Gennaio 10th, 2024 Riccardo Fucile
SECONDO RUMORS, LA MOSSA È IL PRIMO PASSO DEL PROPRIETARIO DI “MSC” PER ENTRARE PREPOTENTEMENTE NEL CAMPO DELL’EDITORIA. E MAGARI PRENDERSI ALTRI PEZZI PREGIATI DALL’EX “GRUPPO ESPRESSO” CHE JOHN ELKANN STA SMANTELLANDO
La voce corre da qualche tempo: l’armatore miliardario Gianluigi
Aponte sarebbe interessato a rilevare lo storico quotidiano genovese Secolo XIX. Il giornale è oggi parte di Gedi – società editoriale guidata dall’erede di casa Agnelli John Elkann, proprietaria di varie testate tra cui Repubblica e La Stampa – a sua volta al centro di forti rumors su possibili vendite di pezzi del gruppo.
E questo potrebbe essere in realtà il vero progetto di Aponte, originario di Sorrento e trapiantato in Svizzera, alla guida di un impero sconfinato che spazia dalle navi alla logistica, passando per treni e aerei: mettere un piede nell’editoria italiana partendo da un giornale locale, per poi eventualmente allargarsi. Magari proprio all’interno di quel gruppo Gedi che, nonostante le più classiche smentite, secondo indiscrezioni di mercato sarebbe aperto a valutare offerte.
Del resto, alla fase di mega concentrazione editoriale seguita alla fusione con il vecchio Gruppo Repubblica-l’Espresso guidato dalla famiglia De Benedetti sono seguite cessioni a catena: La città di Salerno; Il Tirreno; le gazzette emiliane (Gazzetta di Reggio, la Gazzetta di Modena e la Nuova Ferrara); la Nuova Sardegna; i giornali del Nordest (Il Mattino di Padova, La Tribuna di Treviso, La Nuova di Venezia e Mestre, Il Corriere delle Alpi, Il Messaggero Veneto, Il Piccolo, la testata online Nordest Economia).
Uno smantellamento complessivo, di cui è difficile intravedere una vera strategia, che ha investito anche testate storiche come MicroMega e l’Espresso , forse il colpo più forte dal punto di vista simbolico
Se le voci dovessero essere confermate, al panorama dell’informazione italiana si aggiungerebbe dunque l’ennesimo editore “impuro”, talmente di peso da risultare ingombrante: Aponte avrebbe il pregio di essere tra gli imprenditori più liquidi al mondo e il difetto di avere interessi in molti settori.
A cominciare dal porto di Genova, in cui ormai Aponte sembra quasi giocare un ruolo da monopolista: controlla gran parte del traffico crocieristico, con il colosso Msc e la concessione delle stazioni marittime; è socio unico del terminal Bettolo; socio di minoranza nel terminal Rinfuse; è entrato in società con il gruppo armatoriale Messina; si è comprato la storica società Rimorchiatori Riuniti.
Spaziando oltre i confini portuali il gruppo Aponte si è allargato ai treni, acquisendo Italo, e possiede una compagnia di aereo cargo, e un fedelissimo, il manager Alfonso Lavarello, guida oggi l’aeroporto di Genova.
Alcune società di Aponte, inoltre, hanno finanziato la campagna elettorale del governatore ligure Giovanni Toti. Un ulteriore elemento che ha spinto la redazione del Secolo XIX a chiedere chiarimenti sulle indiscrezioni, smentite però in modo categorico dall’azienda. Almeno per ora.
(da il Fatto Quotidiano)
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Gennaio 10th, 2024 Riccardo Fucile
ALLARME CAMPAGNA VACCINAZIONI, BASSETTI: “UN DISASTRO”
Pronto soccorso in difficoltà e pochissime vaccinazioni. I contagi da influenza stagionale e Covid-19 stanno crescendo velocemente, e così anche la pressione sul sistema sanitario nazionale.
Con la morte in poche ore di due pazienti per infezione da influenza H1N1 all’ospedale San Bortolo di Vicenza, è aumentato anche il livello di allerta, già alto a causa delle numerose infezioni anche tra i bambini e al boom di bronchioliti.
«La campagna vaccinale è stata disastrosa e questi sono i risultati», ha sbottato Matteo Bassetti, direttore Malattie infettive ospedale San Martino di Genova.
Seguito dalla ConFederazione degli oncologi, cardiologi ed ematologi – Foce, che stigmatizza i bassissimi numeri delle vaccinazioni soprattutto tra i più fragili. Secondo la direzione Sanità del Veneto, dove sono morti due pazienti per l’H1N1 e altri tre si trovano in gravissime condizioni, i ricoveri sono in linea con le stagioni influenzali del periodo pre-pandemico.
Motivo in più per essere critici, sottolinea Bassetti: «È una forma di influenza che conosciamo bene e ogni anno ci sono dei decessi. Nulla di nuovo all’orizzonte, purtroppo abbiamo vaccinato poco quest’anno». Inizialmente si era pensato che i decessi fossero stati causati dall’influenza suina, ma si tratta invece del virus stagionale che circola maggiormente dal 2009, non della sua variante.
Secondo Foce però non possono essere sottovalutate le difficoltà del sistema sanitario delle ultime settimane. L’organizzazione parla di un vero e proprio «caos nei nostri sistemi di emergenza, con molte centinaia di pazienti in attesa di trasferimento in reparti di degenza ordinaria o di terapia intensiva, tempi che possono durare anche diversi giorni». In alcune Regioni i medici sarebbero stati richiamati dalle ferie programmate per rispondere all’aumento dei ricoveri e delle richieste di cure.
La campagna vaccinale
È sempre Foce, nel comunicato, a riportare i numeri sui contagi e sulle vaccinazioni contro il Covid. «Nel 2023, da 40-50 decessi alla settimana a luglio/agosto si è passati a 150 morti a ottobre, a 290 a novembre, a 425 a fine dicembre per arrivare, nel 2024, a 371 in quest’ultima settimana», si legge nella nota.
Secondo la Confederazione di specialisti sono state sottovalutate le conseguenze di una campagna vaccinale troppo blanda, in un momento in cui l’influenza stagionale si è poi dimostrata più contagiosa e aggressiva. «Dall’inizio della campagna autunno-inverno al 4 gennaio 2024, nel nostro Paese sono stati vaccinati appena 1.927.035 cittadini. In particolare il 13,6% degli ultraottantenni, il 10,3% della fascia di età tra 70-79 anni e solo il 4,7% dei cittadini tra i 60-69 anni», prosegue, sottolineando come il crollo abbia riguardato anche la campagna vaccinale contro l’influenza stagionale. Colpa della «mancanza di qualsiasi programmazione ed organizzazione di una campagna vaccinale già difficile. Va evidenziato anche lo spreco di risorse pubbliche, dovuto al mancato utilizzo di enormi quantità di dosi vaccinali già acquistate dallo Stato».
(da agenzie)
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Gennaio 10th, 2024 Riccardo Fucile
“PER ENTRARE NEL GIRO BASTA ANDARE DA UN SIGNORE CHE, PER CIRCA 300 EURO, TI VENDE LA CHIAVETTA USB CON TUTTE LE IMMAGINI”…”VAI IN COPISTERIA E STAMPI QUELLE CHE VUOI”…LE PATACCHE VENGONO RIVENDUTE FINO A 100 EURO L’UNA AI TURISTI
Un acquerello dipinto a mano. Un oggetto per decorare la casa o
l’ufficio e ricordare la bella vacanza trascorsa a Roma. Peccato però che si tratti di una truffa di sedicenti artisti che fanno credere ai turisti di aver realizzato loro quell’opera quando in realtà si tratta semplicemente di banali stampe.
I romani lo sanno da anni, ma chi viene da fuori no. Specialmente i viaggiatori che arrivano da oltre oceano, noti per amare l’arte italiana. Ed è per questo che puntualmente ci cascano, facendo così arricchire i furbetti, a discapito dei veri pittori che lavorano nelle botteghe della Capitale. «In un mese, lavorando poche ore al giorno, si possono guadagnare oltre mille euro» racconta Julio, un 35enne albanese che da anni vive in provincia di Roma. Prima faceva il muratore, ma poi un amico gli ha detto che vendendo i quadretti si guadagnava meglio. E come Julio, in molti hanno fatto la stessa valutazione.
Si tratta principalmente di uomini stranieri. Li trovi ovunque, nelle piazze più frequentate, come la centralissima piazza Navona. Ma anche sul ponte di Castel Sant’Angelo o nelle viette storiche. Posizionano la merce a terra o, i più attrezzati, sugli espositori. Loro si mettono lì vicino, con tanto di colori e pennello, e fanno finta di dipingere, stando ben attenti a non far vedere il disegno che stanno, in teoria, realizzando.
I passanti, incuriositi dalle tante immagini colorate che raffigurano monumenti e scorci di Roma, si avvicinano. E li inizia la trattativa per comprare “l’opera”. «I più piccoli costano 20 euro, poi i prezzi aumentano a seconda delle dimensioni. I più grandi, che sono circa 50×70, li vendo a 100 euro» racconta Claudio, che dall’Est Europa è arrivato a Roma e ora vende i “suoi” dipinti a piazza Navona. Li vende e basta: se gli viene chiesto di riprodurne uno al momento, nonostante abbia lì con lui i colori, dice che in quel momento non può.
Per entrare nel giro «basta andare da un signore racconta Julio che sta spesso a piazza di Spagna. È lui che, per circa 300 euro, ti vende la chiavetta Usb con tutte le immagini. Poi tu vai in copisteria e stampi quelli che vuoi». Il segreto, spiega ancora, è il tipo di carta su cui stampi. Una particolare carta ruvida che assorbe l’inchiostro come se fosse il tocco di un pennello. «Alcuni li stampo direttamente a colori, altri invece in bianco e nero e poi li pitturo io»
(da Il Messaggero)
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Gennaio 10th, 2024 Riccardo Fucile
“E’ ARRIVATO ALLA FESTA “MOLTO ALLEGRO” SE NON “BRILLO”. E A UN CERTO PUNTO HA TIRATO FUORI LA PISTOLA (“LA MOSTRAVA A TUTTI”)…SI ATTENDE L’ESITO DELLO STUB
C’è chi lo ricorda incredulo, sdraiato sul tavolo dove l’avevano fatto adagiare in attesa dell’ambulanza: “Ma perché mi hai sparato?”, diceva Luca Fontana, il ferito dell’incredibile notte di Capodanno dei Fratelli d’Italia biellesi, al deputato Emanuele Pozzolo. Tra i testimoni c’è chi racconta che gli gridava, arrabbiato: “Non mi chiedi neanche scusa?”.
Il parlamentare vercellese non rispondeva. Era “impietrito”, ha detto Luca Zani, avvocato e consigliere comunale FdI a Biella, uno dei partecipanti al veglione di Rosazza. L’aveva organizzato Andrea Delmastro, leader locale del partito e sottosegretario alla Giustizia, nel borgo di montagna dove sua sorella Francesca è sindaca.
La Procura di Biella e i carabinieri stanno ricostruendo il momento dello sparo, il prima e il dopo. Ascoltano e riascoltano i presenti, una trentina di cui 5 o 6 nella sala in cui è partito il colpo che ha ferito Fontana, elettricista 31enne, genero del caposcorta di Delmastro, Pablito Morello, invitato con i familiari.
Lo stesso Delmastro, che al momento dello sparo non c’era, è stato sentito lunedì per 2ore. Pozzolo era giunto alla festa verso l’una, dopo aver brindato in famiglia, “molto allegro” se non “brillo” secondo i testimoni.
E a un certo punto ha tirato fuori la pistola, un minirevolver calibro 22lungo solo 10 centimetri. “La teneva nel palmo della mano e la mostrava ”, è un’altra testimonianza. Morello, dice uno dei presenti, ha cercato di fargliela mettere via ma “non c’è stato il tempo”.
In pochi secondi è partito il colpo. Il porto d’armi dovrebbero revocarglielo. Nessuno ha capito perché Pozzolo abbia detto: “Non sono stato io a sparare”. Non risulta che abbia accusato altri.
(da Fatto Quotidiano)
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Gennaio 10th, 2024 Riccardo Fucile
DAVANTI AI DEPUTATI, DOCENTI ED ESPERTI HANNO EVIDENZIATO LE CRITICHE
Fin dal momento del suo annuncio, il protocollo tra Italia e Albania
sui migranti ha sollevato un forte dibattito. Più di un’osservatore ne ha messo in dubbio la legittimità giuridica e sottolineato i rischi in termini di diritti.
Il progetto prevede di traferire in territorio albanese, quindi fuori dall’Unione europea, una parte dei naufraghi salvati in acque internazionali dalle navi di Marina, Guardia Costiera o altre entità statali italiane. La misura dovrebbe riguardare gli stranieri provenienti da Paesi terzi considerati sicuri, che verranno sottoposti alla procedura accelerata di frontiera, in un un hotspot sotto giurisdizione del nostro governo. Dopodiché, i migranti verranno trasferiti in un centro di permanenza e rimpatrio, sempre dentro i confini del Paese balcanico.
Le differenti posizioni sul tema hanno avuto riflesso nelle audizioni in Commissione Affari Costituzionali alla Camera, dove è in corso la discussione sul disegno di legge di ratifica del protocollo italoalbanese. Davanti ai deputati, si sono confrontati accademici e giuristi, che in prevalenza hanno bocciato il progetto.
Il costituzionalista Alfonso Celotto ha sottolineato come l’accordo può creare discriminazioni in termini di tutele e trattamento, tra i migranti che finiranno in Albania e quelli invece sbarcati in Italia.
Ancora più netta la posizione di Chiara Favilli, docente di Diritto Europeo a Firenze, per cui “è praticamente impossibile garantire nello Stato straniero lo stesso standard dei diritti in materia di asilo riconosciuti a livello nazionale”. Favilli ha ricordato come una proposta simile avanzata nel 2017 dalla Francia fu bocciata dalla Commissione Ue, perché ritenuta né possibile né auspicabile.
Il confronto tra gli studiosi
Di opinione diversa il giurista Mario Savino. La sua tesi è che la giurisdizione italiana sui centri situati in Albania garantirà l’applicazione delle norme nazionali ed europee su migrazione e asilo e quindi “non prefigura una fuga dalla responsabilità, per l’accoglienza e il rimpatrio dei migranti”. Savino ha inoltre evidenziato come, considerata la difficoltà di espandere la rete dei Cpr dentro il nostro Paese, per i veti di Regioni e Comuni, quest’accordo potrebbe contribuire ad assolvere l’obbligo per l’Italia di applicare le procedure accelerate di frontiera, previste da nuovo patto Ue sull’immigrazione.
A Savino ha replicato a distanza Salvatore Currieri, professore di diritto pubblico dell’Università di Enna. Currieri ha definito il protocollo Italia-Albania un modello per l’esternalizzazione dei flussi migratori, che potrebbe configurare anche una forma di respingimento collettivo. A suo giudizio, i centri albanesi non sarebbero aree extraterritoriali soggette a giurisdizione italiana, ma zone di frontiera e di transito, dove potrebbe essere violato il principio di uguaglianza, perché i migranti potrebbero avere un trattamento diverso e godere di diritti di asilo inferiori, rispetto all’Italia.
Per il costituzionalista Mario Esposito invece è sbagliato parlare di esternalizzazione o deportazione. Nella sua analisi, i migranti portati in Albania non vengono allontanati dal territorio italiano, perché nei centri saranno in vigore le nostre leggi in materia migratoria e dunque non c’è nessuna discriminazione, rispetto a chi arriva in Italia. Anche la tutela dei diritti umani non è minacciata, perché si applicherà il diritto italiano, che prevede tutte le garanzie stabilite dal diritto europeo.
Non è vero, la normativa europea sull’asilo si applica sul territorio Ue, non in Paesi terzi, ha ribattuto Stefano Manservisi, della Science Po di Parigi. Lo studioso ha definito il sistema messo in piedi dal nostro Paese come “barocco” perché applicherà un doppio canale, con presupposti giuridici diversi, a seconda che i migranti vengano sbarcati in Italia o in Albania.
Secondo Manservisi, in questo modo il governo italiano sottrae una parte del sistema di gestione dei flussi al supporto europeo, contraddicendo la nostra tradizionale posizione, per cui immigrazione è un problema da affrontare dall’Europa, nel suo complesso. Con una serie di possibili conseguenze: criticità su tempi e modalità dell’esame delle procedure e di detenzione; incertezza sullo status da applicare agli stranieri, a cui è riconosciuta la protezione; espulsioni ancora più difficili, perché da fare senza il supporto di Frontex o altre agenzie europee. “È un mistero quale sia il valore aggiunto di un provvedimento che rischia di isolare ancora di più l’Italia dall’Europa sul tema immigrazione?”, ha concluso il docente.
“Un accordo illegittimo”
Molto critico anche Paolo Bonetti, professore di Diritto Costituzionale alla Bicocca. A suo giudizio, il protocollo Italia-Albania è illegittimo e non andrebbe ratificato, innanzitutto perché la legge europea impedisce di esaminare le richieste di asilo in un territorio diverso da quello del Paese a cui viene presentata la domanda. Il migrante infatti – sostiene Bonetti – ha diritto a rimanere nel territorio dello Stato, mentre la sua richiesta viene vagliata. Quindi, dopo l’identificazione e la raccolta della domanda in Albania, le persone dovrebbero essere portate in Italia e non in un centro di rimpatrio sempre in territorio balcanico. Per lo studioso, inoltre, l’accordo configura una serie di discriminazioni verso gli stranieri, trattenuti nelle strutture albanesi: dalla previsione di procedure specifiche per l’asilo alle violazioni del diritto alla difesa, dal divieto di allontanarsi dai centri alla possibilità di scontare all’interno pene detentive, per chi commette reati durante la permanenza.
Lea Ypi – studiosa di origine albanese e professoressa di teoria politica alla London School of Economics – ha rilevato quattro punti critici. Il primo è politico perché – ha sostenuto – l’accordo rischia di promuovere un approccio bilaterale al problema dell’immigrazione. Questo se replicato da altri Stati Ue finirebbe per penalizzare i Paesi di primo approdo come l’Italia, mettendo in secondo piano la ricerca di soluzioni strutturali, con un impegno comune europeo. Ypi ha sottolineato, poi, come in Albania esista una lunga tradizione di tratta di migranti irregolari, per cui chi viene portato dalle navi italiane nei centri albanesi rischia di rientrare nel nostro Paese “dalla finestra”, per mano della mafia locale. La docente ha infine rilevato la possibilità di ritardi e complicazioni burocratiche nella messa a terra del protocollo, con un conseguente aumento dei costi. E ha chiosato: “Perché spendere tutti questi soldi per un progetto che ha tutti questi problemi?”.
(da Fanpage)
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Gennaio 10th, 2024 Riccardo Fucile
SE NE SONO ANDATI DI STEFANO E LA CHIARALUCE… “ORMAI SONO UN MOVIMENTO PERSONALE DI IANNONE CHE TRA PUB, NEGOZI E TRATTORIE SI DEDICA PIU’ AL COMMERCIO CHE ALLA POLITICA”
“Effetto Acca Larentia”. Tre parole per riassumere un concetto semplice. Nelle chat dell’ultradestra il tam tam va avanti da 48 ore. L’eco e le reazioni alla versione 2024 dell’adunata nera organizzata da CasaPound – con i saluti romani e il “presente” militare sopra la gigantesca croce celtica, come ogni anno da anni – rischia di ridisegnare equilibri e assetti nella galassia neofascista italiana.
“Questa botta li ha rilanciati quando erano quasi spariti”, commenta uno dei tanti fuoriusciti di CasaPound Italia. Già, perché è questo che potrebbe succedere. Che dopo due anni a dir poco difficili, i “fascisti del terzo millennio” hanno ora la possibilità di uscire dalla sacca di irrilevanza nella quale si erano ficcati.
Era quello l’obiettivo di Acca Larentia. Perché il 7 gennaio rappresenta l’unica vera ipoteca politica rimasta a CasaPound. E quella si sono giocati. Ai camerati di Gianluca Iannone l’effetto volano non pare quasi vero. “Noi c’eravamo e ci saremo sempre”, hanno detto capi e capetti. A partire dal portavoce Luca Marsella il cui astro appare da tempo offuscato. “Un soldatino a servizio di Iannone”, lo descrivono sprezzanti alcune ex tartarughe. Sarà.
Secondo una voce diffusa negli ambienti dell’estrema destra romana “Acca Larentia è stato un paracadute, un colpo de c…”. Il riferimento è proprio allo stato di salute in cui gli organizzatori della manifestazione in memoria dei “camerati caduti” versavano da tempo.
Dopo giugno 2019, quando smette di essere un partito e torna movimento metapolitico, CasaPound non ne azzecca una. Impalpabili persino nella stagione delle proteste contro i vaccini e i Green Pass, che vede al centro Forza Nuova.
Fiaccati dalle fuoriuscite di nomi di presunto peso: prima l’ex segretario nazionale Simone Di Stefano con alcuni fedelissimi, e , più recentemente, la pasionaria Carlotta Chiaraluce. Il primo se ne è andato in polemica con Gianluca Iannone e il resto del gruppo dirigente, La seconda con modalità più soft. L’effetto della spaccatura si è sentito nelle sezioni: da oltre cento che erano, in tutta Italia, ne sono rimaste meno della metà. Con epicentro dell’emorragia al Nord.
Processi, inchieste giudiziarie, le grane legate allo stabile occupato a Roma dal 2003 (dove ancora hanno sede e dove abitano tuttora delle famiglie). CasaPound si era svuotata come era successo al competitor Forza Nuova. Aspirata ideologicamente da FdI e prima dalla Lega. “Ormai sono un movimento personale di Iannone, una specie di manipolo del gran capo e fondatore – racconta un camerata romano della vecchia guardia – Iannone che, tra pub, trattorie, concerti, negozi, si sta dedicando più al commercio che alla politica”.
A lanciare il “presente” a Acca Larentia – un premio e un onore per i neofascisti – c’erano i fedelissimi del capo, “Pelo” e “Atti”. Di fronte, schierati per file, i 500-600 (lontani i tempi dei 6mila sfilati in corteo nel 2018).
(da La Repubblica)
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Gennaio 10th, 2024 Riccardo Fucile
IL “CAPITONE” NON SI CANDIDA ALLE EUROPEE, PER NON METTERE LA FACCIA SU UN EVENTUALE BATOSTA E PUNTA SUI TRE MOSCHETTIERI: IL GENERALE, IL LEGHISTA DI RITORNO NO-EURO E L’EX MAGISTRATO CHE AVREBBE “SCOPERCHIATO IL SISTEMA”
Salvini ora legge Simenon. E’ il segretario che guarda passare Meloni.
Non si candida alle europee. Lei sì. Al posto di Salvini tre. Oltre al generale Vannacci, che ringrazia e riflette sull’eventuale candidatura, è pronto a correre un leghista di ritorno.
E’ Gianluigi Paragone, già direttore della Padania, inventore del programma “La Gabbia”, ex senatore del M5s, fondatore di ItaliExit, movimento che ha lasciato. Si dovrebbe candidare nel nord ovest. Il terzo sarebbe l’ex magistrato Luca Palamara che ha scoperchiato il “Sistema” marcio della magistratura.
Salvini prometterà il paradiso catodico: l’abolizione del canone Rai. In Sardegna il governo mangia intanto la sua carne come Ugolino con i figli. Salvini fa dunque lo spettatore ma pure l’avvocato, il garantista, di Chiara Ferragni. La mancata candidatura del segretario ha il dritto come il suo rovescio. Il dritto: se non corre, Salvini non si pesa con Meloni. Il rovescio: se non si candida Salvini, perché dovrebbero farlo i governatori, Zaia, Fedriga e Fontana?
Il timore dei leghisti è che se Meloni dovesse gareggiare, superare il trenta per cento, farà ostaggi. In FdI sono convinti che Salvini stia per “abbassare le pretese” almeno sulle regionali. Sulla Sardegna siamo alla sceneggiata. Il candidato di FdI è sempre Paolo Truzzu, sindaco di Cagliari. Quello di Salvini resta Solinas. Si è riunito un altro tavolo locale e la Lega voleva segare una gamba quando ha scoperto che per Meloni la Dc di Rotondi pesa quanto la Lega.
Meloni ama l’aritmetica. [Invita tutte le sigle del centrodestra a sedersi. [Lo racconta chi a questi tavoli ci partecipa: “C’è la sigla di Barca Bertulla, i Riformatori al peperoncino. Alla fine si fa la somma per Meloni. Ovviamente con questo metodo ogni regione avrà un Truzzu della premier”. Così non funziona”.
C’è un precedente che la Lega cita come esempio. Sono le regionali della Puglia. Raffaele Fitto, oggi ministro, perse contro Emiliano: “Era il migliore di loro ma non è bastato”. Al momento, per risolvere il caso Sardegna, non è fissata una riunione tra leader.
Giovanni Donzelli di FdI garantisce che come sempre si “troverà una soluzione pacifica”. E’ pacifico che il candidato sia il suo, di FdI.
Sembra tramontato pure lo scambio Sardegna e Basilicata, tra Lega e Forza Italia. L’idea: Pittalis, di FI, candidato in Sardegna, Pepe, della Lega, in Basilicata. Ieri alla Camera sono ripresi i lavori.
L’estero della Lega ormai è Venezia. Il terzo mandato ha sostituito l’autonomia. In Veneto, tra i consiglieri regionali, la minaccia è che se Salvini non “lo ottiene, dopo le Europee, non potrà presentarsi qui. Lasciare a Meloni il campo, non candidarsi, rischia di essere una resa”.
Non c’è cattiveria, è solo Darwin, sopravvivenza. La Lega vive un momento difficilissimo. Alle prossime regionali, in Veneto, senza la lista Zaia, rischia di scendere da 33 consiglieri a 7. Alla Lega, il partito del dito medio, resta ora la tattica. Tutta la campagna per le europee Salvini intende farla contro la Rai, il suo canone. Libera nos a Pino Insegno è il nuovo “Prima gli italiani”.
(da il Foglio)
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Gennaio 10th, 2024 Riccardo Fucile
LA RIFORMA PREVEDE INFATTI CHE, PER ESSERE PUNITO, IL FACILITATORE DOVRÀ RICEVERE SOLDI E GIRARLI AL PUBBLICO UFFICIALE NELL’ESERCIZIO DELLA SUA FUNZIONE. CIOE’ UN CASO SU MILLE
«Dobbiamo evitare di cadere nel famoso traffico di influenze: dobbiamo stare molto attenti». Sarebbe bastato ancora un po’ di tempo a Tommaso Verdini per poter stare un po’ più tranquillo: perché il reato che tanto temevano lui e i suoi soci della Inver, lo stesso che aveva dato il via all’indagine che li ha portati agli arresti per corruzione, tra qualche mese probabilmente non ci sarà più.
Il governo, così come sta facendo con l’abuso di ufficio, vuole infatti cancellarlo. Non formalmente ma praticamente sì: così come è stata riscritta la norma, dicono infatti i giuristi, la sua applicazione diventerà praticamente impossibile. Dando così un colpo di spugna a decine di inchieste aperte in tutta Italia e permettendo la riabilitazione anche di condannati per quella fattispecie: Luca Palamara e Gianni Alemanno, due nomi su tutti. La riforma prevede infatti che, per essere punito, il facilitatore dovrà ricevere soldi e girarli al pubblico ufficiale nell’esercizio della sua funzione. Un caso su mille.
I Verdini con la loro Inver, come si diceva, erano terrorizzati dalla possibile applicazione del reato
Tanto che al momento di assumere una nuova collaboratrice la istruivano proprio su cosa fare e cosa no: mai nessun documento conservato, non lasciare tracce, “perché la nostra è un’attività molto mal vista perché molto borderline…”.
Avevano ragione Tommaso Verdini e il suo socio Fabio Pileri. Come ha spiegato al Parlamento il magistrato italiano che più si è occupato di corruzione in Italia negli ultimi anni, Raffaele Cantone, procuratore di Perugia ed ex numero uno dell’Anac. «Depenalizzando le condotte di abuso » ha detto proprio in commissione giustizia al Senato il 13 settembre scorso, spiegando il perché abolire l’abuso di ufficio e modificare in questo senso il traffico di influenze possa rivelarsi una catastrofe, «si finisce per far venir meno uno dei tre presupposti necessari per considerare illecite alcune delle azioni tipiche dei faccendieri. Rischierebbe di diventare, per esempio, lecito il pagamento di una somma di denaro ad un soggetto per “spingere” su un magistrato perché decida in un modo piuttosto che in un altro.
O il pagamento anche di una grossa somma di denaro a chi promette una raccomandazione nei confronti di un componente di una commissione di un concorso pubblico, con cui ha rapporti personali, per far risultare vincitore il suo “cliente”.
Lasciando senza regole i lobbisti, dice Cantone, «si arriverebbe a qualificare come legittima attività lobbistica comportamenti di faccendieri di questo tipo che però, che in nessuno Stato occidentale sarebbero mai tollerate».
Cantone parla con cognizione di causa. Per esempio: l’ex magistrato Luca Palamara ha già patteggiato per traffico di influenze davanti al gup di Perugia per “avere messo a disposizione di imprenditori le sue funzioni e i suoi poteri”. Ora potrebbe chiedere al giudice di dichiarare l’estinzione del reato. Lo stesso vale per Gianni Alemanno, condannato a un anno e dieci mesi dalla Corte d’Appello di Roma per traffico di influenze – dopo la derubricazione del reato da parte della Cassazione – in uno dei filoni nati dall’indagine “Mondo di Mezzo”.
Deve rispondere di traffico di influenze dalla procura di Firenze anche Alberto Bianchi, l’avvocato fiorentino vicinissimo a Matteo Renzi ex presidente della fondazione Open: chissà che fine farà quell’indagine. Mentre probabilmente non partirà mai il processo a Beppe Grillo per i suoi rapporti con l’armatore Vincenzo Onorato: chiusa l’indagine a marzo scorso, la Procura di Milano stava valutando il da farsi vista anche la situazione normativa. Se cambia la legge, inutile nemmeno cominciare.
(da La Repubblica)
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Gennaio 10th, 2024 Riccardo Fucile
UN FIASCO CLAMOROSO DEL GOVERNO SOVRANISTA
Dev’essere stata una scena imbarazzante: in meno di due ore il figlio
del re dell’acciaio, Aditya Mittal, giunto a Palazzo Chigi direttamente da Londra, ribadisce che la sua multinazionale non è disposta a mettere più un soldo negli impianti ex Ilva, manda a stendere quattro ministri e un sottosegretario decisamente più anziani di lui, saluta e se ne torna in aeroporto.
Un fiasco clamoroso del governo sovranista, forse l’insuccesso più spettacolare dacché è in carica. Un fiasco annunciatissimo, per giunta, dato che le intenzioni della multinazionale erano palesi da almeno 4 anni. Le aveva segnalate perfino il presidente di Acciaierie d’Italia, Franco Bernabè, rassegnando le dimissioni che il governo ha finto di ignorare, visto che l’ad Lucia Morselli (scelta all’uopo da Mittal) non gli ha mai lasciato toccare palla. §
Fino all’ultimo hanno sperato che il disastro si consumasse in silenzio, di rinvio in rinvio, coi ministri che agivano l’uno all’insaputa dell’altro, complice un’informazione sempre pronta a prendersela coi magistrati e gli ambientalisti, ma restia (per sudditanza) a segnalare il vicolo cieco in cui s’è cacciato il più grande stabilimento industriale italiano.
Che nel frattempo invecchiava e dimezzava la produzione di una materia prima essenziale. È così che pensano di rilanciare l’apparato produttivo italiano, di salvare i posti di lavoro e di bonificare l’area di Taranto?
Forse Giorgia Meloni ha calcolato di poter addossare la colpa ai premier che l’hanno preceduta. In conferenza stampa le hanno chiesto delle future privatizzazioni, ma nessuno s’è peritato di farle una domanda sull’onerosa, forse inutile ri-nazionalizzazione dell’Ilva, ora inevitabile. Sempre che, senza un euro in cassa, l’azienda non debba dichiarare lo stato d’insolvenza. Mentre loro, i ministri, andrebbero denunciati per totale inadempienza.
(da Il Fatto Quotidiano)
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