Settembre 10th, 2014 Riccardo Fucile
SUL CASO DEL GIORNO CHE VEDE COINVOLTI DUE SUOI UOMINI IN EMILIA NEANCHE UNA PAROLA… POI FA SAPERE CHE NON MOLLERA’ LA POLTRONA DI SEGRETARIO DEL PD E CHE “IL PIL SARA’ ZERO”
Nessuno glielo chiede e lui non dice una parola. Mentre la partita per la presidenza dell’Emilia Romagna
precipita nel caos più assoluto, il premier, nel salotto di Bruno Vespa, che lo ospita per una prima in grande stile, si guarda bene da affrontare il tema. Un silenzio che salta doppiamente agli occhi visto che il conduttore gli serve un piatto di tortellini.
“Faremo il patto del tortellino in Europa”, aveva scherzato il segretario-premier, circondato dai giovani leader del Pse domenica alla Festa dell’Unità di Bologna.
Una bella appropriazione del simbolo emilian-bersaniano. Ma evidentemente la situazione in quella Regione gli è del tutto sfuggita di mano.
Prima, con il tentativo (fallito) di trovare una “soluzione unitaria” sul nome di Daniele Manca, il sindaco di Imola, voluto da Errani.
Ora, con i due candidati di punta alle primarie, Matteo Richetti e Stefano Bonaccini indagati, il primo ritirato, e il secondo decisamente in bilico.
“Presidente, con Richetti e Bonaccini indagati cosa succederà per le primarie in Emilia-Romagna?”, gli chiedono i cronisti all’uscita dallo studio di Vespa.
“Buon lavoro”. Nessuna risposta.
A Porta a Porta il premier appare stanco, decisamente meno brillante del solito.
Si inceppa sui tecnicismi, come quando cerca di spiegare il pagamento dello stato dei debiti della Pa.
I fronti aperti sono tanti, e su tutti i piani. Non si fa mancare le promesse: “Penso e credo che nella legge di stabilità avremo un’ulteriore diminuzione delle tasse sul lavoro. Ci sono varie ipotesi sui modi e la finanziamo con la riduzione della spesa”.
In effetti, lo stesso ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan sabato scorso alla festa del Pd di Bologna aveva parlato della possibilità di ridurre le tasse per le imprese, l’obiettivo cui sono finalizzati i tagli nei ministeri.
Ma intanto lo Sblocca Italia non è ancora arrivato al Quirinale. E sono passati dieci giorni dal Cdm che lo ha teoricamente licenziato.
E ancora, sugli statali: “I denari per risolvere gli sblocchi dei salari e gli scatti, secondo i ministri già possono essere trovati”.
Annuncio quest’ultimo decisamente in contrasto con quanto dichiarato dal ministro per la Pa, Madia, che si era presa l’onere di far sapere del blocco agli stipendi degli statali. A proposito di pubbliche sconfessioni.
E al Colle non ci è arrivato nemmeno il decreto sulla giustizia civile.
A via Arenula erano certi che sarebbe stato sul tavolo del Colle già lunedì. Ma l’Anm è sul piede di guerra, la quadra non si trova.
Problemi, uno dopo l’altro. Non manca l’ammissione sul Pil: “Quest’anno balleremo intorno allo zero”.
La ripresa non c’è, la versione ufficiale dalle parti di Palazzo Chigi è che dipende da condizioni pregresse.
Ma a Renzi tocca rispondere alla critica: “Mi accusano di essere troppo sorridente. Dietro questo sorriso c’è tanta voglia di faticare e lavorare”.
Non si risparmia le battute e gli affondi neanche questa volta Renzi. Arrivano “i professionisti della tartina”. “C’è un sacco di gente che in 20 anni ha fatto tanti convegni, io li chiamo i professionisti della tartina, che dicono l’Italia non ce la fa e poi va in vacanza in Australia” (lui in una modesta suite a 1.000 euro al giorno…)
Però, nel frattempo, anche le riforme sono di là da venire.
Se è per l’Italicum in Senato, non è ancora stato incardinato neanche in Commissione Affari costituzionali.
Alla Camera l’approdo in Aula delle riforme arriverà non prima di 60 giorni, a occhio e croce. Anche lì, c’è prima la Commissione.
Si tratta a 360 gradi, con i bersaniani (e le minoranze in senso ampio) sul piede di guerra per un posto in segreteria.
E pronti al ricatto su tutto (dall’Emilia, alle riforme, passando per l’economia).
Per dirla con Miguel Gotor: “Noi ci stiamo a fare una segreteria unitaria, ma se c’è una vera condizione per lavorare insieme. Per ora non sembra così”.
Ha un bel dire Lorenzo Guerini che “ci sono le condizioni per una segreteria unitaria”. Per adesso, la situazione è in stallo. Direzione domani, con Renzi che comunque non ha nessuna intenzione di fare passi indietro nè per quel che lo riguarda: (“Dimettermi da segretario? Non ci penso proprio”), nè sulle questioni in campo.
In questo clima non manca neanche la battuta sul governo salta agli occhi: “Quanto durerà ? Certo meno di Porta a porta”.
Rimpasto in vista, modalità e nomi nel caos più totale.
Wanda Marra
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Settembre 10th, 2014 Riccardo Fucile
DATI UE: NEL 2010 HANNO DEFINITO 2.834.000 CAUSE CIVILI CONTRO 1.793.000 DEI COLLEGHI FRANCESI E 1.586.000 DEI TEDESCHI…E 1.288.000 PROCESSI PENALI CONTRO I 600.000 DEI FRANCESI E GLI 804.000 DEI TEDESCHI…CON 8.221 POSTI SCOPERTI TRA I CANCELLIERI
Renzi che mangia il gelato. Renzi che si tira una secchiata d’acqua in testa. Renzi che brandisce una sciabola. Renzi che gioca a tennis. Renzi che va in bici. Renzi che inaugura cantieri immaginari col caschetto giallo. Renzi con la faccia da budino (immagine raccapricciante subito ritirata). Renzi che riceve Cottarelli dopo aver tagliato il tagliatore di sprechi al posto degli sprechi.
Fra i tanti selfie con cui ammorba il paesaggio italiano (si attendono con ansia quelli di Renzi a cavallo, Renzi al balcone e Renzi che trebbia il grano a torso nudo), il presidente del Consiglio dimentica curiosamente i due più interessanti: Renzi che incontra il pregiudicato Berlusconi nella sede del Pd o a Palazzo Chigi (in Parlamento l’interdetto non può metter piede) e Renzi che sigla con il delinquente il Patto del Nazareno, magari con una zoomata sul testo dell’ignoto papello.
Di queste scene-madre che inquinano da sei mesi la politica italiana all’insaputa degl’italiani, manca purtroppo qualunque documentazione visiva e cartacea.
Ci si accontenta dei risultati, che comunque dicono già molto.
La “riforma della giustizia”, che insieme agli affari tv è da 20 anni l’unica bussola di B., si divide in due parti: le norme che dovrebbero sveltire le cause civili entrano in vigore subito, per decreto, perchè B. non ha processi civili in corso (ne aveva in passato, glieli comprava Previti ); quelle sul processo penale, invece, non entreranno mai in vigore, ma per infinocchiare la gente il cosiddetto ministro Orlando le scrive lo stesso, sotto forma di disegni di legge che poi la maggioranza in Parlamento si incaricherà di insabbiare, perchè B. e diversi esponenti del Ncd hanno vari processi penali e prevedono di incrementarli quanto prima.
Nessuna urgenza per il falso in bilancio cancellato nel 2001, l’autoriciclaggio (imposto dalla convenzione di Strasburgo del 1999) e la prescrizione (che falcidia 150 mila processi all’anno e che l’Europa ci intima di bloccare da tempo immemorabile).
In compenso c’è la massima urgenza di punire i giudici e di accorciare quelle che i somari chiamano le loro “ferie”: tanto per dimostrare che, se i processi sono lenti, è colpa delle toghe che non lavorano, fanno la bella vita e vanno in vacanza un mese e mezzo.
La verità è che le ferie dei magistrati non coincidono affatto con il “periodo feriale”, che è solo una “sospensione dei termini processuali” e riguarda più gli avvocati che le toghe.
Come B. ben sa, essendo stato condannato il 1° agosto 2013 dalla sezione feriale della Cassazione, non è vero che i magistrati chiudono bottega dal 31 luglio al 15 settembre.
Giudici e pm non lavorano soltanto in ufficio (molti non ce l’hanno neppure): ma anche e soprattutto da casa, a studiare atti e a scrivere motivazioni.
Le loro ferie durano massimo un mese, semprechè ne usufruiscano, come per tutti i dipendenti pubblici: i primi 15 giorni sono dedicati al deposito delle motivazioni dei propri provvedimenti o dei ricorsi a quelli altrui.
La sospensione dei termini vale per gli avvocati e i loro clienti: non per i magistrati, che devono sempre depositare gli atti nei tempi stabiliti.
Sennò il detenuto viene scarcerato per decorrenza dei termini e la colpa ricade su di loro.
Secondo le statistiche del Cepej-Consiglio d’Europa, quei fannulloni dei magistrati italiani nel 2010 hanno definito 2.834.000 cause civili (i loro colleghi francesi 1.793.000 e i tedeschi 1.586.000) e 1.288.000 processi penali (600 mila in Francia e 804 mila in Germania), risultando primi in Europa nella classifica della produttività sul penale e secondi sul civile (alle spalle dei giudici russi, molto più numerosi dei nostri).
Se davvero volesse sveltire i processi, il governo — oltre a sbaraccare le procedure più bizantine del mondo — dovrebbe riempire i vuoti d’organico che, solo per il personale di cancelleria, ammontano a 8.221 posti scoperti su un totale teorico di 44.110 (il 18,64%).
Ma sappiamo benissimo che l’obiettivo non è questo: è quello immortalato nel selfie che non vedremo mai.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 10th, 2014 Riccardo Fucile
LE ANALISI HANNO ESCLUSO CHE LA PAZIENTE FOSSE AFFETTA DAL VIRUS: SI TRATTA DI SEMPLICE MALARIA
Aveva febbre alta, dolori muscolari, nausea e vomito e proveniva da un paese a rischio, la Nigeria. Ma non era
stata contagia da Ebola, era affetta da malaria.
Si sciolgono i dubbi, nelle Marche, per una donna nigeriana di 42 anni, che aveva mostrato sintomi compatibili con l’esordio della malattia causata dal virus Ebola.
Si è subito messo in campo il protocollo di allerta per la verifica di casi sospetti attivato dalla Regione, poi è arrivato il risultato delle analisi effettuate nell’Ospedale di Torrette e reso noto dalla Direzione Sanitaria degli Ospedali Riuniti.
Gli accertamenti effettuati ad Ancona hanno evidenziato una infezione da plasmodio della malaria in corso, per la quale è stata iniziata la specifica terapia.
La donna per cui è scattata l’allerta, non ha figli, si è presentata questa mattina al pronto soccorso dell’ospedale di Civitanova Marche (Macerata), dove risiede da anni, e da qui trasferita nella Divisione di malattie Infettive degli Ospedali Riuniti di Ancona, identificata come punto unico di ricovero regionale in casi di questo genere.
La 42enne è partita per la Nigeria a fine agosto, per rivedere i parenti nelle città di Lagos e Benincity, ma anche per sottoporsi a un piccolo intervento chirurgico.
È tornata in Italia sei giorni fa, quindi da meno di 21 giorni, periodo massimo di incubazione, motivo per cui è scattato il protocollo d’allerta.
Lunedì ha cominciato ad accusare i primi disturbi.
Ai sanitari che l’hanno presa in cura ha detto di non aver avuto contatti con persone malate.
«La notizia è una di quelle che non vorresti mai sentire e tantomeno trovarti a gestire», ha ammesso in prima battuta l’assessore regionale alla Salute Almerino Mezzolani, ribadendo questa mattina che si tratta però solo di un caso «sospetto» e che le procedure attivate dal Gruppo Operativo Regionale Emergenze Sanitarie (Gores), seguono le linee guida nazionali.
«Il caso è venuto fuori – ha sottolineato – proprio perchè da noi c’è un protocollo rigoroso».
A ruota sono arrivate anche le rassicurazioni del ministero della Salute: le procedure attivate «mirano alla tutela, oltre che del personale sanitario che pratica l’assistenza diretta al paziente, della collettività e alla migliore gestione clinica del caso, con criteri di sicurezza ambientale, nonchè alla sorveglianza di eventuali contatti».
Negli ultimi due mesi, peraltro, fa notare ancora il ministero, sono stati segnalati casi sospetti, da diverse regioni, in base ai criteri indicati da OMS ed ECDC (il centro europeo per il controllo delle malattie) quali l’insorgenza di alcuni sintomi e la provenienza geografica da aree affette. Tutti questi casi sono poi risultati negativi ai test di laboratorio per virus Ebola.
Intanto, la lotta all’epidemia ha visto oggi il governo degli Stati Uniti stanziare altri 10 milioni di dollari per aiutare i paesi africani colpiti, mentre il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-Moon ha chiamato il presidente americano Barack Obama per discutere la necessità di incrementare gli sforzi occidentali.
In Liberia intanto sono 160 gli operatori sanitari che hanno contratto il virus e 80 sono i morti.
(da “La Stampa“)
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Settembre 9th, 2014 Riccardo Fucile
GOVERNO E LEADER, SINERGIE DI UN ASSETTO
Da Bolo gna Renzi ci ha ser vito l’usuale mix di bat tute e frasi a effetto.
Risul tato elet to rale da bri vidi, la sal vezza del paese è nelle nostre mani e non in quelle dell’Europa, gli 80 euro in busta paga sono un fatto di equità sociale, egua glianza e non egualitari smo, no a modelli cinesi del lavoro, niente lezioni dai tec nici della I Repub blica, riforme a ogni costo, basta gufi e così via.
L’appuntamento è al 2017. In poli tica — per non sca dere nella pub bli cità ingan ne vole – sarebbe buona cosa non disco starsi troppo dal già detto e dall’evidenza.
Ber lu sconi è stato mae stro nell’inosservanza di que sta regola, che in paesi più seri del nostro è para me tro primario per la valu ta zione dell’agire poli tico di chiunque.
Renzi merita un dot to rato.
L’elenco delle parole e degli annunci smen titi dai fatti o da lui stesso è lungo.
L’unica realtà certa è che i para me tri euro pei riman gono fermi, e che per rien trarvi si ren dono neces sa rie misure pesanti, come l’ulteriore blocco degli sti pendi degli sta tali. Non basta a giu sti fi carlo la bat tuta — offen siva per tanti — che nella pub blica amministrazione c’è grasso che cola.
E la tanto auspi cata fles si bi lità ? Al momento, l’unica che si vede in con creto è quella che si vuole calare sul lavoro.
La prova è nei discorsi di Dra ghi, di Visco, e nelle ripe tute indi ca zioni che ven gono dal mondo della finanza e degli affari.
Lo stesso Renzi ha lodato il modello tede sco, dimen ti can done il piatto forte: milioni di simil ci nesi mini-jobs pre cari e a salari da fame. La disoc cu pa zione scende nelle sta ti sti che, il costo sociale sale.
Padoan ci dice da Cer nob bio che ci vor ranno almeno tre anni — non più due — per vedere i primi effetti delle riforme.
Ma di quali riforme si parla? Quelle concretamente messe in campo fin qui sono volte a ristrut tu rare l’architettura dei poteri piut to sto che a ripor tare il paese in un ciclo eco no mico vir tuoso uscendo dalla tena glia deflazione-recessione.
Per chè? Più che con tra stare la crisi, sem bra che si voglia dise gnare il paese del post-crisi.
Si coglie un dise gno negli inter venti già in discus sione.
Con la riforma costi tu zio nale la rap pre sen ta ti vità del par la mento si inde bo li sce, con l’azzeramento politico-istituzionale del senato.
Si attri bui scono al governo poteri sull’agenda dei lavori par la men tari, inclusa una sorta di ghi gliot tina per ma nente. Gli isti tuti di demo cra zia diretta sono resi ancor meno acces si bili.
Con la legge elet to rale iper-maggioritaria si col pi sce la rap pre sen ta ti vità della camera, pun tando tutto sul par tito che ha più voti e sullo schiac cia mento delle oppo si zioni, oltre che sull’esclusione dalla rap pre sen tanza dei sog getti poli tici minori.
La mag gio ranza par la men tare è rimessa nelle mani del lea der, attra verso liste bloc cate. Con la riforma della PA (AS 1577, art. 7, co. 1, lett. b) una delega legi sla tiva vuole tra l’altro raf for zare il primo mini stro nell’ambito dell’esecutivo.
Hanno infine un ruolo in que sto sce na rio gene rale prima rie aperte che mar gi na liz zano il ruolo delle orga niz za zioni di par tito e degli iscritti, men tre le orga niz za zioni sin da cali sono messe nell’angolo esclu dendo ogni forma di concertazione.
Può darsi che qual cosa cambi, ma al momento è così. Nes suno dei punti men zio nati sarebbe deci sivo di per sè. Ma è cru ciale coglierne la siner gia, che defi ni sce l’effetto ultimo di una forte con cen tra zione del potere sul governo, e in par ti co lare sul lea der.
È il dise gno di un popu li smo fon dato sul cir cuito diretto tra lea der e popolo, senza inter me dia zioni. Il lea der diventa il paterno custode dei diritti e delle libertà di tutti.
È auto ri ta ri smo soft? In fondo, è que stione di parole.
Di certo, è un dise gno che ci viene diret ta mente dalla I Repub blica. Se ne coglie l’eco in Craxi negli anni ’80, in Gelli, in Cos siga, e infine in Ber lu sconi.
Sono que sti gli ante nati del Renzi-pensiero in tema di istituzioni.
Que sto dise gno i tec nici della I Repub blica mal me nati da Renzi — o almeno alcuni — l’avevano ben colto.
Lo con tra sta vano per chè non demo cra tico, e cer ta mente inco sti tu zio nale nella sua essenza.
La Costi tu zione si fonda sul con cetto che il potere poli tico deve essere distri buito, con ten di bile e respon sa bile in ogni momento e in ogni sede, non certo iper-personalizzato e assog get tato a veri fi che perio di che su base plu rien nale, prima delle quali il prin ci pio di fondo è mani libere per chi lo detiene.
È que sto il modello isti tu zio nale che si ritiene neces sa rio e utile per affron tare la crisi?
Con cen trare il potere e ridurre la par te ci pa zione per evi tare che un popolo troppo sovrano possa sot to porre la bar chetta dell’esecutivo a scos soni troppo peri co losi?
Non saremo mai d’accordo. Rima niamo dell’idea che il miglior modo per affron tare dif fi coltà e sacri fici con solu zioni non pre ca rie sia quello della discus sione, del con fronto e se neces sa rio della media zione e del com pro messo. In una parola, la democrazia.
E se il dise gno fal lisse? Padoan vor rebbe ora dall’Europa para me tri per misu rare la pro pen sione alle riforme di ogni paese.
Ma non ci ave vano detto che siamo padroni del nostro destino? Suv via, non è come essere com mis sa riati d’autorità .
Noi deci diamo libe ra mente di essere commissariati.
Massimo Villone
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Settembre 9th, 2014 Riccardo Fucile
DAL COLOSSEO A FONTANA DI TREVI: GRANDI FIRME SPONSOR DI RESTAURI… E’ VERO MECENATISMO?
Non contenti di aver vestito e reso più affascinanti buona parte dei Paperoni, dei vip e delle star di Hollywood,
gli stilisti italiani hanno deciso di fare più o meno la stessa operazione con i monumenti che rappresentano il marchio di fabbrica dell’Italia, ma che purtroppo sono spesso in condizioni deplorevoli per mancanza di manutenzione, di cure, di interventi di restauro, di risorse.
Lo Stato italiano ha deciso di rivolgersi a finanziatori privati per ristrutturare e restaurare i suoi più importanti tesori d’arte.
Nulla di male, in teoria, ma si sono levate subito vivaci critiche da parte di chi teme che l’arte e la storia possano diventare prodotti commercali e come tali essere pubblicizzati e venduti all’industria del turismo.
Che ve ne pare di slogan del tipo “il Colosseo calza Tod’s” o “Oggi Anita Ekberg farebbe il bagno nella Fontana di Trevi con una borsa Fendi a tracolla”?
Che fosse necessario intervenire è una realtà che nessuno contesta.
Molti monumenti italiani cadono letteralmente a pezzi e hanno da tempo perso il colore originale.
Il Colosseo — un tempo avorio pallido — è diventato quasi nero anche perchè al posto delle bighe oggi ci sono le automobili.
Certo pensare a interventi di risanamento con denaro pubblico in tempi di crisi economica appare fuori del mondo così come è inutile sperare in donazioni di privati. E qui — come il 7° Cavalleggeri — sono arrivati al galoppo i guru della moda italiana. Le loro però non sono donazioni a fondo perduto.
Di Bill Gates — come osserva in un suo pezzo il Washington Post — ne circolano pochini e non solo in Italia.
Ai mecenati dell’alta moda andrebbero in cambio una serie di diritti sul cui contenuto e sul cui utilizzo regna un certo riserbo.
A farla breve, c’è — non solamente in Italia — chi teme una disneificazione del patrimonio artistico e culturale del Belpaese con conseguenze di lungo periodo che potrebbero far deperire il valore dell’asset più importante di cui l’Italia dispone
Moltissimi italiani sono preoccupati e pensano che in tal modo si rischi di vendere l’anima per un pugno di dollari (o di euro) o, peggio ancora, per il classico piatto di lenticchie. Inoltre a restauro finito turisti e residenti sarebbero costretti a leggere cartelli di questo tenore: ”La Fontana di Trevi di Fendi”, “Il Colosseo di Tod’s” o “La scalinata di piazza di Spagna di Bulgari”.
Un tempo il patrimonio artistico era considerato una priorità dallo Stato italiano, ma con la crisi economica, le risorse a disposizione del ministero dei Beni culturali, dei musei, dei soprintendenti alle Belle arti e dei direttori dei principali siti archeologici italiani si sono andati paurosamente assottigliando.
Sono ancora sotto gli occhi di tutti le immagini del muro del Tempio di Venere di Pompei crollato nel marzo scorso dopo alcuni giorni di abbondanti precipitazioni.
Dopo lo scandalo di Pompei, molti sindaci italiani hanno deciso di darsi da fare.
Uno dei più attivi è stato finora il sindaco di Roma, il medico Ignazio Marino che, dopo aver concluso un accordo preliminare con l’Arabia Saudita per il finanziamento del restauro del Mausoleo di Augusto, si appresta a volare in California, per la precisione a Silicon Valley, in cerca di donazioni.
Nel luogo più rappresentativo della rivoluzione tecnologica e nel santuario della scienza informatica, Marino sosterrà la tesi secondo cui l’Italia ha il dovere di fare del suo meglio, ma trattandosi di un patrimonio importante per l’intera umanità , tutti debbono contribuire alla conservazione di luoghi come il Colosseo, Pompei o Venezia nei quali è custodita la memoria storica della nostra civiltà .
Farà breccia nei cuori e nei portafogli dei miliardari del dot.com
Frattanto il governo non sta con le mani in mano e sta valutando una svolta che sarebbe storica: la possibilità di dare in appalto ai privati la gestione di piccoli musei e siti archeologici e di aprire al loro interno, negozi di libri e souvenir, ristoranti, bar. Sponsor di questa iniziativa il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini: “Abbiamo un patrimonio enorme, non vedo dove può essere lo scandalo se ne affidiamo una minuscola percentuale alla gestione dei privati”.
Il fatto è che i cittadini non hanno scordato i cartelloni della Coca Cola e di Bulgari intorno ai cantieri per il restauro del Ponte dei Sospiri e del Palazzo Ducale di Venezia.
Oggi sembra che i mecenati siano diventati più discreti. In cambio dei quasi 3 milioni spesi da Fendi per il restauro della Fontana di Trevi, la griffe si accontenterà di una placca di metallo grande quanto una scatola di scarpe.
Ma l’accordo più discusso e più osteggiato dalla cittadinanza è quello concluso con Diego Della Valle per il restauro del Colosseo.
Il noto stilista della calzatura spenderà circa 38 milioni di euro, ma per anni i biglietti di ingresso al sito recheranno bene in vista la pubblicità delle Tod’s.
Un ottimo affare per il miliardario toscano, dicono i romani.
Carlo Antonio Biscotto
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 9th, 2014 Riccardo Fucile
TRA DIECI GIORNI POTREBBE NON ESISTERE PIU’ IL REGNO UNITO
Fa impressione pensarci: tra dieci giorni potrebbe non esistere più il Regno Unito. Nè la Gran Bretagna.
Resterebbe una Grande Inghilterra, ma sarebbe un’altra cosa. Metà dell’attuale territorio britannico potrebbe staccarsi da Londra.
Un’eventualità che, a giudizio di molti, gli inglesi non hanno preso molto sul serio. Di sicuro hanno fatto poco per mostrare il loro amore per l’Unione che resiste dal 1707.
Giusta flemma o calcoli sbagliati: tra poco vedremo. Bisogna dar atto ai britannici di aver affrontato un passaggio storico con grande civiltà .
Gli Unionisti hanno parlato al cervello e al portafoglio. Gli Indipendentisti si sono concentrati su quanto sta nel mezzo: fegato e cuore.
Ha riassunto The Economist (favorevole all’Unione): «La campagna per il “no” è una macchina, la campagna per il “sì” è un carnevale».
Ma gli scozzesi non sono inglesi. La festa potrebbe vincere sulla testa.
Inghilterra e Scozia. Chi le conosce sa che sono due nazioni vere.
Due storie, due bandiere, due nazionali di calcio, due caratteri, due modi di vedere se stessi e il mondo.
Solo in Belgio e in Spagna, forse, esistono differenze così marcate all’interno dello stesso Stato. In Italia, certamente no.
Se non siamo arrivati neppure vicini all’indipendenza della Padania è perchè la Padania non è mai esistita, se non nelle fantasie postprandiali di Umberto Bossi.
La Scozia esiste e resiste. Le pressioni per restare all’interno del Regno Unito sono state poco visibili, per nulla passionali, ma robuste.
La proposta, da parte del governo centrale, di mantenere il controllo sulle entrati fiscali è una tentazione difficile da respingere.
Ma potrebbe non bastare, come suggeriscono i sondaggi in queste ore.
Il cuore sente ragioni che la carta di credito non conosce. Saranno le emozioni a decidere questa partita storica (per una volta l’aggettivo non è abusato).
Per uno Stato che della propria tranquilla razionalità fa un punto d’onore, potrebbe scattare la legge del contrappasso.
Comunque vada, in Scozia una minoranza appassionata è riuscita a scuotere una maggioranza compassata.
È impressionante ciò che è accaduto tra gli elettori laburisti.
Secondo i sondaggi, quelli favorevoli all’indipendenza sono passati in poche settimane dal 18% al 30%.
Sorprendente? Solo chi non è mai stato in Scozia, e non conosce uno scozzese, poteva credere che questa decisione potesse ridursi a un’approvazione compassata dello status quo.
Orgoglio e rivendicazioni, entusiasmo e timore, superiorità e inferiorità : tutto si mescola, quando si vive a lungo insieme, o molto vicini.
Viaggiando ho ritrovato sentimenti simili in Portogallo, condizionato dalla Spagna; in Nuova Zelanda, schiacciata dall’Australia; in Uruguay, la «provincia orientale» legata all’immensa Argentina.
Ma questi tre Paesi sono indipendenti. La Scozia può decidere se diventarlo.
Immaginate le discussioni nelle case di Edimburgo, di Glasgow e di Aberdeen, in queste ore.
È come se la storia, dopo oltre tre secoli, tornasse a bussare alla porta. Bisogna aprire, e dirle qualcosa. Non si può ignorare e lasciare là fuori.
Nessuno, a questo punto, sa come andrà a finire. Si può solo tirare a indovinare.
Dovessi scommettere una birra in un pub, direi: vinceranno, di misura, i «sì» all’indipendenza.
Il cuore oltre l’ostacolo. Poi non sarà facile, certo.
Ma ci sarà l’Europa dei popoli ad aiutare. Perchè gli scozzesi, come gli inglesi, sono europei. Ma, a differenza di questi ultimi, lo sanno.
Beppe Severgnini
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Settembre 9th, 2014 Riccardo Fucile
RENZI NON TROVA ALLEATI E BLOCCA LE NOMINE
La partita è ancora aperta, ma l’accordo non c’è. 
Tanto che domani, quando Camera e Senato si riuniranno in seduta comune per eleggere due giudici della Corte Costituzionale e otto del Csm, la fumata non potrà che essere nera.
Nonostante il richiamo di Napolitano dell’altro giorno, che ha convinto i presidenti delle Camere ad organizzare subito la seduta per spronare le parti a trovare un’intesa, ogni sforzo fatto fin qui sembra essere stato vano.
Stavolta la partita si intreccia con altri tavoli, considerati dalle parti (soprattutto una, Forza Italia) particolarmente delicati
Sarà , infatti, il nuovo Csm a trovarsi in carica durante la discussione della riforma delle giustizia, ma soprattutto sarà il nuovo plenum a nominare la nuova tolda di comando di parecchie procure, in totale 26 procuratori e presidenti di Tribunale o Corte d’Appello per altrettanti uffici vacanti alcuni anche dal 2012
Tra questi, per quanto ultimo in ordine di tempo, la procura di Palermo che il primo agosto ha salutato il procuratore Messineo e lo ha sostituito con un reggente.
E la procura di Milano che resterà orfana di Edmondo Bruti Liberati “travolto” con altri 445 procuratori dal decreto Madia
Ecco perchè la partita è politicamente molto complessa, tenuta in piedi, nel Pd, da Renzi in persona e — dall’altra parte — da un redivivo Gianni Letta che sta portando avanti il suo luogotenente di sempre, ovvero Antonio Catricalà , in tandem con Luciano Violante per la Corte Costituzionale.
È solo che questo duetto non può spiccare il volo se non si incastra anche l’altra partita, quella del Csm, appunto.
Che comincia a comporsi, ma a fatica, tanto che si parla ufficialmente di stallo.
C’è anche un’altra questione, infatti, di sicuro non meno sorprendente. Nei giorni scorsi, Berlusconi ha fatto sapere, tramite i suoi emissari, di non avere nulla in contrario nella nomina di Massimo Brutti a nuovo vicepresidente del Csm.
È vero, Brutti è senz’altro un “comunista”, ma anche un “garantista”, quindi nulla questio soprattutto se poi questo sarà un viatico positivo per l’altra nomina cara al Cavaliere, quella di Elisabetta Casellati.
In questo caso, però, a scompaginare le carte è Renzi. Che vorrebbe, come al solito, puntare sul colpo di teatro.
Ovvero sulla nomina a vicepresidente di palazzo dei Marescialli, di Giuseppe Fanfani, sindaco di Arezzo, amico d’infanzia della Boschi e, soprattutto, figlio della Margherita.
In ultimo, per la prima volta potrebbe entrare a palazzo dei Marescialli il Movimento Cinque Stelle con Alessio Zaccaria, professore ordinario di Diritto privato a Verona, ma non è detto.
Altri nomi in quota Pd sono quelli dell’avvocato Luca Petrucci (vicino ad Areadem di Franceschini e Veltroni), la docente fiorentina Ilaria Pagni, l’ex deputata Cinzia Capano, il prof. Cesare Pinelli e lavvocato Ferruccio Auletta.
Al Pd, oltre al vicepresidente, spetterebbero altri tre nomi, mentre il quinto della maggioranza sembra appannaggio di Antonio Leone di Ncd.
Questo il quadro, ancora molto confuso, tanto che alcuni osservatori, ieri alla Camera, non escludevano un rinvio a novembre sulla Corte Costituzionale, quando scadranno altri due giudici, in questo caso di nomina presidenziale, rinnovando così in contemporanea tutte e quattro le posizioni vacanti.
Ma Napolitano ha fatto sapere di non gradire affatto quest’idea.
Sara Nicoli
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 9th, 2014 Riccardo Fucile
MARCHIONNE ASSUMERA’ LA PRESIDENZA DELLA FERRARI
Luca Cordero di Montezemolo è pronto a una svolta nella sua vita professionale. Dopo 23 anni, il divorzio da casa Ferrari è ormai imminente.
Giovedì sarà la giornata clou, in occasione della riunione del Cda del Cavallino.
Oggi si è tenuto l’incontro a Maranello con Sergio Marchionne e mantenuto l’assoluto riserbo sui contenuti: l’ultima volta che erano state rilasciate dichiarazioni, d’altro canto, erano al veleno sia da parte dell’attuale presidente di Ferrari, sia da parte del numero uno di Fiat Chrysler, che potrebbe subentrare nell’incarico.
Per Montezemolo l’uscita dalla Ferrari rappresenta il terzo e definitivo passo di addio al Lingotto, dopo aver lasciato la presidenza di Fiat e dopo che nell’estate il suo nome non era stato inserito nel board della nuova Fiat Chrysler Automobiles.
“Nessuno è indispensabile”, aveva detto Marchionne, sfiduciandolo di fatto dopo l’ennesimo risultato negativo delle monoposto Ferrari al Gran Premio di Monza.
Montezemolo, 67 anni, di cui 23 alla Ferrari, può vantare 14 titoli mondiali di cui 8 costruttori e 118 vittorie nei gran premi e certamente potrà in parte consolarsi con una buonuscita a sette zeri (si parla di 14 milioni di euro) – che verrebbe corrisposta in 20 anni — in parte con l’ingresso nell’Alitalia targata Etihad.
L’AdnKronos scrive di contatti diretti oggi fra Montezemolo e l’amministratore delegato di Etihad, James Hogan, che sarà in Italia nei prossimi giorni per completare l’operazione Alitalia.
Proprio Montezemolo è uno dei tasselli che gli arabi vogliono per la presidenza della nuova Alitalia, dopo la scelta di Silvano Cassano come amministratore delegato.
L’ultima avventura imprenditoriale di Montezemolo non è stata finora delle più fortunate.
Ntv è spesso chiamata con l’espressione “i treni di Montezemolo” e malgrado il fondatore ed ex presidente non abbia ancora visto un euro dagli investimenti, dovrà mettere ancora mano al portafoglio.
Ntv è in difficoltà finanziaria e il Cfo Fabio Tomassini ha confermato che “stiamo lavorando all’aumento di capitale”.
Si è parlato di una ricapitalizzazione da 100 milioni di euro e gli azionisti “big” Montezemolo e Della Valle sarebbero pronti a fare la loro parte.
Per Ferrari si prospetta un futuro targato Sergio Marchionne.
Sia che il supermanager decida di assumere la presidenza, sia che la affidi a un suo fedelissimo, sarà ancora più evidente che la nuova Ferrari dovrà essere al servizio del gruppo Fiat Chrysler.
Appuntamento clou è il debutto della casa automobilistica a Wall Street, previsto ad ottobre. Ferrari ha chiuso i conti 2013 su livelli record e, anche se da diversi anni non vince in F1, registra dati confortanti sul fronte delle vendite.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 9th, 2014 Riccardo Fucile
DOPO RICHETTI (CHE RINUNCIA), AVVISO DI GARANZIA ANCHE A BONACCINI (CHE NON SI RITIRA)… E IL LOQUACE RENZI STAVOLTA NON RISPONDE ALLE DOMANDE DEI GIORNALISTI
Anche Stefano Bonaccini è indagato nell’ambito dell’inchiesta “spese pazze” sui conti dei consiglieri regionali in
Emilia Romagna.
E’ uno tsunami quello che travolge in queste ore la Regione “rossa”.
Nel giorno della presentazione delle firme per le primarie che dovevano scegliere il successore di Vasco Errani, i due principali sfidanti per la poltrona di Governatore risultano sotto indagine della Procura.
I due favoriti nell’occhio del ciclone.
Non solo Matteo Richetti, renziano della prima ora, deputato ed ex presidente dell’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna. Che si è ritirato in mattinata dalla corsa perhè iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di peculato.
Anche Stefano Bonaccini, bersaniano prima e nello staff di Renzi dopo, entra a pieno titolo nell’inchiesta sulle “spese pazze” portata avanti dalla procura di Bologna.
“Ho appreso poco fa che la procura sta svolgendo accertamenti anche sul mio conto e ho già comunicato, attraverso il mio legale professor Manes, di essere formalmente a disposizione per chiarire ogni eventuale addebito” afferma Bonaccini, di sicuro il candidato favorito.
O almeno quello che aveva raccolto più consensi dentro al partito dopo la “discesa in campo”: “Confido di poter dare al più presto ogni opportuno chiarimento”, conclude.
Caos primarie.
Ma adesso il partito è nel caos. In gara per le primarie del 28 settembre resta soltanto Roberto Balzani, il “rottamatore” del modello Errani, l’outsider.
I due candidati principali sono “azzoppati”: uno si è ritirato dalla corsa, l’altro è in bilico.
Per questo la stessa gara delle primarie appare in forse, ed è probabile che a questo punto il Pd nazionale intervenga per trovare una soluzione, forse un nome condiviso, il famoso “briscolone” invocato a più riprese nei giorni scorsi. E pensare che solo domenica scorsa, con l’arrivo di Renzi a Bologna per chiudere la Festa nazionale dell’Unità , la linea sembrava ormati tracciata.
Le reazioni.
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi, interpellato dai cronisti a margine della trasmissione Porta a Porta, non ha risposto alle domande sull’inchiesta che vede indagati Bonaccini e Richetti.
A parlare, invece, è Maria Elena Boschi, ministro per le Riforme. Che dice: “Non è stato Renzi a chiedere a Richetti di non candidarsi. Mi auguro che Bonaccini possa dimostrare la sua innocenza, adesso valuterà lui cosa fare”.
Prudenza anche nelle parole del vicesegretario Pd Lorenzo Guerini: “Guardiamo con rispetto la decisione di Richetti di non candidarsi alle primarie e apprezziamo il suo gesto di tutelare il bene del Pd e dell’istituzione regionale. In attesa di notizie ufficiali, confidiamo potrà dimostrare la sua totale estraneità ai fatti che gli verrebbero contestati”.
Parole simili a quelle del segretario bolognese del Pd Raffaele Donini: “Rispetto la sua scelta personale”.
A margine della Festa dell’Unità di Firenze, invece, Massimo D’Alema ha dichiarato: “Quando la magistratura indaga bisogna rispettarne l’attività . Naturalmente noi sappiamo che in tantissimi casi si concludono con il proscioglimento degli indagati o con l’archiviazione. Siamo fiduciosi, seguiamo con rispetto le indagini”.
Cos’è l’inchiesta “spese pazze”.
Da due anni la procura di Bologna indaga sulle spese dei consiglieri regionali. Un’inchiesta che vede già nel mirino nove capigruppo della Regione, di ogni colore politico, e che ora si è allargata anche ad altri consiglieri, come dimostrano i casi di Richetti, Bonaccini e degli altri sei indagati del Pd.
L’indagine ha preso di mira le spese effettuate dai gruppi consiliari tra il 2010 e il 2011, contestando per esempio milioni di euro spesi solo per le cene.
Il lavoro della Finanza, che è agli scoggioli, ha comportato l’esame di 35mila scontrini di spese dei politici per cene, feste, buffet, consulenze, alberghi, viaggi e regali natalizi. Un totale di 5 milioni.
(da “La Repubblica”)
argomento: Partito Democratico, PD | Commenta »