Agosto 19th, 2021 Riccardo Fucile
“NOI LAVORIAMO PER RIDURRE I RISCHI PER LE PERSONE CHE PARTECIPANO”
Grazie alla mediazione delle forze dell’ordine, è terminato oggi il mega rave che da cinque giorni si stava tenendo sulle sponde del lago di Mezzano, nell’alto Lazio. Migliaia i partecipanti, arrivati da tutta Italia e da tutta Europa per prendere parte a questo evento non autorizzato.
Una decina i ‘muri del suono’, centinaia i camper e le automobili parcheggiate nei campi di Valentano, paese del Viterbese. Purtroppo si è registrata una vittima: un 24enne è affogato nelle acque del lago.
Cnca, Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza, è una federazione nazionale che raccoglie oltre 200 gruppi in Italia che svolge tutto l’anno attività di riduzione del danno e dei rischi in eventi simili. Insieme alla Rete di riduzione del danno Itad ha deciso di garantire una presenza costante anche all’interno di questo rave con l’obiettivo di assistere i partecipanti.
Sono stati quindi presenti ogni giorno 24 ore su 24. Spiega ai microfoni di Fanpage.it Stefano Regio, psicoterapeuta, referente di Cnca-Lazio: “Noi lavoriamo per ridurre i rischi per le persone che partecipano. In questo senso abbiamo un atteggiamento laico, senza giudizi. Dialoghiamo con la polizia, ma anche con gli organizzatori. Emergency e Medici senza Frontiere, per esempio, non entrano nel merito delle persone che curano. Se c’è un problema intervengono a prescindere, dando assistenza alle persone che ne hanno bisogno. I rave ci sono e qualcuno deve esserci per ridurre i danni. Se il festival si fa, noi abbiamo il dovere di esserci”.
“Avere sul posto persone qualificate come medici, psicologi, educatori, persone formate per fare questo lavoro, abituate a intervenire in contesti del genere, è fondamentale sia per gestire effetti acuti da uso di sostanze che per disidratazione, ad esempio”, spiega Regio.
Cnca ha messo in piedi una squadra di 80/100 persone da tutta Italia che si sono organizzate su turni per garantire una presenza continuativa. Molti interventi sono stati effettuati per esempio per piccole contusioni.
Sono state portate casse d’acqua con i camion, ma anche ghiaccio secco “che è la prima cosa che abbiamo finito, perché ce n’era una richiesta incredibile”. È stato montato un presidio fisso all’interno della festa, una zona di ‘chillout’, cioè un luogo che offre una sorta di spazio di ‘decompressione’ suono forte, dai battiti cardiaci accelerati dalla musica ad altissimo volume. Oltre a questo coppie di operatori hanno passeggiato senza sosta per l’evento per effettuare “un monitoraggio costante, perlustrando anche le zone che si ritengono un po’ più pericolose”
Negli ambienti dei ‘ravers’ questo grande evento era noto da tempo. E allora perché non è stato bloccato sul nascere? “Si sapeva da tempo che ci sarebbe stato un grande evento. Si sapeva che lo stava organizzando una rete internazionale e non i soliti sound locali. L’evento era previsto, ma non si sapeva né il luogo né la data. Sapevamo soltanto che ci sarebbe stato e quindi noi ci siamo organizzati per essere pronti. Dopodiché abbiamo aspettato, come hanno aspettato tutti i partecipanti. E all’ultimo momento è stato indicato il luogo preciso e la data di inizio. Si sapeva che ci sarebbe stato, ma non dove e quando sarebbe stato realizzato, come tutti i rave”.
Il prefetto e il questore hanno deciso di dialogare con gli organizzatori e di non intervenire subito per sgomberare l’area. “La nostra opinione sulla condotta delle forze dell’ordine è estremamente positiva. Hanno avuto un atteggiamento estremamente dialogante con noi riconoscendo il nostro ruolo e la nostra funzione. Dal nostro punto di vista hanno gestito bene la situazione perché sgomberare un rave di quelle dimensioni sarebbe stato molto pericoloso: immaginate diecimila persone immerse in questa festa, con le caratteristiche che sappiamo… Non si può spegnere la musica improvvisamente perché si crea un disorientamento così forte nelle persone che sono immerse in quella dimensione, che può provocare effetti devastanti. Sgomberare migliaia di persone senza incidenti è veramente complicato”.
(da agenzie)
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Agosto 19th, 2021 Riccardo Fucile
APPELLO ALL’OCCIDENTE, MA NESSUNO MUOVERA’ UN DITO
C’è una porzione di territorio, in Afghanistan, dove i talebani non sono arrivati. Ed
è lì che si sta organizzando la resistenza contro i fondamentalisti che hanno ripreso il potere nel Paese. O, meglio, si sta riorganizzando. Perché il Panjshir – provincia a nord-est di Kabul che – considerata una fortezza naturale per la conformazione del suo territorio – è stata in più occasioni il teatro della resistenza afghana.
Nei corsi e ricorsi storici del Paese “cimitero degli imperi” tornano i luoghi, ma tornano anche i nomi. Perché tra i protagonisti del gruppo che si sta mettendo in forze per opporsi ai taliban c’è Ahmad Massoud, figlio di Ahmad Shah Massoud, il “leone del Panjshir”, che riuscì a fare in modo che in quell’area non mettessero piede i sovietici prima e i talebani poi. Massoud padre fu ucciso il 9 settembre 2001, appena due giorni prima dell’attentato che ha cambiato la storia dell’Occidente, ma anche dell’Afghanistan. Massoud figlio – che ha 32 anni e ha studiato a Londra – ha intenzione di calcare le sue orme. Parla alla comunità internazionale e si propone come leader di una nuova resistenza. “Scrivo oggi dalla valle del Panjshir, determinato a seguire le orme di mio padre, con i combattenti mujaheddin che sono pronti ad affrontare ancora una volta i talebani. Abbiamo scorte di munizioni e armi, pazientemente raccolte dai tempi di mio padre, perché sapevamo che questo giorno sarebbe arrivato”, ha scritto in un intervento sul Washington post.
Dalla sua parte, racconta, ci sono anche alcuni soldati dell’esercito afghano che non hanno condiviso la resa delle truppe e che stanno cercando di arrivare in Panjshir. Ma soprattutto alcune figure di spicco delle istituzioni afghane, almeno di come le conoscevamo prima che i talebani tornassero al potere. Tra loro c’è l’ex ministro della Difesa del governo di Ashraf Ghani, Bismillah Mohammadi. Su Twitter ha postato una foto del leone del Panjshir, accompagnata da un commento: “Dove sei? La mia casa è fredda”. Non risparmia accuse al premier che ha lasciato Kabul domenica. Proprio nelle ore in cui Ghani saliva sull’aereo, lui scriveva: “Ci hanno legato le mani dietro la schiena e hanno venduto la patria, al diavolo il ricco e la sua banda”.
In prima fila con gli oppositori c’è poi quello che è stato il vice di Ghani, Amrullah Saleh, che in Panjshir è nato e che dell’Alleanza del nord – questo il nome che il generale Massoud aveva dato al movimento – ha fatto parte. Dopo aver palesato la disapprovazione nei confronti del Pakistan che “ha sostenuto l’oppressione e la dittatura brutale”, dopo la fuga di Ghani ha ricordato che, secondo la Costituzione, i poteri spettavano a lui. “Per chiarezza – ha scritto su Twitter, direttamente in inglese – Come da costituzione, in caso di assenza, fuga, dimissioni o morte del Presidente il vice diventa il Presidente ad interim. Attualmente sono nel mio paese e sono il legittimo presidente. Mi rivolgo a tutti i leader per ottenere il loro sostegno e consenso”. Alla caduta di Ghani, Saleh è tornato nella sua provincia di nascita, accanto al movimento di resistenza.
Sembrano determinati a non restare con le mani in mano gli oppositori dei talebani. Ma sono consapevoli che le armi e le munizioni che hanno non basterebbero mai a fronteggiare un attacco prolungato degli avversari. Ne servono di più, perché se i talebani dovessero arrivare nel loro territorio, prima o dopo sarebbero costretti a soccombere.
A meno che in loro aiuto non arrivino i mezzi dell’Occidente. Lo stesso che, proseguendo con il ritiro delle truppe ha fatto capire – neanche troppo velatamente – che ciò che accade all’interno dei confini dell’Afghanistan non gli interessa più. “Se i talebani lanciassero un’offensiva, si troverebbero ovviamente di fronte a una strenua resistenza da parte nostra. La bandiera del Fronte di Resistenza Nazionale sventolerà come 20 anni fa. Eppure sappiamo che le nostre forze militari e la logistica non sarebbero sufficienti. Si esaurirebbero rapidamente. A meno che i nostri amici in Occidente non trovino un modo per venirci incontro, senza indugio”, scrive ancora Massoud. Un messaggio indirizzato in particolar modo agli Usa. “L’America può ancora essere un grande fautore della democrazia”, ha scritto sulle colonne del Wp. Ammiccando alla stessa potenza che, con le parole del presidente Biden, ha ribadito di non voler più spendere energie per quel Paese.
Delle (poche) possibilità che questo movimento trovi qualche forma di aiuto esterno ha scritto sul Guardian Emma Graham-Harrison. “Nessuno dei Paesi confinanti è candidato a sostenere un movimento anti-talebano, almeno per ora”,. Il discorso è simile se si va oltre la regione: “Saleh e i suoi alleati avrebbero probabilmente difficoltà a trovare un sostegno straniero significativo”.
La strada per il fronte anti talebano parte in salita. C’è, però, un elemento da considerare: i combattenti al momento sono alle prese con il potere che hanno raggiunto più velocemente di quanto loro stessi si aspettassero. Devono crearsi un minimo di legittimazione internazionale, formare un governo. Potrebbero lasciar perdere il Panjshir, e i loro oppositori, almeno per il momento. Il fattore tempo potrebbe quindi giocare a favore del Fronte di Resistenza Nazionale. Che potrebbe organizzarsi meglio e raccogliere più proseliti. Ma difficilmente senza aiuto esterno potrà avere la forza di ostacolare significativamente il regime che sta per essere instaurato.
(da Huffingtonpost)
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Agosto 19th, 2021 Riccardo Fucile
I PRIMI ACCUSATI DI SOSTENERE I TALEBANI, I SECONDI LA CARTA ANTI-CINA DELL’OCCIDENTE
A livello regionale, l’India è il Paese che più ha da perdere dalla riconquista dell’Afghanistan da parte dei talebani.
Se la vittoria dei talebani, foraggiata dal Pakistan, piace alla Cina per il patrimonio afghano di terre rare, per gli indiani l’imbarazzante ritirata occidentale è doppiamente amara: sia per il danno di credibilità al patto delle democrazie sponsorizzato da Biden, sia per il rischio di ripercussioni terroristiche in regioni come il Kashmir.
Secondo un’analisi della Bbc, è probabile che il successo dei talebani provochi un cambiamento significativo nella geopolitica dell’Asia meridionale, rivelandosi particolarmente difficile per l’India date le storiche tensioni e le controversie sui confini con il Pakistan e la Cina, entrambi in prima linea nel futuro dell’Afghanistan.
Il ruolo del Pakistan
La lunga insurrezione talebana e la sua rapida conquista dell’Afghanistan sono indissolubilmente legate al Pakistan, come ricorda il Washington Post. Per oltre mezzo secolo il Pakistan ha dato manforte a elementi militanti in Afghanistan nel quadro della cosiddetta dottrina della “profondità strategica”. Le fazioni che si unirono ai talebani mantennero ampi legami logistici e tattici con le agenzie pakistane, mentre molti dei loro combattenti provenivano dai clan tribali che vivevano a cavallo del confine. Queste stesse reti probabilmente hanno permesso al fondatore di al Qaeda, Osama bin Laden, di trovare rifugio in un complesso non lontano dalla principale accademia militare del Pakistan fino a quando i Navy Seals statunitensi lo hanno ucciso in un raid un decennio fa.
Il governo dei talebani in Afghanistan conferisce profondità strategica al Pakistan contro l’India. Secondo Michael Kugelman, vicedirettore del Wilson Center, Islamabad ha ottenuto ciò che ha sempre voluto: un governo in Afghanistan che può facilmente influenzare. Per Islamabad ci sono anche delle sfide – a cominciare dal fatto che i talebani guidati dai pashtun non hanno mai riconosciuto il confine poroso tra Afghanistan e Pakistan – ma i vantaggi sono molto più ampi, anche grazie al ruolo che i cinesi intendono giocare nell’area
Le sfide per l’India
“Per l’India un Afghanistan in mano ai talebani non può portare a nulla di buono”, commenta Ugo Tramballi, consigliere scientifico Ispi. “L’India è sempre stata allineata con gli occidentali e con l’Alleanza del nord. Rispetto a Cina, Russia, Iran – che in modo secondo me un po’ affrettato sono considerate le parti vincenti di questa partita – l’India come gli occidentali è il partito sconfitto dall’ascesa dei talebani”.
L’India non è mai stata rilevante in Afghanistan come il Pakistan, gli Stati Uniti o la Russia. Ma Delhi è sempre stata coinvolta nella promozione della sicurezza e dei legami culturali. Migliaia di afghani sono in India per istruzione, lavoro o cure mediche.
La più grande sfida che l’India dovrà affrontare è se riconoscere o meno il regime talebano. Sarà una scelta difficile, soprattutto se Mosca e Pechino decideranno di riconoscere in qualche modo il governo talebano. Secondo alcuni, l’opzione migliore per l’India è tenere aperto un canale di comunicazione con i talebani, anche se non sarà facile visti i trascorsi. I talebani – ricorda la Bbc – hanno offerto un passaggio sicuro ai dirottatori di un aereo della Indian Airlines nel 1999, un incidente che rimane impresso nella memoria collettiva degli indiani. E Delhi ha sempre mantenuto stretti legami con l’Alleanza del Nord, un gruppo che ha combattuto i talebani tra il 1996 e il 1999 e che ora sta provando a organizzare una forma di resistenza.
Con i talebani nel cuore di Kabul, l’India potrebbe voler mettere da parte il passato per salvaguardare i propri interessi e cercare più stabilità nella regione. Si teme che gruppi militanti come Jaish-e-Mohammad e Lashkar-e-Taiba saranno galvanizzati dal successo dei talebani e pianificheranno ed eseguiranno attacchi contro l’India. Secondo gli esperti, potrebbe essere necessaria una strategia per garantire che la regione contesa del Kashmir non diventi il prossimo punto di raccolta dei mujaheddin.
La posizione di Nuova Delhi è complessa anche perché – spiega ancora Tramballi – l’India si percepisce come una potenza regionale sempre più assertiva da poco, sostanzialmente da Modi; prima gli indiani erano sempre stati molto cauti sull’avere profili internazionali. L’Afghanistan, in ogni caso, non è mai stato al centro dell’interesse strategico indiano, se non in chiave anti-pakistana.
La minaccia terroristica nel Kashmir
Ed è proprio il rafforzamento del Pakistan a spingere oggi l’India ad alzare il livello di guardia. “Ora si teme che al Qaeda o l’Isis possano ritrovare rifugio in Afghanistan per colpire l’Occidente, ma credo che i talebani saranno più accorti rispetto al passato perché hanno bisogno di relazioni internazionali”, argomenta l’analista Ispi. Per l’India, invece, la minaccia terroristica derivante dalla vittoria del talebani è molto più concreta e imminente, per il sostegno che i talebani possono dare ai terroristi islamici del Kashmir.
“L’India si deve principalmente guardare sul piano della sicurezza da quali influenze un Afghanistan talebano può avere nelle sue regioni più deboli, come la Dhaka e il Kashmir”, prosegue Tramballi. Washington farà in modo di rassicurare, ad esempio offrendo a Delhi i suoi strumenti di intelligence e logistica per contrastare i tentativi di terrorismo, ma la débâcle della fuga occidentale da Kabul è destinata a minare comunque la credibilità degli Usa e di tutta la Nato.
Il bastione imperfetto della democrazia
Per quanto imperfetta, la democrazia indiana resta per l’Occidente il baluardo dei suoi valori in un continente dove l’autocrazia cinese è protagonista assoluta. Nel grande confronto del nostro tempo tra Washington e Pechino, e tra democrazie e autocrazie, Delhi è stata definitivamente arruolata, in un quadro molto più largo e più politico-militare, in questa sfida. Gli sviluppi in Afghanistan ovviamente non cambiano questa realtà, soprattutto perché per l’India la frontiera più delicata resta quella con la Cina. Sarebbe però sbagliato sottovalutare l’impatto che un Pakistan rinvigorito potrebbe avere sulla stabilità del subcontinente, anche alla luce dell’amicizia tra Islamabad e Pechino: i pakistani, grazie ai loro buoni rapporti con i talebani, aiuteranno i cinesi a penetrare a livello economico e commerciale in un paese come l’Afghanistan, ricco di risorse minerarie ma estremamente ostico da gestire.
“Se avessero potuto scegliere, certamente gli indiani avrebbero provato a convincere gli americani a restare ancora in Afghanistan, o quanto meno a evitare un’uscita così disastrosa, da cui esce danneggiata la credibilità della Nato”, osserva l’esperto Ispi. Per l’India il futuro si presenta come una montagna particolarmente difficile da scalare: piegato dalla pandemia (secondo uno studio di Harvard, i morti sarebbero quasi 5 milioni) e affamato dalla crisi economica, il Paese fa i conti con spinte autoritarie in una tensione crescente tra modernizzazione e conflitto sociale. Dall’efficacia con cui Stati Uniti e Ue sapranno porsi al fianco dell’India – anche nel contrastare la minaccia terroristica derivante dagli sviluppi in Afghanistan e Pakistan – dipenderà molto del futuro di questo enorme e complesso paese.
(da Huffingtonpost)
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Agosto 19th, 2021 Riccardo Fucile
“COMBATTO DA ANNI CONTRO IL REVENGE PORN, LA VIOLENZA DOMESTICA E LA PEDOFILIA INFANTILE, COLLABORO CON MAGISTRATI E AVVOCATI, CHE PROBLEMA HANNO? NON HO FORSE GLI STESSI DIRITTI DI TUTTI?”… VALLO A FAR CAPIRE AI TEORICI DELLA NIPOTINA DI MUBARAK
Aveva deciso di scegliere il centrodestra moderato per le sue «battaglie», ma pochi
giorni dopo l’annuncio della sua discesa in campo alle amministrative di Salerno, è già polemica.
«C’è stato un veto fortissimo che non mi aspettavo. Si fosse candidata Tina Ciaco non ci sarebbero stati problemi, ma si è candidata Priscilla Salerno, quindi un’attrice hard che si candida alle elezioni».
Lei si chiama Tina Ciaco, in arte Priscilla Salerno, attrice hard e imprenditrice di origini salernitane che in un’intervista concessa all’emittente Ottochannel 696, ha commentato le polemiche relative alla sua scelta di partecipare alle prossime elezioni amministrative di Salerno.
L’annuncio della sua discesa in campo era stato fatto il 16 agosto dai rappresentanti del Nuovo Psi, partito che sosterrà la candidatura a sindaco di Michele Sarno in una lista con Forza Italia ed Udc. Ma l’annuncio ha provocato dissapori all’interno della coalizione.
«I diritti delle donne non si tutelano certo candidando al Consiglio Comunale di Salerno la pornostar Priscilla», ha scritto sul suo profilo Facebook il deputato di Forza Italia, Gigi Casciello. «Ognuno nella propria vita fa le scelte che ritiene e da parte mia non c’è alcun giudizio moralistico ma ritengo che ci siano modi sicuramente più autorevoli e credibili per tutelare i diritti delle donne».
La candidata 41enne, dal canto suo, ha replicato in merito alla scelta di candidarsi sostenendo di essere giudicata senza conoscere il suo background. «Questa è la cosa più grave, che si fermano alle apparenze. Sono sconcertata, ma comunque continuo con tenacia a combattere per i miei diritti e per quelli di tutte le donne e per la libertà». Salerno, inoltre, ha spiegato: «Combatto da tre anni contro il revenge porn e la violenza domestica, la pedofilia infantile. Collaboro con magistrati, do credito a giovani avvocati affinché capiscano bene il significato di questa parola che è ancora sconosciuta. Lo sto subendo di nuovo sulla mia pelle, però ho le spalle larghe perché è da sempre che subisco queste oscenità. Il mio è un grido di libertà per me e per tutte le donne che non hanno possibilità di combattere contro gli uomini».
(da agenzie)
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Agosto 19th, 2021 Riccardo Fucile
I VERI RESPONSABILI DI QUESTO CLIMA DI RILASSATEZZA CONTRO IL COVID SONO COLORO CHE STRIZZANO L’OCCHIO AI NO VAX, AI NO GREEEN PASS
Se ai servizi segreti americani è sfuggito che i talebani erano pronti a riprendersi l’Afghanistan in dieci giorni, il minimo che poteva capitare ai vigili urbani di Mezzano, provincia di Viterbo, era di non accorgersi dell’invasione di migliaia di ragazzi per un rave party.
Mentre a chiunque di noi giustamente chiedono il Green Pass per sedersi in un caffè, senza che nessuno abbia avuto niente da ridire è stato montato in mezzo al nulla un palco immenso, ci si è attaccati al sistema elettrico, sono arrivati fiumi di droghe e di alcol.
Poi è cominciata la festa, con gli assembramenti a fare da ultimo dei problemi, visto che c’è scappato un morto, un paio di giovani sono finiti in ospedale in coma etilico e non c’è stata potenza di ristabilire l’ordine pubblico.
D’altra parte, come si tollerano le zone turistiche piene all’inverosimile, senza alcun rispetto del distanziamento, allo stesso modo si è preso sottogamba un evento che aveva già nel programma un campionario completo di illegalità.
Di tutto questo ieri il segretario della Lega ha chiesto che risponda la ministra Lamorgese – ovviamente senza dar seguito con un atto parlamentare di sfiducia che porterebbe il Carroccio fuori dal governo.
L’importante però è offrire un colpevole alla piazza, anche perché in mancanza emergerebbe il vero responsabile di questo clima di rilassatezza contro il Covid, che dall’inizio della pandemia cavalca il disagio di chi ha dovuto fare sacrifici – dai ristoratori alle discoteche – fa le crociate contro il Green Pass e gratta la pancia ai no vax.
Insomma, l’identikit di buona parte del Centrodestra.
(da La Notizia)
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Agosto 19th, 2021 Riccardo Fucile
LA PROVINCIA DEL PANJSHIR INTENDE RESISTERE AL RITORNO AL POTERE DEI TALEBANI… PER DECENNI E’ STATA LA ROCCAFORTE DELLA RESISTENZA AI SOVIETICI E AI TALEBANI
La valle del Panjshir, situata a nord di Kabul tra le montagne dell’Hindu Kush, per
decenni è stata una roccaforte della resistenza ai sovietici e poi ai talebani, ospitando alcuni dei combattenti che hanno poi sostenuto l’invasione degli Stati Uniti e dei paesi alleati nel 2001.
Oggi diversi esponenti di spicco del Panjshir, i cui abitanti per la maggior parte sono di etnia tagika, hanno dichiarato che intendono contrastare qualsiasi tentativo di conquistare la provincia.
“Se i talebani saranno pronti a tenere colloqui significativi, lo accoglieremo con favore”, ha detto al New York Times, Amrullah Saleh, vicepresidente dell’Afghanistan prima dell’arrivo dei talebani a Kabul domenica scorsa.
Nelle scorse ore, Saleh si è proclamato capo di stato dopo la fuga dell’ex presidente Ashraf Ghani, accolto dagli Emirati Arabi Uniti. “Se insisteranno sulla conquista militare, allora è meglio che rileggano la storia afghana”, ha affermato.
In un articolo pubblicato sul Washington Post, Ahmad Massoud, leader del Fronte di resistenza nazionale dell’Afghanistan, ha promesso di difendere la provincia “qualunque cosa accada”.
“Io e i miei combattenti mujaheddin difenderemo il Panjshir come ultimo baluardo della libertà afghana. Il nostro morale è intatto. Sappiamo per esperienza cosa ci aspetta”, ha detto Massoud figlio del leggendario “Leone del Panjshir” Ahmad Shah Massoud, assassinato da al-Qaeda due giorni prima dell’11 settembre 2001.
Nell’articolo, Massoud ha anche chiesto “più armi, più munizioni e più rifornimenti”. Oltre agli armamenti, ai combattenti del Panjshir, stimati tra 2.000 e 2.500, sembra finora mancare il sostegno internazionale di cui godevano avuto i loro predecessori o anche gli stessi talebani, la cui leadership ha potuto insediarsi in Pakistan durante la guerra con gli Stati Uniti e i paesi alleati.
Secondo l’ambasciatore dell’Afghanistan in Tagikistan, il tenente generale Zahir Aghbar, la guerra comunque “non è finita”. Aghbar ha dichiarato che il Panjshir potrà essere una base per chi vorrà combattere i talebani se non si riuscirà a trovare un accordo politico, dopo aver riconosciuto ieri Saleh come presidente ad interim dell’Afghanistan a seguito della partenza di Ghani. Saleh si trova attualmente nel Panjshir, insieme a Massoud e l’ex capo di stato maggiore afghano Yasin Zia.
(da agenzie)
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Agosto 19th, 2021 Riccardo Fucile
ORMAI IL CLANDESTINO DELL’UMANITA’ NON LO CONSIDERANO NEANCHE NEL SUO PARTITO
È arrivato il momento di mettere da parte la propaganda elettorale, perché le storie e le immagini che arrivano quotidianamente dall’Afghanistan stanno aprendo gli occhi sulle sofferenze di un popolo che dopo aver sognato la normalità è sprofondato nuovamente in quelle paure, quei timori e quelle violenze che si sperava fossero state superate.
E mentre da una parte c’è il leader del Carroccio, Matteo Salvini – che continua a propagandare fornendo anche una sua idea di “famiglia tradizionale afgana” – dall’altra c’è uno dei nomi simbolo della Lega che parla di solidarietà e accoglienza. Si tratta di Alan Fabbri, sindaco di Ferrara.
In passato, il primo cittadino della città estense (eletto nel 2019) si era reso protagonista di alcune iniziative comunali nel segno della discriminazione al classico grido leghista “Prima gli italiani”, declinato in base alla città di riferimento.
Dalle case popolari (su cui ha dovuto fare un passo indietro), fino ai buoni spesa. Oggi, evidentemente, le storie e le immagini che arrivano da Kabul e dintorni lo hanno spinto a una riflessione molto più approfondita e meno propagandistica.
In un colloquio con il quotidiano La Stampa, infatti, ha dichiarato:
“Credo sia in corso una lotta di civiltà tra quello che può essere l’Afghanistan libero e quello attualmente soggiogato dal regime talebano. In questo scontro, non possiamo mettere la testa sotto la sabbia”.
Certo, in un passaggio del suo intervento ha anche detto che tra gli afgani in fuga dai talebani e gli altri migranti che arrivano sul suolo italiano ci sarebbe qualche differenze. Secondo lui, infatti, le condizioni di vita degli “altri” non meriterebbe lo stesso tipo di “accoglienza”. Ovviamente, però, ci sono storie e storie di chi fugge dal proprio Paese per via di tutte quelle guerre civili – in particolare nel’Africa Centrale e Settentrionale – di cui si parla troppo poco. Sta di fatto che, almeno su questo tema, sembra che l’ideologia elettorale possa essere messa da parte, arrivando a maturare la stessa posizione espressa da altri sindaci: da Beppe Sala a Giorgio Gori, fino a Virginia Raggi.
“I diritti umanitari sono di tutti, uomini, donne e bambini. E se daremo loro una risposta in ritardo, la storia non ci giudicherà positivamente”.
Un pensiero di gran lunga differente rispetto a quello del segretario del suo partito, che è riuscito a trovare differenze anche parlando delle famiglie afgane. Una boccata d’ossigeno anche in quel partito.
(da NextQuotidiano)
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Agosto 19th, 2021 Riccardo Fucile
IL CLANDESTINO DELL’UMANITA’ SUPERA SE STESSO NEL DESCRIVERE CHI DOVREBBERE ESSERE ACCOLTO IN ITALIA ATTRAVERSO I CORRIDOI UMANITARI
La famiglia è la famiglia. Lo ha sempre “insegnato” Matteo Salvini che da anni fa la
sua propaganda parlando della famiglia tradizionale (madre, padre e figli – ovvero donna, uomo e figli) che lui sostiene e difende.
Oggi, però, scopriamo che questo vale solamente nell’Italia dei comizi elettorali perpetui. Il leader della Lega, infatti, pensa che la composizione della famiglia afgana tipo sia un po’ diversa: madre, figli e (potenziale) terrorista.
“Afghanistan: corridoi umanitari per donne e bambini in pericolo certamente sì – ha scritto Matteo Salvini sul suo profilo Twitter, con un tweet fissato in alto affinché tutti possano leggerlo immediatamente -. Porte aperte per migliaia di uomini, fra cui potenziali terroristi, assolutamente no”.
Le prime tre parole di questo post social sono perfette: Afghanistan, corridoi umanitari. Perché appare evidente a tutti come non si possano lasciare cittadini inermi nelle mani delle violenze talebane. Poi, però, l’inciso su chi – secondo il leader della Lega – dovrebbe usufruire di questa accoglienza da parte dell’Italia (ma anche degli altri Paesi europei).
Ovviamente sappiamo tutti – lo stiamo raccontando da giorni – che le principali vittime del ritorno dei talebani a Kabul e nelle altre città sono le donne afgane. Da lì, infatti, arrivano storie e testimonianze di violenze e lacrime di dolore da parte di chi sta chiedendo aiuto, conscio di un futuro che avrà solamente risvolti negativi.
Stesso discorso vale per i bambini che entrano, di diritto, nel concetto di corridoio umanitario che tutto l’Occidente dovrebbe aprire.
Non si capisce perché, però, secondo Salvini il diritto all’accoglienza dovrebbe essere negato agli uomini. Per lui, infatti, tra loro ci sarà sicuramente qualche potenziale terrorista. Uno strano concetto di famiglia tradizionale afgana che non è altro che la somma di un mero populismo privo di contenuti.
(da NextQuotidiano)
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Agosto 19th, 2021 Riccardo Fucile
IL PARADOSSO PER QUELLI CHE VOGLIONO ACCEDERE ALLA MENSA SENZA GREEN PASS… CI MANCAVANO GLI AGENTI NO VAX: MA ANDATE A FARE A UN ALTRO MESTIERE
Sui social network stanno circolando da giorni le immagini degli uomini delle forze dell’ordine “costretti” – dopo essersi rifiutati di ricevere il vaccino (la loro categoria è stata una delle prime per cui è stata aperta la campagna di immunizzazione a livello Nazionale) a mangiare sui gradini e all’aperto per via della normativa sulla certificazione verde che non permette a chi è privo di quel documento di sedere ai tavoli delle mense.
Fotografie che hanno fatto indignare, ma che fanno emergere un paradosso che va ben oltre il pranzo in compagnia degli altri: i poliziotti senza green pass, infatti, hanno il compito e il dovere di multare quei locali e quelle strutture che non rispettano le norme sulla certificazione verde.
Come riporta il quotidiano La Repubblica, i sindacati di Polizia sono sul piede di guerra. Commentando quelle immagini che stanno spopolando sui social, poi, anche il sottosegretario al Ministero degli Interni – il leghista Nicola Molteni – si scaglia contro la decisione presa dal governo che il suo partito sostiene.
Le norme per chi indossa una divisa prevedono il continuo e obbligatorio uso del dispositivo di protezione individuale mentre si è in servizio. E non solo in strada, ma anche mentre ci si trova a bordo dell’auto di servizio.
Ma tutto ciò fa emergere un ulteriore paradosso: i poliziotti senza green pass (ma anche Carabinieri, Polizia Municipale, Guardia di Finanza e uomini appartenenti a tutte le altre forze dell’ordine) devono multare chi non rispetta le regole. E tra le norme sotto la loro attenzione c’è anche il corretto utilizzo e la corretta verifica dell’utilizzo della certificazione verde.
A differenza del personale sanitario, infatti, non è stata scritta alcuna normativa che parla di “demansionamento” per chi tra loro ha rifiutato il vaccino.
(da agenzie)
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