Gennaio 11th, 2024 Riccardo Fucile
CAMBIANO LE ABITUDINI PER L’INFLAZIONE E IL CAROVITA
L’inflazione brucia i consumi degli italiani. E le famiglie cercano di difendersi cambiando le loro abitudini. E andando a fare la spesa alla ricerca di sconti. Aumentano gli acquisti nei discount. Soprattutto, spiega oggi La Stampa, quelli alimentari. Che crescono dell’8,5% nel 2023. I dati Istat rielaborati da Coldiretti dicono che gli italiani l’anno scorso hanno speso 9 miliardi in più per mangiare di meno. E se la crescita complessiva della Grande Distribuzione continua (+3,4% a novembre rispetto all’anno precedente), il vero boom lo fanno i discount. Che crescono invece del 6,9% e un +8,5% nei primi undici mesi dell’anno passato. Cresce anche il commercio online, sempre per la ricerca di sconti. Mentre calano i negozi di prossimità.
Profumeria e cura della persona
I prodotti che crescono di più sulle vendite sono quelli relativi alla profumeria e alla cura della persona. Scendono invece elettrodomestici e televisori. La crescita è più alta nel valore che nel volume: un effetto spiegabile proprio con l’inflazione, che fa crescere i prezzi del singolo prodotto. Intanto le organizzazioni dei rivenditori dicono di vedere la luce in fondo al tunnel: Confcommercio dice che «il contesto economico nell’ultima parte del 2023 sembra aver superato la fase più critica». Mentre Confesercenti sostiene che «le vendite al dettaglio hanno il segno positivo a novembre, ma la crescita è totalmente azzerata dall’inflazione». Per i consumatori invece i numeri delle vendite al dettaglio dicono che la povertà è aumentata e non ci sono, per ora, soluzioni di continuità dopo il carovita che ha colpito le tasche degli italiani nel 2023.
I prodotti No logo
Gli italiani intanto spostano le loro preferenze alimentari. E vanno verso i prodotti No logo, cioè non di marca. Soprattutto, l’abitudine nel fare la spesa adesso vede almeno due tappe in due supermercati differenti: per esempio un discount e il Carrefour. E provano prodotti come l’olio “Terre sapienti”, il sugo “Tenuta del cervo”, il tonno “Rosa d’amore”. A volte anche cercando imitazioni di prodotti, come la pasticceria che somiglia al Mulino Bianco. Molti si pongono dei limiti. Per esempio, non acquistano carne e pesce e nemmeno il pane. «La carne rossa al discount è davvero un po’ troppo».
(da agenzie)
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Gennaio 11th, 2024 Riccardo Fucile
DOMENICA ANDRA’ IN ONDA IL, SERVIZIO SUI TENTATIVI DELLE MAFIE DI ENTRARE IN CONTATTO CON FDI, SPECIE IN LOMBARDIA… IL RACCONTO DEL PENTITO PERRELLA
I rapporti del padre di Giorgia Meloni con il boss campano, ma
considerato il Re della droga a Roma, Michele Senese. A parlarne sarà Report in una puntata molto delicata che andrà in onda domenica (su Rai Tre alle 21) e che si concentrerà sui tentativi delle mafie, soprattutto in Lombardia, di tenere contatti con esponenti di spicco di Fratelli d’Italia. E proprio indagando su questi “rapporti” il giornalista Giorgio Mottola intervista un noto collaboratore di giustizia che parla dei legami tra Senese e Francesco Meloni, padre della presidente del Consiglio scomparso nel 2012 e definito dalla figlia più volte «da tempo un estraneo»: la leader di Fratelli d’Italia ha raccontato nella sua autobiografia di non avere rapporti con lui dal 1988, da quando aveva undici anni.
Report domenica manderà in onda una intervista a Nunzio Perrella, collaboratore di giustizia e uomo di Camorra che ha raccontato la gestione illecita dei rifiuti in Campania facendo scattare diverse indagini. Amante dei riflettori, Perrella si è prestato qualche anno fa per Fanpage a fare da “agente provocatore” nella pubblica amministrazione e far emergere la disponibilità alla corruzione di alcuni funzionari.
Adesso racconta a Report di aver conosciuto il padre di Giorgia, Francesco Meloni detto Franco, nei primi anni Novanta: Franco il 25 settembre del 1995, come riportato dalla stampa spagnola, è stato arrestato nel porto di Maó, a Minorca, perché trovato in possesso di 1.500 chili di hashish su una barca a vela.
Perrella sostiene di aver chiesto in quegli anni a Michele Senese la disponibilità di importanti quantitativi di hashish. Senese gli risponde in maniera positiva, assicurandolo di avere queste disponibilità: e avrebbe fatto riferimento a un suo uomo che con la barca a vela faceva in quegli anni uno o due viaggi al mese tra la Spagna, il Marocco e l’Italia. Il suo nome è Franco, appunto.
Perrella aggiunge di aver visto quindi Franco con Senese a Nettuno nel 1992. All’inizio non sapeva il cognome di questo contatto di Senese, poi Perrella dopo le notizie riemerse sul padre della presidente del Consiglio ha visto la foto e a Report conferma: «Ho visto che era proprio il papà della Meloni». Il giornalista chiede se è sicuro. E lui risponde: «Si». Perrella, che avrebbe parlato anche ai magistrati di questo Franco dopo l’avvio della sua collaborazione con la giustizia, continua sostenendo che Franco Meloni era finito nel giro dei Senese per un vecchio debito che aveva con il capostipite del clan di Camorra, già dagli anni Novanta presente in forze a Roma nella gestione del traffico di droga.
Come affermato, Giorgia Meloni non ha contatti con il padre dal 1988.
Report comunque nella puntata che andrà in onda domenica si concentra soprattutto su alcuni rapporti vischiosi tra personaggi in odor di mafia in Lombardia ed esponenti di Fratelli d’Italia.
In particolare Gioacchino Amico, che secondo una indagine della procura di Milano, per conto dei clan di Camorra, ‘ndrangheta e Cosa nostra avrebbe tentato di procacciare affari e costruire relazioni con esponenti di primo della politica lombarda: da qui i contatti con la sottosegretaria Paola Frassinetti e l’eurodeputato Carlo Fidanza, che non sapevano dei suoi legami con i clan.
Amico progetta anche di candidarsi a sindaco del Comune milanese di Busto Garolfo proprio con Fratelli d’Italia. Ed è proprio indagando sulle infiltrazioni del clan Senese fuori dalla Campania che Report intervista Perrella che parla quindi del ruolo di Franco Meloni negli anni Novanta per i Senese.
(da La Repubblica)
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Gennaio 11th, 2024 Riccardo Fucile
A CURARLE, COME DIMOSTRA L’INFORMATIVA DELLA GUARDIA DI FINANZA ACQUISITA DAL COPASIR, L’AMICO DI SEMPRE (E SOCIO) MARCO CARRAI… IL RUOLO DI ANTONIO FALLICO E QUELLO DI TRANI, FONDATORE DELLA SOCIETÀ DELIMOBIL
Nel febbraio del 2015 un funzionario della Presidenza del Consiglio scrive a Marco Carrai per informarlo che lo sta “cercando Vincenzo Trani, avvisato dall’entourage di Putin che frequenta, che nel prossimo marzo Matteo sarà a Mosca. Voleva avere uno scambio di battute con te”. Pur non ricoprendo ruoli formali nel governo Renzi, la tela di relazioni tessuta da Carrai è di altissimo livello. Spesso viene presentato come colui che “si occupa di relazioni privilegiate con Matteo”.
Alcune di queste guardano alla Russia e sopravviveranno nella second life di Renzi: nel 2021 il senatore di Rignano entrerà nel Cda di Delimobil, società lussemburghese di Trani, che si occupa di car sharing.
Vincenzo Trani è un imprenditore napoletano vicino al Cremlino, che ha tentato di portare in Italia il vaccino Sputnik ed è in società con la banca moscovita Vtb. In quello stesso anno sembra a un passo la quotazione di Delimobil a Wall Street, appuntamento cui è annunciata anche la presenza di Renzi. Alla fine non se ne fa nulla. Anzi, all’inizio del 2022, con l’inizio dell’invasione russa in Ucraina, l’ex premier decide che è arrivato il momento di togliere il disturbo e si dimette dal Cda della società di Trani.
In questa nuova fase il Renzi senatore è uno dei maggiori critici del governo Conte, accusato di aver spalancato le porte a una missione russa di medici e infermieri durante la pandemia.
Ma nell’informativa di 457 pagine acquisita dal Copasir, sulle attività internazionali della coppia Carrai-Renzi, non mancano i contatti con società e uomini d’affari russi, talvolta molto vicini al Cremlino.
Nel 2014 Carrai propone con l’allora presidente del Consiglio di prendere contatto con Igor Sechin, oligarca molto vicino a Putin, proprietario del colosso petrolifero Rosneft. Fra il 2018 e il 2019, quando secondo la Guardia di Finanza Carrai e Renzi stanno avviando un’attività di procacciatori d’affari insieme, gli investigatori trovano traccia di proposte commerciali da presentare ad alti dignitari di Paesi esteri, come il Qatar.
Sechin, detto Dart Vader, è un ex Kgb, che guida la fazione politica dei “siloviki”, ex appartenenti agli apparati fedelissimi del presidente. Il 20 marzo del 2014 il governo Usa lo sanziona per la vicinanza al governo russo e la responsabilità nei disordini in Ucraina.
Il 4 ottobre del 2014 Carrai e Renzi discutono via mail delle modalità per organizzare un incontro proprio con l’oligarca: “Ciao Matteo, dopo che tu mi hai dato il via libera ho preso i contatti per l’incontro con Sechin. Tra l’altro ho avuto ok da Manenti (Alberto, ex direttore dell’Aise, ndr) a che io faccia l’incontro. Tronchetti che ho visto stasera rientrando in Italia me lo fisserà.
Bisognerebbe visti i casini (Fallico si era accreditato verso di lui per fare un incontro con te, poi sempre Fallico ha chiesto a Moretti di fissare un incontro con te, poi i Moratti ti hanno chiesto) che arrivasse il messaggio che io lo posso incontrare. Così vado a breve e sento cosa vuole e poi riferisco prima che tu incontri il suo capo. Perché è bene che tu non lo veda. Fammi sapere quanto prima perché lui chiede di vedere un interlocutore urgentemente”.
Renzi risponde a stretto giro: “Lo vedo io”. Carrai replica: “Il punto è che ti ci vuole qualcuno che faccia questo per te. Qualcuno che conosce di economia e che conosce quei mondi. Perché a mio avviso te non lo dovresti vedere. Queste cose non le fa il pdc (presidente del Consiglio). Su questo mondo facendo il nome tuo stanno lavorando troppi. Fallico che mercoledì ha portato a Mosca Bazoli impegnandosi a farti incontrare Sechin tramite Moretti. I Moratti (che per parlare con Sechin devono passare da Tronchetti sic!!)”.
Nella lettera, Carrai sembra fare riferimento ad Antonio Fallico: presidente di Banca Intesa Russia, ex compagno di scuola di Marcello Dell’Utri e uomo Fininvest a Mosca dagli anni Ottanta. Un riferimento che sembra tornare in un altro messaggio di Carrai, inviato questa volta a Mohammad Al-shaibani, potente rappresentante del governo emiratino, contattato a proposito di affari in Montenegro: “Ho bisogno anche di avere una dichiarazione con il tuo interessamento all’isola del Montenegro – scrive Carrai – che ora è proprietà della banca Gazprom, perché i miei amici in Russia (il presidente della banca Intesa in Russia è la persona più vicina al Ceo della banca di Russia) sono pronti ad aiutarci”.
(da Il Fatto quotidiano)
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Gennaio 11th, 2024 Riccardo Fucile
FRATELLI D’ITALIA GIÀ SI PRENOTA CON LUCA DE CARLO, MA SALVINI NON VUOLE PERDERE LA STORICA ROCCAFORTE DEL NORD-EST
La Lega vuole restare in sella ma Fratelli d’Italia sventola i sondaggi e
recrimina il proprio turno, mentre Forza Italia punta al ruolo di terzo che gode a fronte dei due litiganti. La Regione Veneto è al centro di una partita che, attualmente, sembra tutta in mano al centrodestra di governo.
Se non cadrà il limite del terzo mandato per i governatori, il regno di Luca Zaia sembra destinato a terminare. E quindi la regione ribattezzata “Zaiastan” da Andrea Pennacchi dopo la percentuale bulgara del 76% raggiunta alle ultime regionali, cerca un nuovo leader. Come se non bastasse, l’orizzonte della riforma sull’autonomia differenziata rende il boccone ancora più goloso. Anche per questo in una delle aree produttive locomotiva d’Italia si stanno concentrando i giochi di potere dei principali partiti.
C’è un problema innanzitutto tra Lega e Fratelli d’Italia. Il segretario regionale di FdI e senatore Luca De Carlo non si nasconde e parla a viso aperto di un partito pronto a governare il Veneto […]. “Se Zaia non sarà in campo è normale che FdI punti al Veneto. A Zaia, piuttosto, chiederei se ha stimoli per governare ancora, visto che lo fa dal 2010”.
Proprio questo suo essere esplicito sul punto ha già causato qualche problemino. E se Zaia dribbla ogni domanda in merito per evitare lo scontro diretto, il suo assessore Roberto Marcato lo scorso anno gli ha risposto per le rime dal palco della Festa del Popolo Veneto di Montorio (Verona) con un sonoro: “Col caz…”.
Video ripreso e diventato virale che la dice lunga sulle regole di buon vicinato tra Lega e FdI. In questa dinamica apparentemente a due, da un anno a questa parte si è inserita anche Forza Italia a trazione Flavio Tosi.
L’ex sindaco di Verona ha resuscitato un partito che in Veneto era in coma profondo dalla caduta dell’impero di Giancarlo Galan sotto i colpi dello scandalo Mose. Tosi è riuscito a dare nuova energia sul territorio, con una campagna acquisti aggressiva proprio tra i leghisti scontenti di Salvini.
“Flavio Tosi certamente è nella rosa di Forza Italia il candidato che potrebbe governare benissimo il Veneto” ha detto il segretario di Forza Italia Antonio Tajani avvertendo gli alleati. “Non poniamo veti ma non ne accettiamo”. Tosi, ben consapevole del fatto che la spartizione delle regioni si deciderà con un tavolo nazionale, spera di poter riportare in Veneto la bandiera di Forza Italia. E queste sono le dinamiche tra i partiti alleati.
Ma ci sono anche sommovimenti interni che non vanno sottovalutati. In casa Lega, per esempio, non è una novità il disallineamento ideologico (fine vita, Lgbtq, migranti) tra la frangia che risponde a Matteo Salvini e quella che invece esprime Luca Zaia
Come non è un mistero la stima che il Capitano nutre nei confronti di Alberto Stefani, giovane deputato leghista che ha recentemente strappato anche la segreteria regionale del partito, aprendo le porte a una nuova generazione di leghisti che sta via-via espellendo la vecchia guardia pane, salame e porchetta.
Tuttavia, Zaia ha dalla sua ancora un forte consenso: la sua lista personale potrebbe valere più del doppio di quella ufficiale del partito. In questo l’ha aiutato la campagna elettorale permanente sull’autonomia, di cui è indiscutibile progenitore.
Tensioni interne ci sono anche in Fratelli d’Italia, dove le correnti sono ben distinte. C’è Luca De Carlo in asse con Francesco Lollobrigida. E poi c’è l’assessora regionale Elena Donazzan che invece sta nella corrente di Adolfo Urso. Proprio il ministro delle Imprese e del Made in Italy è il principale contendente di De Carlo nella corsa alla presidenza del Veneto.
Nato a Padova da padre siciliano e mamma veneta, eletto proprio nel collegio veneto, ambisce ad essere il successore di Zaia: il lavoro che sta portando avanti con le imprese come ministro potrebbe dargli una grande spinta. Ma al di là dei particolarismi locali, è inutile ricordare come tutto ciò che succederà sarà il risultato dell’inevitabile incrocio con lo scacchiere nazionale e il successivo effetto domino.
(da agenzie)
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Gennaio 11th, 2024 Riccardo Fucile
E DIETRO IL MIX SERVIZI SEGRETI RUSSI-CRIMINALITA’ ORGANIZZATA
La guerra e il caos nei servizi russi si arricchiscono di un nuovo episodio. Dopo l’arresto con accuse di corruzione di tre dirigenti del Direttorato “M”, quello incaricato proprio della lotta alla corruzione nei ministeri, negli apparati e nelle corti di giustizia, si scopre adesso che altri pezzi grossi del Fsb sono coinvolti in uno scandalo che pesa sulla carne viva dei russi: centinaia di russi lasciati al gelo senza riscaldamento nelle notti di capodanno e oltre. Ascoltate la storia.
La notte del 4 gennaio gli abitanti del distretto di Klimovsk a Podolsk, a 45 chilometri da Mosca, sono rimasti senza riscaldamento mentre fuori la temperatura era di -25 gradi. Buon Natale (ortodosso). Secondo i dati ufficiali forniti dal governo, fino al 7 gennaio sono rimaste al gelo – nel solo distretto di Klimovsk – 149mila persone, e è stato introdotto lo stato d’emergenza. Sebbene anche a Mosca, o Vladivostok, o in altre regioni, diverse migliaia di russi siano rimasti al gelo per una somma di tanti piccolo micro-incidenti, quello di Podolsk è un incidente clamoroso, perché racconta perfettamente dei disastri del putinismo. Mentre il regime istiga con la sua propaganda a odiar,e variamente gli ucraini, i gay, le influencer che organizzano party “nudi”, e il Cremlino spende miliardi in corruzione e armi, il popolo russo affoga nell’inverno polare senza i più basici servizi.
Si è appreso infatti che l’incidente che ha lasciato al gelo circa 150mila persone è avvenuto nel locale caldaia di un’impresa del comparto della Difesa (di nome “Ordine Klimovsky della Guerra Patriottica”), stabilimento in cartucce che prende il nome da Yuri Andropov. Dalla scorsa estate l’impianto è soggetto alle sanzioni americane e, udite udite, nell’ultimo anno e mezzo è stato gestito e amministrato da guidato dall’ex guardia di sicurezza di Putin, e da un colonnello del Fsb che ha nel curriculum l’accusa di aver creato negli anni novanta uno dei gruppi criminali organizzati di Mosca (in quel periodo detto dei “lupi mannari”, in cui un Kgb in apparente disfacimento si collegò attivamente a settori della criminalità organizzata, costituendo l’ossatura del futuro putinismo). L’ex guardia di sicurezza di Putin si chiama Igor Rudyka. Il colonnello del Fsb, Igor Kushnikov.
Putin ha reagito abbastanza in fretta, ma nei modi classici della dittatura putinista: annunciando la nazionalizzazione dell’impianto. Secondo il governatore della regione di Mosca, Andrei Vorobyov, i due proprietari dell’impresa sono all’estero. Secondo i dati consultati dal collettivo giornalistico indipendente “Agentsmedia”, i loro nomi non sono nel sistema SPARK-Interfax proprio perché l’impianto, in quanto legato alla difesa, è secretato. Kommersant riferisce che Igor Kushnikov risulterebbe lo stesso uomo accusato di aver guidato il gruppo criminale organizzato Golyanovskaya nel 1992, quando lavorava nel dipartimento di informazione e analisi del Fsb, dove poi ha fatto discreta carriera fino ad arrivare al grado di colonnello. Il gruppo è considerato responsabile di almeno 40 omicidi, e poi banditismo, estorsione, esplosioni e traffico illegale di armi. Ma il giudice ritenne che l’accusa si basava «per lo più su speculazioni», e Kushnikov venne dichiarato colpevole solo di abuso di potere. L’altro uomo, Igor Rudyka, è un ex combattente Alpha del Fsb che – ha scoperto “Agentsmedia” – appare regolarmente tra le guardie del corpo di Putin almeno dal 2017 al 2019.
A Podolsk, per il sesto giorno di fila non c’è riscaldamento nei condomini con gelate di 20 gradi. La fornitura è stata ripristinata solo in 81 case su 174. La Russia è piena di gas (che deve svendere a Cina e India, dopo le sanzioni europee), ma grazie a Putin non riscalda nemmeno i suoi cittadini.
(da La Stampa)
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Gennaio 10th, 2024 Riccardo Fucile
IL SENSO DI RESPONSABILITA’ PER IMPEDIRE CHE I GIOVANI DI SINISTRA E DI DESTRA CONTINUASSERO A SPARARSI PER STRADA… OGGI A DESTRA SOLO FOLKLORE E ARROGANZA, A SINISTRA VECCHI REFRAIN E INCAPACITA’ DI ANALISI
Fu proprio il raid omicida di Acca Larentia del 1978 che creò l’addio di
tanti giovani all’Msi: la generazione dei Mambro e dei Fioravanti lascia il partito e si avvia verso la stagione del terrorismo, la tragica stagione dei Nar e degli altri movimenti eversivi neofascisti.
Da quel momento tra Msi e terrorismo nero le distanze diventano incolmabili, le due parti diventano una nemica dell’altra ed è in quel clima avvelenato che accade qualcosa che ancora oggi stupisce.
Enrico Berlinguer e Giorgio Almirante, avversari politici tutti d’ un pezzo, decidono di vedersi e di parlarsi.
Naturalmente nessuno deve sapere nulla, i rispettivi militanti non capirebbero e tuttavia nella massima segretezza i capi della sinistra e della destra in Parlamento, nel 1978 e nel 1979 si incontrano più volte a quattr’occhi in un ufficio della Camera nei fine settimana, quando i deputati erano nei collegi.
Nessuno può vederli e nessuno li vedrà e infatti per anni non se ne saprà nulla. Per la verità non si è mai saputo cosa esattamente si dissero i due, si è capito soltanto che cercarono di capire come fosse possibile impedire che i giovani di sinistra e di destra continuassero a spararsi per strada, tra l’altro facendo il gioco della Dc, che in quel periodo cavalcava il refrain: “avanti al centro contro gli opposti estremismi”.
Certo, sarebbe velleitario immaginare che le attuali leadership della sinistra e della destra siano capaci, di punto in bianco, di rinunciare al loro lessico e al loro animo settario. Ma il precedente di Berlinguer ed Almirante, chissà perché così dimenticato, restituisce la realtà di una politica antropologicamente diversa dall’attuale, spasmodicamente concentrata sull’”effetto che fa”.
Allora Berlinguer e Almirante, incontrandosi lontano dai riflettori, non pensarono all’apparenza, al ritorno immediato.
Personaggi diversissimi, politicamente e umanamente, riuscirono a capire che per salvare una generazione, valeva la pena correre il rischio che qualcuno li vedesse, che qualcuno sapesse di quei loro incontri.
Così scandalosi e così umani.
(da Huffingtonpost)
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Gennaio 10th, 2024 Riccardo Fucile
MACRON PREPARA LA VENDETTA CONTRO LA DUCETTA, CHE HA OSATO APRIRE LA PORTA A MARINE LE PEN: SBATTERE FUORI L’ITALIA DAL MES E NOMINARE SUBITO DRAGHI COME PRESIDENTE DEL CONSIGLIO EUROPEO… COSÌ, DOPO LE EUROPEE, LA REGINA DELLA GARBATELLA, NON POTENDO DIRE DI NO A “MARIOPIO”, DOVRÀ PUPPARSI UN COMMISSARIO DI SERIE B
La tenuta politica e psicologica della maggioranza di Governo, di
giorno in giorno, si lega sempre più alle elezioni europee del prossimo giugno.
In ballo, ovviamente, non ci sono solo seggi all’Europarlamento, ma dinamiche politiche più complesse, che riguardano la stabilità dell’esecutivo, i rapporti tra i partiti alleati, le ambizioni di Giorgia Meloni in Europa e la considerazione che i partner dell’Ue hanno, e avranno, per l’Italia.
L’ennesimo tribolo lanciato sulla strada di Giorgia Meloni arriva dal suo più acerrimo nemico, cioè Matteo Salvini. Il leader della Lega, in modalità “Capitan Fracassa” (che s’agita e sbraita ma mostra tutta la sua debolezza) ha annunciato di non volersi candidare alle Europee per evitare un impietoso confronto con la sora Giorgia, che, oggi, lo schiaccerebbe. Il segretario del Carroccio non ha mancato di rifilare una stoccata polemica alla “sua” premier: “Non so cosa faranno gli altri leader. Io non mi candido. Resto a fare il ministro dei Trasporti”.
Parole che sono suonate come un ceffone alla smania di Giorgia Meloni di candidarsi. Della serie: ho molto da fare io al ministero, figuriamoci tu a Palazzo Chigi e con la presidenza di turno del G7.
Anche Antonio Tajani ha infilato il dito nella piaga, infilzando la premier sulla sua candidatura all’Europarlamento e chiedendo un “tutti o nessuno”.
La regina della Garbatella se ne impipa, anzi, smania per portare a casa una vittoria schiacciante, che la metta in condizione di dominare la coalizione di centrodestra, mettendo all’angolo sia Forza Italia che la Lega.
Il sogno è un plebiscito che porti Fratelli d’Italia ben oltre il risultato delle politiche, verso la quota d’oro del 32% (nota per gli smemorati: anche Renzi e Salvini portarono a casa risultati eccezionali alle Europee, e poi videro iniziare il loro declino).
A spingere Giorgia Meloni all’all-in con la candidatura è il sottosegretario di Palazzo Chigi e suo braccio destro (e sempre teso), Giovanbattista Fazzolari.
La convinzione dell’ideologo di Colle Oppio è che un’affermazione schiacciante di Fratelli d’Italia rinsaldi la leadership della Meloni e dia un orizzonte di legislatura solido al Governo.
Ma questa convinzione del piffero dimostra che la politica non bisogna solo farla, ma anche capirla. Il plebiscito che sognano a Palazzo Chigi, infatti, non porterebbe nessun concreto vantaggio, nell’immediato, ma soltanto altre rogne.
Qualora Fratelli d’Italia facesse manbassa di voti, spolpando e umiliando Lega e Forza Italia, si ritroverebbe a dover governare con due alleati feriti, e dunque pericolosi: spingere Salvini e Tajani sull’orlo dell’estinzione politica potrebbe avere un effetto disgregante sulla coalizione.
Nel momento in cui i due junior partner non hanno più niente da perdere, allora qualsiasi scenario diventa plausibile. Già circondati da nemici interni che aspettano di far loro la pelle, i due vicepremier rischiano poltrona e carriera, se alle Europee i loro partiti tracollassero.
Un boom elettorale di Fdi, inoltre, non avrebbe automaticamente risvolti positivi in Europa, dove lo scetticismo e la diffidenza nei confronti del governo italiano di destra-centro aumenta con il passare dei mesi. Insomma, una super-affermazione non obbligherebbe i partner europei a una maggiore disponibilità verso la “Floriana di Palazzo Chigi”.
E anche l’aritmetica non depone a favore della Ducetta: portare a casa più seggi nel Parlamento europeo non sposterà gli equilibri, visto che Popolari, Socialisti e Liberali, insieme, hanno già la maggioranza.
Come scrive oggi, sulla “Stampa”, Marco Bresolin: “Arrivano brutte notizie per i progetti politici europei di Giorgia Meloni. Il capogruppo dei liberali, il macroniano Stéphane Séjourné, ha ribadito il “no” di Renew a un’alleanza di centrodestra all’Europarlamento con il Ppe e i Conservatori: ‘È fuori discussione. Dentro Ecr ci sono forze politiche con le quali per noi è impossibile collaborare’. E proprio ieri il leader dei nazionalisti fiamminghi della N-Va – il ministro-presidente delle Fiandre, Jan Jambon – ha annunciato l’intenzione di uscire dal partito guidato da Giorgia Meloni: ‘Dentro Ecr non ci sentiamo più a casa’”.
E se dentro Ecr non si sentono a casa i nazionalisti fiamminghi, figuriamoci quale può essere la considerazione dei popolari tedeschi verso un’aggregazione di mal-destri e nostalgici.
Nel mirino non ci sono solo i neo-franchisti spagnoli di Vox, ma anche certi vecchi arnesi post-missini che ancora gravitano attorno a Fratelli d’Italia.
Al silenzio della premier italiana di fronte ai saluti romani di Acca Larentia fa da contraltare l’affondo di Manfred Weber, presidente del Ppe: “In Europa non c’è posto per il saluto fascista e noi lo condanniamo con la massima fermezza”.
In più, Giorgia Meloni dovrà affrontare il suo principale antagonista in Europa: Emmanuel Macron.
Quando, nei giorni scorsi, la premier ha chiuso all’ipotesi di un dialogo con le svastichelle tedesche di Alternative fur Deutschland, è stata bene attenta a non escludere una possibile alleanza con Marine Le Pen.
Un clamoroso autogol per la premier turbo-atlantista, visto che la valchiria francese ha da sempre un legame speciale con Putin (ha ricevuto più di 9 milioni di euro dalla Russia per finanziare le proprie campagne elettorali).
Non è a conoscenza, la Meloni, della corrispondenza di amorosi sensi tra Le Pen e Putin? Da amica della Nato e di Zelensky, ora vuole dialogare con gli amici di Mosca in Europa? Poteva non sapere, inoltre, che tendere la mano alla leader del Rassemblement National avrebbe mandato su tutte le furie quel virile galletto di Macron?
Il presidente francese, in modalità pazzariella del Moulin Rouge, ha iniziato a scalciare e a preparare la sua “vendetta”.
Macron, da sette anni nel Consiglio europeo, è ormai un navigato manovratore: conosce tutti, ha coltivato relazioni, sa bene come esercitare la sua influenza. Sa anche come “inchiodare” un avversario al muro.
Il corpo contundente con cui colpire l’Italia potrebbe essere il Mes: l’idea del presidente francese, che sarà proposta al prossimo Ecofin del 16 gennaio (i tecnici sono al lavoro per valutarne la fattibilità), è di restituire a Roma i miliardi versati per il Fondo salva Stati (come si legge sul sito di Bankitalia, abbiamo “sottoscritto il capitale del MES per 125,3 miliardi, versandone oltre 14) e creare un Mes a 19, senza l’Italia (che si è autoesclusa, non ratificando il nuovo accordo).
Un altro calcione da assestare a Roma passa per la nomina di Draghi alla Presidenza del Consiglio europeo.
Portare immediatamente “Mariopio” al posto di Charles Michel, che ha deciso di candidarsi al Parlamento Ue (e potrebbe dimettersi a breve) permetterebbe innanzitutto di disinnescare il pasticciaccio di un’eventuale interim di Viktor Orban.
La manovra, però, ha un occhio al post-Europee: con Draghi già in sella, dopo il voto sarà più facile proporne la conferma, e fregare Giorgia Meloni. Con una figura così autorevole, in una poltrona rilevante, sarà facile dire al governo italiano: “Avete già la guida del Consiglio europeo, vi dovete accontentare di un commissario di seconda fascia”.
(da Dagoreport)
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Gennaio 10th, 2024 Riccardo Fucile
ARCELOR È PRONTO A SCENDERE IN MINORANZA, MA VUOLE MANTENERE IL CONTROLLO DELLA GOVERNANCE CON INVITALIA – IL GOVERNO PUNTA ALL’AMMINISTRAZIONE STRAORDINARIA, CON IL RISCHIO DI UNA GUERRA LEGALE
Era già tutto scritto. La posizione di Arcelor Mittal espressa lunedì
nell’incontro con i ministri italiani era stata già formalizzata in una lettera inviata il 5 dicembre dell’anno scorso da Arcelor Mittal SA, 24-26 Boulevard d’Avranches, Luxembourg. Il documento riservato, che il Sole 24 Ore ha reperito, non è partito da Londra, dunque, il quartiere generale strategico del gruppo controllato dalla famiglia indiana Mittal. Ma dal Lussemburgo, la cassaforte del gruppo.
Perché le contestazioni contenute nella missiva indirizzata al ministro Raffaele Fitto – un mese prima che l’amministratore delegato del gruppo, Aditya Mittal, litigasse a Palazzo Chigi con metà del governo Meloni – hanno una forte connotazione finanziaria. Sia nella querelle sul futuro dell’ex Ilva, sia nella contestazione sul passato operata dal socio privato.
Per esempio, sulla questione dei 320 milioni di euro necessari per togliere Acciaierie d’Italia dalle secche della illiquidità, già si legge nella lettera di oltre un mese fa: «Siamo convinti che la parte di cassa necessaria a colmare il gap finanziario di breve termine dovrebbe essere fornita dalla parte pubblica, in modo da cominciare a ridurre il disequilibrio rispetto al nostro investimento e gli effetti pregiudizievoli della mancanza delle misure di sostegno».
Esattamente quanto ricostruito dalle cronache sull’incontro di ieri l’altro, quando Arcelor Mittal ha detto sì alla ipotesi che l’intero importo da 320 milioni di euro venisse fornito dal socio pubblico e, anche, alla conversione del vecchio finanziamento da 680 milioni in quote di capitale da parte di Invitalia.
Sui soldi, la lettera esprime la convinzione che il socio privato abbia messo molto più denaro del socio pubblico. Una convinzione che, appunto, lunedì è stata alla base del no dei Mittal alla richiesta di partecipare a ulteriori aumenti di capitale, dopo la diluizione al 34%. Si legge infatti nella lettera: «Abbiamo investito in Acciaierie d’Italia in modo asimmetrico. Considerando il nostro investimento da 1,87 miliardi di euro nel capitale e l’importo dei crediti commerciali non pagati, la nostra esposizione finanziaria totale nei confronti di Acciaierie d’Italia supera i due miliardi di euro, quasi il doppio dell’investimento della parte pubblica di 1,08 miliardi».
Molto, se non tutto, era già scritto nella lettera di un mese fa. Sul tema dei diritti di voto si legge: «Arcelor Mittal ha concesso a Invitalia una partecipazione iniziale del 38% e il controllo congiunto di Acciaierie d’Italia».
E, ieri, le fonti italiane prossime ad Arcelor Mittal lamentavano che «la proposta di Invitalia di funding e diluizione al 34% di Arcelor Mittal prevede anche la cessazione del controllo condiviso al 50% tra i due soci. Controllo condiviso del quale invece oggi beneficia Invitalia, detentrice del 38%. Arcelor Mittal si sarebbe aspettata invece di poter continuare a esercitare il ruolo di partner industriale di Invitalia, con il medesimo status di controllo al 50% anche a pesi azionari invertiti». Insomma, quasi una postilla alla lettera di oltre un mese fa.
(da agenzie)
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Gennaio 10th, 2024 Riccardo Fucile
IL PRIMO, CHE CAUSÒ LA ROTTURA CON FEDERICO ZERI, AVVENNE NEL 1984: SGARBI TENTÒ DI USCIRE DAL COURTAULD INSTITUTE DI LONDRA CON UN PREZIOSO LIBRO IN MANO, E FECE SCATTARE L’ANTITACCHEGGIO…IL QUADRO DI AGOSTINO DA LODI CON MAXI-PLUSVALENZA, L’OROLOGIO RUBATO DI ROBERTO LONGHI E L’AUGURIO DI MORTE A ZERI E DANIELA PASTI
Il lupo perde il pelo, ma non il vizio. E figuriamoci se uno come Vittorio Sgarbi può cedere alle insidie del tempo e mutare pelle. D’altronde il “critico d’urto” è un osso duro, testardo come pochi, è “il classico figlio del farmacista che non ha mai fatto un cazzo” (copyright Aldo Busi).
L’inchiesta, che vede Sgarbi indagato per riciclaggio di beni culturali, riguarda il furto del dipinto di Cutilio Manetti (sparito dal castello di Buriasco nel 2013 e riapparso a Lucca nel 2021 come “inedito” di proprietà dello stesso “Vecchio Sgarbone”) non è il primo spiacevole episodio in cui resta coinvolto il sottosegretario.
Nel suo passato – ah, come ti trapassa il passato! – ci sono altre circostanze incresciose e imbarazzanti.
La più sgradevole ebbe luogo al Courtauld Institute, a Londra, nel 1984. Sgarbi all’epoca andò nella capitale britannica al seguito di Federico Zeri, di cui era assistente. Zeri doveva tenere una importante conferenza e Vittorione avrebbe dovuto presenziare, brigando, come ogni factotum fa, per la buona riuscita dell’intervento.
Invece l’incontinente Sgarbi si ritrovò nei guai: tentò di uscire dal Courtauld Institute, portando con sé un prezioso libro della collezione. Essendo la biblioteca dotata di un sistema di antitaccheggio, il suo passaggio fece squillare l’allarme, e lui fu fermato con il volume in mano… Fu tale l’imbarazzo che, da quel momento, Zeri tagliò i ponti con l’allora giovane assistente, il quale ricambiò con spremute di livore e augurandogli la morte in diretta tv, al Maurizio Costanzo Show.
E poi c’è il caso del famoso quadro di Agostino da Lodi, comprato per otto milioni e rivenduto a Leonardo Mondadori per 220, dopo un abbondante restauro.
In un’altra circostanza, la scrittrice e critica d’arte Anna Banti accusò Vittorio Sgarbi di aver rubato l’orologio d’oro del marito, il critico e storico, Roberto Longhi, diffidandolo dal rimettere piede nella Fondazione intitolata a Longhi.
Di questi e altri prodigi, scrisse Daniela Pasti in un articolo del 23 giugno del 1990 per “la Repubblica”. La giornalista, che aveva osato raccontare le vicissitudini di Sgarbi, fu querelata, e poi assolta, con l’accusa di diffamazione. Anche a lei, come già a Zeri, Sgarbi riservò le sue contumelie augurandole il trapasso.
(da Il Fatto Quotidiano)
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