Novembre 12th, 2018 Riccardo Fucile
IN CAMPAGNA ELETTORALE DI MAIO DISSE: CHE “ANDAVA MESSO DA PARTE”… ORA I CINQUESTELLE LIGURI ELETTI CON I VOTI DEI “NO TERZO VALICO” ANNUNCIANO IL SI’
Il sì del governo al Terzo Valico è imminente. 
Nonostante la sparizione dei soldi per il finanziamento dal Decreto Genova, l’infrastruttura oggetto — come la TAV — dell’analisi costi-benefici non sarà ostacolata dal MoVimento 5 Stelle perchè “ormai tornare indietro costerebbe più che continuare”.
Ovvero, per lo stesso motivo per il quale è arrivato l’ok al TAP nonostante le promesse elettorali.
Si profilano all’orizzonte quindi nuove contestazioni dagli attivisti per la consigliera regionale Alice Salvatore, già presa di mira di recente come la ministra Lezzi dai No TAP: impossibile per loro dimenticare quando in campagna elettorale Di Maio promise di fermare i lavori del Terzo Valico dei Giovi (TAV Tortona-Novi Ligure-Genova).
In campagna elettorale Di Maio disse che il Terzo Valico “andava messo da parte” e gli andava preferito “il potenziamento della linea attuale Genova-Milano”.
Invece l’opera infrastrutturale ferroviaria, già realizzata per il 40% e finanziata per i 5/6 verrà completata: al di là dell’esito dell’indagine della commissione “costi-benefici”, il ministro Danilo Toninelli è pronto a confermare l’”imprimatur” all’opera.
La Repubblica Genova racconta oggi che la portavoce regionale del Movimento Cinque Stelle starebbe nelle ultime ore comunicando febbrilmente con i suoi per cercare di spiegare, in effetti, come poter “digerire” e soprattutto “far digerire” il via libera a 5 Stelle al Terzo Valico all’elettorato che li ha votati anche per la loro irresolubile posizione.
Una via d’uscita, secondo la strategia della Salvatore, potrebbe essere rappresentata dalle penali, che dovrebbero essere pagate nel caso in cui l’opera venisse bloccata. Recitando dunque lo stesso canovaccio già visto con il gasdotto Tap, per cui il vicepremier Luigi Di Maio ha dichiarato di essere costretto a dare il via libera all’opera proprio per le altissime penali che il governo dovrebbe pagare, costringendolo, in caso di stop, a definanziare, addirittura, il reddito di cittadinanza.
Ovviamente delle penali si poteva sapere ben prima della campagna elettorale e ovviamente nonostante ciò si è promesso a vanvera come se non ci fosse un domani.
Ma se va bene agli italiani, va bene a tutti.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 12th, 2018 Riccardo Fucile
DOVE HA SCRITTO I 70 ARTICOLI RICHIESTI E DOVE SONO LE RICEVUJTE DI PAGAMENTO PER I PEZZI CHE AVREBBE SCRITTO?… SENZA QUELLI NON SI PUO’ DIVENTARE GIORNALISTI PUBBLICISTI
Dopo l’assoluzione in primo grado della sindaca di Roma Virginia Raggi Luigi Di Maio si è lasciato andare ed è tornato — come da tradizione del MoVimento 5 Stelle — a prendersela con quegli “infimi sciacalli” dei giornalisti.
Il Capo Politico del MoVimento 5 Stelle ha scritto sull’house organ del partito che sulla Raggi sono state scritte pagine e pagine di fake news da parte di «giornalisti di inchiesta diventati cani da riporto di mafia capitale, direttori di testata sull’orlo di una crisi di nervi, scrittori di libri contro “la casta” diventati inviati speciali del potere costituito».
Curiosamente Di Maio non fa nessun esempio di fake news sulla Raggi e alcun nome dei presunti sciacalli.
Quella dei giornalisti del resto è una categoria assai varia alla quale appartengono diversi pentastellati, a partire dal capo della comunicazione Rocco Casalino (giornalista professionista dal 2007) fino all’ex giornalista Mediaset (e oggi senatore) Emilio Carelli passando per Gianluigi Paragone, già direttore de La Padania, il quotidiano — che riceveva finanziamenti pubblici — della Lega Nord.
Del resto è noto che per il M5S i giornalisti sono servi solo quando si candidano con gli altri partiti.
Non figurano tra gli iscritti all’albo invece l’ex Iena Dino Giarrusso e l’ex deputato Alessandro Di Battista oggi autore di prestigiosi “reportage” per il Fatto Quotidiano che in un vecchio curriculum scriveva “dal 2011 collaboro come giornalista con il blog di Beppe Grillo”.
Tra i giornalisti pubblicisti del MoVimento 5 Stelle figura anche un certo Luigi Di Maio, iscritto all’Ordine dei giornalisti della Campania, nato il 06 luglio 1986 e iscritto all’albo dal 4 ottobre 2007.
Non è un caso di omonimia, è proprio lui come del resto si evince dal sito della Camera e dai curricula pubblicati in questi anni dall’attuale vicepremier, ministro del Lavoro e ministro dello Sviluppo Economico.
Ad esempio nello scarno curriculum pubblicato sul sito del MISE Di Maio scrive di essersi iscritto nel 2007 all’Ordine dei giornalisti come giornalista pubblicista.
Più dettagliata la descrizione fornita su Rousseau dove il futuro Capo Politico del M5S fa sapere di aver scritto, in qualità di pubblicista, di fatti di cronaca locale.
Non sappiamo però dove e per quale testata Luigi Di Maio abbia scritto.
Fino ad ora l’unico articolo emerso dal Web è quello — datato maggio 2010 e pubblicato sul giornalino dell’associazione universitaria da lui fondata — nel quale tesseva le lodi del liberismo e della flessibilità .
Qualche giorno fa il Giornale ci informava che il vicepremier avrebbe “mosso i primi passi nel giornalismo con un settimanale locale, Paese Futuro, che ha sede a Pomigliano d’Arco“.
Potrebbe essere questo il giornale dove Di Maio scriveva di cronaca locale visto che ha sede proprio nella sua città natale?
Il settimanale — una testata edita inizialmente da PF Information Soc. Coop. (fino al 2010) e successivamente da Eco Media Srl (fino al 2013) — ha però cessato le pubblicazioni nel 2013.
Su Internet rimangono poche tracce, il sito è offline e ovviamente l’account Twitter risulta fermo al novembre del 2013.
Qualcosa è possibile reperire tramite servizi di archiviazione come WebArchive ma al momento non sono spuntati fuori articoli firmati da Luigi Di Maio.
Eppure ce ne dovrebbero essere perchè in base a quanto previsto dall’Ordine dei Giornalisti della Campania per poter presentare la domanda di iscrizione è necessario indicare gli ultimi due anni di collaborazioni giornalistiche (che non devono essere necessariamente svolte presso la stessa testata) la copia delle ricevute di tutti i compensi giornalistici (ovvero non vale lavorare e scrivere gratis) e l’elenco firmato dal direttore di almeno 70 articoli firmati o siglati.
Insomma il futuro pubblicista non è tenuto a superare l’esame (quello è riservato invece ai giornalisti professionisti) ma deve in ogni caso dimostrare di aver scritto una certa quantità (non impressionante) di articolo nell’arco di due anni e di aver ricevuto un compenso per il lavoro svolto.
Su Facebook c’è un profilo personale “Paese Futuro Paolo” che sembra collegato al settimanale.
Le uniche notizie su Di Maio però sono quelle riguardanti la sua elezione a vicepresidente della Camera (anche perchè poco dopo il giornale ha cessato le pubblicazioni) a parte un post del settembre 2012 che dà notizia della presentazione del film documentario “Il commercio a Pomigliano D’Arco” già citato nel curriculum del vicepremier su Rousseau.
Leggendo quel poco che si può trovare su WebArchive riguardo a Il Paese Futuro però non ci sono prove concrete che — come scrive il Giornale — Luigi Di Maio abbia lavorato proprio presso quella testata, che non è certo l’unica ad occuparsi di cronaca locale.
Il dubbio lo può sciogliere a quel punto solo Luigi Di Maio che in nome della trasparenza e dell’onestà potrebbe farci leggere quello che ha scritto e indicare per quale giornale ha lavorato prima di intraprendere la sua sfolgorante carriera di redattore di liste di proscrizione di giornalisti nemici del MoVimento 5 Stelle. Facendolo potrebbe senza dubbio salvare qualcuno di quelli che Di Battista (in un post condiviso da Di Maio su Facebook) definisce «pennivendoli che non si prostituiscono neppure per necessità , ma solo per viltà ».
Nel frattempo il consiglio di disciplina dell’Ordine dei Giornalisti della Campania si riunirà nel corso della settimana per esaminare il deferimento di Luigi Di Maio, giornalista pubblicista, proposto dal presidente dell’Ordine della Campania, Ottavio Lucarelli.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 12th, 2018 Riccardo Fucile
SE NON ARRIVATE A FINE MESE, TUTTI A PRANZO E CENA DA SALVINI… MA IL SERVIZIO STIRO CAMICIE E’ SOSPESO, COMPRATEVI IL FERRO E PROVVEDETE DA SOLI
La finestra di “quota 100” che il governo si prepara ad aprire nel 2019 per permettere di
andare in pensione in anticipo rispetto ai requisiti attualmente in vigore rischia di costare caro ai futuri pensionandi.
I conti li ha fatti l’Ufficio Parlamentare di Bilancio che in audizione oggi sulla Manovra ha provato a simulare gli effetti dell’entrata in vigore della misura.
Secondo le stime dell’Upb, il taglio all’importo può variare da un minimo del 5,06% in caso di pensionamento con un solo anno di anticipo rispetto alla Legge Fornero, fino a un massimo del 34,17% nel caso di anticipo di 6 anni.
Una sforbiciata che dipende inevitabilmente dalla minor quota di contributi versata che concorre alla formazione dell’assegno: per questo la riduzione è maggiore più sono gli anni di anticipo alla pensione.
La scorsa settimana, interpellato direttamente sulla questione a “Otto e mezzo”, il ministro dell’Interno Matteo Salvini aveva escluso qualsiasi tipo di riduzione degli importi. “Non ci sarà nessuna penalizzazione”, aveva detto. “Non ho capito da dove esca” questa simulazione, aveva aggiunto.
Il riferimento della domanda era alle stime già comunicate dal presidente dell’Inps Tito Boeri, secondo cui ad esempio un lavoratore medio della Pa, andando in pensione a 62 anzichè a 67 anni, avrebbe visto il proprio assegno ridursi di circa 500 euro.
In ogni caso, ha spiegato l’Upb, proprio a fronte di queste penalizzazioni è esclusa che l’intera platea potenziale di possibili beneficiari di quota 100 – pari a 437 mila persone – decida di scegliere il pensionamento anticipato.
Anche perchè – ha rilevato l’Upb- in questo caso la spesa necessaria ammonterebbe a oltre 13 miliardi, circa il doppio di quanto stanziato in Manovra.
“Questa stima – ha chiarito il presidente dell’Upb Giuseppe Pisauro – non è ovviamente direttamente confrontabile con le risorse stanziate nel Fondo per la revisione del sistema pensionistico per vari fattori: dal tasso di sostituzione dei potenziali pensionati con nuovi lavoratori attivi a valutazioni di carattere soggettivo (condizione di salute o penosità del lavoro) o oggettivo (tasso di sostituzione tra reddito e pensione, divieto di cumulo tra pensione e altri redditi, altre forme di penalizzazione)”.
Quindi se da un lato quasi mezzo milione potranno, in teoria, andare in pensione prima, una combinazione di fattori, tra cui proprio la penalizzazione dell’assegno, dovrebbe convincere una parte a restare al lavoro.
Un concetto chiarito dallo stesso Pisauro rispondendo alle domande dei parlamentari: Nella stima del governo – ha detto – “è incorporata l’idea che la metà ” delle persone che potrebbe utilizzare la misura “non vada in pensione”.
(da “La Repubblica”)
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Novembre 12th, 2018 Riccardo Fucile
L’ESEMPIO FRANCESE PROVA LA TEORIA: PIU’ VITTIME E INCIDENTI
E’ dal 2001, il progetto era dell’allora ministro Lunardi, che si discute di alzare il limite in autostrada a 150 orari.
Già oggi l’articolo 142 del Codice della Strada prevede la possibilità di elevare il limite a 150 km in particolari condizioni di sicurezza sulle autostrade a tre corsie.
La decisione dovrebbe essere presa dagli enti proprietari o concessionari delle autostrade, ma non l’hanno mai decisa. Perchè? E che succederebbe se si alzassero i limiti? Ecco punto per punto l’analisi della nostra inchiesta.
La teoria ci spiega che aumenterebbero incidenti e feriti. In un Paese grande come l’Italia parliamo di almeno 400 morti in più se si alzasse la velocità media di 5 km/h. Tesi dimostrata dall’esempio francese che abbassando i limiti ha ridotto drasticamente morti e feriti.
Ma andiamo per gradi.
Il professor Claude Got, già presidente del Consiglio scientifico di CEESAR (Centre Europèen d’Etudes de sècuritè et d’Analyse des risques) e membro anziano del Comitato di esperti presso il Consiglio Nazionale della sicurezza stradale francese, sulla rivista “Sciences et Avenir” lo scorso luglio ha spiegato che “In Francia ridurre la velocità massima di 10 km/h, permetterà di salvare mediamente 400 vite all’anno, a patto che la misura centri l’obiettivo di abbassare la velocità media di almeno 5 km/h. Le vite salvate saranno 200 se la media si abbasserà di 2 o 3 km/h. Tutto dipenderà dal modo in cui la legge sarà applicata. Per esempio, se sarà tollerato l’utilizzo di dispositivi di rilevamento di postazioni radar, l’efficacia sulla riduzione della mortalità sarà inferiore”.
Lo studio di Claude Got arrivava a queste conclusioni elaborando in chiave moderna il Salomon, del 1964, effettuato su un campione di 10.000 veicoli incidentati e fondato sui rapporti di polizia stilati, che parte dalle tracce lasciate sul campo del sinistro (ad esempio i segni degli pneumatici), concentrandosi sulla velocità dei mezzi in una situazione di incidente per studiare il tempo di reazione del conducente al momento in cui realizza il pericolo
Ma anche studiando le statistiche relative alla la velocità della vettura al momento dell’impatto, concentrandosi sulla frazione di secondo in cui l’incidente si concretizza, per analizzare la deformazione dei veicoli al momento in cui colpiscono l’ostacolo: si tratta del sistema utilizzato nei crashtest dei costruttori.
Infine, il terzo studio preso in esame da Got è un modello puramente statistico e calcola il rischio di incidente basato sulla velocità media dei veicoli in un determinato tratto di strada.
“Il legame tra velocità e incidenti — conclude il professore – è provato da almeno 115 studi scientifici che esistono, sono noti al mondo scientifico e che si fondano tutti su tre distinti modelli matematici”.
I dati diffusi dall’istituto DESTATIS non sono incoraggianti, per i difensori della libertà di correre, e non solo per le questioni di inquinamento atmosferico.
Un rapporto del 2008 del Consiglio europeo per la sicurezza dei trasporti (CTSE), aveva infatti rilevato che dei 645 decessi stradali in Germania nel 2006, il 67% si era verificato su tratti autostradali senza limiti permanenti, nei quali però sono frequenti interventi giornalieri di limitazione della velocità da remoto in relazione alle condizioni di traffico o meteo.
Ciò indica —e il dato andrebbe allineato con la quantità di ore “limitate”, come suggerì a suo tempo l’ETSC (European Transport Safety Council) — che questi tratti sono assolutamente più pericolosi. Infatti solo il 33% delle vittime si era all’epoca verificato sui tratti limitati.
Sembra incredibile ma proprio l’Italia, con l’introduzione del Tutor — e quindi con il drastico abbattimento della velocità medie delle autostrade — è diventata la prova che più velocità è uguale a più morti e feriti.
Ma la scientificità della tesi non era precisa.
E qui si arriva al clamoroso e recente caso francese: qui è stato abbassato il limite e tutta la situazione è stata messa sotto stretto controllo dall’Osservatorio interministeriale.
Così dopo aver spostato sul circa 400mila km di strade secondarie (quelle a doppio senso di marcia e prive di securvia centrale) il limite da 90 a 80 km/h; la velocità media rilevata sui veicoli in transito sulle strade oggetto di sperimentazione è scesa di 4,7 km/h, portando a un immediato abbassamento sia dell’incidentalità che delle conseguenze fisiche sulle persone (conducenti, passeggeri, altri utenti inseriti nei contesti della circolazione), portando un deciso miglioramento in termini costi-benefici.
Ecco i dati dell’Osservatorio interministeriale della sicurezza stradale (ONISR): le vittime a luglio sono diminuite del 5,5%, mentre in agosto il decremento è stato molto più marcato, arrivando al -15,5%.
Nei 31 giorni di luglio le lenzuola bianche stese sull’asfalto sono state 324, mentre nello stesso periodo dello scorso anno le forze di polizia francesi avevano verbalizzato 343 decessi. Scende anche il numero di persone ferite, in tutto 6.651 (-2%) e il numero di lesioni trattate in ospedale con ricoveri superiori a 3 giorni, con 2.469 referti stilati (-10,5%)
A beneficiare del calo generalizzato sono stati automobilisti e pedoni, mentre motociclisti e ciclisti hanno visto crescere il loro tributo di sangue alla strada, facendo segnare il peggior risultato degli ultimi 5 anni.
Questa tendenza nefasta per moto e bici è stata rilevata anche nel mese di agosto, periodo nel quale, tuttavia, è proseguito il costante abbassamento di tutti gli indici statistici generali: insomma, si muore di meno.
Le vittime complessive sono state 251, mentre nello stesso mese del 2018 il bollettino era arrivato a 297 uccisioni: 46 persone in più sono tornate a casa sane e salve.
È un abbassamento molto importante, come già detto del 15,5%, che inciderà molto sull’andamento annuale francese, già molto importante nel primo semestre dell’anno. 5.395 feriti complessivi (contro i 5.523 di agosto 2017, pari al -2,1%) e 2.082 ricoveri ospedalieri per ferite gravi (nello stesso mese dello scorso anno erano stati 2.402, 320 in più). Quest’ultimo dato fa dunque scendere questa voce del bollettino del 13,3%.
Ma torniamo all’Italia.
Se aumentano i sinistri, magari anche di lieve entità parallelamente ci sarebbero più code e rallentamenti, quindi si correrebbe di più per fermarsi più spesso, è indubitabile. Senza contare che aumenterebbe il differenziale di velocità fra veicoli.
Accadrà di vedere un camion che va in sorpasso ad 82 km/h rispetto ad un altro che va ad 80. Il che significa che per un paio di km le due corsie di destra e centrale saranno occupate e nella terza di sorpasso si butteranno tutti compresi quelli che viaggeranno ad almeno 157 km/h senza sanzione e gli altri che non se ne preoccupano.
La differenza da 130 a 150 km/h comporta un aumento percentuale della velocità di solo il 15%, ma l’energia accumulata aumenta del 33%.
Un esempio? L’energia da riassorbire a 130 km/h e pari a 130×130=16.900 punti. A 150 è pari a 150×150=22.500 punti, +33%.
Lo spazio di frenata cambia radicalmente. A 130 con strada asciutta ci servono circa 90 metri a 150 ne servono circa 120. Con strada bagnata a 130 sono necessari 130 metri per fermarsi. A 150 oltre 170.
Viaggiare a 150 invece che a 130 comporta, a seconda delle auto, un incremento dei consumi di circa il 30 per cento in più. E i maggiori consumi si trasformano ovviamente in maggiori emissioni.
Infine il capitolo “favorevoli e contrari”, per ora non si può fare: essendo un argomento spinoso fino ad oggi nessuno si è pronunciato. Solo l’Asaps si è schierata. “L’elevazione del limite — ci ha spiegato il presidente Giordano Biserni – non porterà concretamente nessun vantaggio, ma comporterà solo svantaggi: più consumi, più inquinamento, più rischi di incidenti e inutili e spesso inesistenti guadagni di tempo”.
“E in Germania poi – conclude Biserni – il numero di persone uccise in incidenti stradali sulle autostrade tedesche senza limite di velocità è aumentato drasticamente, sfidando le previsioni di un calo costante man mano che le auto diventano più sicure. Anche il numero di tamponamenti autostradali è aumentato.
(da “La Repubblica”)
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Novembre 12th, 2018 Riccardo Fucile
IL GOMBLOTTO CONTRO IL GOVERNO DEL GAMBIAMENTO
Oramai non ci sono più dubbi: l’Italia è vittima di un complotto globale. 
Se vale la regola di Agatha Christie secondo cui “un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, tre indizi sono una prova”, allora la valanga di prove che hanno colpito l’economia del Belpaese non lasciano adito a dubbi.
Da quando si è insediata al governo la compagine gialloverde sono precipitati tutti gli indici macroeconomici lasciando presagire un futuro periglioso per i coraggiosi abitanti della penisola.
I nostri audaci eroi devono combattere strenuamente contro le forze del male coalizzate contro il Paese più bello del mondo e contro la dieta mediterranea e domani risponderanno picche al perfido Juncker e al maligno Moscovici che pretendono la riscrittura della legge di bilancio entro il 13 novembre. Tzè.
L’ardimentoso popolo italiano va avanti felice, incurante di questi soloni che vogliono metterlo in guardia dal muro contro cui sta andando a sbattere. L’impavido Tria non può piegarsi alla sciocca e bieca matematica dei numeri.
Se la realtà è contro di noi, peggio per lei. In pochi mesi il complotto si è manifestato attraverso:
a) Crescita della disoccupazione
b) Diminuzione dei consumi
c) Caduta dell’indice PMI
d) Rallentamento della produzione industriale
e) La fine del QE
f) Il downgrade delle agenzie di rating
g) La stagnazione della crescita nel terzo trimestre
h) L’aumento del deficit
i) L’aumento dei licenziamenti
j) La diminuzione dei contratti di somministrazione (di cui Giggino si vanta)
k) Le stime al ribasso del Fondo Monetario internazionale
l) Lo spread aumentato di circa 150 punti base
m) Le previsioni della Commissione Europea
n) L’angolo giro che insiste a voler essere di 360°
Sulle previsioni della Commissione aggiungiamo un paio di parole. Le previsioni, si sa, non vengono mai rispettate; a maggior ragione quando sono fatte col chiaro intento truffaldino di privare un popolo del suo sacrosanto diritto alla felicità .
Negli ultimi anni quelle della commissione hanno centrato la crescita del PIL solo nel 2015 (0,8%), cannando dello 0,2% quelle 2016 e 2017 (1.1% contro 0.9% nel primo caso, e 1.3% contro 1.5% nel secondo).
Come ci si può fidare di un istituto che centra le previsioni con un’approssimazione del 28%, quando il nostro governo le centra con approssimazione del 50%?
L’Italia l’anno prossimo crescerà dell’1,6%. La realtà pennivendola e puttana se ne faccia una ragione.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 12th, 2018 Riccardo Fucile
LA FOTOINDENTIFICAZIONE DEGLI OPPOSITORI : DALL’OCCUPAZIONE DEL LICEO VIRGILIO AI CORTEI… COME NEI REGIMI MILITARI
La fotoidentificazione dei possibili oppositori al “cambiamento”, magari cominciando dai più giovani, sembrerebbe tra le priorità del Governo dello stesso, che ha ovviamente in Matteo Salvini il proprio instancabile frontman.
Un lavoro meticoloso di polizia, come dire, preventivo, sorvegliare e, all’occorrenza, punire.
Ovviamente il precipitato ultimo di questa prassi serve a creare, se non accrescere, l’ideale biblioteca di Babele, in questo caso visiva, delle foto segnaletiche, da Scelba a Cossiga, a Salvini, appunto, per restare nell’ambito della cronaca dell’Italia repubblicana.
Non sarà certamente un compito da pionieri, intendiamoci; nella storia della fotografia, il momento e soprattutto lo spazio occupato dalle foto a uso “giudiziario”, comprende uno sconfinato appezzamento burocratico, scaffali infiniti…
Dal pericolo pubblico numero uno americano John Dillinger a Benito Mussolini, quando questi era ancora un agitatore socialista, sciarpa e capelli.
Un oggetto di interesse perfino artistico, se, addirittura, anni fa, a Roma, il gallerista-collezionista Giuseppe Casetti, dopo averne per caso rinvenuto un enorme mucchio nei cassonetti municipali, ritenne di fare di tutto ciò una mostra: un catasto di facce in bianco e nero, non sempre patibolari, alcune perfino celebri, come lo scatto, altrettanto segnaletico, del pittore Mario Schifano, arrestato per “possesso di sostanze stupefacenti”.
L’intero corpus dell’esposizione si ritrovò tuttavia a essere tragicamente sequestrato dagli inviati della Questura il giorno stesso della vernice, così in seguito a un articolo entusiastico di Filippo Ceccarelli che su “Repubblica” dava notizia dell’evento nelle pagine della cultura.
Anni fa, continuando nella cronistoria sul tema, addirittura a un mercato delle pulci di Barcellona mi è personalmente accaduto di trovare alcuni album fotografici, già in uso presso gli archivi di polizia cittadini, dove ogni volume, sul suo dorso, era contrassegnato dalle “caratteristiche criminali” dei soggetti censiti, dai “Carteristas”, cioè borseggiatori, agli “Invertidos”, povere facce di camerieri e perfino un prete tra i catturati dal flash e indicati come reprobi.
E ancora, lo scopro adesso, un giornalista, Giacomo Papi, ha raccolto in volume le foto segnaletiche di molti soggetti famosi: Bill Gates fermato per guida senza patente, Frank Sinatra per “seduzione di donna sposata”, Malcolm X per furto, e poi Al Pacino, Sacco e Vanzetti, Vallanzasca, Pacciani, Hugh Grant, Al Capone, Pertini, Cesare Pavese, Mata Hari, Michael Jackson e infine le povere inermi vittime sia di Auschwitz sia dei gulag.
Ora, fino a pochi giorni fa, personalmente non avrei mai immaginato di entrare anch’io, sia pure per via indiretta, in quel genere di quadreria “politica”, lo ritenevo anzi un posto immeritato.
Poi invece, un sabato mattina, non sono ancora le otto, quando ricevo una telefonata da mia figlia, che ha trascorso la notte al liceo “Virgilio” di Roma: “Papà – dice – devi venire subito a prendermi, la polizia è appena entrata e ha disoccupato la scuola, adesso ci stanno identificando”.
Quando la raggiungo, trovo via Giulia, strada citata da Gioachino Belli per la “Commaraccia secca”, sbarrata dai cellulari, e ovunque agenti, soprattutto in borghese. Al momento di andar via, dopo l’identificazione nero si bianco, sullo sfondo monumentale del portone, ci vien chiesto di metterci in posa: noi, i genitori, e la minore, la carta di identità visibile con i suoi dati anagrafici a favore dell’obiettivo, non ricordo adesso se si trattava di macchina fotografica o piuttosto videocamera, ma Daguerre o Lumière, resta l’interrogativo poliziesco sull’intera questione, soprattutto riferito ai diritti fondamentali di democrazia. Ed è forse un nodo repressivo.
Confesso che al momento dello scatto, per un istante almeno, ho pensato di sollevare il pugno chiuso, così come aveva fatto Jane Fonda nel 1970, la sua foto segnaletica è infatti dovuta alla partecipazione a un corteo contro la guerra del Vietnam.
Forse non l’ho fatto soltanto pensando che si trattasse di un gesto “desueto”, che avrebbe sicuramente suscitato un moto di implicito scherno da parte dei poliziotti lì presenti.
Tornando verso casa ho avuto però la brutta sensazione di quanto sia inquietante la prassi di schedare le persone con modalità che sembrerebbe, appunto, preventiva, una convinzione che nei giorni successivi si è fatta sempre più strada.
Quasi sia in corso d’opera l’intento di fondare un nuovo archivio aggiornato destinato a chi non voglia riconciliarsi con il progetto neo-autoritario, ma sì, chiamiamoli pure “sovversivi”, sia in atto sia potenziali, così tra le priorità di un governo che nella persona del suo ministro dell’Interno, conosce soprattutto la povertà culturale delle parole e dei verbi di genere strettamente securitari.
È accaduto infatti che molti manifestanti che con il pullman giungevano nei giorni scorsi a Roma per la manifestazione antirazzista siano stati intercettati lungo la via e dunque fermati identificati e a loro volta fotografati.
Sia quelli provenienti dalla Liguria sia gli altri dalla Toscana, i passeggeri fatti scendere, fotografati, controllati gli striscioni, perquisiti, come riferiscono molti partecipanti.
Fermati prima di Roma, dopo il casello, filmati a uno a uno. Anche Emergency fa sapere che cinque bus del Movimento migranti e rifugiati di Caserta sono stati a loro volta fermati sempre dalle forze dell’ordine e dirottati verso la campagna dove tutte le persone vengono controllate una a una. A
nche i manifestanti di Torino raccontano di essere stati fotografati tutti alla partenza. Idem i bus da Napoli, sempre per controlli prima di entrare a Roma.
Sabato scorso, infatti, proprio in piazza Esedra, dove si raccoglieva il corteo in questione, non ho potuto fare a meno di notare che la Digos aveva portato in piazza, accanto agli uomini in assetto antisommossa, anche i suoi Cartier-Bresson, i suoi Avedon , i suoi Weegee, forse anche le sue Tina Modotti.
Stavano lì a scattare e ancora scattare, un fatto che non è sfuggito all’organizzazione del corteo, non a caso uno di loro è un certo punto, impugnando il megafono, ha detto loro: “Fotografateci, fotografateci pure, è una vita che ci fotografate, eppure dovreste saperlo già chi siamo”.
Voglio sperare che si tratti soltanto di un semplice aggiornamento destinato alle semplice passione collezionistica, diportistica del ministro dell’Interno Salvini per la fotografia, un genere ulteriore, quello delle foto segnaletiche, che questi immagini di affiancare agli scatti di still life e alla istantanee paesaggistiche, e magari perfino ai suoi selfie ora in tenuta da escursionista ora a bordo piscina ora da passeggiata sul bagniasciuga ora da sagra ora da funerale di Stato ora perfino da semplice probabile abbiocco post coitum.
(da “La Repubblica”)
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Novembre 12th, 2018 Riccardo Fucile
IL DIRETTORE DI GARA: “QUI COMANDIAMO NOI”
«Questi devono imparare a comportarsi bene perchè siamo in Italia e qui comando io»:
l’arbitro di Kosmos Strangolagalli — Real Vico è stato accusato dai giocatori della squadra ospite di aver insultato con toni razzisti uno dei suoi giocatori, un cittadino senegalese.
La partita vedeva gli ospiti vincere 2 a 1 e il giocatore ha avuto un diverbio con gli avversari accusati di perdere tempo.
La storia la racconta oggi Repubblica Roma:
La Real Vico nel Lazio stava giocando sabato contro il Kosmos Strangolagalli. Una partita in trasferta tra le squadre di due paesi della Ciociaria. Quando mancavano dieci minuti alla fine dell’incontro, un giocatore del Real Vico, di nazionalità senegalese, doveva tirare una punizione. La squadra, bloccata sul 2-1, cercava almeno il pareggio. Ritenendo che l’arbitro stesse impiegando troppo tempo a fischiare, il giocatore lo avrebbe sollecitato, ricevendo però un’ammonizione. Tutto nella norma.
Quando il capitano ha chiesto spiegazioni sono però venute fuori frasi razziste. «Questi vengono dall’Africa. Sono storti, ma io li raddrizzo», avrebbe anche aggiunto l’arbitro.
E il Real Vico ha abbandonato il campo. I giocatori si sono tolti le magliette e sono rientrati negli spogliatoi. Gara sospesa.
«Riteniamo — dichiarano dalla società di Vico nel Lazio — che il direttore di gara abbia offeso in modo non convenzionale un nostro giocatore senegalese. I giocatori e la dirigenza tutta hanno ritenuto opportuno abbandonare il terreno di gioco».
La Real Vico nel Lazio, che ha contattato la Federazione spiegando le ragioni che hanno spinto la squadra a non ultimare la partita, nella quinta giornata di campionato, attende ora le decisioni del giudice sportivo, a cui l’arbitro dovrà fornire la sua versione dei fatti.
(da agenzie)
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Novembre 12th, 2018 Riccardo Fucile
DOPO IL VIDEO IN CUI PARLA DI 370 GRADI, IL DIRETTORE DEL FATTO L’AVEVA CHIAMATA “OTTUSANGOLO”
La ministra per il Sud e per gli asciugamani sul TAP Barbara Lezzi è molto arrabbiata con Marco Travaglio. E non ha paura di dirlo, visto che lo dice di lunedì e di primo mattino su Facebook .
Quale la ragione di cotanta arrabbiatura?
Dovete sapere che nei giorni scorsi Barbara Lezzi è finita sulla graticola perchè durante un’intervista a L’Aria che tira ha risposto a una domanda sulla divulgazione scientifica che il MoVimento 5 Stelle vorrebbe “controllare” o “gestire” dicendo che è necessario “informare a trecentosettanta gradi il cittadino” (secondo la versione dell’Internet), mentre lei giura e spergiura di aver detto 360.
Ma in tutto ciò cosa c’entra Marco Travaglio? Lo sventurato stamattina in apertura del suo pezzo sul Fatto Quotidiano ha avuto l’ardire di sfotterla un po’, chiamandola “Ottusangola”:
La Lezzi non ci ha visto più e ha sfoderato la sua migliore arma dialettica, ovvero la strategia dello specchio specchietto, già molto in voga negli asili e magnificamente sintetizzata dal romano Ce sarai pappappero: “Marco Travaglio, Ottusangolo è chi scrive senza informarsi dalla fonte originale pur di fare la battutina da quattro soldi. Gente da gregge, a 400°”.
Wow, gliele ha cantate!!!
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 12th, 2018 Riccardo Fucile
“SERVE CRESCITA A + 0,4% NEL QUARTO TRIMESTRE”
L’ISTAT fa a pezzi la Manovra del Popolo. Il presidente facente funzione dell’istituto
Maurizio Franzini nell’audizione sulla manovra alla Camera lanciato una serie di allarmi sulla crescita nel 2019 — mettendo così in dubbio le previsioni del governo -, sull’aumento delle tasse alle imprese e sullo scarso appeal del reddito di cittadinanza rispetto all’incremento del PIL.
Franzini ha spiegato che il mutato scenario economico potrebbe influire sui saldi di finanza pubblica, in modo marginale per il 2018 ma in misura più tangibile per gli anni successivi.
Senza pronunciare la parola “recessione”, il presidente ha detto che l’indicatore anticipatore registra un’ulteriore flessione e, dunque, prelude alla persistenza di una fase di debolezza del ciclo economico.
E visto che la crescita è stata nulla nel terzo trimestre “un termini meccanici sarebbe necessaria una variazione congiunturale del Pil pari a +0,4% nel quarto trimestre dell’anno in corso per raggiungere gli obiettivi di crescita presenti nella Nota di aggiornamento al Def per il 2018”.
Non solo: l’ISTAT ha calcolato anche un aumento delle tasse per la maggioranza delle imprese a causa della Manovra del Popolo: “Nel complesso i provvedimenti” sulla tassazione delle imprese “generano una riduzione del debito di imposta Ires per il 7% delle imprese, mentre per più di un terzo tale debito risulta in aumento.
L’aggravio medio di imposta è pari al 2,1%: l’introduzione della mini-Ires (-1,7%) non compensa gli effetti dell’abrogazione dell’Ace (+2,3%) e della mancata proroga del maxi-ammortamento (+1,5%)“, secondo una serie di calcoli che erano stati già anticipati dai commercialisti.
Un altro tema che è stato toccato e quello dell’apporto del reddito di cittadinanza al Prodotto interno lordo: “Sotto l’ipotesi che il Reddito di cittadinanza corrisponda a un aumento dei trasferimenti pubblici pari a circa 9 miliardi, secondo le simulazioni effettuate il Pil registrerebbe un aumento dello 0,2% rispetto allo scenario base. Questa reattività potrebbe essere più elevata, e pari allo 0,3%, nel caso in cui si consideri l’impatto del Reddito di cittadinanza come uno shock diretto sui consumi delle famiglie”, ha detto Franzini.
“Il modello dell’ISTAT stima un incremento del Pil pari allo 0,7% in corrispondenza di un aumento della spesa pubblica pari all’1% del Prodotto interno lordo. L’effetto del beneficio sul Pil terminerebbe dopo 5 anni, quando la riduzione dell’output gap e il conseguente aumento dei prezzi annullerebbero gli effetti positivi della spesa pubblica. Gli effetti positivi di questo scenario sono raggiunti sotto l’ipotesi che nello stesso periodo non si verifichino peggioramenti delle condizioni di politica monetaria, ovvero che non ci siano aumenti dei tassi di interesse di breve termine”.
Dalla Corte dei conti sono arrivati invece rilievi sulle scelte di allocazione dei fondi. La “polarizzazione” delle risorse su “limitati interventi”, decisa dal governo per la manovra del 2019, ha evidenziato il presidente Angelo Buscema si “traduce in una carenza di risorse per affrontare nodi irrisolti e garantire un adeguato livello di servizi in comparti essenziali per la collettività “. Secondo i magistrati contabili “occorrerebbe, infine, una più incisiva azione sul fronte della razionalizzazione della spesa nelle sue componenti meno funzionali al sostegno della crescita”.
(da “NextQuotidiano”)
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