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LA GERMANIA CAMBIA LA COSTITUZIONE PER SPENDERE “SENZA LIMITI” IN ARMI

Marzo 19th, 2025 Riccardo Fucile

LA SVOLTA DI MERZ, CON SPD E VERDI: “PRONTI A TUTTO PER DIFENDERCI DALLA RUSSIA

La Germania volta pagina. Il Parlamento tedesco ha approvato oggi una modifica alla Costituzione che consentirà al governo di spendere senza limiti in difesa: gli investimenti nel settore militare – compresi quelli per sostenere l’Ucraina – saranno d’ora in poi esclusi dal «freno al debito» prescritto dalla Legge fondamentale del Paese, che limita l’indebitamento annuo dello Stato ad un massimo dello 0,35% del Pil. La svolta costituisce una vittoria per il leader della Cdu Friedrich Merz e spalanca ora la strada alla formazione di un governo sotto la sua guida, in alleanza con l’Spd. Incoronato dalle elezioni dello scorso 23 febbraio, Merz aveva infatti dichiarato la sera stessa della vittoria che la sua priorità – dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e le minacce di disimpegno Usa da Ucraina ed Europa – sarebbe stata
quella di «rafforzare l’Europa il più velocemente possibile, così da raggiungere, passo a passo, l’indipendenza dagli Usa». «Di fronte alle minacce alla nostra libertà e alla pace nel nostro continente, il motto whatever it takes deve ora applicarsi alla difesa del Paese», aveva rincarato la dose il 4 marzo, annunciando un piano da 500 miliardi di euro di investimenti in difesa e infrastrutture. Progetto irrealizzabile col pedale pigiato sul «freno al debito» costituzionale, e che ora invece potrà vedere davvero la luce. A votare a favore della modifica alla Costituzione sono stati 513 deputati, 207 i contrari. Ora è atteso il sì anche del Senato federale, convocato per venerdì 21 marzo.
Trattandosi di una modifica della Costituzione, era necessario un voto con la maggioranza dei due terzi del Bundestag. Per riuscire nell’impresa, Merz e i suoi alleati hanno forzato i tempi: il piano è stato portato in Aula nell’ultima settimana di attività del Parlamento uscente, nel quale Cdu/Csu, Spd e Verdi hanno i numeri necessari.
Nel nuovo Bundestag che s’insedierà in seguito alle elezioni del 23 febbraio, gli equilibri saranno infatti ben diversi, con l’Afd e la Linke – contrari al riarmo – pronti a occupare ben 152 e 44 seggi rispettivamente, e Verdi ed Spd ridimensionati.
«La decisione che prendiamo oggi sulla prontezza alla difesa non è che un primo grande passo in direzione di una comunità europea della difesa, che includer anche Paesi che non sono membri dell’Ue», ha detto Merz in Aula, con un evidente riferimento al Regno Unito di Keir Starmer che sta guidando gli sforzi dei Paesi europei di sostenere la difesa dell’Ucraina e del Vecchio Continente a fronte del disimpegno Usa.
L’alleanza trasversale e le concessioni ai Verdi
La minaccia ha un nome e cognome, per il cancelliere in pectore, e si chiama Vladimir Putin. La guerra mossa dalla Russia non è solo contro l’Ucraina, ha detto ancora Merz rivolto in particolare verso l’Afd, ma «anche contro il nostro Paese, con attacchi quotidiani ai nostri centri di dati, la distruzione delle catene di rifornimento, gli attacchi incendiari e gli omicidi su commissione nel cuore del nostro Paese». Di fronte a questo, ha concluso, «ci difenderemo con tutto ciò che è a nostra disposizione nei prossimi anni e decenni». Proprio l’argomento della difesa della Germania dalla minaccia russa ha convinto l’Spd e i Verdi ad appoggiare la modifica costituzionale voluta da Merz. I Verdi in particolare, che non dovrebbero entrare nel prossimo governo, gli hanno dato però filo da torcere nei negoziati, e per dare il loro assenso hanno chiesto, e ottenuto, l’impegno a riservare 100 miliardi di euro di nuovi fondi alla lotta al cambiamento climatico e l’inserimento dell’obiettivo della neutralità climatica nella Costituzione tedesca.
(da agenzie)

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SALUTAME A TRUMP: ANCHE IL CANADA ORA PREFERISCE L’EUROPA ALL’INGOMBRANTE VICINO AMERICANO. IL PRIMO VIAGGIO DEL NEO-PREMIER, MARK CARNEY, È STATO UN TOUR IN FRANCIA E REGNO UNITO, PER INCONTRARE EMMANUEL MACRON E KEIR STARMER

Marzo 19th, 2025 Riccardo Fucile

EFFETTO DELL’ISOLAZIONISMO TRUMPIANO: I DAZI DEL TYCOON E LE MINACCE DI ANNESSIONE (“IL CANADÀ SARÀ IL NOSTRO 51ESIMO STATO”) STANNO PRODUCENDO L’EFFETTO CONTRARIO… “SIAMO IL PIÙ EUROPEO DEI PAESI NON EUROPEI”

«Voglio assicurarmi che l’intera Europa lavori con entusiasmo con il Canada, il più europeo dei Paesi non europei e allo stesso tempo risolutamente nordamericano, determinato, come voi, a mantenere le relazioni più positive possibili con gli Stati Uniti».
Giochi di equilibrismo politico ieri all’Eliseo di Emmanuel Macron — e poi a Downing Street con il britannico Keir Starmer — per il neopremier del Canada, il liberale Mark Carney.
Il successore di Justin Trudeau fa l’europeo, snobbando la tradizione del «debutto estero» alla Casa Bianca, e cerca invece sponde oltreoceano, «con alleati affidabili», per parare gli attacchi dell’aggressivo vicino di casa, Donald Trump. Poi, però, da Londra assicura: «Non stiamo cercando di organizzare una ritorsione coordinata contro i dazi degli Stati Uniti». Ma, aggiunge, «i commenti di Trump sul Canada dovranno fermarsi prima che possano iniziare i colloqui bilaterali».
Meno di 72 ore dopo il giuramento — «il Canada non sarà mai parte degli Stati Uniti» — Carney è volato nei Paesi storicamente più legati a Ottawa, e i cui leader guidano il tentativo di riscossa europea: Francia e Gran Bretagna. Tiepida in realtà, finora, la solidarietà di Macron e Starmer
Alleati sì, ma attenti a non infastidire troppo il tycoon americano. Il più solido complice di Carney resta Carlo III, che ieri ha ricevuto l’illustre suddito a Buckingham Palace. Il re d’Inghilterra, e capo di Stato del Canada, ha attivato da settimane la «soft diplomacy» per difendere la nazione più grande del Commonwealth dalle mire di Trump, il quale peraltro non ha mai nascosto di subire il fascino reale.
Il viaggio-lampo in Europa di Carney è un messaggio anche al popolo canadese che presto sarà chiamato alle urne, entro i primi di maggio secondo i bene informati. Era l’opposizione conservatrice a premere per le elezioni anticipate, sicura di vincere con oltre venti punti di vantaggio.
Poi il logorato Trudeau ha gettato la spugna, dopo quasi un decennio al governo, mentre Trump minacciava annessioni e imponeva dazi. Carney ha subito virato verso il centro, eliminando l’odiata carbon tax climatica, e lanciato la controffensiva.
Gli ultimi sondaggi lo danno alla pari, se non addirittura in lieve vantaggio, sul leader del Partito conservatore, Pierre Poilievre, prima osannato come il «Trump canadese» e ora considerato «troppo vicino a Trump»
(da agenzie)

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ASPETTANDO IL 2 APRILE, QUANDO CALERÀ SULL’EUROPA LA MANNAIA DEI DAZI USA, OGGI AL SENATO LA TRUMPIANA DE’ NOANTRI, GIORGIA MELONI, HA SPARATO UN’ALTRA DELLE SUE SUBLIMI CAZZATE

Marzo 18th, 2025 Riccardo Fucile

“CREDO NON SIA SAGGIO CADERE NELLA TENTAZIONE DELLE RAPPRESAGLIE, CHE DIVENTANO UN CIRCOLO VIZIOSO NEL QUALE TUTTI PERDONO”… SI’, HA DETTO PROPRIO COSI’: “RAPPRESAGLIE’’! SE IL SUO “AMICO SPECIALE” IMPONE DAZI ALLA UE E BRUXELLES REAGISCE APPLICANDO DAZI ALL’IMPORTAZIONE DI MERCI ‘’MADE IN USA’’, PER LA PREMIER ITALIANA SAREBBERO “RAPPRESAGLIE”! MAGARI LA SORA GIORGIA FAREBBE MEGLIO A USARE UN ALTRO TERMINE, TIPO: “CONTROMISURE”

Allo scoccare della mezzanotte del 2 aprile, calerà sull’Europa la mannaia del “dazista” Trump. Come e su quali prodotti saranno applicati, con un presidente degli Stati Uniti sciroccato, che annuncia e poi smentisce le varie trumpate, nessuno lo sa.
Saranno dazi generalizzati o mirati solo su alcuni settori? Oppure, saranno modulati in misura diversa da un paese all’altro?
Ad esempio: se “America First” imponesse dazi anziché sul vino solo sullo champagne è ovvio che colpirebbe soprattutto la Francia. Altra ipotesi: un aumento delle tariffe su spaghetti e mezzemaniche, è altrettanto ovvio che a rimetterci sarebbe soprattutto l’esportazione italiana.
Secondo quanto trapela dai beninformati, nella prima fase Trump non farà distinzioni sulla diversa qualità delle merci europee; poi, in seconda battuta, potrebbero anche sbucare dei favoritismi. Tutto frulla nella testona di “King Donald” che magari domani ci ripensa e butta nel cestino ‘sta minchiata dei dazi.
Infatti, secondo economisti e banchieri, il dazismo porterà agli americani la “stagflazione”: vale a dire, la combinazione tossica di un’inflazione ancora elevata e di un’economia debole o stagnante. È ciò che ha tormentato gli Stati Uniti negli anni ’70, quando persino le recessioni profonde non hanno ucciso l’inflazione.
Aspettando il 2 aprile, oggi al Senato la trumpiana de’ noantri, Giorgia Meloni, in vista del Consiglio europeo, ha sparato un’altra delle sue sublimi paraculate per gonzi.
Dopo aver premesso il solo pippone peace & love: “Sono convinta che si debba continuare a lavorare con concretezza e pragmatismo, per trovare un possibile terreno di intesa e scongiurare una guerra commerciale che non avvantaggerebbe nessuno, né Stati Uniti né Europa”, la scaltra Underdog della Garbatella ha aggiunto: “Credo non sia saggio cadere nella tentazione delle rappresaglie, che diventano un circolo vizioso nel quale tutti perdono”.
Sì, ha detto proprio così: “Rappresaglie’’! Se il suo “amico speciale” Trump, impone dazi all’Unione Europea e Bruxelles reagisce applicando a sua volta dazi all’importazione di merci Made in Usa, per la premier italiana sarebbero “rappresaglie”? Magari, più correttamente, andrebbe usato il termine “contromisure”, come risposta all’atto del Caligola della Casa Bianca.
No, per la Giorgia dei Due Mondi, una risposta europea al dazismo senza limitismo trumpiano, che se applicato metterebbero nel giro di 24 ore in ginocchio imprese, lavoratori e a cascata tutta l’economia italiana, è una “rappresaglia”!
A dirlo è la Confindustria, che non può venir accusata di essere anti governativa. Secondo i dati di Viale dell’Astronomia, ‘’l’export italiano risulta più esposto rispetto alla media europea con il mercato americano che rappresenta il 22,2% delle vendite fuori dal Vecchio Continente, circa 3 punti in più rispetto al resto dell’Unione (19,7%). Nel 2024 le vendite di beni e servizi hanno toccato quota 65 miliardi con un avanzo commerciale di 39 miliardi’’.
A sostegna, in un’intervista a La Stampa, arriva la voce della vicepresidente di Confindustria Lucia Aleotti: “È chiaro che per noi il rischio è grande e non riguarda solo le nostre esportazioni ma anche la possibilità che le esportazioni cinesi, una volta impedite di approdare negli Stati Uniti, possano arrivare addirittura da noi sottocosto”.
Ecco quanto potrebbero costare all’Italia i dazi di Trump al “nazione” dei Fratellini d’Italia. Ma se Ursula von der Leyen e il Consiglio Europeo proveranno a prendere a loro volta contromisure al dispotismo della nuova America, beh, a quel punto, per Giorgia Meloni l’Unione Europea cadrà “nella tentazione delle rappresaglie…”

(da Dagoreport)

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TRUMP E PUTIN, DUE ORE ALLA CORNETTA, MA LA TREGUA NON C’E’: LA TELEFONATA NON SORTISCE EFFETTO, L’UTILE IDIOTA NON HA OTTENUTO UNA MAZZA DAL BULLO CRIMINALE

Marzo 18th, 2025 Riccardo Fucile

LA TREGUA DI 30 GIORNI E’ STATA RESPINTA DA PUTIN CHE SI LIMITERA’ PER UN MESE A NON BOMBARDARE LE CENTRALI UCRAINE, MA VUOLE LO STOP AGLI AIUTI MILITARI A KIEV, COSI’ POTRA’ CONTINUARE A MASSACRARE I CIVILI

Trump-Putin, due ore alla cornetta ma la tregua non c’è: perché il negoziato sarà lungo e difficile
La tregua di 30 giorni accettata da Zelensky è stata respinta dal leader russo e una soluzione veloce come quella che il presidente americano voleva annunciare sembra allontanarsi
È durato quasi tre ore il colloquio tra il leader del Cremlino e il presidente americano
Stop alle armi all’Ucraina e stop agli attacchi alle centrali energetiche. Sono queste, secondo Mosca, le richieste finite sul tavolo tra Putin e Trump nel corso della telefonata tra i due, durata quasi tre ore. La Casa Bianca afferma, poi, che i due leader sono d’accordo «su una pace duratura». La Casa Bianca conferma e sottolinea che «il colloquio è andato molto bene».
Da Mosca arriva l’okay allo stop agli attacchi alle centrali energetiche ucraine, mentre lo zar chiede lo «stop dei rifornimenti di armi all’Ucraina». Previsto, domani, lo scambio di 175 prigionieri tra Mosca e Kiev. Soddisfazione dal Cremlino: «Con loro il mondo è più sicuro» sottolinea Kirill Dmitriev, inviato speciale di Vladimir Putin per la cooperazione economica e di investimento internazionale.
Lo zar, intanto, ringrazia Trump per contributo a raggiungere la fine delle ostilità. A riferirlo è il Cremlino.
Sul fronte Ue, invece, arriva il messaggio secondo il quale la pace va accettata «solo con garanzie di sicurezza a Kiev». Nella bozza emerge che l’Ue è «pronta a aumentare la pressione su Mosca e gli asset restino congelati».

(da agenzie)

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SCHLEIN E MELONI SONO SULLA STESSA BARCA: COSTRETTE A FARE I CONTI CON LE CONTRADDIZIONI DELLA “LORO” POLITICA ESTERA

Marzo 18th, 2025 Riccardo Fucile

LA PREMIER CERCA DI RESTARE IN EQUILIBRIO TRA TRUMP E UE, NEL MEZZO DEI SABOTAGGI DI SALVINI, LA SEGRETARIA DEM HA SBILANCIATO IL PD VERSO IL “PACIFISMO” PER NON FAR GUADAGNARE VOTI A CONTE … MASSIMO FRANCO: “USCIRE DA QUESTA TENAGLIA NON SARÀ FACILE SENZA UNA ASSUNZIONE DI RESPONSABILITÀ E UNA SCELTA DI CAMPO CHIARE”

I tormenti simmetrici della premier Giorgia Meloni e della segretaria del Pd, Elly Schlein, trasmettono una sensazione speculare e inedita. E cioè che per la prima volta le leader dei due maggiori partiti, di governo e di opposizione, si trovino a fare i conti con le contraddizioni della loro politica estera.
La posizione filo Trump e filo Putin della Lega rimane un problema oggettivo.
Ma soprattutto persiste nella coalizione di destra un anti europeismo fomentato scientificamente dal vicepremier Matteo Salvini, che promette di […] rendere più difficili, se non addirittura velleitari, gli sforzi di mediazione che Meloni ha compiuto fin dalla nascita della nuova Commissione Ue
Il risultato è quello di costringere Palazzo Chigi a un equilibrismo difficile e continuo. E a cercare faticosamente una mediazione tra alleati che si muovono con obiettivi agli antipodi: con la FI di Antonio Tajani nel solco dell’ortodossia atlantista e europeista; e la Lega salviniana su un versante opposto, determinato a evocare quella disgregazione delle istituzioni del Vecchio Continente gradita sia a Trump che a Vladimir Putin.
Uscire da questa tenaglia non sarà facile senza una assunzione di responsabilità e una scelta di campo chiare. Ma lo stesso vale per Schlein, seppure con un grado di incidenza minore sulle vicende italiane.
Le oscillazioni sull’Ucraina, prima timide, ora più vistose, sbilanciano un Pd che storicamente aveva assunto una postura a favore della Nato e dell’Ue. La somma delle sacche antiamericane nella sinistra, gonfiate dall’arrivo di Trump, e la concorrenza spregiudicata del «pacifismo» del M5S hanno accentuato e accelerato una deriva anti Ue.
E l’isolamento in Europa del quale Schlein ha accusato ripetutamente il governo Meloni, ora riguarda per paradosso lo stesso Pd. L’ossessione di non essere scavalcata dai post-grillini di Giuseppe Conte ha portato la segretaria a posizioni sulla difesa europea che non solo hanno spaccato il suo partito. Hanno anche dimostrato la distanza strategica e culturale dalle altre forze socialiste, a favore del piano di riarmo
in funzione antirussa proposto dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. Sarà un caso, ma la maggior parte governa

Massimo Franco
per il “Corriere della Sera”

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“L’EUROPA DOVRÀ AGIRE COME SE FOSSE UN SOLO STATO”: IL TESTO INTEGRALE DEL DISCORSO DI MARIO DRAGHI AL SENATO

Marzo 18th, 2025 Riccardo Fucile

LA CREAZIONE DI UN VERO MERCATO UNICO, L’ATTACCO A TRUMP (“LA NOSTRA SICUREZZA È MESSA IN DUBBIO DAL CAMBIAMENTO NELLA POLIL’ETICA ESTERA DEL NOSTRO MAGGIOR ALLEATO”) E L’AUTOCRITICA SULLA BUROCRAZIA EUROPEA: “L’ECCESSO DI REGOLAMENTAZIONE E LA SUA FRAMMENTAZIONE HA CONTRIBUITO A CREARE DELLE BARRIERE INTERNE AL MERCATO UNICO”

Signori Presidenti,
Onorevoli Senatori e Deputati,
È un grande piacere avere l’occasione di approfondire con voi i contenuti del Rapporto sul Futuro della Competitività Europea. Ringrazio i Presidenti per l’invito. E ringrazio tutti voi per l’interesse e per i contributi che sono certo arricchiranno un dibattito che ritengo decisivo per il futuro dei cittadini italiani ed europei. Tra l’altro, è la prima volta che torno in Parlamento dopo la fine del mio mandato da Presidente del Consiglio.
Lo faccio con un po’ di emozione e con tanta gratitudine per quello che questa istituzione ha saputo fare in anni molto complicati per il Paese – e per quanto sta ancora facendo. Quando la Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, mi ha chiesto di redigere un Rapporto sulla Competitività, i ritardi accumulati dall’Unione apparivano già preoccupanti.
L’Unione Europea ha garantito per decenni ai suoi cittadini pace, prosperità, solidarietà e, insieme all’alleato americano, sicurezza, sovranità e indipendenza. Questi sono i valori costituenti della nostra società europea.
Questi valori sono oggi posti in discussione. La nostra prosperità, già minacciata dalla bassa crescita per molti anni, si basava su un ordine delle relazioni internazionali e commerciali oggi sconvolto dalle politiche protezionistiche del nostro maggiore partner. I dazi, le tariffe e le altre politiche commerciali che sono state annunciate avranno un forten impatto sulle imprese italiane ed europee.
La nostra sicurezza è oggi messa in dubbio dal cambiamento nella politica estera del nostro maggior alleato rispetto alla Russia che, con l’invasione dell’Ucraina, ha dimostrato di essere una minaccia concreta per l’Unione Europea. L’Europa è oggi più sola nei fori internazionali, come è accaduto di recente alle Nazioni Unite, e si chiede chi difenderà i suoi confini in caso di aggressione esterna – e con quali mezzi.
L’Europa avrebbe dovuto comunque combattere la stagnazione della sua economia e assumere maggiori responsabilità per la propria difesa in presenza di un minore impegno americano da tempo annunciato. Ma gli indirizzi della nuova amministrazione hanno drammaticamente ridotto il tempo disponibile. Speriamo ci spingano con eguale energia ad affrontare le complessità politiche e istituzionali che hanno finora ritardato la nostra azione.
Il dato che meglio riassume la persistente debolezza dell’economia del nostro continente è la quantità di risparmio che ogni anno fuoriesce dall’Unione Europea: 500 miliardi di euro nel solo 2024 – risparmi a cui l’economia europea non riesce a offrire un tasso di rendimento adeguato.
Il Rapporto analizza estesamente le cause strutturali di questa inadeguatezza. Oggi voglio soffermarmi su tre aspetti, che sono diventati ancora più urgenti nei sei mesi trascorsi dalla sua pubblicazione. Si tratta del costo dell’energia, della regolamentazione, della politica dell’innovazione.
In Europa, tra settembre e febbraio, il prezzo del gas naturale all’ingrosso è aumentato in media di oltre il 40%, con punte di oltre il 65%, per poi attestarsi a +15% nell’ultima settimana.
Anche i prezzi dell’elettricità all’ingrosso sono aumentati in modo generalizzato nei diversi Paesi europei, e continuano a essere 2-3 volte più alti dei prezzi negli Stati Uniti. Questo problema è ancora più marcato in Italia, dove i prezzi dell’elettricità all’ingrosso nel 2024 sono stati in media superiori dell’87% rispetto a quelli francesi, del 70% rispetto a quelli spagnoli, e del 38% rispetto a quelli tedeschi. Anche i prezzi del gas all’ingrosso in Italia nel 2024 sono stati mediamente più alti rispetto ai mercati europei.
Nei prezzi finali ai consumatori incide anche la tassazione, in Italia tra le più elevate di Europa. Nel primo semestre del 2024, l’Italia risultava il secondo Paese europeo con il più alto livello di imposizione e prelievi non recuperabili per i consumatori elettrici non domestici. Costi dell’energia così alti pongono le aziende – europee e italiane in particolare – in perenne svantaggio nei confronti dei concorrenti stranieri.
È a rischio non solo la sopravvivenza di alcuni settori tradizionali dell’economia, ma anche lo sviluppo di nuove tecnologie ad elevata crescita. Si pensi ad esempio all’elevato consumo necessario per i data center. Una seria politica di rilancio della competitività europea deve porsi come primo obiettivo la riduzione delle bollette – per imprese e famiglie.
A livello europeo, nel mercato del gas naturale è necessario esercitare il nostro potere di acquisto, sfruttando la nostra posizione di più grande consumatore al mondo di gas. Possiamo coordinare meglio la domanda di gas tra Paesi, ad esempio anche riempiendo gli stoccaggi con flessibilità in modo da evitare l’irrigidimento della domanda complessiva. Inoltre, è necessario pretendere una maggiore trasparenza dei mercati.
È indispensabile evitare rischi di concentrazione e rafforzare il livello di vigilanza. Gran parte delle transazioni finanziarie legate al gas è concentrata in poche società finanziarie senza che vi siano forme di vigilanza su di esse paragonabili a quelle su altri intermediari finanziari. In linea con le indicazioni del Rapporto, la Commissione (con il Clean Industrial Deal e il lancio della Gas Market Task Force) ha fatto proposte sostanziali per rafforzare la supervisione e le regole dei mercati energetici e finanziari.
Occorre sostenere l’azione della Commissione in quest’area ed è fondamentale una rapida attuazione dei provvedimenti. Anche per quanto riguarda il gas è necessaria una maggiore trasparenza sui prezzi di acquisto alla fonte.
Il beneficio dei più bassi costi operativi delle rinnovabili raggiungeranno pienamente gli utenti finali solo tra molti anni. I cittadini ci stanno dicendo che sono stanchi di aspettare. La stessa decarbonizzazione è a rischio. I prezzi all’ingrosso dell’elettricità dipendono dal mix di generazione ma anche da come si forma il prezzo. In Europa, nel 2022, pur rappresentando il gas solo il 20% del mix di generazione elettrica, ha determinato il prezzo complessivo dell’elettricità per più del 60% del tempo. In Italia, per circa il 90% delle ore.
Occorre certamente accelerare lo sviluppo di generazione pulita e investire estesamente nella flessibilità e nelle reti. Ma occorre anche disaccoppiare il prezzo dell’energia prodotta dalle rinnovabili e dal nucleare da quello dell’energia di fonte fossile. Non possiamo però unicamente aspettare le riforme a livello europeo. In Italia sono disponibili decine di gigawatt di impianti rinnovabili in attesa di autorizzazione o di contrattualizzazione.
È indispensabile semplificare e accelerare gli iter autorizzativi, e avviare rapidamente gli strumenti di sviluppo. Questo abiliterebbe nuova produzione a costi più bassi di quella a gas, che rappresenta ancora in Italia circa il 50% del mix elettrico (a fronte di meno del 15% in Spagna e di meno del 10% in Francia).
Inoltre, senza aspettare una riforma europea, possiamo slegare la remunerazione rinnovabile da quella a gas, sia sui nuovi impianti che su quelli esistenti, adottando più diffusamente i Contratti per Differenza (CfD) e incoraggiando e promuovendo i Power Purchasing Agreement (PPA).
La regolamentazione prodotta dall’Unione Europea negli ultimi venticinque anni ha certamente protetto i suoi cittadini ma si è espansa inseguendo la crescita di nuovi settori, come il digitale, e continuando ad aumentare le regole negli altri. Ci sono 100 leggi focalizzate sul settore high tech e 200 regolatori diversi negli Stati Membri.
Non si tratta di proporre una deregolamentazione selvaggia ma solo un po’ meno di confusione. Le regole – troppe e troppo frammentate – penalizzano, soprattutto nel settore dei servizi, l’iniziativa individuale, scoraggiano lo sviluppo dell’innovazione
penalizzano la crescita dell’economia.
All’introduzione di nuove regole gli Stati membri spesso tralasciano di adeguare le normative nazionali e nei casi in cui le direttive della Commissione prevedano un’armonizzazione minima, aggiungono a esse altre prescrizioni nazionali che differiscono tra Paesi.
Infine, la difesa del mercato unico di fronte alla Corte di Giustizia Europea è divenuta sempre più rara. Un recente studio del Fondo Monetario Internazionale ha mostrato come l’eccesso di regolamentazione e specialmente la sua frammentazione abbia contribuito a creare delle barriere interne al mercato unico che equivalgano a un dazio del 45% sui beni manifatturieri e del 110% sui servizi. Non possiamo dunque stupirci se i nostri inventori più brillanti scelgano di portare le loro aziende in America, e se i cittadini europei li seguano con i propri risparmi.
Per quanto riguarda la semplificazione regolatoria e amministrativa, in linea con le raccomandazioni del Rapporto, recentemente la Commissione ha presentato alcune proposte in materia di obblighi di informativa sulla sostenibilità, da cui saranno esentate le imprese con meno di mille dipendenti. È solo un primo passo nella direzione giusta. Da parte degli Stati Membri non risulta alcuna iniziativa di maggiore semplificazione.
Il Rapporto esamina estesamente l’intero ciclo dell’innovazione dalla ricerca alla commercializzazione e presenta numerose proposte su ciò che l’Europa e i singoli Stati Membri possono fare per ridurre il gap con gli USA e la Cina e permettere alle imprese più innovative di svilupparsi in Europa invece di spostarsi negli Stati Uniti. Dal momento della sua pubblicazione il ritardo europeo è divenuto ancor più accentuato. I modelli di intelligenza artificiale sono diventati sempre più efficienti, con costi di addestramento che si sono ridotti di dieci volte da quando è uscito il rapporto
Secondo recenti sviluppi, i modelli di Intelligenza Artificiale si stanno avvicinando sempre di più – o stanno addirittura superando – le capacità di ricercatori in possesso di dottorato. Agenti autonomi si avviano ad essere in grado di prendere decisioni operando in completa autonomia. In Europa continuiamo a perdere terreno su questo fronte: otto dei dieci maggiori large language models sono sviluppati in US e i rimanenti due in Cina.
In quest’area il Rapporto prende atto che il ritardo europeo è probabilmente incolmabile ma suggerisce che l’industria, i servizi e le infrastrutture sviluppino l’impiego dell’AI nei loro rispettivi settori. L’urgenza è essenziale perché il llm si stanno espandendo anche verticalmente.
La mancanza di finanziamenti è spesso citata come causa importante della debolezza del ciclo dell’innovazione in Europa. Il Rapporto propone una chiave di lettura in parte diversa
Solitamente un progetto innovativo diviene interessante dal punto di vista finanziario quando la sua scala può crescere al di là dei confini nazionali. Ma ciò in Europa è difficile perché il mercato dei servizi è molto frazionato. Ecco, quindi, che l’investitore di oltre oceano non offre al progetto innovativo solo il finanziamento ma anche l’accesso al mercato americano.
La creazione di un vero mercato unico europeo dei servizi per 450 milioni di persone è quindi il vero presupposto per l’avvio di un ciclo dell’innovazione ampio e vitale. Un mercato dei capitali capace di indirizzare il risparmio verso le start-up più dinamiche offrirà i finanziamenti necessari.
In linea con il Rapporto, la Commissione ha annunciato la proposta di un 28o regime giuridico per le società innovative che saranno soggette in tutti i 27 Stati dell’Unione alle stesse norme di diritto societario, fallimentare, del lavoro e tributario. Anche questa è una proposta che merita un convinto sostegno.
Il Rapporto nella sua terza parte affronta le maggiori vulnerabilità a cui è esposta l’Unione Europea e, tra queste, la difesa. Occorre definire una catena di comando di livello superiore che coordini eserciti eterogenei per lingua, metodi, armamenti e che sia in grado di distaccarsi dalle priorità nazionali operando come sistema della difesa continentale. Dal punto di vista industriale ed organizzativo questo vuol dire favorire le sinergie industriali europee concentrando gli sviluppi su piattaforme militari comuni (aerei, navi, mezzi terresti, satelliti) che consentano l’interoperabilità e riducano la dispersione e le attuali sovrapposizioni nelle produzioni degli Stati membri. Nelle ultime settimane, la Commissione ha dato il via a un ingente piano di investimenti nella difesa dell’Europa.
Mentre si pianificano nuove risorse, occorrerebbe che l’attuale procurement europeo per la difesa – pari a circa 110 miliardi di euro nel 2023 – fosse concentrato su poche piattaforme evolute invece che su numerose piattaforme nazionali, nessuna delle quali veramente competitiva perché essenzialmente dedicata ai mercati domestici.
L’effetto del frazionamento è deleterio: a fronte di investimenti complessivi comunque elevati, i Paesi europei alla fine acquistano gran parte delle piattaforme militari dagli Stati Uniti. Tra il 2020 e il 2024, gli Stati Uniti hanno fornito il 65% dell’importazione di sistemi di difesa degli Stati Europei aderenti alla NATO. Nello stesso periodo l’Italia ha importato circa il 30% dei suoi apparati di difesa dagli Stati Uniti.
Se l’Europa decidesse di creare la sua difesa e di aumentare i propri investimenti superando l’attuale frazionamento, invece di ricorrere in maniera così massiccia alle importazioni, essa ne avrebbe certamente un maggior ritorno industriale, nonché un rapporto più equilibrato con l’alleato atlantico anche sul fronte economico.
Questa grande trasformazione è in realtà necessaria non solo per le complessità geopolitiche cui stiamo assistendo, ma anche per via della rapidissima evoluzione della tecnologia che ha stravolto il concetto di difesa e di guerra.
Se consideriamo ad esempio i droni, una stima delle forze armate ucraine rivela che dall’inizio del conflitto circa il 65% degli obiettivi centrati è stato colpito da velivoli senza pilota. Non solo i droni, ma anche l’intelligenza artificiale, i dati, la guerra elettronica, lo spazio e i satelliti, la silenziosa cyberguerra hanno assunto un ruolo importantissimo dentro e fuori i campi di battaglia.
La difesa oggi non è più solo armamento ma anche tecnologia digitale. È il concetto stesso di difesa che evolve nel più ampio concetto di sicurezza globale. La convergenza tra tecnologie militari e tecnologie digitali porta alla sinergia dei diversi sistemi di difesa dell’aria, del mare, di terra e dello spazio. Occorre quindi dotarsi di una strategia continentale unificata per il cloud, il supercalcolo e l’intelligenza artificiale, la cyber sicurezza.
Questo sviluppo non può che avvenire su scala europea. La difesa comune dell’Europa diventa pertanto un passaggio obbligato per utilizzare al meglio le tecnologie che dovranno garantire la nostra sicurezza.
Persino la nostra valutazione dell’investimento in difesa, oggi basata sul computo delle sole spese militari, andrà modificata per includere gli investimenti su digitale, spazio e cybersicurezza che diventano necessari alla difesa del futuro. Per tutto ciò occorre iniziare un percorso che ci porterà a superare i modelli nazionali e a pensare a livello continentale. Tutto questo riguarda non solo la nostra sicurezza ma anche la presenza dell’Europa tra le grandi potenze.
Le decisioni a cui il Rapporto chiama l’Europa sono ancor più urgenti oggi quando la necessità di difendersi e di farlo presto è al centro dell’attenzione e delle preoccupazioni della maggioranza dei cittadini europei. Un’Europa che cresce finanzierà più facilmente un fabbisogno finanziario che ormai supera le previsioni del Rapporto.
Un’Europa che riforma il suo mercato dei servizi e dei capitali vedrà il settore privato partecipare a questo finanziamento. Ma l’intervento dello Stato resterà necessario. Gli angusti spazi di bilancio non permetteranno ad alcuni Paesi significative espansioni del deficit, né sono pensabili contrazioni nella spesa sociale e sanitaria: sarebbe non solo un errore politico, ma soprattutto la negazione di quella solidarietà che è parte dell’identità europea, quell’identità che vogliamo proteggere difendendoci dalla minaccia dell’autocrazia. Il ricorso al debito comune è l’unica strada.
Per attuare molte delle proposte presenti nel rapporto, l’Europa dovrà dunque agire come se fosse un solo Stato. Questo può voler dire o una maggiore centralizzazione delle decisioni e delle capacità di spesa, oppure un coordinamento più rapido ed efficace tra i Paesi che, condividendo gli indirizzi di fondo, riusciranno a raggiungere i compromessi necessari per una strada comune. In ogni momento di questo processo i Parlamenti nazionali ed europeo avranno un ruolo essenziale.
Le scelte che ci sono davanti sono di grande momento come forse non mai dalla fondazione dell’Unione Europea.
La politica – e in particolare la politica interna di ogni Stato membro – ne sarà al centro. Voi parlamentari ne sarete protagonisti rispondendo con le vostre decisioni alle aspirazioni, ma anche alle preoccupazioni dei cittadini.
Così costruiremo un’Europa forte e coesa perché ogni suo Stato è forte solo se insieme agli altri e solo se è coeso al suo interno.
Grazie
(da Corriere della Sera)

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“CHI E’ IL VERO NORDIO? QUELLO DI ADESSO O QUELLO CHE HA FATTO TANTE INTERCETTAZIONI NELLE INDAGINI SUL MOSE?”

Marzo 18th, 2025 Riccardo Fucile

GRATTERI ALL’ATTACCO DEL GUARDASIGILLI SECONDO CUI LE INTERCETTAZIONI COSTANO TROPPO: “METTERE SOTTO CONTROLLO UN TELEFONO COSTA 3 EURO AL GIORNO E NOI, IN UN’INDAGINE CONTRO UN HACKER, CON DUE MESI DI INTERCETTAZIONI ABBIAMO SEQUESTRATO 36 MILIONI DI BITCOIN, GIÀ VERSATI ALLO STATO”

Il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, intervenendo a Otto e mezzo su La 7, non è voluto entrare nel merito delle indagini sulla vicenda Paragon, in quanto vengono condotte anche dal suo ufficio: si è solo limitato a dire, a chi gli faceva presente che in Italia le vittime del software sono sette, che “in Europa sono quasi cento”.
Parlando invece di intercettazioni ‘legali’, il procuratore di Napoli è tornato a sottolinearne l’utilità, contestando la riforma che introduce il limite della loro durata a 45 giorni: “se si tornasse alla stagione dei sequestri di persona, dove i rapitori si facevano vivi dopo 5 o 6 mesi, a cosa servirebbero? Lo stesso vale per i casi di usura, dove servono mesi per dimostrare che è stato compiuto il reato, poichè si devono aspettare le scadenze dei prestiti. Si parla poi dei costi, ma mettere sotto controllo un telefono costa 3 euro al giorno e noi, in un’indagine contro un hacker, con due mesi di intercettazioni abbiamo sequestrato 36 milioni di bitcoin, già versati allo Stato.
Nordio in tanti anni alla procura di Venezia queste cose le sa, ha fatto tante intercettazioni, se non altro quelle dell’inchiesta sul Mose. E allora era vero quel Nordio o il Nordio di adesso?”.
Lo stesso Nordio, ha aggiunto Gratteri, non la racconta giusta “quando parla del 95 per cento di assoluzioni nelle indagini sull’abuso d’ufficio, uno dei motivi per cui il reato doveva essere abolito. In realtà in quella percentuale rientrano anche le archiviazioni richieste dai pm, quindi parliamo di inchieste in cui l’indagato spesso non sapeva nemmeno di esserlo e non è stato mai interrogato”.
(da agenzie)

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URSULA VON DER LEYEN: “L’EUROPA DEVE PREPARARSI ALLA GUERRA. MENTRE LE MINACCE RUSSE AUMENTANO, IL NOSTRO PARTNER PIÙ ANTICO, GLI STATI UNITI, SPOSTA LA PROPRIA ATTENZIONE VERSO L’INDO-PACIFICO”

Marzo 18th, 2025 Riccardo Fucile

“L’EUROPA È PRONTA A FARE UN PASSO AVANTI. SIAMO PRONTI A PRENDERE IL CONTROLLO DEL CAMBIAMENTO CHE È INEVITABILE. PERCHÉ NON POSSIAMO PERMETTERCI DI ESSERE SOTTOMESSI DALLA STORIA”

“Questa storica Accademia è uno dei motivi per cui ho scelto la Danimarca per parlare di sicurezza. E per sostenere che se l’Europa vuole evitare la guerra, deve prepararsi alla guerra”. Lo ha detto la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen nel suo discorso alla Royal Danish Military Academy.
“Ora la Russia è su un percorso irreversibile verso la creazione di un’economia di guerra. Ha ampliato enormemente la sua capacità di produzione militare-industriale. Il 40% del bilancio federale è destinato alla difesa. Il 9% del suo Pil.
Questo investimento alimenta la sua guerra di aggressione in Ucraina, preparandola al contempo al futuro confronto con le democrazie europee. E proprio mentre queste minacce aumentano, vediamo il nostro partner più antico, gli Stati Uniti, spostare la propria attenzione verso l’Indo-Pacifico”.
“L’era dei dividendi della pace è ormai lontana. L’architettura della sicurezza su cui facevamo affidamento non può più essere data per scontata. L’era delle sfere di influenza e della competizione per il potere è tornata”, ha aggiunto
“ Non possiamo sottometterci alla storia . L’Europa è pronta a fare un passo avanti. Siamo pronti a prendere il controllo del cambiamento che è inevitabile. Perché non possiamo permetterci di essere sottomessi dalla storia”.
Questo, ha aggiunto, “significa che agire ora è un dovere. Agire in grande è una condizione sine qua non per velocità, portata e forza entro il 2030”
(da agenzie)

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LA DIFESA EUROPEA VA FATTA CON RAZIOCINIO: SENZA UNA RIVOLUZIONE PRODUTTIVA CHE METTA INSIEME I BIG DEL SETTORE E UNA REGIA PER IMPEDIRE SPRECHI O DOPPIONI NAZIONALI, OGNI INVESTIMENTO PER IL POTENZIAMENTO MILITARE DELL’UNIONE RISCHIA DI AVERE UN’EFFICACIA LIMITATA E NON DARE RISULTATI PRIMA DI SEI-OTTO ANNI

Marzo 18th, 2025 Riccardo Fucile

I TEMPI PER PROGETTARE E COSTRUIRE UN’ARMA SOFISTICATA SONO LUNGHI E NON ESISTONO AEREI, TANK O RADAR IN PRONTA CONSEGNA… GLI INVESTIMENTI PER FAR VOLARE UN NUOVO CACCIA SONO COLOSSALI (20-30 MILIARDI DI EURO), EPPURE SONO STATI LANCIATI DUE PROGRAMMI RIVALI: UNO FRANCO-TEDESCO E UNO ITALO-BRITANNICO-NIPPONICO

Quella del riarmo Ue non è una strada facile. Non solo per i costi sociali ma anche perché in questo campo si concentrano tutti i difetti dell’Europa: divisa, litigiosa e incapace di esprimere economie di scala nonostante disponga di tecnologie e industrie avanzatissime. Senza una rivoluzione del tessuto produttivo che metta insieme i big del settore e una regia per impedire sprechi o doppioni nazionali, ogni investimento per il potenziamento militare dell’Unione rischia di avere un’efficacia limitata e non dare risultati concreti prima di sei-otto anni.
I tempi per progettare un’arma sofisticata sono infatti molto lunghi, così come quelli per costruirla. Non esistono aerei, tank o radar in pronta consegna. Gli investimenti per far volare un nuovo caccia sono colossali, stimati in venti-trenta miliardi di euro, eppure sono stati lanciati due programmi rivali: uno franco-tedesco e uno italo-britannico-nipponico. Questa duplicazione si traduce in prezzi più elevati e forniture più lente: un vizio che viene pagato da tutti i cittadini.
La volontà dell’amministrazione Trump di ritirare le sue forze sull’altra sponda dell’Atlantico impone di rimpiazzare una serie di mezzi che venivano messi a disposizione soprattutto dagli Usa. Per alcuni non ci sono alternative Ue […] La lista dei “buchi” comprende i velivoli da trasporto strategico, quelli che servono per trasferire intere brigate; quelli da rifornimento in volo e i radar volanti che sorvegliano cielo, mare e terra. Airbus produce cisterne alate competitive, per il resto non siamo messi bene. Grande il ritardo nei satelliti da comunicazione, con iniziative di singoli Paesi e della Commissione che non tengono il passo con Starlink di Musk.
La priorità massima riguarda lo scudo missilistico contraereo, debole ovunque. Ieri Macron ha proposto di sostituire i Patriot americani – adottati da 7 nazioni della Ue e scelti da Berlino come pilastro dello Sky-Shield continentale – con i Samp-T franco-italiani. Il problema è che per completare una singola batteria “made in Europe” ci vogliono almeno 3 anni e non si riesce a stare dietro alle domande di missili terra aria, nonostante l’attesa per la consegna sia stata ridotta di un terzo
Finora nessuna azienda del Vecchio Continente è riuscita ad accelerare
drasticamente la produzione. La burocrazia frena i permessi per i nuovi impianti e la frammentazione del tessuto imprenditoriale rallenta le attività. Il che comporta il rischio di perdere le commesse a vantaggio non solo degli Usa, ma pure delle realtà emergenti turche e sudcoreane. Le ricadute occupazionali e tecnologiche degli armamenti moderni sono una certezza.
L’unico super- caccia continentale, l’Eurofighter, ha generato 100 mila posti altamente qualificati. Uno studio presentato da Pwc nell’aprile 2024 sosteneva che i nuovi ordini dell’intercettore avrebbero determinato un aumento del Pil di 58 miliardi in dieci anni e garantito lavoro a 62.700 persone l’anno nei quattro Paesi che lo realizzano, Italia inclusa, senza considerare l’importanza di ricerche come quelle per i radar a scansione elettronica.
(da La Repubblica)

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