Settembre 23rd, 2017 Riccardo Fucile
MUSUMECI 37%, CANCELLERI 29%, MICARI 28%, FAVA 4%
Il sondaggio di Nicola Piepoli pubblicato oggi sulla Stampa riguardo le elezioni in Sicilia incorona
Nello Musumeci, esponente del centrodestra, nella corsa per il governatore dell’isola e vede la coalizione di Berlusconi in vantaggio nel computo totale dei voti, staccando M5S e centrosinistra.
Rispetto ad altri dati e numeri, quello di Piepoli però dà una grossa mano a Fabrizio Micari che viene dato al 28%, ovvero a un passo da Giancarlo Cancelleri, mentre a Claudio Fava si attribuisce uno scarso 4%.
Molto alta ancora la percentuale di Non so, che dovrebbe rispecchiare quella degli indecisi.
Piepoli spiega sulla Stampa che sfuggono al sondaggio due variabili: la prima è il peso del voto di scambio; la seconda è il peso dei voti di preferenza assegnati dagli elettori siciliani ai singoli candidati all’assemblea regionale.
Più sono le liste collegate a un candidato più questo ha probabilità di raccogliere maggiori consensi.
I risultati di un sondaggio condotto da Index Research per Piazza Pulita, la trasmissione di La7, in merito alle intenzioni di voto per le Regionali del 5 novembre danno invece il centrodestra con Nello Musumeci al 36%, seguito dal Movimento cinque stelle con Giancarlo Cancelleri al 30.
Terza piazza per Claudio Fava, della coalizione composta da Mdp, Sinistra italiana e altre forze di sinistra, con il 16 per cento. Quarto Fabrizio Micari, sostenuto da Pd e Ap, con il 15 per cento.
(da agenzie)
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Settembre 23rd, 2017 Riccardo Fucile
RISOLTO IL GIALLO: IL SINDACO AVEVA NEGATO DI AVER RICEVUTO LA APP, LA PRITEZIONE CIVILE CONFERMAVA… POI E’ SPUNTATA LA DICHIARAZIONE DI CONSEGNA FIRMATA DA NOGARIN
Filippo Nogarin ha ammesso di aver dimenticato di usare l’app per l’allerta meteo predisposta dalla Regione Toscana e consegnatagli da Luca Soriani, funzionario della Protezione Civile del Comune di Livorno.
Nogarin in precedenza aveva dichiarato al Tirreno di non aver mai ricevuto le credenziali per l’accesso. Ieri ha ammesso di aver ricevuto tutto a suo tempo ma di essersene dimenticato.
Come ricostruisce puntualmente oggi Il Tirreno, dal suo ufficio è poi spuntata la dichiarazione di avvenuta consegna del manuale utente e delle credenziali di accesso del Centro Funzionale Regionale Toscana, firmata dal sindaco il 9 dicembre 2016.
La questione dell’app non è al centro della vicenda dell’alluvione a Livorno: il suo utilizzo non avrebbe sicuramente salvato nessuno.
Ma la contrapposizione tra sindaco e Protezione Civile non fa bene a nessuno, soprattutto in caso di emergenza. Nell’occasione Soriani non è quindi colpevole di nessuna dimenticanza.
L’articolo del Tirreno sulle prime versioni di Nogarin
Il 15 settembre scorso durante la conferenza stampa con il governatore Enrico Rossi la protezione civile aveva spiegato a cosa servisse la app del Centro Funzionale Regionale, che fa scattare sul telefonino una sirena ogni volta che i pluviometri e gli idrometri misurano un livello di guardia superato. E l’allarme, con relativa sirena riprodotta dalla app, risulta essere scattato — sempre secondo quanto riferito dagli ingegneri del Cfr — alle 21. 39 di sabato 9 settembre e poi altre volte durante il diluvio che ha provocato morti e devastazioni. Ma Filippo Nogarin la sirena non l’ha mai sentita, perchè non si era “loggato” e quindi la sua app non era attiva.
Nogarin nell’occasione disse di aver scaricato soltanto quel giorno la App e anche di non aver ricevuto nessuna busta con credenziali per l’account: «Non ho mai ricevuto nessuna busta contenente le credenziali per accedere all’account, nè ho mai partecipato a nessuna presentazione ufficiale, se non nel mondo dei sogni della Regione. Ma se anche avessero fatto la presentazione, perchè non avvertirmi? Insomma, non inviate la solita mail, una delle 1500 che ricevo ogni giorno. Se è una cosa a tutela dei cittadini, alzate il telefono. Chiamatemi».
Invece era andata diversamente.
Come ricostruito dal quotidiano di Livorno, Soriani aveva confermato di aver consegnato alla segreteria del sindaco la App e smentito il sindaco. Alla fine aveva ragione lui.
(da “NextQuotidiano“)
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Settembre 23rd, 2017 Riccardo Fucile
IN MOLTI PRONTI AD ANDARSENE DOPO IL PLEBISCITO PER DI MAIO, MA ALLE PAROLE SEGUIRANNO I FATTI?
Il Messaggero in un articolo a firma di Stefania Piras racconta oggi che il plebiscito per Luigi Di
Maio candidato premier potrebbe spingere alcuni degli ortodossi a lasciare il MoVimento 5 Stelle.
I nomi che fa il Messaggero però sono tutti di personalità che non sembrano avere alcuna volontà di lasciare i 5 Stelle:
Il senatore Nicola Morra ha il navigatore impostato verso la festa nazionale del M5S. E ci va per riportare il segnale gps movimentista che secondo lui si è perso, impazzito dietro un cammino innovativo,“governativo”.
Lui, Roberto Fico, Carlo Sibilia, Luigi Gallo, Vega Colonnese, Paola Nugnes sono rimasti soli a guidare il dissenso.
Lo stesso smarrimento è di Giuseppe Brescia, che guida la commissione per l’accoglienza dei migranti che da quando c’è stata la svolta sulle ong-taxi non ha più toccato palla.
C’è Andrea Coletti, sempre stato critico con la visibilità mediatica drogata di cui hanno goduto solo alcuni nel M5S.
C’è pure Roberta Lombardi, che tenterà la via della Regione Lazio rinunciando alla disputa per un nuovo giro in Parlamento.
Roberto Fico è a Rimini ma è come se non ci fosse. Era indeciso fino all’ultimo se partire, non partire, parlare o non parlare per niente. Alla fine non ha inviato la sua conferma agli organizzatori e il suo intervento previsto per domani è saltato.
Secondo il quotidiano Roberto Fico, che ieri non è salito sul palco di Rimini per sua scelta, è quello più determinato all’addio. Ma nella lista degli scontenti c’è anche il senatore Luigi Gallo
La strategia del silenzio pagherà , pensano i suoi che nel giro delle ultime 72 ore lo hanno visto furioso, poi basito, e ancora sconfortato dalla distanza abissale che si è frapposta tra lui e Beppe Grillo. Il suo silenzio è già valutato a peso d’oro visto che non è rimasto indifferente agli inviti delle feste degli altri, quelli di Mdp che muoiono dalla voglia di scoprire di che pasta è fatta questa ala ortodossa, cosiddetta “di sinistra”.
Gli altri parlamentari, ormai ex ortodossi, hanno vissuto questa fase in pieno anonimato, ovvero votando Luigi Di Maio candidato premier e poi, subito dopo il clic, hanno sfogato i tic.
La paura che il Movimento stia diventando qualcosa d’altro, che si stia appiattendo sulla figura del vicepresidente della Camera che gioco forza avrà un potere prima impensabile. «E se Grillo lascia il ruolo di capo politico non sarà indolore», dice Morra che boccia tutto l’iter di selezione del candidato premier, a partire dalle autocandidature: «Si doveva partire da un identikit, dai requisiti che deve avere il nostro candidato, dal cosa e non dal chi».
Il comunicato politico numero 45, gli ortodossi lo conoscono bene è ormai diventato anacronistico. In un ultimo spasmo di protesta il deputato Gallo lo pubblica sui social. E’ quello che parla dei portavoce M5S che non sono peones guidati da un leader. «L’ho scritto per ricordare a tutti noi cosa siamo. Con queste parole noi tutti abbiamo deciso di candidarci ed essere portavoce di un programma e dei cittadini. Questa è la nostra direzione, questo è il nostro obiettivo. Sono le nostre parole guerriere».
(da “NextQuotidiano”)
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Settembre 23rd, 2017 Riccardo Fucile
I RISULTATI DEL SONDAGGIO SWG PUBBLICATI DAL MESSAGGERO
Il Messaggero pubblica oggi i risultati di un sondaggio di SWG sulle primarie per il candidato premier del MoVimento 5 Stelle, dai quali si evince che un terzo degli elettori grillini non ritiene credibili le primarie con il candidato Luigi Di Maio e i sette nani.
Spiega Enzo Risso, direttore scientifico di SWG:
Solo il 21% degli italiani, infatti, ritiene le primarie di questo partito credibili, mentre il 68% boccia il modello telematico d’incoronazione del candidato premier.
Tra gli elettori grillini il dato s’inverte, ma non mancano ombre e critiche.
Per la maggioranza della base elettorale (63%) le primarie sono attendibili (anche se il «molto credibili» si ferma al 25%), mentre emerge un discreto zoccolo critico pari al 35%.
A generare fastidi e perplessità sono, innanzitutto, due fattori: il metodo telematico (criticato dal 36% degli elettori grillini) e la composizione della rosa dei potenziali candidati (32% di critici).
In entrambi i casi, la strada imboccata dal movimento è apparsa, a un terzo di elettori pentastellati, inadeguata a rappresentare le diverse anime del movimento.
I segnali che emergono dalle primarie, spiega SWG confermano il quadro che, negli ultimi mesi, si è andato delineando intorno ai Cinquestelle: stallo nei consensi (da tempo tra il 26% e il 28%) e sottile deperimento dell’immagine (solo il 14% degli italiani ha migliorato il proprio giudizio su M5s, mentre il 46% lo ha peggiorato).
(da “NextQuotidiano”)
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Settembre 23rd, 2017 Riccardo Fucile
GRILLO SMENTISCE, MA VEDIAMO COME STANNO LE COSE
Rogue0, uno dei due hacker che la scorsa estate hanno mostrato le falle di sicurezza di Rousseau,
ieri sera su Twitter ha scritto di aver votato varie volte durante la consultazione sul candidati premier.
I messaggi, chiaramente una presa in giro nei confronti del MoVimento 5 Stelle, cominciano con un “Luigi Di Maio ha già vinto, ve lo assicurano decine di miei voti certificati”.
Poi Rogue0 ha postato la scheda di quello che sembra un utente di Rousseau, ovvero Antonio Marcheselli, del quale pubblica la schermata di invito al voto
Poi Rogue0 passa all’account chiamato Massimo Ferrari: E a quello di Davide Gatto.
Infine, rispondendo all’utente Carlo Gubitosa, Rogue0 dice che la password non basta perchè “i geni alla Casaleggio hanno messo una misura di sicurezza inviolabile per la sicurezza TOTALE del voto: l’SMS. LOL”.
Dalle foto pubblicate non vi è alcuna certezza che l’hacker abbia effettivamente votato: se le immagini sono vere, potrebbe essersi soltanto loggato; oppure le foto potrebbero essere semplicemente frutto di un fotomontaggio.
Tra i commenti su Twitter c’è però chi fa notare che tre voti non spostano il risultato (ma il punto in realtà è un altro: il fatto che un utente con account “verificato” sia in realtà un’altra persona: se succede per tre account è possibile per quanti?).
In questo tweet in alto a destra nella foto si vede che l’account è quello di Davide Gatto e sembra proprio che sia stata scattata DOPO il voto su Rousseau
Per quanto riguarda gli account, c’è un Antonio Marcheselli che è un commentatore certificato del blog di Grillo (risiederebbe a Signa in provincia di Firenze).
Non ci sono risultati per Massimo Ferrari sul blog di Grillo anche se su Facebook c’è invece un account che risulta essere un tifoso acceso del M5S e ha pubblicato anche l’invito al voto di Rousseau per il candidato premier.
Davide Gatto invece è il nome di un attivista del MoVimento 5 Stelle che risiede in Campania. Su Facebook lui risulta essere un sostenitore di Luigi Di Maio — sempre che non si tratti di un’omonimia — ma non si lamenta di non aver potuto votare nè segnala stranezze nel voto pubblicamente.
Il 4 agosto scorso Rogue0 aveva pubblicato i risultati di un’intrusione nel database poi sostanzialmente confermata dalla Casaleggio Associati.
Nella prima schermata pubblicata dall’hacker c’era un database in cui erano presenti nomi, cognomi, città e indirizzi mail di attivisti che avevano fatto una donazione a Rousseau. Veniva indicato, inoltre, anche l’importo e il metodo di pagamento.
Il post pubblicato su Zerobin
«Non è il sistema a essere stato compromesso», ci diceva all’epoca un esperto del settore «ma soltanto il contenuto del database». L’hacker avrebbe sfruttato una vulnerabilità conosciutissima di MySql. Nel secondo post c’era un elenco di nomi, mail e metodi di pagamento mentre nel terzo, introdotto con un “così si controllano le votazioni” erano presenti i dati di alcuni eletti a 5 Stelle come Vito Crimi.
La Casaleggio non ha fatto sapere se un ente terzo abbia certificato il voto per il candidato premier del MoVimento 5 Stelle (il che è grave)
L’unica cosa che si sa è che i risultati sono custoditi da un notaio.
(da “NextQuotidiano“)
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Settembre 23rd, 2017 Riccardo Fucile
SAVIANO STRONCA LA CORSA ALLA PREMIERSHIP: “PIU’ CHE POLITICA DAL BASSO SEMBRA L’EVOLUZIONE DEL CONFLITTO DI INTERESSI”
Qualche giorno fa, fuori tempo massimo e senza averne i requisiti, mi sono candidato attraverso un post sulla mia pagina Facebook alla guida del Movimento 5 Stelle.
Le reazioni sono state le più disparate, ma la cosa che mi ha davvero impressionato sono stati gli ultrà del Movimento che hanno commentato il mio post.
Nessuno – e dico nessuno – ha sollevato obiezioni di natura politica.
La maggior parte mi scriveva che non potevo candidarmi “perchè non avevo i requisiti”. Incredibile, i sostenitori di un movimento che ha cambiato continuamente le regole cardinali della propria struttura, senza fare autocritica e senza fornire spiegazioni (conseguenti magari all’inevitabile incontro/scontro con la realtà ), si aggrappavano ai requisiti e alla loro mancanza.
Quindi il paradosso: da un lato una inflessibilità di facciata che sa di indottrinamento, dall’altro una fisiologica “flessibilità ” sulle regole, diretta conseguenza dell’assenza di uno Statuto che abbia alla base valori politici.
E questa assenza sta divorando il Movimento dal suo interno. Qui non si tratta di comporre requiem perchè è evidente che quel partito noto a tutti con il nome di M5S gode di ottima salute. Mi sto solo interrogando su questo: cosa è rimasto del Movimento 5 Stelle nel Movimento 5 Stelle?ù
Quando penso alle prossime elezioni politiche mi viene in mente un detto che suona più o meno così: “Vediamo di che morte dobbiamo morire”. E a “morire” non saremo solo noi, a “morire” sarà soprattutto quell’idea di politica nuova, che in teoria nulla ha a che vedere con compromessi e alleanze di necessità .
Eh sì, perchè anche il M5S, se vorrà governare, dovrà invece scendere a patti.
Qualche giorno fa si è celebrato l’anniversario del primo V-day.
Ricordo solo una cosa di quella giornata e delle analisi che la seguirono: le persone in piazza appartenevano alla classe media, con un buon livello di istruzione. Erano giovani, ma non giovanissimi. Erano tutti outsider, persone in gamba, sfiancate da anni di berlusconismo e da una opposizione incapace di rappresentare quel malessere. Erano persone che non riuscivano più a votare, che non pensavano neanche lontanamente di fare politica, perchè a scoraggiarli erano i ras e capetti locali, rimasti a presidiare quello che restava della partecipazione politica.
C’era la parte migliore del Paese in piazza a Bologna nel 2007?
Non lo so, ed è inutile stabilirlo oggi. Quel che è certo è che, a distanza di dieci anni, la fiammata iniziale si è spenta per lasciare spazio ad altro. A molto altro, in verità , perchè se arrivi al 30% dei consensi, allarghi la base elettorale in maniera esponenziale e, forse, non sei più in grado di riconoscere le categorie – sociali, economiche, generazionali – delle quali sei rappresentativo.
Sono però abbastanza certo che chi aveva provato entusiasmo per le parole d’ordine di democrazia dal basso, orizzontale, di lotta alle vecchie dinamiche di partito è scappato da tempo dal Movimento per rifugiarsi ancora una volta nel non voto, per coltivare il proprio privato alla ricerca di una felicità individuale.
Gianroberto Casaleggio era un consulente.
Al momento del V-day, la Casaleggio Associati non si occupava solo di gestire il blog di Beppe Grillo, ma anche della comunicazione politica e delle strategie di partito per Antonio Di Pietro.
La candidatura di Luigi de Magistris nell’Italia dei Valori alle Europee fu una sua idea. Casaleggio era anche socio, assieme a Beppe Grillo, con il commercialista Enrico Nadasi e Enrico Grillo, nipote di Beppe, dell’associazione Movimento 5 Stelle, proprietaria del simbolo del Movimento, un elemento cruciale.
Pensiamo a come gli eredi della Democrazia Cristiana hanno battagliato negli anni per la proprietà del simbolo (che poi, dopo Tangentopoli, non aveva tutto questo appeal); o a Marco Pannella, che donò il simbolo del “Sole che Ride” al movimento ambientalista.
Cosa comporta la proprietà del simbolo? Che, pena l’espulsione, nessuno all’interno del Movimento può prendere decisioni in autonomia e che la proprietà del simbolo decide la linea del Movimento in maniera insindacabile.
Grillo è garante e chiede fiducia per sè e per le proprie decisioni: allora chi viene eletto nel Movimento che ruolo ha?
E ancora: chi decide l’idoneità di una candidatura anche dopo il cosiddetto voto popolare attraverso la piattaforma Rousseau di proprietà di Davide Casaleggio?
La parola finale spetta sempre ai garanti, in barba al voto orizzontale, all’uno vale uno. Ma come mai, viene da chiedersi, Grillo e Casaleggio junior dell’organizzazione che loro stessi hanno dato al Movimento non si fidano più?
Perchè dove manca una caratterizzazione politica può entrare di tutto. Il vuoto può essere riempito da qualunque cosa.
Faccio un esempio che ciascuno può comprendere.
L’unica significativa esperienza di governo del Movimento 5 Stelle dalla sua fondazione è l’amministrazione capitolina, ed è un caso di scuola di infiltrazione e quindi di commissariamento (della sindaca Raggi) da parte della associazione che gestisce il simbolo.
Raggi non decide nulla, poichè per i vertici del Movimento è diretta emanazione di altri ambienti politici: questa è la realtà dei fatti, ed è grave per una città tanto grande quanto i suoi problemi giustificare la catastrofe con l’eredità del passato.
È evidente il peso della devastazione precedente, ma allora che senso ha avuto proporsi come alternativa di governo?
Ma veniamo al punto cruciale di questa mia riflessione che dimostra come la condizione attuale del M5S, al di là delle mistificazioni di facciata, sia sul piano del metodo e della pratica politica in perfetta continuità con quanto l’Italia ha vissuto negli ultimi decenni.
Silvio Berlusconi dal nulla fondò un partito politico che alle europee del 1994 veleggiava al 30% e lo fece utilizzando la sua struttura aziendale: il partito personale, il partito azienda. Il Movimento 5 Stelle oggi è una evoluzione di quella patologia, perchè al di là dei proclami sulla politica dal basso e sull’assenza di personalismi, è il primo caso di un’entità politica gestita da associazioni riconducibili a singoli e da srl che pretendono fiducia incondizionata. Il caso Cassimatis lo conferma.
I leader del Movimento, quelli che hanno consolidato la propria immagine nel corso di questi anni, non sono che figuranti destinati a diventare figurine qualora dovessero accettare il vincolo di mandato che, al di là delle motivazioni di facciata, e cioè di preservare la fedeltà nei confronti degli elettori, genererebbe un mostro: il controllo da parte di associazioni e di srl riconducibili a Beppe Grillo e a Davide Casaleggio di istituzioni pubbliche.
A proposito, vado interrogandomi da qualche giorno su una questione: ma quando, tra cento anni, Davide Casaleggio e Beppe Grillo decideranno di trasferirsi nella costellazione Gaia, chi erediterà le redini del Movimento 5 Stelle: figli, nipoti, zie? Nemmeno Berlusconi potè tanto: basti pensare che quando si ventilò l’ipotesi che Marina Berlusconi potesse succedere al padre, dalla coalizione di centro- destra si levarono voci più che critiche. Oggi dal conflitto di interessi siamo a un passo dal cadere nella privatizzazione della democrazia.
È, questo, un punto di non ritorno e i figuranti, gli ospiti fissi dei salotti televisivi sanno di non potersi più fermare a riflettere su cosa sia accaduto a loro e al Movimento, e probabilmente non hanno nemmeno gli strumenti per farlo.
Voglio essere facile profeta: i Di Maio, i Di Battista, i Toninelli saranno per sempre “politici”, nella declinazione dispregiativa che del termine hanno dato loro stessi, perchè dalla visibilità provata, dalla sensazione di riuscire a raggiungere il potere – pure se di facciata – non si torna indietro.
Altro che due mandati. Oggi l’unica parola d’ordine rimasta a disposizione del Movimento è che gli altri sono peggio.
Accettiamo retoricamente l’argomentazione, ma poi? Chi ha creduto in questo vento nuovo lo ha fatto per sentirsi dire, di fronte a errori, fallimenti e contraddizioni che “gli altri sono peggio”? Lo si sapeva già . E oltre questo? Cosa rimane, qual è l’orizzonte politico?
In queste ore il Movimento è riunito a Rimini per festeggiare la partenza della campagna per le politiche dell’anno prossimo. Io vedo invece la formalizzazione del fallimento di tutte le premesse.
Da domani il Movimento non avrà più un portavoce, ma un leader. Un capo che rimarrà comunque solo un figurante, incapace sul piano politico e culturale di opporre alcunchè al dominio del dedalo di associazioni e di srl che peraltro non hanno neanche lontanamente intenzione di rinunciare ai loro altri clienti e che cambiano le regole a loro capriccio chiedendo atti di fede.
Perchè solo un atto di fede può far digerire in Sicilia (proprio in Sicilia!), dopo anni in cui si è professato il rispetto di legalità e magistratura, una candidatura che un tribunale ha dichiarato illegittima.
Gli altri saranno peggio, ma il Movimento dimostra di seguirne i passi con disinvoltura coprendosi, peraltro, di ridicolo perchè il pasticcio siciliano è conseguenza della necessità di far credere che le decisioni nel Movimento siano sempre prese dal basso.
E intanto, Silvio Berlusconi…
Roberto Saviano
(da “La Repubblica”)
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Settembre 22nd, 2017 Riccardo Fucile
IL DIKTAT DEL CAPOCOMICO: “PUOI PARLARE SOLO DELLA RAI”… LA REPLICA: “ALLORA NON PARLO PER NULLA”… LE VOTAZIONI SONO STATE UN FLOP: TRA 60.000 E 70.000 VOTANTI, MENO DEGLI 87.216 DEI VOTANTI SUL NON STATUTO
Roberto Fico può parlare, ma solo di telecomunicazioni. A queste condizioni in mattinata, a poche
ore dall’inizio di Italia 5 Stelle, Beppe Grillo, dopo le tensioni degli ultimi giorni, ha deciso di allargare agli ortodossi il palco della kermesse di Rimini con l’impegno di non esagerare nei toni.
E infatti il pugno duro di Beppe Grillo e Davide Casaleggio nei confronti degli scettici e dei dissenzienti rispetto all’investitura di Luigi Di Maio è rimasto intatto.
Non vuole deviazioni dal tema, il fondatore del Movimento sempre più convinto del passo indietro a favore di Luigi Di Maio: “Resto il papà di tutti, ma spazio ai trentenni e ai quarantenni”
Roberto Fico, da giorni in silenzio, decide di non stare alle condizioni dettate da Grillo non condividendo la scelta di incoronare Di Maio nuovo capo politico.
Ed è così che all’apertura delle porte della kermesse il presidente della commissione di Vigilanza Rai non compare più nella scaletta, modificata rispetto a quella della mattina.
Al suo posto ci sono Mirella Luizzi e Gianluca Castaldi. Dal canto suo il leader M5s non ha fatto nulla per convincerlo.
Anzi, irritato dal fatto che nei giorni della sua permanenza a Roma Fico non sia andato a parlargli di persona, la rottura tra due al momento sembrerebbe totale.
E dunque il palco diventa off limits per il leader degli ortodossi.
Resterebbe in programma il suo intervento al villaggio Rousseau nella sezione riguardante l’interazione con gli attivisti. Ma il condizionale, dato lo scontro che si sta consumando in queste ore, è d’obbligo.
Gli interventi dal palco grande in tutto saranno una cinquantina nei tre giorni di kermesse riminese. Divisi in quelli che chiamano slot. Vale a dire temi. Nessuno dell’ala che fa capo a Fico potrà approfittare della scena per lanciare qualche frecciata contro la svolta moderata di M5S e contro il passaggio di consegne di tutti i poteri a Di Maio.
Sulla cui investitura piena Grillo non intende fare passi indietro pur trattandosi di una vittoria dimezzata considerato il basso numero dei votanti. Tanto è vero che in un post sul blog il leader scrive: “La partecipazione” alle primarie online su Rousseau “è stata tra le migliori di sempre”.
Parole che sembrano nascondere un obiettivo fallito: quello di superare il record di 87.216 click raggiunto con il voto, nel settembre dell’anno scorso, sulle modifiche del Non Statuto.
La quota 100mila votanti (gli iscritti sono circa 140mila) sembra essere quindi lontana, anzi pare si sia fermata tra i 60mila e i 70mila votanti.
Eppure in un tweet Grillo cita Gaber: “La libertà è partecipazione”. E poi ancora attacca i giornalisti: “La notizia è che non c’erano correnti che si confrontavano, ma persone che si proponevano”. Sui voto rallentato slittato di un giorno aggiunge: “La nostra casa era difesa come una fortezza”, sottolinea il blog raccontando di aver “notato tentativi di attacchi” hacker che, però “sono stati respinti”. Le tracce di tali attacchi “saranno identificate dalla nostre telecamere di sicurezza virtuali” e saranno “prontamente girate alla polizia postale”.
Di questo parlerà il leader M5s quando durante la kermesse si ritaglierà come sempre la parte del mattatore, che sale sul palco, scende, risale, collega fra di loro i vari interventi, canticchia e così via. Vorrà mostrare di esserci, esattamente come sempre. Deve rassicurare la base.
Sotto al palco ci sarà appunto la base, cioè tutti quegli attivisti che inevitabilmente entreranno in contatto sia con l’ala govenista del partito sia con chi è rimasto movimentista. Una base a tratti stufa dei litigi da nomenclatura.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 22nd, 2017 Riccardo Fucile
LA NATURA AUTOREFERENZIALE DEL M5S NON CONCEDE DEVIAZIONI, I CONFINI SONO SEGNATI DAI CAPI AZIENDA
Si coglie una fatale legge del contrappasso in queste primarie del Movimento 5Stelle. In un giorno i grillini sono riusciti a smontare i miti su cui hanno costruito il loro successo. L’idea che il “sol dell’avvenire” potesse sorgere solo sul web si è sciolta nelle inefficienze della famosa piattaforma Rousseau.
Quel sistema vagheggiato come se potesse essere la nuova frontiera della politica si è inceppato alla prima prova concreta.
Come un burocratico ministro dell’Interno incapace di organizzare anche i tradizionali seggi elettorali, il blog di Beppe Grillo ha dovuto annunciare che per motivi tecnici le operazioni di voto per scegliere il candidato premier – ossia Luigi Di Maio – si sarebbero protratte di altre diciassette ore.
È evidente che i disguidi pratici non rappresentano il deficit più autentico del M5S. Il cuore delle incongruenze grilline trova origine nei proclami fideistici verso la democrazia di internet. E in un’interpretazione sbrigativa dei pilastri della rappresentanza politica.
Meno di cinque mesi fa, proprio il leader del Movimento 5Stelle aveva solennemente annunciato: “Grazie alla tecnologia oggi è possibile votare online, un sistema molto più comodo rispetto a quello dei seggi fisici”.
E scagliandosi contro la “antistorica” scheda cartacea aveva puntato l’indice contro gli avversari: “Per questo non è stato fatto nessun passo in avanti per semplificare la burocrazia”. Ma la rete non è un demiurgo che tutto risolve. La tecnologia, se applicata alle istituzioni, può funzionare solo se guidata da principi e ideali.
Dinanzi a queste mancanze, l’incapacità di mettere a punto un normale sistema di consultazione degli iscritti è solo una parte del problema. Queste primarie farsesche ripropongono infatti il nucleo più profondo della questione grillina: la loro idea di democrazia.
Un tema che i vertici del Movimento 5Stelle ignorano deliberatamente. Lo considerano un orpello, una scusa per frenare la loro ascesa. Per i pentastellati, tutto è semplice.
O meglio tutto può essere banalizzato e non deve essere complicato da inutili sovrastrutture o procedure. La loro epica del web, del resto, si pone un obiettivo primario: semplificare anche ciò che è naturalmente complesso. E in questa semplificazione si perdono troppo spesso i caratteri genetici di ogni democrazia. La trasformano in una mistificazione.
Le primarie hanno mostrato con evidenza i segni di questa degerazione. Una manifestazione che si è sviluppata su due piani diversi.
Quello tecnico, appunto, e quello politico. Due profili separati ma che inevitabilmente si intersecano.
Il ritardo “tecnico” con cui si è votato, infatti, ha posto il problema di ogni elezione: con quali garanzie si vota. Se un sistema tecnologico si blocca, funziona male. Chi ha espresso la sua preferenza, dunque, non ha alcuna certezza che quell’indicazione sia stata rispettata. Il diritto alla trasparenza che ogni elettore dovrebbe avere è stato palesemente violato.
Per un movimento che invocava ogni scelta in streaming è davvero il colmo far votare i suoi iscritti e poi tenere nascosti i risultati per 48 ore. In quale democrazia accade una cosa del genere?
Perchè la “comodità ” del voto online non si traduce in una immediata comunicazione dei risultati? Quali assicurazioni – ad esempio di segretezza ed integrità del voto – può fornire un sistema che si inceppa perchè in troppi vanno a votare e gli scrutatori si conservano le schede “virtuali” per due giorni?
Tenendo presente che gli aventi diritto non erano una folla sterminata ma solo 140 mila tesserati.
Il secondo profilo è ancora più preoccupante. Costituisce il nucleo delle contraddizioni pentastellate.
Una competizione in cui figura un solo vero concorrente, non è mai regolare. In quel caso le elezioni assumono altre denominazioni: indicazione, imposizione, plebiscito. Di Maio, quando finalmente sarà proclamato il vincitore di questa “corsa”, non potrà definirsi un “eletto”.
È stato scelto e imposto da Beppe Grillo e Davide Casaleggio. Queste non sono primarie ma una specie di congresso a candidatura unica.
Senza contradditorio, senza concorrenza, senza politica. Più simili alle acclamazioni con cui venivano “selezionati” i capi dei partiti comunisti dell’est Europa prima della caduta del Muro di Berlino che alla votazione di un moderno e occidentale soggetto politico.
Il risultato è appunto il simulacro di un modello democratico.
Del resto solo pochi mesi fa, dinanzi allo scontro che si è consumato in Liguria all’interno del Movimento 5Stelle, Grillo ha compiuto la sua scelta e imposto il suo candidato con una giustificazione che non ha nulla che vedere con la democrazia: “Fidatevi di me”.
Anche stavolta l’ex comico ha detto ai suoi sostenitori: “Fidatevi di me” e votate Di Maio. L’unica fonte battesimale è la sua.
Probabilmente l’M5S non può che funzionare così.
Il capo ordina e gli attendenti seguono.
La natura autoreferenziale e integralista del Movimento non permette aperture, non concede deviazioni.
Tutto deve essere giocato dentro i confini segnati dall’ex comico e da Casaleggio. E in questo quadro la prima condizione da evitare è la contendibilità del vertice. Una leadership estranea al grillismo non è autorizzata.
Il confronto, anche aspro, non è ammesso. Agli iscritti è consentita solo una democrazia formale, privata dei suoi nervi vitali.
Per il gruppo pentastellato, evidentemente questa non è solo la prova del nove per vincere le prossime elezioni politiche. È qualcosa di più. Tutto viene vissuto come se fosse la sfida finale. La prima e ultima occasione per scalzare i partiti tradizionali e salire le scale di Palazzo Chigi. Convincere ora di poter essere il governo degli italiani perchè in caso di sconfitta, il Movimento non sarebbe più in grado di reggere un’altra stagione all’opposizione. Una partita del genere si gioca chiudendo tutta la squadra nelle ferree regole del grillismo e certo non aprendola.
“I partiti politici, essenziali per i sistemi democratici forti – scriveva tre giorni fa Moises Naim sul New York Times – , sono una specie in pericolo. Le democrazie hanno bisogno dei partiti politici. Abbiamo bisogno di organizzazioni in grado di rappresentare interessi e punti di vista diversi”.
E forse non è un caso che i grillini considerino un’offesa la definizione di “partito”.
(da “La Repubblica”)
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Settembre 22nd, 2017 Riccardo Fucile
IL GIOVANE DI 30 ANNI HA SUBITO LA FRATTURA DELLO ZIGOMO MENTRE STAVA RIENTRANDO AL CENTRO DI ACCOGLIENZA… UN GOVERNO IMBELLE, INCAPACE DI METTERE I RAZZISTI IN GALERA
Ancora violenza nei confronti di un profugo. 
Ancora Roma, ancora Tiburtino III.
Mercoledì sera un 30enne eritreo ospite del presidio della Croce Rossa di via del Frantoio è stato aggredito mentre stava rientrando nel centro d’accoglienza.
Il giovane è stato avvicinato da un’auto, con quattro giovani a bordo.
Prima sono arrivati gli insulti — l’hanno chiamato “negro”, ha raccontato la vittima — e poi un pugno in pieno viso.
Gli aggressori l’hanno lasciato con l’occhio destro contuso e una probabile frattura al naso, forse da operare.
Il giovane ha al momento una prognosi di 30 giorni.
L’accaduto è stato denunciato dalla stessa Croce rossa. “Quest’episodio ci lascia sconcertati”, ha commentato Debora Diodati, presidente della Croce rossa di Roma, “va fatta luce e chiarezza su questa vicenda. Chi alimenta tensioni faccia un passo indietro”.
Ma più che passo indietro, qualcuno dovrebbe fargli fare un passo avanti, verso la galera.
Ma il gpverno è troppo impegnato a foraggiaare le milizie criminali libiche per ricordarsi che esiste una legge in Italia che punisce (in modo blando peraltro) i razzisti.
Il Tiburtino III, quartiere nella periferia est della capitale, è lo stesso dove a fine agosto un gruppo di residenti ha tentato l’assalto al presidio di via del Frantoio dopo che tre ragazzi avevano raccontato ai parenti di aver subito un’aggressione con lancio di sassi da parte di un profugo ospite del centro.
Episodio del tutto inventato, dato che le forze dell’ordine appurarono successivamente che era stata una donna italiana a ferire un eritreo di 40 anni con una coltellata nella schiena.
Ovviamente chi ha fomentato i disordini taroccati è ancora a piede libero.
E’ la legalità versione Minniti.
(da agenzie)
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