Gennaio 10th, 2024 Riccardo Fucile
QUANDO LA SVOLTA ECOLOGICA DEL FAST FASHION E’ UN INGANNO
Nel mondo della moda domina il fast fashion, che significa una produzione massiccia di capi d’abbigliamento progettati per essere indossati per un periodo breve (bassa qualità e bassissimo prezzo) e poi gettati e sostituiti da nuovi modelli. Un sistema produttivo che però sta generando un impatto ambientale e sociale a carico dell’intera collettività. Le aziende lo sanno, e cercano di migliorare la loro immagine con promesse di sostenibilità che spesso non hanno nessun riscontro concreto. L’inganno al consumatore, che passa da vaste campagne di comunicazione con le quali si lascia intendere che l’intero modello produttivo è «green», si chiama greenwashing. Ma come fa il consumatore a distinguere un’etichetta falsamente ecologica, da una vera?
Il rapporto più dettagliato è quello di Greenpeace «Greenwash danger zone» che ha esaminato le etichette di presunta sostenibilità di 29 marchi, inclusi i partecipanti all’iniziativa «Detox commitment» come Zara, H&M e Primark. Etichette che potrebbero nascondere una realtà molto diversa da quella che ci viene presentata.
Sostenibilità del cotone BCI
Il cotone è una delle fibre più utilizzate nell’industria della moda ed è associato ad un importante impatto ecologico, come l’enorme uso di acqua (circa 2.700 litri per produrre una sola t-shirt), pesticidi, fertilizzanti, e l’impiego di semi OGM. Nel 2005 è stato introdotto il Better Cotton Initiative (BCI), con l’obiettivo di promuovere una produzione più sostenibile attraverso pratiche agricole che riducono l’uso di agenti chimici nocivi. Nel 2021 secondo il rapporto di Organic Cotton Accelerator del 2021, solo il 20% del cotone coltivato globalmente è certificato BCI. Poca cosa. E quel poco non è detto che sia effettivamente sostenibile perché l’intera filiera, ovvero il percorso del cotone che parte dalla coltivazione per arrivare alla produzione finale, non è trasparente, e inoltre lo standard non impone una soglia di restrizioni all’uso di pesticidi obbligatoria. Nella realtà quindi succede che, rispetto al cotone tradizionale, quello marchiato BCI usa pesticidi fino al 67% (rapporto di Textile Exchange del 2021). H&M, che produce circa 3 miliardi di capi d’abbigliamento all’anno, certifica con standard BCI il 70% dei suoi capi in cotone.
Il falso mito del poliestere riciclato
Quando si parla di «poliestere riciclato» nei tessuti, ci si riferisce al riciclo di bottiglie di plastica (PET) da cui si ricavano fibre di poliestere da utilizzare nella produzione di abbigliamento o altri prodotti tessili. Ma al contrario di ciò che avviene con una bottiglia, il riciclo del poliestere una volta trasformato in tessuto, si ferma, perché non è più riutilizzabile. Con due aggravanti:
1) il processo di produzione genera circa 1,5 tonnellate di CO2;
2) ad ogni lavaggio vengono rilasciate 1.900 microfibreche vanno ad incrementare la contaminazione degli ecosistemi acquatici. Zara produce in media 800 milioni di vestiti ogni anno, soprattutto in poliestere.
Viscosa & Co
Le fibre cellulosiche artificiali, come la viscosa, sono spesso presentate come una scelta sostenibile. Vediamo. Ogni kilogrammo di fibra prodotta richiede un consumo di acqua che si aggira tra i 70-140 litri d’acqua. Inoltre, è necessario l’utilizzo di sostanze chimiche nocive come il disolfuro di carbonio (Rapporto CanopyStyle). La materia prima per la produzione di cellulosa necessaria a produrre il tessuto proviene dagli alberi. Secondo la Forest Stewardship Council (FSC), solo il 14% della cellulosa utilizzata per la produzione di viscosa proviene da fonti certificate, ovvero da foreste che sono state valutate e gestite secondo standard riconosciuti a livello internazionale per la sostenibilità forestale come lo stesso Forest Stewardship Council (FSC) o il Programme for the Endorsement of Forest Certification (PEFC). Quando un bosco o una foresta sono certificate significa che la loro gestione segue le buone pratiche di conservazione della biodiversità, la protezione dei diritti delle comunità locali e la gestione sostenibile delle risorse forestali.
La linea Zara
Zara con la sua etichetta «sostenibile»Join Life Care for Water/Care for Planet sta cercando di uniformarsi alle politiche green, eppure continua a utilizzare il poco sostenibile cotone BCI. Nel giugno del 2022, l’azienda spagnola ha lanciato una collezione in edizione limitata in collaborazione con LanzaTech, una startup che si occupa della trasformazione delle emissioni di carbonio in abiti. Questa nuova tecnologia cattura la CO2 dai processi di smaltimento dei rifiuti industriali, agricoli o domestici. Successivamente, attraverso un processo di fermentazione, il CO2 viene trasformato in etanolo (mono etilenglicole -MEG), componente fondamentale nella produzione dei filati di poliestere. Tuttavia, i tessuti risultanti non sono composti al 100% da carbonio catturato. Il MEG fornito da LanzaTech rappresenta solo il 20% del poliestere finale, mentre l’80% proviene da acido tereftalico purificato (PTA).
La collezione Primark
Primark, l’azienda irlandese da quasi 6 miliardi di fatturato annuo, ha sviluppato un programma di sostenibilità interno, denominato PSCP (Primark Sustainable Cotton Program) in cui autocertifica la qualità dei materiali utilizzati. I dati però non sono riportati da nessuna parte e al momento non sono ancora stati resi noti quelli relativi ai benefici ambientali. In più non esiste una verifica esterna da parte di terzi sull’operato sostenibile dell’azienda, necessaria per materiali come il cotone biologico e il poliestere riciclato. Nel 2022 Primark ha lanciato anche una collezione limitata denominata «EarthColors® by Archroma», composta da 22 capi realizzati con tinture naturali provenienti da scarti alimentari e vegetali. È un passo virtuoso, ma stiamo parlando di 22 capi mentre il resto del gigantesco catalogo resta ancorato all’utilizzo di coloranti tossici a base chimica.
H&M accusata di greenwashing
H&M, la seconda azienda di abbigliamento al mondo per volume di vendite, nel 2022 è stata trascinata in tribunale a seguito di un’azione legale per greenwashing, intentata dalla studentessa di marketing americana Chelsea Commodore. La controversia riguardava la collezione «Conscious Choice». Commodore, dando seguito a un’indagine condotta da Quartz, noto sito statunitense di notizie e media online, ha affermato che le informazioni sulla sostenibilità fornite da H&M erano fuorvianti. H&M utilizzava un sistema di punteggio basato sull’Indice di sostenibilità dei materiali Higg (MSI) della Sustainable Apparel Coalition (SAC) per informare i clienti sulla sostenibilità ambientale di ogni prodotto, mentre (secondo Quartz) più della metà dei punteggi li rappresentavano più ecologici di quanto fossero in realtà. In seguito alla denuncia H&M ha rimosso i punteggi dai suoi articoli e il gruppo SAC ne ha sospeso l’utilizzo.
L’Unione Europea e il Green Deal
Negli ultimi 20 anni la produzione di vestiti è raddoppiata: 100 miliardi di capi nel 2022 e si prevede che raggiungerà i 200 miliardi di capi nel 2030. Tutta l’industria tessile nel suo insieme è responsabile del 5-10% delle emissioni globali di gas serra. L’aspetto critico è proprio la mancanza di sostenibilità nella produzione intensiva: dal consumo di acqua, all’inquinamento con oltre 3.500 sostanze chimiche.
L’Unione Europea, con il Green Deal, ha proposto un piano per realizzare un modello di crescita efficiente e sostenibile per affrontare i cambiamenti climatici e proteggere l’ambiente. Nel campo della moda, l’accordo sulla Responsabilizzazione dei consumatori per la transizione verde, è stato approvato dal Consiglio e Parlamento Europeo a settembre 2023.
L’obiettivo è quello di realizzare un’economia circolare attraverso quattro ambiti di intervento:
1.Ecodesign: la direttiva stabilisce requisiti minimi (sostenibilità, materiali, riciclabilità, durata nel tempo, riparabilità, riutilizzo) che i produttori devono rispettare per accedere al mercato europeo.
2.Tracciabilità e trasparenza della filiera: i produttori dovranno fornire informazioni dettagliate sulla provenienza delle materie prime, le condizioni di lavoro nella catena di produzione e l’impatto ambientale complessivo del ciclo di vita del prodotto.
3.Responsabilità estesa del produttore (EPR): impone ai produttori di gestire i rifiuti in modo sostenibile implementando per esempio i programmi di raccolta differenziata, collaborando con organizzazioni di riciclaggio specializzate, promuovendo design sostenibili.
4.Commercio dei prodotti: i produttori che rispettano normative di sostenibilità lungo l’intera filiera produttiva, saranno promossi attraverso gli accordi commerciali Ue.
Un esempio virtuoso: il progetto Slow Fiber
Alla fine è sempre la sensibilità dei consumatori a spingere le aziende a modificare i modelli di produzione. Più sono consapevoli, e più difficile diventa il greenwashing. In Italia il progetto Slow Fiber, nato nel novembre 2022, sta creando un modello di produzione sostenibile ed etico lungo l’intera filiera. Le aziende che aderiscono devono rispondere ai principi ESG, e prevedono audit e verifiche. Ad oggi le aziende che già soddisfano i requisiti richiesti sono una ventina: Oscalito l’Opificio, Quagliotti, Remmert, Pettinatura Di Verrone, Tintoria 2000, Angelo Vasino Spa, Olcese Ferrari, Tintoria Felli, Manifattura Tessile Di Nole, Holding Moda, Lane Cardate, Italfil, Pattern, Maglificio Maggia, Vitale Barberis Canonico, Gruppo Albini, Botto Giuseppe, Finitura e Tintura Ferrari. Tutte sono in grado di tracciare interamente la filiera tessile (o la maggior parte di essa), e possiedono le principali certificazioni quali OEKO-TEX, RWS, FSC, GRS, GOTS Global Organic Textile, ZDHC. Ovviamente i prezzi sono un po’ più alti, ma il prodotto è di qualità migliore, ha una maggiore durata, i lavoratori sono tutelati, e i processi produttivi meno impattanti.
Marta Camilla Foglia e Milena Gabanelli
(da il corriere.it)
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Gennaio 10th, 2024 Riccardo Fucile
LA RICOSTRUZIONE DELLA VICENDA CHE VEDE IL SOTTOSEGRETARIO INDAGATO
Tutto inizia a Brescia, in un antico palazzo, a due passi da piazza della
Loggia, tra cavalletti, stucchi, vernici e solventi. Lavora lì, da molti anni, Gianfranco Mingardi, importante restauratore di opere d’arte antiche. Ha lavorato per numerose sovrintendenze in tutto il nord Italia e ha tra i suoi clienti più illustri il critico d’arte e politico Vittorio Sgarbi, oggi sottosegretario alla cultura del governo Meloni. Per lui, durante almeno due decenni, ha restaurato decine di opere d’arte. Ma una su tutte colpisce la memoria di Mingardi: si tratta di una grande tela arrotolata, che gli viene consegnata per conto del critico d’arte nel maggio 2013 al casello autostradale di Brescia, da un trasportatore alla presenza di Paolo Bocedi, storico collaboratore di Sgarbi e presidente dell’associazione antiracket Sos Italia.
La tela è arrotolata, piena di buchi, in pessime condizioni, ma specialmente appare ritagliata, come se fosse stata asportata dalla cornice originale con un taglierino. Mingardi ha le prove, mostra le foto e l’elenco delle opere riconsegnate a Sgarbi nel 2018. Cosa spinge Mingardi a parlare con Report e col Fatto Quotidiano? Certamente i pessimi rapporti economici col sottosegretario: sono in causa per i mancati pagamenti dei suoi restauri. Ma anche un fatto, che lo preoccupa molto. Lo stesso quadro che lui ha restaurato viene esposto pubblicamente, in una mostra intitolata “I pittori della Luce”, che inaugura l’8 dicembre del 2021 a Lucca. Curatore: Vittorio Sgarbi. Proprietà dell’opera: fondazione Cavallini-Sgarbi.
A differenza del dipinto restaurato da Mingardi, quello esposto a Lucca in alto a sinistra presenta una fiaccola. Nel testo curatoriale, redatto insieme al professore Marco Ciampolini, Sgarbi scrive che l’opera – fino a quel momento inedita – proviene da Villa Maidalchina, cioè da casa sua. Sgarbi racconta che fu ritrovata in un’intercapedine, arrotolata. Si intitola: la cattura di San Pietro. Autore: il caravaggesco Rutilio Manetti. Valore: alcune centinaia di migliaia di euro.
IL FURTO NELLA VILLA
Febbraio 2013, Buriasco, nei pressi di Pinerolo. La Signora Margherita Buzio è proprietaria di un castello risalente al ‘300. Da qui è stato rubato un quadro, raffigurava la Cattura di San Pietro, la stessa scena di quello esposto da Sgarbi e restaurato da Mingardi. Al posto dell’opera è stata attaccata, con una spillatrice, una fotografia di scadente qualità dello stesso dipinto.
La tela è sparita, è stata asportata con un taglierino. La signora corre a sporgere denuncia. Racconta ai Carabinieri che alcune settimane prima del furto un signore di nome Paolo Bocedi si era recato a visitare il castello, per due volte, chiedendo di acquistare l’opera. Una semplice coincidenza?
Nell’intercapedine tra la fotografia e la cornice c’è ancora un frammento dell’opera, un triangolino dell’antica tela. Dopo l’inchiesta di Report e del Fatto Quotidiano è stata sequestrata dai Carabinieri. Il frammento si incastra perfettamente in uno dei buchi dell’opera fotografata da Gianfranco Mingardi.
LO SCANNER
Samuele De Petri ha investito molti soldi nell’acquisto di uno scanner, capace di rivelare profondità millimetriche dei dipinti, e di una stampante in grado di ricreare quelle profondità. Nell’ottobre del 2020 De Petri riceve una richiesta da Sgarbi.
Deve recarsi a Padova, recuperare un dipinto e portarlo nella sua azienda per scansionarlo e stampare una copia su tela. L’opera è sempre la stessa: la cattura di San Pietro di Rutilio Manetti. Solo che in alto a sinistra, questa volta, presenta una candela. Poi scopre che il quadro potrebbe essere lo stesso rubato a Buriasco. Non vuole finirci in mezzo. Si rende conto che il quadro è pieno di screpolature, come sempre accade nelle opere che hanno secoli di età. Invece nella zona dove si trova la candela non solo non ci sono screpolature, ma si vedono ancora i colpi di pennello, come fossero stati recentemente aggiunti. Nella zona centrale dell’opera si nota anche una piegatura, forse una cucitura della tela antica. Anche questo dettaglio coincide con l’opera fotografata da Mingardi.
Infine, De Petri realizza la riproduzione richiesta e seppur con notevole ritardo Sgarbi paga la fattura. La sua ha solo un difetto. Appare un errore di stampa: delle linee perfettamente parallele. Due diversi amatori, che visitano la mostra di Lucca a gennaio e febbraio del 2022, fotografano il Manetti. Ci fanno vedere le loro fotografie: presentano lo stesso errore di stampa. Sgarbi cioè potrebbe aver esposto a Lucca non l’originale ma la copia della Cattura di San Pietro. Senza comunicarlo ai tanti visitatori della mostra.
Sgarbi è un collezionista, critico d’arte. Ma è anche un uomo di governo. Il compito dell’informazione, a maggior ragione del servizio pubblico televisivo per il quale ho l’onore di lavorare, è esercitare la propria funzione di controllo sui poteri pubblici. Il sottosegretario ha risposto con querele, interviste senza contradditorio, insulti (ladri, farabutti, impostori, stalker), per restare a quelli riproducibili senza scadere nel turpiloquio. Ha detto che la sua opera è l’originale, quella rubata una copia. Di certo ora dovrà spiegare cosa è avvenuto ai magistrati di Macerata, che lo hanno indagato per autoriciclaggio.
(da editorialedomani.it)
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Gennaio 10th, 2024 Riccardo Fucile
SCHERMAGLIE O LA LEGA E’ DISPOSTA A ROMPERE?
Da ora alle elezioni europee, quella tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni sarà una estenuante partita a scacchi. I due leader sono già in aperta concorrenza: Meloni davanti con il suo quasi 30 per cento e Salvini in cerca di spazio politico per superare la soglia psicologica del 10 per cento. Magra consolazione, dopo il trionfante 34 per cento della Lega alle europee del 2019, l’apice un attimo prima del tonfo del Papeete che la ha portato all’opposizione.
Oggi che si trova a rincorrere, la strategia del leader leghista per recuperare elettori e identità politica è quella di punzecchiare, infastidire e tentare sgambetti alla premier.
Del resto i dossier delicati sono molti e riguardano sia il governo sia le scelte politiche del centrodestra. E Salvini sta sfruttando ogni spazio per anticipare decisioni che solo fino a qualche tempo fa venivano prese collegialmente tra alleati, costringendo Meloni a muoversi di conseguenza.
La presidente del Consiglio, però, non è nota per la sua pazienza né per lo spirito coalizionale che aveva invece caratterizzato la leadership di Silvio Berlusconi quando i numeri erano ribaltati.
LA CANDIDATURA EUROPEA
Il primo passo di Salvini è stato quello di annunciare a Quarta repubblica che non si candiderà alle elezioni europee. «Continuerò a fare il ministro» ha detto, volutamente ignorando l’input che Meloni aveva dato alla conferenza stampa del 4 gennaio. In quella sede, la premier aveva ammesso di riflettere sull’opportunità di una sua candidatura, ma anche che la decisione sarebbe stata presa insieme agli altri leader della maggioranza, di cui pure aveva paventato l’ipotesi di una corsa europea. Con l’obiettivo di fare il pieno di voti ma anche di pesarsi una volta di più. Invece Salvini ha scelto subito di sfilarsi: troppo rischioso andare alla conta delle preferenze personali proprio nel momento in cui FdI è al massimo e per la Lega è un test delicato, anche perché il rischio sarebbe stato quello di concorrere non solo con Meloni, ma anche con l’altro nome di peso della Lega, quello di Luca Zaia, pronto a scendere in campo se le regole attuali non cambiassero, mantenendo il vincolo dei tre mandati in regione.
Che tuttavia Salvini sia deciso a rincorrere non tanto Meloni quanto lo zoccolo duro dei suoi elettori più estremi, lo ha dimostrato l’invito esplicito al generale Roberto Vannacci a candidarsi con la Lega. Vannacci certamente si farà desiderare eppure, se alla fine la sua candidatura sotto il simbolo di Alberto da Giussano andasse in porto, Salvini avrebbe guadagnato un candidato molto competitivo sullo stesso terreno degli alleati-avversari di FdI.
LA SFIDA SUI BALNEARI
Il capitolo di governo su cui Salvini sta più insistendo, invece, riguarda le concessioni balneari. L’Unione europea ne imporrebbe la messa a gara a rischio di una procedura di infrazione, ma il ministro dei Trasporti ha fatto capire di non voler «svendere i sacrifici degli italiani» in nome delle norme europee e la linea della Lega è quella di difendere gli interessi degli attuali proprietari delle concessioni. Fino a che punto, però? In questo caso fonti leghiste mettono in chiaro che la partita «dipende dal ministro Fitto».
La Lega ha fatto la sua mossa nell’ultimo Cdm, quando Salvini ha svolto una informativa e inserito nella sua circolare esplicativa una proroga tecnica delle concessioni per tutto il 2024. Tuttavia l’onere di negoziare una via d’uscita con la Commissione europea per non rischiare la multa spetta al ministro di FdI, che dovrà anche intestarsi eventuali ripercussioni negative. E, anche se sarà probabilmente costretto a cedere perchè una soluzione per evitare le gare di fatto non può esistere, Salvini potrà comunque rivendicare di aver difeso le prerogative della lobby dei balneari.
Le regionali
Al netto delle schermaglie sulle europee e dei tatticismi sulla legge Bolkenstein, il vero punto su cui il rapporto già teso tra Meloni e Salvini rischia di spezzarsi sono le candidature alle regionali. Questo è il vero tema su cui il leghista è deciso ad andare al muro contro muro, «anche a costo di presentarsi divisi», azzarda un leghista. In discussione, infatti, è una delle prassi più consolidate della coalizione di centrodestra: il governatore uscente ha sempre diritto a un altro mandato.
Meloni, forte dei risultati elettorali, è decisa a riequilibrare il numero di regioni governate da FdI: non ci è riuscita con il Trentino, dove la Lega ha tenuto duro riconfermando l’uscente Maurizio Fugatti, ma è decisa a farlo in Sardegna, dove ha un nome forte nell’ex “generazione Atreju” e attuale sindaco di Cagliari Paolo Truzzu, che già parla da candidato presidente al posto del leghista uscente Christian Solinas.
La battaglia è molto più che locale ma di sistema: se la ricandidatura dell’uscente verrà messa in discussione ora, salterebbe il banco ovunque in un domino che colpirebbe anche la Basilicata guidata da Forza Italia o l’Abruzzo sempre in quota Lega.
Per questo la posizione fatta filtrare è netta: «Sosteniamo tutti gli uscenti», compreso il governatore uscente di FdI in Abruzzo, e «nessuna riunione di coalizione in programma» su questo. Il grande non detto – anche se per ora la Lega non intende aprire il capitolo – è che, se non cambierà il divieto di quarto mandato per i governatori delle regioni, nel 2025 si aprirà la partita in Veneto.
Dunque quello di ora è un azzardo: non cedere nulla in questa tornata di regioni minori significa che, nel riequilibro chiesto da FdI e senza più Zaia candidato, Meloni rivendicherà la regione traino del nord-est.
Il rischio è quello di una corsa a due nel centrodestra il Sardegna, il minore dei mali a cui Salvini è disposto ad andare incontro per non mettere in discussione il principio della ricandidatura tenendo fuori il dibattito sul Veneto, già rivendicato ancora come «leghista» anche nel 2025 per voce del vicesegretario Andrea Crippa.
Forza Italia sta tentando la mediazione, ma nella testa dei meloniani la questione è chiara: la Lega governa 5 regioni e una provincia autonoma, quattro sono di Forza Italia e solo tre di Fratelli d’Italia. Inaccettabile per Meloni, decisa a far pesare la sua superiorità elettorale, e una trincea sempre più difficile da difendere per Salvini, che per ora non intende arretrare
(da editorialedomani.it)
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Gennaio 10th, 2024 Riccardo Fucile
RIFLESSIONE DELLA GENTE COMUNE: O C’E’ UN REATO E ALLORA SI IMPEDISCE SUBITO CHE VENGA COMMESSO O NON C’E’ E ALLORA E’ INUTILE FARE FOTO PER I POSTERI
Sono cinque le persone denunciate e decine quelle identificate dalla
Digos, dopo la trasmissione della prima informativa sulla commemorazione di Acca Larenzia dello scorso 7 gennaio.
Come riporta la Repubblica, dall’analisi dei filmati sono stati indicati i primi soggetti che hanno partecipato al raduno con saluti romani e il grido «Presente!» per commemorare le vittime di Acca Larenzia, la via di Roma dove il 7 gennaio del 1978 due giovani attivisti del gruppo post fascista Fronte della Gioventù furono uccisi in un agguato davanti alla sede del Movimento Sociale Italiano (un terzo morì poche ore dopo in uno scontro con le forze dell’ordine).
Tra loro ci sarebbero soggetti già noti alla polizia che fanno parte dei gruppi dell’estrema destra romana, considerati vicini a CasaPound e Forza Nuova.
E poi ci sarebbero anche componenti degli Ultras Lazio, ritenuto il più influente nella curva laziale e nato dopo lo scioglimento degli Irriducibili di Fabrizio Diabolik Piscitelli.
A organizzare il raduno, seguito alle commemorazioni istituzionali della mattina, sono stati militanti di CasaPound con i giovani di Blocco Studentesco, che dal 2019 hanno preso il controllo dell’ex sede dell’Msi. Gli inquirenti ora lavorano sui contenuti video registrati nel corso della manifestazione come mai era accaduto in questi anni. La celebrazione avviene ogni anno, generalmente con meno partecipanti, ma le forze dell’ordine non hanno mai trasmesso informative in merito. La procura ora valuta l’apertura di un’inchiesta per apologia di fascismo.
(da agenzie)
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Gennaio 10th, 2024 Riccardo Fucile
SALVINI E TAJANI NON CORRONO, LA SEGRETARIA PD PRENDE TEMPO, LA MELONI “VALUTA”
E ora chi glielo dice a Giorgia che non si deve candidare, che non può stravincere le europee? Tra Forza Italia e Lega si rimpallano l’ingrato compito. Prima del faccia a faccia decisivo – di tempo ce n’è – Antonio Tajani e Matteo Salvini il messaggio l’hanno affidato alla bottiglia del mare magnum mediatico. “O corriamo Meloni, Salvini e io, oppure è meglio che non lo faccia nessuno”, dice il leader di Forza Italia. “Continuerò a fare il ministro, non mi candido”, gli fa eco il titolare del Mit. Loro non si candidano, in una singolare convergenza parallela. Ma alle loro parole manca l’affondo finale: “Giorgia, non farlo”.
La presidente del consiglio è favorita dai sondaggi, che danno Fdi in crescita e gli alleati invece messi decisamente peggio: Forza Italia al 7 per cento, la Lega che punta a stare sopra il 10.
Alla conferenza stampa di fine anno ha fatto capire di essere pronta. “Io sono una persona per la quale niente conta di piu’ che sapere di avere il consenso dei cittadini, ogni volta che ho preso una decisione – ha detto – mi sono misurata con il consenso dei cittadini e anche adesso sarebbe utile e interessante”. La premessa tuttavia è che “una decisione andrà presa insieme agli altri leader della maggioranza”.
Sono gli alleati la palla al piede di Meloni in versione europea. La sua discesa in campo alimenta scenari da Transatlantico, con Fdi che vede crescere ulteriormente i consensi verso la soglia del 30 per cento, e Forza Italia e Lega a pagare pegno. Il Carroccio rischia di stare sotto la doppia cifra e Forza Italia vicino allo sbarramento. In queste condizioni che ne sarà della coalizione di centrodestra?
Il bivio di Giorgia Meloni è se stravincere, candidandosi in tutti i collegi, o accontentarsi di una vittoria netta, alla quale non aggiungere però l’amplificatore della personale discesa in campo.
La scelta non è presa, ma non è lontana, perché se il 9 giugno è di là da venire, è chiaro che il sacrificio della Meloni va ricompensato in una logica di coalizione che vede dentro anche le regionali, le amministrative, e anche il famoso patto anti-socialisti di Salvini. “La partita è complessiva”, dicono fonti di Fdi.
Stefano Candiani, decano leghista e grande esperto di candidature, ricorda la coerenza della scelta di Salvini. “Che uno venga eletto in Europa e poi si dimetta è un meccanismo usurato. Matteo ha fatto chiarezza”, dice Candiani all’Huffpost.
E Meloni, allora sbaglierebbe a candidarsi? “Dovrebbe riflettere. Motivi di coalizione le consiglierebbero di non candidarsi. Stravincere può nuocere alla coalizione”.
Ma tra i meloniani duri e puri circola invece un’altra narrazione: “Altro che coerenza… Salvini si è candidato alle europee da ministro dell’Interno. Ha preso il 33 per cento e non è rimasto a Bruxelles”. L’avvertimento dei leghisti, insomma, non risuona minaccioso alle orecchie di molti in Fratelli d’Italia. Anche di un moderato, democristiano docg, come Gianfranco Rotondi. “Che Meloni si candidi è la cosa più normale del mondo. Berlusconi lo ha sempre fatto. Quando uno sa di avere consenso, deve misurarlo nelle urne. E’ la regola principe della politica. Poi gli scenari che si aprono, si affrontano in un secondo momento. A tutto c’è rimedio”, dice all’Huffpost.
Una variabile di cui tenere conto è la candidatura di Elly Schlein. Se la leader dem correrà, Meloni potrebbe optare per la candidatura, quali che siano i consigli interessati dei vicepremier.
Ma da un po’ di tempo, anche nel Pd il partito della Schlein-candidata flette. Se Meloni deve vedersela con la zavorra degli alleati, Schlein deve schivare le correnti.
Lo stretto cerchio della segretaria mette in conto che Meloni si candiderà e preme perché la segretaria sia capolista nei cinque collegi, magari con una discesa in campo alla ‘non ci hanno visti arrivare’, decisa all’ultimo minuto per cogliere di sorpresa la rivale.
Ma mano a mano che si sposta a sinistra nella mappa dem, scema l’entusiasmo per questa soluzione. Matteo Orfini, all’Huffpost, ricorda che sono altri i partiti che puntano sul leader onnipresente. “Fdi è un partito personalista, ed è logico che pensino di candidare Meloni in tutti i collegi. Ma da noi non sarebbe compreso”, dice. “Più logica sarebbe la candidatura di Schlein in uno o due collegi, per dare una spinta in più. Ma a ben vedere non è necessario, e a dirla tutta non lo è neppure per Meloni. Ricordate Renzi? Prese il 40 per cento senza scendere in campo personalmente. Se un leader c’è si vede anche se non è scritto nella scheda elettorale”.
Anche Andrea Orlando ha messo in guardia dalla personalizzazione dello scontro. “Piuttosto Schlein deve lavorare a una classe dirigente in Europa che rispecchi la piattaforma programmatica che ha vinto il congresso, per un’Europa sociale che non si fermi al derby europeisti-antieuropeisti”, dice l’ex ministro.
Tiepida sulla candidatura di Schlein è infine l’area riformista di Stefano Bonaccini. La corrente avrà molti candidati – da Dario Nardella a Giorgio Gori, a Emanuele Fiano, Antonio Decaro- pronti a contarsi con quelli targati Schlein. E’ l’eterno congresso dem, una ragione forse per consigliare a Schlein di schivare le urne.
Ma c’è un ragionamento che accomuna le due contendenti, e porta ancora una volta al precedente di Matteo Renzi. La stravittoria del rottamatore nel 2014, con l’exploit del 40,8% inatteso anche per lui, gli coalizzò contro un variegato fronte di partiti che fece da incubatore alla sconfitta del referendum nel 2016.
Molti di quelli che votarono ‘no’ venivano da sinistra. Per questo nel Pd fanno conto che quando Meloni dice che non farà la fine di Renzi, forse significa che non adotterà quella strategia neppure alle Europee. Non stravincere ma sposare una logica di coalizione.
Il ministro Francesco Lollobrigida, l’uomo più vicino alla premier, interpellato dall’Huffpost, conferma questa lettura. “A noi interessa il centrodestra nel suo complesso, interessa il risultato della coalizione che deve essere grande e vincente. Il risultato di Fratelli d’Italia è secondario. Non vogliamo stravincere”. Che sia vero o meno si vedrà e c’è tempo per verificarlo. Ma le prime mosse di questa lunga campagna elettorale vanno in questa direzione. Di fatto in Sardegna con la candidatura di Paolo Truzzu al posto di Christian Solinas, la leader di Fdi incassa il primo passo indietro della Lega. E’ un segnale chiaro. Da qualche tempo, poi, non si sente più parlare del patto antisocialisti che Salvini sbandierava contro Meloni mentre la premier ha offerto ampia copertura al rivale sull’Anas-gate.
In maggioranza i rapporti sono amichevoli, come si capisce anche dai dettagli. Quando alla buvette s’incrociano il capogruppo forzista Paolo Barelli e lo stesso Lollobrigida, il ministro chiede una mano per sistemare le candidature di area. “Ma che facciamo con Svp? Li candidate voi o noi?”. Gli azzurri, un tempo fautori della discesa in campo di Berlusconi, sono tra i più tiepidi sostenitori della Meloni uber alles. “E’ una decisione che prenderanno insieme i tre leader. Ma noi di Forza Italia non siamo in crisi. Siamo pimpanti. Puntiamo al 10 per cento”, promette. Il famoso ottimismo berlusconiano, eredità preziosa di questi tempi.
(da Huffingtonpost)
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Gennaio 10th, 2024 Riccardo Fucile
NELLA CLASSIFICA DEI PRESIDENTI E’ ALL’ULTIMO POSTO, ORA I SARDI LO CONOSCONO FIN TROPPO BENE
“Anche uno straccione di Valmy può diventare presidente di una delle
terre più importanti d’Italia. Ed eccomi qua”. Lo “straccione” con panciotto e pochette si presentava così agli elettori sardi che lo avevano appena incoronato presidente della Sardegna. Un quarantaduenne con la consapevolezza di sé – almeno stando all’ambizioso paragone sventolato come biglietto da visita – di un uomo che combattuto male armato e con compagni contadini una battaglia campale contro le forze della restaurazione, e averla vinta issando per la prima volta sul campo la bandiera della rivoluzione. Improvvisamente Christian Solinas è diventato l’epicentro della politica italiana, la sua caduta potrebbe provocare una scossa tellurica da titoli di prima pagina per i suoi riverberi romani.
Il presidente uscente giubilato da Giorgia Meloni sull’altare della candidatura del fidatissimo sindaco di Cagliari, il Fratello d’Italia Paolo Truzzu, non ha nessuna intenzione di ritirarsi in buon ordine. “Sono cresciuto con gli insegnamenti di Francesco Cossiga”, va ripetendo a collaboratori e amici, una frase per racchiudere un mondo fatto di tenacia e testardaggine sarda, fiuto per la politica, poca paura di sparigliare urtando paludate sensibilità. Uno dei suoi padri politici, il democristiano Mariolino Floris, alla guida della Sardegna negli anni del tramonto dello scudocrociato, che è anche un suo vicino di casa, gli riconosce una grande abilità di muoversi tra avversari e alleati scomodi: “A Francesco questo giovane faceva molta simpatia”, ha ricordato degli anni dell’Udeur, un giovane Solinas a muovere i primi passi in politica all’ombra del Fedora dell’anziano ex presidente picconatore.
Dall’ecumenismo della Dc all’indipendentismo del Partito sardo d’azione c’è di mezzo il ricollocamento dei sardisti in orbita centrodestra. Dissoltasi l’Udeur Solinas vede nel partito regionale l’opportunità di essere proiettato in orbita, almeno in terra natia. Si candida nel 2009, è il più giovane degli eletti della tornata elettorale, il Psda schierato a sostegno di Ugo Cappellacci, che divenne presidente sotto le insegne del berlusconismo. Tempo due anni ed eccolo assessore ai Trasporti, enfant prodige sempre più amato dal suo partito, trampolino di lancio per il suo turno che sarebbe arrivato solo nel 2018. Eppure sono proprio di quegli anni i primi inciampi, macchie sulla fedina da amministratore che ancora si porta dietro, pronte a essere rispolverate se toccherà ancora a lui. Una in particolare, e ha un nome che i sardi ricordano bene: Saremar.
La storia è questa. L’assessore Solinas decide che il costo dei traghetti delle compagnie private è troppo alto, un salasso per le tasche della sua gente. Così si mette in testa di dare vita a una “flotta sarda”, e ci riesce pure, un po’ di imbarcazioni pubbliche, un paio prese in affitto. “Abbiamo liberato i sardi e la Sardegna dal giogo armatoriale, che voleva mettere in ginocchio il sistema economico della nostra terra”, disse trionfante nel giugno del 2011, dopo aver presenziato all’inaugurazione della tratta Porto Torres – Vado Ligure. Saremar era un’azienda con i conti in regola, che fino ad allora aveva garantito i trasporti con la Corsica e le isole minori, e avere un azionista di peso come la Regione non avrebbe potuto che beneficiarne.
Nonostante le preoccupazioni di alcuni in maggioranza e le proteste delle opposizioni, non ci si cura della possibile bocciatura europea. Che puntualmente arriva. I soldi promessi a Saremar drogherebbero il mercato, e si configurerebbero come aiuti di stato. Partono ricorsi e controricorsi, la flotta viene congelata. L’azienda deve restituire 11 milioni ricevuti al di fuori delle regole della concorrenza stabilite a livello comunitario, ma non li ha. Centosessantasette lettere di licenziamento vengono recapitate ai lavoratori della società, che viene messa in stato di fallimento e chiude i battenti.
Era il 2016. Solinas prova a scrollarsi dalle spalle il disastro, a guardare avanti. Alla fine del 2017 inizia a tessere la sua tela con Matteo Salvini. Il gancio è paradossalmente l’eterno inespresso avversario interno del Capitano. Lo racconta lo stesso Solinas: “Ho conosciuto durante le riunioni della Conferenza stato-Regioni Luca Zaia”. È quello il volano per arrivare nel cuore di via Bellerio. La Lega è ai suoi massimi storici, Salvini al governo, il Carroccio alle europee ha preso il trenta per cento. Il segretario leghista vede la possibilità per interposto Solinas di mettere per la prima volta le mani su una Regione geograficamente considerata di centro-sud. È un perfetto matrimonio d’interesse. Solinas fluttua verso la conquista della Sardegna con il dolce paracadute di un seggio senatoriale. Vincerà entrambe le corse, e che fatica mollare uno dei due bocconi. Nonostante l’incompatibilità per legge, Solinas darà le dimissioni solo dopo oltre cinque mesi, e dopo essere risultato perennemente “in missione” a Palazzo Madama e interrogazioni parlamentari delle opposizioni. Traduzione: in aula non si è mai visto.
Tra il partito che nel proprio statuto ha ancora la rivendicazione dell’indipendenza della Sardegna e gli scissionisti che da tempo hanno smesso di invocare quella della Padania, il rapporto è recentissimo, e non nasce prima degli ultimi mesi del 2017, per convergenti interessi elettorali. Con un certo gusto per la retrotopia i protagonisti di oggi hanno cercato affinità antiche e radici comuni, alla ricerca di un racconto che potesse nobilitarne l’unione.
“Tra il Partito sardo d’azione e la Lega ci sono rapporti antichi”, ha raccontato Solinas qualche tempo fa, citando in particolare un episodio: “Nel 1987 Bossi, la prima volta che entrò in Parlamento, divideva l’ufficio parlamentare Roma con il nostro senatore Sanna. E lui ci diceva sempre: la Lega diventerà un grande partito storico, come lo siete voi”. Ma c’è anche una matrice ideologica e culturale comune, a sentire il protagonista in pochette: “Il compianto Gianfranco Miglio, un grandissimo di cui leggevamo e leggiamo tutti i libri, indicava sempre il nostro partito come un modello di forza territoriale a cui il Carroccio doveva ispirarsi e lo ha fatto”.
Erano i mesi in cui il quarantaduenne Solinas si laurea in giurisprudenza a Sassari, per studio e ingegno personali, certo, ma anche per lavare via le polemiche dopo essersi fregiato per anni di un titolo di studio conseguito presso l’università Leibnitz di Milano, istituto che tuttavia è risultato non essere riconosciuto dal ministero dell’Università, non avendo dunque nessun valore legale ai fini del curriculum. All’inizio di quest’anno è poi spuntato incredibilmente un altro titolo per Solinas, una laurea honoris causa in medicina attribuitagli da un ateneo di Tirana. Una circostanza incredibile emersa da un’indagine ancora più incredibile. Solinas, secondo la procura di Cagliari, avrebbe favorito la nomina a direttore generale dell’Ufficio dell’autorità di gestione del programma operativo Eni Cbc Bacino del Mediterraneo di Roberto Raimondi, direttore della scuola di dottorato di ricerca dell’Università pubblica di Medicina di Tirana. E quest’ultimo in cambio avrebbe assicurato al governatore sardo proprio il pezzo di carta che lo eleva a dottore e una serie di docenze universitarie in materie simili, del tutto estranee alla formazione di Solinas. È un secondo fronte giudiziario per il governatore, entrambi tutt’ora aperti, che si aggiunge al rinvio a giudizio disposto nell’ottobre del 2022 per alcune nomine apicali in Regione.
Dopo i fuochi del 2018, sospinto dall’onda anomala del consenso leghista, accusato già all’epoca di aver massimizzato i voti dell’alleato ed essere stato un “candidato fantasma”, gli ultimi anni di Solinas sono stati un costante declino. Occupa il ventesimo di venti posti nella classifica dei presidenti di Regione più apprezzati, ed è una bella lotta con Truzzu, all’ottantasettesimo posto su ottantanove nell’analoga classifica dei sindaci delle principali città italiane. Eppure in un sondaggio finito in mano alle opposizioni certifica che è conosciuto dal 98% dei suoi conterranei, contro il solo 65% del competitor interno. Un vantaggio enorme, secondo gli sponsor leghisti, la certificazione della sconfitta a sentire i meloniani, convinti che proprio perché i sardi lo conoscono non si fidano più di lui.
Truzzo ha tenuto la prima riunione con tutte le liste che lo appoggiano, Solinas e la Lega assenti: “nessun passo indietro sulla sua candidatura”, ha tuonato il Carroccio. “Quando Meloni era al 4% noi abbiamo sostenuto i suoi”, attacca il coordinatore sardo delle camicie verdi Michele Pais, intervistato da Repubblica. In Sardegna sono convinti: se anche Salvini ricucisse con gli alleati del centrodestra, difficilmente il Partito sardo d’azione supporterà la coalizione, preparandosi a una corsa solitaria. Della quale il frontrunner potrebbe non essere Solinas. “In quel caso sarebbe più interessato a un seggio in Europa”, spiega una fonte da Cagliari. Anche perché il sistema elettorale sardo garantisce un posto in Consiglio solo al candidato governatore arrivato secondo, non agli altri. Dopotutto anche i generali di Valmy reclamarono il proprio posto in Parlamento
(da Huffingtonpost)
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Gennaio 10th, 2024 Riccardo Fucile
IL PIANO DI RISANAMENTO NON E’ PIU’ ACCETTABILE DOPO CHE E’ ENTRATA IN CRISI ANCE BIOERA, CHE CONTROLLAVA KI GROUP
Si apre la liquidazione giudiziale per la Ki Group srl, una delle società del gruppo del bio food in cui la ministra Daniela Santanché era stata nel board e aveva avuto alcune quote, poi cedute. I giudici del tribunale fallimentare di Milano hanno accolto la richiesta della procura, mentre i legali della società avevano chiesto l’ammissione al concordato semplificato. Secondo i giudici, la proposta e il piano di risanamento, essendo «fondati integralmente ed in modo unidirezionale sull’offerta irrevocabile di acquisto degli assets da parte di Bioera (previo investimento nella società terza Verde&Bio), sono divenuti manifestamente irrealizzabili», dopo che la stessa Bioera era entrata in composizione negoziata rendendo così probabile la crisi. La sentenza è stata depositata oggi 9 gennaio, dopo l’udienza del 18 dicembre scorso, quando il procuratore aggiunto Laura Pedio e i pm Marina Gravina e Luigi Luzi, che hanno anche indagato sugli altri casi delle ex società di Santanché tra cui Visibilia, avevano ribadito la richiesta di liquidazione giudiziale per Ki Group srl. I legali della società puntavano invece al salvataggio con la richiesta di un concordato semplificato. Avevano intanto rinunciato alla richiesta di liquidazione 11 persone, tra dipendenti e agenti di commercio, dopo che si erano visti pagare, chi integralmente, chi con acconto di stipendio e Tfr.
Il rischio di un’indagine per bancarotta
La sentenza rischia di aprire nuovi fronti giudiziari con una possibile inchiesta per bancarotta a carico di amministratori ed ex della Ki Group, tra cui anche Santanché. La ministra era stata presidente di Bioera, che controllava Ki Group, fino al febbraio 2022 (era nel cda dal 2012). Nell’organigramma di Bioera figurava come «responsabile delle relazioni con gli investitori» Canio Mazzaro, ex compagno della ministra al Turismo.
(da agenzie)
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Gennaio 9th, 2024 Riccardo Fucile
L’ESPONENTE DI FDI AVEVA PRESO LE DISTANZE DAI SALUTI ROMANI ALLA CERIMONIA DI ACCA LARENTIA … COME SI CAMBIA QUANDO SI E’ AL GOVERNO… E DONZELLI CHE LI HA DEFINITI “DUECENTO IMBECILLI CHE FANNO IL SALUTO ROMANO”?
“Dopo l’infamia, l’ipocrisia”. L’adunata fascista per ricordare le vittime
della strage di Acca Larentia divide la destra. Di fronte ai saluti romani delle centinaia di persone sul luogo dell’agguato, il vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli, ha preso le distanze: “Sono persone di varia provenienza, cani sciolti, organizzazioni extraparlamentari. Non hanno niente a che vedere con FdI”.
La sua presa di posizione, però, non è piaciuta al Blocco studentesco, che sui propri canali Telegram hanno condiviso lo screenshot di un articolo di Repubblica, evidenziando le parole di Rampelli. L’immagine è accompagnata da parole eloquenti, che non hanno bisogno di spiegazioni: “Dopo l’infamia, l’ipocrisia”.
La sezione romana del Blocco studentesco, l’ala giovanile di Casapound, è stata una delle formazioni che ha organizzato la commemorazione pomeridiana. Un appuntamento simbolico per la destra di tutta Italia, che ogni anno si ritrova di fronte alla sede dell’ex Msi per ricordare i propri martiri.
Per un giorno le divisioni vengono messe da parte, così i simboli di partito. Per questo l’imbarazzo con cui gli esponenti di governo di Fratelli d’Italia cercano di sfilarsi dalle polemiche viene visto come un vero e proprio tradimento dalle formazioni di estrema destra. In ballo ci sono i valori comuni, quelli della tradizione dell’Msi, ma soprattutto la militanza.
Quando nel 2009 Giorgia Meloni da ministero della Gioventù si recò sul luogo della strage, ad accompagnarla c’era uno dei protagonisti dell’estrema destra romana, Giuliano Castellino, ex leader di Forza Nuova. Ora che gli eredi dell’Msi si ritrovano a occupare le poltroni più importanti del paese, prendono le distanze da chi non smette di onorare i propri morti.
(da La Repubblica)
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Gennaio 9th, 2024 Riccardo Fucile
“SACROSANTO COMMEMORARE TRE VITTIME DELL’ODIO COMUNISTA MA QUESTE IMMAGINI SONO INDEGNE DI UNO STATO DEMOCRATICO”
“Queste immagini non sono degne di uno Stato democratico, civile e liberale. La commemorazione di 3 giovani ragazzi uccisi in Via Acca Larentia dall’odio comunista, senza nemmeno ottenere la giustizia che meritano, è sacrosanta e va rispettata ed osservata. Ma la messa in scena di una chiara ed evidente apologia del fascismo è un qualcosa di molto grave che dobbiamo condannare tutti senza esitazione”.
Così sui social Giovanni Crosetto, 33 anni, capogruppo di Fratelli d’Italia in consiglio comunale a Torino e nipote del ministro della Difesa Guido Crosetto, condanna senza mezzi termini i saluti fascisti di massa durante l’adunata tenuta a Roma in occasione della commemorazione della strage di Acca Larentia che il 7 gennaio 1978 costò la vita a due giovani iscritti al Fronte della Gioventù, Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, assassinati dai “Nuclei armati di contropotere territoriale”, un gruppo terroristico di estrema sinistra, e a un altro attivista di destra, Stefano Recchioni, ucciso qualche ora dopo negli scontri con le forze dell’ordine .
“Sentire Casapound esultare dopo aver chiamato all’appello: ‘Per tutti i camerati caduti’ e vedere centinaia di persone rispondere: ‘Presente’ – aggiunge Crosetto – è agghiacciante e ci riporta ad un periodo che speravamo di aver consegnato alla storia. Tutto ciò non ha e non avrà mai nulla a che vedere con il centro-destra”.
(da agenzie)
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