Gennaio 9th, 2024 Riccardo Fucile
“FINIAMOLA DI CHIEDERE AI LORO MANDANTI DI PRENDERE LE DISTANZE. GIORGIA MELONI È UNA CREATURA DI QUESTA GENTE, E QUESTA GENTE È UNA CREATURA SUA. SE NON C’ERA ANCHE LEI INSIEME A LORO, È SOLO PER CASO”
Diciamo tutti: è uno scandalo che la Digos intervenga minacciosamente
per identificare un cittadino che grida «Viva l’Italia antifascista» e non muova un dito davanti a centinaia di fascisti che manifestano minacciosamente a braccio alzato nelle strade di Roma.
Io non ci vedo nessuna contraddizione: l’intimidazione poliziesca (non solo a Milano alla Scala, ma anche a Roma al Colosseo, per un flash mob contro la guerra indetto dal Laboratorio ebraico antirazzista o a piazza San Pietro, pochi giorni fa, a cinque persone con uno striscione per la pace) sta nella stessa logica della truculenta sceneggiata fascista ad Acca Larentia. Certe volte è giusto che gli scandali avvengano, così capiamo qual è la grammatica del nostro tempo.
La prima regola è una regola di vigliaccheria: le forze dell’ordine sono sempre pronte a prendersela col singolo, i cinque, i venti pacifici e pacifisti. Ma quando sono centinaia, e pronti a menare le mani, se ne stanno inerti nel loro angoletto.
Il messaggio di quelle braccia tese è proprio questo: facciamo quello che ci pare, saccheggiamo la Cgil, e non ci potete fermare. Provate a liberare il palazzo occupato di CasaPound e ve la dovrete vedere con noi. È, letteralmente, la proclamazione di un rapporto di forza, il segno di dove sta il potere.
La seconda regola riguarda l’impulso profondo delle cosiddette forze «dell’ordine» e dell’ideologia di chi le comanda. Il disordine sta sempre nella spontaneità, mai nell’inquadramento. Di nuovo, la colpa del loggionista della Scala è proprio quella di essere uno: se uno tira fuori la voce quando nessuno dice niente (sia pure per dire quello che tanti pensano, e che teoricamente è l’ideologia ufficiale della Repubblica) è un disturbo, una smagliatura nell’estetica del cerimoniale.
Se alzano tutti il braccio a comando, se gridano presente all’unisono, se stanno in fila allineati e coperti, se delegano i pensieri al credere obbedire e combattere, allora sono come noi, specchio rituale di una società disciplinata una volta per tutte.
La terza regola è: finiamola di chiedere ai loro mandanti di prendere le distanze. Giorgia Meloni è una creatura di questa gente, e questa gente è una creatura sua. Se non c’era anche lei insieme a loro, è solo per caso.
Sono i suoi elettori, la sua placenta, e lei li rappresenta al vertice delle istituzioni. Ma davvero vogliamo credere che il suo postfascismo «moderato», «atlantico» e «responsabile» possa essere un argine e non un canale di accesso ?
L’ultima regola: l’ossessione per l’ordine è a sua volta segno di follia. In un ordine mondiale in cui Trump si prepara al ritorno e Milei brandisce la motosega, le schiere ordinate dei fascisti di Acca Larentia sono l’altra faccia delle stravolte masnade vichinghe dall’assalto del 6 gennaio a Capitol Hill. Fateci caso: è appena passato l’anniversario, forse ieri si celebrava anche questo.
Post scriptum. A me dispiace per quei poveri ragazzi ammazzati ad Acca Larentia tanti anni fa. Quale che fosse la loro ideologia, la loro memoria non merita questo.
(da agenzie)
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Gennaio 9th, 2024 Riccardo Fucile
“IN NESSUNA DEMOCRAZIA EUROPEA SI PUO’ FARE UNA COSA DEL GENERE”
“La questione morale esiste e non c’entra nulla col fatto che un parlamentare sia indagato o meno. Se uno è indagato per un fatto certo che confligge con l’art.54 della Costituzione, quello relativo alla disciplina e onore richiesti a tutti coloro che ricoprono cariche pubbliche, deve essere rimosso non perché sia indagato. Anche se ha fatto qualcosa che non è penalmente rilevante, ma che non collima con la disciplina e onore, se ne deve andare comunque“.
Così a Otto e mezzo (La7) il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, commenta le reazioni della presidente del Consiglio Giorgia Meloni al problema sollevato dal leader del M5s, Giuseppe Conte, sulla questione morale esistente nella maggioranza (“Questa idea per la quale, a sinistra generalmente intesa, si è garantisti con i propri ai massimi livelli cucce del cane comprese e giustizialisti con gli altri è un meccanismo che non funziona e che io non ho applicato in passato e quindi prego di non farmi lezioni di morale”).
Travaglio menziona il caso di Denis e Tommaso Verdini, che è penalmente rilevante e che “dovrebbe mettere in allarme la presidente del Consiglio perché Verdini è il quasi suocero di un ministro del suo governo e perché, dopo tanti anni di vacche magre, col Pnrr stanno arrivando barcate di soldi, che ovviamente le cricche vogliono mettersi in tasca”.
Il direttore del Fatto poi, a titolo di esempio di questione morale non penale, cita la vicenda di Matteo Renzi e del socio e amico Marco Carrai, sulla quale Il Fatto Quotidiano sta pubblicando ogni giorno il rapporto di 457 pagine curato alcuni anni fa dalla Guardia di Finanza su richiesta del Copasir: “Da questa relazione della Gdf, che è davvero una bomba atomica, non si capisce che lavoro faccia Renzi. Questo rapporto contiene dettagli sui rapporti di Renzi e di Carrai con oligarchi russi, con regimi del Qatar, degli Emirati Arabi, dell’Azerbaijan, cioè quelli che hanno fatto la pulizia etnica degli armeni nel conflitto del Nagorno-Karabakh, coi cinesi, coi servizi segreti israeliani e italiani“.
Travaglio aggiunge: “In Italia abbiamo una legge talmente ridicola per cui un senatore può prendere soldi da Stati esteri anche non alleati o addirittura nemici, visto che noi stiamo mandando le armi contro la Russia e sosteniamo Israele, tradizionalmente nostro alleato. E questi facevano affari col Qatar che finanzia e ospita i leader di Hamas. Ma che mestiere fanno questi signori? – continua – Al di là del fatto che non c’è niente di penale, è possibile che un senatore a gettone vada a procacciare a se stesso e ad altri degli affari in queste “culle della democrazia” e che in Parlamento non si muova una paglia e che nessuno dica che ci vuole una legge contro le lobby e contro chi prende soldi da Stati esteri?”.
E conclude: “Ma in nessuna democrazia europea si può fare questa roba qua. L’unico luogo in cui tutto questo può avvenire il Senato della Repubblica italiana. Nemmeno alla Camera si può fare. Insomma, dal fatto che non è reato al fatto che nessuna dica niente c’è una bella differenza“.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Gennaio 9th, 2024 Riccardo Fucile
BONELLI: “VERGOGNATI, PER IL TWIGA PAGHI ALLO STATO SOLO 20.000 EURO L’ANNO E FATTURI 10 MILIONI DI EURO”
Un lungo ‘botta e risposta’ social che dura da giorni. Il tema dello
scontro: le concessioni balneari. I protagonisti dello scontro: l’imprenditore titolare del Twiga Flavio Briatore e il deputato di Avs e co-portavoce di Europa Verde, Angelo Bonelli. Quest’ultimo ha puntato il dito contro il primo per essere stato aiutato dal governo per quanto riguarda le concessioni delle spiagge su cui sorge uno dei suoi stabilimenti balneari. Il dibattito si anima fino a trasformarsi in una vera e propria lite.
Il post di Bonelli
“Uno scandalo: Salvini da il via ai saldi sulle spiagge italiane con lo sconto ai balneari che riduce il canone della concessione demaniale marittima del 5%. Quello voluto dal ministro e leader della Lega Salvini è uno schiaffo all’Italia. Oggi lo Stato dalle concessioni demaniali incassa 110 milioni di euro, con una evasione accertata di circa il 45%, nonostante i canoni siano irrisori – osserva Bonelli – Non è superfluo ricordare che il Twiga di Briatore e Santanchè paga ogni anno allo Stato una cifra ridicola come canone, di 20 mila euro, a fronte di un fatturato di quasi 10 milioni di euro. La circolare del ministro Salvini è una vergogna, e su questo dovrà dare delle spiegazioni in Parlamento. E su questo, con un nostro esposto, chiederemo alla Procura Generale della Corte dei Conti di aprire un’indagine. È inaccettabile che la destra al governo voglia svendere le ultime spiagge libere per darle in concessione e privatizzarle”, conclude. In sostanza: “Il governo Meloni vuole privatizzare e cementificare le ultime spiagge libere e tutelare i privilegi di quegli stabilimenti balneari, compresi quelli di Briatore e Santanchè”.
L’attacco di Briatore
Briatore non è rimasto di certo in silenzio. E ha risposto alle accuse di Bonelli su Libero dicendo di non sapere chi fosse: “Non lo conoscevo, sapevo che faceva il politico, ma non esattamente di cosa si occupasse”. Invitando poi i suoi follower con un videomessaggio a non votarlo: “Questa gente non serve a niente, sono centocinquantamila euro all’anno circa di stipendio pagato dagli italiani, letteralmente buttati via, sono rami verdi, nemmeno buoni per fare il fuoco. Hanno un corto circuito nella testa, sono dei disfattisti che ci vorrebbero tutti rovinati, sono degli scappati di casa”. Ma non è finita. “Persone come Bonelli non hanno mai lavorato, non sanno cosa vuol dire un colloquio di lavoro, non sanno cosa vuol dire fare un training alle persone. Non hanno nessuna idea di cosa voglia dire lavorare”. Per poi lanciargli un “consiglio”: “Venga a lavorare tre mesi con noi. Allora sì che si renderà conto di cosa vuol dire lavorare”.
La replica di Bonelli
Bonelli ha replicato subito dopo. “Un signore, un tale Britore, Bratore, forse Briatore, mi ha attaccato dicendo che io non capisco nulla perché lui con il suo stabilimento balneare dà da lavorare a 180 persone e che se ha la residenza fiscale a Montecarlo che ce ne frega a noi, lui potrebbe averla anche nel Kazakistan… – dice il deputato Avs e co-portavoce di Europa Verde nel video postato su X – Vede signor Britore, Bratore, Briatore, c’è qualcosa che lei non ha capito, il punto non è se lei dà da lavorare a 180 persone, ben venga. Il punto non è se lei fattura 10 milioni di euro. Ne può fatturare molti di più per quanto mi riguarda. La questione, che lei non dice, è che lei paga allo Stato italiano per la spiaggia del Twiga solo 20mila euro l’anno un vero regalo, a chi poi è milionario, e questo francamente lo troviamo inaccettabile – commenta Bonelli – Poi lei dice che bisogna sostenere il governo Meloni che sta facendo bene. Sta facendo bene? Sapete che sta facendo sulle spiagge? Vuole privatizzare e cementificare le ultime spiagge libere per tutelare i privilegi di quegli con gli stabilimenti balneari compresi quelli di Briatori e Santanchè. Ecco questo è il governo Meloni. Questi patrioti che dicono ‘difendiamo l’Italia’ e poi si fanno la residenza fiscale a Montecarlo. Ecco i patrioti del governo Meloni, i patrioti di Fratelli d’Italia”.
Per concludere: “Quella contro la privatizzazione delle spiagge è una mia battaglia di una vita, questi balneari non pagano quasi nulla, i beni dello Stato non possono essere svenduti. Mia mamma mi diceva: “’C’è tanta gente che ha soldi, ma a cui manca l’educazione’. Briatore è un cafone. Io sono nato e cresciuto nella periferia romana, a Casal Bertone. Per pagarmi gli studi la sera facevo il cameriere”. E assicra Bonelli che mai metterà piede al Twiga: “Che venga lui qui in Parlamento. Ai bagni dei ricchi preferisco il lido di Ostia”.
(da agenzie)
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Gennaio 9th, 2024 Riccardo Fucile
LA PROCURA: “SULLA GESTIONE E’ IN GIOCO LA CREDIBILITA’ DELO STATO”… IMMIGRATI CALUNNIATI E PSICOFARMACI PER DISTRUGGERLI
Agli ospiti della struttura veniva somministrato Ritrovil «conosciuto come la droga dei poveri senza che ce ne fosse bisogno». E chi dava problemi veniva «trattato come delle scimmie».
Queste le parole del procuratore della Repubblica di Potenza, Francesco Curcio, nella conferenza stampa in cui stamani sono stati illustrati i dettagli dell’operazione che ha portato all’arresto di un ispettore della Polizia nell’ambito di un’inchiesta sul Centro di Palazzo San Gervasio. «Sulla gestione dei Cpr è in gioco la credibilità dello Stato», ha detto. Sono stati i 35 di maltrattamenti ai danni delle persone trattenute nel centro.
Oltre all’arresto di stamane sono tre le misure interdittive e una trentina gli indagati, tra i quali diversi medici che hanno prescritto il farmaco antiepilettico.
Curcio, ha ringraziato la Polizia di Stato «per la capacità di svolgere indagini su persone al suo interno». In un altro filone dell’inchiesta, è «emerso un vero e proprio monopolio dell’assistenza legale» all’interno del Cpr, con parcelle “in un caso anche di 700 mila euro» liquidate dallo Stato a un solo studio legale.
L’inchiesta e le similitudini con quella di Milano
Ad Alessandro Forlenza fu tolta la gestione del CPR milanese di via Corelli, il 20 novembre scorso. Secondo quanto ricostruisce stamane il Corriere della Sera, sul metodo, si erano espressi i magistrati, contro Forlenza e la sua società «La Martinina srl», per «frode in pubbliche forniture» e per «falso» nell’appalto 2020-2023 da 4 milioni l’anno. Ora i colleghi di Potenza contestano all’uomo la gestione 2018-2022 di un altro Cpr, quello di Palazzo San Gervasio, assegnato dalla locale Prefettura alla società «Engel».
Stavolta però, oltre al capitolato della gara d’appalto potentina vinta per poco meno di 3 milioni di euro, l’inchiesta della Procura guidata da Francesco Curcio indaga sul metodo di contenimento dell’ordine nella struttura, somministrando psicofarmaci che in medicina dovrebbero essere invece usati solo per chi è malato di epilessia.
Tutto parte dal un filmato trasmesso il 21 gennaio 2023 da Striscia la notizia dove si vede uno dei poliziotti in servizio nel cpr potentino che fa somministrare, con forza, il farmaco al migrante. Dopo l’uscita del filmato sia l’agente che la procura avevano sottolineato che l’ospite che subiva la somministrazione aveva aggredito precedentemente un’infermiera e cercato di accoltellare il poliziotto. Morale della favola, spiega il Corriere, il migrante è stato accusato di tentato omicidio. Ma secondo i pm di Potenza la verità è un’altra. La relazione di servizio avrebbe attestato il falso, calunniando lo straniero.
(da agenzie)
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Gennaio 9th, 2024 Riccardo Fucile
IL RITRATTO DELL’ASTRO NASCENTE DICHIARATAMENTE OMOSESSUALE
All’indomani del sollevamento dall’incarico di Elisabeth Borne, la
Francia ha un nuovo primo ministro: è Gabriel Attal. 34 anni, sino ad oggi ministro dell’Educazione. Sarà il più giovane premier nella storia del Paese, e il primo dichiaratamente omosessuale.
Militante del Partito socialista in gioventù, Attal è un fedelissimo di Emmanuel Macron, al cui progetto politico ha aderito sin dall’inizio dell’avventura nel 2017.
La sua stella è cresciuta di lì in poi all’ombra dell’Eliseo: è stato portavoce del governo, poi ministro del Bilancio, quindi dell’Educazione, sino alla nomina di oggi.
Dovrà affrontare un compito difficilissimo, però: il governo non ha una maggioranza stabile in Parlamento, e la popolarità di Macron è a picco nel Paese dopo la forzatura della scorsa primavera sulla riforma delle pensioni.
L’ultimo nodo del contendere è stata a dicembre l’approvazione di una legge sull’immigrazione di estrema durezza, su cui ha fatto convergere con una mossa al veleno anche il Rassemblement National di Marine Le Pen.
La stessa premier Borne ha espresso dubbi sulla costituzionalità di alcuni dei provvedimenti di quel pacchetto legislativo: inevitabile la conseguenza politica, che ha messo fine ai suoi 20 mesi al Palais de Matignon.
Attal ha ora davanti poco più di tre anni di lavoro per dare nuovo slancio all’azione riformatrice al cuore dell’agenda promessa da Macron prima delle prossime elezioni presidenziali (e legislative), in programma nella primavera 2027.
Fonti dell’Eliseo hanno spiegato che stamattina che la mossa di Macron mira a «chiudere un ciclo, mettere un punto e virgola, dare al suo decennio al potere una boccata d’aria fresca, cambiandone il tono come si potrebbe fare in una partitura musicale o in una poesia»
Carriera politica fulminante
Classe 1989, parigino, Attal ha studiato scienze politiche nella prestigiosa Sciences Po, poi giurisprudenza all’Università Pantheon-Assas.
S’è avvicinato sin dagli anni degli studi alla militanza attiva nel Partito socialista, vicino soprattutto all’economista Dominique Strauss-Kahn. Nel 2012, ad appena 23 anni, il primo incarico all’ombra dell’Eliseo guidato da François Hollande, come responsabile delle relazioni con il Parlamento al ministero della Salute.
Dopo un’esperienza da consigliere comunale (sempre col Ps) a Vanves, nel 2016 si unisce all’avventura politica di Emmanuel Macron, che nell’arco di pochi mesi lancia il movimento En Marche!, si candida alle presidenziali e conquista l’Eliseo (2017).
Eletto all’Assemblea nazionale, Attal si dimostra rapidamente tra i deputati più intraprendenti. È nominato nel gennaio successivo portavoce del partito. Quindi, a ottobre 2018, diventa sottosegretario all’Istruzione. Primo record: a 29 anni è il più giovane membro di un governo nella storia della Quinta Repubblica.
A luglio 2020 nuovo scatto in avanti: diventa sottosegretario e portavoce del governo sotto il nuovo primo ministro Eric Castex. Nel frattempo Attal ha fatto pubblicamente coming out, rivelando la sua omosessualità: è legato da un Pacs ad un altro dirigente del partito di Macron, Stéphane Sejourné, oggi capogruppo dei liberali di Renew Europe al Parlamento europeo.
A maggio 2022, con la nomina a prima ministra di Elisabeth Borne, entra direttamente al governo, ministro: l’assegnazione è al dicastero del Bilancio (distaccato da quello delle Finanze, dove siede Bruno Le Maire). Manterrà il posto per poco più di un anno: a luglio 2023, solo sei mesi fa, passa a guidare il ministero dell’Istruzione.
Oggi, 9 gennaio, la promozione alla guida del Paese. Sotto l’ala protettrice e direzione politica di Macron, ben inteso.
(da agenzie)
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Gennaio 9th, 2024 Riccardo Fucile
FINANZIAMENTI PUBBLICI DAL 2019 ALLA SCORSA ESTATE
Non ci sono elementi per dire che l’azienda di Tommaso Verdini (e di cui era socia anche Francesca fino a pochi giorni prima dell’apertura dell’inchiesta) non avesse diritto a sostegni pubblici. Ma è un fatto che, tra il 2019 e il 2023, la Inver abbia ricevuto diversi tipi di finanziamenti destinati alle piccole imprese di cui circa la metà come fondi Covid. Si va dai 20mila euro del Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese del 2019 ai fondi Covid che nei due anni successivi portano in azienda prima 25mila e poi 32,400 euro e infine, probabilmente a saldo del procedimento, altri 17mila euro, pagati nel luglio 2023. Inver Srl è una società di consulenza che, secondo l’accusa della procura di Roma, indirizzava gli appalti di Anas alle società che a lei si rivolgevano e remunerando in cambio i dirigenti più disponibili anche con sostegno politico (vero o millantato lo stabilirà il processo). L’inchiesta su Tommaso Verdini è nota dall’estate 2022 ma questo non sembra aver intaccato i sostegni pubblici che hanno continuato a giungere in azienda. L’azienda è nata nel 2016 e i primi finanziamenti sono arrivati tutto sommato a stretto giro, solo tre anni dopo. La cifra complessiva ammonta a poco meno di 100mila euro. Non molto ma neppure pochissimo considerando che, stando alle carte dell’inchiesta, Inver riceveva dai propri clienti un ammontare variabile tra i 5 e i 7.500 euro mensili. Tommaso Verdini è ai domiciliari dal 28 dicembre scorso.
(da agenzie)
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Gennaio 9th, 2024 Riccardo Fucile
DOVEVANO DECIDERE TUTTI INSIEME, MA OGNUNO VA PER CONTO SUO
Dovevano decidere tutti insieme, ma ognuno va per conto suo. Matteo
Salvini non sarà il capolista della Lega alle Europee: «Continuerò a fare il ministro». Giorgia Meloni si avvia invece a fare la scelta opposta, anche se l’annuncio ancora non c’è.Due giorni fa, invece, Antonio Tajani aveva definito «rischiosa» la mossa della premier e in ogni caso «dovrà essere una scelta congiunta». Salvini, intervistato da Quarta Repubblica, ha invece anticipato tutti, aggiungendo «mi piacerebbe candidare il generale Vannacci, una vittima della sinistra radical chic». In serata il generale risponde: «A mente fredda valuterò».
Ma le elezioni più vicine sono quelli in Sardegna, dove lo stallo sta per finire. La coalizione resta divisa. Ufficialmente la Lega va avanti: «Il nostro candidato è Christian Solinas». In realtà qualcosa si muove e la partita locale più complicata da quando la destra è tornata al governo è vicina a una soluzione, anche senza dover scomodare i leader della coalizione.
La scadenza per trovare un accordo, saltati tutti i tavoli, la detta la legge: lunedì prossimo andranno presentati i simboli, all’interno dei quali va indicato il candidato presidente per le elezioni del 25 febbraio.
Matteo Salvini sa bene che Giorgia Meloni non mollerà mai Paolo Truzzu e quindi, escludendo l’idea di una rottura della coalizione, tratta la resa, guardando ad altri territori: la contropartita che il vicepremier è pronto a chiedere è una candidatura in Basilicata (al voto in primavera), che FdI non vede negativamente, ma che aprirebbe un problema serio con Forza Italia, che pretende di ripresentare l’attuale presidente Vito Bardi.
L’attuale sindaco di Cagliari proposto da Fratelli d’Italia ieri ha riunito quella parte della coalizione che lo sostiene (c’è anche Sardegna al centro, oltre a FdI) e già parla da designato: «Sì, mi sento il candidato governatore». Il Carroccio, sardo e nazionale, non molla, insistendo per la riconferma del presidente uscente: «La nostra posizione è sempre la stessa», dice il leader regionale Michele Pais, «i candidati della coalizione al momento sono due».
Forza Italia è dello stesso avviso, ma per motivi puramente tattici. Antonio Tajani, infatti, è consapevole che se venisse meno il criterio della riconferma degli uscenti, la Lega chiederebbe una compensazione, a danno proprio degli azzurri e gli occhi sono tutti puntati sulla Basilicata, visto che in Piemonte la corsa di Alberto Cirio non è mai stata davvero in discussione.
Non è un caso che Forza Italia chieda a gran voce un vertice tra i leader della coalizione, una riunione ritenuta non necessaria dagli altri partiti. I messaggi arrivati in queste settimane, e in particolare nelle ultime ore, da via della Scrofa sono stati chiari, Fratelli d’Italia attraverso i suoi dirigenti non ha lasciato mezzo spiraglio agli altri partiti: Truzzu non si tocca.
È stata la stessa Giorgia Meloni a esporsi per il sindaco di Cagliari e una scelta diversa […] vorrebbe dire smentire la presidente del Consiglio. C’è anche un elemento che tutti conoscono, sull’isola e a Roma: Truzzu è legato alla premier da una militanza comune nella cosiddetta “generazione Atreju”, e quindi «Giorgia non lo mollerà mai», insistono i fedelissimi.
Salvini sa benissimo che non c’è spazio nemmeno per un terzo nome e quindi concentra gli sforzi sulla compensazione che pensa di meritare. Con l’eventuale ritiro di Solinas, la Lega sarebbe l’unica a pagare e quindi le attenzioni si rivolgono alle altre regioni al voto.
La soluzione che il ministro dei Trasporti potrebbe accettare in cambio della rinuncia al proprio candidato è la conferma della presidente leghista dell’Umbria Donatella Tesei (poco amata da FdI) e la proposta di un nome in Basilicata
(da agenzie)
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Gennaio 9th, 2024 Riccardo Fucile
TRA I FRATELLI D’ITALIA CIRCOLA GIÀ IL NOME DEL POSSIBILE CANDIDATO NEL 2025 PER LA REGIONE GOVERNATA DAL “DOGE”: IL SENATORE E COORDINATORE REGIONALE MELONIANO LUCA DE CARLO
Non solo sulla Sardegna Giorgia Meloni non ha alcuna intenzione di fare marcia indietro, ma in casa Fratelli d’Italia si pensa in grande e circola già il nome del possibile candidato per il dopo Zaia in Veneto nel 2025: il senatore e coordinatore regionale dei meloniani Luca De Carlo, presidente della commissione Agricoltura, turismo e industria di Palazzo Madama.
Non a caso, con l’alleato Matteo Salvini sul tema regionali sta calando il gelo. E dal quartiere generale della Lega alla domanda su quando si terrà il vertice tra i leader del centrodestra per risolvere intanto la matassa delle candidature alle regionali di quest’anno, Sardegna su tutte, la risposta è fredda: «Non è un tema all’ordine del giorno, al momento Salvini non ha nulla in agenda ».
Probabile che si tenga in questa settimana o al massimo la prossima, visti i tempi sempre più stretti per presentare le liste in Sardegna, dove si vota già il 25 febbraio: una spaccatura […] sarebbe un precedente molto pericoloso per il centrodestra visti i tanti appuntamenti elettorali in Regioni e Comuni nei prossimi due anni.
Fratelli d’Italia ha deciso comunque di lanciare in Sardegna Paolo Truzzu al posto dell’uscente Christian Solinas, sostenuto dalla Lega. Una scelta dettata da motivi locali, minimizzano i fedelissimi di Meloni, come Giovanni Donzelli. In realtà FdI vuole riequilibrare i pesi all’interno del centrodestra […]: oltre alla Sardegna, anche Umbria, in mano alla Lega, Basilicata e Piemonte con governatori uscenti di Forza Italia, e l’Abruzzo che invece è l’unica che ha un uscente di FdI.
Meloni vuole subito la Sardegna, ma pensando al 2025 punta al Veneto e ha già in pista il nome di De Carlo. Il senatore nei giorni scorsi, in una intervista al Gazzettino , ha chiaramente detto che senza Zaia in corsa la regione spetterebbe al suo partito.
Zaia può restare in ballo solo con una modifica alla legge attuale che non prevede la terza rielezione per i governatori: anche qui, la Lega chiede di consentire il terzo mandato, FdI invece prende tempo ma è contraria proprio pensando al Veneto. E ieri a sostegno dello stop al terzo mandato è arrivato anche il segretario di Forza Italia, Antonio Tajani.
La Lega insomma è sempre più isolata e Salvini non vuole sedersi al tavolo per essere messo in minoranza. Cerca intanto una soluzione da proporre per mediare, quanto meno, prima di andare allo scontro. A oggi minaccia di correre da sola con Solinas in Sardegna. «Se un governatore di centrodestra ha lavorato bene, va ricandidato », ha ribadito Salvini su Rete 4.
E questo mentre Paolo Truzzu si considera già il candidato. Ieri il sindaco di Cagliari ha incontrato il resto della coalizione per una prima riunione operativa su simbolo e nomi da mettere in lista: «L’indicazione del mio nome dai partiti è avvenuta la settimana scorsa al tavolo regionale, come tutti chiedevano — ha affermato —. È la prima volta nella storia del centrodestra e questo mi rende orgoglioso. Non sfruttare questa occasione sarebbe stato grave ».
(da agenzie)
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Gennaio 9th, 2024 Riccardo Fucile
PER DRAGHI E’ IN BALLO UNA POLTRONISSIMA, MAGARI LA GUIDA DEL CONSIGLIO EUROPEO… GIORGIA MELONI SOFFRE E TACE: NON PUO’ EVITARE DI RITROVARSELO IN EUROPA A FARLE OMBRA
Qualunque mossa faccia Mario Draghi, qualunque sia la sua agenda,
non lascia mai indifferente il mondo della politica. […] L’universo degli incontri di Draghi negli ultimi due mesi si è allargato, e l’ex banchiere è entrato completamente nel ruolo di super consulente incaricato dalla presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen di preparare un report su «competitività dell’industria europea».
Domani, a Milano, nella sede cittadina di Banca d’Italia, Draghi incontrerà i manager delle principali multinazionali europee. Ma La Stampa è in grado di raccontare anche di altri due incontri. Uno che è avvenuto, e uno che avverrà nei prossimi giorni. In settimana Draghi dovrebbe essere a Bruxelles per partecipare a una riunione del collegio dei commissari, in poche parole il Consiglio dei ministri della Commissione europea. Mentre circa un mese fa ha visto per un pranzo Emmanuel Macron.
Un confronto tra due leader e amici che, stando a fonti ufficiali vicine all’ex presidente del Consiglio, è parte del giro di colloqui che Draghi sta avendo a largo raggio in Europa
Ogni gesto dell’ex premier sollecita interpretazioni più o meno fantasiose sul suo destino. Tanto più ora che si stanno aprendo i giochi per il futuro dei vertici delle massime istituzioni europee. il pranzo con Macron – a Parigi, a quanto risulta – rilancia le indiscrezioni sulla possibilità di una candidatura di Draghi al Consiglio europeo (una destinazione considerata più verosimile della Commissione), cosa di cui, tramite i suoi collaboratori storici, continua a dire di non essere interessato.
Sarebbe un nome politicamente più neutro di altri, in grado di mettere d’accordo i liberali di Renew Europe (il gruppo di Macron), i socialisti (la famiglia del Pd) e i popolari, a cui è affiliata Forza Italia. Una chance che si rafforzerebbe dopo l’annuncio dell’attuale presidente del Consiglio, il belga Charles Michel, di correre come candidato alle Europee, con l’ambizione di diventare presidente dell’Europarlamento o commissario.
Anche l’incontro di Milano, con i big delle principali aziende europee, consente una lettura più politica. A organizzarlo è la European Round Table of Industry, forum che raggruppa una sessantina di presidenti e amministratori delegati, dedicato al sostegno della competitività europea. Tra i soci compaiono Vodafone, Total, Michelin, L’Oréal, Bmw, Mercedes, Arcelor Mittal (che proprio in queste ore sta litigando con il governo italiano in merito alle acciaierie Ilva di Taranto), Shell, Airbus, AstraZeneca, Nestlé.
Le aziende italiane saranno rappresentate da Eni e Cir (tra i membri di Ert ci sono gli amministratori delegati Claudio Descalzi e Rodolfo De Benedetti). L’incontro con i commissari a Bruxelles sarà un’altra tappa del confronto sulle prospettive economiche dell’Europa, anche in un contesto di sfida geopolitica con i due giganti globali, Stati Uniti e Cina. Al tavolo dovrebbe partecipare anche Paolo Gentiloni, ex premier e commissario all’Economia La premier vive con particolare attenzione i movimenti di Draghi.
Dentro Fratelli d’Italia i commenti sono ridotti al minimo e si percepisce il fastidio per non poter controllare politicamente una nomina che, per storia e profilo di Draghi, sarebbe quasi più europea che esclusivamente italiana. Di fatto, il report commissionato da Von der Leyen è anche un biglietto da visita per il bis che vuole tentare la presidente della Commissione. Meloni ha fatto capire di essere pronta a sostenerla, anche se FdI non potrà entrare a far parte della maggioranza composta da popolari, socialisti e liberali.
(da La Stampa)
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