Aprile 29th, 2025 Riccardo Fucile
IN NOTTATA LA SITUAZIONE E’ TORNATA ALLA NORMALITA’, LE IPOTESI SULL’INTERRUZIONE
Quasi il 90% dell’elettricità è stato ripristinato nella Spagna continentale dopo il
gigantesco blackout che ha colpito ieri la penisola iberica. Alle 04:00 ora locale (02:00 GMT), l’87,37% della fornitura di elettricità era ripresa, ha detto l’operatore di rete REE. Ma mentre la situazione torna alla normalità anche in Portogallo, è ancora mistero sulle cause dell’interruzione di corrente. Il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez non ha saputo fornire una spiegazione: «Nessuna ipotesi è esclusa. Mai c’era stato un tale collasso della rete». Il suo omologo portoghese Luis Montenegro ha parlato di una «situazione senza precedenti» la cui origine è da ricercare «probabilmente in Spagna».
L’indagine sulle cause
L’ipotesi di una estrema variazione di temperatura che avrebbe causato oscillazioni nella rete è decaduta. Mentre gli esperti considerano debole la spiegazione dello sbalzo termico. Un blackot si verifica a causa di variazioni anomale di frequenza della rete. Di solito causate da incidenti. Oppure dal bilanciamento della rete. Ovvero il processo attraverso il quale si mantiene in equilibrio la quantità di energia prodotta e quella consumata. Produzione
consumo devono essere uguali in ogni istante per mantenere stabile la frequenza della rete (50 Hz in Europa). Il Corriere della Sera spiega che la causa del blackout in Spagna «potrebbe essere un eccesso di produzione energetica a fronte di una domanda non sufficiente ad assorbirla. In particolare, pochi minuti prima che si verificasse il blackout, si è avuto un picco di produzione di energia solare».
Le fonti rinnovabili
Si tratta di un’ipotesi che altri esperti scartano. Il ragionamento è che le fonti rinnovabili come il fotovoltaico e l’eolico sono complesse da integrare nel mix energetico. In quanto fonti intermittenti e non programmabili, visto che non si può prevedere con esattezza l’intensità di sole e vento. Può accadere che la produzione ecceda la domanda. In questi casi l’operatore chiede agli impianti di staccarsi. Di certo i problemi di frequenza possono propagare di paese in paese a causa dell’interconnessione. Nella penisola iberica l’interconnessione era con la Francia, che infatti ha sofferto degli stessi fenomeni anche se in misura minore
Il precedente italiano
Un blackout è già accaduto in Italia il 28 settembre 2003. Fu causato dalla caduta di un albero su una linea elettrica nel Canton Ticino. In un secondo momento si scoprì che il Gestore della rete svizzero ritardò gli interventi di ripristino. Elena Dusi su Repubblica dice che l’ipotesi dell’attacco informatico non ha riscontri: «Per ora l’indagine punta su un problema tecnico o di cablaggio». Ettore Bompard, direttore dell’Energy Security and Transition Lab del Politecnico di Torino, spiega che «perdere la produzione di una centrale può creare un’instabilità grande in un Paese piccolo. Causa invece problemi minori se il sistema è vasto. È più facile che un altro Paese aiuti aumentando la produzione».
La centrale nucleare francese
Luigi Verolino, ordinario di elettrotecnica alla Federico II di Napoli, dice che «può darsi che una centrale nucleare francese abbia smesso di erogare elettricità
in Spagna». Anche l’Italia la importa: «L’elettricità francese viene usata ad esempio per riportare l’acqua delle centrali idroelettriche da valle a monte, in modo che sia disponibile di giorno, quando la domanda di energia è maggiore». Poi ci sono i sensori distribuiti lungo le linee che regolano il traffico della corrente: «Il malfunzionamento potrebbe essere nato da uno di questi sensori che ha interpretato male un certo dato», dice Alberto Berizzi, che insegna Sistemi elettrici per l’energia al Politecnico di Milano.
Davide Tabarelli e le rinnovabili
Davide Tabarelli, presidente Nomisma Energia, spiega invece a La Stampa dice che un incendio «ha coinvolto le linee di importazione dell’elettricità dalla Francia. L’origine di questo incidente deve ancora essere chiarita». Ma questo evento da solo non spiega: «La Spagna è da tempo sotto i riflettori proprio per la rivoluzione energetica in corso: sta puntando molto sulle energie rinnovabili, che sono per loro natura più instabili e difficili da gestire con le attuali infrastrutture». La spiegazione della variazione di temperatura non lo convince: «Le temperature sul territorio spagnolo non hanno subito variazioni così particolari rispetto agli ultimi anni. Invece, stiamo parlando di un blackout a cui non assistevamo da decenni».
Le interconnessioni tra paesi
E «l’instabilità che deriva dalle rinnovabili è un fenomeno che tutta l’Europa studia ogni giorno. Demonizzarla, però, sarebbe sbagliato oltre che inutile. Neutralizzare qualsiasi tipo di incidente è impossibile». Sugli hacker invece: «Di fronte a eventi così estesi non si esclude nessuna possibilità, ma tendo ad escluderlo. Per il semplice fatto che, se ci fosse la mano di un gruppo di hacker dietro a tutto questo, nel giro di qualche ora sarebbero emerse le prime evidenze. Che, invece, non ci sono».
L’allarme di Repsol
Intanto emerge che cinque giorni fa, quattro prima del mega blackout che ha paralizzato la Spagna e coinvolto anche il Portogallo, la Repsol aveva lanciato un allarme. «Uno spegnimento imprevisto dovuto a problemi tecnici con
l’alimentazione elettrica», ovvero una grave interruzione di corrente che ha causato la chiusura della raffineria di Cartagena, aveva scritto l’azienda in una lettera inviata ai suoi principali clienti, Spiegando che, di conseguenza, le consegne di prodotti alla raffineria di Cartagena sarebbero state sospese fino alla completa risoluzione dell’incidente. Lo scrive El Mundo citando proprie fonti ben informate, secondo le quali lo spegnimento improvviso è stato causato da un grave guasto elettrico non correlato all’impianto. L’entità del guasto, come spiega la lettera del 24 aprile di cui El Mundo ha visionato una copia, ha costretto Repsol ad attivare una clausola di forza maggiore”.
I meccanismi di protezione
I meccanismi di protezione delle raffinerie si attivano quando rilevano malfunzionamenti nel sistema elettrico, come quello che ha causato il più grande blackout nella storia della Spagna, per evitare il collasso delle loro attività. Dopodiché non è possibile riprendere le operazioni fino a quando la rete elettrica non è completamente stabilizzata. Ed è quanto è accaduto in occasione dell’incidente descritto nella lettera di Repsol, avvenuto martedì 22 aprile. Lo stesso giorno su X il ministro dei Trasporti Oscar Puente ha parlato di una ‘tensione eccessiva nella rete’ elettrica in merito ai disagi sulla linea ferroviaria ad alta velocità da Chamartín a Pajares, che separa Castiglia e León dalle Asturie.
(da Open)
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Aprile 29th, 2025 Riccardo Fucile
VOTO IN CANADA: CONTANO ANCORA I SENTIMENTI, LA DIGNITA’ E L’ORGOGLIO
«Proviamo un profondo senso di tradimento. Siamo offesi». Così Greg Fergus, presidente del Parlamento di Ottawa, parla dello sconquasso politico e psicologico che la volontà di annessione di Trump (incredibile ma vera, e più volte ribadita) ha provocato tra i canadesi. Offesi: un sentimento, non una valutazione economica, non un calcolo di convenienza.
I sentimenti sono un fattore molto sottovalutato, quando si parla di politica. A partire dalla paura, che è il più ricco giacimento di voti al mondo. Alla quale si affiancano, per fortuna, anche moti dell’animo più evoluti, meno primordiali. Tra questi ci sono la dignità, l’orgoglio, il bisogno di sentirsi rispettati (e di provare rispetto). I prepotenti, come Trump, sono così accecati dalla vanità che non mettono mai nel conto la reazione che il loro brutale arbitrio può suscitare.Nel caso del Canada, l’effetto Trump è stato clamoroso: ha ribaltato in poche settimane l’enorme vantaggio che il candidato populista (trumpiano quanto basta per diventare invotabile anche per molti elettori di destra) aveva su quello progressista.
Nel voto il peso dell’offesa ha influito enormemente. Più delle divisioni interne sull’economia e sull’immigrazione. Non tutto è convenienza e comodità, in politica. Vale molto anche sentirsi liberi e sentirsi rispettati. Questo dà qualche
speranza in più per un futuro meno nero.
(da repubblica.it)
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Aprile 29th, 2025 Riccardo Fucile
PER LA PROCURA NON SI TRATTA DI ECCESSO COLPOSO DI LEGITTIMA DIFESA…GIRAVA CON LA PISTOLA CON IL COLPO IN CANNA E HA SEGUITO LA VITTIMA
La procura di Pavia ha chiesto il processo per l’ex assessore leghista di Voghera
Massimo Adriatici con l’accusa di omicidio volontario. L’avvocato cinquantenne è accusato di aver sparato e ucciso il 39enne Younes El Boussettaoui la sera del 20 luglio 2021. La richiesta dei pubblici ministeri Stefano Civardi e Fabio Napoleone sarà valutata durante l’udienza preliminare, che è stata fissata per l’11 settembre, davanti al giudice Luigi Riganti.
Durante quella giornata, il gup dovrà valutare che procedere con il giudizio oppure prosciogliere l’imputato. L’ex assessore, che è difeso dagli avvocati Luca Gastini e Carlo Alleva, potrebbe chiedere di essere giudicato con il rito abbreviato. In questo caso, potrebbe ottenere uno sconto di pena di un terzo in caso di condanna. Nell’udienza del 11 settembre, i familiari della vittima si costituiranno parte civile.
I fatti contestati sono accaduti il 20 luglio 2021 in piazza Meardi a Voghera quando Adriatici sparò e uccise il 39enne. A seguito delle indagini, era stato accusato dal sostituto procuratore Roberto Valli di eccesso colposo di legittima difesa. Il magistrato aveva chiesto una condanna a 3 anni e sei mesi. A novembre dello scorso anno, la giudice Valentina Nevoso aveva chiesto di modificare l’imputazione in omicidio volontario.
A seguito di questa decisione, il sostituto procuratore Valli ha deciso di lasciare il caso al procuratore capo Fabio Napoleone e al procuratore aggiunto Stefano Civardi. Per i pubblici ministeri, quel proiettile è stato esploso “in violazione dei doveri del suo ufficio di assessore”svolgendo “indebitamente un servizio di ronda armata” e di “pedinamento” della vittima.
Dalle investigazioni è inoltre emerso che la pistola aveva un colpo in canna ed era caricata con proiettili a punta cava “utilizzabili in poligono e non per difesa personale”.
(da agenzie)
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Aprile 29th, 2025 Riccardo Fucile
I TROMBETTIERI DEL GOVERNO MELONI HANNO AFFIDATO ALLA STAMPA UNA RICOSTRUZIONE FALSA IN CUI MACRON APPARIVA COME L’ALLOCCO RIMBALZATO DA TRUMP, MA L’ALLOCCA ERA UN’ALTRA
Il presidente francese Emmanuel Macron ha svelato il mistero della terza sedia a S.Pietro, che era stata predisposta per il colloquio poi diventato a due tra il presidente americano Trump e il leader ucraino Zelensky, in occasione dei
funerali di Papa Francesco, lo scorso 26 aprile: la sedia in più era stata preparata per l’interprete.
L’Eliseo, facendo trapelare una certa irritazione, sostanzialmente ha smentito le notizie secondo cui il presidente degli Stati Uniti Donald Trump avrebbe impedito a Emmanuel Macron di partecipare alla conversazione con Zelensky, che aveva come focus le trattative per raggiungere la pace in Ucraina, dopo l’invasione russa iniziata tre anni fa.
“Non è assolutamente vero. L’incontro bilaterale tra i presidenti Trump e Zelensky è stato annunciato il giorno prima, ed è positivo che si sia svolto in questo formato. Non si è mai ipotizzato che potesse essere diverso”, si legge in un comunicato diffuso su X. Macron aveva coordinato in anticipo i suoi incontri con Trump e Zelensky, così come con il primo ministro britannico Keir Starmer: “Circola molta disinformazione in questo momento. È vergognoso perché sono in gioco vite umane e la nostra sicurezza collettiva”, si legge ancora nel comunicato.
E sempre Macron, in un’intervista a Paris Match, ha spiegato che “Hanno tolto la sedia dell’interprete perché Volodymyr Zelensky preferiva parlare in inglese”.
La foto scattata al Vaticano sabato 26 aprile, che ritrae Trump e Zelensky intenti a parlate all’interno della Basilica di S.Pietro, è un’immagine storica, e segna probabilmente un punto di svolta nei negoziati per la pace in Ucraina. Si tratta infatti del primo colloquio avvenuto tra il presidente Usa e il leader di Kiev dopo il disastroso incontro alla Casa Bianca, quando il tycoon aveva attaccato duramente Zelensky a favore di telecamere. Il presidente degli Stati Uniti ha infatti definito lo scambio molto “produttivo”, esprimendo la volontà di arrivare quanto prima a un cessate il fuoco incondizionato, inasprendo, se necessario, le sanzioni contro Mosca.
“A Roma, non era previsto che incontrassi il presidente Trump. Abbiamo parlato qualche minuto nella basilica. Gli ho ripetuto: ‘Bisogna essere molto più duri con i russi’. Poi è arrivato Zelensky e con Keir Starmer abbiamo avuto una
discussione tutti insieme. Abbiamo chiesto ai presidenti Trump e Zelensky di avviare una discussione con fiducia e di discutere dell’organizzazione delle prossime settimane. Ed è quello che hanno fatto”.
Macron non ha però riferito il contenuto del faccia a faccia tra Trump e Zelensky, ma ha detto di essere ottimista su un cambiamento di rotta nei negoziati: “Credo che siamo riusciti grazie a quell’incontro in Vaticano a rimettere pressione sulla Russia. E credo di aver convinto gli americani della possibilità di un’escalation di minacce, e potenzialmente di sanzioni, per spingere i russi ad accettare un cessate il fuoco”, ha detto Macron, aggiungendo che “Nei prossimi 8-10 giorni” verrà potenziata “la pressione sulla Russia”
E c’è un altro piccolo giallo che riguarda la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, assente durante il colloquio a quattro avvenuto sempre dentro S.Pietro prima del faccia a faccia tra Trump e Zelensky, una conversazione a cui hanno preso parte oltre all’inquilino della Casa Bianca e al presidente ucraino anche Macron e Starmer. La premier Meloni in quel momento era altrove, all’esterno della Basilica. In un video girato da Fanpage.it la si vede poco dopo parlare con il presidente del Senato Ignazio La Russa, con la mano davanti alla bocca. Mentre Meloni parla, a un certo punto La Russa scuote la testa visibilmente contrariato. Non è possibile capire cosa si siano detti, ma è possibile che la premier abbia riferito in quel momento al presidente del Senato quanto stava accadendo all’interno della Basilica. Secondo alcuni retroscena, Meloni si sarebbe anche irritata con lo staff di Chigi, che non avrebbe informato la premier dell’incontro a quattro, dal qual sarebbe stata esclusa.
Meloni oggi nell’intervista al Corriere della Sera è tornata sul punto, riferendosi all’incontro fra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e l’omologo ucraino Volodymyr Zelensky in Vaticano, ha spiegato: “Non sarei mai stata lì. Non c’entravamo noi altri leader, non so se qualcuno ha pensato di doverci essere, ma io no”.
“Credo – ha aggiunto – sia stato un momento bellissimo, e a quanto mi e’ stato detto dai protagonisti potrebbe anche aver rappresentato un punto di svolta.
Forse l’ultimo regalo di Papa Francesco a noi tutti. Penso che meritasse un funerale imponente e senza alcun intoppo, come è stato, e penso che in quel faccia a faccia ci fosse, non so come dirlo…il suo spirito”.
(da agenzie)
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Aprile 29th, 2025 Riccardo Fucile
GRANDE COMPETENZA NEI SETTORI BANCARI (E’ STATO GOVERNATORE DELLA BANCA DEL CANADA), QUATTRO FIGLI
Ha guidato due banche centrali ma non era mai stato eletto. Il primo ministro
canadese Mark Carney, che ha vinto le elezioni generali in Canada è abituato a navigare nella tempesta.
Con la vittoria del suo partito alle elezioni legislative, dovrà rapidamente mettersi alla prova contro Donald Trump. Una sfida che dice di poter vincere: «Sono più utile nei momenti di crisi. Non sono molto bravo in tempo di pace», ha detto di recente, in tono divertito, a un piccolo pubblico in un bar dell’Ontario.
In poche settimane, questo sessantenne novizio della politica è riuscito a convincere i canadesi che la sua competenza in materia economica e finanziaria lo rende l’uomo giusto per guidare il paese immerso in una crisi senza precedenti. In effetti, la recessione minaccia questa nazione del G7, la nona economia più grande del mondo, dopo l’imposizione dei dazi doganali da parte di Trump, che continua a ripetere che il destino del Canada è quello di diventare uno stato americano.
La famiglia, la storia, le banche
Nato a Fort Smith, nell’estremo nord, ma cresciuto a Edmonton, in questo West canadese piuttosto rurale e conservatore, Mark Carney è padre di quattro figlie e appassionato di hockey. Ha studiato ad Harvard e Oxford, prima di fare fortuna come banchiere d’investimento presso Goldman Sachs, a New York, Londra, Tokyo e Toronto. Nel 2008, nel bel mezzo della crisi finanziaria globale, è stato nominato governatore della Banca del Canada dal primo ministro conservatore Stephen Harper. Cinque anni dopo, è stato scelto dal primo ministro britannico David Cameron per dirigere la Banca d’Inghilterra, diventando il primo straniero a dirigere l’istituto. Poco dopo, si troverà di fronte alle turbolenze causate dal voto sulla Brexit. Un compito svolto con “convinzione, rigore e intelligenza”, secondo l’allora Cancelliere dello Scacchiere britannico, Sajid Javid.
Il debutto in politica
Da anni circolavano voci sul suo ingresso in politica. Ma è stato solo all’inizio di gennaio, dopo le dimissioni di Justin Trudeau, di cui era stato consigliere economico, che ha deciso di buttarsi nell’arena. Dopo aver conquistato il Partito Liberale all’inizio di marzo, è diventato primo ministro e ha indetto le elezioni in seguito, dicendo che aveva bisogno di un “mandato forte” per affrontare le minacce di Trump, che ha cercato di “spezzare” il Canada.
La passione per l’hockey
Una vera e propria scommessa per questo ex portiere di hockey che non aveva mai fatto campagna elettorale e che ha preso le redini di un partito al suo punto più basso nei sondaggi, appesantito dall’impopolarità di Justin Trudeau alla fine del suo mandato. E molti analisti hanno messo in dubbio la sua capacità di ribaltare la situazione su molti canadesi, mentre molti canadesi hanno incolpato i liberali per l’alta inflazione e la crisi immobiliare nel paese.
La mancanza di carisma, l’ombra di Trudeau, la vittoria
Poco carismatico, in contrasto con l’immagine sgargiante di Justin Trudeau nei suoi primi giorni, sembra che siano proprio la sua serietà e il suo curriculum ad aver finalmente convinto la maggioranza dei canadesi. «E’ un po’ un tecnocrate noioso, che soppesa ogni parola che dice», dice Daniel Be’land della McGill University di Montreal. Ma anche «uno specialista in politiche pubbliche che padroneggia molto bene i suoi dossier». «Questo profilo è rassicurante e soddisfa le aspettative dei canadesi per gestire questa crisi», aggiunge Genevie’ve Tellier.
(da agenzie)
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Aprile 29th, 2025 Riccardo Fucile
DUE MESI FA I LBERALI ERANO INDIETRO DI 24 PUNTI, HANNO VINTO CON 11 PUNTI DI DISTACCO…TRUMP E’ RUSCITO NEL MIRACOLO DI FAR PERDERE I SUOI AMICI CONSERVATORI
Il Partito Liberale del primo ministro Mark Carney ha vinto a sorpresa le elezioni federali canadesi. Si tratta del quarto mandato consecutivo dei Liberali che hanno sorprendentemente ribaltato le previsioni della vigilia che davano favorito il leader dell’opposizione populista Pierre Poilievre e che ha tentato di trasformare le elezioni in un referendum sull’ex primo ministro, Justin Trudeau, la cui popolarità è diminuita verso la fine del suo decennio al potere a causa dell’aumento dei prezzi di cibo e case.
Secondo gli osservatori sul voto canadese hanno pesato le minacce di annessione e di guerra commerciale annunciate dal Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che hanno alimentato un’ondata di nazionalismo negli elettori che ha aiutato i Liberali a ribaltare il risultato.
Carnery, ex governatore della Banca centrale canadese, ha infatti condotto la campagna elettorale all’insegna della forte opposizione ai dazi imposti dal
presidente americano e alle sue minacce di annessione del Paese.
Queste le sue prime parole dopo la vittoria: «L’America di Donald Trump ha tradito il Canada e i rapporti non saranno più gli stessi». Il primo ministro canadese Mark Carney ha usato parole durissime contro gli Usa, nel suo discorso per celebrare la vittoria dei liberali alle elezioni di ieri. «Il Canada – ha detto a Ottawa – non dovrà mai dimenticare il tradimento americano».
E ancora: «Il nostro vecchio rapporto con gli Stati Uniti è finito perché il presidente Trump sta cercando di spezzarci per possederci», ha scandito. Ora serve unità per i «mesi difficili che ci attendono e che richiederanno sacrifici», ha ammonito.
Nelle proiezioni dopo la chiusura dei seggi secondo la Canadian Broadcasting Corporation, l’emittente pubblica nazionale, i liberali otterranno la maggioranza relativa dei 343 seggi totali al Parlamento rispetto ai conservatori ma non è ancora chiaro se raggiungeranno la maggioranza assoluta, che consentirebbe loro di approvare le leggi senza bisogno di aiuto alleanza con partiti minori.
Intanto il leader del partito conservatore canadese Pierre Poilievre ha ammesso la sconfitta e ha promesso di lavorare con il governo liberale per contrastare Donald Trump.
(da agenzie)
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Aprile 29th, 2025 Riccardo Fucile
“LA RICETTA DA SEGUIRE È GIÀ STATA ILLUSTRATA DA DRAGHI NEL SUO RAPPORTO SULLA COMPETITIVITÀ. SCOPRIREMO SE LE SUE IDEE SONO STATE PORTATE AVANTI CON MAGGIORE EFFICACIA DA BRUXELLES E DA BERLINO, RISPETTO A COME HA FATTO PALAZZO CHIGI”
Bene, la geopolitica non ci solleverà il morale, a meno di considerare una forma di
intrattenimento il caos, le stupidaggini e i voltafaccia che stanno arrivando dall’Amministrazione Trump.
Il funerale del Papa e il conclave raccontano emozioni diverse, anche se – come scuse per guardare Ralph Fiennes e Stanley Tucci recitare in Conclave o, ancora meglio, il più divertente Habemus Papam di Nanni Moretti del 2011 – di fatto ci offrono qualche diversivo. Lasciate però che vi dia un sorprendente motivo di ottimismo, quanto meno parziale: l’economia.
Il motivo per essere ottimisti sull’economia europea, e quindi italiana, non riguarda il breve periodo. Quest’anno, le previsioni di crescita dei posti di lavoro e delle entrate sono misere, tenuto conto dell’impatto nell’immediato delle tariffe doganali di Donald Trump sulle nostre esportazioni, e tenuto conto anche della pervasiva sensazione di insicurezza che sta influenzando ovunque le decisioni di investire.
Con il governo tedesco che prevede che il 2025 rappresenterà il terzo anno consecutivo di recessione, l’Europa è priva di una “locomotiva” economica che ne traini la crescita nel continente. La prospettiva non è quella di un disastro, bensì di una stagnazione in gran parte dell’Europa e nella stessa Italia. Il Regno Unito si trova in una situazione simile
Se guardiamo oltre il 2025, però, possiamo avvistare alcuni segnali decisamente più luminosi. Il primo è la programmata espansione degli investimenti pubblici in Germania che il nuovo governo, che si insedierà subito dopo il 6 maggio, intende realizzare. La Germania è l’unica grande economia europea con un ampio margine per una sostanziale espansione fiscale, e lo ha grazie alla
parsimonia dei suoi governi passati.
Ora che il governo entrante ha rilasciato il “freno dell’indebitamento” che ha prodotto quella parsimonia, la sua pianificata spesa supplementare – perlopiù per la Difesa e le infrastrutture – di circa mille miliardi di euro nel giro dei prossimi dieci anni verosimilmente rappresenterà un aumento della domanda che gioverà a un’ampia varietà di Paesi, tra cui l’Italia settentrionale e centrale, dove molte aziende fanno parte delle catene di approvvigionamento della Germania. Si prevede che a questa espansione tedesca si accompagneranno nuovi meccanismi comuni di prestito per finanziare l’aumento delle spese per la Difesa da parte di tutti i membri Nato dell’Ue e anche da parte del Regno Unito, in base a un accordo UK-Ue per la Difesa la cui firma è attesa entro le prossime due settimane.
Gli analisti economici che guardano a un orizzonte di tre o quattro anni hanno il complesso compito di cercare di controbilanciare gli effetti negativi dei dazi americani con le altre forze note o probabili, oltre che con l’aumento della domanda derivante dalla spesa pubblica extra: l’ascesa dell’euro nei confronti del dollaro, che sta rendendo le esportazioni dell’Ue meno competitive; la possibilità concreta che le aziende europee riescano a guadagnare quote di mercato da quelle americane in Paesi come la Cina, dato che le loro merci non dovranno far fronte a dazi ritorsivi; il calo dei costi dell’energia dovuto alla diminuzione dei prezzi di petrolio e gas derivante dalla recessione americana; e, infine, l’impatto teoricamente negativo sui tassi di interesse a lungo termine prodotto dall’aumento del debito pubblico europeo.
Non c’è certezza sul risultato finale. Un punto cruciale da tenere bene a mente è che la spesa pubblica aggiuntiva rappresenta sì un’opportunità di rinascita economica, ma non rende inevitabile una rinascita prolungata. La prosperità sostenibile non si può creare semplicemente aumentando il debito pubblico: se così fosse, l’Italia sarebbe il Paese più ricco del pianeta. Un aumento del debito tedesco, unitamente a un nuovo ciclo di prestiti collettivi erogati dalla Commissione Europea, darà slancio sul breve periodo, ma potrà creare una
crescita a lungo termine soltanto se il denaro sarà utilizzato per migliorare efficienza e produttività, e se a ciò si accompagneranno riforme destinate a sostenere l’intero processo.
L’esperienza dell’Italia con i Recovery Fund dell’Ue per il PNRR lo illustra chiaramente. Gli oltre duecento miliardi di euro in sovvenzioni e prestiti dell’Ue in arrivo in Italia nel quinquennio che si concluderà con il 2026 sicuramente hanno sorretto la crescita economica. Nulla prova, però, che la spesa risultante abbia fatto una differenza significativa ai fini della capacità produttiva del Paese o del suo dinamismo. È probabile che il beneficio sarà temporaneo, non a lungo termine.
Ciò nonostante, l’Italia ha dato un contributo alquanto positivo al dibattito europeo sui prestiti collettivi. Il contributo italiano sta nella sua buona, seppur lenta, gestione dei fondi del PNRR, senza quel tipo di corruzione o di sprechi che alcuni scettici dell’Europa settentrionale avevano minacciato che ci sarebbero stati.
Essendo un piano finalizzato ad alimentare la crescita sul lungo periodo, il PNRR è una delusione, ma nel dibattito europeo conta come una rassicurazione. Mario Draghi prima e Giorgia Meloni adesso hanno fatto apparire meno rischiosi i prestiti collettivi europei, e questo rende più fattibile l’ulteriore utilizzo del debito dell’Ue.
La percezione internazionale della gestione dell’economia italiana da parte del governo Meloni è enigmaticamente contraddittoria: la buona notizia è che Meloni e il suo ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti hanno fatto molto poco per intervenire nell’economia. La cattiva notizia è la stessa: hanno fatto molto poco.
Il governo è stato prudente, abbastanza disciplinato e poco ambizioso, e questo atteggiamento ha fatto sì che restasse popolare presso l’elettorato e altresì nei mercati finanziari. Eppure, tutto questo significa che delle riforme strutturali promesse in connubio con il PNRR dal governo Draghi in ambito giudiziario, in quello della competitività e in quello dell’amministrazione pubblica ne sono
state concretizzate o portate avanti pochissime dal suo successore. I rischi sono stati ridotti, ma si è persa un’occasione.
Il grosso interrogativo per l’Europa – al di là della sfida immediata e cruciale del sostegno all’Ucraina, a fronte del tradimento americano e del perdurare dell’aggressione russa – è se riuscirà ad apprendere qualcosa dall’occasione perduta dell’Italia con il PNRR e a trasformare la prossima fase dell’espansione economica alimentata dal debito in una ripresa a lungo termine.
La ricetta da seguire è già stata illustrata all’Europa da Draghi nel suo importante rapporto sulla competitività dell’anno scorso per la Commissione Europea, nel quale si auspicava quel tipo di rilancio degli investimenti pubblici e privati adesso in arrivo. Scopriremo se le sue idee sono state portate avanti con maggiore efficacia da Bruxelles e da Berlino, rispetto a come ha fatto Palazzo Chigi. Se così sarà, per l’Europa un luminoso futuro economico potrebbe durare una generazione. In caso contrario, sarà solo per quattro o cinque anni, forse.
Bill Emmott
per “La Stampa
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Aprile 29th, 2025 Riccardo Fucile
COME IN UNA PIRAMIDE DI BICCHIERI LO CHAMPAGNE VERSATO IN CIMA “SGOCCIOLA” E RIEMPIE QUELLI SOTTO … PER PAPA FRANCESCO ERA UNA STRONZATA: “QUANDO È COLMO, IL BICCHIERE MAGICAMENTE S’INGRANDISCE, E COSÌ NON ESCE MAI NIENTE PER I POVERI”
Estratto da “Lo scisma americano”, di Nicolas Senèze (ed. Mondadori), pubblicato da “Anteprima. La spremuta di giornali di Giorgio Dell’Arti”
Papa Francesco, che nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium – discorso programmatico del suo pontificato – criticò senza giri di parole la famosa «teoria del gocciolamento», detta anche «della ricaduta favorevole».
Definita trickle down in inglese, tale teoria, che riprende l’immagine delle fontane di coppe di cristallo nei cui elementi superiori viene versato lo champagne che scorre di bicchiere in bicchiere fino a quelli collocati più in basso, sostiene che i redditi dei più ricchi vengono sempre reimmessi nell’economia per contribuire all’attività economica, cosicché sia la stessa economia a beneficiarne.
È la teoria cui si richiamano gli economisti della destra neoliberista, secondo cui, per far funzionare bene il sistema, bisogna che i ricchi, in proporzione, paghino meno tasse dei poveri.
Bergoglio fu durissimo. Definì la cosa «un’ingenuità»: «C’era la promessa che quando il bicchiere fosse stato pieno, sarebbe trasbordato e i poveri ne avrebbero beneficiato. Accade invece che quando è colmo, il bicchiere magicamente s’ingrandisce, e così non esce mai niente per i poveri». Una critica fortissima ai dogmi del neoliberismo americano. Nemmeno quelli di Occupy Wall Street erano mai arrivati a tanto.
(da agenzie)
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Aprile 29th, 2025 Riccardo Fucile
LA SCHIZOFRENICA POLITICA DI TRUMP, CAPACE DI CAMBIARE OPINIONE PIÙ VOLTE SULLO STESSO ARGOMENTO, HA SOLO SCOSSO I MERCATI: NEI PRIMI 100 GIORNI LE AZIONI HANNO SOLO SUBITO DANNI
Sembra improbabile che il presidente Donald Trump abbia letto molto Lenin, ma se
lo avesse fatto, avrebbe potuto imbattersi nella seguente osservazione: ci vogliono degli organizzatori per fare una rivoluzione.
Tra brusche sterzate, politiche improvvisate e comunicazione confusa ed esasperata è stata un’altra settimana di caos a Washington.
Se qualcuno sa cosa diavolo stia cercando di ottenere gli Stati Uniti sul commercio — e su molto altro — mi piacerebbe saperlo, perché, essendo venuto nella capitale americana sperando di ottenere qualche intuizione, sono rimasto altrettanto confuso
Quello che ora appare sempre più evidente, però, è che Trump è in una ritirata disordinata; sta facendo compromessi ovunque, tanto che, se il piano era quello di sovvertire l’ordine globale stabilito, si può quasi sicuramente affermare che, al di là della retorica, sia già tutto finito.
La mancanza totale di professionalità e organizzazione ha caratterizzato questo sforzo fin dall’inizio, e ora sta crollando a pezzi. Percependo un’amministrazione in fuga, nessuno ha più fretta di concludere un accordo commerciale con gli Stati Uniti. Dal Regno Unito al Canada e oltre, ottenere l’accordo giusto piuttosto che uno rapido è diventato il nuovo mantra.
Nel frattempo, Trump ha trasformato sé stesso — e gli Stati Uniti — in uno
zimbello internazionale, senza contare i danni che l’incertezza politica sta arrecando all’economia globale. Si potrebbe perdonare chi pensa che il caos sia diventato l’obiettivo stesso della politica.
Costretta a fare marcia indietro ripetutamente su richieste e ambizioni, la Casa Bianca appare goffa e ridicola.
Trump deve mostrare una sorta di “vittoria”, quindi senza dubbio qualcosa che possa sembrare tale sarà alla fine estratta dal caos, ma sarà qualcosa di puramente simbolico.
Ci sono stati due ritiri particolarmente significativi: primo, la sospensione dei dazi “reciproci” di fronte a un possibile crollo catastrofico dei mercati, e secondo, il tentativo — rapidamente abbandonato — di licenziare il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, quando i mercati sono andati nel panico.
In ogni caso, il prossimo vertice dei leader del G7 in Canada, previsto tra sei settimane, è visto come una possibile occasione per formare una “coalizione dei volenterosi” contro il bullismo di Trump.
Il grande inchino di Keir Starmer a Trump, nella speranza di un accordo rapido da “primo arrivato”, è stato praticamente abbandonato in favore di un approccio più deciso. Rachel Reeves, la cancelliera, ha finalmente avuto il coraggio di affermare l’ovvio: che una migliore relazione commerciale con l’Europa è più importante di quella con gli Stati Uniti.
Prendendo in prestito dal vocabolario di Trump, la Cina ha nel frattempo respinto come “fake news” le affermazioni secondo cui sarebbe vicina a un accordo con Washington, chiedendo agli Stati Uniti di annullare tutti i dazi unilaterali se vogliono negoziare.
Tutti i segnali indicano che gli Stati Uniti si stanno preparando ad allentare i dazi contro la Cina, con prove crescenti di gravi disagi nelle catene di approvvigionamento americane.
“Le guerre commerciali sono buone e facili da vincere”, aveva detto una volta Trump; nella pratica, si stanno rivelando né buone né facili.
Secondo Anthony Scaramucci, ex (e breve) direttore delle comunicazioni di
Trump, il modo corretto di interpretarlo è prenderlo sul serio ma non alla lettera. Ora stiamo imparando che dovrebbe essere il contrario: prenderlo alla lettera, ma non sul serio.
Le sue posizioni politiche cambiano con tale frequenza — spesso in modo drammatico — che è impossibile sapere cosa sia reale e cosa no. […] Sarebbe bello pensare che domani potremmo svegliarci e scoprire che è stato tutto un brutto sogno, ma purtroppo non è un incubo: la confusione sconcertante è del tutto reale.
Solo nell’ultima settimana, gli Stati Uniti sono passati dal minacciare dazi reciproci per isolare la Cina, a essere “gentili” con la Cina, a ridurre “sostanzialmente” i dazi imposti, e poi di nuovo a prevedere poche possibilità di un accordo imminente.
Questi cambiamenti sono stati inoltre annunciati in modi molto discutibili, facendo oscillare i mercati e suscitando sospetti di operazioni speculative.
Il picco di attività di trading originato da una riunione privata di JP Morgan con Scott Bessent, il segretario al tesoro americano, è stato così evidente che si poteva vedere fino a Marte.
Durante l’incontro, si dice che Bessent abbia detto agli hedge fund presenti che si aspettava una de-escalation dei dazi con la Cina, definendo insostenibile l’attuale situazione di stallo.
Dovremmo essere grati, suppongo, che dopo intense pressioni da parte dei maggiori esponenti di Wall Street e Main Street, Trump sembri aver ascoltato la voce della ragione, facendo marcia indietro su alcune delle sue posizioni più estreme.
Ma è nauseante pensare ai profitti realizzati da amici e insider grazie a questi cambiamenti repentini della politica. La situazione richiederebbe un’indagine completa del Congresso e della SEC (Securities and Exchange Commission), ma entrambe sono talmente piegate, intimorite e piene di lealisti trumpiani che è improbabile che ciò avvenga.
Nessuno sembra preoccuparsi, per quanto scandaloso possa sembrare
dall’esterno. Nel frattempo, l’incertezza grava come una nube su tutte le attività economiche, mentre aziende e consumatori rimangono in attesa, pronti a qualsiasi nuova sorpresa.
La grande forza moderatrice è Scott Bessent, che è emerso come una voce solida di ragione in un gabinetto di opportunisti e squilibrati. Lentamente ma inesorabilmente, il suo consiglio sembra prevalere. Ma finché Peter Navarro — consigliere senior per il commercio e la manifattura, e uno degli artefici delle guerre commerciali — rimarrà in carica, sarà difficile prendere Trump sul serio.
Non che ci siano molte possibilità che Navarro venga licenziato. Descritto da Elon Musk come “più stupido di un sacco di mattoni”, Navarro è considerato da Trump come un membro della famiglia, un lealista di tale devozione che si è persino detto disposto a finire in prigione pur di non testimoniare contro Trump riguardo agli attacchi a Capitol Hill del gennaio 2021.
(da Telegraph)
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