Agosto 15th, 2026 Riccardo Fucile
FUBINI: “PER GLI EUROPEI È ANCHE TEMPO DI CERCARE CONTATTI SOTTERRANEI CON LE ÉLITE PUTINIANE, COMPROMESSE MA POTENZIALMENTE INFEDELI. È TEMPO DI OFFRIRE LORO STRADE PER LA DEFEZIONE IN EUROPA, IN MODO DA INDEBOLIRE IL REGIME. LIMITARSI A SANZIONARE TUTTI GLI UOMINI DI PUTIN SODDISFA SÌ IL NOSTRO SENSO DI GIUSTIZIA, MA INTRAPPOLA GLI OLIGARCHI NEL LORO PAESE E LI OBBLIGA AD ARROCCARSI ATTORNO AL CREMLINO. INVECE DOBBIAMO SCAVARE IL TERRENO SOTTO AI PIEDI DI PUTIN…”
Pochi giorni prima dell’aggressione all’Ucraina del 24 febbraio 2022, non tutti nella cerchia attorno a Vladimir Putin volevano la guerra. Persino le persone a lui più fedeli cercarono di fargli capire che era meglio prendere tempo.
Non voleva la guerra Sergey Naryshkin, il capo dell’intelligence estera di Mosca, umiliato dal leader durante la riunione del Consiglio di sicurezza trasmessa in tivù.
Non la voleva Dmitri Kozak, il vicecapo dell’amministrazione presidenziale, che aveva la delega per l’Ucraina e in seguito sarebbe stato rimosso.
Non voleva la guerra Valentina Matviyenko, presidente del Consiglio della federazione russa e terza carica dello Stato. E aveva suggerito di continuare a negoziare con gli americani persino Sergey Patrushev, l’antico collega di Putin nel Kgb che oggi presiede il Consiglio di sicurezza dopo una lunga carriera a capo dei servizi segreti.
Nessuno di loro è mai stato un moderato. Kozak aveva brutalmente eseguito l’annessione della Crimea. Patrushev nel 2023 avrebbe organizzato l’operazione per far esplodere in volo l’aereo del mercenario Evgeny Prigozhin, colpevole di essersi ribellato.
L’autrice russa Alexandra Prokopenko ricostruisce dai verbali del Cremlino queste dinamiche in un libro in uscita in settembre ( «From Sovereign to Servants.
How the War Against Ukraine Reshaped Russia’s Elite », Hust & Company) e quella che ne emerge è una lezione che quattro anni e mezzo dopo resta attuale.
Putin non sta cercando una via d’uscita, non l’ha mai fatto. Cerca solo segni di stanchezza nel fronte che si oppone ai suoi scopi. E se era così quattro o cinque anni fa, non molto è cambiato oggi.
Putin ha scelto però di aggredire, contro i consigli dei suoi, creando per il proprio Paese esattamente i problemi di sicurezza che sosteneva di voler prevenire.
Nel 2022 l’Ucraina non minacciava la Russia e non ne aveva i mezzi.
Oggi i missili di Kiev colpiscono quasi tutti i giorni raffinerie, fabbriche di armi, depositi di merci, snodi logistici anche a oltre mille chilometri dal confine. Nel 2022 dieci milioni di persone di lingua russa e ucraina vivevano nel Donbass; oggi il Donbass è una landa devastata, la popolazione ridotta a un terzo, le città senz’acqua.
Ma Putin non dà i segni di volersi fermare, benché il ritmo dell’avanzata del suo esercito sia ridotto a circa un quinto di quello di un anno fa. Ogni mese, la Russia lancia un centinaio di missili balistici sulle città ucraine.
Non serve molto altro a capire che questa non è mai stata una guerra per due province dell’Ucraina orientale. Neanche un autocrate distaccato dalla realtà dopo un quarto di secolo al Cremlino manda 350 mila dei suoi a farsi uccidere, un milione a farsi ferire e storpiare per un piccolo pezzo del Donbass; non al costo di oltre duecento miliardi di dollari e di un isolamento di Mosca che è senza precedenti dall’era di Stalin.
Lo scopo di Putin è sempre stato lo stesso: asservire l’Ucraina, come passo per sovvertire l’ordine europeo emerso con la fine dell’Unione sovietica («la più grande catastrofe geopolitica del ventesimo secolo»). Quell’obiettivo non è mai cambiato ed è di esso che noi europei dobbiamo tenere conto quando, per l’ennesima volta, torniamo a chiederci come avvicinare la fine della guerra.
Un’iniziativa «diplomatica» dell’Unione europea o di alcuni dei suoi governi per spingere l’Ucraina a cedere tutto il Donbass — ammesso che sia politicamente possibile — non risolverebbe il conflitto: consegnerebbe ai russi l’ultima cintura fortificata da cui poter dilagare verso Kharkiv a nord o verso Odessa a sud-ovest, tagliando fuori il Paese dal mare e rendendolo vassallo di Mosca.
Cosa può fare dunque l’Europa ? Esistono tre direzioni. La prima riguarda le riserve russe congelate. Tra dieci mesi potrebbe insediarsi all’Eliseo Marine Le Pen, una leader mai ostile a Putin e in passato legata a finanziamenti russi, che potrebbe opporsi a qualunque nuovo pacchetto di aiuti a Kiev.
È dunque urgente mettere a punto subito un meccanismo fondato sulle riserve di Mosca, per garantire a Kiev le centinaia di miliardi di euro necessarie a resistere a un’aggressione che potrebbe durare ancora a lungo. Farlo manderebbe il messaggio che non ci saranno cedimenti.
Il secondo punto riguarda gli intercettori dei missili balistici con i quali oggi Putin mira a terrorizzare la popolazione ucraina e a spingerla verso l’Unione europea, in modo da dividere ed esasperare gli animi: all’uomo del Cremlino non sarà sfuggito lo spettacolo di sé che i governi europei hanno dato durante la crisi di Ceuta.
Sugli intercettori contro i missili balistici russi, italiani, francesi e britannici sanno bene che avrebbero potuto fare molto di più, perché sono i soli a poter produrre un’alternativa ai Patriot americani: ora è il momento di farlo.
Il terzo punto però riguarda gli scricchiolii che si sentono a Mosca. Possono essere la chiave che costringerà il Cremlino a fermarsi. Herman Gref, il capo della più grande banca russa, si è spinto a dire in pubblico che tutti i russi dovrebbero volere la pace e che l’economia del Paese così non può tenere.
Per gli europei è tempo di cercare contatti sotterranei con queste élite putiniane, compromesse ma potenzialmente infedeli. È tempo di offrire loro strade per la defezione in Europa, in modo da indebolire il regime.
Limitarsi a sanzionare tutti gli uomini di Putin soddisfa sì il nostro senso di giustizia, ma intrappola gli oligarchi nel loro Paese e li obbliga ad arroccarsi attorno al Cremlino: complici fino all’ultimo giorno. Invece noi dobbiamo scavare il terreno sotto ai piedi di Putin, minando le fedeltà nel suo sistema.
L’unica via semplice e rapida verso una tregua è lasciar vincere la Russia, omettendo di aiutare davvero l’Ucraina. Ma la pagheremmo poco dopo; la stiamo già pagando, viste le interferenze di Mosca in tutte le grandi democrazie europee (Italia inclusa). La missione storica di questa generazione di leader europei è dunque chiara davanti a loro: saranno all’altezza, oppure non lo saranno.
Federico Fubini
per il “Corriere della Sera”
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Agosto 15th, 2026 Riccardo Fucile
SARA HA 20 ANNI, È NATA DA MAMMA NIGERIANA ED È IL NUOVO FENOMENO DEL NUOTO MONDIALE
La nouvelle vague della nuova Italia. Novella, Federica, Benedetta, Sara. Sono quattro le
Superwomen italiane che hanno nuotato nel mondo e che l’hanno strapazzato prima dei maschi. E ognuna con il suo stile ha parlato alla società mostrando che le ragazze made in Italy erano sveglie, attive, in grado di reggere l’onda. Ognuna aveva una geografia diversa.
Novella Calligaris è stata la prima: aveva 19 anni a Belgrado nel ’73 quando sconvolse gli 800 stile libero, Federica Pellegrini ne aveva 20 a Roma nel 2009 quando di record ne fece addirittura due, nei 200 e nei 400 stile libero (ma in vasca lunga in tutto sono 9 e 2 in quella corta),
Benedetta Pilato a 16 anni e mezzo nel 2021 a Budapest ha migliorato il primato dei 50 rana e ora Sara Curtis a quasi 20 (li compie mercoledì) a pancia in su ne ha realizzati due consecutivi in due giorni nei 50 dorso. Novella e Federica venivano dal Veneto (Padova e Spinea), Benedetta da Taranto, Sara arriva da Savigliano, provincia di Cuneo. Un po’ di nord-est, un po’ di sud e di nord-ovest.
Sara che è andata a studiare (e a progredire) in America è anche la prima nuotatrice nera della storia ad arrivare al record mondiale individuale in vasca lunga. E la sua storia racconta (sua mamma è immigrata dalla Nigeria) che lo sport ancora una volta è capace di integrare, se raccoglie le diversità e offre mezzi e palcoscenico.
Oggi di Sara, che toglie il primato all’australiana McKeown, si occupa anche il New York Times che ne riconosce la statura e la maturità internazionale. Loro che hanno avuto le sorelle Williams a rompere la barriera del tennis come sport only white, capiscono la forza di avere una stella in piscina che illumina il futuro e ogni eclisse.
Da ora qualsiasi bambina in Italia, non importa quale sia la storia della sua famiglia e il colore della sua pelle, sa che l’acqua è il suo ambiente e non un elemento ostile. Non esistono sport geneticamente per neri e per bianchi, per uomini e donne, tutti hanno diritto a muovere il loro corpo e sognare a occhi aperti. Di conoscersi, di confrontarsi, di esaltarsi.
Quell’acqua nemica che affoga i tanti che cercano un futuro diverso oggi è amica e premia una ragazza capace di divertirsi tra le onde e si spera di aprire piscine (decenti) a una nuova generazione. In poco più di mezzo secolo sono solo sei gli azzurri arrivati al record: alle quattro donne vanno aggiunti due uomini, Lamberti nell’89 (200 stile libero) e Ceccon nei 100 dorso.
Da notare la progressione: Pilato nel 2021, Ceccon nel 2022, Curtis nel 2026. Segno che non solo si sa stare a galla ma che si sa abitare la contemporaneità. E non è un caso che gli sport che più hanno saputo aprirsi alle trasformazioni delle società (volley, atletica) diano soddisfazioni mentre il tennis è sì meraviglioso, vincente e di successo, ma ancora non si è troppo mischiato. [
(da Repubblica)
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Agosto 15th, 2026 Riccardo Fucile
“GIOCA CON L’IA COME UN BAMBINO CRETINO E PRENDE LIKE DAI BOT RUSSI. ERA NOTO NELL’ESERCITO CHE NON FOSSE UNO DI PARTICOLARE INTELLIGENZA, MA ADESSO SEI UN RAPPRESENTANTE DELLE ISTITUZIONI ITALIANE. FALLA FINITA” … “IL PATRIARCATO MEDITERRANEO CE L’HAI NEI 2 NEURONI CHE SI INCONTRANO PER SBAGLIO UNA VOLTA AL MESE E CHE FANNO PURE A BOTTE…”
Vannacci gioca con l’IA come un ragazzino cretino e prende like dai bot russi. Lui si lamenta della mancata promozione alla terza stella. Io mi domando come ha fatto un tipo così a diventare generale”.
Lo afferma su X il leader di Azione, Carlo Calenda, commentando una nuova clip circolata su Instagram e realizzato con l’IA, nel quale Vannacci veste i panni di un condottiero romano e ridicolizza i suoi avversari politici, tra cui lo stesso Calenda.
“La mia domanda per te, Vannacci, è: ma sei un ragazzino imbecille di 14 anni? Ti sei risentito per non aver ricevuto la terza stella, quella del generale di corpo d’armata. Ma io mi domando come hai fatto a ricevere qualsiasi stella”, incalza Calenda in un video. “Adesso sei un rappresentante delle istituzioni italiane e giochi con l’Intelligenza artificiale come un bambino cretino di 14 anni. Falla finita, basta. Dedicati ad altro”, aggiunge il leader di Azione, concludendo con un ultimo affondo: “Il patriarcato mediterraneo ce l’hai nei 200 neuroni che si incontrano per sbaglio una volta al mese e che fanno pure a botte. Dignità e onore”.
(da agenzie)
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Agosto 15th, 2026 Riccardo Fucile
A FACILITARLE LA DECISIONE CI PENSA IL GENERALE, SEMPRE PIÙ CONVINTO DI NON FARSI IMBARCARE IN MAGGIORANZA: MEGLIO RESTARE ALL’OPPOSIZIONE, SPARARLA SEMPRE PIÙ GROSSA E INGROSSARE LA SUA “SPORCA DOZZINA” … IN ATTESA DI SCIOGLIERE IL DILEMMA, LA DUCETTA HA MESSO IN MOTO LA CONTROFFENSIVA: SE L’EX GENERALE STA DRENANDO VOTI ANCHE A FRATELLI D’ITALIA (E NEL SUD PURE AI 5STELLE), PERCHE’ NON RIACCIUFARE I CONSENSI AL CENTRO? DETTO, FATTO: MESSI IN STAND-BY I SUOI COLONNELLI COL FEZ, HA RILANCIATO SULLA SCENA IL SUO EX MAGGIORDOMO DI FORZA ITALIA. COSÌ SI SPIEGA LA PRESENZA A SANT’ANNA DI STAZZEMA DI ANTONIO TAJANI
Un Ferragosto ai ferri…corti. Il “forno quotidiano” non brucia ma acuisce le tensioni tra le coalizioni politiche del nostro disgraziato Paese.
Se Elly Schlein ha bisogno di Giuseppe Conte per vincere le politiche (e viceversa: unico punto di disaccordo tra i due galli è su chi sarà il candidato premier), e lascia al leader del M5s il palco della commemorazione dell’eccidio di Sant’anna Di Stazzema, storicamente dem, nel centrodestra maledicono il giorno che è spuntato, da chissà dove, il generale Roberto Vannacci.
Giorgia Meloni passerà infatti il 15 agosto con una margherita in mano: invece che sospirare pronunciando “m’ama/non m’ama”, come faceva quando era un’adolescente in tempesta sentmentale, la Ducetta si arrovellerà su un altro dilemma: Vannacci sì, o vannacci no?
La “Sirenetta del Colle Oppio” non sa che pesci prendere di fronte all’ascesa irresistibile dell’ex generale della Folgore, che ha prosciugato la Lega e sta drenando voti anche a Fratelli d’Italia (e nel sud anche ai 5Stelle).
Imbarcarlo nell’alleanza significherebbe per la premier giocarsi per sempre la svolta “istituzionale” che ha faticosamente impresso a se stessa in questi anni a Palazzo Chigi.
Includere un altro spudorato putiniano (dopo Salvini) nella coalizione, un tipino che a Bruxelles balla il walzer con i para-nazi di Afd, incrinerebbe ancora di più la già fragile posizione italiana finchè l’Unione Europea sarà nelle mani del Partito Popolare di Ursula e di Merz.
Senza contare che per un Vannacci che entra, una Forza Italia in modalità Marina Berlusconi potrebbe uscire, prendendo le distanza dell’estremismo in salsa Decima Mas dell’ex parà in vestaglietta frou-frou.
Fortunatamente per l’ex Giorgia dei Due Mondi, sarà con ogni probabilità lo stesso Vannacci a dire “me ne frego!”. L’autore del libercolo “il Mondo al contrario”, infatti, avrebbe già respinto al mittente le profferte dei colonnelli meloniani in capo a Bignami che hanno tentato un abboccamento.
Il generale a riposo non ha alcuna convenienza a entrare adesso in coalizione: ha il vento in poppa nei sondaggi e la storia insegna che stare all’opposizione, per un partito populista, non può che far crescere i consensi. Facile invocare la remigrazione se non si governa, divertente spernacchiare Bruxelles; ben più difficile se si è inseriti nel Sistema alle prese regole finanziarie e miliardi di prestiti, dove bisogna essere sempre pronti a scendere a indigesti compromessi.
Insomma, se Vannacci non ci sta, che fare? Ed ecco che, in attesa di chissà quale epifania, la cofana bionda della Meloni frulla la nuova “svolta”: se perdo consensi a destra, perché non puntare a riacciufare i voti moderati?
Detto, fatto: messi in stand-by i suoi colonnelli col fez, ha rilanciato sulla scena l’alleato ribelle Forza Italia.
Così si spiega la presenza, a Sant’Anna di Stazzema, di Antonio Tajani, e l’improvvisa accelerazione antifascista dell’ex monarchico ciociaro.
Alla commemorazione dell’eccidio in cui 560 civili innocenti furono massacrati dai nazisti con il supporto dei collaborazionisti italiani, Tajani ha sentenziato: “Quella di Sant’Anna non è una delle tante tragedie che ogni guerra porta con sé. Quello commesso dalle truppe della Germania nazista che occupavano e opprimevano il nostro paese è un crimine deliberato, commesso con l’aiuto di fascisti italiani”.
Un verdetto inappellabile e durissimo, mai pronunciato prima da un esponente fino a ieri alla corte della destra meloniana, che ha lasciato stupiti tutti i presenti, compreso Giuseppe Conte, che sognava di prendersi la scena con il suo verboso discorso.
Come ha scritto oggi Stefano Folli su “Repubblica”: “La giornata era stata preparata con cura con l’obiettivo di consolidare l’immagine dell’ex premier quale punto di riferimento del campo cosiddetto progressista. […]”
“Negli ambienti del Pd o più a sinistra – continua Folli -, dove Conte è osservato con simpatia, e non da oggi, il discorso di Sant’Anna sarà abbastanza piaciuto. Si sviluppava all’interno degli schemi conosciuti, senza colpi d’ala, e non c’erano bandiere di Kiev sullo sfondo. Anzi, non è mancato un riferimento a Gaza — molto applaudito — mentre non ci sono stati analoghi cenni di simpatia per i civili ucraini innocenti morti sotto le bombe russe”.
Torniamo a Tajani, l’operazione è chiara: se Vannacci prende voti a destra, per compensare bisogna che Forza Italia li recuperi al centro-tavola…
Un esito favorevole anche per Marina Berlusconi, che da mesi insiste a invocare la svolta “liberale” e pro-diritti del partito di cui è “azionista di maggioranza”, salvo poi dover assistere impotente all’irresistibile arrendevolezza di Tajani…
L’obiettivo di “GiGiorgia”, come l’ha chiamata Trump storpiandole il nome, è rinforzarsi in vista della prossima primavera-estate, e arrivare carica a pallettoni per le comunali.
Si vota nelle città più importanti del Paese (Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna), peraltro quasi tutte roccaforti del centrosinistra. Perderle tutte, per la Meloni, sarebbe un bruttissimo presentimento in vista delle politiche…
(da Dagoreport)
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Agosto 15th, 2026 Riccardo Fucile
SOLO UN MESSAGGIO DALLA MELONI E PRESENTE SOLO IL VICEMINISTRO RIXI (GENOVESE)
Sui propri canali social, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha commemorato la
tragedia del Ponte Morandi definendola una «ferita profonda per Genova e l’intera Nazione».
«Ci aspettavamo qualcuno dei vertici, data la recente sentenza che ammette gli errori madornali»
Nonostante il post, dal Comitato ricordo vittime del ponte Morandi è arrivata una nota di rammarico per l’assenza dei vertici del governo centrale alla cerimonia ufficiale, a cui ha presenziato il solo viceministro Edoardo Rixi.
«Chiaro che c’è il viceministro Rixi, però credo che una maggiore attenzione in questa circostanza avrebbe dovuto essere posta. Ci aspettavamo una figura in più oltre al viceministro», ha dichiarato la portavoce del Comitato, Egle Possetti.
«Ce lo aspettavamo in questa occasione in particolare, dopo questa sentenza che vede coinvolte figure dello Stato, funzionari dello Stato, una sentenza anche scomoda per lo Stato, perché anche rispetto alla concessione lo Stato aveva fatto degli errori madornali», ha ricordato la portavoce. Dopo otto anni, racconta, il dolore cambia. Egle Possetti nel crollo ha perso la sorella, i due nipotini e il cognato.
«Quando rientri nel dolore è sempre uguale, perché quelle figure non ci sono più. Loro sono nel tuo cuore, nella tua testa, nelle fotografie, ma non ci sono più», ha dichiarato all’Ansa.
(da agenzie)
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Agosto 15th, 2026 Riccardo Fucile
IL FEDELISSIMO DI BOSSI, OGGI IN PATTO PER IL NORD. “C’E’ MALESSERE DA ALMENO TRE ANNI, ORS I NODI VENGONO AL PETTINE”
Più che lo spettro delle contestazioni, che impensieriscono i fedelissimi di Matteo Salvini, al prossimo raduno di Pontida il problema sarà trovare qualcuno disposto ad andarci, e perfino «a montare e smontare le panche» giura Paolo Grimoldi, per oltre trent’anni nella Lega e oggi tra i fondatori di Patto per il Nord. L’ex deputato e storico segretario lombardo, vicinissimo a Umberto Bossi, nel 2022 fu scelto proprio dal Senatùr per coordinare il Comitato Nord, tentativo di riportare il Carroccio alle sue origini autonomiste e federaliste contestando la rotta salviniana. Alle europee 2024, prima di essere espulso dal partito, con le urne ancora aperte rese pubblico lo strappo di Bossi, che gli aveva annunciato il voto per Marco Reguzzoni, ex leghista candidato come indipendente con Forza Italia.
Oggi la rivolta del Nord è tornata ad agitare via Bellerio. Dal direttivo della Lega Lombarda è partita la spinta per un’associazione federalista, con Attilio Fontana in prima fila nel fronte dei governatori che preme per un cambio di passo nella gestione del partito. Sul tavolo ci sono la richiesta di una maggiore collegialità, nuovi congressi e una modifica dello statuto. Punti su cui Matteo Salvini ha tirato il freno. Uno scontro destinato ad accompagnare il partito almeno fino a Pontida. «Ora temono le contestazioni? Manca ancora un mese, è presto per dirlo. Ma oggi il problema è l’esatto opposto: non solo non è prevista gente, ma al momento non è previsto neanche chi mette giù le panche, chi organizza, chi si mette a disposizione come militante per l’evento», racconta Grimoldi a Open, profondo conoscitore del malessere della vecchia base leghista.
Le tensioni su Pontida
Potrebbe essere «la prima Pontida, oltre che poco partecipata, completamente a pagamento», spiega, perché «nella vecchia Lega c’era la militanza, c’erano i volontari che rendevano possibili anche grandi eventi spendendo poco. Oggi, se nessuno ci lavora, anche per fare le pulizie del prato a fine manifestazione devi pagare qualcuno». Un dettaglio che restituisce l’atmosfera da fine impero che aleggia nella Lega durante la pausa agostana dei lavori parlamentari.
«Tutti i militanti che sento, gli amici, dopo 32 anni, mi dicono: “Io questa Pontida non vado”, a meno che non si dimetta Salvini». La fronda esplosa in queste settimane tra dirigenti, amministratori e governatori del Nord nasce da lontano, ricorda Grimoldi. «È evidente che c’è un problema politico che viene denunciato sottotraccia da almeno tre anni. Adesso i nodi vengono al pettine».
Davanti al segretario, sostiene, ci sarebbero ormai soltanto due strade: «O non cambia niente e oltre a suicidare se stesso, porta al patibolo chi è ancora parte della Lega, oppure si ascoltano le richieste che andranno avanti almeno fino a settembre». E dunque, «cambiare lo statuto, dimettersi, andare a prendersi una bella vacanza per i prossimi sei anni», sintetizza il lumbard senza troppi giri di parole. Se da qui a un mese non arriverà nulla di tutto questo, è l’affondo, «l’unica possibilità è quella di abbandonare Salvini».
Il nodo dello statuto e dei congressi
Per Grimoldi, il nodo è proprio lo statuto: senza modificarlo, qualsiasi apertura a una gestione più collegiale del partito resta soltanto una vaga promessa. «Se vuoi un organo collegiale cambi lo statuto e si sancisce che le decisioni si prendono a livello collegiale. Se invece dici: “Non faccio il congresso, non cambio lo statuto, però vi coinvolgo sulle decisioni”, è un modo elegante per prenderti in giro».
Nel mirino c’è anche la scelta delle candidature. Il timore, circolato tra i dissidenti, di possibili liste di proscrizione non sarebbe campato in aria: «È il modus operandi degli ultimi anni di Salvini», accusa l’ex leghista, indicando come caso scuola lo scontro sul terzo mandato di Luca Zaia. Se avesse davvero voluto difendere fino in fondo la ricandidatura del governatore veneto, è il j’accuse, avrebbe portato personalmente il dossier al tavolo con gli altri leader del centrodestra.
I governatori, “l’associazione” federalista e il precedente
D’altra parte, parlando in privato con i governatori, «quello che pensano ormai è chiaro». Se la Lega si ridurrà a «un partitino residuo di estrema destra che insegue Vannacci, non potranno mai accettarlo», sostiene. In questo quadro si inserisce anche l’associazione federalista che sta prendendo forma in Lombardia attorno all’area critica, un passo in più verso la frattura: «Di sicuro non è un’associazione fatta per acclamare Salvini segretario».
Il parallelo con il generale è facile: «Salvini fece il grande errore di permettergli di fare la sua associazione dentro la Lega e sappiamo tutti com’è andata a finire», dice Grimoldi. «L’hai fatto fare a lui, che era arrivato ieri e c’entrava come i cavoli a merenda con la Lega, e non lo fai fare ai governatori che sono lì da 35 anni e soprattutto, a differenza di Vannacci, hanno consenso, storia, esperienza e capacità amministrativa?». Il segretario è ormai «in un cul-de-sac da ogni punto di vista».
I transfughi e l’attivismo di Patto per il Nord
E così Patto per il Nord si candida ad accogliere i transfughi dai territori: Dario Galli, ex parlamentare ed ex presidente della Provincia di Varese, l’ex segretario della Lega di Mortara, quello di Casteggio, anche consigliere comunale, e Stefania Zerbini, già consigliera comunale di Parabiago. Nelle ultime settimane crescono le adesioni tra gli amministratori locali, soprattutto in Lombardia. Nomi che, sottolinea Grimoldi, nelle rispettive realtà territoriali «erano la colonna portante della Lega».
Un travaso, promette, che non si fermerà con l’estate: «A settembre annunceremo un ex consigliere comunale di Milano, fonderemo altre sezioni. Andiamo avanti». Si guarda a chi, lasciato il Carroccio, non sceglie le sirene di Futuro Nazionale ma «il bagaglio valoriale della vecchia Lega». Perché tornare a serrare i ranghi sarà sempre più difficile: «Possono fare retromarcia le persone che si sono esposte in questi giorni, chiedendo un cambio di rotta, una modifica dello statuto, un passo indietro di Salvini? Diranno ci abbiamo provato, non cambia niente, va bene così? La vedo molto difficile».
(da agenzie)
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Agosto 15th, 2026 Riccardo Fucile
IL SONDAGGIO RISERVATO CHE INDICA CHE L’UNICA CHE PUO’ BATTERE GIORGIA MELONI E’ SILVIA SALIS, COSA CHE RIPETIAMO DA UN ANNO… IL CAMPO LARGO CI STA METTENDO TUTTO PER PERDERE LE ELEZIONI, FACENDO PREVALERE I PERSONALISMI… MA LO CAPITE CHE NON SERVE A NULLA VINCERE LE RIDICOLE PRIMARIE SE POI PERDETE LE ELEZIONI PERCHE’ NON SOLO NON AGGREGATE NESSUNO MA VI FATE LA GUERRA TRA DI VOI?… LA VERGOGNOSA CAMPAGNA DIFFAMATORIA DEI MEDIA CINQUESTELLE CONTRO LA SALIS: MA PENSATE CHE QUALCUNO VOTI PREMIER UNO CHE HA GOVERNATO DUE ANNI CON LA FOGNA SOVRANISTA SENZA LA MINIMA AUTOCRITICA?
Il centrosinistra può vincere le prossime elezioni e la prima metà di agosto ha mostrato con
quanta perizia stia lavorando per non farlo. Il destino personale di Elly Schlein e Giuseppe Conte sembra prevalere rispetto alla costruzione di una maggioranza opposta al governo che, il 4 settembre, diventerà il più longevo della storia repubblicana.
L’unica alternativa degli ultimi mesi è nata a destra, ancora più a destra: l’incubo di Giorgia Meloni, Roberto Vannacci. Ma è un’allucinazione da caldo affidarsi all’estremo rivale, che a L’Espresso non ha escluso, a determinate condizioni, di potersi alleare con l’attuale coalizione di stanza a Palazzo Chigi, scongiurandone lo sfratto.
Intanto dei gazebo, di quel moto di popolo che dovrebbe accompagnare le opposizioni a individuare un leader, non si vede l’ombra.
Le primarie vengono evocate senza regole condivise. Soprattutto, scarseggia la fiducia e con essa l’impegno vincolante a sostenere il vincitore. La consultazione del proprio elettorato, così, rischia di trasformarsi in un congresso permanente del centrosinistra, con il nome indicato per la guida logorato dal giorno successivo. E gli sconfitti impegnati a recuperare nell’eventuale governo ciò che hanno perso nei gazebo.
Ad Asiago, Conte ha bucato la pasta molle dell’alleanza con il tema più divisivo. Il Movimento 5 stelle non voterà il prossimo pacchetto di sostegno militare all’Ucraina. Poi, l’inversione dell’ordine degli addendi che ha surriscaldato gli animi: la proposta sulla politica estera sarà stabilita dalle primarie. Ovvero gli elettori, preferendo un leader a un altro, esprimeranno già la propria posizione. Il programma seguirà. Condizione inaccettabile per un Partito democratico balcanizzato al suo interno dalle divergenti visioni geopolitiche.
Schlein non può accettare che una linea si decida per acclamazione mentre il suo gruppo è diviso e la formula testardamente unitaria a cui si è inchiodata le lascia poco spazio di manovra. «Non funziona così. Prima il programma condiviso da tutta l’alleanza e poi le primarie, perché chi le vince deve guidare tutta la coalizione, non soltanto il proprio partito», ha replicato la segretaria del Nazareno.
Una risposta procedurale a una sfida politica, esistenziale per non sfilacciare le maglie larghe del campo nella fase di tessitura. Che nella sua trama vede diversi nodi ancora da sciogliere. Il primo è il Safe, il prestito europeo per il riarmo: la risoluzione unitaria in Parlamento lo ometteva, i riformisti dem avevano già annunciato che non l’avrebbero votata.
Il secondo è il fisco, dove la geografia si capovolge: Schlein apre a una tassazione europea dei grandi patrimoni, Conte ripete che la patrimoniale non è all’ordine del giorno, alla ripresa dei lavori Alleanza verdi sinistra proporrà la sua legge sui patrimoni netti oltre i cinque milioni. Poi il reddito di cittadinanza, che il Movimento vuole ripristinare e il Pd ripensare in formule più selettive.
La Tav, con le remore di 5 stelle e Avs. Il nucleare di nuova generazione, su cui il Nazareno mostra aperture e Avs la chiusura più netta. E il termovalorizzatore di Roma, voluto da Roberto Gualtieri e avversato per anni dai grillini: una questione capitolina, finché il nome del sindaco non ha cominciato a circolare per le eventuali primarie.
Conte faticherebbe a spiegare ai propri elettori perché sostenere l’uomo dell’inceneritore. È una piccola selezione di contrapposizioni tematiche. Contemporaneamente, la partita si inasprisce sul terreno dei personalismi.
Fonti vicine a Schlein sintetizzano così l’aspettativa del suo staff: «Da tre anni lavoriamo per costruire l’alternativa, sarebbe naturale che il Pd, anche perché primo partito della coalizione, esprimesse la leadership».
Conte, dall’altro lato, crede fortemente in un suo ritorno a Palazzo Chigi. E allora i dirigenti del Pd, alcuni dei quali hanno sostenuto l’ascesa dell’attuale segretaria, starebbero lavorando per farla desistere. Poi, sono al lavoro i pontieri: tra i più attivi risulterebbero Dario Franceschini, Andrea Orlando e Goffredo Bettini, liaison privilegiata tra il Nazareno e Conte.
Qualcuno avrebbe provato a convincere Schlein, senza successo, dell’opportunità di anticipare Conte, facendo per prima un passo indietro. La tesi è che la giovane età le permetterebbe di riprovarci in futuro.
Tuttavia, con l’accelerazione agostana impressa da Conte, gli stessi dirigenti che imbastivano nell’ombra hanno dovuto difendere alla luce del sole i gazebo. Le primarie non sono rinviabili, dicono, perché un elettorato composito come quello del centrosinistra non riconoscerebbe, se non tramite un’investitura elettorale, la leadership di un altro partito.
Continua a circolare, nonostante le smentite dell’interessata, l’ipotesi di Silvia Salis. È l’identikit su cui Matteo Renzi insiste da tempo per il candidato ai gazebo. Nel Pd in tanti la considerano la federatrice migliore per il Campo largo. Negli scorsi mesi, però, un cortocircuito ha scosso la strada verso Roma della sindaca genovese. Lo schema del Nazareno vedeva Schlein candidata alla presidenza del Consiglio e Salis aggregatrice del centro, con Italia viva, Alessandro Onorato, Ernesto Maria Ruffini e persino Carlo Calenda raccolti sotto di lei.
Sarebbe saltato perché la sindaca non ha intenzione di rappresentare un’unica area. Ufficialmente, ribadisce di pensare alla sua città e alle primarie si è sempre detta contraria.
Le due cose stanno insieme solo se la sua ipotesi non è una corsa, ma una nomina per acclamazione, che può arrivare quando gli altri papabili si saranno logorati a vicenda. Il libro atteso in ottobre, pubblicato da Feltrinelli con il titolo «È già domani», e il tour che seguirà alimentano il sospetto che Salis punti direttamente a Palazzo Chigi.
Sono guardinghi, gli schleiniani, sulle mosse di Salis, che secondo alcuni sondaggi sarebbe la più competitiva contro Meloni.
Sull’altro versante, però, nemmeno i contiani si sentono tranquilli. Fino a poche settimane fa la disponibilità di Conte alle primarie conviveva con la paura di perderle. Una fonte pentastellata lascia intravedere la preoccupazione: «Come costruiamo, da zero, i comitati per Conte in tutta Italia?». Allora, invocare i gazebo ad agosto potrebbe rispondere all’esigenza di ancorare le primarie nella rada tematica, più che avvilupparle su una lotta di leadership.
Perché se il quesito è chi guida, vince la macchina territoriale del Pd, capillare come nessun’altra. Invece, se il quesito è armi sì o armi no, vince il posizionamento, e Conte ha il lusso di poter sciorinare posizionamenti più forti.
Ma nei 5 stelle fedeli al presidente si consolida anche un’altra giustificazione per assumersi la guida del Campo largo: Alessandro Di Battista. Una coalizione a guida pentastellata conterrebbe il suo exploit, se invece fosse il Pd a esprimere il candidato a Palazzo Chigi potrebbe generarsi una fuga verso l’eventuale soggetto politico che nascerebbe a sinistra. Mentre i due partiti maggiori si studiano, l’elenco dei candidabili si allunga. Recentemente, è comparsa la suggestione Gualtieri, sostenuto dalla macchina di Claudio Mancini e dall’associazione delle autonomie locali che il sindaco presiede. Al centro, invece, un primo verdetto è già arrivato da fuori. La contromossa attribuita al Nazareno era di allargare il tavolo fino a Calenda, anche con lo scopo di diluire il progetto di Onorato in una platea abbastanza affollata da togliergli centralità. Il leader di Azione ha risposto prima ancora che l’invito partisse: andrà al voto da solo. Il Campo largo, sostiene, è un’accozzaglia senza possibilità di governare.
L’unico interlocutore con cui Calenda potrebbe rivedere la decisione è Paolo Gentiloni. Pure Avs ha rotto gli indugi. Dopo Angelo Bonelli, che ha chiesto ai due maggiori di finirla con il dualismo perché «non siamo più disponibili ad attendere», Nicola Fratoianni si è spinto oltre: il candidato premier «può essere anche uno dei nostri», anzi «il profilo ideale per guidare il Paese lo abbiamo noi». Con un partito che ha quasi raddoppiato il 3,6 per cento del 2022, non è una boutade estiva.
Impressiona la disinvoltura con cui si discute già del dopo. Nel gruppo dirigente dem c’è chi è convinto che il prossimo governo cadrà loro in braccio per gravità. E le caselle vengono assegnate in anticipo: la vicepresidenza del Consiglio a chi desiste, il ruolo di sottosegretario alla presidenza del Consiglio a chi avrà lavorato bene. Il tempo, però, sta finendo. Al Senato, entro il primo settembre, vanno depositati gli emendamenti per la legge elettorale che obbligherebbe a indicare il candidato premier. Il 6 settembre Schlein e Conte saranno sullo stesso palco a Cernobbio, in quello che i loro collaboratori definiscono già un derby. E il 19 e il 20, a Milano, gli esponenti del Movimento discuteranno del programma che i vertici porteranno al tavolo della coalizione: da quel momento Conte non tratterà più a titolo personale, ma con un mandato. Chiunque voglia incidere sulla piattaforma deve muoversi prima di quella data. Cinque settimane per sciogliere i nodi. Trascorse le quali il centrosinistra si troverà a questionare dei ruoli di un governo che non avrà ancora capito come conquistare.
(da L’Espresso)
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Agosto 15th, 2026 Riccardo Fucile
I DUBBI TECNICI DI LAVORI PUBBLICI, AUTORITA’ DEI TRASPORTI E COMMISSIONE VIA DA ESAMINARE A LAVORI AFFIDATI… INTANTO O COSTI GIA’ SALGONO
Il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici ha certificato l’insufficienza del progetto Ponte sullo Stretto di Messina. A oggi, in assenza degli approfondimenti prescritti, nessuno può asserire che l’opera sia certamente realizzabile e, qualora lo fosse, i costi saranno certissimamente superiori a quelli dichiarati, con un differenziale oggi non coperto da risorse economiche. Ciò nonostante, il governo vuole approvare definitivamente l’opera e affidarne la costruzione senza nuova gara d’appalto (il consorzio Eurolink, guidato da WeBuild, vinse nel 2005 per 3,88 miliardi, cifra oggi lievitata a 13,532 miliardi dichiarati, in ulteriore crescita).
Che il progetto non contenga certezza di fattibilità non è più un’opinione: lo certifica il Consiglio Superiore. I rilievi sono sostanziali e andrebbero affrontati prima dell’affidamento, ma il Consiglio ha lavorato su un progetto definitivo già approvato come tale: poteva dare parere negativo, ma con pari onestà intellettuale non poteva che prescrivere una progettazione esecutiva in due fasi. Una FASE A per acquisire gli elementi conoscitivi mancanti – numerosi, e che richiedono tempo – e una FASE B basata sui risultati della prima. Il problema, non imputabile al Consiglio, è che entrambe le fasi sono oggi espletabili solo ad appalto già assegnato.
Leggete il parere: è tecnico, ma scritto con parole chiare. Si riconosce lo sforzo progettuale rispetto al 2011, ma tra le raccomandazioni di più parti – incluso il Comitato Scientifico della Società Stretto di Messina – e le conclusioni del Consiglio, il quadro esce incerto e zoppicante. Quantomeno rimandato a settembre.
Il parere affronta undici temi: territorio e ambiente, geologia, geotettonica, sismica, aeroelastica, strutture, azioni termiche, riparabilità, viabilità, impianti, aspetti economico-finanziari. Sul rischio sismico, il Consiglio non esclude faglie attive e capaci, chiede studi aggiornati con saggi specifici e boccia il riferimento al terremoto di Messina del 1908: “Le conoscenze più recenti (…) indicano che il modello della sorgente del 1908 dovrebbe essere rivalutato in modo integrato (…) tali verifiche devono essere aggiornate nella prima fase di sviluppo del progetto esecutivo”. Come possono arrivare questi risultati, potenzialmente negativi, ad appalto già assegnato?
Sulle vibrazioni e sulla tenuta aeroelastica dell’impalcato, il Consiglio certifica l’insufficienza delle analisi condotte finora: la turbolenza riprodotta in galleria del vento “non è mai correttamente scalata” rispetto al modello, con “una sottostima importante”; solo i metodi più avanzati permettono di non trascurare fenomeni di interazione fluido-struttura non irrilevanti per un’opera “straordinaria”. Da qui la necessità di ripetere ed estendere analisi già “molto vaste”. Sono solo due esempi: nelle 353 pagine del parere se ne potrebbero trovare centinaia. E ogni adeguamento progettuale comporta costi aggiuntivi.
Sull’incertezza dei costi si è espressa anche l’Autorità dei Trasporti (Art), chiamata a pronunciarsi sui pedaggi: con il parere 39/2026 rinvia la definizione tariffaria “in prossimità dell’entrata in operatività dell’opera”, quando saranno note le “grandezze di costo”. L’Art segnala che l’aumento dei costi è già previsto, seppur non quantificato, nel III Atto aggiuntivo alla convenzione tra ministero e Società Stretto di Messina. Il Mit sostiene che il nuovo accordo non comporta variazioni economico-finanziarie: vero solo in apparenza, perché i maggiori costi già noti non vengono dichiarati, e lo saranno solo ad appalto assegnato. Scrive l’Authority: la concessionaria “non quantifica eventuali impatti derivanti dalle clausole di revisione prezzi che (…) potrebbero comportare con tutta probabilità significativi adeguamenti”, dato confermato dalla stessa Stretto di Messina Spa, secondo cui gli importi “saranno aggiornati a valle della progettazione esecutiva”.
Anche le ragioni degli ambientalisti sono documentate: la Commissione VIA ha dato parere favorevole condizionato a prescrizioni pesantissime, riconoscendo un impatto non mitigabile. Per procedere comunque, il governo deve dichiarare l’opera necessaria per “motivi imperativi di rilevante interesse pubblico”: lo ha fatto il 4 agosto, con una nuova dichiarazione non ancora disponibile, dopo quella dello scorso anno che presentava il Ponte in termini miracolistici.
Il dibattito, però, si è spostato: non è più questione di essere pro o contro il Ponte, ma di buon senso amministrativo. Anche chi è favorevole all’opera dovrebbe pretendere che, prima di affidare l’appalto e di caricare sullo Stato – cioè su tutti noi – le penali per un’eventuale mancata realizzazione, si sia certi della fattibilità e dei costi reali.
*Vicepresidente WWF
(da Il Fatto Quotidiano)
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Agosto 15th, 2026 Riccardo Fucile
CHI ANCORA LO SOSTIENE O E’ MALE INFORMATO O E’ UN DISONESTO IN MALAFEDE
James Buchanan, il grande economista conservatore e premio Nobel per l’economia,
sosteneva che i politici fossero, in materia economica, dei grandi bugiardi, promettendo a elettori piuttosto ingenui vantaggi impossibili da conseguire. Incassato il voto, poi i politici si curano solo dei loro interessi personali e di quelli delle loro cerchie amicali.
Il succo della pur autorevole Public Choice non mi ha mai veramente convinto fino a questa seconda presidenza Trump, che mostra come, per il politico ottantenne, le fasulle narrazioni economiche siano all’ordine del giorno.
In realtà, l’apripista a questa nuova svolta delle democrazie occidentali si può ritrovare in Italia. Maestro delle millanterie economiche è stato sicuramente Silvio Berlusconi. Ad esempio, a ogni tornata elettorale prometteva di portare tutte le pensioni a mille euro e di creare un milione di posti di lavoro.
Naturalmente nessuna delle due proposte è stata mai realizzata. La prima perché sarebbe costata all’erario più di 20 miliardi, cioè una cifra abbastanza folle. La seconda perché l’economia era ancora in una fase di difficoltà e a Berlusconi interessavano probabilmente solo gli affari di famiglia.
Anche nell’ultima tornata elettorale del 2022 l’aumento delle pensioni minime a mille euro al mese era nel programma di Forza Italia, ma in quattro anni sono state aumentate solo di circa dieci euro al mese, se trascuriamo l’aumento dovuto all’inflazione. Forse è per questi risultati fallimentari che il partito di Tajani ha perso molto smalto elettorale.
La promessa di realizzare un milione di posti di lavoro, il sogno di Berlusconi, sembra invece essere stata attuata dalla sua nipotina, politicamente parlando, cioè dal governo Meloni. Le statistiche non lasciano dubbi: dal 2023 sono stati creati in Italia quasi un milione di posti di lavoro. Lasciando perdere il fatto che un ciclo economico così favorevole si è verificato in molte economie europee, ci possiamo chiedere se effettivamente siamo di fronte a un grande successo, forse l’unico, del governo Meloni, oppure se la spiegazione sia di altro tipo e la premier attuale c’entri poco.
La teoria economica ci dice che un aumento dell’occupazione può essere generato dalle spinte dell’offerta, e quindi dalle politiche industriali, oppure da quelle della domanda, cioè dalla spesa aggiuntiva di imprese e consumatori. La politica industriale del governo Meloni, se si eccettua qualche sconto sulle assunzioni e qualche contributo energetico, è stata molto modesta, direi quasi nulla. Dobbiamo guardare dall’altra parte se vogliamo trovare una spiegazione.
Scopriamo allora un fatto abbastanza evidente, e cioè che la crescita dell’occupazione è stata trainata essenzialmente dai fondi del Pnrr, quei duecento miliardi che l’Unione Europea ci ha generosamente erogato. Cito uno dei tanti studi disponibili: per esempio Unioncamere ha stimato la creazione, grazie al Pnrr, di 809.000 nuovi posti di lavoro entro il 2029. Non è il milione governativo ma ci avviciniamo abbastanza.
Se poi mi guardo intorno, ne ho una conferma. La città dove insegno ha ricevuto quasi 623 milioni di euro dal Pnrr e così abbiamo una nuova linea del tram e altri utili servizi. Nel Comune dove risiedo con questi fondi è stato realizzato un nuovo nido, con una spesa di due milioni di euro. Per fare un altro esempio, le circa 4.000 assunzioni dei nuovi Ats per i servizi sociali intercomunali sono state rese possibili grazie ai fondi del Pnrr, e in effetti durano solo tre anni. E potrei citare molti altri casi di mia diretta conoscenza.
Ecco allora che il milione di posti di lavoro vantato da Meloni è una delle tante (troppe) fake news governative. Quest’ottimo risultato non deriva in nessun caso dall’attività del governo presente, ma dall’impulso di quelli precedenti. Da quello del governo Conte che per primo ha avuto l’intuizione di una spesa europea contro il Covid, e dal governo Draghi che ha dato al finanziamento una forma credibile e fattibile.
Naturalmente il protagonista assoluto è stata la generosità europea che non solo ci ha concesso un gigantesco finanziamento, ma metà di esso è a fondo perduto, cioè un regalo da parte dei contribuenti europei. Certo, al governo Meloni è toccato il compito abbastanza arduo, date le scadenze perentorie, di realizzarlo; ma i progetti e i soldi li hanno messi gli altri. A essere minimamente onesti il milione di posti di lavoro degli ultimi anni è una partita a quattro: Conte, Draghi, Ue e Meloni, in proporzioni differenti.
(da Il Fatto Quotidiano)
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