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PAPA FRANCESCO E I MIGRANTI, INTERVISTA A DON CAPOVILLA: “GLI REGALAI LA SPILLA DEI PORTI APERTI, ERA CONTRO IL SISTEMA”

Aprile 22nd, 2025 Riccardo Fucile

IL PARROCO DI MARGHERA RACCONTA L’IMPEGNO DI PAPA FRANCESCO

Don Nandino Capovilla è un parroco di Venezia, di Marghera nello specifico, da sempre impegnato in attività sociali, soprattutto con Pax Christi. Dall’impegno sui migranti a quello contro la guerra in Palestina, fino ai poveri della sua città, Don Nandino regalò a Papa Francesco la spilla che chiedeva i porti aperti per i migranti. Era il 2019 e i decreti sicurezza bloccavano in mare le navi delle Ong che salvavano migranti. Ma Don Nandino accolse anche un altro gesto di Bergoglio, un assegno per un senza fissa dimora argentino, derubato a Venezia di tutti i suoi averi. Ed infine l’impegno su Gaza con la visita delle chiese palestinesi in Italia. A Don Nandino abbiamo chiesto un ricordo di Papa Francesco, scomparso lunedì mattina.
Nel 2019 lei gli regalò la spilla dei porti aperti, come la prese?
È il mio ricordo personale di Papa Francesco, questo del momento in cui gli consegnai la spilla dei porti aperti. Per me fu la conferma di quanto lui ci chiedeva di dargli una mano su quella questione. Non è solo l’umanità nei gesti, perché si fa presto a fare dei gesti umani, quello che ho visto è stata l’umanizzazione. Il suo progetto, che non siamo riusciti a prendere sul serio, è quello di rendere il Vangelo una cosa avvicinabile, per gli uomini, le donne,
particolare per i poveri, e quindi i migranti. Da qui derivava anche la sua cura e la sua attenzione su questi temi. Ricordo che quando gli detti la spilla lui mi disse: è per me? Come per dire: te la pago? E non era una forzatura. Quindi quando gli raccontai un po’ del dramma dei migranti, lui era contentissimo di poter sottolineare questa sua chiara contestazione di un sistema. Questo lo sentiamo in modo fortissimo.
Mandò anche un assegno a un senza fissa dimora a cui rubarono tutto
Sì, credo che fu la prima volta che accadde una cosa del genere. Ma noi dovremmo proprio aprire l’enciclica “Fratelli tutti” e dire che siamo un’unica umanità. È per questo che si escludono le discriminazioni di genere, di nazionalità, lui tutto questo lo ha provato, lo ha vissuto. Io ne ho avuto dei segni tangibili, per questo noi dobbiamo continuare a lottare e prendere sul serio quello che lui ci ha consegnato.
Lei è impegnato anche sulla Palestina, doveva incontrare il Papa lo scorso marzo?
Sì, io ho accompagnato la delegazione delle chiese di Gerusalemme, Kairos Palestina, ma lui era già ammalato, è stato proprio a marzo. Il loro obiettivo era proprio di incontrare il Papa, io li accompagnai, loro erano venuti appositamente dalla Palestina per dire grazie a papa Francesco, per aver usato la parola genocidio. Noi da papa Francesco dovremmo imparare proprio questo, e per la Palestina lo abbiamo sotto agli occhi, ci stiamo girando dall’altra parte, noi dovremmo prendere sul serio le nostre responsabilità, se vogliamo imparare dal Papa. La delegazione gli portò un dono, che custodiamo noi ora, visto che non fu possibile consegnarlo, si tratta di un legno di ulivo, tagliato dai coloni a una famiglia cristiana palestinese, e sopra c’è scritto grazie per il vostro sostegno. Il Papa non usava le mezze parole, se una cosa era un’ingiustizia era un’ingiustizia e non una “sofferenza”. Noi invece non riusciamo a pronunciare la parole che lui invece pronunciava. Pensiamo ai migranti oppure alle armi. Lui diceva “questo è criminale”, oppure “quelli sono pazzi” parlando dei mercanti di armi.
La Chiesa sarà in grado di portare avanti l’esempio di papa Francesco?
Cosa posso dire, spero di sì. Potrebbe farlo perché abbiamo proprio una grandissima mole di indicazioni, da “Evangeli Gaudium” soprattutto con “Fratelli tutti” lui le ha indicate le cose. Quindi dobbiamo metterlo in pratica.
(da Fanpage)

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CH SARA’ IL PROSSIMO PAPA: GLI OTTO NOMI “PAPABILI”, DIVISI TRA PROGRESSISTI E CONSERVATORI

Aprile 22nd, 2025 Riccardo Fucile

I RITRATTI DI ZUPPI, PAROLIN, TAGLE, AVELINE, PIZZABALLA, ERDO, RANJITH, BESUNGU

Pure sapendo che il vecchio adagio secondo cui “chi entra in Conclave da Papa, ne esce cardinale” è stato il più delle volte confermato dai fatti, proviamo qui a riassumere i prelati “favoriti” per la successione a Bergoglio. Otto brevi ritratti e letture foglianti per approfondire
Di sicuro c’è solo che alla fine non andrà come nel thriller papale Il Conclave, candidato agli Oscar e sbertucciato dai giornali cattolici di tutto il mondo (per Avvenire è “un’involontaria parodia”, per il loasangelino Angelus “sembra scritto con ChatGPT” o, secondo il vescovo americano Barron, “dal comitato editoriale del New York Times”). Quindi, con ogni probabilità, non avremo un nuovo Papa intersessuale. Amen. Per il resto, il nome del nuovo pontefice è avvolto dalle nebbie della storia – o della Provvidenza. Dal prossimo Conclave, dove politica e fede si intrecciano alle maree mutevoli dell’epoca in cui viviamo, potrebbe uscire uno dei profili più strombazzati di questi giorni, così come un nome del tutto estraneo al cicaleccio mediatico. Anche perché il vecchio adagio secondo cui “chi entra in Conclave da Papa, ne esce cardinale” è stato il più delle volte confermato dai fatti. Tra i “campionari” più attendibili, che anche da Oltretevere qualcuno fa circolare, c’è quella elaborata dal College of Cardinals Report, la piattaforma curata da Edward Pentin e Diane Montagna. Proviamo qui a semplificarla ulteriormente, scegliendo otto nomi papabili, letteralmente.
Pur tenendo a mente che le dinamiche di potere nella Chiesa non rispecchiano esattamente quelle della politica, c’è tuttavia una polarizzazione su due fronti che potremmo definire come progressista, l’uno – più vicino a papa Francesco –, e conservatore, l’altro. Il nuovo Papa dovrà raccogliere il favore dei due terzi del Conclave: ben 92 cardinali. Resta il fatto che nel Concistoro di dicembre, Bergoglio ha “infornato” ventuno nuovi cardinali, di cui venti elettori (perché con meno di 80 anni, e quindi con diritto di ingresso in un eventuale Conclave) e il 99enne Angelo Acerbi. “I cardinali viventi creati da papa Bergoglio sono 149. Di questi, 110 potrebbero varcare la soglia della Sistina, numero che costituisce la stragrande maggioranza di quelli abilitati a entrare in Conclave (24 quelli creati da Benedetto XVI e ormai solo sei quelli nominati da papa Woytila)”, riassumeva a dicembre Antonio Bonanata su RaiNews. Questi non sono certo parte di un blocco “bergogliano” monolitico, visto che molti non si conoscono e possono avere visioni distanti su questioni che riguardano la vita e il governo della Chiesa, oltre a eventuali “antipatie” o strategie “elettorali”anch
dell’ultimo minuto. E, di nuovo, sarebbe sbagliato leggere l’elezione del nuovo Papa come una scelta di esclusivo opportunismo politico. Per semplificare, tuttavia, possiamo immaginare un ipotetico parlamento, un ventaglio che va da sinistra a destra.
Matteo Maria Zuppi
Si può partire quindi dai progressisti: è circolato molto il nome di Matteo Maria Zuppi (69 anni). Il presidente della Cei aderisce perfettamente alla visione del pontificato di Francesco. Nato a Roma, ha stretti legami familiari con il Vaticano: suo padre Enrico fu direttore dell’Osservatore della Domenica, sua madre, Carla Fumagalli, era la nipote del cardinale Carlo Confalonieri, che fu segretario di papa Pio XI, poi prefetto della Congregazione per i vescovi e decano del Collegio cardinalizio ai funerali dei papi Paolo VI e Giovanni Paolo I. Figlio dello spirito del Vaticano II, è molto vicino alla comunità laica di Sant’Egidio.
Pietro Parolin
Nella stessa “area”, c’è poi Pietro Parolin (70 anni), che è visto come un successore naturale di Francesco, del quale potrebbe portare avanti le riforme in modo più discreto e diplomatico. Ordinato vescovo da Benedetto XVI, Francesco lo ha fatto segretario di Stato nel 2013 e, nel 2014, lo ha nominato nel suo “Consiglio dei cardinali” interno, che lo consiglia sulla riforma della Chiesa. Il cardinale ha auspicato “una presenza stabile in Cina” della Chiesa. uno dei grandi obiettivi di Francesco. Il problema è comprendere quanto tale progetto possa conciliarsi con lo strisciante ma permanente conflitto con il regime. Scrivono Pentin e Montagna: “Ha svolto un ruolo cruciale nel ristabilire il contatto diretto tra la Santa Sede e Pechino nel 2005, un risultato lodato all’epoca ma un’apertura diplomatica che potrebbe rivelarsi il suo tallone d’Achille”, insieme alla sua mancanza di esperienza pastorale. Ancora: “Il suo approccio risoluto alle relazioni sino-vaticane è culminato nel 2018 in un controverso accordo provvisorio segreto sulla nomina dei vescovi, rinnovato nel 2020, 2022 e 2024”.
Luis Antonio Tagle
Acclamato come il “Francesco asiatico”, il cardinale filippino Luis Antonio Tagle (67 anni) è un altro nome “progressista”, sebbene lui stesso preferisca evitare tali etichette. Come scrivevamo nel ritratto qui sotto, la scelta di
Francesco di nominarlo prefetto della congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli, la vecchia Propaganda fide, “è stata una decisione politica e fortemente simbolica. Tagle è da tempo l’enfant prodige della chiesa delle periferie, teologo apprezzato e brillante conferenziere, uomo giusto per aprire le porte dell’Asia più profonda al cattolicesimo che ancora stenta a radicarsi in quelle terre. Anche le porte della Cina, visto che Tagle – che di terzo nome fa Gokim – ha per parte di madre origini cinesi”. Tuttavia, se un tempo sembrava tra i “preferiti” di Francesco, da allora sembra essere caduto in disgrazia. Scrivono Pentin e Montagna: “Da un lato, si è scagliato contro un disegno di legge filippino sulla ‘salute riproduttiva’, sebbene in modo meno forte di alcuni dei suoi colleghi vescovi, che ha introdotto politiche anti-famiglia e anti-vita, e si è espresso con forza contro l’aborto e l’eutanasia. D’altro canto, sostiene che esistono alcune situazioni in cui i principi morali universali non si applicano, come nel caso della Comunione per le coppie che vivono insieme coniugalmente ma senza matrimonio sacramentale, e questioni relative all’omosessualità”.
Jean-Marc Aveline
L’arcivescovo metropolitano di Marsiglia, Jean-Marc Aveline (66 anni), benché a “sinistra” nel nostro schema semplificatorio, è tuttavia un profilo più “centrista” rispetto agli ultimi cardinali che abbiamo nominato. Prelato affabile e colto, un papabile emergente con un ampio appeal, dedito alle questioni delle “periferie” del dialogo interreligioso e della migrazione, sensibilità acquisita anche per la sua travagliata infanzia in una famiglia di pieds-noirs, i francesi d’Algeria rimpatriati a partire dal 1962, al termine della guerra d’Algeria. Nel settembre 2023, ha convinto Papa Francesco a visitare la Francia per un incontro con i vescovi e i giovani del Mediterraneo a Marsiglia, convinto che le questioni che circondano il bacino del Mediterraneo siano decisive per il futuro del mondo. Aveline “è vicino all’orecchio di Bergoglio”, scriveva la Croix, e i due si incontrano regolarmente in Vaticano, anche al di fuori degli orari ufficiali. C’è da capire se, data la sua relativamente giovane età, i suoi confratelli vorranno continuare sulla strada indicata da Francesco per quello che sarebbe probabilmente un lungo pontificato.
Pierbattista Pizzaballa
Quella del Patriarca latino di Gerusalemme, il bergamasco Pierbattista
Pizzaballa (59 anni), “è una delle voci più lucide” sul dramma che insanguina il vicino oriente. “Fin dal 7 ottobre ha cercato di rappresentare la situazione sul terreno per quella che è: non una delle tante guerricciole fra israeliani e palestinesi, ma qualcosa che è destinato ad avere conseguenze dalle quali non si potrà tornare indietro”. Pizzaballa affronta di rado questioni controverse della teologia o delle posizioni dottrinali. Ma da ciò che sappiamo delle sue parole e azioni, è possibile discernere un desiderio di attenersi alle tradizioni e alle pratiche ortodosse della Chiesa, pur rimanendo aperto alla modernità.
Péter Erdö
Péter Erdö, arcivescovo 72enne di Budapest, è il primo vero “conservatore” del nostro elenco. È cresciuto sotto il comunismo e quando aveva quattro anni, nel 1956, la sua famiglia è stata costretta a fuggire con solo i vestiti che indossava dopo che le truppe d’invasione hanno bruciato la loro casa. Considerato un grande intelletto e un uomo di cultura, è autore prolifico e colto. Fortemente pro-life, Erdö si oppone al celibato facoltativo per i sacerdoti, è contrario all’accettazione delle unioni omosessuali. “Il lavoro missionario è centrale nel suo approccio pastorale e ha mostrato grande preoccupazione per la crisi vocazionale della Chiesa”, ricordano Pentin e Montagna.
Malcolm Ranjith
Pochi cardinali hanno l’esperienza che Malcolm Ranjith (77 anni), arcivescovo metropolta di Colombo, Sri-Lanka, ha maturato negli anni. Il che lo rende il candidato preferito da coloro che cercano un Papa affidabile, più in continuità con Benedetto che con Francesco, ma con una comprovata esperienza di governo e proveniente dal sud del mondo. Parla fluentemente dieci lingue.
Fridolin Ambongo Besungu
Anche se non è molto probabile che il prossimo Papa sarà africano, l’arcivescovo di Kinshasa, Fridolin Ambongo Besungu, ha delle buone carte. Ha guidato la levata di scudi contro il documento dell’ex Sant’Uffizio con cui si è data luce verde alla benedizione delle coppie omosessuali.
(da Il Foglio)

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SULLA CARTA, IL PROSSIMO PAPA NON POTRÀ CHE ESSERE UN “BERGOGLIANO”. SU 135 CARDINALI PARTECIPANTI AL CONCLAVE, 110 SONO STATI NOMINATI DA FRANCESCO. MA GLI ADDETTI AI “LIVORI” IN VATICANO FANNO NOTARE SOMMESSAMENTE CHE LE ALLEANZE “RARAMENTE SOPRAVVIVONO” ALLA MORTE DEL PONTEFICE

Aprile 22nd, 2025 Riccardo Fucile

LA NAZIONE PIÙ RAPPRESENTATA È L’ITALIA CON 17 CARDINALI. POI CI SONO GLI STATI UNITI CON 10. GLI EUROPEI SONO 53, I LATINOAMERICANI 21, I NORDAMERICANI 16… LA POSSIBILE DATA D’INIZIO DEL CONCLAVE: TRA IL 6 E IL 10 MAGGIO CHI SARÀ IL PROSSIMO PAPA

Dopo il decesso di Papa Francesco, avrà luogo nelle prossime settimane il Conclave per decretare il nuovo Pontefice. Inutile fare nomi o indicare favoriti anche perché, come la storia insegna, spesso chi entra Papa in conclave ne esce cardinale. Però si può raccontare la suddivisione dei 135 cardinali elettori e cercare di capire che tipo di Papa sarà chi salirà sul soglio pontificio dopo Bergoglio.
Conclave, 110 cardinali su 135 nominati da Francesco
Per avere il nuovo Papa serviranno i voti dei due terzi dei 135 cardinali partecipanti al conclave, 91 voti in tutto. E, tra i porporati che voteranno, ben 110 sono stati nominati da Papa Francesco (23 da Papa Benedetto XVI e 5 da San Giovanni Paolo II). I numeri dicono dunque che la prossima riunione nella Cappella Sistina potrebbe avere come esito l’elezione di un Papa a trazione ‘Bergogliana’ e quindi in continuità con il corso impresso alla Chiesa dal Papa argentino.
La nazione più rappresentata è l’Italia
La nazione più rappresentata è l’Italia con 17 cardinali. Dietro l’Italia, ci sono gli Stati Uniti con 10 cardinali, poi il Brasile con 7. Queste le 3 nazioni più presenti. Tanti sono, invece, i Paesi del mondo che hanno un solo rappresentante. Facendo la divisione per continente, invece, il quadro è questo: i cardinali elettori europei sono 53, i latinoamericani sono 21, i nordamericani 16, gli africani 18, gli asiatici 23, i porporati dell’Oceania 4.
Chi sono i possibili successori del Papa
Continuità o sorprese? Ritorno al tradizionalismo o nuovi orizzonti? I recenti conclavi hanno regalato le sorprese delle elezioni di Karol Wojtyla nel 1978 e Jorge Bergoglio nel 2013. Il conclave del 2005, invece, è stato quello che ha avuto l’esito ‘atteso’ con l’elezione di Joseph Ratzinger.
(da agenzie)

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LE ULTIME VOLONTÀ DI PAPA FRANCESCO: “CHIEDO CHE LE MIE SPOGLIE MORTALI RIPOSINO NELLA BASILICA PAPALE DI SANTA MARIA MAGGIORE. IL SEPOLCRO DEVE ESSERE NELLA TERRA; SEMPLICE, SENZA PARTICOLARE DECORO E CON L’UNICA ISCRIZIONE: FRANCISCUS”

Aprile 22nd, 2025 Riccardo Fucile

IL VATICANO DIFFONDE IL TESTO DEL TESTAMENTO DI BERGOGLIO, CHE DÀ SOLTANTO DISPOSIZIONI PER LA SEPOLTURA: IL TESTAMENTO È STATO REDATTO IL 29 GIUGNO DEL 2022, A SANTA MARTA: UN BENEFATTORE ANONIMO PAGHERÀ LE SPESE DELLA SEPOLTURA

Nel Nome della Santissima Trinità. Amen.
Sentendo che si avvicina il tramonto della mia vita terrena e con viva speranza nella Vita Eterna, desidero esprimere la mia volontà testamentaria solamente per quanto riguarda il luogo della mia sepoltura.
La mia vita e il ministero sacerdotale ed episcopale ho sempre affidato alla Madre del Nostro Signore, Maria Santissima. Perciò, chiedo che le mie spoglie mortali riposino aspettando il giomo della risurrezione nella Basilica Papale Santa Maria Maggiore.
Desidero che il mio ultimo viaggio terreno si concluda proprio in questo antichissimo santuario Mariano dove mi recavo per la preghiera all’inizio e al termine di ogni Viaggio Apostolico ad affidare fiduciosamente le mie intenzioni alla Madre Immacolata e ringraziarLa per la docile e materna cura.
Chiedo che la mia tomba sia preparata nel loculo della navata laterale tra la Cappella Paolina (Cappella della Salus Populi Romani) e la Cappella Sforza della suddetta Basilica Papale come indicato nell’accluso allegato.
Il sepolcro deve essere nella terra; semplice, senza particolare decoro e con l’unica iscrizione: Franciscus.
Le spese per la preparazione della mia sepoltura saranno coperte con la somma del benefattore che ho disposto, da trasferire alla Basilica Papale di Santa Maria Maggiore e di cui ho provveduto dare opportune istruzioni a Mons. Rolandas Makrickas, Commissario Straordinario del Capitolo Liberiano.
Il Signore dia la meritata ricompensa a coloro che mi hanno voluto bene e continueranno a pregare per me. La sofferenza che si è fatta presente nell’ultima parte della mia vita l’ho offerta al Signore per la pace nel mondo e la fratellanza tra i popoli.
Santa Marta, 29 giugno 2022

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E’ STATO SOLO UN INCIDENTE?

Aprile 22nd, 2025 Riccardo Fucile

CHI DI NOI NON HA MAI PENSATO: PER FORTUNA CHE C’E’ QUESTO PAPA, CON TUTTI I MASCOLZONI SALITI AL GOVERNO DEL MONDO?

Per un non credente, che non confida nello Spirito Santo, il fatto che un uomo simile sia diventato papa può essere spiegato in due maniere.
La prima è che sia stato, oltre che un fortunato intermezzo, una specie di incidente. Quasi una disattenzione, un capitolo che è sfuggito di mano ai suoi autori, qualcosa di inedito e di imprevedibile, un unicum certificato dal fatto che l’uomo in questione è stato il primo, dopo tutti quei secoli, a volersi chiamare Francesco, il rivoluzionario che con grande scandalo voltò le spalle al padre, alla ricchezza, all’agio sociale.
La seconda spiegazione, per un non credente meno comoda, meno pigra, è che non solo non sia stato un incidente, ma la Chiesa cattolica contenga in sé, oltre ai tanti vizi che questo papa non ha mai smesso di rinfacciarle, anche la facoltà di guardare al mondo — quando vuole, e se lo vuole — con un carico di speranza, e di fiducia negli uomini, che altrove sembra del tutto perduto. Considerata la frequenza con la quale le nazioni si affidano ai prepotenti, ai vanitosi e agli avidi, ha fatto spicco la salita al governo della Chiesa di una persona così mite, così devota al rispetto di tutti gli esseri umani, così semplice nei modi, così serenamente estranea ai giochetti della politica, che spesso culminano nel gioco infame della guerra.
Chi di noi non ha mai pensato: per fortuna che c’è questo papa, con tutti i mascalzoni saliti al governo del mondo? Lo abbiamo pensato in tanti. L’elezione del prossimo papa ci aiuterà a capire se Francesco sia stato un incidente, oppure una facoltà che la Chiesa ha riscoperto, e molti altri poteri hanno perduto. Da laico, non mi disturba più di tanto sperare che sia vera la seconda ipotesi.
(da Repubblica)

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LE AMBIZIONI FORTI DI FRANCESCO E LA TESTIMONIANZA ESTREMA DI UN UMANESIMO CRISTIANO

Aprile 22nd, 2025 Riccardo Fucile

IL GESUITA CHE AVEVA IN UGGIA L’ARISTOCRAZIA DELLA CHIESA

Se un Papa non piace ci si sente in colpa. Giudicare un papato sembra un atto fuori misura. Sentimenti e idee personali a parte, un bel po’ di mondo Francesco se lo è fatto piacere da subito, perfino troppo, per recuperare uno stadio di innocenza affettiva compromesso dalle raffinatezze teologiche e letterarie di Paolo VI, dai suoi tragici dubbi, e poi dallo spirito regnante e guerriero di Wojtyla, dalle sue tragiche certezze, e dalla soave intrattabilità teologica e morale di Ratzinger, custode non negoziabile di una fede e di una cultura che stavano soccombendo di fronte al wokismo relativista.
Esigere una vita innocente è precisamente il male di quest’epoca, almeno secondo un’idea tradizionalista o conservatrice di intelligenza e cultura. Ma va anche detto che Francesco, sotto quel sorriso che era anche un ghigno, e con quel brutto carattere che era un aspetto importante del suo animo, ebbe
ambizioni forti. Scelse un nome inedito e anche inaudito, quello di un alter Christus, di un uomo che parlava con la natura come i matti, uccellini e lupi, e subito precisò che il nome del grandissimo santo non ammetteva un numero progressivo al seguito.
Volle essere un grado zero della pastoralità, un uomo venuto da lontano per realizzare i disegni mistici e mondani della grande élite gesuita alla quale apparteneva, e che da oltre cinque secoli era esclusa quasi per statuto materiale dall’elevazione al soglio di Pietro. Il progetto era alto, forse anche fuori misura.
La forza travolgente della colloquialità, che alla fine banalizza tutto e tutto assimila e omologa, in principio sembrava lo strumento decisivo di una visione chiara del nuovo magistero pontificio, riluttante alla teologia e al Palazzo apostolico, insofferente del moralismo anche nella sua veste più elegante e persuasiva, ostile alle scarpe rosse, alle limousine, alla sontuosità della liturgia cattolica e dello stile vaticano, al free speech come libertà di pettegolezzo e mormorazione, alle cordate e alle lobby, alle costrizioni della politica internazionale.
Sistemati i princìpi non negoziabili, che furono messi da parte in apparente noncuranza insieme con l’idea di una rivoluzione antropologica laica ma di matrice cristiana, Francesco tentò di calare nella sua predicazione la “dolcezza” (così la definì) del primo sacerdote della iniziale combriccola di sant’Ignazio, Pietro Favre, con quel suo meraviglioso Memoriale tutto intessuto di movimenti dell’animo cristiano per quel tempo modernissimi e visionari. Purtroppo per la
sua esperienza di parroco del mondo, modesto ma non così bonario come sembrava, per la sua pratica di austerità e solidarismo, per la sua ingannevole credenza nel pianeta da riscattare dalle cattiverie dello sviluppo, per la sua rinuncia al confronto con l’assoluto della verità codificato nelle lettere episcopali o encicliche che non ha mai scritto, et pour cause, purtroppo nel corso del tempo si rese conto che qualcosa era andato storto e che la buona volontà, e un governo politico serrato della struttura ecclesiastica, non bastavano a riempire di cuore, di carne, di penetrazione intellettuale e etica i contenuti ultimi della fede. Si può credere che ne abbia sofferto.
Era un gesuita a modo suo, un non laureato o dottorato della Compagnia. Era un argentino a modo suo, aveva trascorso le tragedie sinistre di quel paese nella fiera e forse anche orgogliosa presunzione di potersene districare con l’informe teologia del popolo, estranea a ogni idea di dottrina, e con la pratica della strada, della calle. Aveva in uggia l’aristocrazia della Chiesa, che è la sua forza, la radice apostolica del suo universalismo, e cercava nel particolarismo della pratica periferica, negli odori animali della pastorizia, un antidoto devozionale condivisibile dai più al troneggiante e ispirato magistero della tradizione dogmatica. Credette fermamente in un uomo di Dio che era il suo opposto, il cardinal Martini, un gesuita dotto convinto della più grande mistificazione del secolo cattolico, che la Chiesa fosse duecento anni in ritardo sulla via maestra del mondo moderno, quando era chiaro che il mondo era corso troppo avanti e senza freni, perdendo la bussola. Va detto, con i tempi che procedono in spregio alla dignità delle cose più elementari, e con il potere mondiale percorso da un afflato demoniaco di stupidità e autolesionismo, che con tutti gli equivoci il papato di Francesco potrà essere, se non rimpianto, almeno considerato come una testimonianza estrema e incompresa di umanesimo cristiano. E non è poco.
(da il Foglio)

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LA SOLITUDINE DI FRANCESCO

Aprile 22nd, 2025 Riccardo Fucile

CREDO SI SIA RESO CONTO DI ESSERE UN UOMO STONATO IN UN’ORGIA DI ODIO PLANETARIO. E COME TALE PIURTORPPO DEL TUTTO SOLO

Era la Pasqua di cinque anni fa, la pandemia aveva bloccato il pianeta e quell’uomo vestito di bianco si muoveva da solo in una raggelante piazza San Pietro vuota. È un’immagine potentissima, iconograficamente al pari dei Boeing 767 contro le Torri Gemelle, che oggi non può non tornare alla memoria anche per la coincidenza che vuole la scomparsa di Bergoglio proprio negli stessi giorni della massima festività cristiana.
Ma se è vero che molto è stato detto e scritto a commento di quel rito senza assemblea, con il successore di Pietro che sotto una pioggia punitiva sembrava l’ultimo uomo su una terra da Day After, io vorrei condividere un’ulteriore riflessione che parta proprio da quei fotogrammi per cercare un altro senso nel pontificato di Francesco e nella sua solitudine.
Sì, solitudine. Non nascondo che soprattutto negli ultimi anni si è rafforzata in me la sensazione struggente di essere davanti a un uomo solo, purtroppo non dissimile da quello che il 27 marzo 2020 si stagliava sullo sfondo della piazza deserta.
Sarà che Bergoglio era salito al vertice della Chiesa assumendosi l’onerosa responsabilità di presentarsi con il sorriso, tratto sostanzialmente assente sia dal
volto sfigurato di dolore di Wojtyla sia da quello rigidamente trattenuto del teologo Ratzinger, cosicché la prima rivoluzione del Papa argentino passò proprio da un diverso modo di gestire la mimica facciale, finalmente sciolta in quella leggerezza gioviale che non per nulla fu mitologico attributo del Giullare di Dio.
Correva l’anno 2013, e un Vaticano adombrato da intrighi di Curia e da scandali indicibili si affidava al volto radioso di un latino-americano figlio del barrio e delle migrazioni, uno nel cui sangue scorreva la fantasia di Borges e magari pure l’infantile incanto giocoso che animava Cortázar.
Gli anni successivi stavano per convincerci che quel sorriso, unito a una certa bonarietà alla Roncalli, fosse l’unica terapia possibile per salvare la Chiesa dalle sue marcescenze e conferirle il ruolo di alleata di un’umanità sempre più indifesa dinanzi a una tecnologia debordante e onnivora.
Udienza dopo udienza, discorso dopo discorso, Bergoglio sembrava rimarcare con forza sempre maggiore il suo metodo del sorriso deflagrante, quasi sulla scia di un Gene Sharp aggiornato al terzo millennio, persuadendo milioni di persone che forse non tutto fosse perduto se in pochi anni un afroamericano arrivava alla Casa Bianca e un argentino amante del tango provava a cambiare il Vaticano. Ci abbiamo creduto. Noi e lui. Sembrava possibile, sembrava a un passo dal prendere forma e tradursi in realtà. Ma poi?
Poi solo tre anni dopo qualcosa iniziò a incrinarsi: con una dottrina e un linguaggio antitetici rispetto a quelli di Francesco, gli Stati Uniti sceglievano Trump per archiviare definitivamente l’era Obama. Il contesto aveva cominciato a virare, le energie stavano cambiando, le perturbazioni nascono sempre da avvisaglie nuvolose che vanno compattandosi prima che inizi il temporale vero e proprio.
Così fu, con il sempre più marcato successo dei sovranismi, con l’emergere di propagande violente contro i migranti, e poi il colpo di grazia del Covid un attimo prima dell’irrompere dei carri armati, a far retrocedere il Vecchio continente ai mostri in bianco e nero dell’epidemia di spagnola e dell’ultimo conflitto mondiale.
Lì, credo, è avvenuto qualcosa di drammatico: il sorriso accogliente e inclusivo di un pastore affabile si è trovato ad arginare la piena devastante di un fiume impazzito, all’improvviso carico di orrore e di morte, in una moltiplicazione esponenziale di cadaveri, ogni giorno, dal fronte ucraino e poi da quello mediorientale, in un crescendo di anatemi e di inni alla catastrofe, con i mari pieni di portaerei e i cieli fitti di missili d’ogni colore e provenienza, dai droni iraniani a quelli israeliani, dai ribelli Houthi ai bombardamenti russi sulla domenica delle Palme.
Contro tutto questo, poteva ancora qualcosa il magistero del santo di Assisi a cui Bergoglio si ispirava? Il verbo carezzevole e cordiale del Papa di Santa Marta riusciva a tenere testa a un’orgia di odio planetario in cui i tagliagole tornano di moda, si prendono di mira le ambulanze, si minacciano invasioni contro il diritto internazionale, e perfino i coreani di Kim Jong-un vengono
sparare a poche migliaia di chilometri da Roma?
Mi sbaglierò, ma lui per primo credo si sia reso conto di essere un uomo stonato, e come tale purtroppo del tutto solo. Deve essere stata dura, molto dura. Non sentirsi più capace di parlare la lingua di un mondo trasformato, sbandato, ebbro di vendetta, totalmente irriconoscibile rispetto a quello che ne aveva festosamente accolto l’elezione solo dieci anni prima.
Insomma, Bergoglio era adesso come quel famoso giorno in piazza San Pietro, pastore abbandonato da un gregge che parla una lingua diversa, che ama e sceglie condottieri con opposti valori e opposte bandiere.
Nelle ultime settimane, in occasione del lungo ricovero al Gemelli, filtrò la notizia che egli avrebbe dovuto sottoporsi a una riabilitazione per poter riprendere a parlare. Rimasi attonito, la trovai una metafora tragica ma nitidissima: colui che più di tutti aveva incarnato la speranza, d’un tratto è costretto al mutismo e deve re-imparare a mettere insieme le parole. Adesso apprendiamo che quella voce si è spenta del tutto, e a me non riesce non pensare che tutto ha un senso con quell’uomo bianco in una piazza spettrale, senza anima viva, presagio di un epilogo che non avremmo voluto vedere.
(da repubblica.it)

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PAPA FRANCESCO, IL RICORDO DI EMMA BONINO: “MI DISSE “IO SONO VECCHIO, PORTA TU AVANTI LE NOSTRE IDEE”

Aprile 22nd, 2025 Riccardo Fucile

I CONTRASTI SU EUTANASIA E ABORTO… E QUELLA VISITA IN TERRAZZA

La leader radicale Emma Bonino ha incontrato Papa Francesco a casa sua. E del pontefice con il Corriere della Sera ricorda «la sua instancabile azione di difesa della vita e dei diritti dei tanti dimenticati o ignorati o discriminati dagli uomini come i carcerati e i migranti, temi francescani dell’ambiente…».
Quel giorno «mi fece una sorpresa, venne a visitarmi in un momento particolarmente faticoso della mia malattia, infondendomi coraggio e speranza». Era stata ricoverata per una crisi respiratoria. Con Repubblica Bonino ricorda i contrasti sull’eutanasia: «Io gli dissi: Santo Padre, sì posso essere d’accordo sulla vita che è un dono, un regalo che ci è affidato, ma devo
poterlo restituire. Se sono ridotta a una melanzana che vita è? L’eutanasia deve essere possibile, accettata, ammessa».
L’appuntamento
La storia dell’appuntamento a casa sua la ricorda così: «Mi chiamarono il lunedì sera dalla segreteria vaticana. Avevo avuto il telefono bloccato per due giorni, quindi quella telefonata mi colse del tutto di sorpresa, praticamente la prima a telefono riattivato. Dissero: il Santo Padre potrebbe venire domani a salutarla. Aggiunsero di non comunicarlo a nessuno. Pensavo fosse uno scherzo. Comunque l’ho detto alle amiche e alle mie collaboratrici. Hanno cominciato a fare pulizie che manco a Pasqua».
Poi: «Al mattino intorno alle 11 arrivò il Papa. Io avevo chiamato la mia amica più robusta perché non cammino e doveva portarmi in braccio in terrazza. Immaginavo che lì potessi accoglierlo. E lui arrivò con la sua carrozzella: “Cerea”, fu il suo saluto alla piemontese. In terrazza in realtà mi trasportò uno dei suoi corazzieri, dicendomi che ero un fuscello per loro, non pesavo niente. Mi diede i regali: una scatola di cioccolatini e un bel mazzo di rose bianche e rosa».
L’eutanasia
«Abbiamo parlato della quotidianità. La sua a Santa Marta, dove ci sono i suoi amici prelati, il cibo, le abitudini. Su molte cose — ha ripetuto il Papa — alla fine potevamo trovare un accordo. Certo ma, ripeto, non era facile quando si andava sulle cose concrete». Come l’eutanasia? «Sì. Se si tratta di affrontare il tema dell’eutanasia come diritto, ecco che la distanza si sente tutta». Ma c’erano cose su cui andavano d’accordo, dice a La Stampa: «Carcere, immigrati e tutti i diseredati della terra anche se non siamo scesi nei dettagli dei tanti drammi che provocano carestie, crisi umanitarie, conflitti di cui quasi per nulla si parla. Ricordo, però, che a un certo punto papa Francesco ha detto a me che ho 77 anni: io sono vecchio e sto per morire ma tu sei giovane, sbrigati a guarire e a portare avanti le nostre idee. E poi ha detto anche che quando la si pensa diversamente bisogna poi arrivare a un punto di incontro».
(da agenzie)

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FACCE DA CULO. “PAPA FRANCESCO È UN FIGLIO DI PUTTANA DI SINISTRA, UN ASINO ED È IL RAPPRESENTANTE DEL MALIGNO SULLA TERRA. È UN IMBECILLE INDEGNO” : È SOLO UNA PARTE DEGLI INSULTI CHE JAVIER MILEI AVEVA RISERVATO NEGLI ANNI A BERGOGLIO

Aprile 22nd, 2025 Riccardo Fucile

DOPO LA MORTE DEL PONTEFICE, IL “TURBOLIBERISTA” PRESIDENTE ARGENTINO RIDUCE LE SUE INTEMERATE CONTRO IL PAPA A “PICCOLE DIVERGENZE” … ORA CORRE AI SUOI FUNERALI E DICHIARA SETTE GIORNI DI LUTTO NAZIONALE

“È con profondo dolore che ho appreso questa triste notizia questa mattina: Papa Francesco, Jorge Bergoglio, è venuto a mancare oggi e riposa in pace. Nonostante le divergenze che oggi appaiono minori, averlo potuto conoscere nella sua bontà e saggezza è stato per me un vero onore”.
Lo scrive il capo di Stato argentino, Javier Milei, sul suo profilo X. “Come Presidente, come argentino e, fondamentalmente, come uomo di fede -aggiunge – saluto il Santo Padre e accompagno tutti coloro che oggi si trovano ad affrontare questa triste notizia”.
“L’Ufficio del Presidente esprime cordoglio per la scomparsa di Papa Francesco, Jorge Mario Bergoglio, che nel 2013 è diventato il primo argentino a guidare la Chiesa cattolica e a condurla con dedizione e amore dal Vaticano. La Repubblica Argentina, Paese di lunga tradizione cattolica e terra di Papa Francesco, piange profondamente la scomparsa di Sua Santità e porge le sue condoglianze alla famiglia Bergoglio”. Si legge in un comunicato ufficiale diffuso dalla Casa Rosada.
“Il Presidente della nazione – prosegue il comunicato – accompagna in questo triste momento tutti coloro che professano la fede cattolica e che hanno trovato nel Sommo Pontefice un leader spirituale.
Il Presidente Javier Milei sottolinea l’instancabile lotta del Papato di Francesco per proteggere la vita fin dal concepimento, promuovere il dialogo interreligioso e avvicinare la vita spirituale e virtuosa ai più giovani. Inoltre, valorizza la sua volontà di portare l’austerità nella Santa Sede con i suoi gesti pastorali”.
——

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