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A 5 GIORNI DAL VOTO IN ABRUZZO MARSILIO CASCA SUL BORSACCHIO E RIMEDIA UNA FIGURACCIA STORICA

Marzo 6th, 2024 Riccardo Fucile

VOLEVA CANCELLARE LA RISERVA NATURALE DI ROSETO PER FAVORIRE UNA CEMENTIFICAZIONE SELVAGGIA… PER IL MINISTERO DELLA CULTURA E’ INCOSTITUZIONALE CON IL PARADOSSO CHE ORA TOCCA ALLA MELONI IMPUGNARE LA LEGGE REGIONALE: CHE FIGURACCIA

Prima di iniziare la storia, andate su Google e digitate “Riserva del Borsacchio”, cliccando su immagini. Ebbene sì, il cronista (abruzzese) sente un po’ il richiamo della foresta (anzi, della riserva).
Però, oggettivamente è uno dei luoghi più suggestivi della costa abruzzese: 1100 ettari tra Roseto degli Abruzzi e le frazioni di Cologna Spiaggia e Montepagano (provincia di Teramo), insomma mare e collina ancora integre dal punto di vista ambientale. E protette dai fenomeni di urbanizzazione.
C’è anche il famoso uccello fratino, specie a rischio di estinzione (date una googlata anche qui): l’uccello giramondo, con la mascherina nera, che si aggira per le dune.
Ebbene, alla fine dell’anno scorso, con un emendamento approvato a notte fonda nelle pieghe della legge di bilancio regionale, la maggioranza che sostiene Marco Marsilio l’ha quasi cancellata del tutto, tagliando 976 dei circa 1100 ettari. Ne restano così circa 25 (la parte a ridosso del mare), mentre il resto viene liberato dai vincoli, scatenando così gli appetiti dei palazzinari.
La modalità è piuttosto spiccia: zero confronti, nessuna consultazione preliminare, nessuna valutazione né sull’impatto ambientale (prevista dalla legge quadro del 1991 sulle aree protette), né sulle conseguenze anche in termini di perdita di finanziamenti per le attività sostenibili nelle riserve.
Scoppia il classico putiferio in cui mezzo mondo, dalle opposizioni, al Wwf alla stazione ornitologica abruzzese denuncia profili di incostituzionalità. E l’argomento entra pure in campagna elettorale, in particolare Elly Schlein, che ha un cuore ambientalista, non perde occasione per denunciare lo “scempio”.
La storia diventa davvero gustosa da raccontare. Quando c’è un odore di incostituzionalità, per competenza, in casi come questo, se ne occupa l’ufficio legislativo del Ministero della Cultura, che ha sessanta giorni di tempo dalla pubblicazione della legge sul Bollettino della Regione per impugnarla.
La prassi è che scrivi al dipartimento degli Affari regionali della presidenza del Consiglio, chiedi di cambiarla, sennò la impugni (come governo). L’Ufficio del ministero della Cultura ha scritto, e l’HuffPost ha potuto visionare il parere.
Carta canta: la legge regionale viola la Costituzione, per tre motivi. Il primo è che, contrariamente a quanto sostenuto dalla maggioranza di centrodestra, aver soppresso la riserva significa far venir meno la tutela paesaggistica. La seconda è che la legge è illegittima perché non ha rispettato il procedimento, essendo stata approvata senza coinvolgere gli enti territoriali interessati (in questo caso comune di Roseto e Provincia di Teramo). La terza ragione è quella più grave e va al cuore dell’operazione Marsilio (raffreddando gli entusiasmi dei palazzinari): il Ministero dice sostanzialmente che la legge regionale innesca un meccanismo micidiale per la riserva: il meccanismo è dato dalla riduzione della riserva da un lato, e, dall’altro, dalla possibilità di derogare al regolamento comunale di Roseto e ai piani urbanistici. Risultato: nei territori interessati si potrà cementificare senza regole.
Insomma, un bel pasticcio in campagna elettorale. Amplificato dal fatto che, a questo punto, la legge non si può cambiare perché la Regione è in prorogatio.
Resta solo la strada dell’impugnazione, da parte del governo Meloni. Due mesi di tempo, a partire dalla pubblicazione della legge (data 26 gennaio). Non ci vuole Cassandra per prevedere che il termine sarà utilizzato fino a scadenza, per svalicare la data delle elezioni. Però, che figuraccia.
(da Huffingtonpost)

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MELONI D’ABRUZZO EVOCA IL SOLITO COMPLOTTONE (“FINO ALLE EUROPEE SUCCEDERÀ DI TUTTO”) E SI PERDE SALVINI, SEMPRE PIU’ SPINA NEL FIANCO DEL GOVERNO, CHE DISERTA LA FOTO

Marzo 6th, 2024 Riccardo Fucile

“AVEVA UN IMPEGNO”, DICONO DALLA LEGA. MA LA SCOMPARSA DI SALVINI LA DICE LUNGA. IL CARROCCIO E’ AI MINIMI E RISCHIA DI ESSERE DOPPIATO DA FORZA ITALIA: DOPO LO SPOGLIO IL CAPITONE POTREBBE PASSARE UN BRUTTISSIMO QUARTO D’ORA E FAR INIZIARE A BALLARE DI BRUTTO L’ESECUTIVO

«Altre elezioni saranno quelle che arriveranno a giugno e sono il vero timore di tutti. Sono il vero timore di tutti che questa maggioranza possa essere confermata con il voto delle elezioni europee. Succederà di tutto. Io ho messo l’elmetto e vinceremo anche questa battaglia», le parole di Giorgia Meloni a Pescara per sostenere il candidato alle regionali e governatore uscente Marco Marsilio. / Youtube FdI (Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev)
Dice che ha già l’elmetto in testa perché succederà di tutto da qui alle europee, ma intanto quando può si mette il cappuccio (rosa) per ripararsi dall’acqua. Non è la pioggia nel pineto, quella che cade su piazza Salotto, qui ci sono le palme dietro Giorgia Meloni. Complice il maltempo tutto prende una bella accelerata.
La premier chiude come d’abitudine, ma taglia corto: venti minuti di comizio senza gli eccessi teatrali già visti a Cagliari (anche se alla fine una vocina le scappa quando sfotte la sinistra che accusa il governatore Marsilio di fare il pendolare da Roma all’Abruzzo).
Usa quello che Ennio Flaiano, nato giustappunto ieri 114 anni fa, avrebbe chiamato “frasario essenziale per passare inosservati in società”. I toni sono da campagna elettorale, ma non c’è lo show che mal le ha portato in Sardegna. Meloni parla per esempio di “infrastrutture di cittadinanza”. E rilancia la Roma-Pescara, spuntata come un fungo nei giorni scorsi. Tutto filerebbe liscio, ma sul finale, mentre i militanti sono bagnati come pulcini, ecco la sorpresa.
Al momento della foto di gruppo sotto le note dell’Inno Mameli non si trova Matteo Salvini. Ci sono Lupi e Cesa, Rotondi e Marsilio, Meloni e Tajani, ma lui, il leader della Lega è scomparso. “Avevo un impegno”, diranno balbettando qualcosa dalla Lega. Ma questa scomparsa di Salvini, apparso remissivo e non di buon umore, la dice lunga. Nel retropalco i tre leader evitano smancerie. Il capo della Lega sa che domenica notte qui potrebbe passare un bruttissimo quarto d’ora quando inizierà lo spoglio.
Dettaglio: bandiere della Lega contate in piazza due, quelle dell’Ucraina ben quattro. “Noi andremo in doppia cifra. La Lega? Io penso a Forza Italia”, gongola un rinato Antonio Tajani, pronto a scommettere una frittura a pranzo e un piatto di arrosticini a cena sulla vittoria di Marsilio. Sarà l’ora di cena, ma le metafore gastronomiche vanno per la maggiore.
Carovane di ministri e sottosegretari in pellegrinaggio in questa regione perché dopo la scoppola sarda questa volta non si può sbagliare. Lo dimostra anche la doppia tappa meloniana: prima a Teramo, terra del candidato del campo larghissimo Luciano D’Amico, con le imprese e poi in piazza. “Sono stata eletta qui: non vorrete mica cacciarmi?”, scherza esorcizzando la grande paura. Anche se questa volta dai classici sondaggi casarecci sembra non esserci il timore della sconfitta. Anche i tassisti parlano bene di Marsilio.
La premier scherza anche con i giornalisti inviati qui. “Pagano vi ha consigliato il ristorante per pranzo? Pagano, li dovevi avvelenare!!”. Non c’è quella elettricità percepita alla fiera di Cagliari. La presidente del Consiglio ammette di essere “stanca”, fa la vittima contro i giornali di sinistra, ma tiene un tono meno aggressivo e pirotecnico.
Anzi, una cosa forte la dice sul caso del dossieraggio: “Fuori i mandanti”. E poi torna a difendere le forze dell’ordine. Non a caso oggi riceverà con Tajani e Piantedosi i sindacati di polizia per discutere del rinnovo contrattuale, ma anche per continuare sulla linea della solidarietà agli agenti, nonostante la macchia – isolata – di Pisa. Elemento di scricchiolìo con il capo dello stato, come si sa. Al punto che costringe Salvini a dire: “Le parole di Mattarella sui manganelli? Le ho lette, ma non le commento”.
Qui il capo del Carroccio si ritrova un partito ridotto ai minimi termini, transumato in gran parte verso Fratelli d’Italia: dagli assessori regionali ai consiglieri passando perfino per un’eurodeputata. I sondaggi dicono che la Lega sarà doppiata da Forza Italia: ecco perché forse Salvini non ha il migliore degli umori, e se ne va, al contrario di Tajani, pieno di soffici sicurezze. Nessuno crede nel colpaccio del campo largo in versione XXL. Basta osservare l’allegria elettrica di Donzelli. Perfino Meloni sembra più moderata e istituzionale, nonostante l’appuntamento. Avrà letto il Frasario di Flaiano quando diceva: “Abbia la compiacenza di parlarmi con dolcezza”
(da il Foglio )

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IL GOVERNO FONDATO SUI CONDONI: SEDICI MESI DI REGALI AGLI EVASORI

Marzo 6th, 2024 Riccardo Fucile

ROTTAMAZIONI, CONCORDATI, AGEVOLAZIONI: CON IL GOVERNO MELONI CONVIENE NON PAGARE

In principio, come sempre, fu il condono. In grande stile. Novembre 2022: Giorgia Meloni firma la sua prima legge di Bilancio e dentro ci sono una dozzina tra sanatorie e definizioni agevolate. Nei successivi 15 mesi, via via che il governo ha dato attuazione alla delega fiscale approvata in agosto, la lista dei favori agli evasori si è allungata. L’ultimo tassello, per ora, è il decreto che taglia le sanzioni e garantisce la non punibilità penale a chi accetta di pagare a rate. Per il viceministro con delega al fisco, Maurizio Leo, sono le tappe di un piano per rendere il fisco “più equo e giusto”. Ma il messaggio che arriva ai contribuenti, nel Paese in cui l’evasione è un fenomeno di massa, è ben diverso: non versare il dovuto conviene. Per chi può, è la scelta più razionale.
Ripartiamo dall’inizio. Poco dopo la vittoria elettorale la maggioranza di destra ha tradotto in pratica una delle periodiche promesse di Matteo Salvini: l’ennesima pace fiscale. I condoni in Italia sono tradizione bipartisan, ma il set di opzioni apparecchiato in questo caso ha pochi precedenti: dallo stralcio delle cartelle sotto i 1.000 euro alla definizione agevolata degli avvisi bonari, dalla rottamazione quater con abbuono di aggio, sanzioni e interessi alla chiusura delle liti pendenti nei vari gradi di giudizio. Aggiungendo anche lo spalma-debiti delle società sportive e la regolarizzazione delle criptovalute si arriva a una dozzina di misure che il testo della manovra definisce “di sostegno al contribuente”. Peccato che a perderci sia il fisco. Perché l’altra metà della promessa salviniana – “decine di miliardi di incassi” – non si è avverata. Se è vero che da queste misure lo Stato qualcosa ricava, le condizioni di favore offerte per incentivare l’adesione comportano la rinuncia a cifre enormi: stando alla relazione tecnica almeno 3,5 miliardi, 1,4 al netto dei maggiori introiti.
Per capire quanto dannoso sia il pacchetto prendiamo uno degli interventi all’apparenza più innocui, la rottamazione. Che male c’è nel tendere la mano a chi ha dichiarato ma non versato e accetta di farlo a rate? Il fatto è che buona parte dei milioni di contribuenti che aderiscono smette presto di rispettare le scadenze stabilite. Di fatto, dice la Corte dei Conti, usa l’agenzia della riscossione come una finanziaria che fa credito a tasso zero e senza pretendere garanzie. Per molte aziende è diventato un modus operandi: pagano dipendenti e fornitori, magari distribuiscono pure i dividendi ai soci e poi, se la liquidità è agli sgoccioli, invece che chiedere un prestito “risparmiano” sulle tasse. Il risultato è che l’incasso finale si ferma sempre molto sotto l’introito preventivato: è successo con le rottamazioni di Renzi, Gentiloni e del Conte 1, sta succedendo con quella di Meloni. Lo scorso anno sono mancati all’appello 5,4 miliardi su 11,9 attesi. Falso anche che queste misure siano preziose per svuotare il magazzino delle cartelle non riscosse: le prime tre tornate l’hanno ridotto solo di 30 miliardi. Su un totale che oggi ha raggiunto quota 1.200 miliardi.
Avanti di qualche mese: a marzo il governo approva il ddl delega per la riforma del fisco, che prevede tra l’altro (ci torneremo) il concordato preventivo biennale con le partite Iva. Due settimane dopo infila a sorpresa nel decreto Bollette una nuova causa di non punibilità fino al giudizio di appello per chi non ha versato oltre 150mila euro di ritenute e 250mila di Iva. Se rateizza il debito – dopo essere stato scoperto e condannato in primo grado – il processo va al macero. Uno scudo penale allargato che tributaristi e magistrati, in audizione, bocciano senza appello definendolo “messaggio criminogeno”. Meloni e Leo tirano dritto. A fine maggio la premier, chiudendo la campagna elettorale per le comunali in Sicilia, dà la sua lettura della lotta all’evasione: insistere perché i “piccoli” versino il dovuto equivale a chiedere un “pizzo di Stato”.
In agosto il Parlamento vota la delega e parte la corsa al varo dei decreti attuativi. In autunno c’è l’ok a quello sull’adempimento collaborativo, un regime di interlocuzione preventiva con le Entrate riservato finora ai grandi gruppi: il governo, oltre a prevedere di allargarlo anche alle medie aziende, si inventa per tutte le altre un “regime opzionale”. Basta che adottino un sistema di rilevazione e controllo dei rischi fiscali “certificato da professionisti indipendenti”, leggi commercialisti e avvocati. Si appaltano ai privati controlli da cui dipenderà la concessione di benefici sostanziali come la non punibilità per la dichiarazione infedele.
Con l’anno nuovo arriva il via libera definitivo a una delle misure bandiera, il concordato preventivo per piccole imprese e lavoratori autonomi. In pratica l’Agenzia proporrà loro un reddito presunto su cui pagare le tasse nei due anni successivi e non potrà pretendere nulla di più nel caso in cui i ricavi effettivi siano superiori. Leo, che aveva rivendicato la scelta di consentire l’accesso solo ai contribuenti con buone pagelle fiscali (gli indicatori Isa), smentisce se stesso. Accogliendo una richiesta arrivata dalla maggioranza durante il passaggio parlamentare, elimina il requisito. La nuova opzione sarà aperta anche a chi ha un punteggio bassissimo: probabili evasori, che dichiarano decine di migliaia di euro in meno rispetto ai virtuosi. Così il maggior gettito atteso prima della modifica – 1,6 miliardi stando alla relazione tecnica – si azzera. Le proposte del fisco arriveranno entro metà ottobre: molti addetti ai lavori temono che saranno “morbide” per evitare il flop della misura. In quel caso il nuovo strumento si tradurrà in un condono preventivo. Di sicuro, per ora, c’è il fatto che il testo del decreto quantifica una “modica quantità di evasione” considerata ammissibile: chi occulta meno del 30% del dichiarato, infatti, non decadrà dal concordato.
L’ultimo regalo – per ora – è il decreto sul sistema sanzionatorio. La bozza esaminata in Consiglio dei ministri riduce le sanzioni amministrative, con l’eccezione dei casi di frode e violazioni reiterate, e depenalizza l’omesso versamento di Iva e ritenute – oggi punito con la reclusione da sei mesi a due anni – quando il debito è “in corso di estinzione mediante pagamenti rateali”. Si estende insomma il beneficio offerto col decreto Bollette ai condannati in primo grado. Tra l’altro, chi smette di ottemperare resterà non punibile nel caso tenga per sé meno di 50mila euro di ritenute e 75mila di Iva. Novità che rendono ancora più “razionale” non pagare per poi rateizzare. Tanto più che, salvo eccezioni, chi sta estinguendo il debito a rate non sarà più soggetto al sequestro dei beni.
Manca ancora all’appello un altro provvedimento delicato, quello di riforma della riscossione. Per prevenire l’accumulo di milioni di cartelle inesigibili il governo vuol prevedere la restituzione automatica delle quote non riscosse al creditore (Entrate o altri enti) a 5 anni dall’affidamento, fatte salve quelle per cui è in corso qualche forma di recupero. Ma dovrebbe valere solo per il futuro. E 1.200 miliardi pregressi? La tentazione sarà quella di fare tabula rasa: una nuova sanatoria.
(da agenzie)

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BERSANI IN TOUR, LA SECONDA VITA DELL’EX LEADER

Marzo 6th, 2024 Riccardo Fucile

“IO ASCOLTO IL POPOLO”

«Zero», risponde Pier Luigi Bersani quando gli chiedono quanti detrattori incontri sul suo cammino ora che gira l’Italia «molto di più» di quanto non facesse da ministro, leader di partito, parlamentare.
Non certo le vagonate di odio pubblico denunciate in tv da Chiara Ferragni, non le contestazioni che ogni tanto riceve Giorgia Meloni; al contrario, racconta nelle pause di questo «su e giù dal palco» delle campagne elettorali che lo stanno vedendo in prima fila — citazione da Ligabue nonostante lui sia decisamente più incline alla tendenza Vasco Rossi — non c’è viaggio in treno in cui non si avvicini qualcuno «a dirmi “sa, io sono di destra ma lei la stimo molto”, io rispondo sempre ringraziando due volte, perché il complimento è doppio».
Sarà per questo che Schlein lo considera un punto di riferimento imprescindibile e che la war room elettorale del Pd si affanna a prenotarlo, date su date, città su città, manifestazioni su manifestazioni su manifestazioni.
Prima in Sardegna, dove l’evento di Carbonia con la segretaria del partito è considerato quasi «un format» per l’ufficio comunicazione del Pd, così come le sortite in solitaria a Orosei e Nuoro; e adesso in Abruzzo, dove la sua annunciata presenza non è passata inosservata neanche nel fronte opposto, col governatore uscente (e ricandidato) del centrodestra Marco Marsilio che ha causticamente notato come nel centrosinistra abbiano «riesumato persino Bersani, che ha dismesso i panni del commentatore televisivo ed è tornato a fare campagne elettorali…».
Lui, Bersani, c’è. Nei manifesti delle iniziative elettorali, il suo nome è tornato a essere scritto a caratteri cubitali, come se fosse l’attrazione principale della serata. Soltanto oggi, come segnalato da locandine con scritta bianca su sfondo rosso, che rimandano a certi classici del marxismo ripubblicati negli anni Settanta dagli Editori Riuniti, sarà a L’Aquila a metà pomeriggio e in Val Pescara alle nove di sera, sempre insieme al candidato presidente Luciano d’Amico (nelle locandine, c’è scritto prima Bersani e poi D’Amico). Perché in campagna elettorale, soprattutto per chi è chiamato a inseguire la lepre, vale quello che vale per la tv: questo funziona, questo no.
Bersani funziona sì, ma perché? «Credo che i motivi di fondo siano due: il primo — spiega lui in privato — è che le persone riconoscono la gratuità che sta dietro il mio impegno, nel senso che hanno capito che vado in giro da militante senza voler nulla in cambio».
Il secondo «è che finalmente si è capito, anzi si è visto, che cosa ci fosse dietro la mucca nel corridoio di cui parlavo da anni: questa destra che evocavo nella mia metafora e che adesso è lì, radicata anche se indebolita, come se i bulloni del loro patto con le persone si siano allentati ma non del tutto staccati».
Certo, dall’altra parte c’è la difficoltà della sinistra nelle zone più lontane dalle grandi città, «guardate anche al voto dei paesini della Sardegna, che segnala a noi tutti il fatto che abbiamo smesso di andare al bar anche se il bar dovremmo tornare a frequentarlo».
A parlare, dice lui, di quella linea di demarcazione «tra noi e loro», tra centrodestra e progressisti, «che adesso è tornata a essere ben visibile. Basta parlare di sanità e si capisce tutto: sei per l’universalità del servizio, che va fatto funzionare a tutti i livelli, oppure punti a dare sempre più pezzi al privato, di modo che finisca per funzionare solo per chi paga? La differenza è tutta là».
Quando gli si fa notare che le differenze sono anche tra Pd e Cinquestelle, Bersani fa un sospiro: «Capiranno tutti che i ragionamenti di certi dirigenti su un decimale guadagnato o perso non interessano al popolo, che vuole un’alleanza. Ci si arriverà col “lodo Totò”: perché è la somma, non altro, che fa il totale». Quanto a lui, di quel campo largo sperimentato in Sardegna e Abruzzo, rimane il testimonial più fedele. Ha smesso di mettere Tumbling dice dei Rolling Stones in macchina, come faceva ai tempi in cui era candidato premier, e magari pensa che tutto sommato «io sono ancora qua», come cantò Vasco Rossi al rientro dopo un lungo pit stop. «La gente mi trova simpatico», dice Bersani. Poi aggiunge: «Non ho ancora capito bene il perché».
(da agenzie)

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GLI ABRUZZESI NON SONO FESSI

Marzo 6th, 2024 Riccardo Fucile

LE IMPROVVISE PROMESSE DEL CENTRODESTRA ALLA VIGILIA DEL VOTO

Da politica navigata – c’erano ancora le Province quando vi fu eletta la prima volta, 26 anni fa – ieri Giorgia Meloni ha chiuso il comizio per le regionali in Abruzzo cancellando la Sardegna.
“Partiamo da qui per confermare il governo con la vittoria alle Europee”, ha detto prima di lasciare gli abruzzesi ai loro problemi di sempre e tornarsene a Roma. A Pescara restano le sue amnesie – dal disastro del fidato Truzzu a Cagliari al dissesto della Sanità abruzzese dopo cinque anni di Marsilio – e le solite bugie.
Le più grosse, di questi tempi, sono la compattezza della coalizione di governo e i dossier di Perugia contro le destre (quando sotto esame c’era persino Conte con la sua compagna), ma stavolta la premier si è voluta superare, rivendicando i milioni assegnati per l’alta velocità ferroviaria tra Pescara e Roma.
Soldi già previsti, ma che proprio il suo governo aveva dirottato altrove prima di restituirli, quando ci si è ricordati che domenica prossima si vota.
Anche per questo, il clima che si respira tra gli elettori è di una forte crescita delle opposizioni, unite intorno a un candidato preparato e credibile come Luciano D’Amico.
Allora a Giorgia nostra non è rimasto che osare di più, scopiazzando gli avversari e promettendo le infrastrutture di cittadinanza, qualunque cosa voglia dire, magari per far dimenticare le opere che non ha realizzato Marsilio.
“Vi vedo fracidi”, ha detto infine a chi la ascoltava sotto una pioggia battente. Domenica vedremo se quelli che non ha visto sono invece gli abruzzesi che non sono fessi.
(da La Notizia)

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NAPOLI E’ TAPPEZZATA DI MANIFESTI DI DE LUCA CONTRO IL GOVERNO MELONI

Marzo 6th, 2024 Riccardo Fucile

“IL GOVERNO MELONI TRADISCE IL SUD”: PARTE LA CAMPAGNA DI COMUNICAZIONE DI DE LUCA CONTRO L’AUTONOMIA DIFFERENZIATA E IL BLOCCO DEI FONDI SVILUPPO

Chi ci ha lavorato insieme almeno una volta negli ultimi quindici anni, sa come Vincenzo De Luca prepara le sue campagne di comunicazione. Il format è quello dei «cicl.in.prop.» i ciclostilati in proprio, i volantini degli anni Settanta che l’ex comunista della Federazione di Salerno ben conosce. Non ci sono sofisticate elaborazioni grafiche, caratteri tipografici alla moda, disegni particolari. «Il carattere è il mio. Il colore è quello mio», chiariva agli inizi a creativi e staff; dopo dieci anni in Regione Campania non ha nemmeno più bisogno di dirlo. Il font è sempre lo stesso, uno della “famiglia” Sans, colore bianco su sfondo blu notte (qualcuno lo chiama «blu di governo»).
Poi, il testo, partorito in solitudine su un foglietto e mandato ai sottoposti: così De Luca prepara ciò che vuole stampato. Titolo grosso, stile locandina di giornale, testo breve che sembra uscito dalla sua bocca nelle dirette social del venerdì. Ci sono possibili correzioni (chieste dallo staff con molta cautela, il personaggio è permaloso). Poi, l’atto finale: l’ufficio pensa a declinare il Verbo nelle varie modalità: carta, teloni, immagini digitali per i social, sfondi per convegni e comizi.
Il presidente della giunta regionale della Campania ha adottato questo modus operandi più volte. Prima delle campagne elettorali, nella fase della campagna vaccinale anti-Covid, quando c’era da annunciare grosse delibere (concorsi pubblici, edilizia, sanità, cultura). Stavolta, però, è tutto diverso. È la prima volta – forse la prima in assoluto – che sui manifesti di De Luca c’è il nome di un’altra persona. C’è quello di Giorgia Meloni, capo del governo di centrodestra e oggi oggetto delle attenzioni del politico salernitano per l’autonomia differenziata e per il blocco dei fondi Coesione e Sviluppo. Per i presidenti di Regione in Italia forse è un caso unico, da studiare: non si era mai visto un attacco del genere usando il veicolo della comunicazione istituzionale.
Napoli da fine febbraio 2024 è tappezzata di manifesti e 6×3 posizionati nei luoghi più strategici. Titolo: «Il governo Meloni tradisce il Sud». Nemmeno il più forte dei candidati al Parlamento o alla Regione avrebbe potuto far meglio. La campagna si estenderà a tutte le città principali della Campania, al momento è il posizionamento politico più forte di un politico italiano contro i progetti di autonomia differenziata e il taglio ai fondi sviluppo.
La campagna si è concentrata soprattutto nelle zone ospedaliere ed è di forte impatto: «Il governo Meloni chiude i Pronto-Soccorsi» (sarebbe stato meglio declinarlo al plurale come Pronto Soccorso ma tant’è). Immaginate mentre l’utenza attende il proprio turno o notizie per un parente e sosta davanti al Policlinico o al Cardarelli, trovarsi davanti manifesti di questo tipo. Nel centro storico di Napoli si fa leva su «bloccati i fondi per la cultura»; nelle aree preoccupate per le continue scosse di terremoto del bradisismo si legge «bloccati i fondi per le strade e i Campi Flegrei». In piazza Garibaldi e in piazza Municipio sono stati acquistati gli spazi più visibili di Napoli, quelli sulle sommità dei palazzi, stile lancio di serie tv Netflix.
De Luca è stato spesso accusato dall’opposizione politica di fare un uso non consono dei fondi per la comunicazione che vengono assegnati all’ufficio di Presidenza della Regione Campania. La linea tra comunicazione istituzionale di un ente e la mera propaganda politica è da sempre oggetto di discussione: dove finisce la prima e inizia l’altra? I manifesti di De Luca contro il governo Meloni sono pagati coi soldi pubblici, dunque è logico che vi siano polemiche e accuse davanti a slogan accusatori di quella che il governatore definisce «l’operazione verità» sul governo di centrodestra e sul suo progetto di autonomia differenziata.
Si stima al momento che siano stati spesi 150mila euro, attinti al fondo comunicazione della presidenza; il centrodestra in Consiglio regionale ha annunciato accesso agli atti, interrogazioni in Aula ed esposti alla Corte dei Conti. Davanti ai magistrati contabili De Luca deve già rispondere della storia della card vaccinali distribuite durante la pandemia di Covid.
(da agenzie)

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MANDATO DI ARRESTO INTERNAZIONALE PER IL COMANDANTE DELLA FLOTTA RUSSA DEL MAR NERO E PER IL COMANDANTE DELL’AVIAZIONE RUSSA

Marzo 6th, 2024 Riccardo Fucile

LA CORTE PENALE INTERNAZIONALE DELL’AJA LI ACCUSA DI “CRIMINI CONTRO L’UMANITA'”

Il Tribunale internazionale dell’Aja (Tpi) ha emesso mandati di cattura internazionali contro due comandanti delle forze armate russe – il generale Sergei Ivanovich Kobylash e l’ammiraglio Viktor Kinolayevich Sokolov- per il loro coinvolgimento nella campagna militare dell’inverno 2022-23 contro le infrastrutture civili dell’energia in Ucraina.
I due mandati s’inseriscono nella decisione del Tribunale di aprire un’indagine su quella campagna per possibili crimini di guerra.
Il Tribunale ritiene che la campagna militare russa condotta fra il 10 ottobre 2022 e il 9 marzo 2023 contro le infrastrutture elettriche si qualifichi come “commissione multipla di atti contro la popolazione civile” e che “vi siano ragionevoli basi per ritenere che i sospetti siano responsabili di crimini contro l’umanità”.
All’epoca dei fatti, Kobylash era comandante dell’aviazione a lungo raggio delle forze aerospaziali russe, mentre Sokolov comandava la Flotta del mar Nero.
Il Tribunale aveva già aperto un’altra procedura relativa alla guerra in Ucraina. Il 17 marzo 2023 sono stati emessi mandati di cattura internazionale contro il presidente russo Vladimir Putin e la commissaria russa per i diritti dei bambini, Maria Lvova Belova, con l’accusa di crimini di guerra per la deportazione in Russia di bambini ucraini.
La Russia non riconosce i mandati di arresto emessi dalla Corte penale internazionale (CPI) per due comandanti russi, ha detto mercoledì il Cremlino. Il Cremlino ha affermato che la Russia non è parte dello Statuto di Roma che ha istituito la CPI e che il processo presso la Corte è chiuso. La Corte penale internazionale ha emesso mandati di arresto nei confronti di Sergei Kobylash e Viktor Sokolov per sospetti crimini di guerra in Ucraina, affermando che c’erano ragionevoli motivi per ritenere che i due fossero responsabili di “attacchi missilistici effettuati dalle forze sotto il loro comando contro l’infrastruttura elettrica ucraina almeno dal 10 ottobre 2022 fino a almeno il 9 marzo 2023”
(da agenzie)

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I CAMION E I BAMBINI DENUTRITI E DISIDRATATI

Marzo 6th, 2024 Riccardo Fucile

PERCHE’ MI SENTO RAPPRESENTATO SOLO DALLE LACRIME DI BONELLI

Al varco di Rafah, che è la porta tra la Striscia di Gaza e l’Egitto, ci sono centinaia di camion pieni di cibo, bloccati. Dall’altra parte ci sono bambini denutriti e disidratati. Ascolto alla radio, mentre come tutti sto guidando e pensando agli affari miei, la voce di un uomo che piange, non riesce a parlare, non riesce a spiegare come sia possibile che da una parte ci sia cibo a volontà, dall’altra bambini affamati, e quella porta rimanga chiusa.
La voce è quella di Angelo Bonelli, leader dei Verdi, in missione da quelle parti con altri quindici parlamentari italiani (dunque serve ancora a qualcosa, cari “antipolitici”, fare politica).
La trasmissione è “Il rosso e il nero”, condotta da Francesco Storace e Vladimir Luxuria, breve spicchio di umanità nel palinsesto militante di Radiouno (parentesi: Storace è schiettamente fascista, Luxuria è stata eletta in Parlamento con Rifondazione Comunista. Se riesco ad ascoltarli è perché danno l’idea di essere al microfono in quanto essere umani, non in quanto impiegati della politica).
Ascoltando Bonelli, il suo semplice racconto fatto di dolore e di impotenza, ho pensato, ed è un pensiero che mi duole, che Netanyahu sta scavando la fossa a Israele — come se non bastassero quelli che già vogliono scavargliela.
Niente, nemmeno il bestiale pogrom di Hamas il 7 di ottobre, nemmeno gli ostaggi, giustifica la rappresaglia feroce sulle persone di Gaza, la fame e la sete dei bambini, il terrore, lo sfinimento, la morsa inumana su un popolo schiantato.
Valenti sponsor dell’una dell’altra causa ancora si schierano, e spiegano chi ha ragione e chi ha torto. Ma i soli che hanno ragione sono i bambini (prendete queste parole al netto di ogni retorica) e io mi sento rappresentato solo dalle lacrime di Angelo Bonelli, fermo tra i camion e i bambini.
(da repubblica.it)

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“LA PAZIENZA VERSO ISRAELE SI STA ESAURENDO”: DAVID CAMERON, EX PREMIER E ATTUALE MINISTRO DEGLI ESTERI INGLESE, STRIGLIA BENNY GANTZ, MINISTRO DEL GABINETTO DI GUERRA SU CUI PUNTA L’OCCIDENTE PER IL DOPO NETANYAHU, IN ARRIVO A LONDRA

Marzo 6th, 2024 Riccardo Fucile

“LE SOFFERENZE DEI PALESTINESI SONO ORMAI TREMENDE, IL COMPORTAMENTO DI ISRAELE È RESPONSABILE DI QUANTO ACCADE AI CIVILI DI GAZA E NEI TERRITORI OCCUPATI”… POI LA MINACCIA (MANCO TANTO) VELATA: “IL COMPORTAMENTO DI ISRAELE PUÒ AVERE CONSEGUENZE IN BASE AL DIRITTO INTERNAZIONALE UMANITARIO”

“La pazienza verso Israele si sta esaurendo” in seno alla comunità internazionale e anche da parte di alleati affidabili come il Regno Unito.
E’ l’avvertimento rivolto da David Cameron, titolare degli Esteri nel governo Tory di Rishi Sunak, al ministro israeliano Benny Gantz (esponente d’opposizione entrato nel gabinetto di guerra di Netanyahu dopo l’escalation con Hamas) in arrivo a Londra da Washington. Cameron, parlando alla Camera dei Lord britannica, ha sottolineato di aver indirizzato “tutta una serie di moniti” agli israeliani sulla necessità di garantire più umanitari ai palestinesi della Striscia di Gaza.
Le “sofferenze” della popolazione palestinese sono ormai “tremende”, ha poi rincarato Cameron nell’audizione tenuta dinanzi alla Camera alta britannica prima d’incontrare Gantz, evocando denunce di casi di morti “per fame” o “per malattie evitabili” nella Striscia. Non senza aggiungere a chiare lettere, in risposta alle sollecitazioni di alcuni lord, che Israele “è responsabile” di quanto accade ai civili a Gaza o più in generale “nei territori occupati.” E che il suo comportamento può avere “conseguenze in base al diritto internazionale umanitario”.
(da agenzie)

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