IL FU CETO MEDIO
QUELLI CHE LE TASSE LE PAGANO SOLO LORO
«Una mattina mi son svegliato e ho trovato l’evasor». Vorrei dedicare questo 25 Aprile a un
resistente di cui non importa nulla a nessuno, se non al Fisco. Continuiamo a chiamarlo ceto medio, benché abbia smesso da un pezzo di esserlo.
Fa (ha fatto) l’insegnante, l’impiegato, l’operaio specializzato. E percepisce buste-paga e pensioni ogni anno più risicate, con cui mantiene anche i parenti che non guadagnano.
I dati dell’Irpef raccontano che sostiene da solo due terzi dell’intera baracca, a beneficio del disoccupato e del sottopagato, ma anche del lavoratore in nero e del nullatenente con yacht a carico, che passano il tempo a lamentarsi di uno Stato Sociale a cui si guardano bene dal contribuire.
Il ceto medio rappresenta l’ossatura della società e i suoi malumori condizionano le svolte elettorali perché è alla perenne ricerca di un partito che ne riconosca i sogni, sempre più piccoli, e le ansie, sempre più grandi.
Vorrebbe che i giovani e gli intellettuali scendessero in piazza anche per lui. Che i politici non si limitassero a chiedere il suo voto prima delle elezioni, per poi dimenticarsene dal giorno dopo.
Destra, sinistra, centro: se c’è una costante della nostra storia, è che nessun governo ha mai abbassato le tasse al ceto medio, cioè all’unico che le paga davvero, anche per l’impossibilità di eluderle. E che, appena sente parlare di patrimoniale, comincia a tremare, perché sa per esperienza che ogni nuova tassa, alla fine, la pagherà soltanto lui.
(da Corriere della Sera)
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