Settembre 14th, 2021 Riccardo Fucile
“SE CERTE MINACCE LE AVESSERO FATTE PERSONE CON CARNAGIONE SCURA LE FORZE DELL’ORDINE LI AVREBBERO GIA’ PRELEVATI A CASA, MA VISTO CHE SONO BIANCHI LI LASCIANO FARE QUELLO CHE VOGLIONO”
J-Ax torna a denunciare le minacce ricevute dai no vax, ma questa volta alza il tiro. Prima gli hanno inviato foto di proiettili e ora “vogliono cercarmi, bastonarmi, investirmi e riempirmi di botte”, dice in un video postato sul suo profilo Instagram parlando dell’aggressività dei gruppi Telegram dei negazionisti.
Il rapper evidenzia il fatto che si stiano radicalizzando, ma visto che sono bianchi, non
neri, e non parlano arabo, “ad alcuni politici fa comodo trattarli come goffi svalvolati”.
Nel video social J-Ax ha parlato degli screenshot pubblicati sui giornali delle minacce di gruppi Telegram dei negazionisti del Covid: “Non è la prima volta: in passato ho anche ricevuto foto di proiettili. Se queste cose le avessero scritte e fatte persone con una tonalità di carnagione più scura della mia, e che magari parlano arabo, ho il presentimento che i carabinieri sarebbero intervenuti per entrargli a casa sfondando le finestre. Ma visto che queste persone sono bianche e fanno comodo a qualche politico, possono minacciare di morte, pedinare i medici, bloccare le città e fare quello che vogliono”, spiega il rapper.
J-Ax si è rivolto poi ai politici: “Quando la politica capirà che siamo di fronte a un gruppo di terroristi che si sta radicalizzando, sarà, come sempre, troppo tardi”. E attacca senza mezzi termini: “Solo quando sarà troppo tardi e a quel punto a pagare, spero, ci saranno le persone che dal Parlamento stanno facendo il tifo e proteggono questi anti-italiani. Si sono anti-italiani perché più spazio hanno e più rallenteranno il rilancio del nostro Paese”.
Il rapper ha spiegato che capisce la paura che “hanno le persone che non vogliono vaccinarsi. Cosa credete? Che noi che siamo vaccinati non abbiamo avuto dubbi? Non ci siamo detti ‘Magari la sfiga che qualcosa vada storto capita proprio a me'”. Però insiste su un punto fondamentale: “Ma l’abbiamo fatto, perché è un dovere civico, certo per la nostra salute, ma anche per difendere la vostra di salute, la salute del Paese e del mondo”.
E punta il dito contro i negazionisti che “sono solo dei privilegiati, che non hanno mai visto cosa fa il Covid e poi leggiamo di dottori che parlano di negazionisti del Covid attaccati a qualche respiratore che chiedono, implorano il vaccino”.
Il rapper ha avuto il Covid in casa, e ha perso anche qualcuno di importante: il padre di Jad (degli Articolo 31, ndr) è morto di Covid. E conclude: “Nessuno vuole togliere la libertà di nessuno, si tratta solo di rispettare la vita, il dolore e la morte delle persone, perché questo è il Covid”.
(da agenzie)
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Settembre 14th, 2021 Riccardo Fucile
REGISTRAZIONE IN UNO STATO MEMBRO SARA’ VALIDO IN TUTTA UE
L’Unione europea deve rimuovere tutti gli ostacoli che le persone Lgbtiq
affrontano nell’esercitare i loro diritti fondamentali e far sì che i matrimoni o le unioni registrate in uno Stato membro siano riconosciute in tutti i Paesi dell’Ue.
È quanto richiesto dagli eurodeputati in una risoluzione approvata dall’Assemblea plenaria del Parlamento europeo con 387 voti favorevoli, 161 contrari e 123 astensioni.
Gli eurodeputati della Lega e di Fratelli d’Italia hanno votato contro la risoluzione. A favore del testo Pd, M5S, Italia Viva. Forza Italia si è divisa tra no, ok e astenuti.
Nel testo gli eurodeputati esortano tutti i gli Stati membri a riconoscere come genitori legali gli adulti menzionati nel certificato di nascita di un bambino ed a riconoscere il diritto al ricongiungimento familiare alla coppie dello stesso ed alle loro famiglie per evitare il rischio che i loro bambini diventino apolidi nel caso in cui le loro famiglie si spostino all’interno dell’Ue.
Infine, i deputati sottolineano la discriminazione affrontata dalle comunità Lgbtiq in Polonia e Ungheria e, a tal riguardo, chiedono alla Commissione di intraprendere ulteriori azioni come procedure di infrazione, misure giudiziarie o strumenti di bilancio nei confronti questi Paesi.
(da agenzie)
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Settembre 14th, 2021 Riccardo Fucile
FALCIDIATA LA RAPPRESENTANZA DEI PRO-NAVALNY… CLONI E REPLICANTI, MASCARA E PISTOLE VERSO LA DUMA
Di sosia e replicanti, mascara e pistole, potrebbe essere presto piena la Duma di Stato russa dopo le prossime elezioni parlamentari che si terranno da venerdì a domenica prossima nella Federazione.
Non uno, ma tre, sono i candidati di nome Boris Vishnevsky – con capelli e barba tagliati nello stesso modo e dello stesso colore – in corsa elettorale a San Pietroburgo. L’unica cosa che li contraddistingue è il patronimico: Lazarevich è quello del candidato del partito Yabloko, un oppositore contro cui il Cremlino ha schierato due cloni che hanno cambiato acconciature, nome e cognome solo per confondere gli elettori che vedranno una troika di facce identiche sulla scheda il giorno del voto.
Uno dei tre falsi Vishnevsky, fino a poco tempo fa, si chiamava Viktor Bykov e la sua foto da deputato sul sito del comune pietroburghese mostra quanto fosse diverso il suo vecchio look, ha denunciato il “vero” Boris
Per le strade che si specchiano nei canali della Neva è stata vietata la candidatura ad Irina Fatyanova, ex volto del Fondo anti-corruzione di Aleksey Navalny, un’organizzazione finita nella stessa lista di movimenti estremisti insieme all’Isis.
Dal 17 al 19 settembre apriranno le urne, ma non per i candidati che sostengono l’oppositore in cella, i cui alleati più fedeli sono fuggiti all’estero per paura di ripercussioni, persecuzioni e manette.
I candidati più noti di questa tornata sono quelli che non si potranno votare: nella lista dei celebri esclusi figura Lyubov Sobol, braccio destro del blogger, che ha ritirato la sua candidatura come Ilya Yashin.
Oleg Stepanov, ex capo degli uffici del dissidente a Mosca, è in libertà condizionata per aver violato le restrizioni anti-covid partecipando ad una marcia per la liberazione dell’oppositore e la sua fedina penale ormai macchiata gli ha impedito di partecipare. Per quasi lo stesso motivo è stata fermata dal tribunale a Perm’ Aleksandra Semenova.
Stop ad attivisti e giornalisti come Viktor Rau e Natalia Rezontova, presentatisi alle elezioni non alla latitudine europea, ma a quella più remota degli Altai.
Colpiti dal divieto del Cremlino per minuzie burocratiche o vessazioni giudiziarie anche membri del partito comunista e di Yabloko: Pavel Grudinin, Yulia Galyamina e, a Khabarovsk, l’indipendente Anton Furgal, figlio di Serghey, il governatore della regione il cui arresto fomentò rivolte nella città un anno fa
L’incognita non è cosa cosa sceglieranno i russi, – o cosa è rimasto da scegliere nella cabina durante le votazioni che tutti gli ultimi media indipendenti russi hanno definito “le meno competitive” della storia recente – ma quanti cittadini andranno a votare.
Il partito del presidente Edinaya Rossia, Russia Unita, di cui però Putin non fa più parte da tempo, è meno popolare del suo leader e, secondo gli ultimi sondaggi, solo il 26% dei cittadini tornerà a votarlo. A contraddire questa cifra è l’agenzia Tass, che scrive che i punti percentuali per il partito, almeno a Mosca, sarebbero almeno dieci in più rispetto al resto del Paese.
Falce, martello e ancora qualche scintilla. È stato il partito comunista russo, – divenuto un vaso di Pandora di quanti dissentono dalla linea governativa ma non hanno rappresentanti a cui destinare la preferenza -, a tentare inutilmente di frenare la corsa dell’ “agente straniero” Maria Butina, la ragazza dai capelli rossi divenuta celebre quando fu arrestata nel 2009, ed in seguito deportata, con l’accusa di essere una spia di Mosca in America.
Nella terra a stelle e strisce statunitense era diventata un’attivista a favore delle armi da fuoco molto intima di membri del partito repubblicano. Accolta con onore una volta tornata in patria, è diventata una super star sul canale Rt, il mastodonte televisivo della propaganda, e, nella sua ultima reincarnazione professionale, è la fulva testa d’ariete che i russi potranno votare nei prossimi giorni per farla finire tra gli scranni. Questa volta, quelli patrii.
(da Huffingtonpost)
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Settembre 14th, 2021 Riccardo Fucile
BISOGNA EVITARE LA FUGA DEI TALENTI, OCCORRONO RETRIBUZIONI PIU’ ALTE E CONTRATTI VERI
La buona notizia, a quanto dice l’Istat nella sua rilevazione trimestrale
sull’occupazione in Italia, è che finalmente la disoccupazione sta diminuendo e che l’occupazione sta aumentando. La seconda buona notizia, a quanto dice sempre l’Istat, è che la domanda di lavoro cresce ancora più dell’occupazione. Tradotto: ci sono una marea di posti di lavoro vacanti, ancora da occupare.
La cattiva notizia, ma era più che prevedibile, è che in tempo zero è ricominciata la solita solfa sui giovani italiani che non vogliono lavorare, e del reddito di cittadinanza che farebbe preferire loro il divano.
Li chiama proprio così, il Messaggero, in un articolo uscito giusto stamattina: “il popolo del divano” che vuole restare ai margini, allergico agli orari e che preferisce rifugiarsi nel sommerso o negli aiuti pubblici, a partire da quel reddito di cittadinanza di cui ogni giorno scopriamo i “furbetti”, con una solerzia che se fosse dedicata agli evasori fiscali potremmo estinguere il debito pubblico.
Insomma, l’estate finisce com’era cominciata: con gli imprenditori poverini che chiudono bottega perché non trovano giovani che vogliano lavorare per loro – o peggio che chiedono di lavorare in nero a chi vorrebbe metterli in regola (!!!) -, coi giovani cattivi che se ne stanno sul divano a farsi aria con le banconote generosamente offerte dallo Stato e con giornali e giornalisti boomer che si divertono a fare la morale seduti sopra una montagna di sussidi pubblici e regaloni generazionali come Quota 100, che per inciso è costata 12 miliardi in tre anni per mandare in pensione 340mila anime. A proposito di divani.
La cosa buffa è che sono proprio quegli stessi dati Istat a raccontare che le cose non stanno esattamente così. Che non è vero, banalmente, che i posti vacanti sono colpa dei giovani schizzinosi.
Primo dato, dedicato agli imprenditori: i lavoratori che non trovate, dice l’Istat, non sono quelli che ricevono il reddito di cittadinanza al posto di fare camerieri e spiaggini a 2 euro l’ora. Sono operai specializzati, informatici, tecnici, professionalità per le quali c’è un’altissima offerta di lavoro, sia in Italia sia all’estero. Quelli che, generalmente, non vogliono lavorare per voi perché hanno offerte da aziende più grandi e innovative, che li pagano di più.
Secondo dato, per l’appunto: ci informa l’Istat che mentre gli imprenditori cercano invano gente da far lavorare, le retribuzioni medie sono scese del 3% e l’unica tipologia di lavoro che cresce è quella atipica, o se preferite, precaria. Tradotto: mentre i cervelli se ne vanno all’estero, noi stiamo giocando al ribasso offrendo sempre meno in termini di diritti e retribuzioni. E per inciso offriremmo ancora di meno, se non ci fosse quella seccatura del reddito di cittadinanza come alternativa.
Lo disse il presidente americano Joe Biden agli imprenditori americani che lamentavano la carenza di giovani che volessero lavorare per loro: “Pagateli di più”. Ed è quello che qualcuno dovrebbe dire ai nostri imprenditori italiani, se ne avesse contezza: se non vogliamo continuare a perdere quei cervelli di cui abbiamo bisogno e se non vogliamo continuare a scivolare lungo la china di un’economia a basso valore aggiunto che sottopaga camerieri e spiaggini per sopravvivere, l’unica soluzione è assumere giovani, pagarli tanto, e dargli spazio e delega per cambiare i connotati al nostro sistema produttivo.
Questo è quel che dicono i dati Istat, mentre si parla solo di sussidi e di divani. Poi, come al solito, fate voi.
(da Fanpage)
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Settembre 14th, 2021 Riccardo Fucile
CONCLUSA LA PRIMA UDIENZA, IL PROCESSO FARSA AGGIORNATO AL 28 SETTEMBRE… L’ITALIA NON HA LE PALLE PER ROMPERE LE RELAZIONI DIPLOMATICHE CON UN GOVERNO CRIMINALE CHE HA TORTURATO E ASSASSINATO UN ITALIANO
Si è tenuta oggi a Mansura, in Egitto, la prima udienza del processo farsa a Patrick Zaki, lo studente egiziano dell’Università di Bologna accusato di minaccia alla sicurezza nazionale, incitamento alle proteste illegali, sovversione, diffusione di false notizie e propaganda al terrorismo con il rischio di una condanna fino a 5 anni, di cui due già scontati in cella.
Nel tribunale della città sul delta del Nilo è cominciata quella che in molti temono essere la prima di una lunga serie di convocazioni in aula a un anno e mezzo di reclusione trascorsa in diversi istituti penitenziari del Paese.
In aula c’era anche il padre del ricercatore, George, arrivato in città insieme alla sorella del giovane, Marise, e ad altri quattro amici dell’attivista.
All’interno dell’aula circa 60 persone hanno ascoltato le prime comunicazioni dei giudici ai legali. L’udienza è durata poco più di cinque minuti.
Zaki, ammanettato nella gabbia degli imputati, ha preso la parola lamentando di essere stato detenuto oltre il periodo legalmente ammesso per i reati minori di cui è accusato adesso. Anche la sua legale, Hoda Nasrallah, ha sostenuto la stessa tesi chiedendone il rilascio o almeno l’accesso al dossier che lo riguarda. Il processo è stato aggiornato al 28 settembre. Zaki resterà in carcere almeno fino a quella data.
L’allarme di Amnesty
Secondo Riccardo Noury, portavoce di Amnesty, il rinvio a giudizio di Zaki «è stato uno sviluppo improvviso. In meno di 24 ore si è posta fine alla detenzione preventiva, per trasferire il tutto dal Cairo a Mansura. Non sappiamo se ce ne saranno altre, se sarà chiesto un rinvio da parte della difesa: è tutto abbastanza misterioso. Quel che è certo è che è un tribunale di emergenza che processa Patrick per diffusione di notizie false per un articolo da lui scritto nel 2019 in cui prendeva le difese della minoranza religiosa cristiano-copta, a cui appartiene la sua famiglia, perseguitata, discriminata, sottoposta ad attacchi e violenze».
Questo processo, dice Noury, «non prevede un appello: se Patrick verrà condannato non ci sarà un ricorso ma solo la possibilità di una richiesta di grazia al presidente al-Sisi. Noi temiamo il peggio, cioè una condanna, ma speriamo il meglio, perché un giudice minimamente imparziale ed equo assolverebbe immediatamente Patrick».
(da agenzie)
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Settembre 14th, 2021 Riccardo Fucile
SE NON SIETE IN GRADO DI PROVVEDERE AL VOSTRO POPOLO CHE AVETE CONQUISTATO A FARE IL POTERE? PER DISCRIMINARE LE DONNE E IMPORRE REGOLE DEL CAZZO?
I talebani stanno chiedendo al mondo di collaborare con il loro nuovo regime per
aiutare il popolo afghano
“Il mondo dovrebbe collaborare con noi. Nel Paese è stata mantenuta la sicurezza e le persone sono in difficoltà economiche, cibo e medicine scarseggiano”, ha detto il portavoce talebano Zabihullah Mujahid, parlando con l’agenzia dpa
Mujahid ha inoltre riferito che il nuovo governo talebano accoglie con favore la conferenza dei donatori che si tiene oggi a Ginevra, promettendo trasparenza nell’uso e nella distribuzione degli aiuti che giungeranno dalla comunità internazionale.
“Siamo favorevoli all’aumento dell’assistenza internazionale al nostro popolo e al nostro Paese”, ha detto.
Tuttavia, molti Paesi vogliono imporre delle condizioni per l’invio degli aiuti, temendo che i talebani governino nuovamente l’Afghanistan con il pugno di ferro, ignorando i diritti umani fondamentali, soprattutto nei confronti delle donne.
(da agenzie)
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Settembre 14th, 2021 Riccardo Fucile
L’ANTICIPO DELLA PENSIONE E’ STATO UN FLOP: PREVISTE UN MILIONE DI RICHESTE, HANNO ADERITO IN 300.000… E PER OGNI DIECI LAVORATORI IN PENSIONE ANTICIPATA ASSUNTI SOLO 4 GIOVANI, ALTRO CHE I VENTI SBANDIERATI DA SALVINI
Non è solo la voglia di sposare la causa del popolo no vax e no Green pass. A dimostrare l’irresistibile attrazione di Matteo Salvini per le battaglie di minoranza è la vicenda di Quota 100: il bilancio fatto dall’Inps sui quasi tre anni di applicazione della pensione anticipata volontaria è decisamente negativo, i numeri dimostrano che la misura è servita più come arma di propaganda elettorale al leghista che ai lavoratori italiani in età di pensionamento.
Numeri che a rigor di logica dovrebbero consigliare al Capitano di lasciar perdere e accettare la rottamazione del suo cavallo di battaglia che il premier Draghi si appresta a proporre. E invece no, Salvini da quell’orecchio proprio non ci sente, non più tardi di due giorni fa ha messo in guardia il suo governo: “Quota 100 va confermata, siamo pronti a fare barricate davanti al parlamento”.
Barricate, ok. Ma per chi?
Le cifre prodotte dall’Inps sono impietose.
Nei tre anni di sperimentazione gli italiani che ne hanno fatto richiesta sono 314mila, per un costo a carico della collettività di 11,6 miliardi già spesi, che salirà a 18,8 complessivi da qui fino al 2030.
L’entità del flop la si misura correttamente se si paragonano questi numeri a quelli previsti dalle simulazioni fatte dal Conte I nel 2018, quando l’uscita anticipata fu approvata.
Ebbene l’esecutivo gialloverde allora si aspettava di mandare in pensione quasi un milione di persone, per l’esattezza circa 973 mila italiani.
La realtà ha detto tutt’altro: i lavoratori pubblici e privati hanno gentilmente declinato l’offerta, solo un terzo di quelli previsti hanno accettato l’uscita. Tanto che si stima che si sono risparmiati 6-7 miliardi nel triennio 2019-2021, soldi che in parte sono stati già dirottati per coprire i tanti bonus e sussidi dell’era Covid.
Quota 100 quindi non ha fatto impazzire gli italiani. E purtroppo non è stata molto utile neanche ai giovani.
Uno dei mantra che i gialloverdi amavano ripetere all’epoca era “per ogni pensionato anticipato verrà assunto un giovane”. Un tentativo di far digerire la misura pro-sessantenni ai meno fortunati ventenni, un modo per far scattare la molla della solidarietà intergenerazionale.
Anche in questo caso però i fatti dimostrano di avere la testa dura, sicuramente più dura della propaganda dei partiti. Il tasso di sostituzione si è fermato a uno striminzito 0,4 , come rileva la Corte dei Conti. Ciò significa che a fronte di 10 pensionati anticipati sono stati assunti solamente 4 ragazzi. Meno di uno su due.
Insomma, si può dire che gli aridi numeri abbiano bocciato la misura più amata da Salvini. Ma si sa, per un politico dire “ho sbagliato” è più difficile che per Fonzie.
E quindi meglio perseverare, come fa Salvini, minacciando sia Draghi che il ministro dell’Economia Franco, a cui tocca materialmente trovare una soluzione per cassare Quota 100 e contemporaneamente mettere in piedi qualche modello alternativo e sostenibile per quei pochi che vogliono andare in pensione prima.
Missione non impossibile, certo, ma più facile da compiere da metà ottobre in poi, quando le polveri della campagna elettorale per le comunali si sarà posata e per Salvini e i leghisti sarà più facile ingoiare l’ennesimo rospo.
(da Huffingotnpost)
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Settembre 14th, 2021 Riccardo Fucile
LA MAGGIOR PARTE DEI FEMMINICIDI AVVIENE ALL’INTERNO DI QUELLA FAMIGLIA “TRADIZIONALE” ARIANA CHE I SOVRANISTI TANTO DECANTANO
Nemmeno di fronte all’ultima devastante ondata di femminicidi, Salvini e
Meloni hanno detto qualcosa, come accade quasi sempre quando c’è di mezzo un assassino italiano e un omicidio commesso tra le mura domestica.
Intanto le donne continuano a morire nell’indifferenza, coi giornali che chiedono loro di difendersi o denunciare, mentre mai nessuno chiede ai maschi di smettere di uccidere.
Giuseppina Di Luca, 46 anni di Agnosine in provincia di Brescia e Sonia Lattari, 43 anni di Fagnano Castello in provincia di Cosenza, sono le ultime due vittime di femminicidio in ordine di tempo nel nostro Paese. L’escalation di violenza sembra non volersi fermare: nell’ultima settimana sono sette le donne assassinate dai propri mariti o dai propri ex, una media di una al giorno.
I numeri dei femminicidi e le dichiarazioni di Salvini e Meloni dovrebbero essere due notizie correlate ma non lo sono: i leader dei due principali partiti infatti non stavano commentando le morti di Giuseppina di Luca e Sonia Lattari ma il ferimento di diverse persone a Rimini da parte di un richiedente asilo di origine somala. Una notizia grave e che ha provocato dolore e spavento per cui viene chiesto l’intervento del Viminale, mentre tutto tace quando si parla di violenza di genere.
Non è una novità che Salvini e Meloni salgano sulle barricate solo quando i reati sono commessi da persone di nazionalità straniera mentre quando avvengono all’interno del nucleo familiare si limitano a qualche blando tweet e a una preghiera per le vittime.
I distinguo non dovrebbero essere fatti in ogni caso: si dovrebbe badare alla gravità del reato, alle aggravanti, alle circostanze in cui questi delitti o questi crimini vengono maturati.
A farlo, dovrebbero essere i giudici, le magistrature e le inchieste. Ma ormai siamo talmente abituati all’atteggiamento dei sovranisti che non ci facciamo più caso, mentre dovremmo farci caso eccome, specie perché mentre gli esponenti di questi partiti chiedono conto dei distinguo che spesso vengono fatti dal centro-sinistra e dal Movimento 5 Stelle, questi ultimi raramente si assumono l’onere di chiedere conto a Salvini e Meloni delle loro dichiarazioni.
Il tema della violenza di genere compiuta quotidianamente verso le donne è una realtà con cui conviviamo e a cui sembriamo assuefatti. Eppure occorre ancora una volta che il femminicidio è solo la punta dell’iceberg: gli assassini spesso hanno precedenti per violenza sessuale, vessazioni di ogni ordine e grado, pedinamenti o stalking, tutti soprusi che vengono perpetuati o a danno della vittima di femminicidio o di qualcun altro, come nel caso di Chiara Ugolini, uccisa dal suo vicino di casa con gravi precedenti penali e che inneggiava al Duce sui social.
Paolo Vecchia, il marito di Giuseppina di Luca, non riusciva ad accettare la separazione dalla moglie e secondo alcuni testimoni avrebbe detto «mi prendo qualche giorno di permesso, devo ammazzare mia moglie e poi andare a costituirmi». E così è andata.
Era cosa nota a tutto il paese che Giuseppe Servidio, l’omicida di Sonia Lattari, aveva continui litigi con la moglie che sfociavano in insulti e violenze fisiche. La donna si sarebbe rivolta a un centro d’ascolto ma aveva declinato l’invito a denunciare per paura di ritorsioni da parte del marito.
I quotidiani di oggi dedicano ampio spazio al racconto di questi femminicidi ma ancora una volta si finisce per spostare l’attenzione solo sulle vittime.
Il Corriere della Sera nella sua newsletter per abbonati oggi scrive: “Ma il tema dei corsi di autodifesa gratuiti, che ogni tanto viene tirato fuori dalla politica, andrebbe forse riesaminato”. Sì, certo, riesaminato per poi essere scartato: come pensiamo di risolvere anche solo in parte il problema addestrando le donne a menare le mani? Forse semmai dovremmo insegnare agli uomini a non uccidere.
La Stampa sempre stamattina titola: “I femminicidi non finiscono mai. Sonia stava per denunciarlo, accoltellata dal marito”. La vittima non solo viene privata del cognome, ma viene sottolineato nel titolo il fatto che non abbia denunciato, come se la denuncia da sola bastasse a proteggere le vittime di violenza.
Anche Repubblica titola: “Assassinate dai mariti altre due donne. Il pm: denunciate subito”. Non è bastata la triste vicenda di Vanessa Zappalà per capire che denunciare oggi, in Italia, con le leggi che abbiamo e con l’ormai acclarata impreparazione del personale giudiziario a gestire i casi di violenza, non solo non è garanzia di protezione, ma può essere addirittura controproducente per la vittima.
Vanessa Zappalà aveva denunciato il suo assassino ma il giudice non aveva predisposto il carcere o l’uso del braccialetto elettronico. Vanessa Zappalà è stata uccisa a colpi di pistola dal suo assassino che poi si è tolto la vita. Per questo non è difficile comprendere il terrore di Giuseppina De Luca quando le è stato consigliato di rivolgersi alle autorità.
Questo non significa che le donne non devono denunciare, ma che se vogliamo che le donne denuncino lo Stato deve intervenire immediatamente con corsi di formazione per giudici, magistrati, psicologi, periti e con un serio piano di contrasto alla violenza di genere che deve partire dalle scuole di ogni ordine e grado.
Peccato che siano proprio i partiti guidati da Matteo Salvini e Giorgia Meloni a opporsi a qualsiasi forma di educazione sessuale o all’affettività per i nostri bambini e per i nostri ragazzi. Lo spauracchio della così detta “teoria gender” (che altro non è se non lo studio e il rispetto dei valori della diversità, dell’uguaglianza e della lotta a qualsiasi forma di oppressione legata al genere, al sesso e all’orientamento sessuale) viene tirato in ballo ogni qual volta si accenna a questo argomento.
Intanto le donne continuano a morire e a patire le conseguenze della violenza di genere sistematica senza che nessuno faccia davvero qualcosa, mentre i leader dei principali partiti di maggioranza e di opposizione impiegano il loro tempo (e il nostro denaro) a fare propaganda per le prossime amministrative.
(da agenzie)
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Settembre 14th, 2021 Riccardo Fucile
LA BATTAGLIA PER IL SÌ AL GREEN PASS
Si consultano sui problemi delle loro Regioni, discutono della linea (o della “china”) che ha preso il partito e soprattutto decidono insieme le uscite pubbliche. Che non sono casuali perché sono quelle contro il capo, cioè Matteo Salvini.
Ieri il vaccino, oggi il Green pass, domani chissà.
C’è una strategia e un metodo dietro le mosse dei governatori della Lega. La strategia è imporre la linea del Nord, spostare il partito verso il centro più che verso la destra di Giorgia Meloni e un giorno proporre una leadership diversa da quella del segretario passando dai congressi regionali.
Di fatto una corrente interna alla Lega. Il metodo invece è quasi banale: una chat. Il modo più elementare per coordinarsi.
Ce n’è una ufficiale in cui ci sono tutti e sette i governatori della Lega, compresi i salviniani Nino Spirlì (Calabria), il sardo Christian Solinas e l’umbra Donatella Tesei. Ma poi ce n’è almeno un’altra cui partecipano solo i governatori del Nord: Luca Zaia, Massimiliano Fedriga, Attilio Fontana e Maurizio Fugatti.
Si sentono tutti i giorni, condividono le interviste e criticano apertamente l’ala no-Green pass della Lega che si è manifestata la scorsa settimana in Parlamento con i voti con FdI: “La nostra linea non può essere quella di Borghi” è uno dei messaggi degli ultimi giorni. Da qui, la strategia per porre fine alle “sbandate” del segretario e smentirlo pubblicamente.
I fedelissimi di Salvini, che vivono nella costante ossessione della cospirazione contro il capo, parlano di “riunioni carbonare” e si insospettiscono per la sequenza sistematica delle interviste sui giornali dei Presidenti di Regione: “Fanno tutto da soli senza consultare nemmeno Salvini –attacca un big leghista – siccome hanno preso i voti nella loro Regione sono convinti che la Lega sia cosa loro ma non è così. Non possono bypassare Matteo”.
I governatori si sono coordinati spesso nelle ultime settimane: prima hanno deciso di non difendere pubblicamente Claudio Durigon portandolo alle dimissioni, poi a inizio settembre hanno imposto a Salvini il cambio di linea sul Green pass.
Dopo giorni di “no” all’estensione del certificato verde e all’obbligo vaccinale, hanno chiesto al leader una riunione via zoom e il documento che ne è uscito era una concessione totale alla loro linea: sì al pass per i lavoratori pubblici e addirittura sì a “obblighi o costrizioni” in via eccezionale.
La prossima battaglia sarà sull’obbligo del certificato non solo per i dipendenti statali ma anche per i lavoratori del settore privato. Perché questo chiedono ogni giorno gli imprenditori del Nord proprio ai governatori perché “non vogliamo più richiudere”. Anche a costo di imporre l’obbligo del Green pass nelle fabbriche.
E i presidenti, Zaia e Fontana su tutti, devono spiegare loro, con un esercizio di equilibrismo notevole, che la linea della Lega è quella di riaprire in sicurezza e che Salvini “fa così perché deve rincorrere la Meloni ma poi fa il contrario”.
Tant’è che ieri Giancarlo Giorgetti lo ha annunciato dall’Umbria aggiungendo che chi “sta al governo deve assumersi delle responsabilità”.
Poi, dopo le Amministrative, i Presidenti del nord chiederanno i congressi regionali e poi di continuare a sostenere Draghi fino a fine legislatura. A Palazzo Chigi lo sanno che i governatori stanno dalla parte di Draghi. E quindi sfruttano l’occasione per fare terra bruciata intorno a Salvini.
Gli uomini del premier parlano spesso con Fedriga, Zaia e con Giovanni Toti.
Formalmente il triangolo Draghi-Gelmini-Fedriga è istituzionale perché quest’ultimo è il presidente della Conferenza delle Regioni. Ma attraverso di lui, nelle ultime ore, il premier sta tastando il terreno con i governatori del Carroccio per capire cosa ne pensano dell’estensione del pass.
E finora ha ottenuto solo risposte positive . I presidenti di Regione però hanno come punto di riferimento il ministro dello Sviluppo economico Giorgetti, ma anche il responsabile del Turismo, Massimo Garavaglia, che nelle ultime settimane si sta staccando dalla cerchia del segretario. Parlano e poi decidono.
Anche se Salvini non lo sa.
(da Il Fatto Quotidiano)
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