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COS’E’ L’APOLOGIA DI FASCISMO E PERCHE’ NON E’ FACILE CONTESTARLA A CHI FA IL SALUTO ROMANO

Gennaio 8th, 2024 Riccardo Fucile

COME FUNZIONA LA LEGGE INTRODOTTA NEL 1952 E QUAL’E’ IL DISCRIMINE PER CONTESTARE IL REATO: LA RICOSTITUZIONE DEL PARTITO NAZIONALE FASCISTA

La cosiddetta “apologia di fascismo” è stata introdotta dalla legge Scelba, la numero 645 del 20 giugno 1952. Una norma che però, va detto subito, si occupa di punire chi tenta di ricostruire il vecchio partito fascista e non tanto chi lo difende o esprime opinioni favorevoli al fascismo.
Il discrimine: rifondare il fascismo
Cosa significa voler ricostituire il partito fascista?
Lo dice l’articolo 1: «Quando una associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista».
La legge fu approvata nel 1952 per attuare la XII disposizione finale della Costituzione, dove per l’appunto si proibisce la ricostruzione del partito fascista. L’articolo 4 della legge Scelba rende perseguibile anche chi «esalta esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche», e si rischia dai sei mesi ai due anni di reclusione, oltre che una multa da 206 a 516 euro. Dopodiché varie sentenze della Cassazione hanno ridotto notevolmente il perimetro in cui applicare la legge Scelba.
I pronunciamenti della Corte Costituzionale
Negli anni successivi alla sua approvazione, la legge Scelba venne immediatamente utilizzata contro diversi esponenti del Msi, partito primogenitore di Fratelli d’Italia e fondato da reduci del fascismo.
Non li si accusò tanto di voler rifare il partito fascista (articolo 1), ma appunto di “apologia di fascismo”. Ma gli imputati dissero che l’articolo 4 della legge era in contrasto con l’articolo 21 della Costituzione, che garantisce la libertà di espressione.
Il tribunale di Torino, uno dei tre che si stavano occupando dei processi, trasmise il rilievo alla Corte Costituzionale. La sentenza della Corte Costituzionale è del gennaio del 1957 e stabilì che la legge Scelba non violava la Costituzione. Ma allo stesso tempo precisò il significato dell’articolo 4: per esserci una vera e propria apologia di fascismo non è sufficiente che ci sia «una difesa elogiativa» del vecchio regime, ma occorre «una esaltazione tale da potere condurre alla riorganizzazione del partito fascista».
Nel dicembre del 1958 una seconda sentenza della Corte Costituzionale fornì una simile precisazione anche per l’articolo 5 della legge Scelba (“chiunque, partecipando a pubbliche riunioni, compie manifestazioni usuali del disciolto partito fascista ovvero di organizzazioni naziste è punito con la pena della reclusione sino a tre anni e con la multa da duecentomila a cinquecentomila lire”). La Corte stabilì che le manifestazioni erano vietate, ma solo nel caso in cui fossero propedeutiche alla ricostruzione del partito fascista.
Le interpretazioni della legge Scelba stabiliscono quindi che finché un giudice non appura che è in corso un tentativo di fondare un nuovo partito fascista, è legittimo fare praticamente qualsiasi cosa, sempre a patto di poter dimostrare di non stare ricostruendo l’antico partito fascista e di non avere i suoi obiettivi antidemocratici.
L’evoluzione: il decreto legge Mancino
Nel 1993 il governo di Giuliano Amato approvò un decreto legge che tentava di restringere le possibilità di fare propaganda ed esporre simboli fascisti. Il “decreto Mancino”, convertito con modificazioni in legge 25 giugno 1993 e dal nome dell’allora ministro dell’Interno, è la principale legge italiana contro l’incitamento all’odio e alla discriminazione. In Parlamento il Msi, che si stava trasformando in An, si astenne.
La legge stabilisce le aggravanti per i reati commessi con finalità razziste o discriminatorie, e punisce «chi diffonde in qualsiasi modo idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero incita a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi», proibisce di creare organizzazioni ispirate a questi valori e impone il loro scioglimento.
La legge enuncia poi il divieto esibire bandiere, slogan o altri simboli di organizzazioni violente o discriminatorie durante gli eventi sportivi, e modifica l’originale legge Scelba per rendere più chiaro il divieto di fare propaganda al fascismo.
Tra parentesi: nel 2014 la Lega Nord ha proposto un referendum per abolirla. Dopodiché la legge Mancino vive lo stesso “stallo” di quella Scelba, per cui sono i giudici di volta in volta a decidere se applicarle o se stabilire che l’episodio o gli episodi in questione siano tutelati dall’articolo 21.
Il saluto romano
Periodicamente al centro del dibattito ci sono sentenze di tribunali che assolvono, oppure condannano, persone che fanno il saluto fascista in luoghi pubblici. Le interpretazioni più diffuse negli ultimi anni sulla normativa vigente stabiliscono – e qui torniamo al senso delle leggi – che non è reato fare un saluto fascista se non c’è il pericolo di riorganizzazione di un nuovo partito fascista o del perseguimento di finalità antidemocratiche e discriminatorie. Ma appunto: chi può certificarlo (o meno) di volta in volta?
(da La Repubblica)

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ACCA LARENTIA, CENTINAIA DI SALUTI ROMANI

Gennaio 8th, 2024 Riccardo Fucile

RAMPELLI: “CANI SCIOLTI, FDI NON CENTRA”… OPPOSIZIONI PRESENTANO ESPOSTI E INTERROGAZIONI A PIANTEDOSI

L’immagine è impressionante: centinaia di braccia tese che si levano verso l’alto quando viene chiamato il “presente”. Saluti romani davanti all’ex sede dell’Msi di via Acca Larentia, a Roma, per commemorare tre giovani del Fronte della Gioventù uccisi lì davanti 46 anni fa, Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta e Stefano Recchioni, i primi due da un commando di estrema sinistra, il terzo negli scontri che seguirono tra giovani di estrema destra e forze dell’ordine.
I saluti romani
I saluti romani sono scattati nel quartiere Tuscolano della capitale la notte scorsa, ma sembra di essere nel 1924, cento anni fa, in piena epoca fascista. Il video di qualche decina di secondi che racconta quanto accaduto a Roma dopo le commemorazioni ufficiali delle autorità, con la deposizione delle corone di alloro da parte del presidente della Regione Lazio Francesco Rocca e, per il Campidoglio, dell’assessore alla Cultura Miguel Gotor, nel piazzale dove c’è la targa ricordo. Poi, in serata, il rito del “presente”, la “cerimonia” che i gruppi neofascisti dedicano ai loro caduti.
L’appuntamento era stato lanciato con un manifesto nero con il titolo ‘presente, presente, presente’ e in alto una piccola celtica bianca, mentre sui ponteggi di un cantiere è stato affisso un grande manifesto con i volti dei tre ragazzi e la scritta ‘Nella lotta’.
Interrogazione dei senatori Pd al governo ed esposto M5S
Il Pd, sia alla Camera che al Senato, presentano interrogazioni all’esecutivo. “Quali siano le valutazioni del governo sui fatti accaduti il 7 gennaio a Roma nel corso della commemorazione delle vittime dell’attentato di Acca Larentia e quali iniziative intenda adottare al fine di fare chiarezza e di far cessare qualunque attività o comportamento commessi in aperta e palese violazione del dettato costituzionale e delle leggi del nostro ordinamento”. È quanto chiedono i senatori del Pd al governo, con un’interrogazione rivolta alla premier, al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e al ministro della Giustizia Claudio Nordio, di cui è primo firmatario il presidente del gruppo Francesco Boccia. E ancora. Dopo aver gridato per tre volte ‘presente’ con le braccia tese nel saluto romano, “i militanti si sono spostati davanti all’ex sede del Msi, dove era presente anche il vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli e, come spesso è accaduto già in passato in occasione di altre commemorazioni, hanno salutato con il braccio teso di fronte a un manifesto nero recante la scritta ‘presente, presente, presente’ e in alto una croce celtica bianca. La XII disposizione transitoria e finale della Costituzione Italiana vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista e, in sua attuazione, la legge ‘Scelba’ prevede il reato di apologia del fascismo, punendo con la reclusione da 5 a 12 anni e con la multa da euro 1.032 a euro 10.329 chiunque promuova, organizzi o diriga le associazioni, i movimenti o i gruppi con carattere fascista – ricordano i senatori dem – Questa legge vieta di perseguire ‘finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista’, ovvero rivolgendo ‘la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito’ o compiendo ‘manifestazioni esteriori di carattere fascista’. È dunque evidente che le attività e i gesti compiuti durante la commemorazione rientrano pienamente nelle condotte vietate. Per questo chiediamo al governo valutazioni e un intervento tempestivo”. L’interrogazione chiede conto al governo anche delle dichiarazioni di Maurizio Gasparri, presidente dei senatori di Fi, contro la magistratura romana.
Interviene anche il M5S che presenterà un esposto alla Procura di Roma per chiedere anche di verificare la sussistenza del reato di apologia del fascismo.
La replica di Rampelli: “Cani sciolti, FdI non c’entra”
“Sono persone di varia provenienza, cani sciolti, organizzazioni extraparlamentari. Non hanno niente a che vedere con FdI”, replica il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, di Fratelli d’Italia, contattato da LaPresse. Che aggiunge: “Noi facciamo la nostra celebrazione ufficiale e poi andiamo via”, e anche quest’anno “Fratelli d’Italia si è presentata la mattina, ha deposto tre cuscini sui luoghi dove sono caduti i tre ragazzi. I giovani di FdI, il pomeriggio, organizzano invece una celebrazione al Parco della Rimembranza”, spiega Rampelli. Quest’ultima manifestazione viene organizzata in un altro luogo proprio per evitare di andare ad Acca Larentia, “dove ogni anno succede la stessa cosa, anche se l’anno scorso non ci sono stati interrogazioni parlamentari”, aggiunge il vicepresidente della Camera.
Le opposizioni
La segretaria del Partito democratico sottolinea il silenzio della premier. “Oggi presenteremo un’interrogazione al ministro Piantedosi, quel che è accaduto non è accettabile – scrive su Facebook Elly Schlein condividendo il video – E Meloni non ha niente da dire?”. Così come il leader di Iv, Matteo Renzi: “Meloni riuscirà, fra un post sulla Ferragni e una discussione su Delmastro o Lollobrigida, a dire che questo è sbagliato? Noi lo aspettiamo”.
L’Alleanza Verdi-Sinistra che con Angelo Bonelli chiede di “sciogliere tutte le organizzazioni neofasciste”. Il responsabile informazione del Pd, Sandro Ruotolo, rincara la dose: “In Germania arrestano chi fa il saluto romano. È accaduto a due italiani all’Oktoberfest. Da noi no. Accade ogni volta quando i fascisti commemorano Acca Larentia. Il fascismo è un crimine che va perseguito sempre. Le organizzazioni fasciste vanno sciolte”, scrive su X. “Una vergogna inaccettabile in una democrazia europea”, la definisce il leader di Azione, Carlo Calenda.
Tajani: “Legge vieta apologia di fascismo”
Si fa sentire il vicepremier e segretario di Forza Italia, Antonio Tajani: “Noi siamo una forza che certamente non è fascista, siamo antifascisti. Chi ha avuto un comportamento deve essere certamente condannato da parte di tutti, come devono essere condannate tutte le manifestazioni di sostegno a dittature. C’è una legge, è previsto che non si possa fare apologia di fascismo nel nostro paese”.
CasaPound: “Ogni 7 gennaio saremo in quel piazzale”
Con una nota, CasaPound Italia, interviene sulle polemiche per la commemorazione della strage di Acca Larentia: “Non ci interessa entrare nel solito rancido dibattito. A chi ci chiede un’opinione rispondiamo semplicemente come sia possibile che dopo 46 anni Franco Francesco e Stefano siano ancora senza giustizia. Dovrebbe chiederselo anche chi in queste ore sta gettando fango e nella propria bassezza dovrebbe vergognarsi. Le interrogazioni parlamentari, le polemiche, le richieste di identificazione e questo misero teatrino non potranno fermare il ricordo ed ogni 7 gennaio saremo in quel piazzale”.
(da La Repubblica)

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IL PNRR È IL PARADISO DEI TRUFFATORI, LA RAGIONERIA DI STATO STRIGLIA I MINISTERI: SERVONO CON URGENZA REGOLE PIÙ STRINGENTI SUGLI APPALTI DEI PROGETTI FINANZIATI DAL RECOVERY, “IN DIFESA DI RISORSE PUBBLICHE”

Gennaio 8th, 2024 Riccardo Fucile

FINORA L’EUROPA HA SGANCIATO ALL’ITALIA 102 MILIARDI. L’ALLARME È SU FATTURE FALSE O DOPPIE, CONFLITTO DI INTERESSI E PREZZI GONFIATI

L’impegno richiesto è «urgente». Perché «il flusso di denaro » che circola è «ingente»: 102 miliardi, i soldi del Pnrr che l’Italia ha incassato fino ad oggi. E soprattutto perché – recita l’alert che arriva dal ministero dell’Economia – l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza rischia di essere vanificato dal malaffare. «Da eventi di illecita captazione di risorse pubbliche», è l’espressione che marca la portata del rischio.
Messa nero su bianco nella nuova versione della “Strategia generale antifrode Pnrr” allestita dall’Ispettorato generale che risponde alla Ragioneria. L’urgenza, dunque. «Si invitano le amministrazioni titolari di misure Pnrr a recepire tempestivamente i contenuti del nuovo documento», scrive il Ragioniere Biagio Mazzotta nella circolare che accompagna le nuove disposizioni per Palazzo Chigi e i ministeri. È all’interno dei dicasteri che si sollecita a fare di più e meglio.
Il punto focale della strategia è l’autovalutazione del rischio di frode da parte dei ministeri. Per questo viene richiesta la costituzione di appositi gruppi di lavoro, denominati “Gruppi operativi per l’autovalutazione del rischio frode”.
Spetterà a loro, con l’ausilio di alcuni strumenti che arriveranno dalla regia centrale, effettuare un esame e una valutazione periodica dell’impatto e della probabilità dei potenziali rischi di frode che potrebbero verificarsi. Un compito complesso. Per questo le amministrazioni potranno utilizzare cartellini rossi, indicatori che «richiamano comportamenti e fatti potenzialmente anomali, che possono far sorgere il sospetto di trovarsi di fronte ad una frode».
La lista dei cartellini è ben dettagliata, a evidenziare le diverse fattispecie in cui si può nascondere l’illecito. Dal conflitto di interessi non dichiarato, quando ad esempio si percepisce un favoritismo nei confronti di un particolare contraente di un appalto che è inusuale o ingiustificato, ma anche quando si è di fronte a un’accettazione continua di prezzi elevati per lavori di qualità inferiore.
Quando invece c’è uno scarso controllo delle procedure di gara, come il mancato rispetto del calendario, il cartellino rosso segnala la possibile presenza di una fuga di dati relativi al bando.
E poi ci sono le fatture false, gonfiate e doppie. Sempre per rafforzare l’autovalutazione, ogni amministrazione dovrà assegnare un punteggio di rischio a ogni singolo progetto. Una mappatura continua, che non viene prescritta a caso. L’allarme intorno al Pnrr sta crescendo. Anche perché il sistema dei controlli presenta alcune falle. Le ha rintracciate la Corte dei conti, nell’ultima Relazione sullo stato di attuazione del Pnrr trasmessa al Parlamento.
(da La Repubblica)

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LA SONDAGGISTA ALESSANDRA GHISLERI: “ELLY SCHLEIN SI GIOCA IL TUTTO PER TUTTO NEL CONFRONTO CON GIORGIA MELONI, È L’OCCASIONE PER DIMOSTRARE AGLI ELETTORI DI CENTROSINISTRA CHE PUÒ REGGERE IL CONFRONTO CON MELONI”

Gennaio 8th, 2024 Riccardo Fucile

“SE ANDASSE MALE POTREBBE INDEBOLIRSI A VANTAGGIO DEGLI ALTRI LEADER DEL CENTROSINISTRA, A COMINCIARE OVVIAMENTE DA CONTE”… “ENTRAMBE, PERO’, HANNO QUALCOSA DA PERDERE”

Nel duello tv tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein, a prescindere da quando e dove si farà, «entrambe hanno da guadagnare e da perdere», assicura Alessandra Ghisleri.
La direttrice di Euromedia Research, sondaggista e osservatrice della nostra politica, si limita a sottolineare la differente condizione di partenza delle due leader:
«Una è al governo e ha un gradimento personale del 37-38%, con un’ampia fiducia nel bacino di centrodestra – spiega – l’altra è all’opposizione e gode di un consenso tra il 20 e il 22%, variabile in base alle forze del centrosinistra».
Un gap di popolarità non banale: Meloni ha fatto bene ad accettare il confronto? Non rischia di rimetterci?
«Credo che a entrambe convenga fare questa campagna “teaser”, creare l’attesa in vista del duello tra le due donne leader della politica italiana: puntare i riflettori su di loro e oscurare gli altri, fa gioco al Pd come a Fratelli d’Italia. Mi viene in mente l’annuncio della partecipazione di Berlusconi alla trasmissione di Santoro del 2013, del suo duello con Travaglio, si parlava solo di quello. Quanto al rimetterci, dipende da come andrà il confronto».
Chi vede favorita?
«Nessuna delle due. Meloni è da più tempo in politica, ha un’esperienza, una capacità dialettica e retorica superiori. Oltre a essere, al momento, leader indiscussa del centrodestra. D’altra parte, deve rendere conto dell’attività di governo, delle difficoltà e delle contraddizioni, e questo la rende più vulnerabile. Schlein è 8 anni più giovane, meno esperta e, soprattutto, non è ancora riconosciuta come leader del campo progressista. Ma ha il vantaggio di essere appena arrivata, di non avere responsabilità sul Pd di governo fino al 2022, quindi di poter offrire la sua visione e fare le sue proposte, parlando con maggiore libertà».
È stata proprio Schlein a lanciare la sfida, potrebbe rivelarsi un boomerang?
«Non credo, ma certo per lei sarà un esame importante, non privo di rischi. È l’occasione per dimostrare agli elettori di centrosinistra, in particolare quelli del Pd, che può reggere il confronto con Meloni e può effettivamente incarnare l’alternativa. Se va male, potrebbe indebolirsi a vantaggio degli altri leader del centrosinistra, a cominciare ovviamente da Conte.
Ma un eventuale faccia a faccia con Conte sarebbe per lei più impegnativo?
«Onestamente non penso, perché è vero che Conte ha esperienza di governo e maggiore conoscenza di alcuni dossier, ma allo stesso tempo verrebbe attaccato per quanto fatto nei suoi anni a Palazzo Chigi: rischierebbe di diventare una gara a rinfacciarsi gli errori».
Il dove e quando si farà il confronto sono variabili che possono pesare?
«Sì, perché in base a quando si svolgerà, ci saranno in agenda alcuni temi piuttosto che altri. E il dove non è mai un fattore neutrale, visto che parliamo di quello che potrebbe essere l’evento politico e mediatico del 2024. Sarebbe interessante organizzare una platea di giornalisti di varia estrazione, da Vespa a Mentana, da Porro a Berlinguer e fare una specie di conferenza stampa allargata. Ma mi rendo conto che poi sarebbe impossibile decidere dove trasmetterla».
Ma un confronto televisivo del genere, alla fine, sposta voti?
«Certo non tra destra e sinistra, ma può spostare qualcosa all’interno dei due schieramenti, diventano importanti le sfumature. Nel bene e nel male, si può guadagnare consensi come anche perderli. I telespettatori più interessati saranno Salvini e Tajani da una parte, Conte o Calenda dall’altra».
(da La Stampa)

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IL 2023 È STATO L’ANNO DELLA GRANDE FUGA DAI TELEGIORNALI: TUTTI I TG DELLA RAI E DI MEDIASET HANNO PERSO SPETTATORI MENTRE TGLA7 È L’UNICO CHE RIESCE A GUADAGNARE QUALCHE TELEMORENTE

Gennaio 8th, 2024 Riccardo Fucile

A PASSARSELA PEGGIO È IL TG1: NELL’EDIZIONE DELLE 20 PERDE 336MILA, PUR CONSERVANDO ANCORA IL PRIMATO DEL PIÙ VISTO (24,7%)… SI ASSOTTIGLIA LA DISTANZA CON IL TG5 CHE REGISTRA, PERÒ, UN -149MILA SPETTATORI MENTRE IL TG DI MENTANA CATTURA 4MILA SPETTATORI IN PIÙ

La grande fuga. Il 2023 è stato l’anno dell’esodo di massa dai telegiornali. Tutti: pubblici e privati. Sintomo di una conclamata disaffezione degli italiani, che preferiscono informarsi su altri media, abbandonando quelli tradizionali; nonché di un crescente “sgradimento” per i principali notiziari nazionali.
A fare eccezione è solo il TgLa7, l’unico che riesce a guadagnare un po’. Mentre Rai e Mediaset soffrono parecchio, soprattutto l’emittente di Stato, che perde — e tanto — sia in termini di audience, sia di share.
Per fare un calcolo totale: nell’anno appena passato, nella fascia serale, sono fuggiti dai telegiornali del servizio pubblico oltre mezzo milione di persone (578mila per l’esattezza), dai canali del Biscione 238mila, meno della metà. Enrico Mentana ne ha invece catturati 4mila in più.
A passarsela peggio è il Tg1 di Gian Marco Chiocci, che nell’edizione delle 20 ha lasciato per strada 336mila spettatori e mezzo punto di share, pur conservando ancora il primato del più visto (24,7%). Ma la distanza dal Tg5 di Clemente Mimun si è assottigliata, nonostante l’ammiraglia Mediaset, nella stessa edizione, cali in media di 149mila teste e lo 0,4 di share.
Simile il risultato del Tg2 di Antonio Preziosi, sprofondato al 5,8%: anche a lui nel 2023 è sfuggito mezzo punto di share (e 160mila ascoltatori).
Va invece meglio al Tg3 e alla TgR, che pur perdendo ascolti — 82mila persone il primo, 68mila la seconda — guadagnano entrambi lo 0,4 sebbene trasmessi su una rete, la terza, devastata dai nuovi vertici del servizio pubblico, decisi a depurare l’ex fortino rosso di programmi e conduttori vicini alla sinistra.
Chi gode, come detto, è il TgLa7 che avanza di uno 0,3 e raggiunge al 5,8 il telegiornale cadetto della Rai. Sostanzialmente stabili restano invece Studio Aperto (+0,1 di share) e il Tg4 (che scende dello 0,1).
A cavallo tra Natale e la Befana, nei telegiornali è difatti scattata un’infornata di promozioni e moltiplicazione di poltrone
Nelle redazioni si racconta infatti che almeno la metà della cinquantina di giornalisti beneficiati da uno scatto di carriera sono stati sollecitati a cancellarsi dall’Usigrai per iscriversi a Unirai, il nascente sindacato meloniano che intende far concorrenza alla storica rappresentanza interna, ritenuta troppo sbilanciata sulle opposizioni.
Complessivamente già in 200 avrebbero abbandonato, anche se l’Usigrai non appare preoccupata: «Quando nel ’94, con Berlusconi appena insediato, nacque il Singrai se ne andarono in 300, ma non fecero molta strada».
Una manovra pilotata dal settimo piano di Viale Mazzini per fidelizzare le truppe e assegnare le leve di comando a chi risponde ai nuovi potenti.
A fare impressione sono i numeri. Alla Testata regionale sono stati nominati tre condirettori e sei vicedirettori, come mai si era mai visto prima. Ad affiancare il direttore Alessandro Casarin, vicino alla pensione, sono stati confermati Roberto Pacchetti (d’area Lega) e Carlo Fontana (in quota Pd), mentre Carlo Gueli è la novità imposta da Giuseppe Conte. Stessa proporzione per i vice.
Tutti ingaggiati per seguire, ciascuno per la propria parte, le imminenti elezioni amministrative e regionali. Al Tg2 sono invece arrivate oltre una ventina di promozioni: 17 di line, ossia capiredattori, vice e capiservizio; il resto ad personam per meriti speciali, come quelli conquistati da Manuela Moreno, pupilla dell’ex direttore ora ministro Gennaro Sangiuliano, che conduce il Tg2 Post. Idem alla Radio, dove il direttore Francesco Pionati ha nominato cinque caporedattori centrali e 4 inviati, in attesa di riempire con il job posting altrettante caselle.
Come tutta questa voracità si possa sposare col mezzo miliardo di disavanzo in bilancio è un mistero. Che oltretutto rischia di premiare pochi e penalizzare tutti gli altri. I vertici Rai hanno infatti preannunciato al sindacato la disdetta del premio di risultato, calcolato su ascolti e margine operativo lordo, riconosciuto ogni anno ai giornalisti.
(da agenzie)

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CARO SOTTOSEGRETARIO DELMASTRO, COSA DICE DI MATTEO SUICIDA IN CELLA?

Gennaio 8th, 2024 Riccardo Fucile

LA LETTERA DI ILARIA CUCCHI… “AVEVA DISABILITA’ PSICHIATRICHE E AVEVA GIA’ MANIFESTATO IL PROPOSITO DI IMPICCARSI, GLI AGENTI LO SAPEVANO”

Signor Sottosegretario al Ministero della Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, voglio chiederle: lei sa chi è Matteo Concetti? Sicuramente no, perché era un giovane uomo detenuto nel carcere di Ancona. Per una persona, come lei, che nella scorsa Legislatura si è impegnata a portare avanti una battaglia come quella di tentare di eliminare dalle funzioni istituzionali del Dipartimento di Polizia Penitenziaria la tutela dei detenuti limitandola ai soli agenti, cosa possono contare la salute e la vita dei carcerati? Nulla.
A lei non interessa nulla il fatto che Matteo, persona con particolari deficit psichiatrici tanto da aver costretto il Tribunale di Rieti a nominargli un amministratore di sostegno, la sera del 4 gennaio sia stato trovato morto impiccato nella cella di isolamento nella quale era stato rinchiuso. Un ragazzo di soli 23 anni con disabilità psichiatriche che viene ristretto in un carcere, e pure in cella d’isolamento, abbandonato ad un destino assolutamente prevedibile.
Matteo aveva manifestato più volte il proposito di impiccarsi. Lo ha fatto con le lenzuola della sua branda. Non solo la madre lo aveva detto agli agenti ma, fatto ancor più grave, già il 28 dicembre il suo avvocato aveva inviato una pec alla struttura carceraria chiedendo un colloquio urgente per discutere della terapia medica che gli veniva somministrata. Addirittura l’avvocata Cinzia Casciani ha messo nero su bianco il fatto che Matteo avesse più volte detto di volersi suicidare!
Caro Sottosegretario le confesso che io, a differenza sua, mi sento tanto in colpa. Non riesco a dormire. Sa perché? Perché la madre di quel ragazzo aveva cercato di contattarmi riuscendo a parlare con me al telefono alle 14 di quel maledetto giorno. Era arrabbiata per l’inerzia indolente dell’Amministrazione.
Disperata per la sua preoccupazione perché conosceva bene suo figlio e sapeva che non scherzava. Ho fatto mie quelle preoccupazioni. Stavo preparando le valigie per fare ritorno a Roma da Ferrara, la città del mio compagno, ripromettendomi che alla ripresa del mio lavoro, la prima cosa che avrei fatto sarebbe stata quella di contattare il Carcere ed il DAP.
Non ho fatto in tempo: Matteo Concetti è deceduto alle 20 di quello stesso giorno in cui sua madre aveva parlato con me. Mi sto chiedendo se avrei potuto fare qualcosa per salvarlo.
I miei figli di fronte al mio sconforto, dicono che non sarebbe cambiato nulla. “Mamma – mi dicono – non ci sarebbe stato tempo e poi, con tutte le continue richieste di aiuto che ricevi da ogni parte come potevi sapere che quel ragazzo lo avrebbe fatto davvero?”. Hanno ragione ma io mi sento in colpa.
Credo sia normale visto che un ragazzo di 23 anni oggi non c’è più. Ma io le chiedo: come si può concepire che possa essere trattato in questo modo?! Il sindacato di Polizia Penitenziaria, puntuale come sempre, fa sapere che nei giorni precedenti Matteo aveva aggredito un agente. Ma era un malato psichiatrico con tanto di amministratore di sostegno, caro Sottosegretario! Le interessa tutto questo? Si sente in colpa come titolare delle funzioni istituzionali che riveste o quantomeno come uomo?Onestamente non credo.
D’altronde, non si può mettere certo in discussione la sua coerenza dal momento che, in questa Legislatura, non sono mancate le interrogazioni parlamentari sui suoi rapporti, a dir poco anomali, con la Penitenziaria, con una delle relative organizzazioni sindacali in particolare.
Il sindacato che oggi interviene sulla morte annunciata di Matteo denuncia lo stato di profondo degrado delle nostre carceri ma si indigna, difendendola, con i partiti che le hanno proposte facendo esplicito riferimento alla famosa cena col botto.
Lei e soltanto lei, oggi, dovrà rispondere su questa tragedia. Ma non mi aspetto nulla da parte sua. Sono note le sue vibranti prese di posizione per abolire la legge che punisce la tortura, rea, la legge, di non consentire agli agenti di difendersi. Per lei le Istituzioni non debbono sprecare tempo e risorse per la tutela della popolazione carceraria di questo Paese. Si tratta, in fondo, soltanto di numeri privi di identità e diritti.
Nobile e di alto valore la sua decisa presa di posizione documentata in un video girato nel Settembre del 2020, davanti al carcere di Biella, ove lei disse a gran voce: «Intanto il 33 per cento dei detenuti sono stranieri. Prendano la barca e tornino a casa loro a scontare». Queste le sue esatte parole.
Intanto Matteo Concetti non c’è più ed io non me ne do pace. Alimenterà l’allucinante statistica dei suicidi in carcere avvenuti nel nostro Paese, nell’indifferenza generale e, soprattutto, sua. Io porto il peso di questa immane tragedia. Sicuramente vive meglio lei, tra feste, cene e proclami.
Farei a cambio con Lei? No grazie. Preferisco la mia vita.
Preferisco condividere il dolore delle famiglia Concetti come quelle di tutti gli ultimi i cui diritti sono quotidianamente calpestati da uno Stato troppo spesso cieco, sordo, quando non addirittura crudele.
Buona vita Sottosegretario
Ilaria Cucchi

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IL “CORRIERE DELLA SERA”, FINORA TURBO MELONIANO, INIZIA A RANDELLARE LA SORA GIORGIA CON UNA SERIE DI ARTICOLI AL FIELE

Gennaio 8th, 2024 Riccardo Fucile

MOTIVO? IL TAGLIO AL CANONE RAI, VOLUTO DA SALVINI, DANNEGGERA’ MEDIASET E LA7 (DI PROPRIETA’ DI URBANETTO) SUL TETTO PUBBLICITARIO… E QUINDI CAIRO HA MANDATO UN BEL SEGNALE AL GOVERNO

Il Corriere della Sera di sabato 6 gennaio offre un interessante panorama di quali sono i fronti di attacco dell’antico, già autorevole e tuttora più diffuso tra i quotidiani a stampa a diffusione nazionale.
L’EDITORIALE DI POLITO SUL CORRIERE
L’editoriale, firmato dal bravissimo Antonio Polito promette bene già dal titolo (“Una lunga disfida a destra”) ma dà il meglio di sé nel paragrafo finale, che trascrivo: “La stabilità dei governi è importante. Ma anche la qualità della loro azione lo è. E se da qui alle elezioni europee diventa una precipitosa corsa a destra, a chi è più estremista, allora nessuna sorpresa se poi un deputato mette mano alla pistola”.
Insomma, se dalla pistola tascabile incautamente esibita dall’onorevole Fdi Emanuele Pozzolo è partito un colpo la responsabilità di quel “mettere mano alla pistola” è di Giorgia Meloni, rea di agevolazione di una rincorsa tra estremismi
LE PAROLE PER MELONI
Si prosegue con un secondo titolo a prima vista neutro (“Meloni e Schlein, corsa per il duello tv/Lite nel centrodestra sulle Regionali”) che però di fatto pone la coalizione di governo in una luce non favorevole mentre esalta Elly Schlein come paladino dell’opposizione.
Il terzo titolo suona così: “Evoca il complotto. É debole e furba”. In questo caso si tratta di uno “strillo” cioè del richiamo di un’intervista all’interno del giornale, accompagnato da uno stringatissimo cenno all’intervista con Luca Zingaretti (che è poi non sorprendentemente Nicola Zingaretti ed è così titolata: “Così faremo chiarezza. Questa destra ha preso una deriva estremista/ Zingaretti: debolezza e furbizia nelle parole della premier”).
Per finire con la prima pagina, il caffè con la giusta dose di stricnica Gramellini lo serve (oltre che a Conte, presidente di un governo “parolaio”) a Meloni che è capo di un governo “piagnone”.
A pagina 7 si trova un articolo intitolato “Meloni, dietro lo sfogo tentativi e pressioni per nomine e appalti” dove si può leggere che “…in questo primo anno di governo Meloni ha acquisito un’altra consapevolezza, di cui si doglia (in italiano si duole, ndr) in privato. Berlusconi diceva che cercava i bottoni del potere sulla sua scrivania ma non li trovava. Forse anche Giorgia Meloni sta sperimentando la stessa sensazione”.
IL CORRIERE HA ANTIPATIA PER MELONI?
Diciamo che si registra insofferenza se non vera e propria antipatia del “Corrierone” nei confronti dello schieramento di centro destra o destra centro e in particolare nei confronti della leader dello schieramento da tempo, per la precisione da quando Meloni ebbe, nel settembre scorso, la rischiosa idea di correre per vincere le elezioni e poi di vincerle davvero. Cose che non si fanno Giorgia
(da starmag.it)

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MEGLIO SOLINAS CHE MALE ACCOMPAGNATI: LA LEGA MINACCIA LO STRAPPO SULLA CANDIDATURA DEL GOVERNATORE USCENTE DELLA SARDEGNA, A CUI SI OPPONE FRATELLI D’ITALIA

Gennaio 8th, 2024 Riccardo Fucile

I MELONIANI STRACCIANO LA REGOLA DELLA CONFERMA DEI PRESIDENTI USCENTI, MA SALVINI TIENE IL PUNTO E RILANCIA: “SIAMO PRONTI AD ANDARE DA SOLI”

«Su Paolo Truzzu in Sardegna non si tornerà indietro, il territorio ha deciso e Matteo Salvini lo sa». Dal quartier generale di Fratelli d’Italia indicano la rotta da seguire e decisa da Giorgia Meloni, in attesa del vertice che la premier farà con Salvini e […] Tajani per dipanare la matassa delle regionali che sta spaccando il centrodestra nel profondo.
Il caso Sardegna rischia di portarsi dietro divisioni anche nelle altre quattro Regioni al voto quest’anno e che vedono come governatori uscenti tutti esponenti di Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia. Andrea Crippa, braccio destro del leader del Carroccio, lo ha già detto chiaramente: «Se mettiamo in discussione la Sardegna e la riconferma di Christian Solinas, allora si ridiscute tutto venendo meno il principio della ricandidatura degli uscenti»
Un principio che non piace a FdI,che delle cinque regioni al voto vedrebbe la riconferma solo di Marco Marsilio in Abruzzo, mentre la Lega riconfermerebbe anche Donatella Tesei in Umbria e Forza Italia Vito Bardi in Basilicata e Alberto Cirio in Piemonte: «Ma ci rendiamo conto che noi con il 30 per cento di consensi e la guida del Paese non abbiamo la guida di una sola delle grandi regioni del Nord e di quelle al voto quest’anno, tranne l’Abruzzo?», aggiungono dal fronte dei meloniani, che nel mirino hanno messo Sardegna e Umbria, a danno in entrambi i casi della Lega.
Perciò Salvini dice ai suoi di tenere il punto. Sulla Sardegna i leghisti fanno la voce grossa: «Pronti ad andare da soli». Il vicepremier sa che col suo partito all’8 per cento rischia di perdere sempre più spazi e trema pensando al Veneto al voto nel 2025.
Alla finestra resta Forza Italia, il vero vaso di coccio nello scontro tra Meloni e Salvini sulle regionali. Il partito guidato da Antonio Tajani vuole riconfermare il Piemonte con Cirio e il ministro degli Esteri ha fatto di tutto per blindare Bardi in Basilicata, un suo fedelissimo. Creando non pochi mugugni tra i forzisti, che temono di perdere il Piemonte, con conseguente rischio di fuga di dirigenti per la debolezza del partito.
In Sardegna, raccontano, Alessandra Zedda è su tutte le furie per la posizione forzista al tavolo locale sulle amministrative, con gli azzurri a sostegno della linea meloniana e dunque contro il bis di Solinas, senza chiedere però un nome forzista. Mentre in vista delle Europee ha lasciato il partito Aldo Patricello, che si candiderà con la Lega non prima di aver sottolineato come «ormai in Forza Italia il segretario pensi solo alla sua stretta cerchia». Come nel caso Bardi in Basilicata, appunto.
In questo clima dovrebbe tenersi l’incontro dei leader Meloni, Salvini e Tajani per trovare la quadra, senza al momento un’idea di quale possa essere: non sarà facile. E così il centrosinistra, diviso in diverse regioni, ha una motivazione in più per compattarsi e tentare la spallata: su questo si è messa al lavoro la segretaria dem Elly Schlein.
A partire dalla Sardegna: Renato Soru al telefono le ha dato una disponibilità al passo indietro, ma a patto che lo faccia anche l’altra candidata in campo per il centrosinistra, la cinquestelle Alessandra Todde […] «Non ho mai perso la speranza di una ricomposizione – afferma la segretaria Pd a “In Onda” su La7 – soprattutto oggi che emergono spaccature della destra». Ma, aggiunge, il sostegno del Pd va a Todde.
(da agenzie)

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“TRA SALVINI E MELONI, ALLA FINE, NE RESTERA’ SOLTANO UNO” STEFANO FOLLI EVOCA UNA RESA DEI CONTI FINALE TRA I DUE CAPETTI DEL CENTRODESTRA

Gennaio 8th, 2024 Riccardo Fucile

“LE RIVALITÀ AL VERTICE DI UNA PIRAMIDE DI POTERE SI RISOLVONO PRIMA O POI IN MANIERA CRUENTA… L’ERA MELONI DIFFERISCE DALL’ERA BERLUSCONI, QUANDO AD ARCORE SI DECIDEVA DI RINUNCIARE A QUALCOSA NEGLI ENTI LOCALI E NELLE CITTÀ PER PRESERVARE L’EQUILIBRIO FRA GLI ALLEATI: L’ATTUALE PREMIER NON RINUNCIA A NULLA”

Forse è un errore pensare che in Sardegna il centrodestra abbia giocato al suo interno una partita tutta centrata solo sulle poltrone. Solinas, presidente uscente dal mediocre curriculum, contro Truzzu, sindaco di Cagliari e figura emergente sostenuta da Giorgia Meloni: con vittoria di quest’ultimo e minaccia di ritorsioni leghiste. Davvero Solinas vale il governo nazionale? Davvero l’antagonista Truzzu è l’uomo intorno al quale si decidono le sorti del “sovranismo” all’italiana?
I realisti dicono che tutto si accomoderà: una coalizione, sia pure sgangherata ma tenuta insieme dal potere, non ha interesse a suicidarsi. Ergo, si troverà un compromesso . Altri vedono invece un “Papeete 2”. Salvini che commette per la seconda volta lo stesso errore e butta all’aria il tavolo governativo. È un sogno accarezzato soprattutto a sinistra: il leghista che abbatte la premier pur non sapendo esattamente cosa fare dopo
C’è tuttavia una terza ipotesi che considera lo scontro sulla Sardegna, cui si legano le tensioni circa le altre regioni in cui si voterà a breve, l’inizio di una vera e propria resa dei conti tra Meloni e Salvini. Il che non dovrebbe stupire: la storia insegna che le rivalità al vertice di una piramide di potere si risolvono prima o poi in maniera cruenta, se non esiste un sistema di regole riconosciute.
Nel centrodestra si è creata la situazione più paradossale: Salvini era qualche anno fa il leader riconosciuto ha dovuto piegarsi alla scalata di Fratelli d’Italia, che lo ha ridotto al rango di socio minore. Di conseguenza prigioniero di un desiderio di rivalsa che si traduce nella tendenza alla guerriglia quotidiana. È inevitabile che prima o poi si arrivi al chiarimento. Stavolta l’impressione è che alla fine debba restarne solo uno tra il leghista e il presidente del Consiglio.
Potranno volerci parecchi mesi, senza dubbio almeno fino alle europee, ma poi la coalizione, se riuscirà a sopravvivere, dovrà esibire una struttura più chiara .Avrà un capo e degli alleati subordinati, senza sfide quotidiane.
Sotto questo aspetto l’era Meloni differisce assai dall’era Berlusconi, quando ad Arcore si decideva di rinunciare a qualcosa negli enti locali e nelle città per preservare l’equilibrio fra gli alleati. […] l’attuale premier non rinuncia a nulla perché nella sua logica c’è il premierato, ossia un ruolo decisionale che dovrebbe essere sancito anche sul piano istituzionale, figurarsi nella pratica quotidiana
Salvini dovrà chinare la testa in Sardegna in cambio di qualche compensazione altrove. Del resto nel governo il capo della Lega dispone ancora di molte leve il compromesso sarà sottoscritto da due poteri non uguali bensì asimmetrici. Quasi ad anticipare uno scenario che prenderà forma in un futuro tutt’altro che lontano. La diarchia non è fatta per l’Italia di oggi.
(da agenzie)

Forse è un errore pensare che in Sardegna il centrodestra abbia giocato al suo interno una partita tutta centrata solo sulle poltrone. Solinas, presidente uscente dal mediocre curriculum, contro Truzzu, sindaco di Cagliari e figura emergente sostenuta da Giorgia Meloni: con vittoria di quest’ultimo e minaccia di ritorsioni leghiste. Davvero Solinas vale il governo nazionale? Davvero l’antagonista Truzzu è l’uomo intorno al quale si decidono le sorti del “sovranismo” all’italiana?
I realisti dicono che tutto si accomoderà: una coalizione, sia pure sgangherata ma tenuta insieme dal potere, non ha interesse a suicidarsi. Ergo, si troverà un compromesso . Altri vedono invece un “Papeete 2”. Salvini che commette per la seconda volta lo stesso errore e butta all’aria il tavolo governativo. È un sogno accarezzato soprattutto a sinistra: il leghista che abbatte la premier pur non sapendo esattamente cosa fare dopo
C’è tuttavia una terza ipotesi che considera lo scontro sulla Sardegna, cui si legano le tensioni circa le altre regioni in cui si voterà a breve, l’inizio di una vera e propria resa dei conti tra Meloni e Salvini. Il che non dovrebbe stupire: la storia insegna che le rivalità al vertice di una piramide di potere si risolvono prima o poi in maniera cruenta, se non esiste un sistema di regole riconosciute.
Nel centrodestra si è creata la situazione più paradossale: Salvini era qualche anno fa il leader riconosciuto ha dovuto piegarsi alla scalata di Fratelli d’Italia, che lo ha ridotto al rango di socio minore. Di conseguenza prigioniero di un desiderio di rivalsa che si traduce nella tendenza alla guerriglia quotidiana. È inevitabile che prima o poi si arrivi al chiarimento. Stavolta l’impressione è che alla fine debba restarne solo uno tra il leghista e il presidente del Consiglio.
Potranno volerci parecchi mesi, senza dubbio almeno fino alle europee, ma poi la coalizione, se riuscirà a sopravvivere, dovrà esibire una struttura più chiara .Avrà un capo e degli alleati subordinati, senza sfide quotidiane.
Sotto questo aspetto l’era Meloni differisce assai dall’era Berlusconi, quando ad Arcore si decideva di rinunciare a qualcosa negli enti locali e nelle città per preservare l’equilibrio fra gli alleati. […] l’attuale premier non rinuncia a nulla perché nella sua logica c’è il premierato, ossia un ruolo decisionale che dovrebbe essere sancito anche sul piano istituzionale, figurarsi nella pratica quotidiana
Salvini dovrà chinare la testa in Sardegna in cambio di qualche compensazione altrove. Del resto nel governo il capo della Lega dispone ancora di molte leve il compromesso sarà sottoscritto da due poteri non uguali bensì asimmetrici. Quasi ad anticipare uno scenario che prenderà forma in un futuro tutt’altro che lontano. La diarchia non è fatta per l’Italia di oggi.
(da agenzie)

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