ARMI E DISTILLATI
TRA GUERRA, AMORE E GIN TONIC, L’IMPRESA ALCOLICA DI CROSETTO
«Abbiamo una vasta scelta di etichette», dice il ragazzo dietro al bancone. Sulle mensole
attaccate alle pareti si possono contare in effetti almeno cento bottiglie di gin. Tutte immobili, in attesa di essere prima scelte e poi gustate. «È inutile che scansioni il Qr Code – continua il ragazzo – Così ci impieghi una vita. Dimmi cosa ti piace e io te lo servo».
E allora vada per il distillato al profumo dei limoni di Positano e quello coi fiori colti nel giardino di re Carlo, a Buckingham Palace. Un sorso, due sorsi. E intorno, a parte il giovane dietro al bancone, nessun altro. L’atmosfera, al civico 77 di via Giuseppe Gioacchino Belli a Roma, nel cuore del ricco quartiere Prati, è mesta. Nella gintoneria della capitale, intorno alle 22 di un caldo mercoledì d’estate, le luci sono soffuse, gli unici due tavolini disponibili vuoti. Lo stesso vale per i pochi sgabelli presenti all’ingresso.
In neanche quaranta metri quadri risuona la musica che arriva dalla radio: ad ascoltarla con attenzione sono solo le scimmie stampate sulla carta da parati di un tramezzo. Danno un tocco di esotico a questo posto dagli stili diversi. Le simil maioliche sul pavimento ricordano la Costiera, mentre il corridoio che conduce nei bagni fa pensare ad Amsterdam. Appesa a una colonna c’è la statuetta di una Madonna sotto vetro che recita: «In case of emergency break glass».
Gin Lane è il nome del locale, a due passi dalla cittadella giudiziaria di piazzale Clodio. «Siamo qui da tre anni», dice il ragazzo che serve i drink. Da qualche settimana, ha scoperto Domani, l’attività commerciale, controllata e amministrata dall’imprenditore quarantenne Valerio Marafante, ha però un socio potente in più. Si tratta di Guido Crosetto, ministro della Difesa, che è azionista assieme a sua
moglie, l’ex pallavolista Gaia Saponaro.
Armi e distillati
La coppia è entrata nel business dei distillati il 13 aprile scorso, quando ha acquistato una quota della gintoneria attraverso la Gigi Core. E cioè per mezzo di un’altra società, questa nuova di zecca, costituita dal numero uno del dicastero di via XX Settembre e consorte.
In pratica Crosetto e Saponaro, il 23 marzo 2026, hanno costituito con 20mila euro di capitale la Gigi Core, società di consulenza con sede legale all’Eur. E qualche settimana dopo, attraverso la loro nuova azienda, hanno comprato il 25 per cento di Gin Lane.
L’operazione è stata realizzata mentre Crosetto come ministro era impegnato nella più grave crisi energetica della storia, come l’ha definita l’Aie: proprio durante le prime settimane della guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, con lo stretto di Hormuz bloccato e le cancellerie internazionali in stato d’allarme. Erano i giorni in cui il cofondatore di FdI, rimpatriato l’1 marzo da Dubai a seguito dell’ormai nota trasferta senza scorta o servizi al seguito, era chiamato a prendere scelte importanti per il paese.
Erano anche i giorni in cui il meloniano era al centro delle polemiche per le diverse versioni fornite sul suo viaggio, giustificato prima dalla «volontà di unirsi alla famiglia» poi da imprecisati «impegni istituzionali», tra cui l’unico pubblicizzato (fatto ex post) con il sottosegretario alla Difesa degli Emirati, Mohammed bin Mubarak al Mazrouei.
Tra gite negli Emirati, missili nei cieli del Golfo e gin, dunque: è nata così la nuova avventura baristico-imprenditoriale del ministro e di sua moglie. Tra gli altri soci della gintoneria, oltre a Marafante che detiene la quota di maggioranza (45 per cento), ci sono anche Edoardo Anacleti (20 per cento) e Simone Saviano (10 per cento).
Quest’ultimo è anche consigliere d’amministrazione di una cooperativa, la Siar, che ha una piccola quota di partecipazione nella Team Service. Un particolare interessante, perché secondo documenti pubblici ottenuti da Domani la Team Service fa affari milionari con la Difesa: da quando Crosetto è ministro, ha avuto commesse a sei zeri con Esercito, Marina militare, Direzione d’intendenza della Difesa e Agenzia industrie Difesa. Ovviamente tutte legali e che nulla hanno a che fare con la gintoneria.
Gli affari
La Gigi Core non è il primo investimento privato di Crosetto. In principio fu la Csc & Partners, azienda fondata nel 2021 da lui, dalla moglie e dal figlio Alessandro. Oggetto sociale: attività di lobbying. Il politico, che di quell’azienda era amministratore e socio di maggioranza, non ha mai voluto spiegare chi siano stati i suoi clienti, se ad esempio tra questi ci fossero anche aziende del settore degli armamenti con le quali, da titolare del dicastero, avrebbe poi potuto avere a che fare.
Di certo, poco prima di diventare ministro, quando alcuni giornali iniziarono ad interessarsi di questa sua attività privata, lui dichiarò che avrebbe chiuso l’impresa. «Da privato e libero cittadino – scrisse – in questi anni ho costruito una bella società di consulenza, con mia moglie e mio figlio. Sono fatto così male che, adesso che una mia amica, che fino a due giorni fa non contava, conterà, ho deciso di liquidarla perché nessuno possa fare illazioni!».
Era il settembre 2022, la sua nomina governativa era pronta e sarebbe stata ufficializzata ad ottobre. La Csc è stata messa in liquidazione a dicembre, tre mesi dopo l’annuncio, e Crosetto non ha mai chiarito quali sono state le aziende che hanno permesso alla sua impresa di lobbying di registrare in soli due anni di vita – lo dicono i bilanci – 717mila euro di fatturato e 440mila euro di utile netto. Un margine netto del 61 per cento, roba da fare invidia anche a cinture nere della redditività come BlackRock, Apple o Meta.
Fratelli Mangione
E ancora. Una volta nominato ministro, Crosetto era azionista di altre tre imprese molto particolari: Torsanguigna, Zanardelli e Apollinare. Tre srl basate a Roma, attive nei servizi di bed and breakfast, nelle quali il responsabile della Difesa italiana aveva investito insieme ad alcuni soci: due ex bandiere della Lazio, Beppe Favalli e Giuliano Giannichedda, e due fratelli imprenditori del settore hospitality, Gaetano e Giovanni Mangione.
In informative e carte giudiziarie, i Mangione sono stati accostati più volte a nomi di peso della criminalità romana. Gente come Massimo Carminati. I legami sono sempre stati respinti dai due, secondo i quali Carminati era solo un cliente del loro ristorante. In un caso, per un’operazione di riciclaggio internazionale, i Mangione erano anche finiti indagati con il sospetto di aver ripulito i soldi della mafia.
La vicenda si è però conclusa con il proscioglimento totale deciso dal gup di Roma
L’unico vero inciampo giudiziario degli ex soci del ministro riguarda Gaetano Mangione: nel 2019 ha patteggiato 18 mesi per peculato, l’accusa era di non aver versato al comune di Roma 176mila euro di tasse di soggiorno riscosse da un suo albergo. Alla fine la norma su questo tipo di contestazione è cambiata grazie a un decreto dell’allora governo Conte, la sentenza nei confronti di Mangione è stata revocata e lui si è così potuto limitare a pagare una sanzione.
Tutto ciò non ha comunque spinto Crosetto a evitare di affiancare il suo nome a quello dei Mangione. Anzi, anche una volta diventato ministro ha continuato ad essere socio dei due fratelli nei bed and breakfast romani. Lo è stato fino al 16 aprile 2025, due anni e mezzo dopo l’inizio dell’incarico governativo, quando è uscito dalle tre imprese in questione. Risultato? Come ha rivelato Domani, Crosetto ha venduto le sue quote a Gaetano Mangione incassando da quest’ultimo un totale di 257mila euro.
Oggi, se si leggono le dichiarazioni patrimoniali pubblicate sul sito del ministero, Crosetto non risulta essere azionista di alcuna società, né in Italia né all’estero. Questo almeno dice l’ultima rendicontazione relativa al 2025. A oltre sei mesi dall’inizio dell’anno il ministro non ha ancora caricato il documento relativo al 2026, altrimenti avrebbe dovuto segnalare il suo interesse nella Gigi Core Srl.
Niente di illegale, come nulla di illecito c’è nel fatto di essere stato proprietario di una società di lobbying fino al momento di diventare ministro, oppure di essere stato socio dei fratelli Mangione. Solo questione di trasparenza e opportunità da parte di un ministro che, proprio mentre doveva decidere che cosa fare per limitare i danni derivanti dalla crisi in Medio Oriente, ha trovato il tempo per iniziare la sua nuova avventura imprenditoriale: investire in una gintoneria.
(da EditorialeDomani)
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