TRUMP VUOLE FAR ROTOLARE NUOVE TESTE NELLA SUA AMMINISTRAZIONE: IL GANGSTER DELLA CASA BIANCA DIFENDE IL VAGO MEMORANDUM D’INTESA RAGGIUNTO CON L’IRAN E STA PENSANDO DI LICENZIARE IL CAPO DEL PENTAGONO, PETE HEGSETH, E IL NUMERO UNO DELLA CIA, JOHN RATCLIFFE, PERCHE’ SI SAREBBERO OPPOSTI ALL’ACCORDO CON TEHERAN
TRA I SENATORI REPUBBLICANI CRESCE IL MALUMORE PER UN’INTESA CHE APPARE COME UNA RESA AGLI AYATOLLAH E NON PREVEDE MISURE PRECISE PER COSTRINGERE L’IRAN A RINUNCIARE AL NUCLEARE
Donald Trump promette di leggere «parola per parola» il Memorandum d’intesa con l’Iran prima della firma di venerdì a Ginevra e di consegnare l’accordo al Congresso affinché lo voti: «Mi piace l’idea, credo che passerà rapidamente».
Ma 48 ore dopo l’annuncio e con il presidente che interagisce con i leader del Golfo al vertice del G7, a Washington i silenzi e lo scetticismo prevalgono.
Pure il Wall Street Journal -che ha sostenuto l’intervento militare – in un editoriale evidenzia la “ritirata” del presidente più che la vittoria e analizza le tante incertezze contenute in un Memorandum vago segreto.
Il quotidiano parla di un presidente «in ritirata dai suoi grandi obiettivi mentre la pressione politica interna è cresciuta e finire il lavoro avrebbe richiesto rischi militari maggiori».
Trump nonostante i proclami non ha mai autorizzato una missione per recuperare l’uranio arricchito e mai ha provato a riaprire lo Stretto di Hormuz con la forza. La conclusione è che con il prezzo del greggio salito sino ad arrivare in aprile a 125 dollari, Trump «semplicemente non voleva sopportare i prezzi alti per più a lungo. Questa è stata una sua scelta, non un imperativo strategico».
Ad ammettere che il Memorandum si muove su linee generali e servirà poi scendere nei dettagli tecnici, è stato il vicepresidente JD Vance, dapprima scettico sull’apertura del fronte contro la Repubblica islamica poi incaricato di negoziare con gli iraniani e infine cucitore dietro le quinte con il Senato.
Con qualche senatore ha già avuto dei contatti, il capo repubblicano John Thune ha parlato di “briefing” con il vicepresidente per sapere dipiù di questa misteriosa intesa che, benché non vincolata a un voto, verrà votata a Capitol Hill. Il senatore James Lankford dell’Oklahoma ha detto che se «si vuole un accordo duraturo, non può avvenire a livello di un’intesa esecutiva. Dobbiamo avere un voto del Congresso per dargli una solidità a lungo termine».
Si fa notare che il Memorandum è lungo appena una pagina e mezzo (lo ha detto pure JD Vance alla Cnn), ma l’accordo Jcpoa è di 159 pagine.
I senatori non si accontenteranno di espressioni vaghe: non è chiaro, ritengono alcuni, in che modo all’Iran sarà chiesto di rinunciare al nucleare.
I punti chiave che la Casa Bianca ha fatto circolare lunedì sera a Capitol Hill hanno avuto l’effetto di irrigidire ulteriormente i repubblicani. Nelle note si legge che «l’Iran non avrà l’arma nucleare», che «il prezzo dell’energia scenderà».
«Se l’accordo è segreto, come possiamo prenderlo seriamente», ha tuonato Thom Tillis dando voce a un timore anche fra i suoi compagni di partiti: ovvero che alla fine dei negoziati – quelli veri, i sessanta e oltre giorni che scatteranno dopo la sigla – l’accordo che il Congresso avrà in mano sarà molto simile a quello di Obama che Trump stracciò nel 2018 con l’accusa di aver tolto tutte le sanzioni e versato miliardi di dollari in cambio di una frenata alle ambizioni nucleari.
Eppure, il Wall Street Journal ieri scriveva che l’Iran potrà «immediatamente vendere greggio e carburante». Per Trump è un incentivo a collaborare, ma Capitol Hill ci sono senatori con una lunga esperienza sul dossier iraniano che hanno assunto posizioni di sfiducia nei confronti della capacità del regime di mantenere le promesse.
«Se gli iraniani possono arricchire l’uranio da qualsiasi parte, allora è la stessa cosa del Jcpoa, altrimenti è un buon accordo», ha detto Lindsey Graham.
Fonti di intelligence, tra l’altro, hanno consegnato nei giorni scorsi un report che sottolinea i dubbi che la leadership iraniana e l’apparato della Repubblica islamica possano rimanere fedeli nell’applicazione dell’accordo e a rinunciare al nucleare.
Trump non arretra, non mostra dubbi sulla bontà dell’intesa. Tanto che, secondo quanto riferisce solo Israel Hayom, citando funzionari Usa, il presidente starebbe persino considerando il licenziamento di alcuni membri del Gabinetto che si sono opposti all’intesa. Fra questi ci sarebbero il segretario della Guerra Pete Hegseth e il capo della Cia John Ratcliffe.
(da La Stampa)
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