Gennaio 8th, 2024 Riccardo Fucile
VANNACCI E’ SOTTOPOSTO A PROCEDIMENTO DISCIPLINARE: RISCHIA DALLA SOSPENSIONE ALLA RIMOZIONE DAL GRADO
Al ministero della Difesa si sono scocciati di questo comandante che
continua a fare il capopopolo nonostante sia stato sottoposto a procedimento disciplinare. Nella Lega, invece, sul suo nome, la spaccatura è ormai profonda […] Verona, tre giorni fa. […] la presentazione del famoso libro scritto dal generale Roberto Vannacci, Il mondo al contrario […] è saltata. Inviti già spediti, prenotata una sala dell’hotel San Marco
Solo che il proprietario dell’albergo non legge il libro, ma l’elenco di quelli che si sono dati appuntamento per protestare, e si spaventa: Potere al Popolo, Rifondazione Comunista (che, evidentemente, ancora esiste), Paratodos, Circolo Pink, più antifascisti comuni.
Non è la prima volta che accade. Anzi, diciamola meglio: accade sempre. Ovunque arrivi il generale. Sit-in, il 13 dicembre scorso, a San Donato Milanese; stessa scena il giorno dopo, a Torino, davanti al centro studi San Carlo; il 20 dicembre, a Piacenza, mentre lui è dentro il Teatro President, tafferugli tra manifestanti e un gruppo di camerati in adunata per festeggiare, distribuendo cinghiate, il loro militare preferito. Proteste anche a Piombino, Monza, Pescara, Udine.
Lui, però, imperterrito. E molto soddisfatto, su ogni palco, parla. E straparla. Di «patriarcato»: «Macché patriarcato! La verità è che cresciamo degli smidollati. Se un ragazzo non studia, a lavorare!». Quando Giulia Cecchettin viene uccisa a coltellate: «No, non mi piace chiamarlo “femminicidio”…».
Poi, tutto serio, racconta: «… Fu nel 1975, a Parigi, che cominciai a venire a contatto, quotidianamente, con persone di colore. Ricordo nitidamente quanto suscitassero la mia curiosità, tanto che, nel metrò, fingevo di perdere l’equilibrio per poggiare accidentalmente la mano sopra la loro e capire, appunto, se la loro pelle fosse al tatto più o meno rugosa della nostra». Nelle sale: la gente in piedi, tra applausi scroscianti e grida di evviva. Richieste di selfie, e implorazioni: «Forza, generale, scenda in politica!».
Nella sede della Lega, il vicesegretario Andrea Crippa, che gode della totale fiducia di Salvini: «Se Vannacci dovesse decidere di candidarsi, le nostre porte sono spalancate». Vannacci, euforico, ringrazia. Raccontano — indiscrezione non confermata — che incontri almeno tre volte Salvini in privato. La trasmissione Report, su Rai3, riferisce addirittura di un accordo tra i due (quando il giornalista gli chiede conferma, il generale risponde sorpreso: «E lei come fa a sapere questa cosa?»)
Retroscena diffusi: Salvini, terrorizzato di finire sotto il 9% alle Europee, pensa che «Vannacci sia l’uomo giusto» da candidare in Italia centrale Ma si diceva: su Vannacci la Lega è spaccata. Il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, è stato netto: non gli piace, il generale. Identico concetto espresso anche dal ministro Giancarlo Giorgetti e dai governatori Luca Zaia e Massimiliano Fedriga, preoccupati di perdere il voto moderato nelle loro regioni.
Il generale, intanto, è stato strigliato dal ministro della Difesa Guido Crosetto («Farnetica»), trasferito a Roma con l’incarico di capo di stato maggiore del comando delle forze operative terrestri e, contemporaneamente, sottoposto a procedimento disciplinare (rischia dalla sospensione alla rimozione dal grado).
Ha fatto sapere che un eventuale suo partito, «Europa sovrana e indipendente», nascerà — eventualmente — dopo le Europee. Quindi è inutile tornare sull’argomento (un’anima pia ha nel frattempo fornito il suo numero di cellulare).
Generale, si candiderà per la Lega?
«Faccio il militare, per ora. Poi, se cambierò idea, sarò io a darne notizie».
Insisto. La Lega, sul suo nome, s’è addirittura spaccata.
«Ripeto: per ora non c’è niente di concreto».
Non Salvini, che è un suo fan, ma alcuni suoi colonnelli, sono perplessi sulla sua candidatura: perché lei viene, regolarmente, contestato.
«Guardi: la verità è che vengo, regolarmente, invitato. E per 40 persone che mi contestano, ce ne sono ogni volta 400 che mi applaudono. Perché c’è un’ampia fetta di società italiana che vuole sentire le cose che dico, e che si identifica con i miei discorsi».
(da agenzie)
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Gennaio 8th, 2024 Riccardo Fucile
DA OGGI SCATTERANNO LE CONVOCAZIONI DEI PROBIVIRI, MA POZZOLO, PRESENTANDO UNA LISTA DI TESTIMONI, PUÒ FAR ALLUNGARE I TEMPI
Sospeso, in via cautelare, dal partito e, presto, dal gruppo di Fratelli d’Italia alla Camera. È ormai segnata la prospettiva di Emanuele Pozzolo, accusato di aver provocato il ferimento, con un colpo partito accidentalmente dalla sua pistola, del trentunenne Luca Campana sul finire della festa di Capodanno organizzata dalla sindaca di Rosazza, Francesca Delmastro e da suo fratello, il sottosegretario Andrea, entrambi in quel momento fuori dal locale.
Pozzolo non ha fatto il bel gesto di autosospendersi da FdI. Anche perché giura di non essere stato lui a sparare nonostante ci siano due testimoni che sostengono il contrario.
Il provvedimento è già scattato nel momento in cui Giorgia Meloni ha ufficializzato nella conferenza stampa di inizio anno la richiesta di deferirlo ai probiviri e di sospenderlo da FdI.
Senza entrare nel merito della dinamica dell’accaduto, ma ritenendo «irresponsabile» la gestione dell’arma, detenuta per difesa personale da Pozzolo.
Stamane, dunque, in via della Scrofa, sede del partito, si aprirà il capitolo delle conseguenze che la sospensione comporterà per il deputato di Vercelli. Si partirà con la comunicazione al gruppo di FdI della sospensione cautelare del deputato, sulla base della quale l’ufficio di presidenza valuterà l’analoga sospensione dal gruppo parlamentare.
Oggi non è prevista aula a Montecitorio, quindi il nodo si scioglierà domani quando i deputati sono attesi, secondo calendario, per la discussione generale del decreto sul Piano Mattei, molto caro alla premier Meloni.
Pozzolo sarebbe stato sicuramente in Aula se nulla fosse accaduto. Ma alcune voci ieri davano per certo che, almeno per questa settimana, non verrà a Roma. Intanto al partito si studiano i precedenti. Pozzolo potrà essere costretto ad andare nel Gruppo misto, continuando a votare e intervenire solo a titolo personale.
La voglia di chiudere al più presto questo capitolo imbarazzante nel partito è evidente. Ma potrebbe non andare così. Il potere d’intervento di Meloni è terminato con la richiesta di sospensione. Il fatto che sia la prima volta che lo richiede di persona vale già come moral suasion ad accelerare. Ma sull’organo di garanzia lei non può, e non deve, intervenire
Da oggi scatteranno le convocazioni dei probiviri che dovranno analizzare il dossier con il materiale di stampa. Poi la procedura consente all’incolpato di essere ascoltato. E, se lo ritiene, presentare una lista di testimoni. In tal caso i tempi si allungherebbero. Se poi Pozzolo chiedesse di attendere i tempi della giustizia si potrebbe bloccare tutto.
Al termine dell’iter la commissione potrà decidere una sospensione effettiva o l’espulsione. Sanzioni che non terranno conto della posizione giudiziaria. Meloni è già andata oltre, si fa notare, dicendo che Pozzolo al «dovere legale e penale di custodire un’arma con responsabilità e serietà è venuto meno. E questo non va bene per qualsiasi italiano figuriamoci per un parlamentare di FdI».
(da il Corriere della Sera)
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Gennaio 8th, 2024 Riccardo Fucile
“IL BENEFICIARIO PIÙ EVIDENTE È IL MILIARDARIO FRANCESCO GAETANO CALTAGIRONE, ALLEATO CHIAVE PER IL GOVERNO DELLA MELONI: POSSIEDE GIORNALI INFLUENTI IN REGIONI DOVE IL SUO SOSTEGNO È FORTE”
Dimenticate l’S&P 500 e l’eccitazione frenetica delle ultime
settimane, con l’indice statunitense che raggiunge livelli record. L’indice FTSE MIB dei 40 titoli più importanti d’Italia è il vero protagonista del boom. Negli ultimi tre anni, il benchmark italiano ha eclissato l’indice S&P 500 in termini di valuta locale. Mentre l’S&P non ha mai toccato un nuovo massimo e a gennaio è sceso, il mercato italiano ha continuato la sua corsa al rialzo.
Il boom è probabilmente anche più sano. Mentre i titoli tecnologici dei Magnifici Sette hanno rappresentato la maggior parte dei guadagni degli Stati Uniti, la corsa al rialzo dell’Italia è stata guidata da una più ampia gamma di società, tra cui l’appaltatore della difesa Leonardo, che ha visto le sue azioni raddoppiare nell’ultimo anno, la casa automobilistica Ferrari (+50%) e le banche, guidate da UniCredit (+77%).
Ora il governo di Giorgia Meloni promette di andare oltre per rendere più facile l’accesso al mercato azionario e premiare gli azionisti che investono a lungo termine: il cosiddetto DDL Capitali – o legge sul capitale – dovrebbe passare in Parlamento nelle prossime settimane.
Le misure dovrebbero rilanciare l’economia italiana e arginare la fuga delle aziende locali verso i paesi concorrenti dell’UE, in particolare i Paesi Bassi. Dovrebbero inoltre favorire direttamente il programma di privatizzazioni del governo, che dovrebbe raccogliere 20 miliardi di euro nei prossimi tre anni.
Ma tra alcune aziende e azionisti si è diffuso l’allarme che la normativa, anziché liberalizzare e incentivare gli investimenti nelle imprese italiane, possa fare il contrario. Gli emendamenti tardivi hanno conferito al testo una piega protezionistica, a vantaggio degli interessi degli alleati della Meloni e potenzialmente scoraggiando gli investimenti internazionali.
Tra gli emendamenti più eclatanti c’è una norma che incentiverebbe in modo estremo la detenzione di azioni per 10 o più anni, concedendo a questi investitori un diritto di voto 10 volte superiore a quello degli azionisti a breve termine. Sebbene la disposizione si applichi teoricamente a qualsiasi investitore, di fatto favorisce alcuni tipi di azionisti italiani – tipicamente le entità sostenute da famiglie che cercano di mantenere il controllo delle società, nonché il tipo di fondazioni locali che sono state azioniste di lungo termine, anche se spesso politicizzate, delle banche italiane.
Il beneficio derivante dal potere di voto supplementare dovrebbe essere esercitato in modo più significativo attraverso un’altra delle disposizioni chiave della nuova legge, che conferisce agli azionisti una maggiore voce in capitolo nella nomina dei membri del consiglio di amministrazione di una società.
Questo potrebbe sembrare positivo. Tuttavia, ciò metterebbe fuori gioco gli attivisti degli hedge fund. Inoltre, i nuovi meccanismi contorti per la nomina degli amministratori renderebbero potenzialmente inapplicabile un regime di corporate governance già di per sé bizzarro, in cui i consigli di amministrazione delle grandi società e gli azionisti più attivi spesso propongono liste di candidati amministratori in competizione tra loro, secondo gli esperti.
Un rapporto dell’autorità di vigilanza sui valori mobiliari della Consob ha affermato che la riforma potrebbe “rappresentare un [assetto] unico a livello internazionale, minando gli obiettivi di semplificazione, stabilità e comprensibilità della normativa di settore”.
Il beneficiario più evidente del disegno di legge emendato è il miliardario Francesco Gaetano Caltagirone, ottuagenario barone delle costruzioni e dei media, azionista di rilievo di due dei più potenti gruppi italiani di servizi finanziari, Generali e Mediobanca. Lui e i suoi alleati sono stati ostacolati nel tentativo di imporre nuovi consigli di amministrazione in entrambe le società. Caltagirone è anche un alleato chiave per il governo della Meloni: possiede giornali influenti in regioni dove il suo sostegno è forte.
Se la legge passasse come proposto, rappresenterebbe un secondo passo indietro per i mercati italiani nel giro di pochi mesi. Lo scorso agosto, le azioni delle banche sono crollate dopo un caotico annuncio di una tassa sulle banche. Dopo una serie di discussioni all’interno della coalizione di governo della Meloni, l’aliquota dell’imposta è stata ridotta e poi è stata introdotta un’alternativa, in base alla quale una banca può aumentare le proprie riserve piuttosto che pagare la tassa.
Il Tesoro italiano ha salutato il risultato, che ha visto un gettito fiscale quasi nullo, come una spinta alla solidità patrimoniale delle banche in un momento in cui l’aumento dei tassi di interesse minaccia di innescare un’impennata dei prestiti in sofferenza. Anche se ciò fosse vero, qualsiasi beneficio accidentale è stato compromesso dal danno reputazionale causato dall’episodio. Le tasse ad hoc e i cambiamenti di politica hanno reso molti gestori statunitensi diffidenti nei confronti di mercati come l’Italia, la Spagna e il Regno Unito.
Finora il mercato azionario italiano ha prosperato nonostante tutto questo, ma il governo Meloni non può certo permettersi di essere ottimista: il rapporto tra prezzo e utili dell’S&P 500 è di circa 25 volte, mentre il FTSE MIB è ancora a una cifra.
Patrick Jenkins
per il “Financial Times”
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Gennaio 8th, 2024 Riccardo Fucile
IL DEPUTATO NON AVREBBE MAI DOVUTO TIRARE FUORI IL REVOLVER, CHE POTEVA PORTARE SEMPRE CON SÉ IN BASE A UN PORTO D’ARMI “PER DIFESA PERSONALE” RILASCIATO NEANCHE VENTI GIORNI PRIMA… E NON AVREBBE DOVUTO MANEGGIARLO IN UNA SITUAZIONE IN CUI NON C’ERA ALCUN TIMORE PER LA SUA SICUREZZA
Qualcuno lo ha definito «su di giri». Qualcun altro ha detto che, quando è arrivato, «era molto allegro». Ma i due testimoni oculari sentiti finora dai magistrati non hanno dubbi: «È stato Emanuele Pozzolo a sparare il colpo» che ha ferito alla gamba il trentunenne Luca Campana, genero del caposcorta del sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro.
A una settimana dal Capodanno di Rosazza le testimonianze raccolte dai carabinieri inchiodano il deputato sospeso da Fratelli d’Italia e smentiscono la versione che il trentottenne al primo mandato in Parlamento ha fornito la stessa notte agli investigatori.
È lui, infatti, l’unico indagato nell’inchiesta aperta dalla procura […] per lesioni, accensioni pericolose e omessa custodia dell’ arma: il mini-revolver North American Arms Provo Ut, calibro 22 che deteneva regolarmente, con altre cinque, tra semiautomatiche e fucili.
CHI HA «ARMATO IL CANE»?
Ad amici e colleghi, il parlamentare continua a giurare: «La pistola è caduta a terra. Non sono stato io a premere il grilletto». Ma la sua versione è considerata poco credibile
Per prima cosa, Pozzolo non avrebbe mai dovuto tirare fuori il revolver, che poteva portare sempre con sé in base a un porto d’armi «per difesa personale» rilasciato il 12 dicembre, neanche venti giorni prima, dalla prefettura di Biella. E, di certo, non avrebbe dovuto maneggiarlo in una situazione in cui non c’era alcun timore per la sua sicurezza.
HA SPARATO POZZOLO?
Tra i vari testimoni già sentiti dai pm, quelli oculari sono tre: tutti hanno sostenuto di aver visto quell’arma «in mano a Pozzolo». Due di loro erano presenti anche quando è partito il colpo e hanno dichiarato: «Ha sparato lui». Nessuno ha dubbi sul fatto che si sia trattato di un incidente.
COSA SOSTIENE IL FERITO?
La conferma arriva anche dal ferito che, il 4 gennaio, si è presentato in procura a denunciare il deputato
Al momento dello sparo, Campana era a un metro da lui. Lì vicino c’era invece qualcuno che conosceva entrambi, probabilmente il suocero, Pablito Morello, caposcorta di Delmastro, già sentito dai pm. Forse anche a lui il deputato stava mostrando il funzionamento dell’arma quando è partito il colpo.
CHI C’ERA ALLA FESTA?
Alla serata nell’ex asilo nido di Rosazza hanno partecipato in tutto una trentina di persone: un veglione «familiare» e «casalingo» a base di linguine all’astice e pollo all’egiziana. Tra compagni di partito, c’erano il consigliere di Biella, Luca Zani e l’assessore Davide Zappalà che smentisce bagordi e altre pistolettate nel corso della serata: «Chi dice il contrario, mente».
C’era Delmastro con la famiglia e un gruppetto di amici della figlia, tutti minorenni. C’era la sorella e sindaca di Rosazza, Francesca Delmastro e l’assicuratore Francesco Rota [C’erano anche solo due dei quattro componenti della scorta del sottosegretario, con la famiglia. Almeno uno, Morello, era all’interno della sala. Con loro, moglie, figli e nipoti.
DOVE ERANO I BAMBINI?
Erano diversi i minorenni presenti alla festa. Per loro erano stati sistemati giochi e gonfiabili nella sala accanto Quando è stato esploso il colpo, da quel che trapela, nella stanza ci sarebbe stato solo un bimbo di 4 anni Era distante da Pozzolo: se dovesse essere confermato, il deputato con la fissa per il tiro al poligono non rischierebbe l’aggravante di aver agito in presenza di minori. Sarà interrogato dai pm, solo dopo gli esiti dello Stub e degli altri accertamenti tecnici sull’arma.
(da La Stampa)
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Gennaio 8th, 2024 Riccardo Fucile
“NON VOGLIO CHE DOPO LE 17,30 SI SIA CONNESSI CON L’AZIENDA, SE TI CHIEDO UNA CONNESSIONE PERPETUA, CHIEDENDOTI DI RISPONDERE A UN MESSAGGIO O A UNA MAIL TI STO RUBANDO L’ANIMA: NON HO BISOGNO DI GENTE STRAVOLTA DAL LAVORO”…“I COSTI ALTI DEI BENI DI LUSSO? IN CERTE OCCASIONI I PROFITTI SONO TROPPO ALTI”
Brunello Cucinelli: «Il pessimismo è uno stato d’animo che non
produce. Bisogna essere ottimisti e guardare al futuro come un’opportunità, non come un rischio». E così fa l’imprenditore di Solomeo, 70 anni
Siamo lo 0,7% della popolazione mondiale, ma la settima potenza economica, significa che abbiamo qualcosa in più. Vedo solo un problema».
Quale?
«Quale genitore sogna che il proprio figlio vada a fare l’operaio, anche se ad alta specializzazione come chi lavora per le aziende del made in Italy? Abbiamo bisogno di tornare a investire sul lavoro, attrarre i giovani, con salari più alti, giusti, e luoghi di lavoro piacevoli. Rivedere le condizioni dell’essere umano al lavoro. Altrimenti il problema che avremo non sarà venderei prodotti, ma trovare chi produrrà certi manufatti.
Quando ero un ragazzo il 76% dei diplomati andava a fare l’operaio e poi c’erano impiegati e manager. Ma adesso tra le persone che conosci quanti secondo te faranno l’operaio? Questo è il grande tema e il grande investimento che dobbiamo affrontare. Perché le aziende stanno cercando 500 mila persone e non le trovano».
Tornando al lavoro, lei teorizza che non si debba lavorare più di 7 ore al giorno.
«Non voglio che dopo le 17,30 si sia connessi con l’azienda e nemmeno il sabato e la domenica. Se ti chiedo una connessione perpetua, chiedendoti di rispondere a un messaggio o a una mail ti sto rubando l’anima. E da noi non si può».
In Italia invece c’è il pensiero per cui più stai in ufficio più sei “bravo”.
«Io non la penso così. L’obiettivo è lavorare tutti insieme, concentrati, per le giuste ore. Non ho bisogno di gente stravolta dal lavoro. Poi se ci sono urgenze si lavora, ma non può essere tutta un’urgenza. Non è un modo di lavorare produttivo e nemmeno di soddisfazione».
In queste sue idee sul modo di fare impresa lei ha raccontato che c’entra l’esperienza di suo padre.
«Non posso dimenticare gli occhi lucidi di mio padre umiliato e offeso per la dignità morale ed economica dell’essere umano».
Non vede un rischio nei tanti brand del made in Italy acquistati dai gruppi stranieri, soprattutto francesi?
«In Italia ci sono una miriade di aziende, qualcuno vuole vendere a fronte di tanti soldi, altri non immaginano una successione familiare. I marchi diventano di proprietà straniera ma la manifattura è italiana. Ed è questo l’importante. Io non credo che stiamo perdendo pezzi, è il mondo che diventa sempre più globale».
Parlando di successioni, lei la ha immaginata?
«In azienda lavorano al mio fianco le mie due figlie Carolina e Camilla, e anche i due generi. Io ho affrontato la successione, con un trust, nel 2012, in occasione dell’entrata in Borsa e ho iniziato a preparare famiglia e azienda».
Il lusso diventa sempre più caro, escludente più che esclusivo. Non trova?
«Del lusso fanno parte prodotti esclusivi di grande artigianalità, che puoi lasciare in eredità. Io oggi ho una giacca del 2016».
Ormai però i prezzi sono altissimi, impossibili per la maggioranza delle persone.
«Penso che in certe occasioni i profitti siano troppo alti, dobbiamo riequilibrarci con la qualità del prodotto».
(da agenzie)
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Gennaio 8th, 2024 Riccardo Fucile
POLITICA & BUSINESS: A MAGGIO 2019 RENZI CREO’ LA SOCIETA’ PER TROVARE AFFARI
Matteo Renzi aveva fondato un’impresa per la sua nuova attività: quella di procacciatore d’affari insieme all’amico Marco Carrai. Una pratica vietata ai parlamentari di molti Paesi, non in Italia, che però pone enormi questioni di opportunità e ha attirato l’attenzione del Copasir. Nel maggio del 2019 in uno studio di commercialisti di Firenze viene fondata la Digistart srl, capitale sociale 10mila euro, socio e amministratore unico Renzi. L’avventura ha vita breve: la ditta viene aperta e chiusa in pochi mesi, senza spiegare perché, dopo una fuga di notizie. Il Fatto è oggi in grado di raccontare i retroscena di quella vicenda grazie al rapporto di 457 pagine che la Guardia di Finanza ha consegnato al Comitato di controllo sui servizi segreti, impensierito dal febbrile attivismo della coppia Renzi-Carrai alla corte di emiri, uomini d’affari e dignitari mediorientali e asiatici, ai quali proponevano investimenti in società del calibro di Autostrade per l’Italia o Pirelli. Digistart avrebbe dovuto incamerare soldi attraverso società di Carrai, sotto forma di “success-fee”: se un investimento fosse andato bene, gli intermediari Renzi e Carrai avrebbero preso una percentuale. La Digistart di Renzi avrebbe fatturato le prestazioni attraverso società di Carrai, come la Marzocco, il quale a sua volta avrebbe girato all’amico senatore parte delle provvigioni che riceveva come consulente del fondo Advent.
Ma c’è un’ulteriore chicca. Nell’autunno del 2019 la Finanza, impegnata nelle indagini sui presunti finanziamenti illeciti alla Fondazione renziana Open, sequestra vari documenti, tra i quali una mail riepilogativa redatta da Elena Solli, collaboratrice del commercialista Marco Fazzini: “M.R. ha anche chiesto di poter avere a disposizione ufficialmente una stanza nello studio, che è la sede legale della Digistart srl, per poter usufruire dei benefici di legge che ne deriverebbero in ragione della sua carica istituzionale”. In altre parole, Renzi voleva l’immunità parlamentare, che in caso di guai, avrebbe impedito perquisizioni. Sono lontani i tempi in cui l’allora premier prometteva di abbandonare la politica in caso di sconfitta al referendum costituzionale, una batosta che nel 2016 mette fine alla sua esperienza di governo. Come noto, Renzi si è rimangiato quella promessa, prima mantenendo la carica di segretario del Pd fino all’inizio del 2018 e poi facendosi eleggere al Senato nel marzo dello stesso anno. Una volta eletto, ha pensato di avviare una nuova carriera nel business, mantenendo ruolo e privilegi da parlamentare e sfruttando i contatti internazionali costruiti quando era presidente del consiglio.
Ma ecco il piano di Renzi e Carrai, spiegato nel carteggio tra commercialisti. È l’8 giugno 2019, lo scritto segue una riunione con i “clienti”, indicati con le iniziali: “M.C. è advisor di Advent; il suo contratto prevede una retribuzione fissa e una retribuzione a success fee. Lunedì concluderà un importante contratto con una società emiliana, maturando una success fee che vorrebbe fosse fatturata alla Digistart. I clienti si domandavano se ci sarebbero stati problemi in questo”.
La società interessata, secondo la Finanza, potrebbe essere la Ice (Industria chimica emiliana), appartenente alla famiglia Bartoli: nell’ottobre del 2019 viene acquisita da Advent per 700 milioni di euro. “M.R. ha precisato più volte che vuole che la Digistart fatturi alla Advent e non a M.C. Il contratto di advisory di M.C. con la Advent è scaduto il 30 maggio 2019, a detta dello stesso non ci saranno problemi nel suo rinnovo, ma nel trattare il rinnovo vorrebbe inserire la possibilità di farsi pagare tramite la Digistart. Digistart è la nuova società di M.R., che inizia con questa la sua attività d’imprenditore. Il capitale sociale é stato interamente versato da M.R. in via ufficiale, in realtà 5mila euro sono frutto di un esborso di M.R. mentre altri 5mila provengono da un prestito di M.C. a M.R”. Per la Finanza “la previsione di traslare alla Digistart di Renzi la contrattualità di Carrai con Advent, trova conferma in un promemoria manoscritto datato 8 giugno 2019, riconducibile a Fazzini”: “MC – cessione contratti? Digistart – presidente cda un terzo, contrattualità con Advent in compenso per la cessione: Marco dovrebbe già essere socio e Ad con mantenimento del fondo. Accordo di consulenza per la cessione di Ice”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Gennaio 8th, 2024 Riccardo Fucile
PROPOSTE E ANNUNCI CHE NON PREANNUNCIANO NULLA DI BUONO PER LA NOSTRA DEMOCRAZIA
Abbassare la guardia, aprire le maglie, allentare le difese sulla
giustizia. Ridisegnare la figura e le prerogative della Presidenza della Repubblica, limitare, condizionare i poteri della magistratura.
E infine mettere sotto bavaglio il diritto di cronaca, magari istituire una commissione che controlli la “veridicità” delle notizie pubblicate sui siti, ovviamente a discrezione di commissari nominati da questa destra, occupare tutti gli spazi televisivi e culturali in cui il governo può intervenire.
A scorrerlo così sembra il corollario di un potere che, consolidatosi nei palazzi e alla guida delle istituzioni come non aveva mai potuto fare nell’Italia antifascista, ha deciso di farsi autoritario. Di svoltare e seguire modelli da satrapia orientale, allontanandosi progressivamente ma inesorabilmente dal modello riconosciuto di democrazia europea. Sono puntini fatti di norme e proposte di legge ed emendamenti e semplici annunci che, uniti, danno vita a un disegno che neanche le più pessimistiche previsioni potevano svelare così lontano dal tempo che viviamo. E tutto questo accade nonostante le rassicurazioni e i sorrisi di una presidente del Consiglio che pensa di poter esaurire la fastidiosa pratica del fact-checking sottoponendosi una volta l’anno alla maratona di tre ore e passa di una conferenza stampa, come l’ultima della settimana scorsa.
E invece i tanti campanelli d’allarme che stanno risuonando contemporaneamente ad apertura di quest’anno – che farà da spartiacque per le sorti della politica e del governo italiano – fanno comprendere quanto rischi di logorarsi se non strapparsi il nostro tessuto democratico. Come mai era avvenuto in 78 anni di Repubblica italiana.
Già nelle prossime ore riprenderà in commissione Giustizia alla Camera il cammino del disegno di legge Nordio che porta in grembo la norma con la quale questa maggioranza, con l’ormai abituale quanto superfluo sostegno di Azione e Italia Viva (Calenda e Renzi, che continuano a marciare divisi per colpire uniti), si prefigge tra l’altro di mandare in soffitta il reato di abuso d’ufficio. Come chiedono a gran voce stuoli di amministratori di centrodestra e, in qualche caso, anche di centrosinistra. Eppure, la Commissione europea in una direttiva aveva sollecitato tutti gli Stati membri a tenere in vita e potenziare le sanzioni legate a quel reato. La direttiva, inutile dirlo, qualche mese fa è stata stracciata e bocciata dalla maggioranza. E a poco è valsa la moral suasion del Colle e l’allarme lanciato dalla Procura nazionale antimafia (“L’abuso è un reato spia anche per i reati di mafia”). La legge-bavaglio, che ha vietato la pubblicazione delle ordinanze e perfino dei loro estratti, è stata addirittura confezionata dal parlamentare dell’ormai ex Terzo Polo Enrico Costa e approvata con un autentico blitz in Parlamento degno delle peggiori “salva-ladri” e “salva corrotti” di alcune legislature fa. La matrice politica, va da sé, è sempre la stessa.
Del resto, questo è il governo il cui ministro della Giustizia, Nordio, si propone in una ventilata “seconda fase” della sua sciagurata riforma di intervenire per limitare drasticamente lo stesso ricorso alle intercettazioni, pallino e maledizione di una classe politica, sempre quella, che non ha mai sopportato che i propri elettori o i colletti bianchi da proteggere fossero ascoltati, osservati, giudicati. Sarebbe meglio silenziare, proteggere, non fare nomi.
Sembra un brutto film. Così, come in una sceneggiatura di terz’ordine fin troppo prevedibile, spunta adesso l’idea del presidente della commissione Cultura della Camera, Federico Mollicone (toh, deputato di Fratelli d’Italia), di riformare l’editoria per evitare che “si finisca per criminalizzare, se non ridicolizzare, le libere opinioni” del suo partito, “la classe dirigente che tutti denigrano”, come ha confessato ieri a Giovanna Vitale sulle pagine di questo giornale. Allora occorre una bella stretta sui siti, un qualche meccanismo di controllo non meglio congegnato. Proposito nelle ultime ore ridimensionato e minimizzato dal diretto interessato, forse in un prevedibile sussulto del suo senso del ridicolo.
Il redivivo Minculpop sarebbe troppo perfino per questa banda di sprovveduti con la quale Giorgia Meloni si ritrova a governare un Paese del G7. Certo è che, ovunque si vada a parare, alla fine è sempre più forte di loro: la voglia della purga e dello scardinamento del sistema ha la meglio e prevale su tutto. All’opposizione politica non resta che alzare ancor più la voce, farsi sentire, svegliare le coscienze. A noi, il compito civile di continuare a raccontare e a raccontarli. A dispetto di ogni bavaglio. E di ogni censura.
(da La Repubblica)
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Gennaio 8th, 2024 Riccardo Fucile
“SORPRENDE CHI SOSTIENE SIA CIRCONDATA PER CASO DA GENTAGLIA”… “SONO DI DESTRA, MA NON HO MAI VOTATO FDI E NON HO L’INTENZIONE DI FARLO NEANCHE IN FUTURO”
“Chi comanda ha bisogno di farsi assistere non solo da scudieri intelligenti. Nel gioco del potere serve anche manovalanza di basso rango, gente capitata quasi per caso, magari con un gruzzoletto di voti e nient’altro”.
Il professor Franco Cardini ha sempre giudicato di serie B la squadra di Giorgia Meloni. Con la differenza che è frutto di una scelta politica. La premier ha fatto la sarta e ha cucito questa variegata rappresentanza.
“Nello stadio c’è la tribuna e c’è la curva. In Parlamento ci sono biografie dignitose e quelle indecenti. Credo che la Meloni conosca le une e le altre e davvero mi stupisce il giudizio di chi ritiene che la poveretta si ritrovi della gentaglia senza arte né parte e debba sopportarne le gesta.”
Lei dice che a Meloni servano anche i Pozzolo, i pistoleri?
Dico che esiste la necessità di avere nel partito questa massa di porta voti, gente dal curriculum piuttosto problematico ma efficace sul territorio. Il potere, raggiungerlo e poi gestirlo, ha necessità che non sono sempre in linea con il codice etico.
C’è tutta una narrazione che vede in Giorgia la luce e nei suoi il nero e le ombre. Lei brava, gli altri cattivi. Lei competente, gli altri somari.
Un Generale organizza la sua squadra. Sa che sul carro ci sale gente per bene e anche gentaglia. Ripeto: è la logica del potere.
Lei aveva profetizzato una disgrazia politica per l’avventura della Meloni. Farà la fine di Tambroni, aveva pronosticato.
Ho sbagliato, e tanto. Il mio errore è figlio di una sopravvalutazione della sinistra, che ormai non ha più legami con le piazze, non muove i fili, non organizza il consenso e non gestisce la protesta. Il mio è stato un errore abbastanza clamoroso. Noi storici quando siamo chiamati a giudicare il presente subiamo questa difficoltà.
Ma Meloni è ancora la premier di un partito di destra?
Direi che sta velocemente ristrutturando l’albero genealogico. Ora la sento parlare di conservatori riformisti.
Conservatori riformisti è un ossimoro.
È il modo per aprire una nuova stagione politica. A me pare che il nostalgismo sia un elemento ancora vitale del consenso meloniano, ma qui siamo davanti a un fatto davvero nuovo. È stato abbandonato il sovranismo, e questo governo è divenuto il più fedele soggetto della politica americana. Il segretario di Stato Antony Blinken è il tutor di Giorgia.
Giorgia l’americana.
Ecco sì, molto americana, molto atlantista, molto connessa all’establishment. Ma credo che abbia fatto i conti giusti per vedere il suo ruolo non insidiato da manovre né oggetto di attacchi o diffidenze.
Se Biden dovesse perdere le elezioni?
Vedrei un bel problema per Meloni. Trump ha idee lontane da quelle dell’Europa (e dell’Italia) sull’Ucraina, su Israele, su quasi tutta la politica estera occidentale. Il governo italiano ha solo da perderci da un esito che oggi sembra possibile.
Meloni deve stare attenta a non vincere troppo sui suoi alleati. Il cannibalismo nel centrodestra non è un’altra questione aperta?
Sarei meno convinto di questa eventualità. C’è sempre stato il leader che guida e gli altri magari col mal di pancia.
Detto che l’opposizione non è messa bene, Meloni deve temere più Schlein o Conte?
Penso che Conte abbia più cartucce perché il suo Movimento è più reattivo. Parte dei voti a Fratelli d’Italia vengono dai Cinquestelle e possono ritornare. Mentre il Pd, l’opposizione di sinistra, è tavola piatta, punto fermo e incomunicabile con la destra.
Meloni ha scelto il confronto televisivo con Schlein.
Infatti.
Lei è un antico e riconosciuto intellettuale della destra storica. Voterà Fratelli d’Italia?
Mai fatto in passato e non lo farò in futuro. A Giorgia voglio bene, auguro ogni successo ma il suo partito non fa per me.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Gennaio 8th, 2024 Riccardo Fucile
GLI SCANDALI DEGLI AMICI DEL LEGHISTA NON SI CONTANO, LUI LI HA SEMPRE DIFESI, ORA NE PAGA IL FIO
Le figure chiacchierate, foriere di guai e bufere politiche e
giudiziarie, sono una costante nei dieci anni di Matteo Salvini da segretario della Lega. L’avvicinamento con Denis Verdini, protagonista insieme al figlio nell’indagine sugli appalti in Anas, è l’ultimo caso della saga, forse il più doloroso per il capo della Lega, perché è anche una questione di affetto per via del fidanzamento con Francesca Verdini, figlia di Denis e sorella di Tommaso, pure lui indagato.
L’inchiesta della procura di Roma sui Verdini è un caso che ha provocato tensione interna al governo, perché si innesta in una guerra sotterranea tra Lega e Fratelli d’Italia, in vista delle prossime elezioni europee. Per un pugno di voti i due partiti dell’estrema destra italiana, i primi sovranisti i secondi conservatori, approfittano l’uno delle disgrazie dell’altro.
IL SUOCERO CONSIGLIERE
All’epoca della riforma costituzionale voluta dalla coppia Renzi-Boschi, l’ex coordinatore del Pdl appoggiava il governo del Pd e Salvini, così come i suoi, si scagliavano contro Verdini definendolo in ogni modo possibile, il leghista Gianmarco Centinaio lo apostrofò come padre prostituente. Da quando Francesca Verdini, figlia di Denis ormai pregiudicato per bancarotta, è entrata nella vita di Salvini qualcosa è cambiato e per capirlo basta leggere le cronache degli ultimi mesi, ancora prima degli atti dell’indagine che coinvolge Verdini padre e il figlio Tommaso, finito ai domiciliari, per corruzione. Salvini ha minacciato querele, ma in questi mesi non ha mosso un dito, mai smentito, ricostruzioni che davano lui e Verdini dietro le nomine di questo o quello.
La Nazione, giornale che l’ex berlusconiano legge con dedizione ogni giorno, a metà aprile pubblicava la notizia della nomina del nuovo presidente di Mps. «Nicola Maione, già presidente dell’Enav, per tre anni nel consiglio d’amministrazione a Rocca Salimbeni, indicato dalla coppia Salvini-Verdini nella lotteria delle nomine, ha incassato ieri un plebiscito dall’assemblea degli azionisti di Banca Mps, andata in scena a porte chiuse», scriveva l’edizione di Siena. Ora Maione è professionista di lungo corso con profilo autonomo e indipendente, ma il racconto rende l’idea dell’intesa.
Stesso dicasi per la guida di rete ferroviaria italiana dove la Lega e Salvini hanno spinto per Dario Lo Bosco, le indiscrezioni, prima della nomina, raccontavano l’amicizia con Renato Schifani e proprio con Verdini. L’ingegnere, non indagato, compare anche negli atti dell’indagine sui Verdini. C’è un colloquio nel quale Verdini junior parlando con Lo Bosco gli spiega l’esigenza di ridurre i contatti con Federico Freni, all’epoca sottosegretario leghista nel governo Draghi e riconfermato nell’esecutivo Meloni, per evitare grande giudiziarie.
Negli atti il nome di Salvini ricorre diverse volte, senza alcun coinvolgimento penale. Di certo emerge il tentativo dei Verdini di usare la nota vicinanza al segretario della Lega per attirare clienti aumentando gli affari della società di consulenza Inver, creatura dei Verdini. E Fabio Pileri, socio di Verdini junior, riferisce di un interessamento di Francesca Verdini nella parabola ascendente del suo avvocato, Francesco Rizzo. C’è un altro episodio dimenticato dai più che racconta il ruolo di consigliere e vecchio saggio svolto dal pregiudicato Verdini.
Siamo nel gennaio 2022 e bisogna eleggere il presidente della Repubblica, l’ex senatore scrive a Marcello Dell’Utri, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, e Fedele Confalonieri per dettare la linea a Silvio Berlusconi che, all’epoca, nutriva il sogno di diventare primo presidente pregiudicato della Repubblica. La lettera suggerisce all’ex cavaliere di insistere fino a un certo punto e poi di lasciare a Salvini il ruolo di kingmaker del centrodestra perché al segretario leghista «si può chiedere lealtà, ma non fedeltà assoluta. Perché un’eventuale sconfitta sul Quirinale pregiudicherebbe anche la sua carriera politica», scriveva Verdini. La lettera viene accolta da Forza Italia con enorme disappunto e tradotta in un solo modo da alcuni maggiorenti del partito: «Berlusconi attento, ora Verdini lavora per Salvini».
GLI ALTRI CONSIGLIERI
Matteo Salvini ha mostrato la tendenza a infilarsi in situazioni imbarazzanti fuori dal comune, anche suo malgrado. Ben prima dello scandalo Anas-Verdini, il leader leghista ha dovuto difendersi e difendere uomini scelti da lui e messi in posti di comando finiti in scandali giudiziari trasformatisi in questioni politiche.
Il caso di Armando Siri spiega bene come il leader leghista gestisca le cose in casa sua. Siri è sotto processo a Roma, per corruzione. E in passato aveva patteggiato una pena per bancarotta. Invece di tenerlo a debita distanza, gli ha concesso sempre più potere: ora è consulente a 120mila euro del vicepremier, cioè di Salvini.
Lo stesso ha fatto con Alberto di Rubba, il commercialista del partito condannato in primo grado per aver distratto 1 milioni di euro pubblici. Dopo la condanna è stato promosso a tesoriere del partito. Del cerchio magico fa ancora parte Giulio Centemero, l’ex tesoriere condannato in primo grado per finanziamento illecito.
Per non dire a chi Salvini ha affidato la gestione delle alleanze internazionali. O meglio con la Russia. Dall’ex portavoce Gianluca Savoini all’avvocato consulente Antonio Capuano. Il primo è stato il regista dell’operazione Metropol: la trattativa condotta con un gruppo di russi per ottenere un finanziamento milionario in vista delle elezioni europee del 2019.
Ancora è un mistero, invece, come sia arrivato Capuano alla corte di Salvini. In piena guerra ucraina, i due avevano avvito una sorta di dialogo parallelo con l’ambasciatore russo a Roma. Senza dire nulla a Mario Draghi, presidente del consiglio e capo dell’esecutivo di cui la Lega faceva parte. Un’altra vicenda che ha isolato Salvini e la Lega in Europa. Ecco così arrivati alla fine del 2023, con il ministro Salvini a doversi difendere dagli affari della famiglia Verdini. Questa volta una questione di famiglia oltreché politica e giudiziaria.
(da editorialedomani.it)
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