Destra di Popolo.net

L’OPINIONE DI LIVIO ABBATE: “ACCA LARENTIA, LE BRACCIA TESE E IL PRESENTE SONO UN REATO E UNA MINACCIA AI VALORI COSTITUZIONALI”

Gennaio 9th, 2024 Riccardo Fucile

“I PARTECIPANTI ANDAVANO IDENTIFICATI ED E’ GRAVE IL SILENZIO DELLA MELONI”

Un movimento del braccio, un gesto della mano, una parola urlata in pubblico, portano a comunicare ciò che nostalgicamente si vuole mostrare per divulgare l’appartenenza nera, di una destra fuori legge che di fatto manifesta quelle che erano le azioni del partito fascista. Tutto ciò costituisce un reato. La chiamata del “presente”, così come il “saluto romano”, sono manifestazioni che continuano ad essere previste nel codice penale soprattutto quando c’è il concreto pericolo che l’ostentazione di quei gesti e simboli vietati siano in grado di diffondere e divulgare nella società l’idea fondante dell’ideologia fascista, mettendo in pericolo l’ordinamento democratico.
Chi non osserva questa regola dovrebbe essere punito dalla magistratura, come spesso è avvenuto. Ma non è sempre accaduto. A Roma però, come ogni anno, il 7 gennaio, ritorna un gruppo di neofascisti che celebra i camerati caduti nella strage di Acca Larentia nel 1978, in un rituale lugubre in cui la destra romana mette in scena le sue truppe, richiama le gerarchie e accoglie gli estremisti che arrivano da ogni parte del Paese. Perché sanno che in questa cerimonia si possono schierare, allineare, squadrarsi, e alla fine alzare pubblicamente il braccio e urlare il loro presente, sotto gli occhi degli agenti di polizia che sono sul posto per far rispettare l’ordine pubblico e assistere, come in una comunicazione mediatica davanti alle telecamere dei giornalisti e dei fotografi, alla loro manifestazione che si rifà al partito fascista. Che si basa sul proselitismo di destra.
È una scena che non può essere equivocata. Il messaggio trasmesso è chiaro e mette in pericolo i valori su cui si basa la nostra Costituzione. Non è la manifestazione esteriore che deve essere incriminata, ma la propaganda in cui viene trasformato il raduno, tale da rappresentare un concreto tentativo di raccogliere adesioni ad un progetto di ricostituzione del movimento di Mussolini.
Il “saluto romano” e l’intonazione del coro “presente” durante una manifestazione integrano un reato per la connotazione di pubblicità che qualifica queste espressioni, evocative del disciolto partito fascista, “contrassegnandone l’idoneità lesiva per l’ordinamento democratico ed i valori ad esso sottesi”.
Se quindi alla prima della Scala, lo scorso mese, l’appassionato di lirica Marco Vizzardelli al termine dell’inno di Mameli ha urlato “viva l’Italia antifascista”, risuonato dal loggione a pochi secondi dall’inizio del Don Carlo, è stato subito identificato dalla Digos, nella Capitale, invece come accade da molti anni, davanti all’ex sede del Movimento sociale italiano si radunano in centinaia e tendono il braccio senza essere identificati.
Questo raduno è diventato nel corso degli anni un esempio per la destra estrema che viene imitato da molti fascisti anche in altri contesti, come se fosse stato sdoganato, e così lo abbiamo visto fare pure nelle aule dei tribunali: alzare e stendere il braccio, lo ha fatto Massimo Carminati salutando i suoi camerati, lo ha ripetuto davanti ai giudici Giuliano Castellino, ed è stato fatto anche da alcuni camerati dopo la sentenza letta in tribunale per l’assalto alla sede della Cgil a Roma.
Come si fa quindi a distinguere quando il saluto romano è “commemorativo”, e quando invece “violento” e fascista? Perché qualcuno vuole giustificare il primo e condannare il secondo. Sono di fatto entrambi gesti fascisti, emulativi, che comunque devono essere stigmatizzati, almeno politicamente, da tutto l’arco costituzionale. Dinanzi a episodi come Acca Larentia il silenzio della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, si allunga su quelle braccia tese e sui cori ed emerge una sbavatura politica e sociale importante che «in un anno di governo non ha mai pronunciato tra l’altro la parola antifascista», come ricorda il presidente dell’Anpi, Gianfranco Pagliarulo.
Umberto Eco nel suo libro Il fascismo eterno mette in luce i caratteri fondamentali di una mentalità fascista, che viene alimentata in determinati momenti di crisi e avverte che il fascismo può ritornare anche senza campi di concentramento, “ma sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme”. Anche per questo motivo occorre ricordare sempre più spesso che l’Italia è una Repubblica antifascista, per legge, non per opinione.
(da La Repubblica)

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L’OPINIONE DI LUCA TELESE: “ACCA LARENTIA, NON SI USA LA STORIA DEL SANGUE PER FARE POLEMICHE DI GIORNATA”

Gennaio 9th, 2024 Riccardo Fucile

QUANDO LE DIVERSE ANIME DELLA DESTRA SI PICCHIARONO PER AVERE IL CONTROLLO DELLA CERIMONIA… E’ UNA CONQUISTA DELLA DEMOCRAZIA PERMETTERE DI PROFESSARSI FASCISTI

Sulla strage di Acca Larentia, e sulla sua commemorazione nel quartiere Appia latino si stanno scrivendo in queste ore pagine e pagine di autentico analfabetismo storico e culturale.
Il 7 gennaio – come ogni anno – ci sono state tre diverse cerimonie che ora vengono confuse, in buona o cattiva fede (soprattutto in cattiva fede, direi). L’assessore Gotor e il presidente Rocca non erano presenti – ovviamente – alla commemorazione dei saluti romani della sera, e nulla c’entrano con quel rito. E niente c’entra nemmeno Fratelli d’Italia, che da vent’anni non partecipa a quel “Presente!” in piazza, dopo un anniversario in cui le diverse anime della destra si picchiarono pur di ottenere il controllo della cerimonia, (l’ultradestra prevalse sulla destra, che per questo motivo se ne andó altrove).
Nel 2007 Casapound sfiló per Roma traversando la città, fino ad Acca Larentia, con dei tamburi e delle insegne che riproducevano fedelmente quelle della Hitlerjugend, la gioventù hitleriana. Nessuno si scadalizzó. I saluti fascisti in piazza si fanno sempre, da 44 anni, non solo per commemorare i tre caduti di Acca Larentia, ma anche per ricordare, nei rispettivi anniversari, in diverse città, tutti gli altri Cuori neri uccisi negli anni di piombo. Svegliarsi una mattina, come se tutto questo non fosse mai accaduto, é prima di tutto una operazione di falsificazione propagandistica. Non si usa la storia del sangue per fare polemiche di giornata. La Costituzione antifascista ha garantito il diritto alla cittadinanza di tutti, anche quello di chi era fascista. La XII disposizione transitoria dai padri costituenti permetteva di partecipare alle elezioni (a soli cinque anni dal 1948), persino a chi aveva preso parte alla Repubblica sociale. Questa a me non sembra una ferita, ma una conquista della democrazia che non si può mettere in discussione, per andare a caccia di qualche facile consenso di giornata. La storia di un paese che ha vissuto una guerra civile é più complessa di uno slogan di piazza: chi non ha memoria non ha futuro.
(da TPI)

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TUTTI ALLA CORTE DI DRAGHI

Gennaio 9th, 2024 Riccardo Fucile

MERCOLEDI’ 10 I VERTICI DELLE PRICIPALI AZIENDA EUROPEE INCONTRERANNO L’EX PREMIER A MILANO

Tutti a Milano per incontrare Mario Draghi. I vertici delle principali aziende europee, secondo quanto apprende il Corriere della Sera, vedranno l’ex premier ed ex presidente della Bce mercoledì 10 gennaio. L’incontro, a quanto risulta, si svolgerà nel palazzo della Banca d’Italia in pieno centro.
L’incontro sarebbe stato sollecitato dall’Ert, l’European Round Table of Industry, l’organizzazione che raccoglie 59 presidenti o amministratori delegati di altrettante multinazionali.
Il gruppo è presieduto da Jean-Francois Boxmeer, presidente della britannica Vodafone. Tra le aziende associate figurano, tra le altre: le francesi L’Oréal, Michelin, Total, Saint Gobain; le tedesche E.on, Basf, Deutsche Telekom, Siemens, Mercedes, Bmw, Merck; la britanniche Bp e Gsk; le multinazionali con più sedi europee come Arcelor Mittal, Shell, Rio Tinto, Unilever, Airbus; le svedesi Ericcson e AstraZeneca; le svizzere Abb e Nestlè. La lista delle italiane comprende l’Eni, rappresentata dall’amministratore delegato Claudio Descalzi; la Cir, presieduta da Rodolfo De Benedetti, Techint, con il presidente Gianfelice Rocca.
Non sono state diffuse informazioni ufficiali sulla formula e i contenuti della riunione. Ma chiaramente è legata al nuovo incarico che la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen ha affidato a Draghi, il 13 settembre 2023: preparare un rapporto sulla «competitività dell’industria europea», indicando anche possibili strategie per tenere il passo di Cina e Stati Uniti.
L’iniziativa dell’European Round Table si incrocia con le indiscrezioni su un possibile ruolo politico di Draghi a livello continentale, come numero uno della Commissione europea o, più verosimilmente, come presidente del Consiglio europeo. Di norma una delegazione della Ert incontra i leader dei Paesi che stanno per assumere la guida semestrale dell’Unione europea.
Vedremo se il passaggio a Milano di così tanti manager di primo piano sarà l’occasione per incontri anche con ministri o rappresentanti del governo Meloni.
(da agenzie)

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TUTTE LE “SPARATE” DEL GIOVANE POZZOLO: NEL 2013 IL DEPUTATO PISTOLERO FU CACCIATO DA GIANFRANCO FINI DA ALLEANZA NAZIONALE, IN QUANTO “VIOLENTO ESTREMISTA VERBALE”. E FU ACCOLTO A BRACCIA APERTE IN FDI DA GIORGIA MELONI, CHE LO CANDIDO’ ALLE POLITICHE (MA NON FU ELETTO)

Gennaio 9th, 2024 Riccardo Fucile

I POST AGGRESSIVI SU FACEBOOK: “LA FANTASTICA TRIADE DIO, PATRIA, FAMIGLIA”, “L’UNICA DESTRA È QUELLA DI GIORGIA”, “SCHIAFFEGGIAMO QUESTA VECCHIA CLASSE POLITICA DI PARASSITI”

Eccolo, il “balengo”. Sorridente? Quasi. Spavaldo? Non proprio. Ma di nuovo lì, nella sua seconda chance. Cacciato dal presidente di Alleanza nazionale Gianfranco Fini in quanto “violento estremista verbale” e riaccolto a braccia aperte (e subito candidato) da Giorgia Meloni e Guido Crosetto in Fratelli d’Italia. Siamo a febbraio 2013.
Il deputato pistolero Emanuele Pozzolo posa accanto a una sorridente Giorgia Meloni: jeans e cravatta, l’aria un po’ impacciata, un po’ “reprobo” e un po’ pulcino spennacchiato; forse, e si capisce, leggermente a disagio dopo l’allontanamento subìto dalla federazione di An di Vercelli, la sua città.
Lo raccontano le fotografie e i post pubblicati da Pozzolo sul suo profilo Fb. Roba di più di dieci anni fa. Ma che, rivista ora, fa un certo effetto. E “parla”.
Dopo che Donato Lamorte, capo della segreteria politica di Gianfranco Fini, “accompagnò alla porta” Pozzolo ritenuto incompatibile col partito per via dei suoi modi estremi e della sua “violenza verbale”, la nuova casa politica creata da Meloni insieme ai due cofondatori Ignazio La Russa e Guido Crosetto offrì all’allora ventottenne “astro” della destra vercellese una nuova possibilità.
Pozzolo fu candidato da FdI alle elezioni politiche del 24-25 febbraio 2013 nella Circoscrizione Piemonte 2. Insieme, tra gli altri, all’amico di tanti anni Andrea Delmastro, l’attuale sottosegretario che ha organizzato il Veglione durante il quale Pozzolo ha sparato con la sua pistola ferendo il parente di un agente della scorta dello stesso Delmastro. Pozzolo, che non verrà eletto, occupa il decimo posto in una lista dove Meloni è seconda testa di serie.
Per impegnarsi, si impegna. Fa una campagna elettorale molto attiva: si sbatte, sostiene appassionatamente Giorgia Meloni e il nuovo contenitore politico “FdI-centrodestra nazionale”. In un video si vede Pozzolo a un aperitivo elettorale a Vercelli. È protagonista di in un lungo discorso.
Un discorso che confluisce nel video poi postato su Fb e su Youtube e intitolato “Emanuele Pozzolo interviene all’aperitivo elettorale di FdI con Guido Crosetto”. Pozzolo si lancia in sperticate lodi a Meloni, sostiene che FdI è «l’unica vera destra in campo». Si coglie il risentimento nei confronti del passato, leggi il “traditore” Fini. È un lungo comizio, il suo.
Saluta gli altri candidati in sala, Gaetano Nistri e Gianni Mancuso; mette al centro «la fantastica triade Dio, patria, famiglia» , sulla quale – dice – «si basa da sempre la destra» .
Il futuro sparatore, da sempre nostalgico di Mussolini e del fascismo, ai quali come è noto ha dedicato decine di post, si lancia poi in un’analisi politica che non risparmia nessuno: nemmeno Silvio Berlusconi, considerato troppo “aperturista” nei confronti dei gay per via della posizione sulle unioni civili.
Lui, il “balengo” Pozzolo (Fini dixit), si mostra intransigente sull’unico matrimonio che «noi consideriamo: quello tra un maschio e una femmina». Politicamente, l’epurato di An nel 2013 porta acqua (e voti) attraverso le sigle Avanguardia Vercellese e VercellIdea.
«Siamo braccio e cervello della Vercelli giovane e ribelle, appoggiamo la sfida di Giorgia Meloni per una nuova classe politica del centrodestra italiano. Un solo imperativo: impegnarsi, senza tornaconti personali, per spazzare via questa vecchia classe politica di parassiti!», scrive in un post il 14 gennaio 2013. Altro post elettorale del 2 febbraio 2013. «24-25 febbraio. Elezioni politiche. Vota Giorgia Meloni, schiaffeggia la vecchia politica!», (il messaggio è accompagnato dalla foto di Pozzolo insieme alla leader).
Già, schiaffeggia la vecchia politica. Forse quella rappresentata da An, che però uno schiaffo sonoro lo aveva dato a lui: silurandolo. «Gli dicemmo ‘via, andare!’ », ha ricordato Gianfranco Fini, sottolineando che non ci fu nemmeno bisogno di espellerlo formalmente, Pozzolo. Fu semplicemente accompagnato alla porta. Poi Meloni gli ha aperto la sua. Un doppio giro senza nemmeno essere passato dal via. Il resto è storia. Dieci anni dopo.
(da La Repubblica)

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ANDATE E INDEBITATEVI: LA FORMULA DEL “COMPRA ORA, PAGHI DOPO”, CHE PERMETTE DI ACQUISTARE ONLINE DIVIDENDO LA SPESA IN PICCOLE RATE (SENZA INTERESSI), MUOVE UN GIRO D’AFFARI DI 300 MILIARDI DI DOLLARI IN TUTTO IL MONDO

Gennaio 9th, 2024 Riccardo Fucile

QUESTO METODO, PERO’, RISCHIA DI MANDARE L’ECONOMIA MONDIALE A GAMBE ALL’ARIA: SE GLI INSOLVENTI AUMENTANO FINISCE COME NEL 2008

Compra ora, paghi dopo. Si sta diffondendo sempre di più anche in Europa, dopo il boom negli Stati Uniti, il modello dei piccoli pagamenti a rate, per lo più online. Scuotendo un mercato del credito in difficoltà, visto l’aumento dei tassi di interesse da parte delle banche centrali. Piccole somme, magari per acquistare regali, come nell’ultimo periodo natalizio (da record per questa forma di pagamento), con la mediazione di una piattaforma o una società finanziaria.
Questa fa arrivare tutti i soldi al venditore, anticipandoli, e poi li richiede indietro a chi compra in più versamenti (di solito tre o quattro), ma per lo più senza interessi (mentre chi vende paga le commissioni). Una formula apparentemente molto vantaggiosa per i clienti, che però ha messo in allarme le autorità di vigilanza e le banche centrali sia del Vecchio Continente che dell’America. Si teme infatti che la facilità e velocità del sistema nel concedere questi piccoli prestiti, seppure di importo molto limitato, porti a un indebitamento pesante per i giovani e le persone a basso reddito e con poca istruzione.
Gli importi vengono spesso divisi in somme molto piccole, ma la somma delle varie rate per gli acquisti, fatti per lo più online, può raggiungere un importo poi difficile da ripagare a fine mese. Da qui commissioni e spese maggiori da saldare, o in alcuni casi, addirittura, le insolvenze.
Dal 2019 a oggi il fenomeno del “compra ora, paghi dopo” (in inglese “buy now pay later”), è cresciuto a tal punto che, secondo la Banca dei regolamenti internazionali, muove un giro d’affari di oltre 300 miliardi di dollari in tutto il mondo. Un aumento di valore di sei volte in appena una manciata di anni. Svezia e Australia sono i mercati con una maggiore diffusione, poi ci sono gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Cina. Secondo Floa, società del gruppo Bnp Paribas e operatore attivo nel settore di questi pagamenti, il 43% degli europei ha già fatto un acquisto utilizzando una modalità del genere.
In Italia, fra il 2021 e il 2022, il numero di utenti che ha pagato in questo modo è aumentato del 22%. E c’è ancora margine di manovra. Il segmento infatti, sempre secondo Floa, «ha ancora un potenziale di crescita nel mercato italiano, dato che il 31% dei cittadini del Paese (quasi uno su tre) utilizza questa soluzione di pagamento in maniera saltuaria».
In Europa la Banca d’Italia aveva segnalato possibili criticità già lo scorso anno e di recente la Banca d’Irlanda ha lanciato una serie di avvertimenti ai consumatori. Non solo, un’apposita direttiva Ue varata lo scorso ottobre e che verrà attuata gradualmente nei prossimi anni, punta ad estendere le tutele dei clienti per evitare di trovarsi insolventi anche dopo pagamenti di questo tipo. La Banca dei regolamenti internazionali, poi, oltre a raccomandare ulteriormente la trasparenza e l’aumento delle informazioni a disposizione dei consumatori, ha chiesto di monitorare le piattaforme finanziarie.
Di fronte al moltiplicarsi delle insolvenze potrebbero infatti finire nei guai, mettendo in pericolo la stabilità del sistema economico internazionale. Piattaforme e servizi finanziari hi-tech (il settore del cosiddetto “fintech”), secondo la Bri, sono d’altronde nate con l’utilizzo di capitali di rischio e faticano ancora a essere redditizie, nonostante le commissioni incassate siano superiori a quelle delle vendite online o delle carte di credito.
(da agenzie)

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L’ITALIA, UNA REPUBBLICA FONDATA SULLE DISEGUAGLIANZE: IL CINQUE PER CENTO DELE FAMIGLIE PIÙ RICCHE POSSIEDE IL 46% DELLA RICCHEZZA TOTALE

Gennaio 9th, 2024 Riccardo Fucile

IL RAPPORTO DI BANKITALIA: LE FAMIGLIE MENO ABBIENTI POSSONO CONTARE SOLTANTO SULLA CASA, MENTRE QUELLE PIÙ BENESTANTI HANNO UN PORTAFOGLIO PIÙ DIVERSIFICATO… L’ITALIA È SOTTO LA MEDIA UE PER CONCENTRAZIONE DELLA RICCHEZZA

“Il cinque per cento delle famiglie italiane più ricche possiede circa il 46 per cento della ricchezza netta totale”.
E’ quanto si legge nell’analisi della Banca d’Italia nell’ambito Bce secondo cui “i principali indici di disuguaglianza sono rimasti sostanzialmente stabili tra il 2017 e il 2022, dopo essere aumentati tra il 2010 e il 2016”. Lo studio evidenzia come le famiglie meno abbienti possano contare principalmente sul possesso dell’abitazione mentre quelle più benestanti detengano un portafoglio più diversificato in azioni, depositi, polizze.
L’analisi ricorda come “metà della ricchezza degli italiani sia rappresentata dalle abitazioni” e “tale percentuale varia tuttavia fortemente in base alla ricchezza: le abitazioni raggiungono i tre quarti della ricchezza per le famiglie sotto la mediana, si attestano poco sotto il 70 per cento per quelle della classe centrale mentre scendono a poco più di un terzo per quelle appartenenti alla classe più ricca.
Per le famiglie più povere, i depositi sono l’unica componente rilevante di ricchezza finanziaria (17%). Maggiormente diversificato è invece il portafoglio delle famiglie più ricche, per le quali quasi un terzo della ricchezza è rappresentato da capitale di rischio legato alla produzione (azioni, partecipazioni e attività reali destinate alla produzione) e un quinto da fondi comuni di investimento e polizze assicurative”.
Nel 2010 circa la metà del patrimonio abitativo era detenuta dalle famiglie della classe media; nel 2022 tale percentuale era scesa al 45 per cento, soprattutto a vantaggio del decimo più ricco; la quota di abitazioni posseduta dalle famiglie sotto la mediana è rimasta stabile nel tempo attorno al 14 per cento. I depositi sono aumentati di circa il 40 per cento tra il 2010 e il 2022, soprattutto per le famiglie appartenenti al decimo più ricco, la cui quota è salita di sei punti percentuali, raggiungendo la metà del totale”.
L’Italia è sotto la media Ue per concentrazione della ricchezza, sugli stessi livelli della Francia e dietro la Germania che appare “il paese con il maggior grado di disuguaglianza in termini di ricchezza netta”.
E’ quanto si legge in un’analisi della Banca d’Italia nell’ambito delle statistiche elaborate dalla Bce. Il divario rispetto al complesso dell’area riflette la più elevata quota di ricchezza netta detenuta in Italia dalle famiglie al di sotto della mediana (legata soprattutto al possesso di abitazioni) spiega lo studio.
(da agenzie)

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SE LA MELONI ALLE EUROPEE RAGGIUNGE QUOTA 30 E SALVINI RESTA ALL’8%, DENTRO LA LEGA SCOPPIA IL REGOLAMENTO DEI CONTI

Gennaio 8th, 2024 Riccardo Fucile

IL RISCHIO PER IL CAPITONE È CHE NEL NORD-EST ZAIA POSSA SCAVALCARLO E LEGITTIMARSI COME ALTERNATIVA ALLA GUIDA DEL PARTITO …. ALMENO UN PAIO DI ASSESSORI REGIONALI VENETI DEL CARROCCIO SONO SUL PUNTO DI STRAPPARE CON LA LEADERSHIP NAZIONALE, A CAUSA DI UNA LINEA SOVRANISTA GIUDICATA POCO RAGIONEVOLE

La Sardegna c’entra nulla, o quasi. La battaglia di Matteo Salvini per l’isola è in realtà una storia di sopravvivenza politica. Il leghista si impunta su un’elezione locale — in una Regione di medio peso — per reagire a un duello, sotterraneo e durissimo, ingaggiato con Giorgia Meloni. Che va avanti da giorni tra colpi bassi, presunti patti traditi, silenzi rabbiosi e mediazioni fallite.
Con un detonatore, riferiscono fonti del Carroccio e confermano meloniani di rango: l’annuncio della presidente del Consiglio di voler correre alle prossime Europee. È in quel passaggio consegnato ai cronisti nella conferenza stampa dello scorso 4 gennaio che lo scontro è finito fuori controllo. Il vicepremier, raccontano, non credeva che Meloni volesse davvero scendere in campo per l’Europarlamento.
Secondo la versione che circola nel Carroccio, aveva addirittura in tasca un patto di massima con la diretta interessata: io mi candido, tu eviti e schieri i ministri di FdI. In questo modo, Palazzo Chigi avrebbe blindato la leadership del ministro delle Infrastrutture, assai indebolita dai malumori interni. E stabilizzato l’esecutivo. Meloni, invece, si è esposta. A tal punto che nella sede del governo già si preparano a sei mesi di campagna elettorale. Un colpo durissimo, per Salvini. Che lo ha mandato su tutte le furie.
La spiegazione è aritmetica, oltreché politica: Salvini vive il passaggio elettorale di giugno consapevole dei rischi pesanti che comporta. Nel 2019 fu l’uomo d’Europa, con uno strabiliante 34,3%. Fu l’inizio del declino, in realtà. In ogni caso quella percentuale, quella vetta toccata cinque anni fa è un paragone destinato a pesare. Ha bisogno di superare almeno la soglia psicologica del 10%, ma i sondaggi non sono dei migliori. Sta cercando di conquistare alla causa ras locali in giro per l’Italia, uomini capaci di portare preferenze in dote. Sogna il generale Roberto Vannacci in lista.
Ecco, la candidatura di Meloni rovina i suoi piani. Ma c’è di più, a rendere angosciante il duello. C’è la competizione tutta interna alla Lega. Anche in questo, è stata Meloni a far saltare — quanto volontariamente lo dirà soltanto la storia — equilibri già delicati. Quando in conferenza stampa la leader si è espressa sull’opzione di un terzo mandato, ha tenuto a specificare che non sarà comunque il governo a intervenire. Delegare il dossier al Parlamento significa però mettere Salvini in una posizione scomoda con Luca Zaia, al quale aveva promesso di fare il massimo per garantirgli altri cinque anni alla guida del Veneto. Questa incertezza potrebbe spingere il governatore uscente a candidarsi alle Europee.
Una mossa che, almeno nel Nord Est, può mettere in imbarazzo il segretario del Carroccio: Zaia potrebbe scavalcare il suo leader, fare il pieno di preferenze, legittimarsi come alternativa alla guida del partito.
Un nefasto effetto a catena: ecco quello che Salvini prova a evitare. In un contesto interno già agitato. Almeno un paio di assessori regionali veneti del Carroccio sono sul punto di strappare con la leadership nazionale, a causa di una linea sovranista giudicata poco ragionevole. Senza trascurare il fatto che la galassia produttiva in Veneto e Lombardia ha lamentato negli ultimi mesi la scarsa capacità della Lega di incidere a Roma con misure a favore delle imprese. Salvini deve gestire questo malumore. E nel frattempo guardarsi dalla “concorrenza”
(da La Repubblica)

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MELONI, PER IL SECONDO ANNO DI FILA, NON HA RICORDATO SUI SOCIAL LA STRAGE DI ACCA LARENTIA, A ROMA, NELLA QUALE VENNERO UCCISI TRE ATTIVISTI DEL FRONTE DELLA GIOVENTÙ

Gennaio 8th, 2024 Riccardo Fucile

E PENSARE CHE IL 7 GENNAIO 2009 MELONI, DA MINISTRO DEL GOVERNO BERLUSCONI, SI RECÒ ALLA COMMEMORAZIONE SCORTATA DA GIULIANO CASTELLINO, RAMPELLI E FEDERICO MOLLICONE

Il 7 gennaio è la giornata in cui i camerati italiani commemorano la cosiddetta “strage di Acca Larentia” avvenuta il giorno successivo all’Epifania nel 1978. Strage nella quale furono uccisi tre giovani attivisti del Fronte della Gioventù – Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta e Stefano Recchioni – di fronte all’allora sede del Movimento Sociale Italiano situata in via Acca Larentia a Roma.
Il 7 gennaio di ogni anno confluiscono quindi ad “Acca” un certo numero di militanti che, al grido di “presente, presente, presente”, corredato dai nomi dei tre ragazzi uccisi e da tre rispettivi saluti romani, rendono pubblicamente omaggio ai caduti fascisti.
Quest’anno, come del resto l’anno scorso, si evidenzia però il silenzio sui profili social di Giorgia Meloni, quando invece per molti anni la leader di Fratelli d’Italia ha ricordato pedissequamente la ricorrenza, auspicando più volte che si facesse luce sulle responsabilità relative alla strage, non ancora chiarite fino in fondo.
Da segnalare altresì che il 7 gennaio 2009 – come rivelò Report – Giorgia Meloni, allora ministro del Governo Berlusconi, si recò personalmente ad Acca Larentia per commemorare i tre attivisti del Fronte della Gioventù, accolta dal leader di Forza Nuova Giuliano Castellino.
Assieme a Meloni nel video s’intravedono l’attuale presidente della commissione Cultura alla Camera dei Deputati Federico Mollicone e l’attuale vicepresidente della Camera dei Deputati Fabio Rampelli, che anche ieri ha reso omaggio ai tre ragazzi uccisi.
Il video della visita di Meloni ad Acca Larentia è datato erroneamente “7 gennaio 2008”, quando invece si trattava per l’appunto del 7 gennaio 2009 (Meloni fu del resto nominata ministro della Gioventù da Berlusconi nel maggio 2008).
Quest’anno, in ogni modo, da inquilina di Palazzo Chigi, così come l’anno scorso, la presidente del Consiglio non ha scritto alcunché sui suoi profili social riguardo alla ricorrenza fascista, preferendo invece festeggiare la giornata del Tricolore italiano
Elemento peculiare: il silenzio su Acca Larentia da parte di Meloni è stato stigmatizzato sia da numerosi commentatori di Sinistra che le chiedono di deplorare pubblicamente i saluti fascisti rivolti dai militanti nella commemorazione di ieri, sia da commentatori di Destra ed Estrema Destra, nelle cui chat private esprimono forte delusione per il mancato cordoglio da parte della Meloni verso i militanti del FdG uccisi. Cordoglio che invece era solita esprimere prima di andare al Governo.
Chissà se, incalzata da più parti, la presidente del Consiglio si vedrà infine costretta a esternare il proprio parere sui saluti romani di ieri ad Acca Larentia, sapendo perfettamente di scontentare qualcuno: o i suoi detrattori o, peggio per lei, parte del suo bacino elettorale.
In ultima analisi potrebbe invece decidere di scontentare tutti continuando a restare in silenzio. Visto che il silenzio che, in un caso delicato come questo, significa già di per sé una eloquente presa di posizione politica.
(da Dagoreport)

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“A ME HANNO MANDATO LA DIGOS PER AVERE DETTO “VIVA L’ITALIA ANTIFASCISTA” ALLA SCALA, QUESTI VIOLANO LA COSTITUZIONE E NESSUNO GLI DICE NIENTE. È IL VERO MONDO AL CONTRARIO, ALTRO CHE QUELLO DEL GENERALE VANNACCI”

Gennaio 8th, 2024 Riccardo Fucile

MARCO VIZZARDELLI, IL LOGGIONISTA DELLA SCALA IDENTIFICATO DALLA DIGOS, COMMENTA I SALUTI FASCISTI DI ACCA LARENTIA: “SONO INDIGNATO. NESSUNO LI HA FERMATI. SI USANO DUE PESI E DUE MISURE. FOLKLORE? FOLKLORE UN CAZZO”

«Vedo mani tese alle braccia tese. A me hanno hanno mandato la Digos per avere detto “Viva l’Italia antifascista” a teatro, questi se ne vanno in giro a centinaia a violare la Costituzione e nessuno gli dice niente. Questo è il vero mondo al contrario, altro che quello del generale Vannacci».
Il tono è affabile, le parole meno. Marco Vizzardelli, il loggionista della Scala identificato dalle forze dell’ordine alla prima del Don Carlo, non usa mezzi termini per commentare l’adunata davanti alla ex sede del Msi, con le centinaia di saluti romani nella notte di Acca Larentia, e quel grido, “Camerati, presenti!”, in antitesi con l’affermazione pronunciata a teatro dall’appassionato di lirica subito dopo l’inno nazionale, che pure gli valse l’immediata richiesta di consegnare i documenti.
Vizzardelli, come si sente?
«Indignato è dire poco».
Si spieghi meglio.
«Che dire, è lapalissiano. Io, per avere detto alla Scala a bassa voce una cosa in linea con la Costituzione, sono stato identificato nientemeno che dalla digos, al pari di un pericoloso sovversivo. Questi invece hanno gridato il contrario, e le forze dell’ordine, che pure erano lì, non hanno fatto una piega. E loro non lo hanno sussurrato: lo hanno proprio gridato».
Due pesi e due misure diverse?
«Veda lei».
La turba di più l’adunata fascista o il fatto che nessuno sia intervenuto a fermarla?
«Entrambe le cose. Perché qui purtroppo dobbiamo chiarire un punto, anche se è surreale doverlo fare. La nostra Costituzione è antifascista, e questo è un fatto, non un’opinione. E chi viola la Costituzione commette un reato, non uno strafalcione. Un reato».
Lei disse che sentiva un profumino di fascismo e un profumone di razzismo.
«E lo confermo. I fatti di ieri confermano che purtroppo questo rimane un nervo scoperto del nostro Paese. Di sicuro di nostalgici del ventennio siamo pieni, bontà loro. E c’è persino chi si ostina a difenderli, sostenendo che si tratti di folklore. Folklore un c…o».
Da lei la Digos si presentò immediatamente.
«Quanto è appena accaduto mi fa rileggere le cose in maniera diversa. Lì per lì scherzai con gli agenti, che pure furono molto gentili. Quando dissi loro che mi avrebbero dovuto arrestare se avessi detto “Viva l’Italia fascista” e non il contrario, risposero che concordavano con me, ma obiettarono che avevano ricevuto quelle disposizioni. Ora, a maggior ragione, sono convinto della bontà del mio gesto. È stato utile».
Salvini la criticò.
«Mi aspetto che condanni con la stessa sollecitudine i fatti di ieri. Lui, La Russa e Meloni. Lo faranno? Attendo con ansia. Altrimenti dopo è inutile sporcarsi la bocca citando Liliana Segre».
Cosa pensa della destra al potere?
«Che stanno scherzando col fuoco, letteralmente»
(da La Repubblica)

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