Destra di Popolo.net

MINISTRO BOSCHI, MENO PERSONALE E PIU’ POLITICO, GRAZIE

Settembre 7th, 2014 Riccardo Fucile

NON CI INTERESSA LA SUA VITA PRIVATA, CI PREOCCUPANO LE SUE RISPOSTE A PAPPAGALLO

Cinque anni fa, nel salotto di Bruno Vespa l’allora premier si rivolgeva a Rosy Bindi — ex ministro della Sanità , ex vicepresidente della Camera e presidente del Pd — con modi eleganti: “È sempre più bella che intelligente”.
Manco lui fosse stato un aitante Adone.
Lo stesso premier (nel frattempo condannato per frode fiscale e decaduto) qualche anno dopo avrebbe salutato una futura ministra con questo benvenuto: “Lei è troppo bella per essere comunista”, ignorando che la signorina non lo è stata mai (a differenza del suo caro amico Vladimir).
Per fortuna Silvio Berlusconi non è il termometro della civiltà , non solo politica, del nostro fu Belpaese.
Il guaio è che nella sostanza non abbiamo fatto grandi passi avanti, nonostante il nuovo, scattante governo 8+8 (otto ministri maschi, otto femmine).
Rosy Bindi, nel mentre rottamata dal nuovo Cesare di Pontassieve, in un’intervista al Corriere della Sera, dice del nuovo esecutivo paritario: è una “conquista importante”, ma in Italia “siamo ancora alle gentili concessioni”.
E poi aggiunge: “Penso che le donne ministro siano state scelte anche perchè erano giovani, non solo perchè erano brave, ma anche perchè erano belle…”.
Tanto che l’intervistatrice, Monica Guerzoni, così chiosa: “Nel dibattito che anima le varie anime del Pd piomba la questione femminile”.
Che, parlando francamente, ha abbondantemente rotto le scatole.
Abbiamo problemi capitali, problemi di sopravvivenza. Troppi per occuparci ancora di queste sciocchezze: le ministre sono lì, dimostrino con i fatti se sono capaci. Sennò andranno a casa, si spera, come i loro colleghi maschi.
Non è tempo dei “problemi miei di donna”. E nemmeno delle analisi estetiche.
Rosy Bindi ha però ragione quando suggerisce alle signore della nuova classe dirigente di “rifiutare qualche intervista sul personale e farne una in più sul merito del loro lavoro”.
Qui casca l’asino (e pure il somaro).
In questi mesi in cui il Parlamento è stato impegnato nell’epocale riforma costituzionale, non si ricordano interventi sostanziali del ministro che dà  il nome alla suddetta riforma (tra l’altro la più in vista fra le colleghe di governo).
Oltre alle foto balneari (di cui la Boschi non è naturalmente responsabile) si ricordano sue interviste in cui parla di weekend a Londra con le amiche e memorabili richieste alla pubblica opinione (“non giudicatemi per le forme ma per le riforme”: battuta infelice, soprattutto nel caso qualcuno avesse voluto prenderla sul serio).
Sul merito, alle obiezioni — numerose, puntuali, motivate — dei costituzionalisti, il ministro ha ripetuto a pappagallo i dileggi del premier ai professoroni.
“Dire che la riforma è autoritaria è una bugia”. Non basta.
Vogliamo di più: e non certo perchè lei è donna.
Per esempio: vogliamo sapere perchè l’immunità  è rimasta nel Senato dei nominati, perchè nessuno ha tenuto conto dei contrappesi, come saranno garantiti pluralismo e minoranze. Deviare la discussione sulla “questione femminile” è sempre un buon modo per buttare la palla fuori dal campo.
Studiare è più faticoso che improvvisare sketch? Pazienza.
Che abbiano i baffi, la cellulite o un bel dècolletè non importa. Se sono carine, l’occhio ci guadagna: ma siccome di occhi non ne abbiamo più nemmeno per piangere, per favore smettetela di baloccarvi.
Ps: Il ministro Boschi ha detto: “Saremo giudicati per quanto siamo bravi non belli. Alle polemiche abbiamo già  risposto con i fatti”.
Ecco, sono esattamente quelli (tipo l’Italicum) che non ci piacciono.

Silvia Truzzi
(da “il Fatto Quotidiano”)

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IL TELEGRAPH: “RENZI, UN PLAYBOY COME BERLUSCONI”

Settembre 7th, 2014 Riccardo Fucile

“ACCUSATO DI SCEGLIERE LE MINISTRE PER LA BELLEZZA E L’ETA'”

“Non avrà  l’età  di Silvio Berlusconi ma in una cosa lo ricorda: Matteo Renzi è accusato di scegliere le sue ministre non per il cervello ma perchè belle e giovani”.
La polemica innescata da Rosy Bindi è arrivata anche sulle pagine dei giornali stranieri.
E così il Telegraph titola sulla somiglianza del primo ministro con il Cavaliere.
“Renzi come il suo predecessore Sivlio Berlusconi è accusato di essere un Playboy”. “Mr Berlusconi”, scrive Nick Squires da Roma, assegnava i ministeri a donne belle e piacenti, showgirls e modelle.
E in questo il suo successore non sembra essere molto differente.
Finiti i tempi della Gelmini, della Carfagna e della Brambilla, iniziano quelli della Boschi, della Mogherini e della Madia.
“La presenza delle donne nei governi del nostro Paese ha avuto una gradualità : ricordo il governo Prodi, il governo D’Alema ma anche il governo Berlusconi. Certo, il 50% di donne al governo del Paese è una conquista importante. Ritengo però che ancora siamo alle gentili concessioni”.
Le parole di Rosy Bindi, presidente della commissione Antimafia, in un’intervista al Corriere Tv, non volevano certo essere distensive nei confronti del Governo Renzi. “Penso che le donne ministro siano state scelte anche perchè erano giovani, non solo perchè erano brave ma anche perchè erano belle. Forse possono rifiutare qualche intervista sul personale, farne una in più sul merito del lavoro – è il suo consiglio alle giovani donne ministro – E comunque ritengo che sia un grande passo avanti rispetto a quando dovevo rispondere che ero più bella che intelligente, meglio che vengano considerate nella loro bellezza e nella loro giovinezza”.
Secondo il Telegraph, la Bindi che in passato fu accusata da Silvio Berlusconi “È più bella che intelligente”, si riferisce in modo particolare al ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi.
“A 33 anni è la più giovane delle donne ministro. Attira l’ammirazione degli uomini e il risentimento delle donne. I suoi abiti, in particolare i tailleur sempre aderenti, sono sempre sotto la lente di ingrandimento dei media italiani”.
Certo, aggiunge il Telegraph, va detto che la ministra ha portato a casa la riforma del Senato.
E che non è l’unica giovane: ci sono anche Federica Mogherini, 41 anni, da una settimana nomita Lady Pesc, Marianna Madia, 34 anni, ministro della Pubblica amministrazione.
Le parole della Bindi non sono cadute nel vuoto.
“Non ho intenzione di fare polemiche quando Bindi o altri tornano ad attaccare il governo ma non credo che ci facciano del male, anzi in fondo ci fanno un favore: questo governo ha fatto un forte investimento sulle donne scegliendone alcune per l’incarico di ministro ed altre in ruolo chiave della Pubblica Amministrazione. Ed abbiamo già  risposto con i fatti” ha risposto la Boschi.
Anche l’eurodeputata Alessandra Moretti ha risposto alla Bindi provocandola: “Siamo state scelte anche perchè belle. La Bindi non può sopportare che una donna, oltre ad essere bella, sia anche brava”.
La vicesegretaria Pd Serracchiani ha risposto che le donne al governo sono state scelte per merito. “Quello contro la Boschi: sono attacchi che non stanno nè in cielo nè in terra”. “La bellezza non c’entra niente. Le ministre del Pd sono state scelte perchè competenti, capaci e devo dire che il premier aveva avuto la possibilità  di conoscerle bene per l’attività  svolta in segreteria e come amministratrici”.

(da “Huffingtonpost”)

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EUGENIO SCALFARI: “RENZI E’ UN SEDUTTORE CHE SI CREDE STATISTA”

Settembre 7th, 2014 Riccardo Fucile

E’ SOLO PEGGIORATO AL MOTTO DI “NOI SIAMO BRAVI RAGAZZI E NESSUNO CI PUO’ FERMAR”

Parlando di Matteo Renzi, del suo governo, della montagna di problemi che si sono accumulati sulle sue spalle, debbo dire che li porta molto bene, non perde l’allegria, le battute, la mossa.
La mossa per lui è importante, gli viene spontaneamente e riesce quasi sempre a bucare il video delle tivù e le prime pagine dei giornali.
Pensate: sono tre giorni che i media hanno tra gli argomenti principali la decisione di Renzi di non andare al “salotto buono” di Ambrosetti a Cernobbio.
Ci saranno cinque dei suoi ministri, due o tre premi Nobel, i principali industriali italiani e la stampa di mezzo mondo ma lui ha deciso che andrà  a Brescia per festeggiare la ripresa d’attività  d’una azienda che aveva avuto alcuni incidenti di percorso.
Tre giorni e ancora se ne parla. Mi sembra incredibile
Mi piace citare un passo scritto da Giuliano Ferrara sul Foglio di venerdì: «Non vorrei che tutti gli elogi alle grandi doti di comunicatore, per Renzi oggi come per Berlusconi ieri, alludano all’artista compiaciuto di sè che prende il posto dello statista. Finchè non faremo un discorso alla nazione, sorridente quanto si voglia, ma pieno di verità , non ce la caveremo. Renzi ha già  metà  del piede nella tagliola che in Italia non tarda mai a scattare».
Così Ferrara. Personalmente mi auguro che la tagliola non scatti perchè allo stato dei fatti non abbiamo alternative. L’ho scritto più volte.
Criticavo Renzi per parecchi errori compiuti ma al tempo stesso dicevo: votate per lui, che altro si può fare?
Erano in vista le elezioni europee del 25 maggio dove infatti prese il 40,8 per cento dei voti. Non certo per merito mio, ma ne fui contento sperando che cambiasse. Invece è peggiorato.
È un artista della comunicazione come scrive Ferrara, io lo definirei un seduttore come Berlusconi, ma tutti e due si credono statisti e questo è il guaio grosso del paese
L’ultimo mutamento renziano è stato quello dell’annunciazione (meglio che chiamarla “annuncite”, come dice lui) del programma dei mille giorni che durerà  fino alla fine della legislatura
Vi ricordate la fase dell’annunciazione? Un giorno diceva: nel prossimo giugno faremo la riforma del lavoro e in un mese la porteremo a termine; io ci metto la faccia, se non si fa me ne vado.
Il giorno dopo annunciava per il mese di luglio la semplificazione della pubblica amministrazione con le stesse parole e metteva sempre la faccia in gioco.
Il giorno successivo annunciava per settembre la riforma della scuola.
Idem come sopra
La sola volta in cui riuscì fu la prima approvazione della riforma costituzionale del Senato: la voleva per l’8 agosto e l’ottenne. Quella era a mio avviso una sciagura e si vedrà  nei prossimi mesi se e come finirà , ma la ottenne anche perchè ci furono i voti di Berlusconi.
Due seduttori uniti insieme possono fare uno statista ma di solito di pessima qualità .   Dunque dall’annunciazione ai mille giorni, perchè si è capito che in un mese una riforma che mira a cambiare una parte dello Stato non è neppure pensabile.
La faccia non ce l’ha messa. È una fortuna perchè oggi ci troveremmo senza un governo, senza un programma, schiacciati dalla recessione e della deflazione proprio nel momento in cui spetta all’Italia ancora per tre mesi la presidenza semestrale dell’Unione europea.
È una fortuna, ma anche una sciagura perchè il nostro Renzi, che snobba Cernobbio (e chi se ne frega), adesso interferisce anche con Draghi.
All’esortazione di fare subito almeno la riforma del lavoro per trattare con la Commissione (e con la Merkel) una dose accettabile di flessibilità , ha risposto: «Subito? Ma che dice Draghi? Ci vuole il tempo che ci vuole per una riforma di quell’importanza». Ma lui non ci aveva messo la faccia per farla in un mese
Io so in che modo la si può far subito: con i voti di Berlusconi il quale altro non vuole che stare nella maggioranza non solo per le leggi costituzionali ma anche per quelle economiche. Per tutte.
E non pretende nemmeno che Renzi glielo chieda.
Anzi, Renzi dirà  che non chiede niente a nessuno, è un bravo ragazzo e nessuno lo fermerà .
Ma Berlusconi si sente un santo, anzi un padre della Patria che vuole marciare con tutti gli altri fino al 2018.
Così poi lo vedremo inserito nell’album della storia d’Italia accanto ai volti di Mazzini, Garibaldi e Cavour.
Uno schifo, ma temo assai che finisca così.

Eugenio Scalfari
(da “La Repubblica”)

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INTERVISTA A BOCCIA: “RENZI SBAGLIA, TROPPI YES-MAN INTORNO”

Settembre 7th, 2014 Riccardo Fucile

“NEL PARTITO MANCANO I LUOGHI DI CONFRONTO”… “IL BLOCCO DEGLI STIPENDI NELLA P.A. E’ UN ERRORE”

«Con Matteo ne avevo anche parlato personalmente ma a questo punto, come dirigente del Pd e come cittadino, ho il dovere di non stare zitto e di prendere pubblicamente posizione: il blocco degli stipendi del pubblico impiego è un errore grande come una casa».
La ricetta di Renzi non funziona, onorevole Boccia?
«Abbiamo l’uomo giusto ma un modello anti-crisi completamente sbagliato».
Sembrerebbe una contraddizione.
«Non lo è. Perchè è la conseguenza, il frutto dei tanti, troppi yes-men che girano attorno al nostro premier. Mancano i luoghi di un confronto, vero. Non basta qualche collegamento in streaming, serve la discussione che dura ore, in maniche di camicia, con lo scontro, quando occorre. Come in questo caso. Che invece è stato affrontato con sorprendente superficialità »
Non si discute nel Pd?
«Va bene il rinnovamento, ma non una sorta di pulizia etnica. A gente come D’Alema. Prodi, Veltroni, Bersani, dovremmo almeno rispetto. Ma il problema è più generale, e a tutti i livelli: o pieghi la testa o finisci emarginato. Guerini e Serracchiani sono in gamba ma non possono arrivare in tutti gli angoli del partito».
E senza dibattito arrivano gli errori del governo?
«Siamo in deflazione già  da un anno, anche se ufficialmente ci siamo entrati solo da un mese. Ma continuiamo con lo stesso andazzo di Berlusconi, Tremonti, Monti e poi anche di Letta, pure se il suo fu un approccio più soft: insomma, tagli lineari dal 2008. Il risultato? Il debito è cresciuto. Ergo, così non va e io non ci sto».
E gli statali, in questo quadro?
«Premesso che ad un insegnante o a un poliziotto non toccherei un euro di stipendio per principio, per il ruolo sociale che svolgono, se gli blocchi gli aumenti scateni un ulteriore corto circuito: non possono più comprare nulla, le aziende non vendono, la disoccupazione galoppa, altro che crescita».
Per Renzi c’è grasso che cola nell’amministrazione.
«A me, piuttosto, piacerebbe tanto sapere che fine hanno fato le privatizzazioni del ministro Padoan a cui il premier ha dato lo stop».
Che cosa propone?
«Un aumento concordato del debito pubblico di trenta miliardi, per ridurre sul serio le tasse. Come con gli 80 euro».
Concordato con l’Europa?
«Sì, ma se la Merkel ci dice di no, noi non molliamo».
Linea in rotta di collisione con quella di Renzi?
«Sulla scelta degli 80 euro mi ci ritrovo in pieno. E chi la critica tanto, si rivolga ad una chiromante e consulti una sfera di cristallo, perchè gli effetti si vedranno solo alla fine del prossimo anno. Su questo a Matteo dico: vai avanti, deciso».
E sulle obiezioni sul resto, Renzi che cosa le ha risposto?
«Faremo. Vedremo. Parleremo. Le stesse risposte che immagino dia anche a tanti altri interlocutori. Alla fine, gli ho scritto una lettera aperta da Chicago, dove adesso mi trovo».
In vacanza?
«Lavoro ad un libro con alcuni economisti dell’Università  dell’Illinois sulla web-tax, la tassazione dei giganti del web. In Italia della legge che ho presentato finora è applicata solo una parte. Quella sull’Iva la bloccò proprio Renzi, rinviandola in sede europea. Aspetto che parta».

Umberto Rosso
(da “La Repubblica”)

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INTERVISTA A FASSINA: “CONTINUERO’ A LAVORARE NEL PD, PER ADESSO…”

Settembre 7th, 2014 Riccardo Fucile

“LA POLITICA ECONOMICA DEL GOVERNO VA NELLA LINEA DI MONTI”…”LA RIFORMA DEL SENATO NON DA’ GARANZIE DEMOCRATICHE”

“Con i tagli e la cancellazione dell’articolo 18 torniamo all’agenda Monti: stagnazione, debito pubblico alle stelle e disoccupazione peggio ancora. Sono preoccupato. Intendo agire nel Pd per cambiare questa situazione, farò il possibile e per ora non ho un piano B”.
Stefano Fassina — quel Fassina chi? dimesso, ai tempi in cui era viceministro del governo Letta, dalla battuta di Renzi — sente addosso tutto il peso di un partito sfuggito di mano sulla via di Pontassieve (residenza di Renzi) verso una terza via, ma pure quarta, che di socialdemocratico e keynesiano per lui ha davvero poco: “Ci sono molti punti da correggere”.
Fassina, oggi sta con Barroso?
Barroso è un disco rotto, farebbe meglio a tacere considerati i risultati economici e sociali ottenuti dalla commissione europea nella sua gestione.
Quindi, sta con Renzi?
Sono molto preoccupato per la legge di stabilità , per le politiche economiche annunciate da questo governo. Vanno nella stessa direzione rigorista di Monti. Dobbiamo fare di tutto per cambiare rotta. E non solo sulle politiche economiche…
Che altro c’è?
La riforma del Senato non dà  garanzie democratiche. Lo spazio di azione del Parlamento, il potere legislativo, non può essere limitato, ma la direzione mi pare quella invece.
… e poi la legge elettorale, per Prodi peggiore addirittura della legge truffa del 1953.
Già , il combinato disposto di tutto questo provocherebbe un deficit democratico preoccupante.
Come intende agire, dal Fassina chi? vi siete più parlati con Renzi? Avete rapporti?
Non sono rancoroso, la considero una storia passata ed è capitato di confrontarci. Mi aspetto molta attenzione da parte sua e da parte del governo. Alcune decisioni vanno riviste.
Se così non sarà , come sembra chiaro dalle intenzioni manifeste di Renzi?
Spero che si riconosca che il Partito democratico ha bisogno di tutti. Per ora lavoro a cambiare le cose, per cercare di eliminare quel deficit democratico e migliorare le politiche economiche. Un piano B non ce l’ho, per adesso.

Giampiero Calapa’

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PADOAN: “REGIA DELLE RIFORME A BRUXELLES”. RENZI DICEVA: “NON E’ LA UE A DIRCI COSA FARE”

Settembre 7th, 2014 Riccardo Fucile

PADOAN SPOSA LA LINEA DRAGHI E SPIEGA IL SUO PATTO PER LA CRESCITA CHE PREVEDE UN RUOLO CENTRALE DELLA UE

La ‘politica’ delle riforme? “Più potere all’Ue”. La ‘realizzazione’ di queste in Italia? “Capacissimi di farle da soli”. Il tempo a disposizione? “Abbastanza”.
Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan sposa in pieno la linea del presidente Bce Mario Draghi (che esattamente un mese fa aveva sostenuto che per i paesi dell’Eurozona “è momento di cedere sovranità  all’Europa”), risponde indirettamente al governatore di Bankitalia Ignazio Visco (“L’Italia non ha tempo sufficiente per fare le riforme”) e sceglie una strada diversa da quella indicata dal capo del governo di cui fa parte.
Perchè Renzi, ad agosto, dopo tre giorni dalla presa di posizione del numero uno della Bce, non esitò a sottolineare che “non è l’Europa che ci deve dire cosa fare”.
Padoan sostiene un concetto diverso, e lo dice dal workshop Ambrosetti di Cernobbio: non certo un posto dove le sue parole potevano passare inosservate.
“Noi faremo la nostra parte e l’Europa farà  la sua” è il pensiero del ministro dell’Economia, le cui tesi per la crescita (che saranno presentate venerdì prossimo all’ Ecofin che si terrà  a Milano) sono state anticipate oggi da sei quotidiani europei (in Italia da La Stampa di Torino).
Nel suo intervento sui giornali, il titolare di via XX Settembre spiega ‘organicamente’ il suo obiettivo e i modi per raggiungerlo.
Una strategia (il patto per la crescita) in tre mosse: ancorare il “fiscal compact” ad un “growth compact”, un patto per la crescita; affidare il “monitoraggio dei livelli di attuazione” delle riforme “sulla base di benchmark puntuali” all’Eurogruppo e all’Ecofin; ripristinare gli investimenti al livello pre-crisi.
Tutto questo per “per evitare di andare verso quello che verrebbe ricordato come ‘il decennio perduto dell’Unione Europea’”.
“Un numero crescente di indicatori ci ricorda che finora non è stato fatto abbastanza”, e il rischio è un “abbassamento permanente del tasso di crescita” scrive il responsabile del Tesoro, secondo cui “adesso dobbiamo quindi fare per la crescita ciò che è stato fatto, sotto la pressione della crisi dei debiti sovrani, per il risanamento dei bilanci pubblici e per l’unione bancaria”, con un patto per la crescita.
Per far questo, a leggere Padoan, è essenziale la “realizzazione delle riforme strutturali“, la cui attuazione “è stata finora insoddisfacente, e questo suggerisce che i Paesi spesso concedono alle riforme strutturali un tributo verbale senza impegnarsi nella loro attuazione”.
Da qui l’idea del “monitoraggio dei livelli di attuazione sulla base di benchmark puntuali” come “attività  ordinaria dell’Eurogruppo e dell’Ecofin”, anche per “includere gli effetti delle riforme sulla crescita futura nel calcolo delle compatibilità  macroeconomiche nazionali” e “fornire esplicitamente alle autorità  nazionali strumenti per contrastare i gruppi di pressione che si oppongono alle riforme strutturali”.
Padoan, in tal senso, paragona Unione Europea ed Eurozona a squadre di calcio che “hanno dedicato molte più energie al rafforzamento della difesa che all’attacco”, dando “priorità  alla stabilità  anzichè alla crescita”, ma — conclude — “nessuna partita si vince giocando soltanto in difesa”.
Questo sui giornali. Poi, a Cernobbio, la risposta a Visco sui tempi delle riforme, la ‘sterzata’ verso la strada tracciata da Mario Draghi, ma senza perder d’occhio il suo premier. Perchè “l’Italia è capacissima di fare le riforme da sola”.
Un concetto ripetuto più volte: per Renzi, per Draghi, per Visco.
Che in un’intervista a Repubblica ha detto che “gli investimenti dipendono anche dallo stato di certezza o incertezza”, che “la Bce ha cambiato passo e ora l’Italia ha poco tempo per trasmettere un disegno organico e fare chiarezza sulle riforme”.

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LA SANTA ALLEANZA DI GUSSAGO, BRANCALEONE-RENZI ALLA GUERRA CON SANCHO PANZA SQUINZI

Settembre 7th, 2014 Riccardo Fucile

IL PREMIER PRENDE A SBERLE IL SALOTTO DI CERNOBBIO: “STO CON CHI LAVORA” E QUINDI ESCLUDE SE STESSO CHE HA VISSUTO SOLO GRAZIE ALLA POLITICA… ATTACCA POI GLI STATALI (“C’È GRASSO CHE COLA”) E I SOLITI “GUFI”

Gussago contro Cernobbio, chi lavora contro quelli che sfruttano il lavoro, chi vuole far ripartire l’Italia contro la burocratja.
Ci sono persino le “riforme fatte con amore”: e qui siamo davvero a un passo da “l’Italia che ama contro quella che odia” di quando c’era lui.
Matteo Renzi, si sa, ha bisogno di un nemico per individuare la sua proposta — e la sua platea — politica: anche se con parole meno novecentesche, ieri ha riproposto la veltroniana “alleanza dei produttori” contro la rendita, i salotti, gli statali, “i gufi”. Messaggio poi diffuso lungo tutta la catena alimentare, tanto che il responsabile economia del Pd, Filippo Taddei, lo ripeteva poche ore dopo: “Ridare dignità  al lavoro attraverso la restituzione fiscale”.
Traduzione di Pier Carlo Padoan: “Dobbiamo fare la spending review essenzialmente per confermare gli 80 euro” e “tagliare il cuneo sulle imprese”.
Matteo Renzi — mentre a Cernobbio sfilavano le grisaglie dell’odiato “capitalismo di relazione” con contorno di AlexisTsipras e Gianroberto Casaleggio — è andato a dichiarare la sua guerra alle Rubinetterie Bresciane di Gussago, Brescia, nuova fabbrica di Aldo Bonomi: “Il Forum Ambrosetti? Io vado da chi s’è rotto la schiena creando settori in cui l’Italia è leader”.
Accanto al premier, non meno simbolicamente, c’è il capo degli industriali Giorgio Squinzi: “Cernobbio è una fiera delle vanità , sono abituato a stare in fabbrica”.
Le truppe, insomma, sono schierate: accanto al governo si installa quel pezzo di impresa italiana che vive di export, avverte meno la crisi e si aspetta dall’esecutivo — in cambio del grazioso appoggio — una riforma del lavoro che in sostanza scardini diritti e contratto nazionale (tradotto: un taglio dei salari reali) da un lato, una più sostanziosa riduzione dell’Irap dall’altro.
E a questo che si riferisce Squinzi dicendo “grazie a chi farà  le cose concrete”.
La Santa Alleanza di Renzi con l’industria esportatrice e quel pezzo di mondo del lavoro che riuscirà  ad attirare ha altri bersagli oltre al malandato “salotto buono” di Cernobbio: l’Europa, gli statali e il sindacato sono gli altri apparati della conservazione, “quelli che dicono che non ce la faremo e sono trent’anni che stanno negli stessi posti”.
Si parte dai tagli: “Vanno fatti anche nella Pubblica amministrazione, che finora non ha fatto sacrifici: c’è troppo grasso che cola”.
Evidentemente sottrarre 20 miliardi in 5 anni ai salari pubblici, bloccare il turn over e un triennio di tagli continui per Renzi non è “fare sacrifici”.
È su questo terreno — in cui spera nel sostegno dell’opinione pubblica più reazionaria, quella cresciuta a “pane e fannulloni” — che il governo s’appresta alla battaglia col sindacato.
È solo il primo atto: i confederali poi dovranno digerire anche il Jobs Act, vale a dire l’unica “riforma strutturale ” (a parte i tagli) che interessa a Bruxelles: “Se facciamo questo — ha detto Padoan — non dovremo chiedere flessibilità : ce la daranno e basta”.     E qui c’è il problema di Renzi: la credibilità  nei confronti di chi dà  le pagelle.
Ieri il premier ha scandito — con tono marziale — che il suo esecutivo “le riforme le farà  costi quel che costi”.
Josè Barroso, ancora per qualche settimana presidente della Commissione Ue, non ne è tanto convinto: “Sino ad ora ci sono stati molti annunci ma ancora nulla di concreto. Questa è la realtà ”, ha messo a verbale proprio da Cernobbio.
Poi, nel caso non fosse chiaro: “Voglio rendere onore a Monti e Letta per le riforme che hanno fatto: ora si completi il percorso”.
Sprezzante il presidente di Generali, Gabriele Galateri: “Un governo ha il 40% di sostegno perchè la gente vuole che faccia le cose oltre a dirlo con entusiasmo e capacità . Le riforme sono impopolari? E il prezzo di fare le cose”.
Ecco, decisamente a palazzo Chigi non si preoccupano delle parole di Galateri e poco gli interessa pure di quelle di Barroso, però hanno individuato un problema: la macchina dei ministeri non è fedele e lo staff di Renzi — che per il premier è tutto il governo — non basta a tenerle testa.
La grande burocratja ministeriale dunque, con cui da mesi è in atto una guerra sorda, è un altro pezzo dell’esercito nemico: forse per questo ieri il Corriere della Sera ha ripescato una notizia sul tema.
Nella legge delega sulla P.a. approvata a giugno, all’articolo 7, è contenuto il rafforzamento dei poteri della presidenza del Consiglio nei confronti dei ministeri: in sostanza la statuizione legale di quella “cabina di regia” che Renzi non riesce ancora a costituire a palazzo Chigi.
Ora, però, arriva l’autunno della Finanziaria, dei tagli, delle riforme ovviamente strutturali: non è il momento di essere gentili.

Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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SI ALLARGA IL FRONTE DELLA PROTESTA SINDACALE

Settembre 7th, 2014 Riccardo Fucile

IN PRIMA FILA IL PUBBLICO IMPIEGO, LA SCUOLA, LE FORZE ARMATE, L’INDUSTRIA E I PENSIONATI

Non sarà  un autunno “caldo” nel senso tradizionale del termine, ma anche se i sindacati non hanno in programma uno sciopero generale, stanno preparando una stagione di mobilitazioni per aprire un dialogo con il governo Renzi, sollecitando un radicale cambio di passo nella politica economica.
Si allunga l’elenco delle categorie pronte a scendere sul piede di guerra: dai pensionati al pubblico impiego che protesta contro la conferma del blocco contrattuale anche per il 2015 – con in prima fila la scuola -, alle forze armate insieme alle forze dell’ordine che sollecitano lo sblocco del tetto salariale, all’industria dove c’è grande preoccupazione per il futuro di migliaia di lavoratori delle aziende oggetto dei 140 tavoli di crisi aperti al Mise
In vista della legge di stabilità , Cgil, Cisl e Uil intendono aprire altri due terreni di confronto con il governo: da luglio sono in corso assemblee che coinvolgono lavoratori e pensionati, a fine mese verrà  varata dagli esecutivi unitari la piattaforma su pensioni e fisco.
Ma il fronte più caldo, per il momento, rimane quello dei dipendenti pubblici. Secondo i calcoli della Cgil, con la proroga del congelamento dei salari pubblici al 2015, i dipendenti subirebbero una perdita da 4.800 euro, 600 per il prossimo anno che si sommano a 4.200 cumulati dal 2010.
Replicando al premier Renzi («nella Pa c’è troppo grasso che cola») Camusso sostiene che «se il grasso che cola sono le retribuzioni dei carabinieri e dei poliziotti non ci capiamo proprio, si sta ancora cercando di trovare la cosa facile per non calpestare una serie di interessi che vanno difesi».
Dal versante della scuola, per il segretario generale della Flc-Cgil, Domenico Pantaleo «non è più rinviabile un’estesa mobilitazione unitaria del pubblico impiego fino allo sciopero generale per rispondere all’ulteriore blocco del contratto nazionale», nella convinzione che si intenda «cancellare il contratto nazionale e rilegificare il rapporto di lavoro nel settore»
Gli stessi toni arrivano dagli altri sindacati.
Deluso dalle scelte del governo il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, ha scritto su twitter che «le forze di polizia e gli statali hanno già  dato. Renzi veda il grasso che cola da evasione fiscale, inefficienze e corruzione», ringraziando il presidente del Senato, Pietro Grasso, «per aver ricordato a Cernobbio l’importanza del dialogo sociale.Chi ha buone orecchie intenda».
Il numero uno della Cisl-Fp, Giovanni Faverin, è «pronto a tutte le forme di mobilitazione».
Dalla Uil, Luigi Angeletti domanda al governo: «Perchè non applica i costi standard già  definiti da anni? Perchè ha rinviato l’accorpamento delle partecipate? Perchè non riduce le stazioni appaltanti? È qui che bisogna reperire le risorse e non nelle tasche dei lavoratori».
Angeletti conclude con un appello: «Una volta tanto vorremmo non ascoltare racconti, ma vedere fatti»
Dalla sinistra Pd, Cesare Damiano sollecita il governo ad aprire un confronto con il sindacato «fermo restando il suo diritto di prendere le decisioni più opportune», lanciando un monito: «Nell’autunno abbiamo da affrontare crescenti problemi occupazionali: non sommiamo uno scontro per mancanza di dialogo preventivo».

Giorgio Pogliotti
Il Sole 24 ore

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RENZI CONTRO I SALOTTI BUONI SOLO A PAROLE, IL CASO TELECOM

Settembre 7th, 2014 Riccardo Fucile

SI SCAGLIA CONTRO I “PRESUNTI CAPITALISTI ITALIANI”, MA IL SUO GOVERNO TENDE LA MANO AI SOLITI NOTI

A parole il premier Matteo Renzi continua a scagliarsi contro il “salotto buono”, quello dei “presunti capitalisti italiani che hanno finto di fare investimenti e invece da trent’anni son sempre loro”.
Ma i fatti dicono invece che non lesina certo aiuto ai salotti della finanza, quelli che girano intorno a Mediobanca e a Rcs, il gruppo editoriale che pubblica il Corriere della Sera.
La contraddizione solleva più di un interrogativo sulla direzione in cui intende muoversi davvero il presidente del Consiglio per far ripartire gli investimenti in Italia: a favore di “qualcuno che arrivi dall’estero con soldi veri” o verso “gli amici degli amici”?
Poco prima di andare in ferie, infatti, il Parlamento ha convertito in legge un provvedimento governativo (il decreto Competitività ) che, fra le altre cose, permette ai signori dei salotti di continuare a comandare in importanti aziende quotate, senza impegnare altri soldi.
Di che si tratta? La norma prevede che, previa modifica dello statuto, le azioni detenute in modo continuativo per almeno 24 mesi avranno voto doppio.
Una manna per i vari azionisti di riferimento di Mediobanca e Rcs ma anche per le fondazioni bancarie che controllano istituti come Intesa SanPaolo e Unicredit, per le quali la norma casca a fagiolo: basta stare fermi per due anni e si rafforza il controllo senza metterci nuovi soldi.
Quanto di meglio si potessero augurare quei “presunti capitalisti”, attaccati a parole da Renzi, dopo che la crisi ha messo in ginocchio piramidi societarie costruite a debito sulla leva finanziaria, o con patti di sindacato e partecipazioni incrociate.
E non c’è da stupirsi, visto che nella redazione delle norme in questione il governo ha scelto di farsi affiancare da tecnici da sempre vicini ai salotti buoni.
A parte l’ex commissario Consob Luca Enriques, infatti, nella triade di esperti chiamati a coadiuvare il Tesoro c’erano Piergaetano Marchetti, storico notaio del patto di sindacato della banca che fu di Enrico Cuccia e già  presidente di Rcs, e Andrea Zoppini, altro storico consulente di Mediobanca nonchè sottosegretario alla Giustizia nel governo Monti, costretto poi a dimettersi per una vicenda di frode fiscale in cui erano stati coinvolti i suoi clienti.
D’altra parte i salotti buoni, dopo gli scossoni degli anni passati, stanno provando a riconquistare qualche spazio. Mediobanca è stata infatti in prima linea nell’assistere Telecom, di cui è azionista, nella trattativa per l’acquisizione di Gvt, operatore brasiliano di telecomunicazioni controllato dal gruppo francese Vivendi. Il cui presidente e primo azionista è quel Vincent Bollorè, socio della stessa Mediobanca con una quota del 7%, secondo dopo Unicredit.
Una partita in cui Telecom è entrata a gamba tesa cercando di scalzare Telefonica, che di Telecom è peraltro azionista, assieme alla stessa Mediobanca.
Un coacervo di legami azionari e potenziali conflitti di interessi, che non sono certo una novità  nei salotti buoni presi a male parole da Renzi.
La gara è stata poi vinta da Telefonica, previo rialzo dell’offerta da 6,7 a 7,45 miliardi di euro, più la disponibilità  a cedere il suo pacchetto detenuto in Telecom (8,3%).
E così Mediobanca, il campione dei “totem” dei poteri finanziari che Renzi vuole abbattere (a parole), si ritrova ancora una volta a decidere le sorti quella che è una delle più grandi società  italiane, nonchè prima per investimenti (9 miliardi quelli programmati in Italia nel periodo 2014 ­2016).
E a gestire il quarto cambio degli assetti proprietari dell’ex monopolista telefonico nell’arco di quasi tre lustri.
Senza considerare che da qualche giorno è tornata a circolare l’ipotesi di un accrocchio Telecom — Mediaset.
Un’occasione per ridare un po’ di pepe alle prospettive del gruppo della famiglia Berlusconi, che via Fininvest è azionista (2%) e anche debitrice di Mediobanca.
Trattandosi di telecomunicazioni, e dunque di un’attività  che è stata definita strategica per legge, il governo ha il potere (e il dovere) di dire la sua.
Chissà  che cosa s’inventerà  Renzi, stavolta. Il rischio è che l’aria nuova che vorrebbe fare entrare spalancando le finestre — cioè l’investitore straniero — coincida con l’aria stantia che da molti anni si respira in Piazzetta Cuccia.

Roberto Genuardi
(da “il Fatto Quotidiano”)

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