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IL CAMPIDOGLIO RIMUOVE GIUSTAMENTE I MANIFESTI DELLA LEGA: “SONO RAZZISTI E VIOLANO IL REGOLAMENTO COMUNALE SULLA PUBBLICITA’”

Luglio 26th, 2025 Riccardo Fucile

SALVINI STRAPARLA DI CENSURA… NESSUNO RICORDA CHE ESISTE LA LEGGE MANCINO CHE PREVEDE L’ARRESTO E FINO A SEI ANNI DI CARCERE PER ISTIGAZIONE ALL’ODIO RAZZIALE: APPLICATELA E IN UNA NOTTE SI RISOLVE IL PROBLEMA

“Occupi una casa? Ti buttiamo fuori in 24 ore” e poi “Grazie alla Lega, decreto sicurezza” sono le scritte che compaiono su alcuni
manifesti leghisti affissi a Roma accompagnate dall’immagine di immigrati o di zingari. È bufera sui manifesti elettorali affissi dalla Lega nella Capitale, accusati di veicolare messaggi razzisti e lesivi della dignità umana. Il Comune di Roma è intervenuto ordinandone la rimozione immediata, innescando un acceso scontro politico. Nei giorni scorsi erano stati imbrattati.
Le affissioni, legate alla promozione del Decreto Sicurezza, mostrano scene fortemente connotate: uno scippatore rom fermato in metropolitana da un agente, e un gruppo di occupanti abusivi rappresentati da una persona di colore, una di etnia rom e una “alternativa”. Accanto, frasi come «Scippi in metro? Ora finisci in galera senza scuse» e «Occupi una casa? Ti buttiamo fuori in 24 ore».
Secondo l’amministrazione capitolina, i manifesti violano l’articolo 12-bis del Regolamento Comunale sulla pubblicità (n. 141/2020), che vieta espressamente contenuti pubblicitari che contengano stereotipi etnici, messaggi violenti o discriminatori, o che ledano la dignità individuale e i diritti civili. Il Campidoglio ha dato 24 ore di tempo per la rimozione, con la Polizia Locale incaricata di vigilare sull’esecuzione del provvedimento.
La reazione della Lega non si è fatta attendere. Matteo Salvini ha parlato di «bavaglio comunista», accusando il Comune di censurare un messaggio politico legittimo. «È un attacco alla libertà di espressione” ha dichiarato
Ma la polemica va oltre il piano istituzionale. Diverse associazioni per i diritti civili hanno denunciato l’uso di immagini che stigmatizzano intere comunità, alimentando paure e pregiudizi. «Non è solo una questione di regolamenti – ha dichiarato un portavoce di Amnesty Italia – ma di responsabilità sociale: la comunicazione politica non può legittimare il razzismo».
Il caso ha riacceso il dibattito sul linguaggio della politica e sul confine tra libertà di espressione e incitamento all’odio. Intanto, la Lega annuncia ricorsi legali e interrogazioni parlamentari, mentre il Comune ribadisce: «A Roma non c’è spazio per la propaganda che discrimina».
(da agenzie)

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A GIORGIA MELONI LE REGIONALI RISCHIANO DI ANDARLE DI TRAVERSO. LA SITUAZIONE PEGGIORE È IN PUGLIA CONTRO DECARO: ARIANNA MELONI GIA’ SI E’ ARRESA: “BENE CHE VADA, PERDIAMO 70 A 30”

Luglio 26th, 2025 Riccardo Fucile

LA DESTRA PUGLIESE NON C’È E NON SI TROVANO PIÙ I CANDIDATI. IL CANDIDATO DA MANDARE AL MACELLO SARÀ MAURO D’ATTIS, DI FORZA ITALIA. SCONFITTA SICURA E FAIDA IN CASA IN FDI TRA IL SOTTOSEGRETARIO GEMMATO E RAFFAELE FITTO

Succede che, andando verso Sud, ti imbatti in una notizia, quando arrivi in Puglia.
L’indizio arriva proprio dal buen retiro estivo che tanto piace a Giorgia Meloni, la masseria del Beneficio: posto sobrio nelle campagne di Ceglie Messapica
Chissà se c’entra la recente telefonata che ha avuto con i suoi dirigenti pugliesi Arianna, la sorella della Sorella d’Italia: «Con Decaro, bene che vada, perdiamo 70 a 30». Silenzio. Sgomento.
Di lì il dubbio, perché suona male: ad agosto le vacanze, e la processione dei “fratelli” di mezza Puglia alla ricerca di una benedizione elettorale, poi una sberla del genere poco tempo dopo. Anche se stupisce lo stupore. Lì, come noto, la destra praticamente non c’è. E non da oggi. Se l’è imbarcata tutta Michele Emiliano.
Ha iniziato, due lustri fa, nominando all’Acquedotto Pugliese, carrozzone per macinare voti, Simeone Di Cagno Abbrescia, ex sindaco di centrodestra di Bari. Ha terminato dando la sanità all’ex capogruppo alla Camera di Forza Italia Rocco Palese, poi cacciato. In mezzo un sistema trasformistico scientifico, perfetto,
oliato: incarichi pubblici, in cambio di cambi casacca.
Non bastano due pagine di giornale a raccontarlo tutto.
Poi, però, c’è il partito di Giorgia Meloni, e ci risiamo col tema della classe dirigente che non c’è. Se possibile, la situazione è peggiore che in Campania, altra terra di un sistema di clientele «come cristo comanda» (cit De Luca).
Anche da quelle parti è la cronaca di una sconfitta annunciata, ma almeno lì sono stati commissionati sondaggi su qualche candidato presidente: il sempreverde Antonio D’Amato, che si è già sfilato, Mara Carfagna, l’ex rettore della Federico II Guido Trombetti, il presidente della Zes Gioy Romano ed Edmondo Cirielli. Si immolerà, solo se il «sacrificio glielo chiede Giorgia». Sacrificio, appunto. Perché il partito tira solo nella sua Salerno, altrove è pieno di vecchi arnesi.
A Napoli, dove una volta eleggevano Almirante, è fermo al 12 per cento. Per tirare la lista, gira l’ipotesi di Gennaro Sangiuliano, che dal virus della politica non è guarito.
Dicevamo, la Puglia. Dove non si trova neanche uno sfidante competitivo. Qui, il “sacrificato” sarà Mauro D’Attis, di Forza Italia. Sentite quest’ultimo pasticcio, fresco fresco, a proposito di classe dirigente. Il protagonista è Marcello Gemmato: farmacista barese, padre almirantiano, uno che scommette su Giorgia Meloni sin dai tempi della ridotta di Colle Oppio.
Per farsi notare, da giovane, si fece riprendere dalle telecamere di Striscia la notizia in mutande – proprio così: in mutande – nel
corso di una manifestazione per denunciare le spese dell’Università di Bari.
Appena nominato sottosegretario alla Salute, si presentò con una dichiarazione da no vax al bar dello Sport: «Senza vaccini sarebbe andata peggio? Non c’è prova». Si scatenò un finimondo.
Ecco, ne ha combinata un’altra proprio qualche giorno fa. Si è messo a raccattare tutto il possibile per qualche voto in più.
E come fiore all’occhiello ha deciso di riportare a casa Pippi Mellone, sindaco di Nardò, Salento profondo, 30mila abitanti. Altro personaggio che merita due righe: fascista – tecnicamente perché viene da Casa Pound – e, udite udite, amico di Michele Emiliano. Presentiamolo: una volta gli partì un bel saluto romano alla commemorazione di Sergio Ramelli. Un’altra volta chiese addirittura la chiusura dell’Anpi. Tipo sanguigno, durante una seduta del consiglio comunale, si scagliò malamente contro un consigliere di opposizione.
Processo e condanna per risarcimento danni. Alle scorse elezioni mise i suoi nelle liste di Emiliano che lo riempì di complimenti («Quel sindaco mi ha aperto la mente») e pure di investimenti sulla rete fognaria. Inciso: l’avversario era Raffaele Fitto.
Stavolta è pronto ad accasarsi nel partito della premier, che ha in mano l’Italia e potrebbe cercare il meglio.
Vertigine: dalla copertina del Time a Nardò. L’operazione è portata avanti da Gemmato, con la benedizione di Giovanni
Donzelli. Tutto pronto, si sono incontrati a Roma, poi è scoppiata la rivolta a Lecce. Riunioni saltate. Veleni. A Raffaele Fitto sono venuti i capelli viola. È vero, ormai si dedica all’Europa, però non ha mai lasciato la Puglia. Lui vorrebbe fare un’operazione di rinnovamento, gli altri hanno il problema di far vedere che comandano più di lui. Olè. Sconfitta sicura e faida in casa.
La storia, in definitiva, è tutta qui. Non essendoci contesa la partita è tutta interna: chi prende più posti tra i banchi dell’opposizione. E quindi ogni partito prova a raccattare quello che è disponibile.
Forza Italia, che aveva quattro consiglieri, è arrivata a quota sette, prendendosi tre giramondo eletti nelle civiche di Emiliano. E poi sentite questa. Ve la ricordate Anita Maurodioia, che dopo aver girato sette chiese, è diventata assessora di Emiliano, poi dimessasi a seguito di un’inchiesta per voti comprati? È corteggiata dalla Lega. Lega che, per superare lo sbarramento, allieterà i pugliesi col suo pezzo pregiato: il generale Roberto Vannacci, nato a La Spezia ed eletto in Europa, probabile candidato in tre circoscrizioni come capolista. Benvenuti al Sud.
(da agenzie)

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“DEPORTATE DONALD!”: PER TRUMP L’ACCOGLIENZA DEGLI SCOZZESI NON È STATA MOLTO CALOROSA. AD ABERDEEN CENTINAIA DI PERSONE SONO SCESE IN PIAZZA PER PROTESTARE CONTRO IL PRESIDENTE AMERICANO, NEL PRIMO GIORNO DELLA SUA VISITA NEL PAESE

Luglio 26th, 2025 Riccardo Fucile

IL CALIGOLA DI MAR-A-LAGO NON SI E’ SCOMPOSTO ED E’ ANDATO A GIOCARE A GOLF NEL SUO RESORT

Cartelli con scritte come “Deportate Donald” accompagnano centinaia di persone scese in piazza ad Aberdeen, in Scozia, per protestare contro il presidente degli Stati Uniti Donald Trump nel primo giorno della sua visita nel Paese, che ha trascorso giocando a golf nel suo resort, alla vigilia di una serie di incontri istituzionali fra cui quello con la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen.
Il presidente Usa, Donald Trump, ha giocato a golf nel suo campo sulla costa scozzese, mentre manifestanti in tutto il paese sono scesi in piazza per protestare contro la sua visita e accusare i leader del Regno Unito di assecondare gli americani.
Trump e suo figlio Eric hanno giocato con l’ambasciatore statunitense in Gran Bretagna, Warren Stephens, vicino a Turnberry, un campo storico che la società della famiglia Trump ha rilevato nel 2008.
Nel frattempo, centinaia di manifestanti si sono radunati sulla strada acciottolata e alberata di fronte al Consolato Usa, a circa 160 chilometri di distanza, a Edimburgo. Alcuni manifestanti, da un palco improvvisato, hanno parlato alla folla dicendo che Trump non era il benvenuto e hanno criticato il premier britannico Keir Starmer per aver raggiunto un recente accordo commerciale per evitare i dazi doganali statunitensi sulle merci importate dal Regno Unito.
(da agenzie)

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I COMMERCIANTI DI VENEZIA SI LAMENTANO: “I TURISTI NON SPENDONO, UNA MAXI-TASSA PER IL MORDI E FUGGI”

Luglio 26th, 2025 Riccardo Fucile

ABBASSATE I PREZZI CHE SONO VERGOGNOSI, VENEZIA E’ PATRIMONIO DI TUTTI NON SOLO DEI RICCHI… COMUNQUE IL PROBLEMA SI RISOLVE FACILMENTE, BASTA NON ANDARCI E SI EVITA DI ESSERE TAGLIEGGIATI

Migliaia e migliaia di turisti, ogni giorno, in una delle mete più famose del mondo. Ma non tutti sono contenti, a partire dai commercianti del centro storico, visto che a Venezia la gran parte dei visitatori riempie le calli ma non entra nemmeno nei negozi.
Insomma, secondo il gioielliere Setrak Tokatzian, presidente dell’Associazione Piazza San Marco, “è come vivere in uno stato di calamità. Un fenomeno mai visto prima: un sovraffollamento che però non porta benefici economici alla città”.
Così Tokatzian ha detto al Corriere Veneto, scatenando però un’ondata di critiche da parte di diversi followers. Il gioielliere se la prende soprattutto con i “gruppi che si muovono senza meta, guidati dai tour operator, salgono sulle gondole, prendono i taxi acquei, ma non si fermano in nessuna attività commerciale”.
Per il commerciante, “un tempo si vedevano turisti con borse firmate uscire dai negozi di Piazza San Marco. Oggi è raro. Per non parlare di intere famiglie che si dividono i pani o bere e le file alle fontanelle per prendere dell’acqua perché non si compra più nemmeno quella. Mi domando – conclude Setrak Tokatzian – ma dov’è la bella gente, quella interessata alla città, quella che
porta davvero qualcosa alla città? Arrivano al mattino con i pullman dal litorale e se ne vanno nel pomeriggio, senza aver speso un euro”.
Il presidente dell’Associazione Piazza San Marco ha pure una sua ricetta per uscire dalla crisi: “Bisogna porre un limite ai grandi flussi turistici giornalieri, a queste persone farei pagare 100 euro a testa. Ci sono maree di persone con il braccialetto bianco che arrivano dai camping. Questa gente non sa nemmeno cos’è la cultura e lo si vede perché arrivano, non sanno nemmeno dove sono, e se ne vanno, senza aver comprato nulla”.
Secca la risposta di molti utenti della rete: “Ma dove sta scritto che un turista per visitare una città come Venezia deve essere obbligato a spendere al ristorante o in un negozio di souvenir dove un qualsiasi oggetto lo paghi almeno il triplo che in altro posto?” scrive Edoardo.
“Abbassate i prezzi. La scorsa settimana ho pagato 1 euro per andare un minuto in bagno e tre caffè con due gelati a 22 euro. Ma di cosa stiamo parlando? Ho pagato anche 18 euro di tassa giornaliera a persona. Voi aspettate i polli non i turisti. È una follia il vaporetto 18 euro. Poi vi lamentate? Mah!” il commento di Arthur M.
(da agenzie)

 

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STATISTA O CAMERIERA? GIORGIA MELONI SI ALLINEA A TRUMP E FRENA SUL RICONOSCIMENTO DELLO STATO PALESTINESE DA PARTE DI MACRON: “UNA MOSSA CONTROPRODUCENTE, I TEMPI NON SONO MATURI” (BASTA ASPETTARE CHE VENGANO STERMINATI TUTTI E IL PROBLEMA NON SI PORREBBE IN EFFETTI)

Luglio 26th, 2025 Riccardo Fucile

MACRON PRENDE ATTO ED ESTROMETTE L’ITALIA DALLA CHIAMATA CON STARMER E MERZ

Nasca uno Stato di Palestina, ma non ora. “Non prima di aver completato un processo politico, capace di andare oltre le dichiarazioni di principio”. Giorgia Meloni non intende dunque seguire Emmanuel Macron, che poche ore fa ha ufficializzato la volontà francese di riconoscere lo Stato di Palestina, sfidando l’ira di Israele e la contrarietà di Donald Trump.
La premier la pensa diversamente. E spiega a Repubblica una linea che non prevede svolte imminenti, nonostante quanto accade a Gaza da quasi due anni. «L’ho detto varie volte, anche in Parlamento – sostiene Meloni – L’ho detto alla stessa autorità palestinese e l’ho detto anche a Macron: io credo che il riconoscimento dello Stato di Palestina, senza che ci sia uno Stato della Palestina, possa addirittura essere controproducente per l’obiettivo».
È lecito dubitarne, visto che gli stessi palestinesi chiedono da molti anni che le capitali europee assicurino una “benedizione” diplomatica, e che oggi continuano a premere perché considerano utile a frenare la guerra di Netanyahu (e d’altra parte, proprio il riconoscimento della Palestina viene giudicato dalla destra israeliana alla stregua di un tradimento).
Resta il fatto che Meloni, pur condividendo l’approdo finale, contesta la tempistica decisa da Parigi: «Quanto ho detto è la ragione per la quale essendo favorevolissima allo Stato della Palestina, non sono favorevole al suo riconoscimento a monte di un processo per la sua costituzione».
Un passo indietro, per contestualizzare la posizione italiana decisa dalla presidente del Consiglio: fin dall’inizio del conflitto che è seguito agli attacchi terroristici del 7 ottobre, il governo italiano si è mostrato – assieme a quello tedesco – il meno duro verso l’escalation imposta da Tel Aviv. Pesano ragioni storiche, che si intrecciano con preoccupazioni politiche, frutto del solido rapporto tra Meloni e Benjamin Netanyahu. Da qualche mese però, di fronte alle vittime quotidiane di un’offensiva che attira condanne aspre da moltissime capitali occidentali, Roma ha avviato un distacco. Progressivo, ma costante. Necessario anche per non pagare un prezzo di consenso verso un’opinione pubblica assai critica con Israele.
L’accelerazione francese è destinata a monopolizzare il dibattito tra leader continentali anche nei prossimi giorni. Di Palestina discutono ieri pomeriggio in una video-call Keir Starmer,
Emmanuel Macron e Friedrich Merz. O almeno, così sostiene l’Eliseo (e le agenzie internazionali), confermando una telefonata che in un primo momento – a sentire fonti italiane – sembrava saltata.
Londra, sempre secondo le stesse fonti, sarebbe stata in realtà favorevole a includere Meloni, ma la partecipazione sarebbe stata osteggiata da Macron.
Nell’aria resta la sensazione che alcune ferite tra Roma e Parigi si siano riaperte e che la temporanea sintonia politica tra i due leader rischi di smarrirsi ad ogni tornante. O che comunque, nonostante il riavvicinamento degli ultimi mesi, non tutto sia davvero davvero sanato.
(da La Repubblica)

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LA “CONFUSIONE MORALE” DEI 5 STELLE: GARANTISTI CON RAGGI, APPENDINO E TODDE E “RIFLESSIVI” SUL DEM MATTEO RICCI

Luglio 26th, 2025 Riccardo Fucile

I CINQUE STELLE DIFENDONO SOLO I PROPRI ESPONENTI QUANDO SONO COINVOLTI IN INCHIESTE, DALLA EX SINDACA DI ROMA (CHE RESTO’ 4 ANNI SOTTO PROCESSO PER FALSO) ALLA EX PRIMA CITTADINA DI TORINO (CONDANNATA IN VIA DEFINITIVA PER DISASTRO, OMICIDIO E LESIONI PLURIME COLPOSE PER I FATTI TRAGICI DI PIAZZA SAN CARLO) – IN SERATA ARRIVA IL VIA LIBERA DI CONTE A RICCI: “UN AVVISO DI GARANZIA NON È UNA CONDANNA, UNA FORZA POLITICA MATURA E RESPONSABILE COME IL M5S DEVE DISCERNERE CASO PER CASO”

Elly Schlein difende in prima persona il candidato nelle Marche raggiunto da un avviso di garanzia. A tre giorni dalla notizia dell’indagine, gli stessi che ha impiegato prima di schierarsi personalmente con il sindaco di Milano Beppe Sala, anche lui indagato. Ieri a palazzo San Macuto, a Roma, a margine di un convegno sul lavoro, la segretaria Pd ha rotto il silenzio su Matteo Ricci: «Lui è e rimane il nostro candidato presidente. Ha già chiarito di essere completamente estraneo ai fatti che sono emersi».
Al convegno c’erano Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, di Avs. Giuseppe Conte invece ha marcato visita. Per «un impegno improvviso», viene annunciato dalla presidenza. «Lo hanno bloccato riunioni importanti», spiegano i suoi. La verità è che non vuole incrociare cronisti, per ora. Non ha deciso se mantenere l’appoggio a Ricci. Ieri, nel tardo pomeriggio, si è riunito il tavolo del centrosinistra marchigiano. Lì Ricci ha ripetuto la sua versione: estraneo ai fatti dei quali, se saranno appurati, si dichiarerà «parte lesa».
Il M5s regionale sta con l’ex sindaco, di cui peraltro è stato sostenitore a Pesaro. Ieri Conte ha riunito i suoi, Paola Taverna, Giorgio Fede, che è il coordinatore regionale Marche, ed altri grillini marchigiani. Lì ha convenuto che «un avviso di garanzia non è una condanna» e che una «forza politica matura e responsabile come il M5S» deve «discernere caso per caso e valutando se il singolo ha dimostrato onestà o disonestà». Naturalmente sempre nel rispetto dei famosi «valori non negoziabili», «etica pubblica, trasparenza e legalità».
Ma a decidere sarà Conte, con buona pace della retorica sulla retorica dei partiti locali. Ma quando? Ricci sarà sentito dai pm il
30 luglio, Conte vorrebbe aspettare quella data. Ma il voto regionale sarà il 28 e 29 settembre, liste e coalizioni vanno formalizzate entro la prima decina di agosto. E comunque smontare l’alleanza marchigiana sarebbe una catastrofe per M5s: oltre a rischiare l’irrilevanza, e riconsegnare la regione al melonianissimo Francesco Acquaroli, le vendette stile Cavalleria rusticana potrebbero arrivare quantomeno in Campania, dove Schlein ha appena dato il via libera alla corsa da presidente di Roberto Fico.
Ricci, che in ogni caso non intende ritirarsi, ieri ha preso con ottimismo le notizie filtrate dalle fonti M5s. I dem ammettono che «il Pd non ha un piano B». Ma avvertono: «Ma non lo hanno neanche i Cinque stelle». È così. E Conte è fra due fuochi. Da una parte i grillini marchigiani, con il Pd, l’amico Goffredo Bettini, e la prospettiva generale del centrosinistra, lo spingono ad appoggiare Ricci. Dall’altra Marco Travaglio, direttore del Fatto quotidiano e cocchiere degli spiriti autarchici M5s. Che da due giorni sbeffeggia il Pd per l’uso doppiopesista della «questione morale» e preconizza danni al M5s sia che rompa con Ricci sia che continui ad appoggiarlo.
La questione morale e il Berlinguer che viene rilanciato come un boomerang contro i dem, però, sono quantomeno paralleli a una certa «confusione morale» – per prendere a prestito il titolo di un magnifico giallo di Vichi Festa, che però ce l’aveva con il Pci – dei Cinque stelle, garantisti solo con i propri. Un ragionamento
che il Pd non pronuncia a voce alta perché la segretaria «testardamente unitaria» obbliga i suoi alla linea «zero polemiche» con gli alleati e spera nella soluzione positiva nelle Marche. Però M5s ha una piccola ma significativa tradizione di indagati difesi a spada tratta.
Dal 2016, quando il braccio destro dell’allora sindaca di Roma Virginia Raggi fu arrestato per corruzione, e lei stessa per quattro anni restò sotto processo per falso: fu assolta, ma subito era stata assolta dai suoi, Conte in primis. L’ex sindaca di Torino Chiara Appendino a gennaio del 2025 è stata condannata in via definitiva per disastro, omicidio e lesioni plurime colpose per i fatti tragici di piazza San Carlo, nel 2017.
A chi lo ricorda, Conte risponde con un urlaccio: «Non sai che significa responsabilità oggettiva». Che poi, nel caso, sarebbe il caso di Ricci. Per non parlare della presidente della Sardegna Alessandra Todde: aspetta la pronuncia del tribunale civile per un pasticcio sulla rendicontazione elettorale. Il Pd sardo la difende. A parti inverse è lecito dubitare su cosa avrebbe fatto M5s.
(da “Domani”)

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LA COMMISSIONE VIGILANZA RAI È FERMA DA QUASI UN ANNO MA CI COSTA PARECCHIO. LA RESPONSABILITÀ È DELLA MAGGIORANZA, CHE FA CONTINUAMENTE MANCARE IL NUMERO LEGALE PER NON PROCEDERE ALLA VOTAZIONE SUL PRESIDENTE DESIGNATO, SIMONA AGNES

Luglio 26th, 2025 Riccardo Fucile

INTANTO I MEMBRI DELL’UFFICIO DI PRESIDENZA RICEVONO UN GETTONE DI PRESENZA (SOLDI PUBBLICI) … L’IPOTESI DI LUCIANO FONTANA, DIRETTORE DEL “CORRIERE”, PER SBLOCCARE LO STALLO SULLA PRESIDENZA RAI

Quindicimila euro, solo di gettone di presenza. E solo per la presidente. A mettersi a fare due conti sui costi che gravano sul bilancio dei due rami del parlamento per finanziare un organismo di fatto fermo come la commissione di Vigilanza Rai, c’è da stupirsi.
Un passo indietro: l’ente che dovrebbe vigilare sul corretto funzionamento del servizio pubblico, una bicamerale formata da quaranta tra deputati e senatori, non si sta riunendo da quasi un anno.
Da ottobre 2024, infatti, sarebbe all’ordine del giorno il completamento del nuovo Consiglio d’amministrazione della Rai: per confermare la presidente designata Simona Agnes ci sarebbe bisogno di un voto di conferma da parte dei due terzi della commissione, un numero di voti che per il momento la maggioranza non è in grado di raccogliere.
Per evitare di andare incontro a un fallimento, la destra fa mancare sistematicamente il numero legale e la commissione non può riunirsi, anche se sono stati esplorati negli ultimi mesi cavilli giuridici per sfruttare situazioni di emergenza
La presidente della commissione Barbara Floridia ha chiesto a più riprese che la situazione si sbloccasse, per il momento senza apparente successo.
Giovedì 24 c’è stata l’ultima – inutile – convocazione della commissione. Di nuovo è mancato il numero legale, di nuovo tutte le questioni che ci sarebbero da discutere – in cima alla lista c’è l’audizione del nuovo amministratore delegato Giampaolo Rossi, che non è ancora mai stato audito in Vigilanza, né per presentarsi né sui diversi casi che hanno agitato la Rai negli ultimi mesi – restano in sospeso.
Nell’universo Rai si parla molto anche dell’accelerazione sulla stesura della riforma della governance Rai – su cui, ha detto giovedì il deputato Pd Stefano Graziano, «l’opposizione ha elaborato una proposta unitaria seria e concreta» di cui non c’è però traccia – e ovviamente di Sanremo. Sul festival la trattativa si sarebbe riaperta, riferiscono fonti di viale Mazzini, dopo un incontro di persona tra il sindaco Alessandro Mager e l’ad Rossi.
Insomma, gli argomenti non mancherebbero. Eppure, per l’impuntatura della maggioranza – intanto a fare da presidente al posto di Agnes c’è Antonio Marano, capace di far ballare la governance meloniana – l’organismo che dovrebbe tenere d’occhio quel che succede a viale Mazzini è fermo. Ma ogni mese, nel dubbio, fluiscono nelle tasche di chi fa parte dell’ufficio di presidenza della commissione soldi aggiuntivi, giustamente destinati a retribuire i parlamentari per le loro funzioni aggiuntive (che però non stanno esercitando).
Dell’ufficio di presidenza della commissione fanno parte, oltre alla presidente Floridia, le due vice Augusta Montaruli (FdI) e Maria Elena Boschi (Iv), oltre che i segretari Ouidad Bakkali
(Pd) e Stefano Candiani (Lega).
Il contributo è mensile, e mentre per vicepresidenti e segretari si tratta di diverse centinaia di euro – i dati a questo proposito non sono pubblici e reperirli, anche chiedendo alle istituzioni, non è facile – per la presidente ammonta a 1.500 euro, che si aggiungono al trattamento economico che i parlamentari già ricevono insieme alla diaria e altri rimborsi.
I 1.500 netti sono circa 900, spiegano a Domani, e – sostiene l’ufficio della senatrice – vengono restituiti per intero al Movimento 5 stelle che ogni anno sceglie progetti di beneficenza da finanziare. I presidenti di commissione dispongono poi anche di un budget aggiuntivo – sui 3.000 euro – per assumere uno o più collaboratori retribuiti direttamente dalla Camera
Ma oltre ai parlamentari, ci sono i costi di funzionamento dell’ente. Nei mesi in cui i membri non si sono riuniti, i lavori sono comunque continuati per i tre funzionari che lavorano esclusivamente alla commissione Vigilanza (ma ci sono altri dipendenti “ibridi”) e si occupano per esempio di gestire le interrogazioni scritte, divenute praticamente ormai l’unico mezzo per i parlamentari per approfondire quel che succede in azienda.
A fare i conti – anche soltanto per la dotazione della presidenza – si arriva a 4.500 euro mensili che, moltiplicati per i dieci mesi di inattività fanno ben 45mila euro. Facendo un conto a spanne, anche il resto dell’ufficio non costa poco: assumendo che le due
vicepresidenti vengano retribuite per la metà della presidente, si arriva ad altri 15mila euro, più ulteriori 7mila – sempre con un conteggio spannometrico a ribasso – per i due segretari. Complessivamente, quasi 70mila euro.
(da agenzie)

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ANDIAMO BENE, L’ESERCITO ITALIANO HA PERSO DUE MISSILI NEL MAR DI SARDEGNA

Luglio 26th, 2025 Riccardo Fucile

LI VUOLE RECUPERARE A FERRAGOSTO

Nel Mar di Sardegna ci sono due missili. Li ha persi la Difesa italiana. E la Marina non riesce a recuperare uno dei due. Perché si trova a 602 metri di profondità e a una decina di miglia nautiche dalla costa. Quindi dovrà recuperarlo una società in appalto. Probabilmente di Leonardo. Che però forse non riuscirà a disattivarlo. E quindi alla fine potrebbe essere costretta a effettuare un’esplosione controllata. In fondo al mare. A Ferragosto.
La storia la racconta oggi Il Fatto Quotidiano. E riguarda un missile Aster 30. Che ha una gittata di 120 chilometri e fa parte di una famiglia di missili antiaerei terra/aria costruiti da Eurosam, consorzio europeo formato da MDBA Italia, MDBA
Francia e Thales. Nel gennaio 2023 Francia e Italia ne hanno concordato la produzione di 700 missili da destinare all’Ucraina. Il valore della commessa è di 2 miliardi di euro. I missili Aster sono progettati per essere utilizzati sia da unità navali che da lanciatori terrestri come il Samp-T. A partire da Ferragosto e fino al 20 settembre verrà quindi chiusa una zona d’acqua che si trova davanti alle coste dell’Ogliastra nella Sardegna Orientale. Un quadrato con un lato di una ventina di chilometri.
Il missile nel Mar di Sardegna
Il missile si trova davanti alle spiagge e alle scogliere di Tertenia e Villaputzu. Si tratta, spiega Il Fatto, dell’area marina del Poligono del Salto di Quirra-Perdasdefogu (Pisq). A fare il bagno in spiaggia, però, si potrà andare. Spiega l’Ufficio Marittimo di Arbatax nell’ordinanza 33/2025: «Dal giorno 15.08.2025 al 20.09.2025 la ditta Leonardo Spa effettuerà operazioni di ricerca e bonifica dei fondali dai residuati delle esercitazioni militari, avvalendosi delle unità navali denominate NG Worker, Celina, Silvio I e Silvio II, nonché di un’unità Rov (Remotely operated vehicle)», il robot subacqueo.
Recupero a Ferragosto
Le «unità navali di qualsiasi dimensione, tipologia, tonnellaggio e destinazioni» dovranno rimanere a non meno di due miglia nautiche, le unità da pesca dovranno accordarsi volta per volta via radio. L’area dove si ritiene si trovi il missile inesploso è stata individuata. La bonifica – spiegano dalla Difesa – è
normalmente prevista dopo le esercitazioni. Una precedente ordinanza, la 32/2025 del 23 giugno, dava conto di ben otto aree marine interessate. C’era un cacciamine in azione tra le barche da diporto. Il missile inesploso è un incidente, ma è considerato fisiologico.
(da agenzie)

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IL FRATELLO DI EPSTEIN: “JAFFREY SAPEVA COSE COMPROMETTENTI SU TRUMP E PER ME E’ STATO UCCISO”

Luglio 26th, 2025 Riccardo Fucile

“HO CHIESTO A BANNON LE VIDEO INTERVISTE, NON MI RISPONDE PIU’”

«Ho visto uno dei video perché me l’aveva mandato Jeffrey. Mi aveva inoltrato un’email ricevuta da Bannon con un link su dropbox di una di queste videointerviste in cui Jeffrey diceva che aveva smesso di vedersi con Trump perché aveva capito che era un truffatore. Dopo la morte di Jeffrey ho contattato Bannon, volevo vedere le altre registrazioni, ma non mi risponde più». Risponde così al Corriere della Sera Mark Epstein, fratello del finanziere pedofilo alla domanda sul documentario-fantasma che si sarebbe dovuto trarre dalle ore di interviste a Jeffrey in possesso di Steve Bannon. Che però non ha ancora visto la luce.
Il doc su Epstein e il ruolo di Bannon
Il documentario, o meglio ancora le ore di interviste rilasciate da Epstein a uno dei cultori della teoria del complotto dei files (ma anche sostenitore di Trump), è solo uno dei tanti misteri che ruotano attorno alla storia. Mentre Ghislaine Maxwell è ancora sotto ascolto da parte del ministero della Giustizia, nella persona di un ex avvocato del presidente, e sarà convocata dal
Congresso, Mark dice cose chiare: «Le hanno chiesto se ha visto Trump nell’ufficio di Jeffrey? Anche se lui nega, sappiamo tutti che c’è stato». Poi, sempre sull’ex fidanzata del fratello: «Guardate, Jeffrey disse di avere informazioni dannose su Trump: forse lei sa di cosa parlava. Non so se glielo chiederanno. È interessante che lo speaker Mike Johnson abbia detto che Ghislaine ha molte ragioni per mentire, stroncando la testimonianza prima ancora che parlasse. Ho pensato: perché non ascolti prima di giudicare? Penso che stesse preparando il terreno, così se dice qualcosa di dannoso potrà dire che è una bugia».
La teoria dell’omicidio
Mark Epstein è convinto che il fratello sia stato ucciso in carcere e non si sia suicidato: «Quando è morto non me l’hanno notificato. Ho saputo dalla Cnn al mattino che era stato trovato morto e che era un apparente suicidio. All’inizio non avevo ragione di dubitarne. L’ho accettato, ho immaginato che l’avesse fatto perché rischiava di passare molto tempo in prigione. Ma il giorno dopo, quando sono dovuto tornare a New York a identificare il corpo e hanno fatto l’autopsia il medico legale della città, Kristin Roman che ha effettuato l’autopsia con Michael Baden per mio conto sono entrambi usciti dall’autopsia dicendo che non potevano definirlo suicidio perché appariva troppo simile a un omicidio», dice a Viviana Mazza.
Il ruolo di Barr
Infine, l’ultimo sospetto: «È stato Bill Barr (l’allora ministro della Giustizia di Trump ndr), che ha detto che aveva visto il video e nessuno poteva entrare in quel livello del carcere, trascurando che c’erano altri 12 detenuti in quel livello che possono aver ucciso Jeffrey? E ci sono molte altre cose…».
(da agenzie)

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