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ALMASRI, IL CRIMINALE LIBICO LIBERATO DAL GOVERNO ITALIANO E’ “UN BOSS ISLAMISTA”

Marzo 13th, 2025 Riccardo Fucile

LE CARTE RISERVATE SVELANO I LEGAMI DEL CAPO DELLA POLIZIA DI TRIPOLI CON LE MILIZIE ARMATE CHE ORGANIZZAVANO AGGUATI ANCHE DURANTE LA VISITA DELLA MELONI IN LIBIA

Capo della polizia giudiziaria del legittimo governo libico: è la carica rivestita da Osama Njeem detto Elmasri o Almasri, l’esponente libico colpito da un ordine d’arresto spiccato il 18 gennaio scorso dalla Corte penale internazionale, subito fermato dalla polizia in Italia, ma poi liberato e rimpatriato con un volo di Stato, quattro giorni dopo, per decisione del nostro governo, che ha scatenato proteste dell’opposizione e indagini giudiziarie.
Il ruolo a lui attribuito a Tripoli fa pensare a un rappresentante della legge, titolare di una posizione di vertice nell’apparato di sicurezza e di giustizia del Governo di unità nazionale (Gnu), l’unico riconosciuto dall’Onu, che controlla la Tripolitania, cioè mezza Libia.
Le carte riservate delle missioni militari europee disegnano però un identikit molto diverso: Osama Njeem viene descritto come il comandante di una milizia armata di matrice islamista, che dopo un decennio di guerra civile è stata assorbita nell’apparato statale, senza essere mai stata disarmata né smantellata.
Una milizia che sfidava il governo di Tripoli, alleato dell’Italia e della Ue,
con agguati e sparatorie organizzati anche nel 2024 nei giorni della visita della premier Giorgia Meloni.
A rivelare questi e altri segreti sulla LIbia è un’inchiesta giornalistica internazionale, a cui partecipa L’Espresso in esclusiva per l’Italia, che ha portato alla luce 48.100 documenti trasmessi negli ultimi anni, fino al 2024, al servizio affari esteri dell’Unione europea (Eeas). Tra le carte che il consorzio Icij ha condiviso con il nostro settimanale ci sono atti interni delle autorità militari, come le forze navali della Ue (Eunavfor), ma anche rapporti provenienti da agenzie doganali e di polizia come Frontex, Eubam, Europol e Interpol. Molti documenti riguardano traffici internazionali di armi, operazioni segrete che coinvolgono Russia e Turchia: come riassume il consorzio, sono carte che mostrano «l’impotenza e il sostanziale fallimento delle missioni europee».
La milizia islamista di cui Osama Njeem è uno dei capi militari si chiama Rada, è radicata nell’area di Tripoli e si è alleata con altre fazioni che hanno combattuto prima contro le forze di Gheddafi, poi contro i terroristi dell’Isis, quindi contro le truppe del generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica. Le milizie vincenti sono state legittimate come parte delle strutture statali: nei documenti europei si legge che Rada, in particolare, ha costituito le «Forze speciali di deterrenza (Sdf) a cui è affiliata la Polizia giudiziaria». Le varie fazioni restano separate e i conflitti si risolvono spesso con le armi.
Decine di «rapporti di sicurezza» intestati all’Eubam (l’agenzia europea per il controllo delle frontiere) documentano giorno per giorno queste violente lotte tra milizie, che proseguono per mesi, anche nel 2024. Un esempio tra i tanti: la sera del 13 aprile scatta l’allarme su un’imminente rivolta delle fazioni islamiste. «Scontri armati nella città di Tripoli tra la Polizia giudiziaria guidata da Osama Njeem e le milizie fedeli al Governo di unità nazionale (Gnu). Ci sono sparatorie in corso nelle zone di Mitiga, Tajoura e in altre aree della capitale», si legge nel rapporto. «Ci si aspetta un aumento generalizzato degli scontri armati nelle linee di contatto tra le milizie di Rada-Sdf e le forze lealiste di Ssa-Gnu».
Le relazioni più dettagliate contengono anche le mappe della spartizione di Tripoli tra le milizie dominanti: l’area di Rada-Sdf confina con quelle delle Brigate 111, 444, Ssa e Tajoura. I militari italiani ed europei vengono preavvisati regolarmente dei rischi di scontri armati. E il 24 aprile «un vertice nel quartier generale di Sdf, nella base aerea di Mitiga», fa temere che una coalizione capeggiata dagli islamisti di Rada stia per dichiarare guerra agoverno di Tripoli. Tra i «comandanti militari anti-Gnu» che vi partecipano viene segnalato «Osama Njeem della Polizia giudiziaria». È in questo contesto di altissima tensione, non pubblicizzato, che Giorgia Meloni torna a visitare la Libia: il 7 maggio 2024 la premier italiana incontra a Tripoli il primo ministro Dbeibah e poi a Bengasi il generale Haftar. Lo stesso giorno, riesplodono gli scontri armati tra milizie. Tra l’estate e l’autunno del 2024 si riducono le segnalazioni di sparatorie e omicidi che però continuano a coinvolgere anche la polizia giudiziaria.
Nell’ordine d’arresto internazionale, Osama Njeem, nato a Tripoli il 16 luglio 1979, viene incriminato come direttore della prigione di Mitiga, la più grande della Tripolitania, con oltre 5 mila detenuti identificati. La Corte lo accusa di aver organizzato «torture sistematiche», pestaggi brutali, trattamenti disumani e almeno 30 violenze sessuali e 34 omicidi.
Dai rapporti delle agenzie europee di controllo delle frontiere ora emergono anche sospetti di complicità con gli scafisti, così riassunte in un documento dell’aprile 2024: «Nei loro interrogatori, i migranti imbarcati dalla Libia Occidentale hanno menzionato il coinvolgimento di entità ufficiali libiche, personale con le uniformi, nel traffico di esseri umani. Alcuni migranti sono stati trasferiti direttamente dalla prigione al rifugio-covo degli scafisti, dopo che le loro famiglie avevano pagato il riscatto chiesto dai trafficanti»

(da lespresso.it)

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IL “NEW YORK TIMES” INCORONA PAPA FRANCESCO COME L’UNICO VERO ANTI-TRUMPIANO CREDIBILE: “MENTRE I DEMOCRATICI SI AFFANNANO A CERCARE UN MESSAGGIO DA OPPORRE AL PRESIDENTE, POTREBBERO ASCOLTARE UN PAPA CHE NE HA PREDICATO UNO PER PIÙ DI UN DECENNIO”

Marzo 13th, 2025 Riccardo Fucile

“L’ESITO DEL PROSSIMO CONCLAVE POTREBBE ESSERE CONSIDERATO UN TEST POLITICO PER TRUMP E IL SUO MOVIMENTO, PROPRIO COME IL CONCLAVE DELL’OTTOBRE 1978 INVIÒ UN MESSAGGIO ALL’UNIONE SOVIETICA CON KAROL WOJTYLA”

Papa Francesco è ricoverato in un ospedale di Roma da un mese. Le sue condizioni sarebbero gravi per chiunque, ma sono ancora più minacciose per un uomo di 88 anni a cui è stato asportato parte di un polmone da giovane e che rifiuta ostinatamente di rallentare. Sebbene il Vaticano abbia riferito questa settimana che sta migliorando, potrebbe essere così indebolito che, secondo alcuni, potrebbe decidere di dimettersi.
In ogni caso, il destino di un papa rimane una grande preoccupazione per i circa 1,3 miliardi di cattolici del mondo e una fonte di maggiore curiosità per coloro che vedono Francesco come una voce morale sempre più solitaria sulla scena mondiale e si chiedono che tipo di papa gli succederà.
Il desiderio di un leader che anteponga i bisogni e gli interessi degli altri – compresi i meno potenti – ai propri è sentito soprattutto dai molti americani che oggi cercano disperatamente una luce nelle tenebre di Donald Trump.
Questo papa è emerso come una voce morale sempre più solitaria contro le pericolose tendenze globali che a volte hanno lasciato le forze della democrazia liberale in preda al panico: nazionalismo, populismo, disinformazione, xenofobia, disuguaglianza economica e autoritarismo.
Un mondo senza un papa come Francesco assomiglierà per certi versi a una distopia hobbesiana.
Francesco è diventato ancora più esplicito con l’accelerazione di queste preoccupanti tendenze politiche, soprattutto con la vittoria elettorale di Trump.
Poco prima del ricovero attuale, Francesco ha preso di mira direttamente la politica di deportazione di massa e la demonizzazione degli immigrati di Trump.
“Ciò che è costruito sulla base della forza”, ha avvertito Francesco in una straordinaria lettera ai vescovi americani, ‘e non sulla verità della pari dignità di ogni essere umano, inizia male e finirà male’”
Il Papa ha proclamato la sua visione quasi subito dopo essere stato eletto 12 anni fa, questo mese, come il primo Papa dell’emisfero meridionale, il primo Papa gesuita, il primo a prendere il nome del santo di Assisi.
Ha viaggiato nel caldo soffocante fino all’isola mediterranea di Lampedusa, dove sono sbarcati tanti migranti o dove le loro barche e i loro corpi sono andati perduti, e ha celebrato la Messa su un altare fatto con il legno delle barche dei rifugiati.
Francesco ha anche costantemente denunciato la tentazione distruttiva del populismo e l’ascesa di “un nazionalismo miope, estremista, rancoroso e aggressivo”.
In una visita ad Atene del 2021 ha messo in guardia dal “ritiro dalla democrazia” a livello globale, un sistema politico che ha definito “la risposta al canto delle sirene dell’autoritarismo”. Unificare le potenze mondiali in una battaglia comune contro il riscaldamento globale è stato un tema centrale del suo papato.
Il Papa non è un moralista dagli occhi di ghiaccio. “La realtà è superiore alle idee”, come ama dire, ed è realista su come funziona il mondo. Odia le ideologie che dirottano le menti e acclama la politica vecchio stile che porta a termine le cose. La politica “è un martirio quotidiano: cercare il bene comune senza lasciarsi corrompere”, ha detto agli aspiranti politici.
Mettendo in guardia dalla “propaganda che instilla l’odio, che divide il mondo in amici da difendere e nemici da combattere”, il Papa ha spinto con forza sia per una Chiesa inclusiva che per un mondo inclusivo.
Avere un pontefice romano come baluardo dei valori liberali potrebbe ovviamente essere considerato ironico.
La Chiesa cattolica fino alla metà del secolo scorso non era, almeno
ufficialmente, un campione della democrazia o della libertà religiosa o di altri principi che gli americani, in particolare, considerano fondamentali.
O almeno lo era. Ora abbiamo il Papa che promuove molti dei diritti e dei principi che gran parte dell’America sembra contrastare.
Ma questo è il punto in cui ci troviamo. “In quest’epoca di poteri neo-imperiali, sospetto che la Chiesa cattolica sia il miglior anti-impero – con tutti i suoi difetti – che abbiamo”, ha detto di recente il teologo di Villanova Massimo Faggioli.
Questa sottile speranza dipende da chi succederà a Francesco. Alcuni cattolici (compresi i principali esponenti dell’amministrazione statunitense) sognano un “Papa trumpiano” che epuri la Chiesa dai liberali, dai gay e da chiunque sia considerato “eterodosso”.
Ma non ci sono “papabili” validi che abbiano lo stampo di Trump e ci sono meno conservatori politici nel Collegio Cardinalizio – i cui membri eleggono il Papa e sono stati in gran parte nominati da Francesco – rispetto a qualche anno fa. Il modo prepotente di operare di Trump potrebbe persino portare a un contraccolpo tra i cardinali e a un successore papale meno amichevole nei confronti del populismo trumpiano di quanto non potesse essere un anno fa.
L’esito del prossimo conclave potrebbe essere considerato un test politico per Trump e il suo movimento, proprio come il conclave dell’ottobre 1978 inviò un messaggio all’Unione Sovietica.
In quell’elezione, i cardinali scelsero il polacco Karol Wojtyla, un 58enne cardinale […] che veniva dal mondo al di là della cortina di ferro, che divenne Giovanni Paolo II. “Quante divisioni ha il Papa?”, chiese una volta Stalin quando fu messo in guardia dall’offendere il Vaticano. I successori di Stalin impararono la risposta nel modo più duro: Giovanni Paolo II ha contribuito a far cadere il comunismo.
Naturalmente, oggi la delimitazione tra bene e male è meno chiara. Il successore sovietico è il putinismo autoritario, che non si adatta perfettamente al paradigma Est-Ovest, e Francesco, in un recente messaggio dall’ospedale, ha lamentato quella che ha definito la “policrisi” del mondo. La soluzione richiederà quello che una volta ha definito un “percors
artigianale” verso una pace fatta a mano, creata dalle azioni e dalle decisioni quotidiane dei singoli.
Si tratta di un percorso più difficile in un mondo apparentemente più complicato dopo la Guerra Fredda. Ma mentre i Democratici si affannano a cercare un messaggio da opporre a Trump, potrebbero fare di peggio che ascoltare un Papa che ne ha predicato uno per più di un decennio.
David Gibson
per il “New York Times”

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“LA DOMANDA NON È SE TRUMP SI LIBERERÀ DI MUSK, MA COME”. L’EDITORIALISTA DEL “FINANCIAL TIMES” EDWARD LUCE: “CON LA RECESSIONE IN ARRIVO, IL ‘DOGE’ POTREBBE ESSERE ANCORA UN UTILE PARAFULMINE, MA IL PREZZO DA PAGARE PER AVERLO A FIANCO È SEMPRE PIÙ ALTO”

Marzo 13th, 2025 Riccardo Fucile

“LA SCORSA SETTIMANA MUSK HA CERCATO DI VERSARE ALTRI MILIONI AL TYCOON, MA È STATO RESPINTO. E TRUMP NON È NOTO PER RIFIUTARE DENARO”… MA SAREBBE INGENUO DARE PER MORTO MUSK: “L’ACCESSO AI CONTI DEI CONTRIBUENTI È UNA MINIERA D’ORO PER QUALSIASI TITANO DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE E GRANDE SARÀ LA TENTAZIONE DI ACCAPARRARSELI PER I PROPRI SCOPI”

Quando Elon Musk ha detto di amare Donald Trump “tanto quanto un uomo etero può amarne un altro”, la nausea è stata diffusa. Trump è una delle poche persone rimaste a Washington DC a cui piace avere Musk intorno. Tuttavia, dopo aver dato a Musk più potere di qualsiasi altra figura privata nella storia degli Stati Uniti, il presidente sta vedendo il suo benefattore trasformarsi in un albatros. La domanda è come Trump si libererà di Musk, non se.
Il prezzo da pagare è già alto. Il New York Times ha raccontato come Trump abbia tarpato le ali a Musk durante un’accesa riunione di gabinetto la scorsa settimana. I capi di gabinetto, e non il cosiddetto Dipartimento per l’efficienza del governo di Musk, si sarebbero occupati delle proprie assunzioni e licenziamenti, ha detto Trump.
La resa dei conti è stata organizzata con l’obiettivo di accelerare quel giorno.
Una misura della preoccupazione di Musk per il declino della sua stella è data dal fatto che la sua visita a Mar-a-Lago lo scorso fine settimana non era originariamente prevista, dicono gli addetti ai lavori. Inoltre, Musk ha cercato di versare altri milioni ai comitati di azione politica di Trump, ma è stato respinto. Trump non è noto per rifiutare denaro.
Ma sembrerebbe che Musk stia comprando la sua permanenza prolungata. La sua posizione sta scendendo con la stessa velocità del prezzo delle azioni di Tesla. L’indice di gradimento di Trump è rimasto stabile. Con i segnali di una prossima “recessione di Trump”, Musk potrebbe essere ancora un utile parafulmine.
Ma qui finiscono i lati positivi. La sua influenza è per lo più negativa. Non c’è legislatore repubblicano o mandante di Trump che non sia terrorizzato dal potere di Musk.
Ma il costo di avere a fianco Musk sta crescendo. Ignorando il funzionamento del governo federale, Musk sta causando solo danni. Ciò mette in crisi anche Russell Vought, capo dell’Ufficio di gestione e bilancio della Casa Bianca, che ha trascorso anni a elaborare piani per decostruire la burocrazia statale.
È stato coautore del Progetto 2025, il progetto radicale della Heritage Foundation per un secondo mandato di Trump. Vought Non condivide nemmeno l’apparente riluttanza di Musk ad andare contro il Pentagono, una delle principali fonti dei contratti federali di Musk.
Si è tentati di pensare che Musk abbia un desiderio di morte politica. Il recente calo del patrimonio netto […] ha quasi azzerato i suoi guadagni post-elettorali. Ma sarebbe ingenuo. L’accesso di Doge ai conti dei contribuenti,
registri della previdenza sociale e ai dati dei dipendenti federali sarebbe una miniera d’oro per qualsiasi titano dell’intelligenza artificiale. La tentazione di Musk di accaparrarseli per i propri scopi sarà grande. Ma questo significa conservare la fiducia di Trump.
Se Musk ha un minimo di consapevolezza di sé, d’ora in poi indosserà abiti eleganti e terrà la sua prole fuori dallo Studio Ovale. Dopo aver portato il figlio di quattro anni, X, alla Casa Bianca il mese scorso, secondo alcuni addetti ai lavori Trump ha chiesto di disinfettare la scrivania della HMS Resolute.
C’è anche l’impatto di Musk sulla politica di Trump verso la Cina. Mentre i clienti negli Stati Uniti, in Europa e altrove rifiutano Tesla e cercano alternative a SpaceX, la dipendenza commerciale di Musk da Pechino sta crescendo. L’influenza della “colomba” Musk sulla politica cinese è evidente. Trump sembra ormai disinteressato al destino di Taiwan quasi quanto a quello dell’Ucraina. La maggior parte del suo team è composta da falchi cinesi. Se e quando Trump si rivolterà contro la Cina, sarà un altro segno della discesa di Musk.
Edward Luce
per il “Financial Times”

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SONDAGGI SUPERMEDIA: GIU’ FDI E LA COALIZIONE DI CENTRODESTRA

Marzo 13th, 2025 Riccardo Fucile

BENE + EUROPA… LA FLESSIONE DEL PARTITO DI MELONI NON VA A VANTAGGIO DEGLI ALLEATI

Nella Supermedia di oggi, come in quella della settimana scorsa, Fratelli d’Italia resta sotto il 30% dopo i picchi toccati a febbraio. La principale forza di opposizione, il Pd, scende di poco sotto il 30% e si attesta precisamente al 22,8%. In calo tutti gli altri partiti, dal M5S ora all’11,8 (-0,1) a Italia Viva al 2,4% (-0,3), come mostra l’ultima Supermedia Youtrend/Agi rispetto a quello di due settimane fa (27 febbraio 2025).
La flessione del partito di Giorgia Meloni non va però a beneficio degli altri alleati di maggioranza che restano praticamente stabili e registrano oscillazioni minime: Forza Italia ora tocca il 9,3% (-0,1) e la Lega l’8,4% (+0,1) con i due leader Matteo Salvini e Antonio Tajani continuano a mantenere posizioni diverse su varie questioni, da Starlink al voto sul riarmo del piano di Ursula von der Leyen.
Scende di quasi un punto anche l’intera coalizione del centrodestra, adesso al 48,4% (-0,7) mente il centrosinistra recupera qualcosa (+0,2%) e si attesta al 30,9 (Iil Pd nell’ultimo mese e mezzo hanno perso circa un punto).
Il Movimento 5 Stelle è sempre al terzo posto all’11,8% (-0,1), stabile Avs al 6%. Registrano un minimo scatto in avanti invece Azione 3,0 (+0,1) e +Europa al 2,1 (+0,3), in prima linea nella campagna per i referendum su cittadinanza e Jobs act
FdI 29,6 (-0,6)
Pd 22,8 (-0,1)
M5S 11,8 (-0,1)
Forza Italia 9,3 (-0,1)
Lega 8,4 (+0,1)
Verdi/Sinistra 6,0(=)
Azione 3,0 (+0,1)
Italia Viva 2,4 (-0,3)
+Europa 2,1 (+0,3)
Noi Moderati 1,1 (-0,1)
(da agenzie)

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GIORGIA MELONI ROSICA E SABOTA: IL NO DELLA DUCETTA ALLA PARTECIPAZIONE AL VIDEOSUMMIT DEI VOLENTEROSI, PREVISTO PER SABATO, AGITA LE CANCELLERIE EUROPEE: MACRON È RIMASTO STUPITO DALL’ATTEGGIAMENTO DELLA PREMIER ITALIANA

Marzo 13th, 2025 Riccardo Fucile

DALL’ELISEO MALIGNANO: “È INSOFFERENTE ALL’IDEA CHE IN PRIMA LINEA CI SONO FRANCIA E REGNO UNITO” … IL NO ALLA RISOLUZIONE SULL’UCRAINA CONSIDERATA ANTI-TRUMP E SALVINI CHE PREPARA IL TRAPPOLONE IN PARLAMENTO

Se Giorgia Meloni, con i suoi distinguo e suoi insistenti posizionamenti pro-Trump, rischierà di incrinare l’unità europea lo si capirà nelle prossime ore. Quando e se ufficializzerà la decisione di sfilarsi dal vertice convocato da remoto dal premier britannico Keir Starmer per questo sabato.
La logica della strategia di Meloni non è completamente chiara ai partner europei. In una carambola di comunicazioni avvenute a livello di diplomazie, sono giunte fino al governo italiano le perplessità di Emmanuel Macron sulla premier. Il presidente francese sarebbe rimasto abbastanza stupito dall’atteggiamento di Meloni durante i vertici di Parigi e di Londra.
Più in generale l’impressione che si è diffusa all’Eliseo è che la presidente del Consiglio stia cercando di ritagliarsi una parte nelle più ampie e articolate trattative sull’Ucraina, insofferente all’idea che quando le relazioni internazionali si declinano sulla base della forza e delle prospettive militari, a essere in prima linea sono sempre Francia e Regno Unito, perché sono potenze nucleari e perché siedono al Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
L’Italia storicamente ha meno margini negoziali, e ha quasi esclusivamente un ruolo di spalla. La domanda che si fanno i leader europei è fino a che punto Meloni abbia davvero intenzione di strappare e restare spettatrice di iniziative altrui, senza farsi coinvolgere.
Intanto, fonti di Palazzo Chigi, confermano l’indiscrezione de La Stampa sulla propensione della premier di non partecipare al “vertice dei volenterosi” organizzata in videocall da Starmer per questo sabato.
Meloni ne fa una questione di principio e con i suoi è piuttosto netta: l’Italia non parteciperà ancora a riunioni che all’ordine del giorno avranno solo l’invio di truppe in Ucraina. In realtà, anche in questo caso vanno interpretate le sfumature interne al governo. Meloni continua a dire di essere poco convinta dell’ipotesi di una missione militare, anche se Palazzo Chigi, ministero degli Esteri (e cioè il vicepremier Antonio Tajani) e il ministero della Difesa (e cioè Guido Crosetto) confermano che sotto mandato Onu l’Italia non si sottrarrà all’invio dei soldati.
Al momento nessuno, infatti, ha dato un’indicazione che le truppe andranno o meno a compiere operazioni di peacekeeping, anche senza una risoluzione Onu: di certo, quest’ultima potrà essere accettata dalla Russia solo dopo un solido accordo sul cessate il fuoco.
Meloni lo reputa comunque un buon argomento per smarcarsi da Macron e da Starmer.
Attorno a lei si propende di più a sottolineare come positive le mosse di Donald Trump e gli accordi di Gedda con Volodymyr Zelensky, mentre si attendono le repliche russe alle ultime evoluzioni.
Il pressing diplomatico su Meloni è però fortissimo. Sfilarsi dai “volenterosi” è un gesto che in molti in Europa leggerebbero come una rottura. Per questo la premier […] è in attesa di capire quali Paesi realmente parteciperanno alla videochiamata e, soprattutto, quale sarà il menù finale del vertice. Se il tavolo dei “volenterosi” fosse esteso anche a un più generico tema “difesa”, Meloni potrebbe ripensarci.
La fase, insomma, è piuttosto confusa. E lo è anche all’interno della maggioranza. I partiti di centrodestra ieri a Strasburgo hanno espresso nuovamente tre posizioni diverse sul rinnovo del «sostegno incrollabile» all’Ucraina. Con FI favorevole, la Lega contraria e FdI astenuta.
I meloniani hanno provato fino all’ultimo a modificare la risoluzione per favorire il ruolo che Trump si è ritagliato nei negoziati, rifiutandosi infine di sottoscrivere la mozione che sottolinea come l’Ue «esprime profonda preoccupazione per l’apparente cambiamento di posizione degli Stati Uniti nei confronti della guerra di aggressione della Russia». Una scelta che Palazzo Chigi ha anticipato alla presidenza di Kiev spiegando come questo punto – il numero 5 del testo – sia in realtà un affronto vero e proprio contro il presidente americano e, quindi, non faccia realmente gli interessi ucraini.
La Lega ha già cominciato a piantare i suoi paletti in vista delle comunicazioni della premier prima del Consiglio Ue di giovedì prossimo. Il lavorio per la stesura di una mozione unitaria è appena cominciato e i leghisti, per sostenere le parole della premier, già chiedono che Meloni […] non faccia riferimento al piano di Ursula von der Leyen. Oppure, in alternativa, specifichi che gli investimenti per la difesa […] non saranno impiegati per l’invio di nuovi armamenti all’Ucraina.
(da la Stampa)

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“L’ISTANTANEA DELL’ITALIA CHE ESCE DAL VOTO DI IERI A STRASBURGO SULLA DIFESA COMUNE E SUL SOSTEGNO ALL’UCRAINA È QUELLA DI UNA NAZIONE LACERATA E CONFUSA”

Marzo 13th, 2025 Riccardo Fucile

MASSIMO FRANCO: “LA POLITICA ESTERA TENDE A RICOMPATTARE L’UE MA SPACCA L’ITALIA, VITTIMA DELLE CREPE IDEOLOGICHE CHE L’‘EFFETTO TRUMP’ STA PRODUCENDO. IL RISULTATO È DI MARCARE L’IMMAGINE DI UN’ITALIA INCAPACE DI ASSUMERE UNA POSIZIONE NETTA IN UN PASSAGGIO FONDAMENTALE. QUANTO AL PD DI SCHLEIN, TENTATA ALL’INIZIO DA UN ‘NO’, CON LA SUA INVOLUZIONE RINUNCIA A PRESENTARSI ALMENO PER ORA COME CREDIBILE FORZA DI GOVERNO”

L’istantanea dell’Italia che esce dal voto di ieri a Strasburgo sulla difesa comune e sul sostegno all’Ucraina è quella di una nazione lacerata e confusa.
Il «sì» alla proposta di Ursula von der Leyen sul riarmo ha raccolto il 62,6 per cento dei voti: una prova di sostanziale compattezza. Ma l’appoggio delle forze politiche italiane si è frantumato: nella maggioranza di governo e tra le opposizioni.
La politica estera tende a ricompattare l’Ue ma spacca l’Italia, vittima delle crepe ideologiche che l’«effetto Trump» sta producendo. Il partito di Giorgia Meloni ha votato a favore del «libro bianco» sul riarmo e si è astenuto sull’altra risoluzione: quella sull’Ucraina, per un testo considerato tale da «scatenare odio verso gli Usa invece di aiutare l’Ucraina». Il Pd ha fatto di peggio.
Dieci europarlamentari hanno votato a favore del riarmo. Ma undici, dunque la maggior parte, si sono astenuti. A trainare l’approvazione sono stati i Popolari, dei quali fa parte FI, il partito del vicepremier Antonio Tajani; gran parte di Ecr, i conservatori ai quali aderisce FdI; i liberali e i Verdi. Contro si sono schierati i Patrioti europei di estrema destra ai quali aderisce la Lega di Matteo Salvini, l’altro vice-Meloni; una minoranza di Ecr, il M5S e Avs. Ma a colpire è stata soprattutto la posizione di Elly Schlein, risucchiata sulle posizioni «pacifiste» dei post-grillini.
Il risultato è di marcare l’immagine di un’Italia incapace di assumere una posizione netta in un passaggio fondamentale. Può darsi che creda davvero di accreditarsi come «ponte» tra Ue e Usa. I distinguo, tuttavia, rischiano di essere valutati come ambiguità o, peggio, furbizia di corto respiro. I 419 «sì», i 204 «no» e le 46 astensioni dicono che la volontà di trovare una strategia comune è maggioritaria. Nel fronte avverso o scettico si annidano invece contraddizioni crescenti: una deriva che promette di indebolire il peso non tanto della premier ma dell’Italia. Quanto al Pd di Schlein, tentata all’inizio da un «no», con la sua involuzione rinuncia a presentarsi almeno per ora come credibile forza di governo.

Massimo Franco
per il “Corriere della Sera”

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LA LINEA SCHLEIN, CHE AVEVA INVITATO A NON VOTARE SUL PIANO DI RIARMO, VIENE SCONFESSATA DALL’ALA RIFORMISTA DEL PARTITO (COMPRESO IL PRESIDENTE BONACCINI CHE ROMPE IL PATTO DI NON BELLIGERANZA CON ELLY). RISULTATO? PARTITO SPACCATO, 10 DEM SU 21 VOTANO SI’

Marzo 13th, 2025 Riccardo Fucile

NEL PARTITO SOCIALISTA EUROPEO SOLO I DEM HANNO MOSTRATO TENTENNAMENTI, LA FRONDA RIFORMISTA CRESCE E CHIEDE L’APERTURA DI UN CONFRONTO INTERNO

Dove sta il Pd? Il voto in Europa sul riarmo ha investito il partito democratico producendo una drammatica spaccatura. Undici eurodeputati hanno seguito la linea della segretaria Schlein e si sono astenuti, gli altri dieci hanno votato a favore del piano von der Leyen, «in coerenza con la posizione dei socialisti europei». Per il partito è uno dei passaggi più dolorosi da quando Schlein ha vinto le primarie oltre due anni fa.
L’ala riformista, dopo mesi di malumori e retroscena, esce allo scoperto contro il Nazareno. Persino il presidente Stefano Bonaccini, per la prima volta, si schiera contro la linea ufficiale e rompe quello che finora era sembrato un patto di non belligeranza con Schlein. Gli altri nove “ribelli” sono Antonio Decaro, Giorgio Gori, Elisabetta Gualmini, Giuseppe Lupo, Pierfrancesco Maran, Alessandra Moretti, Pina Picierno, Irene Tinagli e Raffaele Topo.
I “fedeli alla linea” sono uno in più: Nicola Zingaretti, Annalisa Corrado, Alessandro Zan, Brando Benifei, Dario Nardella, Matteo Ricci, Sandro Ruotolo e Camilla Laureti. E anche gli indipendenti Cecilia Strada e Marco Tarquinio, che erano pronti a votare “no”, alla fine vanno in soccorso della segretaria. È proprio Tarquinio a svelare la partita interna che si è giocata nel voto di Strasburgo: «Mi sono astenuto per sostenere Schlein, altrimenti la sua posizione sarebbe finita minoritaria». Era proprio questo l’incubo del Nazareno, una sfiducia di fatto della leader su un tema fondante come il posizionamento europeo. Per questo, nelle ore precedenti al voto, da Roma era partito un pressing ad ampio spettro per convincere i dubbiosi. La riunione del gruppo a porte chiuse, prima dell’aula, cristallizza però le posizioni dei due campi, con il responsabile esteri Beppe Provenzano che, in video-collegamento da Roma, predica invano unità nell’astensione. Niente da fare. I riformisti, con in testa Pina Picierno, non arretrano: «Il voto favorevole permetterà di non isolarci dal resto del gruppo dei socialisti e democratici».
Lo tsunami di Strasburgo arriva anche a Roma. Si torna a chiedere un congresso per definire la linea. «Un partito non può astenersi — afferma Lia Quartapelle — deve dire dove sta. È nei grandi cambiamenti che si misura lo spessore della proposta politica che tu hai o che non hai». Luigi Zanda va a Otto e mezzo per affondare il colpo: «Non metto in discussione la segretaria Schlein, ma piuttosto non mi sembra che sia ancora giunto il momento che si possa presentare come candidata presidente del Consiglio».
A margine del voto, il capodelegazione Nicola Zingaretti aggiunge un punto di vista importante in vista della piazza di sabato: «In quel documento c’è troppo poco federalismo. Non è l’Europa di Spinelli, la parola difesa comune non compare mai. Ed è un po’ ingenua l’idea di chi pensa che questo sia il primo passo e poi vedrete».
Dal Nazareno fanno anche notare che la tesi dell’isolamento del Pd nella famiglia socialista è un falso problema. «Tra i partiti socialisti — osserva uno degli uomini della segretaria — il Pd è quello più in salute anche per le posizioni nette assunte in questi due anni. In Germania la Spd come è andata?».

(da agenzie)

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IL PAESE DEGLI INAMOVIBILI: L’87ENNE CARLO SANGALLI HA OTTENUTO LA QUINTA CONFERMA ALLA PRESIDENZA DI CONFCOMMERCIO

Marzo 13th, 2025 Riccardo Fucile

IN CARICA DA 19 ANNI, È STATO DEPUTATO DAL 1968 AL 1994, E SOTTOSEGRETARIO NEL TERZO GOVERNO ANDREOTTI

Venticinque minuti di discorso programmatico e 19 anni di mandato alle spalle sono bastati a Carlo Sangalli, ieri, per ottenere la quinta conferma alla presidenza di Confcommercio. Ancora un’altra elezione per acclamazione, questa volta su proposta del presidente dei Giovani, Matteo Musacci, accolta unanimemente dai 167 soci con diritto di voto presenti a Roma (pari al 94% del totale).
Sangalli, lombardo di Porlezza, mette così sulle proprie spalle, alla soglia degli 88 anni, la sfida di un altro lustro alla guida dei 700 mila associati che gli rinnovano la fiducia ormai dal 2006.
Il presidente ha rivelato di essersi chiesto a lungo se ricandidarsi. «La risposta me l’avete data voi — ha detto, rivolto ai presenti — quando sono cominciate ad arrivare decine di lettere di sostegno.
Quasi l’80% dei voti assembleari hanno alla fine sostenuto la mia candidatura». Una blindatura, quella che ha consentito a Sangalli di succedere di nuovo a se stesso, garantita da uno stile, nella conduzione della confederazione, “democristiano”. «Non so se si può ancora dire — tentenna Sangalli, a margine dell’elezione — ma è la verità: ho molto imparato facendo politica nella vecchia Dc».
Un’esperienza da deputato durata dal 1968 al 1994, culminata nel sottosegretariato nel terzo governo Andreotti. E se si chiede a qualcuno degli associati in che cosa consista questo stile Dc, al riparo dell’anonimato, qualcuno spiega: «Grandissima capacità di trasmettere la forza della leadership e oculata gestione del potere».
Il 29 aprile prossimo Confcommercio celebrerà 80 anni e lo slogan sarà “Ricordare il futuro”. Che, secondo il presidente, significa, tra l’altro, «assumersi la responsabilità di condividere il cammino, senza cadere nell’illusione di un uomo solo al comando».
Poi tra una citazione di Churchill e una di Dickens, Sangalli traccia alcune linee programmatiche: «Regolamentare l’intelligenza artificiale, rilanciare i consumi, contrastare il caro-energia, combattere la desertificazione
commerciale». Tanto da fare, ma il neopresidente è sicuro di tenere botta in virtù di una “grazia di stato” che lo sorregge. Malgrado l’età. «Ma su quello – ribatte scherzando – c’è un errore all’anagrafe…».

(da Il Corriere della Sera)

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“È UN ERRORE FIDARSI DI PUTIN, PRENDERA’ TEMPO PER ATTACCARE DI NUOVO L’UCRAINA”: L’EX CONSIGLIERE PER LA SICUREZZA NAZIONALE DI TRUMP, JOHN BOLTON, BOCCIA SU TUTTA LA LINEA LA POLITICA ESTERA DEL TYCOON

Marzo 13th, 2025 Riccardo Fucile

“FAR ACCETTARE AGLI UCRAINI IL CESSATE IL FUOCO PRIMA DI SAPERE SE I RUSSI CONCORDANO È UNO MODO STRANO DI NEGOZIARE. ZELENSKY CHIEDE GARANZIE DI SICUREZZA E TRUMP LE RIFIUTA: È UN INVITO AI RUSSI PER TORNARE AD ATTACCARE”… “L’USCITA DEGLI USA DALLA NATO? PENSO SIA MOLTO REALE”… “I DAZI? UNA FOLLIA, DISTRUTTIVA ALL’INTERNO DEGLI STESSI STATI UNITI”

John Bolton non si fida: «Forse Putin accetterà il cessate il fuoco in via di principio, ma solo per prendere tempo. Anche se firmasse la pace, il suo obiettivo dichiarato è ricostituire l’impero sovietico, e appena sarà pronto lancerà la terza invasione dell’Ucraina». Quindi l’ex consigliere per la sicurezza nazionale di Trump lancia un avvertimento agli europei: «Il rischio dell’uscita dalla Nato è reale. L’Europa deve riarmarsi, ma senza creare strutture parallele all’Alleanza che darebbero la scusa al presidente per abbandonarla».
Come giudica l’accordo di Gedda?
«Serviva a riparare il fiasco dello scontro nello Studio Ovale. […] Far accettare agli ucraini il cessate il fuoco prima di sapere se i russi concordano è uno modo strano di negoziare».
Bloccare gli aiuti ha consentito a Mosca di riprendere il Kursk?
«Uno sbaglio. Il pericolo per Kiev è che la linea di demarcazione del fronte diventi il nuovo confine permanente con la Russia».
Putin sta avanzando, ma non vuole urtare Trump. Come risponderà?
«Potrebbe dire che accetta il cessate il fuoco in linea principio, ma vuole sedersi con gli ucraini per discuterne i dettagli. Così guadagnerebbe del tempo, in cui molto può accadere sul terreno».
Trump ha sbagliato a fare concessioni prima ancora di trattare?
«Errore enorme, oltre al capovolgimento della posizione Usa, che aveva sempre previsto l’ingresso dell’Ucraina nella Nato. Molto rivelatore dei veri sentimenti di Trump, che sono con la Russia».
Se Putin accettasse, poi tornerebbe a minacciare Kiev e la Nato?

«Sì. Nel 2005 disse alla Duma che considera la disgregazione dell’Urss la più grande catastrofe geopolitica del Ventesimo secolo. Sta cercando di ricostruire l’impero russo. Ha perso molte risorse e uomini in questa guerra, ma appena sarà di nuovo pronto, fra 3, 4 o 5 anni, lancerà la terza invasione dell’Ucraina. Perciò Zelensky chiede garanzie di sicurezza, ma Trump le rifiuta. È un invito aperto ai russi per tornare ad attaccare».
Lei come negozierebbe la pace?
«Applicando pressione ad entrambe le parti. Ci sarebbe molto margine per rendere le sanzioni più efficaci».
Vede il rischio che Trump lasci la Nato?
«Penso sia molto reale, nel 2018 ci era andato assai vicino. Ma anche senza uscire potrebbe fare danni sufficienti, come ritirare le truppe dall’Europa, per rendere la Nato inefficace».
Fanno bene gli europei a riarmarsi?
«Sì, ma dovrebbero farlo come singoli paesi. Se usassero un meccanismo Ue, che per alcuni è la base su cui costruire una struttura alternativa alla Nato, allontanerebbero gli Usa dall’Alleanza Se Trump fosse un partner affidabile, dovrebbero farlo acquistando armi americane, ma lui sta bruciando la fiducia, e la guerra commerciale peggiorerà la situazione».
Come giudica i dazi?
«Una follia, economicamente distruttiva all’interno degli stessi Usa. Trump potrebbe avere ragione a denunciare gli squilibri, ma dovrebbe parlarne a porte chiuse con gli alleati per correggerli. Il vero problema nei commerci è la Cina, ma così rende molto difficile creare un fronte comune per contrastarla».
Ha fatto bene a scrivere a Khamenei per il negoziato nucleare?
«No, perché l’Iran non ha preso la decisione strategica di rinunciare all’atomica. Anzi, accelera.».

(da la Repubblica)

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