PIU’ DI UNA SCONFITTA
I RISULTATI SONO IL RIPUDIO DI TRUMP E DEL TRUMPISMO
Così è più di una sconfit
ta: i risultati di ieri sono il ripudio di Trump e del trumpismo. Ora il vero problema è il futuro degli Stati Uniti, che hanno rigettato lui ma non hanno ancora tracciato la strada per ricomporre la propria unione.
Il presidente ha detto al New York Times che accetterà il risultato e governerà da anatra zoppa con i democratici. Resta da vedere come, nella pratica quotidiana. Poi si tratta di capire se i democratici troveranno il filo per unire le loro correnti, quella moderata e quella socialista, in modo da indicare una strada da seguire per rimettere insieme i pezzi del Paese.
Il primo segnale di quello che stava accadendo è venuto dall’affluenza, in grande aumento dappertutto. La Cnn segnalava che 58 milioni di elettori avevano votato in anticipo, e le file ai seggi erano lunghe negli Stati più contesi. Alla vigilia tutti concordavano sul fatto che entusiasmo e motivazione erano forti soprattutto nell’opposizione. Un funzionario della Casa Bianca ha commentato che c’era «un moderato ottimismo», ma poi sono arrivati i primi exit poll, quelli che sondano gli umori dell’elettorato.
Secondo l’88% dei votanti, il tema cruciale è il costo della vita, per il 75% l’economia non va bene e per il 65% la colpa è di Trump. Il 75% è insoddisfatto o arrabbiato. Secondo il 63% dei votanti il presidente non ha le giuste priorità per gli Usa; per il 61% dà la precedenza ai suoi interessi personali; il 43% è andato alle urne per opporsi a lui.
Quindi sono arrivati i primi scrutini da Indiana, Kentucky e Florida, che davano i democratici avanti in distretti repubblicani. E poi l’ondata, la valanga blu. Il senatore Ossoff ha vinto in fretta la conferma in Georgia, mentre Ray Cooper ha tolto la North Carolina al Gop e Chris Pappas ha tenuto il seggio dem in New Hampshire, primo gay dichiarato a vincere un seggio senatoriale. Subito dopo è arrivato il risultato clamoroso della South Carolina, seguito dal Texas, dove strappando il seggio senatoriale ai repubblicani James Talarico diventa automaticamente un potenziale candidato alla Casa Bianca. Discorso simile alla Camera, tornata democratica.
Le dimensioni della vittoria democratica potrebbero consentire non solo di dettare l’agenda legislativa, ma anche di tornare a considerare l’impeachment dello stesso Trump.
L’IRA DI TRUMP
«Sono assolutamente disposto ad accettare i risultati. Lavorerò con i democratici, probabilmente troveremo il modo». Così ha parlato Donald Trump al New York Times, dopo la netta sconfitta nelle midterm. Se manterrà la promessa, evitando di costringere gli Stati Uniti a vivere un altro trauma come l’assalto al Congresso del 6 gennaio, bisognerà vedere quali compromessi è disposto ad accettare. Incluso l’Iran, dove potrebbe ancora avere la forte tentazione di usare la forza militare per distrarre il paese e il mondo.
Ieri mattina il presidente aveva prospettato la fuga in Israele, se gli americani avessero dimostrato di essere stanchi di lui. In serata, mano a mano che i primi risultati negativi hanno iniziato ad arrivare, ha alzato ancora di più il tono, minacciando di usare «poteri enormi» per restare rilevante; denunciando la minaccia dei democratici di sottoporlo ancora all’impeachment; litigando con i giornalisti della Fox; annunciando «la settimana contro il comunismo».
L’incorreggibile Trump aveva continuato a fare notizia, anche mentre gli americani andavano alle urne per le midterm, parlando così ieri mattina in un’intervista alla Fox News. In questo modo però aveva confermato quello che tutti ormai già sapevano, ossia che le elezioni erano un referendum su di lui, prima ancora del rinnovo del Congresso. Così ha reso impossibile separare l’esito del voto dal suo destino politico.
Ora dirà che la colpa è dei candidati, perché lui non era sulla scheda («altrimenti avrei riportato una vittoria schiacciante»), anche se ha supplicato i suoi sostenitori di fare finta che lo fosse. Quindi cercherà di ignorare il Congresso, come peraltro ha già fatto nei primi due anni di mandato, governando per decreto. Le sue dichiarazioni però confermano che lui considerava il voto come un referendum su se stesso, al punto di scherzare persino sul possibile “esilio”.
Ieri mattina il presidente aveva parlato con la trasmissione “Fox & Friends”, dicendo che «se i repubblicani votano, vinceremo con un margine schiacciante». Ma non era sicuro che accadesse, scherzando sul suo futuro: «Potrei fare il premier in Israele, lì ho un indice di gradimento del 99%».
Quanto all’Iran, il suo ex alleato Tucker Carlson ha scritto che Netanyahu vuole spingerlo ad usare l’arma atomica, almeno per distruggere il sito nucleare della Pickaxe Mountain. Il presidente però non si è sbilanciato su future azioni, nonostante gli attacchi lanciati lunedì dal Pentagono contro l’isola di Qeshm, e ieri ha detto al Financial Times: «Siamo pronti a intervenire se necessario, ma potrebbe non esserci alcuna ragione per farlo».
Quando i primi risultati negativi hanno iniziato ad arrivare, il tono è cambiato. In una email ai sostenitori per la raccolta di fondi ha scritto che i democratici vogliono procedere con il suo terzo “impeachment”. Parlando con la Cbs ha avvertito di essere pronto ad usare «poteri enormi», utilizzando per bloccare tutte le leggi proposte dai democratici: «Ho il potere supremo, si chiama veto».
Nel frattempo ha proclamato la «settimana contro il comunismo» dal primo al 7 novembre, in memoria delle «milioni di persone che hanno sofferto povertà, sfruttamento, violenza e miseria». Quando la sconfitta è diventata innegabile, ha promesso al Times che l’accetterà. Resta da vedere come.
(da Repubblica)
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