Aprile 28th, 2025 Riccardo Fucile
“UNA IMMAGINE DA OSTERIA, LE ISTITUZIONI MERITANO ALTRO, IO FACCIO CAMPAGNA ELETTORALE PARLANDO DELLA MIA CITTA’, LORO SOLO ATTACCHI PERSONALI PER DENIGRARMI, DIMOSTRANO SOLO IL VUOTO DI ARGOMENTI”… “HANNO PAURA, LI CAPISCO, E FANNO BENE AD AVERLA, TRA UN MESE SARO’ SINDACO, NON MI FERMERANNO”
“Sinceramente non ho niente da rispondere a Gasparri, è un po’ sconfortante nel 2025 vedere un gruppo di uomini che parlando di una donna non fanno altro che parlare del suo aspetto fisico ridacchiando e dandosi di gomito, questa è un’immagine da operetta veramente che l’Italia non si merita e che Genova assolutamente non si può meritare – afferma Salis – detto questo, uno si aspetterebbe immediatamente uno sdegno da parte magari delle donne del centrodestra, ma anche, spererei, da parte del candidato sindaco Pietro Piciocchi, che ha anche delle figlie femmine e che credo che non apprezzi quando si parla di una donna declinando continuamente, in tutti gli interventi, elementi del suo aspetto fisico”.
“Ci aspettiamo un altro livello dalle istituzioni, ricevo attacchi personali molto pesanti riguardo me, riguardo il mio stile di vita, riguardo la mia famiglia e trovo che questo indichi principalmente una cosa: il vuoto di argomenti che hanno. Non ho mai fatto nessun tipo di attacco personale verso nessuno, la mia campagna è per Genova, loro l’unico argomento che hanno è denigrare la mia persona e questo la dice lunga sul fatto che hanno molta paura della mia candidatura. Potrei cavalcare questa polemica con toni aggressivi ma il mio è disagio di fronte a un certo tipo di osservazioni, perché nel 2025 puoi solo provare pena e disagio per uomini che parlano ancora così delle donne“.
E sul tema, arriva anche una nota delle “Donne della coalizione di centrosinistra” che invita le omologhe del centrodestra a “dissociarsi dalle frasi sessiste del loro schieramento”. Nel comunicato si dice: “Quando gli avversari, uomini, riducono il confronto elettorale con una donna alla studiata banalità di un “concorso di bellezza” con un chiaro intento offensivo, invece che rapportarsi sul piano politico e delle idee, significa che la bellezza insieme all’intelligenza li spaventa. Davvero il senatore Gasparri e il consigliere Vaccarezza non trovano altri argomenti di discussione? Silvia Salis rappresenta competenza, serietà e concretezza. Chi pensa che le elezioni si vincano con battutine sessiste dimostra solo paura del cambiamento che stiamo portando. Noi non offendiamo, costruiamo. Noi non denigriamo, progettiamo“.
“Tutte le donne dovrebbero indignarsi e dissociarsi di fronte a questo uso strumentale del corpo femminile. Chi fa politica ha un dovere istituzionale di rispetto. Chi ricopre incarichi pubblici deve ricordarsi che le parole sono atti politici: costruiscono cultura o la distruggono. Non si può svegliarsi a difendere i diritti delle donne solo l’8 marzo o il 25 novembre, e poi permettere o restare complici di linguaggi che li tradiscono. Il rispetto, l’esempio e la dignità devono essere praticati ogni giorno dell’anno. Per questo chiediamo alle donne della destra di dissociarsi pubblicamente da questi comportamenti e di respingere uno stile che rappresenta il passato, non il futuro. Basta strumentalizzazioni. Basta usare immagini private per denigrare una donna. Se si trattasse di un uomo, non assisteremmo a simili bassezze”.
(da Genova24)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 28th, 2025 Riccardo Fucile
“FORZA ITALIA CHE ATTACCA UNA CANDIDATA PER L’ASPETTO ESTERIORE? CHISSA’ COSA AVREBBE DETTO BERLUSCONI…”
La candidata del centrosinistra alle comunali a Genova, Silvia Salis, è “caruccia” ma le
elezioni “non sono un concorso di bellezza”. Il capogruppo di Forza Italia al Senato, Maurizio Gasparri va all’attacco della candidata progressista (appoggiata da Pd, M5s, Avs e Italia viva) che il prossimo 25 e 26 maggio sfiderà il nome individuato dal centrodestra per la carica di sindaco, Pietro Piciocchi.
Ieri a Genova, Forza Italia ha presentato i candidati al consiglio comunale che sosterranno la corsa di Piciocchi. La presentazione delle liste è stata un’occasione per lanciare una stoccata a Salis, già finita nel mirino di commenti e attacchi per via del suo aspetto.
“Non possiamo riconsegnare Genova a chi l’ha già rattristata e governata male. Non basta una bella faccia senza esperienza politica. La sinistra ha scelto una candidata senza storia e senza programma, mentre Piciocchi è un investimento sulla città”, ha dichiarato il forzista. “La politica non si inventa, è un mestiere serio, e le elezioni non sono un concorso di bellezza”, ha ribadito. La loro candidata è caruccia, ma sa niente di amministrazione: qui ci vogliono le infrastrutture e noi siamo gli unici che possiamo garantirle, dobbiamo eleggere il sindaco, la competenza è importante”, ha ribadito.
Il candidato sindaco Piciocchi ha poi cercato di correggere il tiro rispetto alle dichiarazioni dell’azzurro. “Noi siamo quelli che credono che la politica sia una cosa seria, fatta di formazione, idee e programmi concreti, chi ama Genova sa che non bastano slogan vuoti”, ha dichiarato.
Il commento di Gasparri non è comunque passato inosservato. “Silvia Salis ha un programma serio, vincerà in modo netto. Non potendo fermarla in nessun modo, la destra la aggredisce con argomenti imbarazzanti”, ha commentato in una nota il leader di Italia Viva Matteo Renzi. “Ieri a Genova è arrivato Gasparri, di Forza Italia. E Forza Italia ha detto che il problema della Salis è che è una donna carina. Forza Italia, mi spiego? Il punto è semplice: la Salis è una donna intelligente e anche di bell’aspetto. E quando c’è una persona intelligente e di bell’aspetto, Gasparri immediatamente si sente escluso, lo capisco. Ma Forza Italia che attacca la candidata del centrosinistra per l’aspetto esteriore? Mi chiedo cosa avrebbe detto Berlusconi”, ha detto ancora, sottolineando il cortocircuito del partito fondato dall’ex premier. “È un contrappasso dantesco: da Berlusconi a Gasparri. A Silvia Salis dico: non ragioniam di loro ma guarda e passa. Tra un mese tu diventerai sindaca di Genova e Gasparri invece resterà Gasparri. Spiace, per lui”, ha concluso.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 28th, 2025 Riccardo Fucile
SECONDO LA NARRAZIONE DEL CREMLINO, BRUXELLES È LA REINCARNAZIONE DELL’IDEOLOGIA HITLERIANA. E, ORA CHE TRUMP È ALLA CASA BIANCA, COME NELLA SECONDA GUERRA MONDIALE LA RUSSIA HA AL SUO FIANCO GLI USA PER COMBATTERE IL NUOVO “REGIME”
Guardate bene questa illustrazione. Dal 16 aprile campeggia sul sito dell’Sv, l’intelligence esterna della Federazione Russa. La testa di Ursula von der Leyen, in versione vampiro, sovrasta un corpo a forma di croce uncinata con quattro estremità che finiscono in artigli insanguinati.
Al centro è il cerchio blu stellato simbolo dell’Unione europea. Ai fianchi, due baionette, con le bandiere russa e americana, infilzano l’immonda creatura.
Vladimir Putin ha trovato il nuovo nemico: l’euro-nazismo. Nelle parole del suo fedele servitore, il ministro degli Esteri Sergei Lavrov, l’Unione europea, aizzata dalla Francia e guidata dal nuovo Führer di Bruxelles, è la contemporanea incarnazione dell’ideologia hitleriana. E come 80 anni fa, nel sanguinoso cimento della Seconda guerra mondiale, anche questa volta Mosca ha al suo fianco Washington, l’alleato americano insieme al quale l’Unione Sovietica sconfisse il nazismo, salvando sé stessa e l’Occidente.
E in fondo, ricordano i pifferai del Cremlino, in altri momenti fatali, in Crimea alla metà dell’Ottocento e a Suez nel 1956, Mosca e Washington sbarrarono insieme la strada a Francia e Regno Unito. Dimenticate trent’anni di dura retorica antiamericana.
Dimenticate le accuse di volontà egemonica unilaterale lanciate contro gli Stati Uniti, i loro «vassalli» europei e «l’Occidente collettivo». Il «nuovo sceriffo» in carica a Washington è un amico, o almeno così sembra. E Putin, che senza nemici non sa e non può vivere, cambia la prospettiva a uso e consumo della sua opinione pubblica interna
Certo, l’autocrate del Cremlino sta alzando la posta anche con Donald Trump: vuole stravincere in Ucraina, sogna la partenza delle truppe americane dal Vecchio Continente, tenta di coinvolgerlo in una guerra santa contro i globalisti, facendogli balenare grandi affari. Vasto programma.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 28th, 2025 Riccardo Fucile
IL PACCHETTO INIZIALE LO RENDE FAVORITO… TAGLE, IL “BERGOGLIO ASIATICO”: “L’EREDITA’ NELLE PERIFERIE”
È il cardinale Pietro Parolin il favorito del Conclave. O meglio, colui che entra da Papa
e quindi rischia di uscire da cardinale. Il segretario di Stato guiderà i confratelli nella Cappella Sistina.
E secondo il Fatto Quotidiano può contare su un pacchetto iniziale di 40 voti. Benedetto XVI ne prese 47 alla prima votazione, 65 alla seconda e 72 alla terza. Poi gli 84 che gli garantirono l’elezione. Nel Conclave del 2013 invece i 30 voti iniziali per Angelo Scola contro i 26 per Jorge Mario Bergoglio si ribaltarono già nella seconda votazione. Poi la fumata bianca e l’elezione dell’arcivescovo di Buenos aires.
Parolin e Pizzaballa
Dietro Parolin un altro favorito è il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini. Che ha appena compiuto 60 anni: il suo sarebbe di sicuro un pontificato lungo. Al terzo posto tra i favoriti c’è il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana e arcivescovo di Bologna. E che è considerato il vero continuatore pastorale di Francesco. Un
papa italiano manca da 47 anni, ovvero da Papa Luciani nel 1978. E ci sono i candidati stranieri. Péter Erdo, arcivescovo di Esztergom-Budapest, e Willem Jacobus Eijk, arcivescovo di Utrecht. Il terzo è Robert Francis Prevost, agostiniano, già prefetto del Dicastero per i vescovi. Le votazioni prenderanno il via la prossima settimana. Le congregazioni generali dei cardinali fisseranno la data dell’inizio del conclave.
Le periferie e il cardinale Tagle
Intanto, mentre il cardinale Müller spiega che il nuovo Papa deve contrastare le lobby gay, il cardinale Luis Antonio Tagle parla con Angelo Scelzo del Mattino di Bergoglio: «Papa Francesco era un vero uomo di Dio. L’avevo conosciuto nel 2005, cardinale di Buenos Aires, al Sinodo sull’Eucaristia. Quando l’ho incontrato da papa ho rivisto la stessa persona. Grande senso pastorale, modi semplici e cuore aperto sull’obiettivo centrale dell’evangelizzazione. Metteva il Vangelo al centro di tutto, ma non in modo astratto, perché gli interessava che entrasse davvero nella vita delle persone». Filippino, nominato da Papa Benedetto nel 2011 arcivescovo di Manila, teologo e filosofo con studi e permanenza per sette anni negli Stati Uniti, è stato Francesco a chiamarlo, sei anni fa, alla guida del dicastero missionario di Propaganda Fide.
La strada di Francesco
Secondo Tagle l’ultimo Papa «ha tracciato una grande strada. È stato il Pastore che non si è limitato alla proclamazione del Vangelo, ma si è preoccupato di indicare a tutti i segni di Dio nel concreto della vita quotidiana. E a ogni livello, al centro come nelle periferie, queste ultime raggiunte da un annuncio che ora ha la forza del nuovo. È una strada che Francesco ha indicato per prima a noi vescovi. Sento molto questa “missione” ed è ciò che mi aiuta ad andare nelle periferie. Occorre andarci ma con la convinzione e l’obiettivo di farle diventare centro. Il pericolo è di continuare a pensare di essere noi il centro. È così che rischiamo di andare fuori strada».
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 28th, 2025 Riccardo Fucile
LA TELEFONATA DI MELONI A URSULA CHE LE CONFERMA L’IMPOSSIBILITA’ DI TENERE A ROMA IL SUMMIT CON TRUMP… GELO CON L’ELISEO
Una telefonata. Di cortesia, visto che sabato mattina Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen si erano salutate solo fugacemente in piazza San Pietro. Per discutere delle «questioni di interesse comune, tra cui il sostegno all’Ucraina e i temi commerciali». Vale a dire: cessate il fuoco e dazi. Il progetto italiano dichiarato durante la missione alla Casa Bianca, d’altra parte, era organizzare un vertice tra Europa e Stati Uniti, ospitandolo a Roma.
L’idea suggerita resta in piedi, perché la presidente della Commissione – deliberatamente ignorata dal tycoon nei primi cento giorni della sua amministrazione – preme molto per organizzare il summit. Quasi certamente, hanno però preso atto, non si terrà a Roma.
A pesare sono alcuni dati di realtà, che la politica tedesca non ha nascosto alla premier nel corso di tutti i recenti contatti. Il primo: sono già in programma una serie di summit internazionali a cui potrebbe agganciarsi un’eventuale visita di Trump: il vertice Nato all’Aja o un summit a Bruxelles (senza trascurare l’ipotesi che sia Ursula a recarsi a Washington). Inoltre, esistono forti
resistenze, come riportato in più occasioni da Repubblica, da parte di diverse altre cancellerie continentali. Quelle della Spagna di Pedro Sanchez e della Polonia di Donald Tusk. Ma soprattutto, quella di Emmanuel Macron.
La battaglia diplomatica tra Roma e Parigi, culminata l’altro ieri nel caso della fotografia in Vaticano senza Meloni, dura da un paio di mesi. E il solco si è allargato attorno all’idea dei “volenterosi” anglo-francesi di inviare truppe sul terreno. Scegliendo di contestare pubblicamente quella impostazione, la premier ha sostanzialmente abbandonato il gruppo di lavoro che continua a riunirsi tra Parigi e Londra.
L’opzione elaborata da Macron e Starmer continua ovviamente a camminare sulle proprie gambe. Ma ha parzialmente ridefinito alcuni obiettivi, creando un terreno di potenziale convergenza futura con i più scettici. Adesso, ad esempio, i “volenterosi” progettano l’invio di istruttori militari per formare l’esercito ucraino. Un dettaglio su cui Palazzo Chigi faticherebbe in futuro a dire no. E le strade tra Roma e Parigi potrebbero riavvicinarsi, anche grazie alla relazione che Meloni mantiene con Starmer, attorno a un’altra richiesta presente nella controproposta ucraina: quella di una qualche forma di garanzia di sicurezza degli americani. Kiev sostiene che dovrebbe servire a rassicurare l’eventuale missione di pace solo europea, su cui il governo ha sempre frenato. Ma in prospettiva, anche questo scenario potrebbe coinvolgere Roma. La sfida, per Meloni, è semmai quella di costruire un percorso per rientrare in questo gioco diplomatico, dopo la rottura netta con gli anglofrancesi. È questione delle prossime settimane. E soprattutto, è una prospettiva appesa all’estrema incertezza nel teatro ucraino. Di Kiev discuterà domani con il presidente turco Recep Erdogan.
(da Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 27th, 2025 Riccardo Fucile
CRESCE ANCHE IL DIVARIO TRA LE PERSONE BENESTANTI E CHI È IN UNA SITUAZIONE DI INDIGENZA
In Italia sale il rischio di povertà tra le persone che lavorano anche se impegnate a
tempo pieno: nel 2024 gli occupati con un reddito inferiore al 60% di quello mediano nazionale al netto dei trasferimenti sociali sono il 9%, in aumento dall’8,7% registrato nel 2023.
Una percentuale più che doppia di quella della Germania (3,7%). E’ quanto emerge dalle tabelle Eurostat appena pubblicate secondo le quali, invece, sono il 10,2% i lavoratori di almeno 18 anni occupati per almeno la metà dell’anno (sia full time che part time) a rischio povertà, anche questi in aumento rispetto al 9,9% del 2023 .
In Spagna la percentuale dei lavoratori impegnati full time poveri è del 9,6% mentre in Finlandia è al 2,2%. Per chi lavora part time la percentuale di chi risulta povero in Italia nel 2024 risulta in calo dal 16,9% al 15,7%. La povertà lavorativa sale in Italia soprattutto per i lavoratori indipendenti, tra i quali il 17,2% ha redditi inferiori al 60% di quello mediano nazionale (era il 15,8% nel 2023) mentre per i dipendenti la quota sale all’,8,4% dall’8,3% precedente. In Germania la quota degli occupati over 18 in una situazione di povertà è diminuita dal 6,6% al 6,5% mentre in Spagna è diminuita dall’11,3% all’11,2%.
Soffrono in Italia di questa condizione soprattutto i giovani: tra i 16 e i 29 anni è povero l’11,8% degli occupati mentre tra i 55 e i 64 anni è il 9,3%. Nella povertà lavorativa conta il livello di istruzione. Tra i lavoratori che hanno fatto la sola scuola dell’obbligo in Italia si registra un 18,2% di occupati poveri (era il 17,7% del 2023) mentre la percentuale crolla tra i lavoratori laureati, tra i quali solo il 4,5% risulta con un reddito inferiore al 60% di quello mediano nazionale.
Ma in questo caso si registra un importante aumento, visto che la percentuale era al 3,6% nel 2023. Si registra invece un lieve calo della povertà tra gli
occupati che hanno un diploma con il 9,1% in difficoltà nel 2024 a fronte del 9,2% dell’anno precedente.
Nel 2024 si riallarga il divario tra chi è in una situazione di indigenza e chi è più benestante dopo una riduzione delle distanze nel 2023: secondo gli ultimi dati Eurostat sui redditi e il rischio di povertà riferiti al 2024 il primo decile delle persone sulla base dei redditi può contare su una quota del reddito nazionale equivalente del 2,5%, in calo rispetto al 2,7% del 2023 (era del 2,5% nel 2022). In Germania la quota è del 3,4%. L’ultimo decile, quello più “ricco” può invece contare su una quota del reddito nazionale equivalente del 24,8%, in aumento sul 24,1% del 2023 (in Germania è al 23,7%). La quota in Italia del reddito dei più benestanti era del 25,1% nel 2022.
Il rischio di povertà in Italia nel 2024 è rimasto stabile al 18,9% della popolazione ma la percentuale di chi deve far conto con un reddito disponibile dopo i trasferimenti sociali inferiore al 60% di quello mediano nazionale diminuisce tra i minori e aumenta tra gli over 65: è quanto emerge dalle tabelle Eurostat sul rischio di povertà.
La deprivazione materiale in Italia nel 2024 è scesa all’8,5% della popolazione dal 9,8% del 2023, al livello più basso dall’inizio delle serie storiche nel 2015. Si tratta di circa cinque milioni di persone. L’indicatore si riferisce, spiega l’Eurostat, all’incapacità di permettersi una serie di beni, servizi o attività sociali specifici che sono considerati dalla maggior parte delle persone essenziali per una qualità di vita adeguata.
In pratica nel nostro paese ci sono circa cinque milioni di persone che non riescono ad affrontare cinque delle 13 spese contenute in questo indicatore quali avere una casa adeguatamente riscaldata, poter fare almeno una settimana di vacanza, far fronte a spese improvvise, poter fare un pasto con proteine almeno ogni due giorni, avere una connessione internet, avere almeno due paia di scarpe ecc. In Germania la deprivazione materiale riguarda l’11,4% della popolazione e in Spagna il 16%.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 27th, 2025 Riccardo Fucile
INNEGGIARE ALLO STERMINIO E’ UN REATO, LA QUESTURA E IL SINDACO DI ASCOLI DI FDI AGISCANO DI CONSEGUENZA: E’ PIU’ FACILE IDENTIFICARE UNA COMMERCIANTE STIMATA O INDIVIDUARE CHI MINACCIA E INNEGGIA ALLO STERMINIO ?
Un gruppo di sedicenti neofascisti di Ascoli Piceno ha evocato i “forni” – con un chiaro riferimento a quelli crematori impiegati nei campi di sterminio – nei
confronti di Lorenza Roiati, titolare del panificio “L’assalto ai forni” di Piazza Arringo che due giorni fa, in occasione della Festa della Liberazione, ha appeso sulla facciata del suo locale un lenzuolo con la scritta: “25 Aprile, buono come il pane bello come l’antifascismo”, a seguito del quale è stata sottoposta a ben due controlli di polizia consecutivi nell’arco di una manciata di ore.
Ebbene, ieri sera – sabato 26 aprile – è comparso in via Luigi Marin, ad un centinaio di metri dalla sede della Questura di Ascoli Piceno, uno striscione che inneggia “Ai forni”, scritta preceduta dalle parole “L’assalto”, cancellate. Lo striscione – inequivocabilmente inneggiante l’olocausto – è stato rimosso in serata. Un altro striscione a poca distanza recitava: “Da quel forno un tale fetore, che diventa simpatico anche il questore”.
Da tempo Ascoli Piceno finisce sovente al centro delle cronache sia locali che nazionali per episodi legati al naofascismo. Il sindaco, Marco Fioravanti (Fratelli D’Italia), nell’ottobre del 2019 partecipò alla celeberrima cena commemorativa della Marcia su Roma nella vicina Acquasanta Terme, borgo teatro nel marzo del 1944 di un eccidio ad opera dei Nazisti che costò la vita a 42 persone nelle frazioni di Pozza e Umito. Tra le vittime anche una bambina di 11 mesi bruciata viva davanti agli occhi della mamma. Fioravanti in seguito tentò di giustificarsi affermando di non aver visto il busto di Mussolini e il fascio littorio stampati sul menù.
Gli stessi “nostalgici” piceni di recente – e come di consueto stando ben attenti a non essere visti – hanno esposto un lenzuolo con la scritta “Antifascismo = mafia” al Liceo Scientifico A. Orsini di Ascoli.
La questura fa sapere che sono in corso indagini per individuare gli autori del gesto e che sono stati disposti controlli rafforzati in città e nel territorio.
Libertà di espressione e limiti legali in Italia
L’articolo 21 della Costituzione italiana sancisce il diritto di tutti di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
Questo diritto include la possibilità di esprimere opinioni anche attraverso striscioni e cartelli. Tuttavia, la libertà di espressione non è illimitata e trova dei limiti legali in caso di incitamento alla violenza, all’odio o di violazione del buon costume. Il messaggio esposto sul panificio di Ascoli, con la sua natura semplice e positiva, non rientrava in queste categorie restrittive.
L’intervento della polizia, di fronte a uno striscione apparentemente innocuo, solleva quindi interrogativi sulla proporzionalità dell’azione e sulla possibile lesione del diritto alla libertà di espressione della titolare del forno.
L’incidente di Ascoli evidenzia il delicato equilibrio tra il diritto di esprimere le proprie opinioni e le responsabilità delle forze dell’ordine nel mantenimento dell’ordine pubblico. Il fatto che un messaggio antifascista inoffensivo abbia portato all’intervento della polizia suggerisce una possibile interpretazione restrittiva delle forme di espressione accettabili durante le celebrazioni della Festa della Liberazione da parte delle autorità locali.
IL CASO DIVENTA NAZIONALE
Sta assumendo le dimensioni di un caso politico nazionale la vicenda dell’identificazione di una fornaia di Ascoli Piceno, «rea» di aver appeso uno striscione antifascista il 25 aprile. La titolare del panificio «L’assalto ai forni» Lorenza Roiati, come ormai noto, venerdì mattina ha srotolato sulla porta del negozio un lenzuolo striscione con la scritta «Buono come il pane, bello come l’antifascismo». Un gesto simbolico e pacifico, a fronte del quale la donna è stata però identificata da alcuni agenti di polizia. La polemica politica, esplosa a livello locale, ora diventa nazionale. O per lo meno è questa la dimensione che danno ora alla vicenda alcuni leader di centrosinistra. A partire da Elly Schlein. «A Lorenza Roiati, la panettiera di Ascoli Piceno che il 25 aprile ha appeso al suo forno il lenzuolo antifascista, tutta la mia personale solidarietà e quella del Partito Democratico», scrive sui social la segretaria del Pd, secondo cui «quegli striscioni intimidatori e fascisti non sono solo un insulto a lei, ma a tutte e tutti coloro che si riconoscono nei principi antifascisti della nostra Costituzione, nata dalla Resistenza». «Con la stessa meticolosità con cui nella giornata del 25 aprile sono state chieste le generalità di Lorenza per ben due volte, auspico che si accertino i responsabili di questi insulti fascisti inaccettabili», conclude Schlein.
La solidarietà di Riccardo Magi e Ilaria Cucchi
Ci va già duro pure Riccardo Magi, segretario di Più Europa. «In un Paese normale, scrivere che l’Antifascismo è bello il 25 Aprile dovrebbe essere come scrivere Buon Natale il 25 dicembre. Purtroppo però l’Italia non è un Paese normale e oggi festeggiare la Liberazione dal nazifascismo porta a essere identificati dalla polizia e a subire pesanti intimidazioni, come è accaduto alla fornaia di Ascoli Lorenza Roiati, a cui va la nostra solidarietà. Questo è però il clima che si respira nel Paese, ed è un antipasto di quello che accadrà da ora in poi quotidianamente con il Dl Sicurezza. I liberi cittadini di una Repubblica nata dall’antifascismo sono un po’ meno liberi e la Repubblica è un po’ meno antifascista», attacca Magi.
Chi si appresta a solidarizzare concretamente con la fornaia identificata, poi, è Ilaria Cucchi. L’attivista e senatrice, eletta con Alleanza verdi e sinistra, sarà domani ad Ascoli Piceno, al suo fianco. Lo ha annunciato la stessa Lorenza Roiati: «Insieme chiederemo un incontro al sindaco della mia città Marco Fioravanti, certe di ricevere da lui il sostegno e la giusta tutela per i fatti gravissimi accaduti. Siamo tutti e tutte antifasciste», ha scritto la fornaia sui social, pubblicando la vignetta di Mauro Biani di oggi su La Repubblica a lei dedicata.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 27th, 2025 Riccardo Fucile
IL SALUTO DEL SUO POPOLO IN PLAZA DE MAYO, IL POPOLO DELLE BARACCOPOLI IN LACRIME : “NON POTREMO MAI DIMENTICARE QUELLO CHE HA FATTO PER NOI”
Il buio fatica a sciogliersi nell’alba sulla cappella del Rosario della villa 31-Retiro,
baraccopoli conficcata nel cuore di Buenos Aires. È stata una notte insolitamente fredda in questo afoso autunno “porteño”. Il fango e le pozzanghere nelle buche dell’asfalto – dove c’è – rivelano la pioggia recente. E l’aria ha l’odore aspro del temporale imminente. Questo non ferma, però, i preparativi che vanno avanti da venerdì.
Mentre i più giovani caricano negli zaini acqua e mate, Leda siede immobile su un muretto sberciato. Sul petto ha appoggiato un quadro di Francesco e, indifferente al via vai, prega. È là dalle 5 del mattino, l’ora in cui, dall’altra parte dell’Atlantico, è cominciato il funerale del Pontefice a San Pietro.
«Era tutto, per me e per il quartiere. Quante volte è venuto e quanti di noi ha aiutato. Anche me, appena arrivata dal Paraguay, vent’anni fa». Isolina, accanto a lei, annuisce: «Chiedo a Francesco di intercedere per la pace nella villa e nel mondo. E perché io riesca a fare il tragitto», aggiunge indicando la stampella.
Buona parte dei 55mila abitanti della “villa” di Retiro hanno scelto di percorrere a piedi, attraversando il centro, i chilometri fino alla Plaza de Mayo dove Buenos Aires ha salutato il “suo” Papa. Una sorta di anteprima del grande pellegrinaggio con cui il popolo dei “villeros” (gente delle baraccopoli), fianco a fianco a migliaia di donne e uomini delle zone più svariate e della provincia, ha prolungato il congedo. Trasformando il lutto in impegno a proseguire il cammino aperto da Jorge Mario Bergoglio.
Prima tappa, appunto, è stata la piazza su cui si erge imponente la Casa Rosada. All’estremo opposto, sotto il colonnato neoclassico della Catedral metropolitana, è stato allestito l’altare per la Messa solenne alle 10 locali: lo stesso orario di quella di Roma ma con cinque ore di ritardo a causa del fuso. L’arcivescovo Jorge García Cuerva ha scelto di restare per celebrarla e, come ha spiegato, «accompagnare le persone e i sacerdoti in questo momento di sofferenza». Sonia, 55 anni, volontaria della mensa popolare del sobborgo Once-Berazetei, piange. «Mi manca, eppure è qui. E mi chiede di andare avanti», dice con voce commossa. Si vedono tanti occhi umidi quando un sole quasi estivo scaccia di colpo le nuvole grigie dal cielo. A differenza di quanto canta il tango di Carlos Gardel, l’Argentina ha la consolazione e il coraggio – lo chiamava Francesco #– delle lacrime. «Piangiamo perché è morto il padre di tutti, piangiamo perché sentiamo già nel cuore la sua assenza fisica, piangiamo perché ci sentiamo orfani, piangiamo perché non riusciamo ancora acomprendere appieno la sua grandezza mondiale, piangiamo perché ci manca tanto», ha affermato monsignor García Cuerva nell’omelia, interrotta più volte dagli applausi. «Che queste lacrime bagnino la terra della nostra patria e del mondo per far crescere la fraternità».
I fedeli di Baires hanno circondato letteralmente la Cattedrale per la Messa che ha replicato l’addio romano a Francesco seguito in tv a notte fonda
«Lo diceva sempre: siate fratelli e sorelle», afferma María, 80 anni, venuta con Elvira, Angelita e Lucila da Ituizangó, il quartiere della sorella del Papa. «María Helena è nostra vicina», esclamano quasi in coro. «Sa, io non sono credente. Però sono qui perché lui sapeva trovare ciò che ci unisce», sottolinea Mónica, arrivata da Tigre, mentre solleva il fazzoletto bianco in segno di omaggio, al termine della celebrazione. Una grande immagine di Francesco viene portata in processione intorno a Plaza de Mayo: un abbraccio reciproco fra la città e il gesuita che tanto l’amava. Una stretta che, negli ultimi dodici anni, entrambi hanno imparato a dilatare oltre la distanza fisica e ora si prolunga più in là della morte. «Vai in Cielo Francesco – ha concluso l’arcivescovo, ripetendo una frase che, dal Lunedì dell’Angelo, rimbalza di bocca in bocca –. E fai molto chiasso da lassù».
La tristezza accumulata pian piano si scioglie in una festa spontanea carica di gratitudine per il «dono di Bergoglio», come lo chiama Charlie. I giovani dei quartieri popolari hanno portato bonghi e tamburi che suonano rumorosamente a mo’ di saluto. «Gli sarebbe piaciuto», ammette Alon, 16 anni. Poi, lentamente, la folla si raduna all’angolo con la Diagonal Sur per incamminarsi verso la seconda parte del congedo itinerante. La vicaria delle villas, creata dall’allora cardinale Jorge Mario, ha articolato un percorso nella “geografia del dolore” di Buenos Aires: sei luoghi di sofferenza emblematici delle molteplici ferite aperte sulla pelle della capitale. Punti cari a Francesco. «Ma non vogliamo fermarci al ricordo. È il principio di un impegno a mantenere viva la sua eredità. A metterci in cammino per andare incontro ai caduti abbandonati ai margini della via. Questo è il nostro “patto di amore a Francesco”, come lo abbiamo chiamato. Non si tratta di parole. Lo abbiamo sottoscritto con i piedi, alzandoci dal divano – come ci chiedeva – e mettendoci davvero in marcia»,
sottolinea padre Toto De Vedia, parroco di Nostra Signora di Caacupé, nella Villa 21-24 di Barrajas, uno degli organizzatori. Immergendosi nella zona sud della capitale, i pellegrini hanno sostato davanti alla Casa di Mama Antula, prima santa argentina canonizzata durante questo Pontificato. Una pioniera che, alla fine del Settecento, nonostante i pregiudizi nei confronti delle donne, diffuse gli Esercizi ignaziani dopo l’espulsione della Compagnia. Poi si sono diretti nella vicina Plaza de la Constitución, epicentro della tratta e dello spaccio, dove ogni anno, Bergoglio celebrava una Messa per «gli schiavi contemporanei».
Da lì, hanno raggiunto l’ospedale psichiatrico Borda e il piccolo carcere di Muñiz. Il percorso si è concluso nella Villa 21-24 con una fermata al primo Hogar de Cristo, rifugio per i senza rifugio. Una creatura di Francesco che l’ha inaugurato lavando i piedi a dodici ragazzi vittime di dipendenza il 20 marzo 2008. Ora gli “Hogar di Cristo” sono oltre 200 in tutto il Paese. Infine, nell’umile e coloratissima chiesa di Caacupé, i villeros hanno voluto rinnovargli il proprio affetto con una preghiera comune. Seguita dal grido: «Vai in Cielo Francesco e fai molto “chiasso” da lassù».
(da Avvenire)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 27th, 2025 Riccardo Fucile
IL BACIAMANO DI FELIPE DI SPAGNA A MELANIA TRUMP, DAVANTI A “THE DONALD”, LE PROVE TECNICHE “DA RE” DEL PRINCIPE WILLIAM, L’ABBRACCIO TRA RE ABDHULLAH DI GIORDANIA ED EMMANUEL MACRON
Felipe VI di Spagna prende la mano velata di Melania Trump, la sfiora in un perfetto baciamano. E il presidente americano, che si è distinto vestendo di blu anziché il nero di protocollo (come pure il principe William), offre una stretta vigorosa al re. Accanto la regina Letizia.
Più a destra, c’è Mary di Danimarca arrivata sola a Roma: re Frederik X, ieri a Hiroshima per gli 80 anni dall’atomica, è in partenza per la Groenlandia, tema che l’avrebbe contrapposto a Trump. Al fianco della commoner australiana ora regina, siede lo sceicco degli Emirati Mohammed bin Zayed Al Nahyan. Sul sagrato c’è pure Mohammed bin Abdulrahman Al Thani dal Qatar.
Si regge al braccio di Carl XVI Gustav di Svezia la regina Silvia, poggiandosi a un bastone: è appena uscita dall’ospedale per un’operazione al piede. E i veli neri (non più obbligatori per il cerimoniale) sono la divisa del lutto di principesse e regine davanti al feretro di Francesco, come le calze scure: solo Melania azzarda gambe nude ma vela le mani di pizzo. Rinunciano però al velo la Première dame di Francia, Brigitte Macron, Olena Zelenska e Victoria Starmer con cappello british, e veletta.
Le regine cattoliche vantano le Privilège du blanc , il privilegio di vestire di bianco al cospetto del Santo Padre. Ma ieri, quel privilegio è svanito. Re, regine, sceicchi e il principe William, inviato a Roma da re Carlo III — come
nel 2005 quando morì Giovanni Paolo II, ed Elisabetta mandò il principe di Galles a rappresentare la Corona di Sant’ Edoardo il Confessore.
Principi e re ai banchi assegnati loro sul sagrato, secondo un ordine di precedenza dettato dall’alfabeto francese, lingua della diplomazia, che assegna le prime file a sovrani, capi di Stato, e a seguire principi della Corona: William ma anche Haakon Magnus, l’erede di Norvegia, con Mette-Marit. E l’ordine alfabetico francese aiuta forse la diplomazia vaticana a riservare agli Etats-Unis d’Amerique un posto in prima fila. Mentre assegna a William, Royaume-Uni , la terza a fianco del cancelliere Olaf Scholz. Dietro al presidente della Repubblica Sergio Mattarella con la figlia Laura, la premier Giorgia Meloni e Ignazio La Russa.
Arriva re Abdhullah di Giordania con Rania, come nel 2005 per Giovanni Paolo II, e abbraccia fraterno Emmanuel Macron. Principi ereditari, il Gran duca di Lussemburgo Henri con Maria Teresa, e il principe Alois del Liechtenstein con Sophie. E principi sovrani come Alberto II di Monaco con la princesse de Monaco : Charlène vestiva di nero già alla vigilia.
I primi a confermare l’arrivo a Roma erano stati re Filippo dei belgi con la regina Mathilde che avevano accolto Francesco al castello di Laeken. E a Bruxelles, i reali emeriti Paola nata Ruffo di Calabria e il marito Alberto, hanno reso omaggio alla memoria di Francesco con una messa. Reali ed ex case reali per Francesco: anche Emanuele Filiberto di Savoia, Aimone di Savoia Aosta con Olga di Grecia e i Borbone delle Due Sicilie.
E tante personalità: Joe con Jill Biden, velo nero e capo chino, il Segretario Onu, Antonio Guterres e il Nobel Muhammad Yunus. Assenti i reali d’Olanda, non c’è Maxima nata in Argentina, terra di Bergoglio. Ieri era la Festa del re a Doetinchem, ed è arrivato a Roma il premier Dick Schoof. Fino all’ultimo a palazzo Huis ten Bosch s’era cercata, invano, una soluzione.
(da Corriere della Sera)
argomento: Politica | Commenta »