Settembre 28th, 2017 Riccardo Fucile
INTERCETTAZIONI? DA ABOLIRE… MAGISTRATURA? POLITICIZZATA… L’URGENZA? RIPRISTINARE L’AUTORIZZAZIONE A PROCEDERE
Le intercettazioni? Vanno abolite. Le carriere dei magistrati? Separate. La magistratura?
Chiaramente politicizzata. E la prima riforma da fare dunque quale sarebbe? Semplice: ripristinare l’autorizzazione a procedere per i parlamentari, quella abolita nel 1993 sotto i colpi delle monetine lanciate all’hotel Raphael.
Sembra un dibattito di Forza Italia dei tempi d’oro: Cesare Previti, Marcello Dell’Utri e magari Nicola Cosentino a discutere di come riformare la giustizia, mentre la stessa giustizia si stava occupando di loro.
E invece no: al contrario è il contenuto del surreale convegno andato in scena niente poco di meno che sulla terrazza del Nazareno, la sede del Partito democratico.
Nel giorno in cui il governo di Paolo Gentiloni fa approvare il Codice Antimafia, contestatissimo perchè estende il sequestro dei beni anche ai corrotti, il partito di Matteo Renzi pareggia gli equilibri ospitando un dibattito che già dal titolo chiarisce verso dove vogliono andare i dem : “Giustizia e politica: l’incubo della Repubblica giudiziaria“.
L’elenco dei relatori, poi, azzera gli eventuali dubbi residui sulla qualità del confronto: a interrogarsi su un tema tanto cruciale ecco due sopravvissuti alla Prima e Seconda Repubblica, e cioè Luciano Violante e Giuliano Ferrara.
A moderare, invece, c’è l’agguerritissima Annalisa Chirico, sedicente portavoce del garantismo più estremo, che esordisce subito con una doppia gaffe: prima definisce “peso da Novanta” il non certo esile Ferrara, poi fa notare che il manifesto di “Fino a prova contraria” (la sua associazione) “alla parola Luciano Violante è crollato“. Grasse risate e anche qualche scongiuro.
Pronti via ed ecco che l’opinionista pugliese annuncia entusiasta: “Pochi secondi fa Ottaviano Del Turco è stato assolto nel processo bis della Sanitopoli abruzzese. Bene, non c’era associazione a delinquere“.
E la condanna a tre anni e 11 mesi per induzione indebita a dare o promettere utilità ? Niente, sulla terrazza del Pd evidentemente i lanci d’agenzia arrivano monchi.
Il livello è tale che a ristabilire la verità giudiziaria su Del Turco è addirittura Ferrara: caso più unico che raro.
Niente paura, però: l’ex direttore del Foglio pareggia subito il conto ricordando la stima che lo lega all’ex governatore dell’Abruzzo.
Quindi rispolvera il repertorio di sempre.
Primo: “Non è giusto che la magistratura possa sciogliere parlamenti e far cadere governi“. Quando mai la magistratura ha sciolto parlamenti? Mistero.
Secondo: “Non è possibile che le procure siano privi di vertice: i procuratori devono avocare le inchieste. Chi giudica e chi inquisisce devono fare carriere separate”. Evidentemente Ferrara non sa che i procuratori avocano di continuo inchieste in tutta Italia.
Terzo: “Non esistono intercettazioni pubblicate sui giornali del resto del mondo. Se in Italia questo non si può ottenere, allora bisogna vietare le intercettazioni“.
E in che modo, di grazia? “Bisogna abolire la pubblicazione delle intercettazioni sui giornali. Si resiste alle campagne sulle leggi bavaglio di Repubblica, del Fatto Quotidiano, di metà del Corriere della Sera e si fa quel che si deve: punto. E poi loro si conformano.
La legge è la legge ed è uguale per tutti”, è la linea di Ferrara, che da anni vorrebbe vedere le notizie scomparire dai principali giornali italiani.
La discussione si fa monotona, e Chirico prova quindi a stuzzicare Violante: “Ripristino dell’articolo 68 della Costituzione nella sua forma totale: lei è d’accordo, presidente?”.
Il riferimento è per la vecchia autorizzazione a procedere per i parlamentari: per poter indagare su un deputato o un senatore, i pm dovevano chiedere il “permesso” al Parlamento.
È troppo persino per uno come Violante. “C’è stato un abuso dell’articolo 68 negli anni ’60, ’70, ’80. Non credo ci siano le condizioni politiche per ripristinarlo”, dice l’ex presidente della commissione Antimafia, che anche lui ha un chiodo fisso.
Quale? Ma sempre lo stesso: le intercettazioni. “Ricordate il caso del ministro Federica Guidi? Ha dovuto dimettersi per un’intercettazione che non c’entrava niente. Sono cose che ho visto solo in Centro America“, dice Violante quasi inciampando in una battuta involontaria. Era proprio la Guidi, infatti, che intercettata si lamentava col suo compagno Gianluca Gemelli, reo di trattarla come “una sguattera del Guatemala“: uno Stato che per l’appunto si trova in Centro America.
La folla, però, è tiepida.
Chirico pare annoiarsi e allora rilancia: “Presidente Violante, ci sono delle fazioni della magistratura politicizzate, che perseguono scopi politici attraverso i processi?”. Risposta: “Per quello che vedo non c’è dubbio che sia così. Guardando alcune inchieste puoi capire su quali giornali finiranno le intercettazioni e quali giornalisti faranno le interviste a quel magistrato: su questo bisogna intervenire con grande durezza“.
Chi si chiedeva quali fossero le urgenze del Pd in campo di giustizia ora ha le idee chiare: colpire duramente i giornalisti che intervistano i magistrati. Un reato davvero insopportabile.
Finito? Ma neanche per idea.
A Ferrara non par vero di essere stato invitato a casa di quello che — in teoria — dovrebbe essere l’erede del Pci, uno dei tanti partiti in cui ha militato.
E allora ecco che trova il modo di citare addirittura Enrico Berlinguer. “Fu Berlinguer a iniziare la solfa, e il giovane D’Alema continuò la cantilena”.
Di cosa parla? “Diceva che Craxi era l’iniziatore di una mutazione genetica della sinistra. Ecco magari combattere Craxi per via politica andava bene ma farne un ladro mi sembra un po’ troppo”.
Uno si aspetta: ora dalla platea si alza qualche vecchio compagno e spiega a Ferrara che Craxi ladro ci è diventato da solo, che Berlinguer non c’entra niente e che quella che lui definisce “solfa” era la questione morale. E invece niente.
E infatti l’ex direttore del Foglio può chiudere in bellezza: “I tre che hanno indagato su Mafia capitale — dice riferendosi a tre pm — sono uno siciliano, l’altro milanese e l’altro fiorentino: non sanno niente di Roma“.
Che poi sarebbe la stessa tesi di Ippolita Naso, l’avvocato di Massimo Carminati. Forza e coraggio dunque: non è detto che prima o poi sulla terrazza del Nazareno non ci sia spazio pure per il Cecato.
Basterà aspettare che esca di galera.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 28th, 2017 Riccardo Fucile
“E’ UNA COMMISSIONE INUTILE E DEMAGOGICA”, PER QUESTO NE E’ IL PRESIDENTE
“Un impasto di demagogia e pressappochismo che, al di là delle migliori intenzioni, non produrrà nulla di buono per le istituzioni”: così Pierferdinando Casini giudicava la commissione sulle banche qualche tempo fa.
Viste le premesse, non suona strano che sia stato proprio lui ad essere nominato a capo della commissione che avrà il compito di guidare l’inchiesta parlamentare sugli istituti di credito.
Marco Palombi racconta l’eterno ritorno dell’ex presidente della Camera berlusconiano così:
Il compito affidato alla potestà , alla canizie, alla consumata esperienza del nostro è, in sostanza, quello che il Conte zio dava al Padre provinciale nei Promessi sposi:“Sopire, troncare, padre molto reverendo, troncare, sopire”. E, se ci scappa, permettere ai seguaci del segretario dem di dare qualche colpetto ai nemici. Scrive, non senza ragioni, il blog di Beppe Grillo: “Lui, amico di Cesare Geronzi, genero del banchiere Francesco Gaetano Caltagirone, socio della Fondazione Carisbo, azionista di Intesa, indirizzerà i lavori: è un atto di guerra al Paese reale”.
Ma il più cattivo nel riepilogare le molte virtù di Pierferdy è Filippo Ceccarelli su Repubblica:
È difficile riepilogare 40 anni e rotti di presenza sulla scena pubblica. Ma già la longevità e ancor più l’adattabilità del personaggio, specie al cospetto dell’odierna e degradata classe politica, spiegano come il personaggio sia ritenuto buono per qualche incarico e per qualche poltroncina; soprattutto quando occorre smussare, prendere e perdere tempo, inventarsi soluzioni che scontentino quante meno persone possibili. Questa sua attitudine arrivò addirittura a farlo ballare per 24 ore come possibile successore di Napolitano. O almeno: lo voleva Alfano, altro democristoide ma più giovane e sprovveduto, al posto di Mattarella.
Ma Casini, il cui marcato accento bolognese fa suonare i suoi toni sempre un po’ più enfatici ed accalorati del dovuto, lo dissuase: «Ma dà i, Angelino, che non ce la facciamo, credimi, è meglio così, io sono contento perchè per un giorno la storia mi ha fatto una caressa, ma vedi che la candidatura Mattarella avanza come un treno, spostiamoci in tempo!».
Con Renzi va bene, al referendum Pierfurby ha votato Sì con la motivazione: «Bisogna dare una mano a questo ragazzo».
Con Berlusconi pure va bene, l’ha salutato di recente a Malta, a una riunione del Ppe: «Stai bene, vecchio mio!».
Ai suoi tempi Bossi non lo sopportava e infatti lo chiamò, fantasticamente: «Carugnit de l’uratori». Ma pure i leghisti sono cambiati.
La definizione più severa è del suo ex amico e democristiano (non democristoide), Marco Follini: «Esprime un rassicurante vuoto di pensiero che non dovrebbe accompagnarsi al pieno della sua prosopopea».
Insomma, un grande acquisto per la Commissione Banche Rotte.
(da “NextQuotidiano”)
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Settembre 28th, 2017 Riccardo Fucile
PRIMA DI ESULTARE PER LA “VITTORIA” I GIORNALI FAREBBERO BENE A LEGGERE COSA C’E’ SCRITTO NEI CODICILLI E CLAUSOLE
Quando Zio Paperone voleva fregare Paperino gli faceva firmare un contratto, sicuro che non
avrebbe letto le “righe piccole”.
Oggi i giornali italiani ci raccontano della grande vittoria conseguita dall’Italia nel dossier Fincantieri-STX con toni — e soprattutto titoli — assai eloquenti: Fincantieri sbarca a Saint Nazaire, Stx diventa italiana, nasce un colosso da 10 miliardi di fatturato e 50 miliardi di ordini. Una grande vittoria, si direbbe ad occhio.
Non tanto, a voler prendere la lente d’ingrandimento per leggere le righe piccole dell’accordo.
Il compromesso su Saint-Nazaire, suggellato ieri al termine del bilaterale, soddisfa tutti: in primo luogo, il governo italiano che porta a casa per Fincantieri il controllo e la governance di STX France, ma, soprattutto, l’agognato 51%, sebbene grazie a un 1% di azioni oggetto di un “prestito durevole” da parte francese, che avrà un timing di dodici anni e che sarà subordinato a precisi impegni industriali per il gruppo triestino.
Nel consiglio d’amministrazione Fincantieri avrà 4 membri (incluso il presidente e il direttore generale-ceo, anche se Parigi conserverà un diritto di veto), 2 per Ape, un componente per NG e l’ultimo ai lavoratori.
Con il presidente, di nomina italiana, che avrà un voto preponderante.
Ma, spiega il Sole 24 Ore, con molte zone d’ombra:
Su STX l’assetto finale vedrà , come detto, Fincantieri al 51%, grazie al “prestito” francese che sarà sottoposto a un controllo periodico (con quattro scadenze distinte) sul rispetto da parte del gruppo triestino di una serie di obblighi in materia di regole di governance, di salvaguardia della proprietà intellettuale e del savoir-faire, come pure della difesa dell’occupazione e della parità di trattamento in seno al gruppo.
Nel caso in cui la Francia decidesse di porre fine al prestito durevole, ci sarà una consultazione tra i due governi.
Fincantieri, dal canto suo, disporrà di tutti i diritti legati alle azioni in prestito, compresi i diritti di voto e quelli ai dividendi, e, in caso di ritiro anticipato del prestito da parte francese, il gruppo triestino avrà la facoltà , nei tre mesi successivi alla decisione, a cedere la totalità delle sue azioni «a un giusto valore di mercato».
In più, è interessante leggere cosa scrive oggi Roberto Mania su Repubblica:
Ci sarà anche un secondo tempo di questa sfida Italia-Francia. E riguarderà la trattativa per estendere, entro il prossimo anno, l’alleanza industriale anche nel campo militare. Il rischio è che nel secondo tempo con l’equilibrio delle forze a favore dei francesi che potranno schierare Naval Group e Thales contro la nostra Leonardo (ex Finmeccanica), Macron possa prendersi la rivincita in un settore più redditizio. «Puntiamo ad una partnership industriale più ampia nella cantieristica navale militare», ha detto ieri il presidente francese. E il risultato che conta – come è noto – è quello che si registra al termine del secondo tempo
Insomma, è un accordo per un prestito della durata di 12 anni che la Francia può interrompere se non vengono rispettati gli impegni.
Una grande vittoria. O no?
(da “NextQuotidiano”)
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Settembre 28th, 2017 Riccardo Fucile
MA I CITTADINI VOGLIONO UN SERVIZIO EFFICIENTE, SE NE FREGANO DELLE PROCEDURE
Ieri Virginia Raggi ha inanellato il 255esimo successone della sua Giunta («Guarda, papà ! Senza mani!») perchè il tribunale ha ammesso ATAC al concordato preventivo in continuità .
L’ammissione al concordato avviene prima del giudizio di merito sul piano e ancor prima del voto dei creditori ma per Raggi questa è «una vittoria dei cittadini».
Poco importa se i cittadini del concordato ATAC se ne fregano e vorrebbero invece più autobus, più corse, più efficienza e la possibilità di utilizzare i mezzi pubblici invece delle automobili, mentre sono invece stanchi delle promesse di miglioramento del servizio mai mantenute dalla politica.
Giusto per riepilogare: la decisione di portare l’azienda al concordato preventivo in continuità è del MoVimento 5 Stelle e arriva quando i numeri di ATAC, secondo la propaganda dello stesso M5S, erano in miglioramento: serve a bloccare il rischio che siano fornitori o partner industriali a portare l’azienda in tribunale a causa dei debiti non ripianati.
E poggia su una scelta dei grillini indipendente dal bilancio 2016, dove rispetto al 2015 i ricavi delle vendite e delle prestazioni di Atac sono aumentati di 8,4 milioni di euro, passando da 818,9 a 827,3 milioni mentre il totale delle passività si riduce di quasi 60 milioni, passando da 1.660 a 1.606 milioni.
È stato infatti il Comune, come racconta oggi Daniele Autieri su Repubblica Roma, a portare l’azienda al rosso:
L’azienda sta meglio, ma questo non basta per tranquillizzare l’amministrazione capitolina che, in tempo di campagne elettorali, teme che il bubbone Atac possa scoppiare assottigliando ulteriormente il consenso, già esiguo, della sindaca e della sua giunta.
Serve una exit strategy che – rivela una fonte interna all’azienda – «si manifesta il 23 agosto quando arrivano le due lettere di disconoscimento dal parte del Comune dei debiti che in passato lo stesso Campidoglio aveva riconosciuto come suoi». Si tratta di due partite (quella del lodo con Roma Tpl e quella dei contributi aggiuntivi al contratto nazionale di lavoro) che insieme valgono 173 milioni di euro.
Il bilancio 2016 le riporta come segue: 121 milioni sotto forma di svalutazione crediti e 52 milioni sotto forma di accantonamenti a fondi rischi. Oltre al danno la beffa perchè il Campidoglio pretende da Atac anche la restituzione dell’acconto di 16,9 milioni di euro già pagato a Roma Tpl.
I numeri sono numeri e nelle partite del bilancio basta questo per far andare il patrimonio netto dell’azienda sotto zero e giustificare la corsa al tribunale.
A denunciarlo è lo stesso collegio sindacale ribadendo che – senza le lettere di disconoscimento del Comune – la perdita annuale di Atac si sarebbe fermata a 39,9 milioni, inferiore a quella dello scorso anno.
Con il concordato preventivo in continuità si dovrebbe tutelare sia l’azienda sia il suo creditore. Il debitore paralizza ogni possibile azione esecutiva nei suoi confronti mantenendo l’amministrazione dell’impresa (con limiti) mentre i creditori possono ricevere soddisfazione del proprio debito evitando i tempi lunghi del fallimento.
Con il concordato preventivo il tribunale autorizza qualsiasi atto e approva un piano di rientro: la gestione dell’azienda diviene puramente contabile e in alternativa c’è il fallimento.
Sarà il commissario a decidere cosa fare degli attivi e come verranno soddisfatti i creditori. Se i creditori rimanessero insoddisfatti potrebbero chiedere il fallimento dell’azienda. Il Cda ha affidato l’incarico di advisor finanziario e industriale alla società Ernst & Young, di supporto alla procedura di soluzione della crisi. Il vantaggio principale del concordato rispetto al fallimento è che il commissario che gestisce il concordato viene nominato dall’azienda.
Il tribunale alla fine omologa il risultato ma ha un ruolo molto più marginale, lasciando alle parti molta più libertà di azioni.
La richiesta di concordato in bianco, una volta presentata al Tribunale, deve essere approvata dalla maggioranza dei creditori di Atac,che verranno divisi in classi diverse, con priorità diverse per il recupero dei crediti. Il via libera dei creditori, però, non è scontato.
Il controllo del tribunale, è un’arma a doppio taglio: nel 2013, quando la nuova formula era stata battezzata da poco e la crisi trascinava migliaia di aziende in tribunale, il Cerved rivelò che la metà di quei piani di rientro si risolveva comunque con un fallimento.
«I numeri non sono cambiati se non di alcuni decimali», conferma un esperto del settore fallimenti. Andrea Palazzolo, docente di Diritto delle società alla facoltà di Giurisprudenza della Luiss e coordinatore del master in Diritto d’impresa, dice a Repubblica Roma: «Non è detto che servirà a salvare l’azienda dal baratro». . «Trascorsi i 120 giorni — prosegue il docente — l’Atac dovrà presentare al giudice il piano in base al quale indicherà quando e quanto pagherà i singoli creditori». «Se il voto sarà favorevole, l’Atac dovrà corrispondere ai creditori almeno il venti per cento del debito — spiega Palazzolo — un importo elevato, a cui si aggiungono le cifre dei creditori privilegiati».
Insomma, spiega il Corriere Roma, una strettoia che dovrà soprattutto raccogliere il consenso dei creditori (oltre 1.000 soggetti, 350 milioni di debiti) che giocheranno un ruolo cruciale nel definire il buon esito della partita accettando o meno le condizioni di «rimborso» proposte.
Tra gli altri, Trenitalia e Cotral — che reclamano rispettivamente 21 e 62 milioni di euro di incassi dei biglietti Metrebus non corrisposti da ATAC avevano già imboccato la strada del decreto ingiuntivo, accolto dal giudice nel caso di Cotral. In realtà l’ammissione al concordato avviene quando un’azienda dimostra di avere i requisiti minimi per potervi accedere, ovvero non è completamente al collasso.
Questo, grazie a chi ha gestito l’azienda prima del M5S, è stato possibile. Ora però arriva il voto dei creditori, che se dovesse essere positivo contribuirà a mettere a posto i conti.
I conti, non il servizio.
(da “NextQuotidiano”)
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Settembre 28th, 2017 Riccardo Fucile
PRIMA ERA CRITICA SU TUTTO, ORA FA LO ZERBINO: “DI MAIO NON E’ UN CAPO A TEMPO, IL VOTO DEGLI ISCRITTI VA RISPETTATO”… MA QUALI ISCRITTI? HA VOTATO SOLO IL 20,6% DEGLI AVENTI DIRITTO
“Grillo è sempre il garante, ma come ha detto quando ha tolto il nome dal simbolo, adesso il
MoVimento deve camminare sulle gambe delle persone che se ne faranno carico”.
Queste le parole di Roberta Lombardi, del Movimento 5 Stelle, a Repubblica.
A proposito della sovrapposizione delle cariche di candidato premier e capo politico ha commentato:
Era un’esigenza di legge. Ricordo bene il 2013, quando eravamo in fila per il deposito del contrassegno e serviva un capo. In quel momento era Grillo e i giornali ci attaccarono definendoci antidemocratici. Ora le primarie hanno affidato a una persona la responsabilità di portarci alle elezioni.
Lombardi smentisce che Di Maio sia un capo a tempo:
No. A Luigi i nostri iscritti hanno affidato il compito di portare avanti l’indirizzo politico e la guida del Movimento. Il voto va rispettato.
Sulla scelta di candidarsi alla presidenza della Regione Lazio, fa sapere:
In Parlamento mi è mancato il rapporto diretto col territorio. Mi sono occupata di politiche abitative e sicurezza, ma la volta in cui ho sentito più utile la funzione che ricopro è quando ho potuto usare il mio domicilio parlamentare per salvare una famiglia dallo sfratto. Inutile nascondere che ho avuto qualche mese difficile – dice sul rapporto col sindaco di Roma, Virginia Raggi – Ma se non fossi profondamente convinta della bontà dell’azione politica del Movimento, non mi metterei in gioco.
Afferma quindi di non aver più parlato con la prima cittadina:
Non c’è stata occasione. Credo sia piuttosto impegnata. Sui migranti – aggiunge quindi Lombardi – possono esserci umori diversi, ma il nostro approccio è sempre stato chiaro: chi ha diritto deve essere accolto e rientrare nella ripartizione per quote, chi no deve essere rimpatriato. Sulle Ong credo non si debba generalizzare: sarà la magistratura ad appurare i fatti.
Sull’ “abusivismo di necessità ” di cui ha parlato il candidato Giancarlo Cancelleri in Sicilia, Lombardi prende le distanze:
Le parole di Giancarlo sono state strumentalizzate. In ogni caso io credo nella legalità , come tutto il M5S, e se qualcuno commette un abuso è giusto che le autorità intervengano.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 28th, 2017 Riccardo Fucile
HANNO VINTO PAURE E MISTIFICAZIONI, HANNO PERSO 800.000 RAGAZZI E UNA POLITICA SENZA CORAGGIO
Chiamiamo le cose con il loro nome, senza giri di parole o finzioni: hanno vinto la propaganda della Lega, la furbizia di Grillo e Di Maio, le paure e le mistificazioni. Hanno perso ottocentomila ragazzi, la politica che ha il coraggio di scegliere e uno scampolo di idea
Certo la legge è stata affondata da Angelino Alfano e dal suo piccolo partito, in cerca di una casa che garantisca di poter sedere ancora al tavolo del potere nella prossima legislatura.
Ma questo è successo anche perchè il Partito democratico non è stato capace di indicare le proprie priorità a un alleato che ha incassato enormemente più di quanto valga (basti pensare alle poltrone ministeriali collezionate da Alfano, al cui confronto impallidiscono persino i big della Prima Repubblica).
La legge che dava la cittadinanza ai bambini nati in Italia da genitori stranieri che avessero un regolare permesso di soggiorno (da almeno 5 anni) non verrà approvata in questa legislatura ed è rinviata a un futuro indefinito.
Un futuro però che possa garantire ai politici la sicurezza di non indisporre nessuno e di non rischiare nulla.
Sfruttando l’occasione del voto tedesco, Alfano ha coniato una frase di cui pareva molto orgoglioso: «Una cosa giusta fatta al momento sbagliato può diventare una cosa sbagliata».
E allora meglio fare direttamente una cosa sbagliata: arrendersi alla Lega, nella convinzione di poter conquistare qualche voto. Un gigantesco abbaglio.
Alfano, che pretenderebbe di rivolgersi a un elettorato cattolico, e il partito di Matteo Renzi non portano a casa un solo voto in più da questa vicenda, anzi perderanno quelli di chi si chiede dove sia finito il coraggio delle proprie idee e convinzioni.
A luglio, quando la legge venne rinviata, si disse che non la si poteva approvare in un momento in cui i migranti sbarcavano in massa sulle nostre coste (stabilendo un legame tra le due cose che non ha fondamento).
Ora crolla il patto politico che voleva tenere insieme sicurezza e integrazione. Integrazione, in questo caso, non di chi è arrivato con i gommoni degli scafisti ma di chi è nato e cresciuto in Italia.
Quello che è successo è il perfetto segno dei tempi, quello in cui le grida degli ultrà vincono sulla razionalità e il buon senso, quello in cui si mescolano i piani e ci si piega alle generalizzazioni.
Come ha ben spiegato Ilvo Diamanti, il tema immigrazione sale in cima alle preoccupazioni degli italiani ogni volta che ci sono le elezioni, sarà un caso o il frutto di una propaganda elettorale avvelenata?
Ed è un segno dei tempi pensare anche di cancellare i problemi rimuovendoli. Domenica scorsa Ernesto Galli della Loggia ha messo in evidenza sul Corriere della Sera perplessità e dubbi sullo Ius soli, mettendo al centro le difficoltà culturali dell’integrazione dei musulmani – che sarebbero comunque solo un terzo dei beneficiati dalla legge – oltre che la possibilità di mantenere una doppia cittadinanza (non si capisce perchè sia lecito e pacifico poter avere il passaporto italiano e quello statunitense ma sospetto mantenere quello marocchino o senegalese).
È chiaro che i problemi esistono, come sottolinea Galli della Loggia, di fronte a culture e comunità che non riconoscono alle donne gli stessi diritti degli uomini, ma allora la soluzione è negare la cittadinanza alle bambine che a 12 anni vengono rispedite nei loro Paesi per i matrimoni combinati o che non possono andare all’università anche se sono molto più brave dei loro fratelli?
La soluzione è arrendersi di fronte a mentalità arretrate o difendere quelle bambine con una cittadinanza che permetta di integrarle e far progredire le loro comunità ?
Arrendersi alla chiusura di quelle comunità , che vivono e continueranno a vivere nelle nostre città , è l’errore più grande che possiamo fare e che complicherà il nostro futuro. Abbiamo sprecato un’occasione gigantesca, reso inutile un finale di legislatura che poteva provare ad essere nobile e accettato di perdere la partita rinunciando a giocarla.
(da “La Repubblica”)
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Settembre 28th, 2017 Riccardo Fucile
HA SOLO LA GAMBA SINISTRA E GRAVI MENOMAZIONI ALLE BRACCIA… L’INTERVENTO CHIRURGICO AL GASLINI
«Torno a casa, torno a casa, sto per avere il piedino»: lo ripete da giorni Francesca, la bimba
congolese di 4 anni, abbandonata alla nascita dai genitori, due sventurate creature convinte di aver generato un mostro da eliminare.
Ha solo la gamba sinistra e gravi menomazioni alle braccia. Ricoverata a inizio mese al Gaslini di Genova per essere sottoposta a un lungo, difficile intervento chirurgico effettuato da Dror Paley, un luminare giunto dall’America con la propria equipe medica e paramedica, la piccola domani sarà nuovamente in Alessandria con la “mamma”, il medico ospedaliero Ilaria Pernigotti, che ha ottenuto l’affido temporaneo della bimba salvata da morte certa da una fondazione pediatrica operante in Congo. Ingessata a partire dal collo, Francesca ora porta solo più un tutore che le tiene immobile una piccola parte del corpicino e si sottopone a una lunga fase di fisioterapia.
Iniziata al Gaslini, prosegue ora in Alessandria ed è affidata alla “mamma” esperta nel ramo. Francesca dopo alcuni giorni un po’ bui – mangiava poco, era sofferente anche se lo nascondeva persino a se stessa nonostante sia così piccola – ora si va ristabilendo ed è convinta che «tutto andrà bene, anzi benissimo».
La fisioterapia serve a ridare forza all’unico arto per poter poggiare sulla gamba sinistra il peso del corpo mentre sul lato destro le verrà successivamente applicata una protesi così da consentirle, finalmente, di camminare.
Di questo lei ne è talmente certa da sopportare senza lacrime il forte disagio della fisioterapia.
I fondi raccolti da Oftal-Aquero (più di 70mila euro) hanno consentito l’intervento chirurgico e le prime cure, ma la sottoscrizione è ancora aperta perchè le spese da affrontare, protesi compresa, sono ancora molte. Si può contribuire, poco o tanto che sia non importa, servendosi di Banco Posta Iban IT59PO760110400000087662979.
(da “il Secolo XIX”)
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Settembre 27th, 2017 Riccardo Fucile
PER MOLTI I NUMERI CI SONO E VANNO CERCATI NEI TANTI MINI GRUPPI PARLAMENTARI, E’ SOLO UNA QUESTIONE POLITICA
Al netto della volontà politica, per capire i margini di approvazione della legge sullo ius soli serve il pallottoliere.
Respinta puntualmente ogni richiesta di calendarizzazione, il provvedimento “resta un obiettivo” del Governo, a parole.
Ma nei fatti, si procede di rinvio in rinvio. Anche questa volta, dopo la proposta di Sinistra Italiana e di Articolo 1 di mettere il provvedimento in discussione a Palazzo Madama dopo l’approvazione della nota di aggiornamento al Def prevista per il 4 ottobre, dal Partito Democratico è risuonato un secco No: “Portarlo in Aula significherebbe condannarlo a morte”, ha detto il capogruppo dem Luigi Zanda.
A chiudere i giochi è stato il partito di Angelino Alfano, secondo azionista del Governo Gentiloni, per il quale lo ius soli è “una legge giusta nel momento sbagliato”.
Anche a voler cercare maggioranze alternative non ci sono i numeri, sostengono i dem.
Fissata l’asticella a 161 (i voti necessari per l’approvazione) mancano “30 voti” senza il sostegno del gruppo al Senato di Alleanza Popolare, dice la ministra dei Rapporti con il Parlamento Anna Finocchiaro.
Cifra che non combacia, anche se di poco, con quella fornita da Zanda, secondo cui mancano 24 voti.
A ben vedere, però, i voti mancanti sono molti di meno.
Da solo, il gruppo a Palazzo Madama del Pd conta 99 senatori. Ci sono i voti assicurati degli ex compagni di partito di Articolo-1 (16 parlamentari) e di Sinistra Italiana (7 parlamentari).
Va tenuto conto poi del sostegno al provvedimento del gruppo Per le Autonomie, quello per intendersi dei senatori a vita come Giorgio Napolitano, Renzo Piano ed altri. Sono 18 e prima della pausa estiva il segretario del gruppo Vittorio Fravezzi ha espresso chiaramente il sostegno al ddl.
In totale sono 140 voti: ne mancano quindi 21 per far passare il provvedimento.
Ma ancora non ci siamo, perchè nel gruppo Misto, esclusa Sinistra Italiana (già conteggiata) ci sono altri apprezzamenti al provvedimento.
Il senatore in quota Giuliano Pisapia, Luciano Uras, di certo non farebbe mancare il suo voto, dal momento che l’ex sindaco di Milano da giorni chiede una rapida approvazione dello ius soli.
C’è poi la componente Idv, tre senatori: il leader Ignazio Messina si è più volte pronunciato a favore. Anche i Verdi sono per lo ius soli (una senatrice, Cristina De Pietro), come lo è il sottosegretario “forzaeuropeista” Benedetto Della Vedova.
Non ci sono dichiarazioni a riguardo ma è lecito immaginare che anche il senatore Mario Monti voterebbe a favore, così come l’esponente della sinistra pugliese Dario Stefà no.
In totale, manca una dozzina di voti, meno della metà rispetto a quanto sostenuto dal Partito Democratico.
C’è poi una vasta platea di indecisi, dagli altri esponenti del Misto ad alcuni senatori di Scelta Civica.
Poche speranze invece di racimolare voti dal gruppo Gal.
La senatrice di Sinistra Italiana Loredana De Petris fornisce i suoi numeri: “Premesso che molti provvedimenti sono passati con 140 voti”, spiega ad HuffPost, “anche nel gruppo di Alfano ci sono persone che non fanno parte del suo partito e che voterebbero il provvedimento, come i centristi che fanno capo a Casini, peraltro appena nominato presidente della Commissione banche. Ma le pare che questi non votano la fiducia e vanno contro il loro Governo? Possono anche non partecipare al voto…”.
Finocchiaro però insiste, la situazione si può sbloccare “senza fare crociate o guerre di religione ma con il compromesso”.
Fermo restando che lo ius soli “resta un obiettivo del Governo da affrontare dopo il Def”. Ma, precisa, “senza ombre”. Tradotto: la calendarizzazione può slittare, di nuovo.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 27th, 2017 Riccardo Fucile
NONOSTANTE I PONTIERI SIANO AL LAVORO, LE DISTANZE RESTANO… LA LEGA PREOCCUPATA: SE BERLUSCONI LI MOLLA SALTANO MOLTI COLLEGI
Il tentativo c’è stato. Ma è mancata la volontà . Non ufficialmente, certo. “Non si sono incrociati”,
viene spiegato.
Ma non è stato certo un problema di agende se Silvio Berlusconi e Matteo Salvini non si sono visti. Giancarlo Giorgetti, che in queste ore ha assunto il ruolo di gran paciere, ci ha provato.
Entrambi dovevano essere a Roma ma alla fine l’ex premier ha rinviato il suo arrivo nella Capitale per ragioni di salute e il leader padano, a chi gli chiedeva se ci fossero novità , prima di ripartire per Milano ha spiegato: “Ho altro da fare”.
Il clima tra i due è a livello di guardia.
Berlusconi fa circolare l’ipotesi di mollare la Lega e correre con i centristi. Ma a destra continuano soprattutto a subodorare aria di inciucio, pre e post elettorale, con il Pd. D’altra parte oggi Forza Italia, evitando che mancasse il numero legale, ha consentito al governo di non essere battuto in commissione Difesa sulla proroga delle missioni militari all’estero, tema peraltro caro al centrodestra.
Ma il problema adesso tra i tre “alleati” è soprattutto: vedersi per dirsi cosa?
Come sarebbe possibile eludere il tema della leadership che per Berlusconi è invece intoccabile?
Nel suo intervento di Fiuggi, il presidente azzurro ha messo i puntini sulle i. “Il centrodestra lo abbiamo creato noi e a guidarlo è sempre stata Forza Italia”.
Il segretario della Lega a Pontida andava in giro con la maglia “Salvini premier” e anche Giorgia Meloni in una recente intervista ha rivendicato il suo diritto ad ambire a quel ruolo.
E poi, c’è il nodo della legge elettorale.
La Lega e Forza Italia, al contrario di Fdi, hanno sottoscritto il patto a favore del Rosatellum bis. In caso di approvazione, bisognerebbe sedersi a uno stesso tavolo per discutere di come “spartirsi” i collegi.
Ma su quel testo c’è la grande incognita dei voti segreti e uno scetticismo generale sulle reali chance di approvazione.
E dunque — chiedono i più pragmatici — che senso avrebbe discuterne adesso?
D’altra parte i malumori verso quella proposta sono fortissimi anche in Forza Italia, per non dire dei dubbi espressi da Gianni Letta. “C’è un rischio di salvinizzazione della coalizione”, è l’allarme lanciato soprattutto dai deputati del Sud.
Berlusconi qualche dubbio ce l’ha, ma ad Arcore hanno commissionato dei sondaggi e il responso è: Rosatellum male minore.
L’ex premier continua a ribadire che Forza Italia manterrà il patto e al Senato circola anche voce di una recente telefonata tra il Cavaliere e Matteo Renzi, che però, viene smentita dai rispettivi entourage.
Ignazio La Russa tuttavia è convinto che l’incontro tra i tre del centrodestra comunque ci sarà , solo che difficilmente sarà in agenda prima del 5 novembre.
“Ora — spiega — siamo tutti impegnati per il voto siciliano, non ci sono nè il tempo nè le condizioni”. Il sottinteso è che quell’esito potrebbe riequilibrare i rapporti di forza e cambiare l’approccio.
Giancarlo Giorgetti non la pensa così. Proprio lui che per convincere anche Fdi ad appoggiare il Rosatellum bis gli ha spiegato che, alle condizioni date, è il miglior sistema per garantire che si vada in coalizione.
“Io — dichiara ad Huffington — auspico che Berlusconi e Salvini si vedano e che lo facciano al più presto. Non serve aspettare nè il voto siciliano nè la legge elettorale”. Raccontano che dalle parti della Lega si siano fatti due conti e, se effettivamente il Cav dovesse decidere di mollarli e allearsi con la “quarta gamba” centrista, i padani ne risentirebbero in termini di collegi.
Al momento, tuttavia, Berlusconi sembra più interessato a guardare alla famiglia dei Popolari europei che agli alleati alla sua destra.
Nonostante la lieve indisposizione ha confermato il pranzo con il capogruppo del Ppe, Joseph Daul anche se l’incontro si terrà ad Arcore invece che a Roma.
Il Cavaliere sente che l’aria in Europa è cambiata e che la sua presenza in campo alle prossime elezioni è vista come argine all’avanzata delle forze populiste e del M5s. D’altra parte a Fiuggi aveva incassato l’omaggio del segretario del Ppe, Antonio Lopez-Isturiz che lo aveva salutato come “prossimo presidente del Consiglio italiano”.
(da “Huffingtonpost“)
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