata svuotata del ramo aziendale sano, e poi accompagnata al cimitero finanziario con debiti per 1 milione 150 mila euro.
La Mail Service potrebbe rappresentare un precedente utile al fine delle indagini perchè sembra attuare uno schema poi ripetuto.
La Mail Service nel 2004 aveva un capitale sociale di diecimila euro e dopo tre trasferimenti e numerosi passaggi di proprietà nel 2011 è stata dichiarata fallita con un passivo da brividi: 37 milioni 49 mila 568 euro.
Come la Chil Post anche la Mail Service è passata dalle mani di Renzi senior a quelle di Massone, nell’ottobre 2006. Non in quelle di Gian Franco, però, ma in quelle del figlio Mariano.
Che è indagato nell’inchiesta genovese per bancarotta.
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Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile
CHI AVRA’ MAI INTERESSE A TENERSI UN DIPEDENTE ANCORA TUTELATO DALL’ART 18, QUANDO UN NUOVO ASSUNTO SENZA TUTELE GLI COSTERA’ UN TERZO DI MENO?
La proposta del governo di abolire l’art 18 contiene dei paradossi persino umoristici.
Quegli stessi politici che si indignano di fronte a intercettazioni telefoniche della magistratura che tocchino loro o le loro amicizie vogliono però concedere alle imprese la possibilità di monitorare con telecamere il lavoro dei dipendenti.
Questi stessi politici che parlano di meritocrazia, con il demansionamento dei dipendenti, costringono un lavoratore ad accettare di fare un lavoro inferiore dopo una vita in cui ha cercato di migliorarsi.
Con la riforma degli ammortizzatori sociali si taglieranno la cassa integrazione e l’indennità di disoccupazione senza introdurre il salario minimo universale perchè non ci sono fondi adeguati.
Quanto alle “tutele crescenti”, i nuovi assunti nella loro crescita non incontreranno mai più l’articolo 18, quindi il loro contratto a tempo indeterminato in realtà sarà finto, perchè essi saranno licenziabili in qualsiasi momento.
Un contratto a termine al minuto, una ipocrita beffa.
L’articolo 18 resterà come patrimonio personale dei vecchi assunti, quindi non solo mano mano si ridurrà la platea di chi usufruisce di quel diritto, ma saranno la stesse imprese a essere poste in tentazione di accelerare il ricambio dei loro dipendenti.
Perchè tenersi il lavoratore che ha ancora la tutela dell’articolo 18, quando se ne può assumere uno senza, pagato un terzo in meno?
Renzi non fa niente di nuovo, applica il principio classico degli accordi di concertazione: il “doppio regime”.
I diritti contrattuali, le retribuzioni, le condizioni di orario e le qualifiche, l’accesso alla pensione, son stati negli ultimi trenta anni ridotti per tutti, ma ai nuovi assunti venivano negati completamente, a quelli con più anzianità di lavoro invece un poco restavano.
I diritti non potevano più essere trasmessi da una generazione all’altra, ma diventavano una sorta di rendita personale per le generazioni che abbandonavano il lavoro.
Questi accordi, sottoscritti dai sindacati confederali e applauditi dagli innovatori ora fan di Renzi, hanno creato l’apartheid.
Renzi stesso mente sapendo di mentire quando sostiene di voler abolire la disparità di diritti, invece tutti i suoi provvedimenti la rafforzano ed estendono.
Il jobs act non cambierà nulla nelle dimensioni della disoccupazione anzi i disoccupati aumenteranno, come è avvenuto in Grecia e Spagna che hanno per prime seguito la via oggi percorsa dal governo.
Il jobs act non risolverà uno solo dei problemi produttivi delle imprese, soprattutto di quelle più piccole che non hanno mai avuto l’articolo 18, ma che sono in crisi più delle grandi.
E allora perchè si fa?
Perchè per Draghi e Trichet la protezione costituzionale del lavoro è un lusso che l’Italia non può più permettersi.
I padroni d’Europa e della finanza vogliono un lavoro low cost in una società low cost, e tutto ciò che si oppone a questo loro disegno va trattato come un nemico.
CGIL CISL UIL in questi anni han lasciato passare tutto, sono state di una passività che il presidente del consiglio Monti arrivò persino a vantare all’estero.
Eppure a Renzi non basta ancora, per lui i sindacati devono generosamente suicidarsi per fare spazio al nuovo.
E questa è la seconda vera ragione del jobs act e del fanatismo con cui viene sostenuto: il valore simbolico dell’attacco all’articolo 18, che Renzi fa proprio per mettersi a capo di un regime, un sistema autoritario che nega la sostanza sociale della nostra Costituzione e riduce la democrazia ad una parvenza formale, fondata sul plebiscitarismo mediatico e sull’assenza di diritti veri.
Il jobs act è parte di una restaurazione sociale e politica con la quale si pensa di affrontare la crisi economica per rendere permanenti le politiche di austerità , che, secondo la signora Lagarde direttrice del Fondo Monetario Internazionale, in Europa non son neppure cominciate. Una restaurazione che nel paese del gattopardo richiede un ceto politico avventuriero disposto interpretarla come il nuovo che avanza.
Per questo il governo Renzi è il governo della menzogna e l’affermazione della verità è il primo atto di resistenza contro il regime che vuole costruire.
Giorgio Cremaschi
ex segretario nazionale Fiom
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Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile
OGNI PARLAMENTARE PUO’ DISPORRE DI 3.690 EURO AL MESE PER I COLLABORATORI, MA L’ASSENZA DI CONTROLLI FAVORISCE GLI ABUSI… E LA LEGGE DI RIFORMA ATTENDE DA ANNI
Per la prima volta la Camera dei deputati ha chiesto meno soldi al Tesoro. 
Per la prima volta è stata tagliata la spesa per gli immobili.
Per la prima volta si sta affrontando il capitolo degli stipendi abnormi del personale: non senza qualche dribbling ardito, va detto, per aggirare il più possibile quel tetto dei 240 mila euro. L’impegno c’è.
E sarebbe ingeneroso non riconoscerlo, anche se la strada è ancora lunga, e molti buchi neri restano ancora da esplorare. Soprattutto uno.
Forse il più odioso, considerando che questo è il posto dove si fanno le leggi.
Parliamo della questione dei collaboratori di deputati e senatori, quelli che con un termine poco elegante sono stati sempre definiti «portaborse».
Da anni rivendicano non soltanto un trattamento economico decente, ma anche contratti regolari che molti non hanno.
Spesso retribuiti in nero con paghe da fame, non riescono a far valere questo diritto elementare. Eppure un mezzo davvero semplice ci sarebbe: basterebbe adottare le regole in vigore negli altri parlamenti, a cominciare da quello europeo.
I deputati indicano all’amministrazione i nomi dei collaboratori e gli uffici delle Camere provvedono a stipulare con loro un regolare contratto a termine e a pagargli lo stipendio.
Per le mani del parlamentare non passa un solo euro di quelli destinati ai suoi assistenti.
Non come in Italia. Qui ogni onorevole ha ancora a disposizione 3.690 euro mensili sopravvissuti ai tagli del 2010.
Si chiama «rimborso delle spese per l’esercizio del mandato». Fino a un paio d’anni fa non era tenuto nemmeno a rendere conto di come li spendeva.
Con il risultato che non era possibile sapere se quei soldi andavano effettivamente ai collaboratori, oppure se finivano al partito, o se il parlamentare se li metteva semplicemente in tasca.
Dopo le polemiche scoppiate sul caso, si è stabilito che almeno metà di quella cifra va «rendicontata».
Ma l’altra metà continua a restare assolutamente discrezionale.
Senza contare che la rendicontazione del 50 per cento è un pannicello caldo: non risolve il problema principale.
La somma «rendicontata», pari a 1.845 euro al mese, può essere impiegata per i collaboratori, ma anche per «consulenze, ricerche, gestione dell’ufficio, utilizzo di reti pubbliche di consultazione di dati, convegni e sostegno delle attività politiche».
I numeri del resto parlano chiaro.
I contratti per collaboratori parlamentari depositati alla Camera sono 508. Per 630 deputati. E i permessi di ingresso permanenti a Montecitorio, considerando che i collaboratori possono essere impiegati anche soltanto sul territorio, non sono che 385. Evidentemente qualcosa non torna.
Ed è certo lo stesso motivo per cui la stragrande maggioranza dei gruppi politici continuano a opporsi all’introduzione di quella semplicissima regola adottata a Strasburgo, ma anche a Berlino e in tanti altri parlamenti nazionali.
Il bello è che non più tardi del 6 novembre 2013, in occasione del varo del bilancio interno, l’assemblea della Camera ha approvato fra l’altro un ordine del giorno con il quale si invitava l’ufficio di presidenza e il collegio dei questori, testualmente, a «disciplinare tempestivamente, in maniera completa o organica, il rapporto fra deputato e collaboratore avvalendosi delle soluzioni individuate dai principali paesi europei e dal parlamento europeo».
Ma in undici mesi non si è mossa una virgola.
C’è anche un disegno di legge presentato a maggio del 2013: rimasto per 14 mesi nel congelatore, è stato tirato fuori a luglio 2014 e discusso pochi minuti in commissione. Giusto il tempo per rinviare il tutto. Impossibile non mettere in relazione la strenua difesa dell’uso discrezionale di quella cifra con i tagli al finanziamento pubblico dei partiti. Le risorse cominciano a scarseggiare e quelle somme sono preziose.
La cifra non è affatto trascurabile.
Perchè 3.690 euro al mese per dodici mesi e per 630 fa 27 milioni 896.400 euro l’anno.
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)
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Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile
COLPA DELLA BUROCRAZIA E DELLE NORME DA RIVEDERE
Ce ne eravamo occupati due anni fa, Don Ciotti aveva lanciato l’allarme: “Così vincono loro”.
Ma niente da allora si è mosso, anzi, se possibile, le cose sono peggiorate.
Uno dei casi più recenti ha riguardato il gruppo 6Gdo di Castelvetrano, sequestrato nel 2007 a Giuseppe Grigoli (provvedimento confermato nel 2013), ritenuto il cassiere del capomafia Matteo Messina Denaro.
Dopo la confisca e ripetuti tentativi di rilancio, a fine maggio la società è stata dichiarata fallita dal Tribunale di Marsala.
Così, adesso, i 250 dipendenti del gruppo sono oggetto di licenziamento collettivo da parte della Anbsc, l’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata.
E le cose vanno ancora peggio al personale dell’indotto, privo di qualsiasi tutela.
La legge 109 del 1996 per il riutilizzo dei beni sequestrati alla criminalità organizzata ha compiuto da poco 18 anni e il bilancio fa emergere diverse zone d’ombra.
La normativa ha consentito alla Stato di riprendersi migliaia di beni tra palazzi, appartamenti, terreni e aziende.
Ma su quest’ultimo punto i risultati sono stati al di sotto delle aspettative: quasi il 90% delle imprese confiscate ha chiuso i battenti.
Le vittime principali di questo sistema sono i lavoratori, costretti a fare i conti prima con il boicottaggio dei vecchi proprietari durante la fase del sequestro, poi con le lungaggini della giustizia e un rimpallo di competenze che durano anni e lasciano andare in malora le strutture e gli impianti.
Anche chi prova a costituire una cooperativa per rilevare l’attività d’impresa, spesso impegnando il proprio Tfr, si scontra con un muro di gomma e lo sbocco è quasi sempre la liquidazione della società .
Un meccanismo che genera sfiducia verso le istituzioni e porta molti a rimpiangere le vecchie gestioni, “che, quanto meno, lo stipendio a fine mese lo garantivano”.
Perchè nelle terre martoriate dalla criminalità organizzata, a maggior ragione in periodi di crisi come questo, è quasi impossibile trovare un’altra occupazione che possa garantire un’esistenza dignitosa.
Si salva solo il 15% delle aziende.
Transcrime, centro di ricerca che fa capo alla Cattolica di Milano e all’Università di Trento, ha analizzato la situazione delle aziende confiscate dal 1983 a oggi.
Lo studio ha guardato sia il periodo prima del sequestro, quando ancora le imprese erano gestite dalle mafie, sia lo stato attuale di queste aziende.
I ricercatori ne hanno ricavato stime (per la presenza di informazioni spesso frammentarie) impietose: il 65-70% delle imprese è in liquidazione, il 15-20% è fallita, mentre ne restano attive il 15-20%.
Dati che si rivelano sostanzialmente omogenei per settori economici e territori di attività .
Un patrimonio da 1,8 miliardi
Occorre, dunque, prendere atto del fallimento? Per Michele Riccardi, docente alla Cattolica e tra gli autori dello studio, le ragioni sono essenzialmente due: “In molti casi le aziende mafiose non sono intrinsecamente competitive e quindi, una volta riportate sul mercato legale, faticano a sopravvivere”.
Dallo studio emerge che spesso queste imprese non nascono con finalità imprenditoriali (massimizzare il profitto), ma per utilità criminali (riciclare denaro, controllare il territorio).
Se restano sul mercato è solo grazie a mezzi illegali, dalla corruzione alle frodi negli appalti e contabili, dalle intimidazioni ai danni della concorrenza all’impiego di lavoratori in nero e materiali di scarsa qualità .
Inoltre si tratta di realtà spesso piccole (nel 50% dei casi hanno un capitale medio tra 10 e 20 mila euro, per lo più Società a responsabilità limitata, Srl), giovani (in media dieci anni tra la costituzione e la confisca di prima istanza, ancora meno prendendo il sequestro), attive in settori a forte concorrenza (costruzioni, commercio al dettaglio, ristoranti e bar rappresentano circa il 60% di tutte le aziende confiscate) e in territori a basso sviluppo.
Con l’arrivo dello Stato le banche chiudono i rubinetti.
Dall’analisi di Transcrime emerge, inoltre, che la competitività di queste aziende peggiora proprio negli anni precedenti il sequestro.
La sensazione è che l’imprenditore mafioso “annusi” l’imminente intervento dello Stato e cerchi di disinvestire il prima possibile: non è un caso che, in media, le imprese mafiose abbiano molto più circolante rispetto a quelle legali, non solo per il loro uso strumentale e non produttivo, ma anche per velocizzarne la liquidazione. Lo stesso fanno le banche, riducendo i prestiti già diverso tempo prima del sequestro, come emerge dal paper “Aziende sequestrate alla criminalità organizzata: le relazioni con il sistema bancario”, realizzato dalla Banca d’Italia.
Luigi Donato, Anna Saporito e Alessandro Scognamiglio, autori dello studio, fanno due ipotesi al riguardo: la prima è che gli istituti di credito, venuti a conoscenza dell’avvio di procedimenti penali o di prevenzione, procedano già prima del provvedimento giudiziario – e proprio in vista dello stesso – a ridurre cautelativamente le proprie esposizioni.
Infatti gli intermediari possono venire a conoscenza dell’esistenza di procedimenti giudiziari in quanto destinatari – nell’ambito della cosiddetta “collaborazione passiva” – di richieste di accertamento penale disposte dalla magistratura inquirente per ricostruire la posizione bancaria degli inquisiti. Oppure sulla base di informazioni diffuse dagli organi di stampa. Un’altra ipotesi verosimile, ma non verificabile, è che la proprietà criminale abbandoni o “svuoti le imprese oggetto di interesse da parte degli organi inquirenti”.
I costi della legalità .
Le vere difficoltà nascono dopo. “Al momento del sequestro l’azienda – sia pure con le storture operative derivanti dall’infiltrazione mafiosa – è spesso una realtà ancora vitale”, spiega lo studio della Banca d’Italia.
“In quel momento la rotta potrebbe forse ancora essere invertita, o perlomeno potrebbe essere assorbito il contraccolpo del provvedimento giudiziario”.
Ma dopo l’avvio dell’amministrazione giudiziaria, sottolinea Riccardi, “queste aziende si trovano a fare i conti con una serie di ostacoli (burocratici, legali, tecnici, economici, sociali) che complicano l’amministrazione ordinaria.
Spesso le imprese sottratte alle mafie devono confrontarsi con il boicottaggio da parte di clienti, fornitori e popolazione, nonchè con problemi di gestione e regolarizzazione del personale (spesso in sovrannumero e in nero)”.
Così, stare sul mercato in maniera competitiva diventa difficile, se non impossibile. Anche perchè di pari passo, secondo le rilevazioni del Cerved, si chiudono ulteriormente i rubinetti del credito: tra il 2009 e il 2012, i finanziamenti assegnati alle imprese in amministrazione giudiziaria sono diminuiti mediamente del 5,4% annuo, mentre quelli concessi all’insieme di imprese operanti negli stessi settori e nelle stesse aree geografiche sono cresciuti dell’1,6%.
Come cambiare rotta. “L’azienda mafiosa è florida e rimane sul mercato perchè è una diretta promanazione dell’organizzazione criminale, perchè ricicla danaro proveniente da traffici illeciti e non sconta i costi della legalità (fatturazione, regolarizzazione retributiva e contributiva dei dipendenti). In pratica, opera in un mercato drogato, non concorrenziale”, sottolinea Maria Luisa Campise, segretario della commissione del disciolto Consiglio nazionale dei commercialisti in materia di amministrazione giudiziaria e neo eletto consigliere nazionale del Cndcec.
“Dopo aver a lungo operato come monopolista, in seguito al sequestro si trova a fare i conti con un mercato concorrenziale, senza averne gli strumenti”.
Tutto ciò impedisce a queste aziende di rimanere competitive e proseguire l’attività . “Basti pensare che, relativamente alle aziende confiscate in via definitiva, su 1.707 realtà aziendali, soltanto 22 risultano attive con dipendenti e soltanto pochissime sono state riassegnate per usi sociali alle cooperative di dipendenti”.
Per invertire la tendenza, “innanzitutto i beni aziendali, così come quelli immobili, dovrebbero essere immediatamente assegnati, senza attendere la confisca definitiva”, sottolinea Campise.
“Sarebbe poi auspicabile l’istituzione di un fondo di rotazione, a disposizione delle autorità giudiziarie, per finanziare le aziende che presentano concrete possibilità di rimanere sul mercato. In terzo luogo, per scongiurare l’azzeramento degli ordini, sarebbe utile prevedere una sinergia tra le aziende sequestrate e confiscate per la rotazione delle commesse, assieme a una rete virtuosa che, coinvolgendo le associazioni rappresentative degli imprenditori, faccia rientrare l’azienda mafiosa in un circuito virtuoso”.
Campise auspica anche “una completa rivisitazione della natura e delle funzioni dell’Agenzia nazionale che, per come oggi è strutturata, non funziona e necessita di un rigoroso restyling sia relativamente alle risorse umane impiegate, sia in materia di competenze attribuite, che andrebbero limitate alla gestione dei beni confiscati in via definitiva, ferma restando la fondamentale funzione di ausilio alla magistratura durante la fase giudiziaria”.
Per Riccardi la prima cosa da fare, anche se dolorosa, è invece evitare di salvare tutte le aziende sequestrate. “Alcune non lo meritano; anzi, i concorrenti legali avrebbero solo vantaggi dalla loro scomparsa. Altre sono in condizioni di bilancio tali da non poter essere salvate: in questi casi vanno liquidate il prima possibile, in modo da minimizzare i costi (compresi quelli dell’amministrazione giudiziaria) e liberare risorse, da concentrare sulle aziende meritevoli”. Gli sforzi andrebbero, dunque, puntati solo su un numero ristretto di aziende.
Albo degli amministratori in standby
Va segnalato poi che non è ancora partito l’Albo degli amministratori giudiziari, anche se il termine inizialmente previsto era di 90 giorni dall’entrata in vigore del DLgs. 4 febbraio 2010 n. 14.
“L’attesa continua”, lamenta Domenico Posca, presidente dell’Istituto nazionale degli amministratori giudiziari, che ricorda i compiti spettanti a questa particolare figura professionale: “Non si tratta di un normale amministratore privatistico.
La sua funzione deriva direttamente dall’autorità giudiziaria, con la quale si interfaccia. Per questo motivo non è chiamato solo ad amministrare l’azienda, ma contestualmente svolge un ruolo volto a ripristinare la legalità , anche attraverso attività informative”.
Dunque un ruolo vicino più a quello di un manager, che al generico incarico giudiziario da condurre attraverso lo studio di una controversia o di una perizia.
“Il dato di fatto è che fin quando le aziende sono nella fase del sequestro penale preventivo o di prevenzione, riescono a restare sul mercato, malgrado le difficoltà finanziarie e organizzative. Ma spesso il passaggio di mano delle stesse aziende nella fase della confisca comporta una perdita di efficienza nella gestione, che inevitabilmente le porta alla scomparsa dal mercato con perdita di posti di lavoro e di asset importanti”.
L’anomalia
Posca sottolinea un’anomalia. “L’inventario dei beni confiscati da parte dell’Anbsc risale al gennaio 2013”. Del resto, la stessa Agenzia, più volte sollecitata in merito, non ha voluto contribuire a questa inchiesta giornalistica.
“Per affrontare i problemi, occorre quanto meno conoscerli, ma il direttore dell’Agenzia – in audizione al Parlamento – non ha saputo nemmeno dare una stima di massima del valore di quelle confiscate”.
Per Posca non resta che selezionare, tra le aziende in amministrazione giudiziaria, “quelle attive e profittevoli sulle quali investire risorse e alle quali riservare trattamenti fiscali/previdenziali privilegiati da quelle per le quali non conviene che liquidare immediatamente con una procedura speciale”.
Reperire risorse in una fase di spending review non sarà tuttavia facile. “Ma questa strada è praticabile sotto il profilo fiscale se si considera che la durata del sequestro rappresenta un unico periodo d’imposta con la determinazione finale del dovuto, a seconda della confisca definitiva o della restituzione”, ribatte Posca.
“Tanto più se si pensa che al termine del procedimento dovrebbe intervenire la confisca, quindi per lo Stato non vi sarebbe nessuna perdita, anzi un saldo attivo se l’azienda sopravvive”. Interventi ai quali il presidente dell’Istituto chiede di abbinare una sanatoria delle sanzioni previdenziali ante-sequestro e il riconoscimento di sgravi contributivi per l’intera durata della procedura, oltre all’impegno del sistema bancario a mantenere inalterate le linee di credito.
Luigi dell’Oglio
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Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile
POTREBBE ESSERE IL TERRENO DELLO SHOWDOWN DECISIVO TRA RENZI E I SUOI OPPOSITORI
La riforma del lavoro non è cosa astrusa come la riforma elettorale o quella costituzionale. È materia viva. 
Se c’è una questione su cui la minoranza del Pd potrebbe rompere è questa.
Non si rompe sulle soglie dell’Italicum o sulla elezione diretta o meno dei futuri senatori. Cose incomprensibili ai più.
L’articolo 18 è una questione identitaria. È questo che alza la posta in gioco per la sinistra del partito
Ma non è affatto detto che comunque si arrivi a una scissione.
Intanto, c’è da mettere in conto che per una parte degli attuali oppositori di Renzi l’unità del partito è un valore.
Altri temono che una scissione porti a elezioni anticipate e, quindi, a un futuro politico incerto.
Altri ancora — a ragione — si chiedono se di questi tempi ci sia uno spazio elettorale significativo per un partito di sinistra.
E poi chi guiderebbe il nuovo partito? Dove è il leader capace di prendere voti di questi tempi?
Insomma, una scissione è cosa complicata e rischiosa. Ma potrebbe succedere.
Molto dipenderà da Renzi
Anche le questioni identitarie si prestano a compromessi. E sulla riforma del lavoro se ne possono immaginare diversi sia all’interno dell’articolo 18 che tra l’articolo 18 e altri aspetti della riforma.
Ma per arrivare a un compromesso occorre essere in due. Posto che la minoranza Pd sia disponibile, lo è Renzi?
Un altro modo di porre la questione è chiedersi quale interesse potrebbe avere il premier a spingere fuori dal partito i suoi critici.
Per ragionare su questo occorre fare un po’ di conti
È possibile che nonostante le defezioni il governo riesca a conservare la maggioranza alla Camera, ma è molto difficile che possa farlo al Senato.
Se così fosse, una crisi di governo sarebbe inevitabile. Gli esiti potrebbero essere due: una diversa maggioranza o il voto anticipato.
Ma una diversa maggioranza con chi? Con Berlusconi? È d difficile.
Ma è complicato anche il ricorso al voto.
Tanto per cominciare non si sa se si voterebbe con l’attuale sistema elettorale, quello della Consulta, o con l’Italicum che è in lavorazione.
Più probabile che si voti con il primo che è — ricordiamolo — un proporzionale.
E cosa potrebbe succedere? Il Pd da solo non può arrivare alla maggioranza assoluta dei seggi. Avrebbe bisogno di alleati.
Il Ncd di Alfano però avrebbe un piccolo problema. Alla Camera la soglia di sbarramento per chi va da solo è al 4 per cento.
Il Ncd potrebbe superarla e portare così un pacchetto di seggi al governo con il Pd.
Ma al Senato la soglia è l’8 per cento. Solo per chi si allea diventa il 3 per cento.
E con chi si allea Alfano per avere lo sconto? Con il Pd o con Forza Italia? Difficile che si possa alleare con Forza Italia e poi fare il governo con il Pd.
Ma alleandosi con il Pd quanti voti prenderebbe? E in ogni caso basterebbero i suoi seggi a garantire a Renzi una maggioranza di governo?
È vero che in caso di elezioni anticipate l’offerta politica cambierebbe e quindi potrebbe venir fuori un esito oggi imprevedibile.
Ma il punto è che un sistema elettorale proporzionale, pur con le soglie che ci sono, non può assicurare che dalle urne esca una maggioranza.
Il governo si farebbe dopo il voto. Se il Pd fosse il partito di maggioranza relativa dovrebbe presumibilmente scegliere tra Grillo, sinistra e Berlusconi.
Una prospettiva comunque complicata, anche se Renzi avrebbe il vantaggio di avere un gruppo parlamentare scelto da lui.
Il quadro non cambierebbe molto nemmeno se l’Italicum venisse approvato definitivamente prima di andare alle urne.
Infatti, il nuovo sistema elettorale vale per la Camera ma non per il Senato. Il Senato attuale dovrebbe essere superato.
Ma è del tutto improbabile che la riforma arrivi in porto prima di un eventuale voto anticipato.
Quindi si voterebbe per la Camera con l’Italicum e per il Senato con il Consultellum. Un pasticcio. La differenza con lo scenario precedente è che in questo caso il Pd avrebbe la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera, ma l’esito al Senato sarebbe comunque legato alle incognite che abbiamo descritto in precedenza
Fatti i conti, il divorzio tra Renzi e i suoi oppositori interni non conviene nè all’uno nè agli altri.
Ma in politica i conti fatti a tavolino, o sulle pagine dei giornali, non sempre colgono nel segno. Il caso ha sempre un suo peso. E così le passioni.
Alla fine il gioco potrebbe scappare di mano. Per il paese sarebbe un salto nel buio.
Roberto D’Alimonte
(da “Il Sole24ore“)
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Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile
NON BASTA UNA LETTERA IN CUI SI ANTICIPA DI NON AVER NULLA DA RIFERIRE AI GIUDICI PER EVITARE DI DEPORRE AD UN PROCESSO
Non basta una lettera in cui si anticipa di non avere nulla da riferire ai giudici per evitare di deporre ad un processo. Anche se il processo è quello sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra, e la lettera è firmata dal presidente della Repubblica in persona.
È per questo motivo che Giorgio Napolitano dovrà comunque giurare di dire tutta la verità e testimoniare davanti alla corte d’Assise che sta processando politici, boss mafiosi e alti ufficiali dei carabinieri.
“La Corte ha già ritenuto che la testimonianza del capo dello Stato, oltre che ammissibile appare nè superflua nè irrilevante” scrive il presidente Alfredo Montalto nell’ordinanza con cui ha ammesso la testimonianza del capo dello Stato.
“La superfluità o irrilevanza — continua il giudice — di una prova testimoniale deve essere valutata dal giudice esclusivamente in relazione ai fatti oggetto dell’articolato e alla sua riferibilità al teste indicato e non già in relazione a o in previsione di ciò che il teste medesimo può sapere o non sapere”.
Il riferimento è proprio per la missiva inviata dal Quirinale alla corte d’Assise palermitana il 31 ottobre 2013. “Per quel che riguarda il passaggio della lettera del consigliere D’Ambrosio cui fa riferimento la richiesta di mia testimonianza ammessa dalla Corte, non ho da riferire alcuna conoscenza utile al processo” scriveva Napolitano ai giudici quasi un anno fa.
I pm avevano chiesto di sentirlo come teste in relazione ad un’altra missiva, questa volta scritta da Loris D’Ambrosio e indirizzata proprio al capo dello Stato. Il 18 giugno del 2012, poco dopo la chiusura delle indagini sulla Trattativa e il deposito delle intercettazioni tra Nicola Mancino (oggi imputato per falsa testimonianza) e lo stesso consulente giuridico del Colle, infatti, D’Ambrosio prese carta e penna per esporre al presidente i suoi dubbi sulle possibilità di essere stato “utile scriba di indicibili accordi” tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, ai tempi in cui lavorava all’Alto Commissariato Antimafia.
I pm vorrebbero dunque chiedere al capo dello Stato particolari ulteriori su quella singolare condizione di apprensione manifestata da D’Ambrosio, che nel frattempo è deceduto.
Napolitano, però, dopo aver già sollevato nel luglio 2012 il conflitto d’attribuzione davanti la Consulta contro la procura, ottenendo la distruzione delle quattro intercettazioni in cui colloquiava con Mancino, nell’ottobre scorso manifestò alla corte di non avere “nulla da riferire” su quella missiva ricevuta da D’Ambrosio, chiedendo ai giudici di “valutare nel corso del dibattimento, il reale contributo che le mie dichiarazioni, sulle circostanze in relazione alle quali è stata ammessa la testimonianza, potrebbero effettivamente arrecare all’accertamento processuale in corso”.
In pratica il Colle chiedeva di cancellare la deposizione chiesta dai pm e già accordata dai giudici.
La medesima richiesta era arrivata in aula, durante il dibattimento, sia dall’Avvocatura dello Stato che dai legali di Marcello Dell’Utri: è per questo che il 17 novembre 2013 Montalto annunciava la decisione di riservarsi sulla possibile testimonianza di Napolitano.
Riserva che ha sciolto un anno dopo: Napolitano deve essere sentito dato che “non si può di certo escludere il diritto di ciascuna parte di chiamare e interrogare un testimone su fatti rilevanti per il processo sol perchè quel testimone abbia, in ipotesi anche e persino, in una precedente deposizione testimoniale, escluso di essere informato dei fatti medesimi”.
L’ordinanza della corte, in pratica, mette nero su bianco come non possa bastare una semplice missiva autografa (ma in alternativa anche una dichiarazione formale) in cui si annuncia di non avere nulla da riferire in aula per sottrarsi alla deposizione.
“Sia — spiega Montalto — perchè il suo contenuto rappresentativo non è utilizzabile nel processo in assenza di accordo acquisitivo della stessa. Sia, soprattutto ed in ogni caso, perchè, come si è già detto in premessa, ove anche si volesse prendere atto del diniego di conoscenze già espresso dal teste, ciò nonostante, non potrebbe di per se solo ritenersi che sia venuto meno l’interesse della parte richiedente ad assumere la testimonianza”.
È per questo motivo che nonostante la missiva di un anno fa, Napolitano testimonierà comunque al processo sulla Trattativa.
“Non ho alcuna difficoltà a rendere al più presto testimonianza, secondo modalità da definire, sulle circostanze oggetto del capitolo di prova ammesso” ha dichiarato il Presidente che sarà dunque sentito al Quirinale, dopo aver concordato una data utile. In mancanza di leggi che disciplinano un caso simile, Montalto ha fatto cenno all’articolo 502 del codice di procedura penale: l’audizione del capo dello Stato sarà dunque preclusa al pubblico e agli imputati, questi ultimi rappresentati soltanto dai legali.
Sempre secondo la norma citata da Montalto, però, basterebbe che anche uno solo degli imputati faccesse richiesta di assistere all’udienza e il giudice non potrebbe opporsi: gli imputati detenuti sarebbero collegati come sempre in video, mentre quelli a piede libero potrebbero accedere direttamente in aula.
Che questa v volta dal bunker dell’Ucciardone di Palermo si sposterà direttamente sul Colle più alto di Roma.
Giuseppe Pipitone
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile
IL DOCENTE DI DIRITTO DEL LAVORO DELLA BOCCONI SMENTISCE RENZI: “IN MATERIA DI LICENZIAMENTI COLLETTIVI ABBIANO NORME TRA LE PIU’ ELASTICHE DEL MONDO, L’IMPRENDITORE PAGA POCHISSIMO”
Maurizio Del Conte è professore di diritto del lavoro alla Bocconi di Milano. Lui, dopo la Banca d’Italia, ha
fatto cambiare idea all’Ocse: l’organizzazione internazionale, considerando il Tfr al pari di un indennizzo a beneficio del lavoratore in caso di licenziamento, aveva assegnato all’Italia un punteggio più alto nella classifica dei paesi con i lavoratori più tutelati: «Da lì nasce il mito del modello tedesco», spiega il professore.
Mito sbagliato, dunque, perchè «il mercato del lavoro tedesco ha elementi di rigidità anche più forti del nostro» e non è vero «che il mercato del lavoro tedesco è un mercato dove si licenzia liberamente».
L’indice di tutela, una volta corretto il dato, è 2,51 in Italia e 2,87 in Germania. Questo senza considerare altri aspetti che, per il professor Del Conte, dovrebbero incidere sulla valutazione: «Non è indifferente ai fini della tutela», ad esempio, «il meccanismo tedesco dei sindacati in azienda e dei consigli di fabbrica, con una struttura partecipativa, non solo di facciata ma sostanziale, negli organi di governance».
Il tutto senza contare che l’Italia è invece un campione assoluto nei licenziamenti collettivi: «La nostra normativa in materia di licenziamenti collettivi è una delle più flessibili al mondo».
Se invece di considerare il caso di un singolo lavoratore si considera quello di 5 o più lavoratori, o di tutti i lavoratori di un’azienda, «l’imprenditore italiano che decide di licenziare paga pochissimo». E al lavoratore non va nulla.
Altro luogo comune da sfatare. Al contrario di quando viene ripetuto, «il nostro mercato del lavoro è flessibilissimo».
Anzi, l’idea del contratto a tutele crescenti, proprio per questo, può non essere male. Ci sono però delle condizioni da rispettare. Bisogna ridurre il numero di contratti sì, ma siccome «ne servono comunque diversi», bisogna «prevedere un regime di tutela valido per tutti i contratti e non rendere un contratto più conveniente dell’altro».
Come si può pensare, altrimenti, che l’imprenditore ricorra al contratto a tutele crescenti invece di preferire il contratto a tempo determinato senza causale riformato dal ministro Poletti? Non solo: vanno garantiti gli ammortizzatori e l’orientamento. Copiando i tedeschi, magari, in questo caso: «In Germania hanno 100 mila dipendenti addetti al servizio per l’impiego, un numero impensabile in Italia, dove meno del 3 per cento delle nuove assunzioni passa per i centri».
Insomma, ben venga la flexsecurity, «se riusciamo ad avere un sistema di ricollocamento facile», garantito da investimenti e orientamento, «e non traumatico», con gli ammortizzatori universali. Ma bisogna sapere che «nel mondo reale il sistema funziona solo in realtà ricche e piccole», come la Danimarca. E che se si vuole esportare la pratica, bisogna investire seriamente. Non bastano certo i due miliardi di cui parlano il giuslavorista Tiziano Treu e il responsabile economia del Pd Filippo Taddei: «L’intenzione del governo, per esser credibile, ha bisogno dei famosi dieci miliardi»
Occhio poi agli interventi sul demansionamento e sulla videosorveglianza: sull’articolo 13 dello statuto dei lavoratori che il governo vuole ritoccare.
«Sarebbe sbagliato», secondo Del Conte, «intervenire lasciando mano libera alle aziende, sia sulle mansioni che sui controlli». Molto meglio seguire l’esempio tedesco, sì, «ma sui consigli di fabbrica e la partecipazione alla governance».
Professore, urge chiarire un mito. Il mercato del lavoro italiano è più rigido di quello tedesco, spesso portato ad esempio, o no?
«No. Il mercato del lavoro tedesco ha elementi di rigidità anche più forti del nostro. Soprattutto se non consideriamo solo i parametri presi normalmente in considerazione dalle grandi statistiche, come quella elaborata dall’Ocse. Non è indifferente, nel determinare la rigidità del sistema, il meccanismo tedesco dei sindacati in azienda e dei consigli di fabbrica, con una struttura partecipativa, non solo di facciata ma sostanziale, negli organi di governance. Nei fatti un imprenditore tedesco, quando si tratta di licenziare, ha difficoltà analoghe o superiori a quelle di un imprenditore italiano».
Un lavoratore a tempo indeterminato, quindi, è più tutelato in Germania che in Italia?
«Bisogna diffidare di questo gioco, della comparazione di due sistemi molto diversi, ma sì: non è vero che il mercato del lavoro tedesco è un mercato dove si licenzia liberamente. Poi dobbiamo dire che il problema, in Italia, semmai è quello dei licenziamenti collettivi, non di quelli individuali: la nostra normativa in materia di licenziamenti collettivi è una delle più flessibili al mondo. L’imprenditore italiano che decide di licenziare non uno ma tutti i lavoratori, o almeno 5, paga pochissimo, basta che dica che intende procedere a una riduzione del personale per ragioni economiche e lo fa con un costo minimo, 6 mensilità di contributi al fondo Inps, e al lavoratore non va nulla, salvo gli eventuali ammortizzatori sociali».
Quindi il mito va sfatato. Ma come si è potuto consolidare questo luogo comune?
«C’è il caso che era già stato segnalato da Banca d’Italia e che noi in Bocconi abbiamo ripreso, in uno studio, del Tfr considerato al pari di un indennizzo, mentre non lo è, essendo una porzione del salario che invece di esser versata al lavoratore viene trattenuta, una volta in azienda ora nei fondi. Ma non è l’unico esempio. Il punto, putroppo, è che il mito è rimasto nonostante le ultime riforme abbiano pesantemente cambiato il quadro».
Ecco, appunto. Il ministro Fornero ha già ridotto l’applicazione dell’articolo 18. Che effetti possono avere ulteriori interventi?
«Si tratta di capire l’obiettivo e i dettagli della legge delega. Se la linea è quella di dire “facciamo ordine”, creando uno strumento universale di tutela, questo potrebbe avere un effetto positivo, in senso di semplificazione e equità . Perchè questo è il vero punto: noi oggi abbiamo una platea di lavoratori soggetti a regole e tutele troppo differenziate».
Lo dice anche il premier, questo. Però ancora non si capisce, rispetto alla rimodulazione del contratto a tempo indeterminato, quanti contratti precari spariranno. Di quanto dovrà esser la riduzione dei contratti?
«La riduzione deve esserci ma non è tanto quello il punto, perchè certo non si può immaginare di fare un solo tipo di contratto. Servirà l’indeterminato a tutele crescenti, ma servirà anche il determinato, l’apprendistato, l’autonomo. Il punto è prevedere un regime di tutela valido per tutti i contratti e non rendere un contratto più conveniente dell’altro. Altrimenti resterà la tendenza allo shopping delle forme contrattuali, favorendo quelle con meno oneri».
Altro luogo comune da sfatare, quindi, è che l’Italia abbia un mercato del lavoro scarsamente flessibile in entrata. Troppi vincoli, si dice. Troppi oneri, per assumere.
«Assolutamente: il nostro mercato del lavoro è flessibilissimo. Offriamo ogni genere di possibilità ».
Eppure vengono sempre citati i mini-job tedeschi, come una grave lacuna nell’offerta. «Io direi che dovremmo seguire la Germania nelle cose virtuose, e che la soluzione non sono i mini-job. Se li facciamo in Italia, senza il resto del sistema tedesco, collassa tutto. In Germania, oltre agli ammortizzatori, c’è un fortissimo apparato di orientamento e avviamento al lavoro, in particolare per i giovani. È un sistema efficiente, che interviene fin dalle scuole. In Germania hanno 100 mila dipendenti addetti al servizio per l’impiego, un numero impensabile in Italia, dove è tutto frammentato e demandato alle regioni, e dove meno del 3 per cento delle nuove assunzioni passa per i centri».
Il modello della flexsecurity, professore, può funzionare nel mezzo di una crisi, quando non si creano posti di lavoro e sembra quindi difficile immaginare l’ideale, rapida, ricollocazione di un lavoratore?
«No, non può funzionare. Intendiamoci, la flexsecurity è un ottimo obiettivo verso cui tendere, ma lo è se riusciamo ad avere un sistema di ricollocamento facile, garantito da investimenti e orientamento, e non traumatico, con gli ammortizzatori universali. Allora siamo tutti felici. Ma non ci sono le risorse per farlo. Nel mondo reale il sistema funziona solo in realtà ricche e piccole, come il classico esempio della Danimarca che pure, nonostante abbia subito la crisi molto meno di noi, ha dovuto restingere le varie misure».
In momenti di crisi una riforma del genere potrebbe anche aggravare la situazione?
«Sì. Perchè o si fanno i famosi investimenti per lo sviluppo, che però oggi non sembrano alle porte, e si investe nelle politiche attive e negli ammortizzatori, oppure si peggiorerà la situazione dei lavoratori. L’intenzione, insomma, per esser credibile, ha bisogno di quei famosi dieci miliardi».
Dal Pd dicono che ne bastano «due, per cominciare».
«Bisogna fare attenzione a mettere meno risorse: il rischio è che siano sprecate come è stato per l’esperienza di Garanzia giovani. Lì c’erano i soldi ma non abbastanza, e infatti non hanno fatto massa critica sufficiente e quel progetto non sta dando gli sbocchi che ci si aspettava».
Oltre l’articolo 18, il governo vuole intervenire sulle mansioni del lavoratore, per garantire «mobilità interna alle aziende», rivedendo cioè l’articolo 13 dello statuto dei lavoratori. Sembra un’apertura al demansionamento. Cosa può accadere?
«Nella lege delega c’è la revisione della mansione, e c’è, altro punto molto delicato, la questione del controllo a distanza e della videosorveglianza dei posti di lavoro. Sbagliato, per l’uno e per l’altro tema, sarebbe intervenire lasciando mano libera alle aziende, sia sulle mansioni che sui controlli. L’intervento giusto sarebbe quello di delegare in via sussidiaria alla contrattazione collettiva. È sul luogo di lavoro che si capiscono meglio i processi. Si risponderebbe a quella che è effettivamente un’anomalia italiana che sta nel non concedere abbastanza spazio alla contrattazione collettiva, ed ecco ancora l’esempio tedesco dei consigli di fabbrica. Affidare ancora di più al solo datore di lavoro le funzioni organizzative avrebbe, come sanno perfettamente le imprese, un impatto negativo sulla produttività , abbattendola».
(da “L’Espresso”)
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