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COSI’ LE RAGAZZINE DELLA NAPOLI BENE SI OFFRONO IN CHAT PER 10 EURO

Settembre 22nd, 2017 Riccardo Fucile

CENTINAIA DI PROFILI DI LICEALI INSIDIATE SULLE APP PIU’ DIFFUSE DA UOMINI ADULTI IN CERCA DI SESSO A PAGAMENTO…E’ L’ITALIA DEI VALORI CHE DOBBIAMO DIFENDERE DALL’INVASIONE

Adescate e poi «comprate» per poche decine di euro.
Prima per foto erotiche, poi per video hot e infine per sesso a pagamento in auto, nelle strade isolate della città .
È il mondo virtuale delle chat che travalica regole, leggi, pudore e diventa una trappola per ragazzine poco più che adolescenti della Napoli bene che si «vendono» anche per dieci euro, per ricariche cellulari e per acquisti on line.
È bastato scaricare sul telefono cellulare due delle applicazioni gratuite per conversazioni più conosciute in Italia tra i giovanissimi che permettono l’iscrizione anche a minorenni.
Scegliere come foto del profilo quella di una ragazza qualunque voltata di spalle e ripresa da lontano, scaricata dai più comuni motori di ricerca, una foto anonima, innocua.
Inserire poi nome, cognome e data di nascita alterati: 28 ottobre 2000 e diventare con un clic Fabiola Senatore.
«La liceale Fabiola»
Lei si descrive come una ragazzina ingenua di 16 anni, studentessa del liceo classico Umberto, che spesso frequenta la zona dei «Baretti» di Chiaia e a volte piazza Vanvitelli al Vomero e che per cercare amici, trovare serate, o semplicemente per parlare con i suoi compagni di classe, decide di addentrarsi in un mondo oscuro «frequentato» da coetanee audaci, moltissime della sua scuola, e da uomini in cerca di brividi e di sesso con minorenni, anche a pagamento.
Ed è così, con estrema semplicità , che Fabiola cercando gruppi di ragazzi e ragazze di Napoli e dintorni, si trova a raccontare a chi la contatta in privato, che non «le piace tanto studiare», che i suoi «genitori sono separati», che è in chat «per curiosità » e che è la «prima volta» che decide di raccontare un po’ dei «suoi guai» a qualche sconosciuto, perchè «a volte si sente sola», perchè «così non ci si espone fin troppo» e perchè si possono raccontare bugie e non essere scoperti e perchè no «trovare amici», o addirittura «un amore», perchè anche se molto bella «bionda, occhi azzurri e spigliata», Fabiola è «molto romantica».
Un amo senza neanche l’esca lanciato nel mare virtuale con migliaia e migliaia di ragazzi e ragazze e in una sola notte a Fabiola le sono arrivati oltre cinquanta messaggi privati.
Solo uno di loro ha deciso di non proseguire nella chiacchierata perchè Fabiola è minorenne circostanza che scrive in chat ogni qualvolta viene contattata da qualche ragazzo.
Ma sono centinaia le ragazze che vengono adescate in chat da uomini adulti, così come abbiamo verificato sulle app nel corso della nostra indagine.
Sms, inviti, videochiamate
«Ho 16 anni e il 28 ottobre ne compirò 17». Pensa di sentirsi sicura, cose le può mai accadere in chat, mentre fissa un telefono cellulare chiusa nella stanza della sua camera da letto o sul divano davanti al televisore con sua madre accanto? Nulla, pensa. Ma si sbaglia.
E allora inizia la maratona di sms, inviti, chat, videochiamate, richieste di ogni tipo, anche sessuali.
E l’eta non è mai un limite, anzi, sembra eccitare ancora di più i «predatori» virtuali.
E lei non è a più giovane: in chat ci sono anche tredicenni della Napoli bene che si offrono. Viene contatta costantemente ad ogni ora del giorno e della notte.
«Ho 38 anni. Mica sono vecchio per te?»
La risposta che Fabiola dà  alla domanda: «Che stai facendo?» è ingenua: «Cosa vuoi che faccia a quest’ora della notte? Dormo».
Ma dall’altro lato c’è un 38enne che dice di essere di Avellino e che forse di anni ne ha molti di più e che come foto profilo ha il disegno di una coppia che sembra fare sesso ma è molto ambigua come tutta la sua conversazione: «A letto si possono fare tante cose».
Ma lei gli ricorda di essere piccola, minorenne. Ma questo non è un problema perchè «stiamo solo parlando». E insiste: «Mica sono vecchio per te?». Fabiola è seccata: «No». Lui tergiversa su argomenti che sfiorano la sfera sessuale fino ad inviare la prima delle tante foto che Fabiola riceverà  in sette giorni di chat: è vestito, disteso sul letto, con i jeans attillati. «Così finisce male, giovane», le dice. «Male in che senso?», chiede lei. «Con una s.», risponde secco lui.
Ma l’uomo di Avellino è solo il primo di una lunga serie di uomini pronti a tutto pur di prendere da Fabiola ciò che lei continua a non volere dare a nessuno.
Le due applicazioni per chat sono scaricate da milioni di utenti che le usano per conversare, scambiarsi informazioni in modo assolutamente innocuo.
C’è chi invece ha voglia di altro. In una delle tante conversazioni che Fabiola decide di spulciare ce n’è una di un ragazzo che esordisce spiegando di avere grandi doti sessuali e forme allettanti, al che Fabiola dice di avere 16 anni.
Lui prima afferma di averne 36 e poi 22. Non demorde, come fosse impazzito continua e dopo pochissimi secondi di conversazione invia la foto del suo sesso. «Cavolo ma ho 16 anni», dice lei. «Ok smetto», risponde.
Salvo poi continuare un’ora dopo chiedendo una videochiamata privata: «Sono single e volevo divertirmi un po’».
«Hai mai fatto sesso?»
Fabiola non vuole mostrarsi, non vuole raccontare cose intime di lei e stacca la conversazione. Ma lui, che forse ha più dei suoi 32 anni che all’inizio ha dichiarato di avere, continua con i messaggi: «Hai mai fatto sesso? Sai che ti farà  male quando lo farai?». E alle 12 in punto scatta la videochiamata mentre si masturba.
Ma purtroppo la giornata è ancora lunga per Fabiola che scrive adesso ad un ragazzo di Casoria i suoi gusti, le sue frequentazioni e che quel giorno non è andata a scuola perchè con la febbre.
È lui a spiegarle che esiste un mondo oscuro, nascosto ai tantissimi genitori, che ruota attorno ad innocue chat dove milioni di ragazzi si scambiano messaggi assolutamente anonimi, senza lasciare i propri dati, senza numeri di telefono ma che nascondo giri di perversioni pericolosi.
«Ti faccio una ricarica per fare acquisti online»
Fabiola è curiosa perchè tutti le hanno chiesto foto in costume, in pantaloncino, in intimo e vuol sapere se poi è così facile che le ragazze come lei si mostrano così in chat.
Il ragazzo di Casoria dopo un po’ di titubanza si apre, fidandosi di lei e le spiega che anche a lui è capitato di «comprare» foto per dieci euro, così di organizzare incontri per 20 euro «anche solo sfregamenti o solo un completino intimo visto dal vivo. Basta che ti alzi un poco la maglietta e abbassi il pantaloncino. Io faccio solitamente una ricarica di dieci euro per poter fare acquisti on line, anche ricariche al cellulare ma è più rischioso perchè devi darmi il tuo numero di cellulare».
E il giro è vasto, tanto che lo stesso ragazzo dice di averlo fatto più volte: «Mi è capitato altre volte di regalare buoni».
Fabiola allora rincara la dose e fa intendere che potrebbe interessarle la proposta e di voler coinvolgere anche la sorella: «Lei ha 14 anni e io 15, non 16».
Il giovane di Casoria crede di aver vinto la lotteria, impazzisce, e propone decine di alternative a prezzi che arrivano anche a 100 euro: «Basta che non abbiate meno di 14 anni».

(da “il Corriere della Sera”)

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L’USCITA DALL’EURO NON E’ PIU’ UNA PRIORITA’ PER MARINE LE PEN

Settembre 22nd, 2017 Riccardo Fucile

DOPO LE DUE BATOSTE ELETTORALI E   L’ADDIO DELLA NIPOTE MARION E IERI DEL VICE PHILIPPOT, MARINE NON E’ PIU’ CERTA DI RICANDIDARSI

L’uscita dall’euro non è più “una precondizione” al programma del Front National: il giorno dopo l’uscita dal partito dell’ideologo e vicepresidente Florian Philippot — che dell’abbandono della moneta unica faceva il suo cavallo di battaglia — Marine Le Pen cambia strategia.
La priorità  è il ritorno alla “sovranità  territoriale” — ha detto a BFM-TV — alle “frontiere non solo migratorie ma anche economiche”. La sovranità  monetaria “concluderà  il processo — ha aggiunto — abbiamo invertito il senso delle priorità ”.
La presidente del Front National, Marine Le Pen, si è anche per la prima volta detta “pronta a cedere il posto” se un candidato o una candidata migliore di lei emergesse prima delle presidenziali 2022.
“Sono una politica che lavora e si batte — ha detto stamattina alla radio France Info — senza lesinare tempo ed energia, per difendere i francesi da tanti anni. Se sarò quella in posizione migliore per portare avanti le nostre idee sarò di nuovo candidata. Se ci sarà  qualcuno meglio di me gli cederò il posto”.
Ma la notizia di ieri è stata l’addio al Front National del suo fido numero 2 e “ideologo” del Front National, Florian Philippot.
Come ampiamente anticipato, il doppio rovescio elettorale — a maggio la sconfitta alle presidenziali di Marine Le Pen, a giugno quella alle politiche, dove il FN non è riuscito neppure a formare un gruppo parlamentare di 15 deputati — ha fatto esplodere lo scontro con Marine che era nell’aria da tempo.
Sconfitta e umiliata nel faccia a faccia in tv da Emmanuel Macron, la presidente del Front aveva espresso l’esigenza di eliminare dal programma del partito la richiesta di uscita dall’euro: un’ipotesi alla quale sono contrari due terzi dei francesi e sulla quale lei stessa si era gravemente impantanata nel dibattito in tv con Macron.
Fu il primo dissidio aperto con Philippot, il quale — fermo nell’idea che l’euro sia il nemico dei popoli — pose il veto, minacciando di andarsene se il FN avesse rinunciato alla crociata contro la moneta unica.
Il Front National ha visto soltanto pochi mesi fa l’addio della figura più promettente del gruppo, la nipote Marion Marechal-Le Pen, legatissima al nonno Jean-Marie. “Prendo atto della sua decisione, per me non è una sorpresa, ma contesto la sua versione e le accuse che fa”, ha commentato Marine Le Pen, che adesso dovrà  preparare un congresso cominciando da zero.
Nessuno deve fare “del vittimismo”, ha aggiunto, sostenendo di aver fatto “tutti i tentativi possibili per riportare Philippot alla ragione”.
“Non mi rallegro”, ha detto, ancora una volta in antitesi con il padre Jean-Marie, che ha subito esultato: “Con Philippot sparisce un motivo di debolezza, e io me ne rallegro”.
Nei giorni scorsi aveva capito che per lui non c’era più spazio, da quando Marine gli aveva intimato di lasciare la presidenza del suo movimento “Les Patriotes” e da quando era finito nell’occhio del ciclone per il “couscous-gate”, la polemica per le foto mentre mangia couscous in un ristorante di Strasburgo, “tradendo” i piatti della tradizione locale come la choucroute, e facendo imbestialire gli “ortodossi”.

(da agenzie)

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LA CASA ABUSIVA DI PATRIZIO CINQUE NON E’ VERO CHE E’ STATA SANATA

Settembre 22nd, 2017 Riccardo Fucile

DI MAIO E CANCELLERI A PIAZZA PULITA HANNO DICHIARATO IL FALSO… LA SOVRINTENDENTE AI BENI AMBIENTALI: “NON ABBIAMO DATO ALCUNA SANATORIA”

Nei giorni scorsi Luigi Di Maio e Giancarlo Cancelleri, ospiti a Piazza Pulita, avevano dichiarato che la casa di Patrizio Cinque e dei suoi genitori era stata sanata e non era più abusiva, sostenendo che Cinque avesse anche querelato chi aveva detto bugie su questa vicenda.
Ieri a Piazza Pulita Luca Bertazzoni, inviato a Bagheria, ha sentito il padre di Patrizio Cinque, il quale ha affermato che la palazzina abusiva di proprietà  della famiglia del sindaco era stata sanata (anche se non ha voluto mostrare i documenti), e poi ha telefonato alla soprintendente ai beni ambientali Maria Elena Volpes, che invece ha detto tutt’altro: «Noi non abbiamo dato nessuna sanatoria, loro hanno presentato una richiesta, noi abbiamo scritto al Comune perchè abbiamo bisogno che si esprimano su alcune cose che abbiamo chiesto. Senza, non possiamo esprimerci. Sono parecchi mesi che abbiamo scritto. Ma non c’è alcuna sanatoria».

(da “NextQuotidiano”)

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POLTRONIFICIO LEGA, LA CASSAFORTE DEL CARROCCIO E’ IN VENETO: TRA FIGLI SISTEMATI E DIRIGENTI CON LA TERZA MEDIA

Settembre 22nd, 2017 Riccardo Fucile

ASCOPIAVE, COLOSSO DA 500 MILIONI DI RICAVI CONTROLLATA DAI COMUNI LEGHISTI FEDELISSIMI DI LUCA ZAIA.. LE FAIDE PER LE POLTRONE, INCARICHI E PARENTI

Matteo Salvini è sul piede di guerra. Ai duri e puri di Pontida non va giù la storia del sequestro dei conti alle federazioni regionali, a poche settimane dal referendum in Lombardia e Veneto poi, una carognata.
Vero è che — come dimostra quel recente passato tempestato di diamanti — la Lega è ricca anche quando sembra alla canna del gas.
Di ricchezze che non mette a bilancio, come quelle che le arrivano indirettamente grazie alle società  pubbliche che occupa e usa come bancomat e poltronifici.
Eccelle nello sport il Veneto di Luca Zaia, dove il Carroccio può permettersi ancora notevoli lussi, come catapultare sulla poltrona di presidente di una società  da 17 milioni di fatturato un ex assessore alla caccia con la terza media.
Il suo compenso da 100mila euro finisce nella bolletta dei trevigiani.
Succede all’ombra di Ascopiave, multiutility che nasce 65 anni fa per iniziativa di alcuni sindaci a Pieve di Soligo, nella marca Trevigiana.
Oggi è un colosso energetico nazionale con 7.300 km di rete, un milione di clienti, 57 milioni di utile netto e 500 di ricavi.
All’ombra del quale molti leghisti si sono fatti il nido. E dal cui fusto gemmano i gigli magici di turno. I suoi rami si estendono con 18 società , la maggiore è AscoPiave Spa, quotata dal 2006 con un flottante del 33% circa e il resto controllato da AscoHolding, la holding del gruppo, che a sua volta è controllata per il 90% circa dai Comuni della Provincia di Treviso (e per il 10% da un socio privato, Pavisgas).
Ora, è facile capire che in una provincia dove su 95 comuni 55 sono in mano alla Lega Nord quali mani controllino le leve di questo gigante.
Facciamo una mappa, due conti e diversi nomi.
Politici e fedelissimi con le chiavi della cassaforte
Dal 2011 e fino a pochi mesi fa, per due mandati, ha avuto come presidente Fulvio Zugno, un leghista doc, ex assessore al Bilancio a Treviso coi sindaci Gobbo e Gentilini.
Di lui si ricorda la proposta, nel 2004, di uno sconto sulla tassa per i rifiuti valido solo per gli italiani, non per gli stranieri anche se regolarmente residenti sul territorio.
Nel 2014 Zugno viene nominato anche ad e si porta a casa 80mila euro da presidente e altri 180 da amministratore del gruppo. Più incentivi e bonus. Lasciamolo lì per un momento.
L’ex assessore al bilancio di Treviso infatti viene sostituito dall’ex assessore al bilancio del comune di San Vendemiano, che sta lì a 40 km.
Nicola Cecconato è un fedelissimo di Zaia che il governatore si portò anche al Ministero dell’Agricoltura come consulente e recordman di incarichi. Ne aveva collezionati ben tredici: presidente dell’Istituto di Sviluppo agroalimentare, sindaco di Rai Trade e di Veneto Acque, supplente di Coniservizi, collegio sindacale di Ater Treviso e di Asco Tlc, revisore unico di Veneto Infrastrutture Servizi e dei Comuni di San Biagio di Callalta e di Paese, presidente del collegio dei revisori a Mogliano. Come non dare anche a lui 260mila euro l’anno?
Nello stesso cda siede anche Dimitri Coin, nientemeno che il segretario stesso della Lega Nord Treviso che, dando le direttive ai sindaci che votano nella holding, quasi si autoelegge: per lui il compenso è di 50mila euro.
Che non sono pochi visto il cv: niente laurea, ma un’esperienza nel settore agro-vivaistico dal 1990 e dal 1998 nel settore immobiliare.
Vuoi non farne il consigliere di amministrazione di un gruppo da 500 milioni di ricavi?
La carica dei riciclati in Ascotrade
E passiamo alla controllata Ascotrade, società  di fornitura di gas naturale ed energia, in cui si sono susseguiti leghisti da sempre.
Il dominus oggi è Stefano Busolin, ex assessore Provinciale alla caccia e alla Pesca quando Zaia era ancora presidente della Provincia.
I due sono grandi amici, tanto che Zaia lo ha voluto come capolista alle regionali della primavera 2015 dove non verrà  eletto, ma ecco che sarà  indicato come presidente del Cda dal 2009. Compenso? 80mila euro l’anno (nel primo mandato), più carta di credito aziendale, più auto aziendale (mica una Micra, ma una Audi A6), corsi d’inglese e manageriali a spese dell’azienda. Rinnovato nel 2014 per il secondo mandato, si è aumentato lo stipendio a 100mila euro.
Ventimila in più l’anno che fanno circa 10mila euro al mese, una bella somma per un manager con la terza media.
Ma Busolin, come detto, ha il merito di aver guidato la lista Zaia alle regionali. E’ evidente che tra i cento dipendenti della società  non ci fosse candidato migliore al ruolo di un politico riciclato col più basso titolo di studio possibile.
Prima di lui alla presidenza c’era Luca Baggio, sempre 80mila euro, altro leghista trevigiano che si è poi dimesso per diventare consigliere in Regione. E prima ancora Francesco Pietrobon, compaesano di Busolin e sindaco di Paese, dove questi era consigliere. Che almeno è laureato.
Un posto per la figlia del segretario della Liga
E siamo ad Assotlc, da cui sembra passata mezza lega di Treviso. E’ passato per il Cda l’ex presidente leghista della provincia di Treviso Leonardo Muraro, l’ex assessore a Treviso ed ex deputato Mauro Michielon (che contemporaneamente era anche nel cda di Poste) e Sonia Fregolent, sindaco leghista di Sernaglia della Battaglia e molto vicina al segretario regionale della Liga Toni da Re.
Gianantonio è partito da un autolavaggio al km zero della statale Alemagna, nel cuore del Trevigiano: due dipendenti e 40 anni di lavoro. Inizia a fare politica nel 1997 come consigliere leghista, poi sindaco di Vittorio Veneto e poi consigliere regionale. Formalmente non ha mai ricoperto incarichi nelle varie società  energetiche dominate dai leghisti.
Ma ha trovato il modo di beneficiarne: la figlia, tu vedi il caso, è assunta proprio in Ascopiave, settore rete. “Nessun incarico o qualifica particolare, conosceva bene il russo”, dicono dalla società . E tanto basta.
Poi c’è AscoHolding, che è la cassaforte dei Comuni e l’origine del potere leghista sulle società  pubbliche.
Il volto storico è Silvia Rizzotto, che siede dal 2006 al 2013 come consigliere, mentre è sindaco di Altivole (Tv) e che poi dal 2013 al 2016 diventa presidente del Cda con un compenso di soli 28mila euro. Accanto al suo spicca il volto di Giorgio Della Giustina, che succeduto come presidente la Rizzotto, che nel frattempo è stata eletta in regione.
Lega contro Lega: la faida interna per una poltrona
Che la società  sia per la Lega una cosa di famiglia lo dimostrano le recenti faide interne. A fine marzo l’assemblea dei soci di Ascopiave, quindi Asco Holding e quindi la Lega, decide di non rinnovare Fulvio Zugno, per mettere al suo posto il citato Cecconato che è fidatissimo di Zaia e dominus locale della Lega.
Il motivo ufficiale, o se si vuole il pretesto, è che Zugno aveva già  due mandati consecutivi alle spalle. Peccato che sia Coin, cioè il segretario della Lega di Treviso, che Busolin, il presidente uscente di AscoTrade, siano nella stessa situazione, ma nei loro confronti sembra che il problema non esista.
Pressioni, dichiarazioni finchè il 21 aprile scoppia il finimondo quando Zugno, in qualità  di presidente uscente di Ascopiave in risposta alla sua sostituzione si autonomina presidente di Ascotrade al posto di Busolin (già  in carica da 8 anni) che invece sarebbe stato riconfermato dalla Lega.
Apriti cielo, un blitz a tutti gli effetti reso possibile grazie al fatto che il presidente di Ascopiave nomina i Cda delle controllate, tra cui Ascotrade. Lega contro Lega. Zugno contro Busolin (e quindi Zaia).
La zuffa azzoppa il sindaco-sceriffo. E finisce in tribunale
Politici che usano un’azienda come fosse un giocattolo per farsi dispetti. In mezzo a questo delirio di poltrone ha la malaugurata idea di infilarsi l’ex sindaco di Treviso Giancarlo Gentilini, quello con le pistole in mano e delle intemerate contro immigrati e omosessuali che negli anni 90 divenne la personificazione del sindaco-sceriffo leghista. Un pezzo di storia del Carroccio.
Che però alla veneranda età  di 87 anni esce allo scoperto e accusa la Lega di essere diventata un poltronificio proprio per via delle nomine di cui sopra in Ascopiave. Risultato: il gruppo fedele a Zaia lo mette alla porta. “Non ci rappresenta più, è fuori dalla Lega”, si affrettano a dire i suoi detrattori.
La zuffa tra leghisti a suon di carte bollate ed espulsioni deflagra il 24 luglio scorso quando Zugno, silurato dalla Lega in primavera ma autonominato presidente di Ascotrade dopo la cacciata da Ascopiave, accusa Nicola Cecconato (praticamente il suo capo) di non collaborare in qualità  di presidente della società  che controlla Ascotrade.
In particolare di non fornirgli la documentazione riguardante presunte spese pazze del suo predecessore Busolin, comprese quelle incassate da Cecconato stesso come consulente di Ascotrade e poi subito cessate prima della nomina a presidente di quest’ultima.
La storia finisce, si fa per dire, il 7 agosto scorso quando il “ribelle” Zugno viene rimosso dall’azionista capogruppo, cioè da Cecconato stesso, e al suo posto viene ristabilito Busolin. E Zugno per risposta deposita esposti in Tribunale e alla Consob. Da cui si attendono nuovi colpi di scena

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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PATRIZIO CINQUE, I GIUDICI CATTIVI E IL VIGILE MIMMO: ECCO A VOI LA TRASPARENZA A CINQUESTELLE IN SALSA SICILIANA

Settembre 22nd, 2017 Riccardo Fucile

L’INTERCETTAZIONE IN CUI PARLA CON LA SORELLA DELLA CASA ABUSIVA DEL COGNATO…E IL DIRIGENTE A PROCESSO PER CONCUSSIONE RIMASTO AL SUO POSTO

Ieri abbiamo scoperto dalle intercettazioni di Patrizio Cinque che anche nel MoVimento 5 Stelle la famiglia viene sempre prima di tutto.
Il modello Bagheria, che si transustanzia nelle telefonate fatte dal primo cittadino per avvertire i parenti di una indagine amministrativa a loro carico, è l’ideale per portare in trionfo il Gattopardo Cancelleri che già  da par suo la settimana scorsa aveva dimostrato di fregarsene dei giudici e delle leggi inventando scuse per non rispettare le ordinanze dei tribunali
Patrizio Cinque tiene famiglia a Bagheria
E mentre scopriamo che il divertente dietrofront sulla giustizia ad orologeria di un paio di giorni fa era una finta e che per Cinque il problema sono i pubblici ministeri che passano le carte ai giornalisti (?) e non quello che c’è scritto nelle carte, l’edizione palermitana di Repubblica oggi riporta una serie di telefonate intervenute tra la sorella di Cinque e il sindaco quando, il 2 maggio dell’anno scorso, sono arrivati i vigili a casa del cognato. Ammirate la trasparenza:
La sorella non si rassegnava. E chiamava il fratello sindaco: «Puoi venire? Qua, a casa mia». E lui diceva, con tono piccato: «Ah, chi è venuto? Ti ha detto questo? Che ti devo raggiungere?». Risposta della sorella: «Sì, sì, sì». E lui: «Eh, devono aspettare… ho un’inaugurazione della sede della Croce Rossa qua a Bagheria, se possono aspettare».
È la parola chiave di questa storia: aspettare, ovvero rinviare. Si sente in sottofondo la sorella che dice ai vigili: «Ha una inaugurazione, se potete aspettare». E i poliziotti chiedono: «Quanto?».
Quei vigili nella casa abusiva della sorella del sindaco stanno però diventando una presenza ingombrante. E allora il sindaco taglia corto: «Non me li puoi passare al telefono?». Persino la sorella capisce che si tratta di una cosa un po’ anomala. Ed è lei stessa che dice: «Non lo so». Si rivolge ai vigili: «Ditemi voi…». Il sindaco si indispettisce: «Certo passameli». La sorella, timidamente: «Aspetta». Il sindaco, con tono ancora più deciso: «Pronto».
E poco dopo, all’improvviso, il tono si fa amichevole: «Ehi Mimmo». Nella squadra c’era il fidato ispettore capo della polizia municipale, Mimmo Chiappone, quello che aveva soffiato al sindaco l’indagine sulla casa (e per questo è stato sospeso per quattro mesi dal servizio).
L’ispettore Chiappone è il vigile buono, anche lui cerca di prendere tempo mentre altri colleghi spingono per chiudere la pratica.
Quel giorno, riporta sempre Repubblica, dice al telefono all’amico sindaco: «Siccome ci sono un sacco di documenti che sono positivi… siccome il proprietario è un pochettino nel pallone, non ci sa dare determinate indicazioni… volevamo un po’ capire… magari».
Capire cosa? Il sindaco prova a dettare la linea, per tutti gli altri vigili: «Loro avevano provato a fare una istanza di condono. Io ti direi, prendi quello che ti serve… e poi con Carlo vai a verificare».
L’ispettore vorrebbe fare qualcosa di più per l’amico sindaco: «Appena finisci poi magari…». Il sindaco capisce al volo: «Vengo». L’ispettore sembra sollevato: «Ci sentiamo, ecco, ci sentiamo». E poco dopo un’altra telefonata. Il sindaco corse al comando dei vigili, per sistemare quella pratica
Il dirigente a processo per concussione
Ma c’è anche un altro lato della vicenda che ha portato alla formulazione delle accuse nei confronti del sindaco di Bagheria.
Quella che riguarda il geometra Onofrio Lisuzzo detto Rino, che ha ricevuto la sanzione del divieto di dimora a Bagheria a differenza degli altri impiegati comunali nei guai, ai quali il giudice ha imposto, come a Cinque, solo l’obbligo di firma. L’inchiesta di Termini dice che l’uomo ombra del sindaco è stato il regista di una gara “fantasma”, quella per il noleggio di automezzi da destinare alla raccolta dei rifiuti
«Il verbale della gara apparentemente svoltasi l’11 aprile 2016 è stato in realtà  formato ex post, a tavolino – scrive il gip – senza che mai le persone sottoscrittrici abbiano partecipato alla riunione della commissione di gara».
Emblematica una conversazione intercettata il 28 aprile, ovvero 27 giorni dopo la data della presunta seduta, in cui Lisuzzo detta al telefono alla collega Antonina Di Leonardo i nomi dei funzionari da inserire nel verbale di gara: «Romolo Maggio non lo mettiamo come testimone, fammi questa cortesia, i testimoni sono Angela Battaglia e Tiziana Marino. E il verbalizzante è Angela Rizzo, va bene?».
«Ma Angela mi ha detto che quel giorno non c’era», eccepisce Di Leonardo.
Segue uno scatto d’ira di Lisuzzo. La vicenda si chiude con la nomina a verbalizzante (anche questa fittizia, secondo il giudice) di un’altra funzionaria, Maria Luisa Aiello. «Ma che devo mettere, che la gara si è svolta da me o da te?», chiede ancora Di Leonardo, in un crescendo grottesco.
Questa gara farsa si è conclusa con l’affidamento del contratto alle imprese Tes ed Eco Trucks. Tutti i protagonisti sono indagati.
Lisuzzo è stato nominato dal sindaco capo dei Lavori pubblici. La carica è stata mantenuta anche dopo un rinvio a giudizio per concussione
L’onesto Patrizio Cinque e la multa al cognato troppo alta
Infine, inutile ricordare l’intercettazione in cui Patrizio Cinque telefonava al vigile dicendogli di andare la settimana successiva a fare i famosi controlli che la procura di Termini Imerese gli aveva ordinato. In altre telefonate di Cinque con gli assessori Fabio Atanasio e Maria Laura Maggiore il sindaco spiegava come erano andate le cose:
“Comunque è arrivata… ti ricordi l’altra volta nella stanza che ti dicevo di un’autodenuncia che avevo in mente… abusivi immobili abusivi”. Atanasio: “Si è autodenunciato?”. Cinque: “Ne parliamo dopo dai”.
Alla Maggiore Cinque spiegava che “sono stato contattato dai vigili… ti ricordi la discussione che facemmo… sull’autodenuncia che volevo fare fare a mio cognato è arrivata l’autodenuncia… è firmata mio cognato ma non è… non l’ha fatta lui… ma non mi preoccupa tanto la denuncia o il discorso di fare emergere questa discussione dell’immobile mi preoccupa la modalità  cioè l’autodenuncia perchè io mi aspettavo che denunciassero anonimamente dicendo che c’è questa situazione andateci, ma non che si inventassero un’autodenuncia, che io volevo fare fare a mio cognato, cioè una cosa incredibile”.
Non solo. L’onesto Patrizio Cinque dopo questionava anche sull’entità  della multa da fare al cognato, cercando di ottenere uno sconto per il marito della sorella
“… però chiaramente si aprirà  tutta una situazione, una situazione dove io volevo dirti una cosa noi stiamo facendo la sanzione cioè si può fare da duemila a ventimila euro, Aiello sta facendo a ventimila euro, è una cifra troppo grande non capisco perchè… una cosa è pagare duemila euro o una cifra mediana, diecimila, cinquemila, e sono soldi che vanno per le demolizioni per carità , una cosa è ventimila euro che sono cioè una cifra enorme per tutti…”.
E diceva di fare una multa alta ad altri suoi concittadini, quelli che hanno la casa vicino al mare, e bassa al cognato: «“Quindi vediamo di fare questa, di abbassare questa sanzione, di farla bassa magari puoi mettere quelli a 150 metri dal mare gliene dai 20 mila quello è doveroso… perchè comunque sai che se la possono passare bene”. Maggiore sembrava recepire: “Vediamo com’è che hanno fatto se ci sono situazione analoghe oppure… ci sono criteri così come dicevi tu e magari li applichiamo”. “Ed in caso — concludeva Cinque — diamo un atto di indirizzo”».

(da “NextQuotidiano”)

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CLAUDIA MANNINO: LA “MINCHIONA” RISPONDE A PATRIZIO CINQUE

Settembre 22nd, 2017 Riccardo Fucile

“BATTERSI CONTRO GLI ABUSI EDILIZI IN SICILIA E’ UNA COLPA? IO RESTO FEDELE AL PROGRAMMA INIZIALE DEL M5S”

L’onorevole Claudia Mannino si sente proprio una minchiona e lo dice apertamente su Facebook.
La deputata ex 5 Stelle poi sospesa per la vicenda delle firme false fa riferimento a una delle intercettazioni di Patrizio Cinque, in cui il sindaco di Bagheria la nominava in relazione alla sua attività  parlamentare e ai “problemi” che dava in materia di abusi edilizi: “… ti ricordo che questa situazione l’ha messa quella minchiona di Claudia Mannino e quindi siamo veramente dei geni… che vuoi che ti dica è incredibile, vessiamo le persone in questo modo secondo me”.
Il riferimento era ad un emendamento che inaspriva le sanzioni per gli abusi edilizi, il cui prima firmatario era proprio Mannino.
E l’assessora Maggiore aggiungeva: “… ma vedi che questi non hanno la percezione della situazione che poi tra l’altro te la posso dire una cosa? L’avesse messa e l’avesse proposta una di Milano”.
La Mannino risponde così a Cinque e al MoVimento 5 Stelle che difende oggi il sindaco di Bagheria:
“Ha ragione il sindaco di Bagheria, sono proprio una minchiona. Lo sono stata soprattutto quando ho presentato l’emendamento per l’inasprimento delle sanzioni per gli abusi edilizi. Norma poi approvata dal Parlamento. Mea culpa! Detto questo, però, vorrei informare Patrizio Cinque e tutti i silenti organi dirigenti del Movimento 5 Stelle (quelli che portavano ad esempio il “modello Bagheria”, ovvero l’indulgenza nei confronti degli abusivi e l’assenza di demolizioni) che, durante il mio mandato Parlamentare, tale “becero” comportamento si è manifestato più volte.
Tanto è vero che, forse, il “signorile” commento del sindaco di Bagheria potrebbe finanche essere condiviso da Rosario Crocetta, Leoluca Orlando, Raffaele Lombardo e Diego Cammarata giacchè questi signori, qualche giorno fa, si sono visti notificare un invito a dedurre conseguente alla mia denuncia depositata presso la Corte dei conti in merito al flop della differenziata a Palermo e provincia.
Non è la prima volta che il mio lavoro in Parlamento “infastidisce” qualcuno. Ricordo ancora molto bene le due telefonate dai toni inquietanti che ho ricevuto il giorno dopo l’approvazione del mio emendamento (del febbraio del 2014) che ha messo fine alla pluriennale gestione commissariale dei rifiuti in Sicilia. Una da parte di due deputati regionali e l’altra da parte del commissario straordinario.
Ma non è tutto, minchiona lo sono stata tante altre volte, basta guardare la mia attività  parlamentare e gli effetti che ha prodotto. Dalle denunce agli emendamenti approvati, passando per gli atti di sindacato ispettivo e finendo con le istanze alla Commissione europea. Numeri e temi sono a disposizioni di tutti. Conoscere per deliberare, diceva qualcuno decenni fa. Nonostante questo, forse per molti ho solo una gravissima ed imperdonabile colpa: essere coerente con le idee iniziali del Movimento Cinque Stelle, idee che sembrano essere state abbandonate leggendo le cronache odierne, ma che io continuo a considerare come punti di riferimento.
La Mannino aveva di recente polemizzato con Cancelleri proprio riguardo la vicenda degli abusi edilizi e la politica del M5S al riguardo.

(da “NextQuotidiano”)

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CAPORALATO E RAZZISMO, DUE ARRESTI A COSENZA: LAVORO IN NERO E PAGA DIVERSA IN BASE AL COLORE DELLA PELLE

Settembre 22nd, 2017 Riccardo Fucile

PRELEVAVANO AFRICANI DA UN CENTRO DI ACCOGLIENZA E LI SFRUTTAVANO NEI CAMPI PER 25 EURO AL GIORNO… LI FACEVANO DORMIRE IN BARACCHE E MANGIARE A TERRA

Assumevano lavoratori in nero nella loro azienda agricola, poi la paga variava in base al colore della pelle.
Con queste accuse i carabinieri hanno arrestato due fratelli di Amantea, in provincia di Cosenza, nell’ambito di un’inchiesta sullo sfruttamento dei rifugiati ospitati nei centri di accoglienza.
Sono stati posti ai domiciliari per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, aggravati dalla discriminazione razziale.
Da quanto accertato, i due fratelli, 48 e 41 anni, facevano lavorare in nero nella loro azienda agricola migranti africani, oltre a romeni e indiani. La paga però era variabile. I “bianchi”, infatti, prendevano 10 euro in più degli altri: 35 euro al giorno contro 25.
Le indagini, condotte dai carabinieri di Amantea sotto la direzione del pm Anna Chiara Fasano e il coordinamento del procuratore di Paola, Pierpaolo Bruni, hanno permesso di scoprire che i rifugiati, principalmente provenienti da Nigeria, Gambia, Senegal e Guinea Bissau, venivano prelevati in una parallela del centro di accoglienza “Ninfa Marina” e portati a lavorare nell’azienda agricola.
I rifugiati africani si trovavano a lavorare nei campi assieme ad altri stranieri provenienti principalmente dalla Romania e dall’India.
Erano sottoposti a condizioni di lavoro degradanti: dormivano in baracche, mangiavano a terra e vivevano sotto la stretta e severa sorveglianza dei due fratelli arrestati.
I provvedimenti restrittivi sono stati disposti dal gip del Tribunale di Paola, Maria Grazia Elia, su richiesta della Procura Ai due fratelli è stata anche sequestrata l’azienda e altri beni per un valore di circa due milioni di euro.
Il centro di accoglienza dell’ex hotel “Ninfa Marina”, gestito dalla cooperativa Zingari 59, è quello che ospita il più elevato numero di migranti nel Cosentino.
Stando ai dati della Prefettura del maggio scorso, riportati dalla Gazzetta del Sud, nella struttura vivono 360 persone, mentre la capienza prevista in convenzione sarebbe di 160.
Per questo, scrive sempre il quotidiano, ha anche diritto al rimborso più elevato: 2.038.160 di euro.
Nel 2015 le associazioni La Kasbah e Garibaldi 101 denunciavano “l’assenza di una adeguata assistenza medica e le carenze nei servizi di informazione legale, nella mediazione culturale e all’alloggiamento delle persone”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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IMMIGRATI IN GABBIA: “UN CIRCO BARNUM DEGLI ORRORI DI OGGI”

Settembre 22nd, 2017 Riccardo Fucile

LA PROVOCAZIONE DELL’ARTISTA LORENZO MONTANARI

Immigrati in gabbia: anzi, nel carrozzone con le ruote del circo equestre, quello del Circo Barnum.
Due ragazze di seconda generazione, una di origine filippina e l’altra egiziana, e due richiedenti asilo appena arrivati in Sicilia dall’Africa.
Chiusi come animali, accovacciati sui sacchi di iuta, a farsi guardare e a rispondere alle domande dei curiosi.
È la performance che va in scena fino al 22 ottobre al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano, nell’ambito della mostra Resonance II, a cura di Adriaan Eeckles.
Voluta e organizzata dal CCR, il centro comune di ricerca che fa capo alla Commissione Europea, e dedicata al tema dell’uguaglianza e della disuguaglianza, al motto di «adattare, migliorare, avvicinare».
Un pugno nello stomaco, il cuore della sezione battezzata The Grand Scientific and Social Exhibition che non ha timore a riferirsi proprio a P.T. Barnum, il re del circo. Nella sua carovana, il più grande spettacolo sulla terra, figurava uno zoo umano, con esemplari considerati come pericolosi o fuori dalla norma.
Oggi, la tentazione è di ritornare a quella immagine selvaggia, per rendere concrete la sbarre di una gabbia mentale fatta di incomprensione e di pregiudizi. E rivelarne tutta l’assurdità .
Spiega Lorenzo Montanini, il regista, attore e performer autore, con Francesco Felaco, di quella che si fa fatica a definire installazione: «La gente viene, guarda e si sente in imbarazzo. Poi, un po’ a fatica, comincia a parlare, a interloquire. Qualcuno, si spera, finirà  per farli evadere».
Alle prime uscite pubbliche, nel centro scientifico di Ispra, e ieri sera a Milano, i più diretti sono stati i bambini, come quel quattrenne che guardando Moussa, il ragazzo della Guinea, gli ha detto: «Che ci fai là  dentro?». Lui gli ha risposto con una domanda: «E tu come ci vedi?». «Normali». Ecco, appunto.
Qualcun altro si fa trascinare dall’emozione, trascende. Si arriva al «che siete venuti a fare», a un passo dal «tornatevene da dove siete arrivati».
Blessy Nambio e Cristina Abdel Mallak, la ragazza filippina e quella egiziana copta, replicano tranquillamente con la forza della propria storia.
Sono nate qui, qui hanno studiato fino alla laurea, una all’Orientale di Napoli e l’altra a Milano in comunicazione interculturale, e non sono a corto di argomenti.
Blessy: «La cittadinanza italiana è arrivata appena una settimana fa: tutto sommato, una bella coincidenza. Per 28 anni ho vissuto con l’incubo del permesso di soggiorno da rinnovare, nella borsa un passaporto filippino che rappresentava soltanto una parte della mia vita ». Cristina: «Dopo l’università  facevo servizio civile al Centro Orientamento Educativo, Lorenzo mi ha fatto la proposta e io ho pensato che fosse il modo di far scoppiare qualche contraddizione. Eccomi in gabbia, allora: forse hanno paura che li mangi?».
Daniela Ghio, la demografa specializzata in migrazioni che ha ideato il progetto con Montanini, secondo l’intento della mostra che promuove la collaborazione fra artisti e scienziati, confessa che, all’inizio, leggendo la proposta si è «molto rattristata.
Non è stato facile veder ridotto l’argomento dei miei studi a un carrozzone con le sbarre. Poi ci siamo incontrati, e allora abbiamo cominciato a condividere il linguaggio e a scambiarci i ruoli. Partendo dal fatto che siamo migranti anche noi: io ho studiato e lavorato in Canada, lui adesso vive a Barcellona».
A pochi metri dalla gabbia, un’altra provocazione di Montanini: il Burqarium, quasi un padiglione sigillato delle meraviglie, dove una ragazza velata cede il suo indumento a una ragazza nuda (qui vige il divieto ai minori di 14 anni) e si è invitati a ragionare sull’importanza del coprirsi la testa nella storia del mondo: ricordandosi, per esempio, di quelle suore francesi che durante la rivoluzione, per non essersi volute svelare, furono uccise.
C’è poi la storia dell’uomo cannone, un terrorista dell’Isis che declama Marinetti e che alla fine sceglie di non uccidere, preferendo finire attrazione del circo.
Ma, al di fuori della sezione Barnum, tutta Resonances è una scoperta, dal Mickey Mouse a due teste di Frederik De Wilde, monito contro i rischi della sperimentazione sugli animali, alle installazioni sui veleni della tavola di Martin Haeblesreiter e Michela Secchi.
Ceffoni sul muso, che aiutano a pensare.

(da agenzie)

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“SPEZZATEGLI UN BRACCIO”: IL POLIZIOTTO VERSO L’ARCHIVIAZIONE

Settembre 22nd, 2017 Riccardo Fucile

DOPO LE BUFALE SULLE REGISTRAZIONI INTEGRALI SIAMO ALLA DEGNA CONCLUSIONE

Ricordate il poliziotto che durante lo sgombero di via Curtatone è stato sorpreso a dire “spezzategli un braccio” rivolto ai suoi sottoposti e nei confronti degli sgomberati e dei manifestanti?
Le immagini di quel disastroso sgombero sono finite su tutti i giornali e anche quel video ha girato molto. Non abbastanza, a quanto pare, visto che il poliziotto va verso l’archiviazione
Scrive infatti oggi Il Messaggero:
Una frase detta in un momento di grande concitazione, per tutelare uno dei suoi agenti che era stato colpito da un sanpietrino. Per la Procura di Roma, non c’è reato nelle parole pronunciate dal dirigente del commissariato Trevi Campo Marzio, che era stato iscritto sul registro degli indagati come atto dovuto — per istigazione a delinquere, perchè nel mezzo della carica della polizia durante lo sgombero del palazzo di via Curtatone, il 24 agosto, aveva detto ai colleghi: «Se tirano ancora qualcosa spezzategli un braccio», riferendosi agli occupanti.
Per questo motivo, il procuratore aggiunto Francesco Caporale ha chiesto l’archiviazione del fascicolo.
Il dirigente, ascoltato dagli inquirenti, si è difeso dicendo di aver pronunciato quella frase d’impulso, rispondendo al suo autista che gli aveva detto di essere stato colpito da una pietra.
Il collega del funzionario, sentito come persona informata sui fatti, ha confermato. Nel frattempo, il poliziotto è stat otrasferito al Dac anticrimine, in un ufficio più burocratico.
Dopo le bufale sulle registrazioni integrali, propalate persino da un senatore della Repubblica italiana che per questo non si è mai scusato, siamo alla degna conclusione.

(da “NextQuotidiano”)

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