Settembre 16th, 2021 Riccardo Fucile
ORA LA LEGA APPROVERA’ IL GREEN PASS, QUELLO CHE SALVINI AVEVA DEFINITO “UNA CAGATA PAZZESCA”… “GESTIONE FALLIMENTARE” COMMENTANO NELLA LEGA
L’ultimo passo indietro di un’inesorabile ritirata l’ha compiuto ieri mattina: «Il Green Pass? Ha senso per chi è a contatto con il pubblico. Se uno è chiuso nel suo ufficio che senso ha?».
Messo all’angolo nel suo partito e isolato dal resto del centrodestra di governo (Forza Italia) che addirittura invoca l’obbligo vaccinale, Matteo Salvini si produce negli ultimi distinguo di una campagna estiva al fianco di no vax e no pass che non pochi, fra i compagni di viaggio, bollano senza mezzi termini come «fallimentare».
Perché oggi, in Consiglio dei ministri, la Lega voterà sì all’ennesimo allargamento dell’obbligo di quel lasciapassare sanitario che il segretario, due mesi fa, definiva «una cagata pazzesca ».
La citazione fantozziana non ha portato fortuna al senatore milanese, la cui linea prudente sui provvedimenti anti-Covid è stata gradualmente rintuzzata dal pragmatismo del capodelegazione Giancarlo Giorgetti e dei governatori Zaia, Fedriga, Fontana, insomma di quell’“altra Lega” che non è, come dice Salvini con un altro riferimento naif, «una fantasia da Topolino», ma semplicemente una rappresentanza di big del partito sensibile alle richieste degli imprenditori del Nord con l’incubo chiusure.
Il numero uno di via Bellerio, alla fine, prova a consolarsi con qualche dividendo (i tamponi gratuiti invocati anche dai sindacati) ma siamo all’atto finale di una commedia cominciata il 4 luglio, quando Salvini giurava, al termine di un faccia a faccia con Draghi, che l’Italia mai avrebbe imitato il modello della “patente” alla francese: «Il premier non è per gli estremismi ». «Green Pass? Non scherziamo », diceva poi il 22 luglio, poche ore prima del via al certificato da parte del governo. «Il Green Pass è da cambiare», tuonava il leader il 26 luglio a provvedimento fatto (e avallato dai suoi ministri). «Un lasciapassare per accedere agli istituti scolastici? Non scherziamo», il commento rilasciato il 27 luglio.
Ma lo scherzo, di nuovo, l’esecutivo gliel’ha fatto il 9 settembre. Non pago, Salvini ha provato a mettere l’ultimo paletto sei giorni fa: «Qualcuno prevedeva l’obbligo del Green Pass anche per i dipendenti pubblici, grazie alla Lega non c’è». Non c’era, forse, visto che è in arrivo l’estensione del certificato a tutti i lavoratori, atto peraltro annunciato per primo da Giancarlo Giorgetti, ormai punto di riferimento principale di Draghi e persino oggetto di riconoscenza da parte di Enrico Letta: «Sono grato al ministro, il suo è il modo corretto di stare al governo».
Il segretario del Pd, d’altronde, ha gioco facile nel puntare il dito sulle divisioni del partito che ieri sono riemerse in commissione, alla Camera, e che al Senato solo la fiducia posta dal governo alla conversione del primo Green Pass ha mascherato.
Fra i dem c’è chi scommette addirittura su una scissione che lasci come alleata solo la Lega giorgettiana. Ma, almeno al momento, non ci sono i presupposti per una lacerazione di questo tipo.
Di certo, però, sono sempre più forti i malumori verso la linea del segretario, si insinuano fra parlamentari ed esponenti di governo che si chiedono a cosa sia servita una fiera opposizione a «vincoli e obblighi», se poi alla fine il partito li ha approvati tutti. Peraltro pure col gradimento dell’elettorato, stando ai sondaggi.
Non bastano più temi identitari come sicurezza e immigrazione a tenere compatto il partito: gli attacchi alla ministra Luciana Lamorgese che ieri hanno animato l’aula parlamentare continuano a infrangersi sul muro del resto della maggioranza (inclusa Fi) e su Draghi, mentre il tentativo di scambiare gli ostaggi (le dimissioni della titolare del Viminale per quelle già avvenute del sottosegretario leghista Claudio Durigon) rientra fra le mission senza successo dell’estate salviniana.
«Se il motore di tutto è la competizione con Meloni, vediamo quali risultati porterà il 4 ottobre», sussurra un deputato leghista, convinto come tanti – che dopo le amministrative servirà un chiarimento.
Il fronte di chi chiede congressi locali e maggiore democrazia è guidato da Roberto Marcato, assessore di Luca Zaia, tradizionale rivale interno con cui pure Salvini in questi giorni ha cercato di fare sponda.
E ieri, all’improvviso, qualcuno ha rimesso in circolo la notizia, rilanciata dalle agenzie, che la “Lega per Salvini premier” è in ritardo pure sul congresso federale, che si sarebbe dovuto celebrare a un anno dall’approvazione dello Statuto, avvenuta a fine 2018. Una minaccia anonima alla indebolita leadership del Capitano.
(da La Repubblica)
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Settembre 16th, 2021 Riccardo Fucile
I NUMERI ALLA VIGILIA DELL’ESTENSIONE DELL’OBBLIGO
Dopo l’incontro tra sindacati e il presidente Mario Draghi, in vista del Consiglio dei
ministri di oggi, è stata confermata l’intenzione del governo di approvare il decreto che estende l’obbligo di Green pass a tutti i lavoratori sia nei settori pubblici sia nelle aziende private.
Ma quanti sono i lavoratori e le lavoratrici che, attualmente, sono in possesso del Green pass? Secondo i dati diffusi dal governo, sono circa 18 milioni i lavoratori sia del pubblico sia del privato interessati dalla nuova misura.
Di questi, 13,9 milioni ne sono già provvisti, mentre 4,1 milioni non sono muniti di certificazione verde.
Nello specifico, nel settore privato l’80 per cento ne è munito (circa 11 milioni di persone), mentre 3,7 milioni ne sono ancora sprovvisti.
La situazione nella pubblica amministrazione
Da analizzare a parte la situazione nella pubblica amministrazione. Laddove sia già in vigore l’obbligo vaccinale, come nel caso del personale medico-sanitario del Servizio sanitario nazionale, la stragrande maggioranza dei lavoratori ne è già in possesso (2,3 milioni di persone).
Mancano invece all’appello circa 115mila lavoratori della Pa. Va ricordato però che l’obbligo vaccinale non esiste per tutti i lavoratori statali. E, tra i dipendenti pubblici non obbligati a sottoporsi alla vaccinazione anti-Covid, la differenza tra chi è in possesso del Green pass e chi no è decisamente diversa. Su un totale di circa 900mila dipendenti pubblici, due terzi di questi (600mila persone) ne sono in possesso, mentre un terzo ne è sprovvisto (300mila lavoratori).
(da agenzie)
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Settembre 16th, 2021 Riccardo Fucile
IL CAPITONE COSTRETTO A CAPITOLARE, ORA SI ATTACCA AI TAMPONI GRATIS (COSI’ LI PAGANO QUELLI CHE HANNO IL CERVELLO A POSTO)
Lo scontro più duro è sulla gratuità dei tamponi. Matteo Salvini, in un insolito asse con i sindacati, non riesce a spuntarla e deve abbandonare il proposito di dare ai lavoratori la possibilità di fare il test Covid senza spendere soldi.
Mario Draghi e la maggior parte dei ministri infatti sono convinti che azzerare il costo potrebbe annullare l’incentivo alla vaccinazione costituito dal Green pass.
Ed è per questo che il leader Lega si trova di nuovo isolato rispetto al suo partito e al resto della maggioranza con di fronte un decreto che a lui non piace affatto e che allargherà l’obbligo del certificato verde anche ai lavoratori privati. Decreto che il Capitano proverà a modificare almeno per quanto riguarda la parte dei tamponi a pagamento.
Il ragionamento che invece ha portato avanti in questi giorni Giancarlo Giorgetti, e che è stato sposato dai governatori e di cui è promotore lo stesso Mario Draghi, è totalmente diverso.
Per il ministro dello Sviluppo economico “l’esigenza delle aziende è di avere la sicurezza per chi opera nei reparti. Soltanto un contagiato, al netto delle conseguenze sanitarie rischia di far chiudere tutta l’azienda. Dobbiamo dare un sistema di certezze, sia sotto il profilo sanitario che sotto il profilo dell’organizzazione del lavoro”.
Parla quindi di quei luoghi in cui, pur non essendoci un contatto con il pubblico, esistono le catene produttive e, se ci dovesse essere un contagio in un settore con relative quarantene, l’intera catena si bloccherebbe. Anche i governatori si sono fatti carico di questa esigenza e l’allarme arriva proprio dal Nord, quindi da dove ci sono le fabbriche.
È sufficiente ascoltare le parole del presidente della Lombardia Attilio Fontana per capire l’aria che tira nella Lega.
Il Green pass è uno “strumento di libertà” perché consente di fare cose che “prima non si potevano fare”, come ad esempio andare allo stadio, e di “superare” eventuali nuove restrizioni”. Riguardo ai lavoratori del settore privato dice che “se dovessero essere previste ulteriori restrizioni, col Green pass si potranno superare”.
Restano agli atti invece i dubbi di Matteo Salvini, ma difficilmente la Lega, che continua a chiedere la gratuità dei tamponi, si smarcherà. Non sembra infatti scegliere una linea di rottura. Al Senato vota la fiducia al primo decreto Green pass. Alla Camera vota contro, invece, un parere sul secondo dl Green pass, che riguarda scuole e trasporti, in commissione Cultura.
Ma non sembra un avviso di strappo: proverà a far passare emendamenti, fortemente voluti soprattutto dai deputati che contro il Pass sono anche scesi in piazza. Più test salivari e tamponi gratis per tutti, sono alcune delle richieste dei salviniani. Ma i governisti non intendono fare le barricate.
(da agenzie)
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Settembre 16th, 2021 Riccardo Fucile
GREEN PASS PER TUTTI I LAVORATORI DA OTTOBRE, TAMPONI A PAGAMENTO, ANCHE SE IN RITARDO FINALMENTE CI SI MUOVE
È quando Maurizio Landini sposta l’obiettivo sull’obbligo vaccinale che Mario
Draghi ferma la discussione. Al tavolo affollato di palazzo Chigi siedono anche quattro ministri e i leader di Cisl e Uil. Ma la riunione ormai si è fatta a due.
Il premier è risoluto: solo l’estensione del green pass per tutti i lavoratori può tirare la campagna di vaccinazione fuori dalla palude della saturazione.
La linea, spinta fin dall’inizio da Renato Brunetta e da Roberto Speranza, non si tocca. Ed è a quel punto che il segretario della Cgil capisce che la prima richiesta è stata bocciata. Draghi snocciola i dettagli del decreto che vuole portare giovedì sul tavolo del Consiglio dei ministri: i tamponi per il certificato verde li pagheranno i lavoratori, non lo Stato.
La discussione si riaccende di nuovo. Intervengono anche i ministri per ribadire la linea delle fermezza: i test gratuiti frenano le vaccinazioni, insomma tutto il contrario di quello che invece bisogna fare. E in fretta.
Le parole dei ministri non spengono l’insistenza di Landini, mentre i segretari delle altre due sigle si defilano, quantomeno nei toni. Prima di tornare a parlare dei tamponi, il premier completa il ragionamento sulla soluzione alternativa dell’obbligo vaccinale: il green pass, che si può ottenere anche con il tampone, offre una discrezionalità al lavoratore che non si vuole vaccinare.
Può cioè andare a lavoro e non essere sanzionato, mentre l’obbligo chiude questa possibilità. Poi si passa ai test. Il premier non ha mai preso in considerazione l’idea di caricare il costo sulle casse dello Stato e non tanto per ragioni economiche.
Ora quell’idea è pronta a farsi norma: il tampone lo paga il lavoratore perché l’alternativa – il vaccino – c’è ed è gratuita.
Se invece paga lo Stato, in ultima istanza i cittadini, non si aumenta la propensione alla vaccinazione. Landini, che a inizio riunione aveva chiesto tamponi gratuiti fino al 31 dicembre, in linea con la durata dello stato d’emergenza, propone una mediazione: test gratis per un periodo di tempo limitato. Ma il premier e i ministri non vogliono generare una discriminazione nei confronti del mondo della scuola, dove l’obbligo del green pass prevede il costo del tampone a carico del personale fin dal primo giorno dell’entrata in vigore.
Quando i segretari di Cgil, Cisl e Uil lasciano palazzo Chigi, la scollatura con il Governo rimbalza nelle dichiarazioni rilasciate davanti alle telecamere.
Landini dice che “il Governo rifletterà sulla richiesta dei tamponi gratis”, ma Draghi e i ministri che sono rimasti dentro intanto vanno avanti con la road map: convocazione del Consiglio dei ministri mercoledì pomeriggio, al mattino la cabina di regia per chiudere il cerchio con Matteo Salvini e poi l’incontro con le Regioni.
Il passaggio con la Lega è tutt’altro che secondario e questa consapevolezza pervade anche il presidente del Consiglio, ma allo stesso tempo l’isolamento di Salvini dentro al Carroccio gioca a favore di un disegno che non si vuole consegnare alla bagarre.
Lo schema del decreto dice che l’obbligo del green pass sarà esteso a tutti i lavoratori, pubblici e privati, a partire da ottobre.
Già 13,9 milioni hanno la certificazione verde, ma all’appello mancano 4,1 milioni. Nel comparto pubblico sono due milioni, tra personale sanitario e scolastico, gli statali che devono esibire il pass: con l’allargamento si tirerà dentro anche la fetta restante. Sono circa 1,2 milioni di lavoratori impiegati nei ministeri e negli enti locali e tra questi si stima che siano 300mila quelli a non essersi vaccinati.
Molto più ampia è la platea dei lavoratori impiegati nel privato. Ma per il Governo la distinzione è solo formale. “Il principio alla base dell’estensione del green pass – spiegano fonti dell’esecutivo – è quello dell’uniformità e per questo si farà un provvedimento organico”.
Anche le misure che accompagnano l’estensione dell’obbligo hanno questa traccia: le sanzioni saranno uguali a quelle già in vigore per la scuola e cioè la sospensione dal lavoro, con annesso stop allo stipendio, dopo cinque giorni di assenza ingiustificata perché non si è possesso del certificato verde.
I lavoratori che non avranno il pass – e questo è un punto che hanno ottenuto i sindacati – non potranno essere licenziati. I tamponi, si diceva, saranno a carico dei lavoratori. Anche qui si seguirà il modello scuola, quindi prezzo calmierato a 15 euro.
Il testo è di fatto pronto e ha anche il via libera di Confindustria. Carlo Bonomi non è stato convocato a palazzo Chigi e una ragione c’è: il via libera degli industriali al disegno del Governo è arrivato ieri, attraverso contatti che hanno coinvolto alcuni ministri e viale dell’Astronomia.
Gli industriali hanno detto sì dall’inizio all’estensione dell’obbligo del green pass, opponendosi però all’ipotesi dei tamponi a carico delle imprese. Quando dall’esecutivo è arrivata la rassicurazione che a pagare il test saranno i lavoratori, tutto è finito in discesa. Ma il mondo del lavoro, destinatario delle nuove misure, è spaccato.
(da Huffingtonpost)
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Settembre 15th, 2021 Riccardo Fucile
OCCHIUTO AL 39,8%, BRUNI AL 39,1%… LA CANDIDATA DEL CENTROSINISTRA CONTINUA A CRESCERE
Si prospetta un testa a testa tra Roberto Occhiuto e Amalia Bruni per la guida della Regione Calabria.
Secondo l’ultimo sondaggio di Winpoll, commissionato da Scenari Politici, il 3 e 4 ottobre sarà lotta a due nelle urne, con Luigi De Magistris molto staccato rispetto agli altri due contendenti e l’ex governatore Mario Oliverio accreditato di appena il 2,5% di preferenze.
Stando alla rilevazione dell’istituto – realizzata tra il 12 e il 14 settembre – il candidato del centrodestra Occhiuto, capogruppo di Forza Italia alla Camera, raccoglie ad oggi il 39,8% di voti. Incollata, a meno di un punto percentuale, Amalia Bruni, la scienziata allieva di Rita Levi Montalcini scelta dal centrosinistra: è accreditata del 39,1%.
La sfida è quindi apertissima, tenendo conto della forchetta d’incertezza del sondaggio (2,8%) e della fetta di calabresi (il 37%) che ancora non sa chi voterebbe o se andare alle urne.
Convincere gli indecisi o riuscire a portare elettori ai seggi sarà quindi uno degli snodi della battaglia tra Occhiuto, sostenuto da 7 liste, e Bruni, supportata da 6 liste.
Apparentemente fuori dai giochi, invece, De Magistris: il magistrato e sindaco di Napoli raccoglierebbe il 18,6% di voti con le sue sei liste civiche. Quarto, con una percentuale inferiore al 3, l’ex presidente Oliverio.
(da agenzie)
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Settembre 15th, 2021 Riccardo Fucile
IPSOS: MANFREDI AL 45,5%, MARESCA AL 29,5%… YOUTREND: LEPORE AL 60,1%, BATTISTINI AL 32,5%
L’alleanza tra centrosinistra e Movimento 5 stelle vincente sia a Napoli che a
Bologna.
A poco più di due settimane dal voto, gli ultimi sondaggi sulle prossime elezioni comunali premiano Gaetano Manfredi e Matteo Lepore, con quest’ultimo accreditato di un’ampia vittoria già al primo turno.
A Napoli la rilevazione di Ipsos per il Corriere della Sera stima l’ex ministro al 45,5%, con un vantaggio largo sul candidato del centrodestra Catello Maresca, fermo al 29,5%.
Il M5s è primo partito con il 18,6% delle preferenze, seguito dal Pd al 17,4%.
A Bologna il sondaggio You-Trend per il gruppo Gedi vede invece Lepore addirittura doppiare il civico sostenuto dal centrodestra, Fabio Battistini: 60,1% di preferenze contro 32,5%.
Secondo i sondaggi, quindi, nelle due città gli elettori premieranno l’alleanza giallorossa. Per Manfredi sarà difficile arrivare alla vittoria al primo turno, anche se il sondaggio Ipsos è stato concluso quando ancora non era nota la sentenza del Tar che ha escluso la lista della Lega e due civiche a sostegno di Maresca.
Allo stesso tempo, un elettore su quattro (24%) è ancora indeciso sul voto al candidato sindaco. Manfredi però, secondo la rilevazione, può essere tranquillo in vista del secondo turno.
Sia gli elettori di Antonio Bassolino (l’ex sindaco ed ex presidente della regione è stimato all’11%) che di Alessandra Clemente (l’ex assessore di de Magistris è a sua volta accreditata di un 11%) dichiarano in larga parte che voteranno Manfredi a un eventuale ballottaggio.
A Bologna invece il secondo turno sembra ad oggi un ipotesi remota. You-Trend prevede una vittoria schiacciante di Lepore, già assessore alla Cultura e al Turismo, persino meglio del 57,4% ottenuto da Sergio Cofferati.
Anche in questo caso un successo dell’alleanza M5s-Pd, anche se qui i democratici superano il 40%, mentre i pentastellati sono fermi all’8,1%.
Voti comunque determinanti per garantire la vittoria al primo turno. Anche se potrebbero fare meglio Coalizione Civica, la lista promossa anche da Elly Schlein, e la civica sponsorizzata dalla renziana Isabella Conti: entrambe punta a sfondare il 10%. Nel centrodestra invece la competizione è più che altro interna: Fratelli D’Italia è stimata all’11,9% e si avvicina alla Lega, che ancora mantiene un 16,3%.
(da agenzie)
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Settembre 15th, 2021 Riccardo Fucile
NO IN COMMISSIONE ALL’ESTENSIONE NELLE SCUOLE DOPO AVER DETTO SI’ IN CONSIGLIO DEI MINISTRI… ALTRA GIRAVOLTA DI UN PARTITO IN PREDA AL CAOS
La Lega si sdoppia di nuovo. Come era già avvenuto con il primo decreto Green pass, i deputati del Carroccio fanno la giravolta rispetto a quanto votato dai rappresentanti del loro partito nel governo: dopo aver approvato in Consiglio dei ministri il decreto di estensione del certificato verde nelle scuole, il secondo dell’esecutivo su questa materia, oggi, insieme a Fratelli d’Italia, i leghisti hanno espresso un voto contro il parere allo stesso provvedimento in commissione Cultura della Camera.
Il resto della maggioranza – comprese le altre forze di centrodestra come Forza Italia e Coraggio Italia – ha votato a favore.
Il dietrofront arriva alla vigilia dell’annunciato via libera al “Super Green pass” che porterà all’obbligatorietà per tutti i lavoratori, sia nel pubblico impiego che nelle aziende private.
E segna solo l’ultima scollatura sia tra il Carroccio e il resto della maggioranza che all’interno dello stesso partito.
Sul tema del certificato verde i distinguo non si contano neanche più. Tutto era iniziato con il voto dei leghisti in commissione Affari Sociali sul primo decreto relativo al Green pass, quando Claudio Borghi e gli altri deputati si erano accodati alla richiesta di soppressione avanzata da Fdi. Eppure il provvedimento era stato votato in Consiglio dei ministri da Giancarlo Giorgetti e dagli altri rappresentanti del Carroccio.
Quindi era stata la volta della battaglia in Aula, con un altro voto insieme ai meloniani sull’astensione dall’obbligo per i minori di 18 anni. Alla fine – pur con poche presenze tra i banchi del Carroccio – era arrivato il via libera alla Camera.
In cambio di quella che il capogruppo Riccardo Molinari aveva definito una “trattativa” che avrebbe interessato la gratuità dei tamponi salivari, l’estensione della validità del tampone a 72 ore e l’assicurazione che non sarebbe cresciuti gli ambiti di applicazione dell’obbligatorietà.
Il presidente del Consiglio Mario Draghi aveva subito gelato l’esultanza leghista annunciando che il governo sarebbe andato avanti con nuovi settori della vita sociale condizionati al possesso del Green pass. E negli scorsi giorni non sono mancati i via libera – più o meno alla luce del sole – da parte dei big della Lega, ad iniziare dal ministro Giorgetti e fino ai governatori Massimiliano Fedriga e Attilio Fontana. Intanto, nei lavori in commissione, continua la ‘guerra tattica’ e il gioco di sponda con Fdi.
“Stop strumentalizzazioni sulla pelle degli studenti. Siamo contrari ad uno strumento che li ghettizzi e li discrimini: il diritto allo studio non è negoziabile. Per questa ragione abbiamo espresso voto contrario al Dl Green pass in Commissione. La scuola, come il lavoro, è un diritto fondamentale”, scrivono in una nota i deputati leghisti in commissione Cultura.
(da agenzie)
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Settembre 15th, 2021 Riccardo Fucile
DALLA FOLGORAZIONE PER BOSSI AL RAPPORTO CON GIORGETTI E ZAIA
È forse il miglior rappresentante della Lega dalla faccia pulita, misurata,
istituzionale. Non certo un tipo da comizio al Papeete Beach con mojito e crocifisso che ballonzola sul petto nudo.
Alla Camera, nei suoi quattro anni da capogruppo, dal 2014 al 2018, si è guadagnato una stima trasversale per la sua correttezza. Mai fuori posto, mai sbracato, una specie di genero ideale per ogni mamma, ospite perfetto al pranzo domenicale.
Eppure Massimiliano Fedriga, governatore del Friuli Venezia-Giulia dall’aprile 2018 (vinse con oltre il 57 per cento di preferenze) e presidente della Conferenza delle Regioni dallo stesso mese di quest’anno, è uno che sa colpire con pugno di ferro in guanto di velluto, che non sbrodola mai, ma sa essere tagliente come un bisturi.
Ed è ormai uno degli alfieri della Lega del ricco Nord, quella pragmatica che governa i ceti produttivi delle aree-locomotiva del Paese. Per molti anni è stato considerato un fedelissimo di Matteo Salvini, ma poi, durante la legislatura 2013-2018, qualcosa si è rotto.
Non a caso si malignò da più parti che tre anni fa, all’indomani della sua riconferma in Parlamento, lo stesso Capitano lo avesse ardentemente spinto verso la candidatura in Regione, con una facile previsione di successo, per toglierselo dalle scatole a Roma: insomma, una specie di promoveatur ut amoveatur.
Oggi Fedriga continua a essere rigidamente allineato al capo sui temi dell’immigrazione, ma quando si parla di pandemia, vaccini e Green Pass, le sue uscite lo iscrivono in modo netto all’ala che fa capo al ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti e che fa sponda anche con il titolare del Turismo Massimo Garavaglia, quella sorta di fazione che sta mettendo all’angolo il leader del Carroccio.
Ormai i distinguo sono diventati una divaricazione vera e propria, che nessuno più cerca di nascondere. Non per niente, sul certificato verde anti-Covid Fedriga ha sentenziato come un Brunetta qualunque: «Nuovi lockdown sarebbero insostenibili per il Paese. Il Green Pass è uno strumento per tenere aperto».
Morale? Può dirsi avvisata la Lega delle piroette tra governo e Parlamento sullo stesso certificato verde, quella degli attacchi feroci di Claudio Borghi e della marcatura stretta a Giorgia Meloni.
Quando, a luglio, infuriò la polemica per la partecipazione dello stesso Borghi e di Simone Pillon alla fiaccolata contro il permesso verde, il presidente del Friuli fu gelido: «Non è la mia manifestazione».
Peraltro, Fedriga ha sì precisato di essere «a favore dei vaccini, non dell’imposizione», ma poi ha ammesso che farebbe vaccinare i suoi figli che sono ancora under 12: parole che, se fossero giunte da un esponente del centrosinistra, di Iv o del M5s, avrebbero certamente scatenato la reazione di Salvini.
Le maschere, però, sono ormai cadute, tanto che i quattro moschettieri leghisti del Nord (oltre a Fedriga, Luca Zaia, Attilio Fontana e Maurizio Fugatti) non si sono nemmeno scomodati troppo per difendere l’ormai ex sottosegretario (laziale) Claudio Durigon, finito nella bufera per la proposta di intitolare a Latina un parco – già dedicato ai giudici antimafia Falcone e Borsellino – ad Arnaldo Mussolini.
In ogni caso Fedriga, classe 1980, veronese di nascita, bresciano di origine, ma cresciuto sin da giovane a Trieste in una famiglia cattolica, sa come calibrare la sua comunicazione.
D’altronde l’ha studiata all’ateneo triestino, poi ci ha fatto sopra un master e si è occupato di consulenze in marketing e comunicazione per diverse aziende del “suo” Nord-Est, lavorando anche come art director in un’agenzia pubblicitaria.
La politica, tuttavia, lo ha chiamato presto a sé: appena 15enne si iscrive alla Lega di Bossi, nel 2003 diventa segretario provinciale del Carroccio a Trieste e nel 2008 entra alla Camera. Una vera e propria folgorazione quella di Fedriga per il Senatùr.
«Era il 1992 e fui stregato da lui che venne a Trieste e parlava di appartenenza alla terra e di valore dell’identità», è il racconto epico dell’incontro con il leader.
«Avevo 12 anni, in un tema avevo già scritto che il personaggio storico che avrei voluto non fosse mai esistito era Garibaldi». Nel 2011, intanto, la Lega si presenta fuori dal centrodestra e tenta di candidarlo a sindaco di Trieste, ma lui rimedia solo il 6,26 per cento delle preferenze.
Poco dopo in via Bellerio arriva Roberto Maroni e anche il giovane Fedriga imbraccia la ramazza. L’attuale inquilino di Palazzo del Lloyd viene comunque confermato a Montecitorio nella 17esima legislatura e, come detto, nel 2014 diventa capogruppo. E anche qui batte un record: nel 2015 è il primo capogruppo di partito a essere sospeso per 15 giorni dai lavori dell’Aula per insubordinazione nei confronti della presidente della Camera Laura Boldrini. Sempre nel 2014 diviene segretario nazionale della Lega Nord Friuli Venezia Giulia.
Infine, ecco l’ulteriore mandato guadagnato alla Camera nel marzo 2018, grazie al listino proporzionale, e il trionfo da governatore il mese successivo.
Non si segnalano rogne clamorose al governo della Regione, anche se nel luglio del 2018 fa discutere la scelta della giunta di cancellare il divieto per chi si occupa di politica di aspirare ai ruoli dirigenziali di vertice.
A luglio 2019 invece si fa paladino della difesa dei confini «prevista da Schengen» dopo la decisione dell’Austria di sospendere il trattato sulla libera circolazione. All’inizio del 2008, intanto, il giovane Massimiliano si era trovato in una mensa aziendale sull’antica via Flavia, a Trieste, e tramite un’amica comune aveva conosciuto Elena Sartori; in mezzo ai vassoi è subito scoccato il colpo di fulmine.
Lei viene da Sesto al Reghena, provincia di Pordenone, è laureata in Relazioni pubbliche e si occupa di marketing turistico e congressuale.
Dalla loro relazione nascono Giacomo e Giovanni. Pare che, nel privato, Fedriga sia amante dello shopping e molto bravo nelle faccende di casa. Dunque, sa bene che nascondere la polvere sotto il tappeto non è mai una buona abitudine.
(da agenzie)
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Settembre 15th, 2021 Riccardo Fucile
“E’ PIENAMENTE LEGITTIMO”
Il green pass e le norme per il contrasto al Covid non violano i diritti delle persone.
A stabilirlo è stata la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) che ha respinto il 29 agosto scorso una denuncia presentata da circa 600 vigili del fuoco francesi su posizioni no vax o comunque contrari alle limitazioni delle scelte individuali in materia di vaccinazioni introdotte nel loro Paese.
Benché riguardante una norma del governo francese, la sentenza rischia di avere un riflesso anche su casi analoghi di altri Paesi. Ad esempio l’Italia, dove le nome su green pass e vaccini sono molto simili a quelle adottate da Parigi.
In particolare i vigili del fuoco avevano chiesto alla Corte – che ha sede a Strasburgo – di pronunciarsi su due quesiti: la sospensione dell’obbligo di vaccinazione per alcune categorie di lavoratori introdotto in agosto dalla Francia e le disposizioni che limitano il lavoro per le persone che non hanno voluto immunizzarsi contro il Covid.
Avevano chiesto inoltre un pronunciamento con carattere d’ugenza. Il no della Cedu è arrivato prima di tutto su quest’ultimo punto: la Corte si pronuncia infatti su richieste d’urgenza solo nei casi in cui le persone siano esposte a un danno irreparabile e imminente. Evidentemente tale non è stata ritenuta la scelta di non vaccinarsi.
Il verdetto del 29 agosto è in linea con i pronunciamenti di altri giudici: per la Corte Costituzionale francese il green pass è legittimo. In Italia diversi tribunali di primo grado hanno già respinto i ricorsi di medici e infermieri no vax che erano stati sospesi dal servizio. Di segno opposto invece quanto sta accadendo in Spagna dove le corti regionali (ultima in ordine di tempo quella della Galizia) hanno annullato il green pass ritenendolo illegittimo, anche se per irregolarità procedurali.
(da agenzie)
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