Giugno 8th, 2026 Riccardo Fucile
L’APPALTO SARÀ AFFIDATO A UNA SOCIETÀ ESTERNA, CHE DOVRÀ SOTTOPORRE UN GRUPPO DI POVERI RICERCATORI A MIGLIAIA DI ORE DI TRASMISSIONI PER “MISURARE STEREOTIPI” E “VALUTARE LINGUAGGI” E VERIFICARE POSSIBILI RAPPRESENTAZIONI DISTORTE
La Rai vuole essere certa di rappresentare correttamente le donne. E per scoprirlo è pronta a rivolgersi a una società esterna con un appalto da oltre 800mila euro. L’obiettivo è monitorare la programmazione del servizio pubblico per verificare il rispetto della figura femminile, il pluralismo dei temi e il contrasto all’hate speech.
Un compito tutt’altro che marginale: analizzare migliaia di ore di trasmissioni, classificare contenuti, misurare stereotipi, valutare linguaggi e verificare se alcuni programmi possano trasmettere una rappresentazione distorta della donna.
I ricercatori dovranno valutare almeno 1.600 trasmissioni tra Rai1, Rai2 e Rai3, produrre report periodici e segnalare eventuali criticità. Tra gli aspetti da valutare figurano il numero di donne presenti in video, il loro ruolo narrativo, la presenza di sessismo, discriminazioni e stereotipi, ma anche il modo in cui vengono raccontati femminicidi e violenze di genere. Una sorta di check up permanente del servizio pubblico.
Legittimo, anche alla luce di alcuni casi clamorosi, ma non proprio low cost.
(da “Domani”)
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Giugno 8th, 2026 Riccardo Fucile
SUCCESSO DEL PARTITO CENTRISTA “CONTRATTO CIVILE”
L’Armenia fa un passo verso l’Europa e si allontana dalla Russa. Nelle ultime elezioni
parlamentari a trionfare è stato il partito centrista Contratto Civile e formerà il nuovo governo in autonomia, senza l’appoggio di altre forze politiche.
Lo ha dichiarato il primo ministro armeno Nikol Pashinyan, nel corso di una conferenza stampa tenutasi dopo l’annuncio dei primi risultati elettorali: “Il 7 giugno 2026 si sono tenute le elezioni ordinarie per l’Assemblea nazionale e, a seguito di queste, il partito Contratto civile ha vinto e formerà il governo da solo”.
I dati ufficiali: a Pashinyan 49,81% delle preferenze
A spoglio ultimato, la Commissione elettorale centrale dell’Armenia, ha reso noto che il partito del primo ministro armeno Nikol Pashinyan non ha raggiunto il 50 per cento dei voti nelle elezioni parlamentari dopo lo spoglio delle schede in tutti i seggi. Secondo i dati più recenti, il partito Contratto Civile ha ottenuto 727.160 voti (49,81%), il blocco di opposizione Strong Armenia si è classificato secondo con 340.062 voti (23,29%), terza Alleanza Armenia (9,94%).
“Nessuna influenza illegale sul voto”
Il premier ha respinto le accuse di irregolarità elettorali avanzate dalle forze di opposizione durante la giornata del voto, escludendo qualsiasi coinvolgimento di rappresentanti del partito di governo in frodi o violazioni. Pashinyan ha inoltre negato che le autorità abbiano esercitato “qualsiasi influenza illegale” sulla libera espressione della volontà dei cittadini e ha dichiarato di non ritenere possibili sviluppi post-elettorali nel Paese. Il premier ha indicato tra le priorità dei prossimi cinque anni lo “sradicamento definitivo” del sistema criminale-oligarchico, definendolo una richiesta emersa dai cittadini.
Obiettivo: proseguire l’avvicinamento all’Ue
Sul piano della politica estera, Pashinyan ha confermato che l’Armenia proseguirà il riavvicinamento all’Unione europea, mantenendo al tempo stesso la partecipazione e l’adesione all’Unione economica eurasiatica (Uee) e continuando a sviluppare i rapporti con la Russia e con gli altri Stati membri dell’organizzazione. Il premier ha inoltre affermato che il voto ha confermato il sostegno popolare alla pace, allo sviluppo regionale e alla cooperazione. In risposta a una domanda rivolta da un giornalista turco, Pashinyan ha dichiarato che l’Armenia deve “istituzionalizzare la pace” con l’Azerbaigian e aprire il confine con la Turchia.
(da agenzie)
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Giugno 8th, 2026 Riccardo Fucile
NON DOVRA’ SOLO NOMINARLO VICE-SEGRETARIO MA SARA’ OBBLIGATO AD ACCETTARE LA DIVISIONE DELLA LEGA IN DUE PARTITI GEMELLI, SUL MODELLO CDU-CSU: UNO TERRITORIALE AL NORD (GUIDATO DA ZAIA, FEDRIGA, FONTANA) E UNO NAZIONALE (IN MANO A SALVINI) … SI DECIDERA’ TUTTO TRA IL CONSIGLIO FEDERALE DI MERCOLEDI’ 10 GIUGNO E IL “RITIRO” LEGHISTA DEL 4-5 LUGLIO
Brutte notizie sull’asse della trattativa tra Matteo Salvini e Luca Zaia. Partita come discussione sul nominare l’ex governatore a vicesegretario del partito, la posta in gioco si è fatta (molto) ingombrante. Zaia, giurano i suoi, non ha alcuna intenzione di accettare una nomina soltanto formale. La richiesta è sempre la stessa: la divisione della Lega sul modello Cdu-Csu, partito territoriale e partito nazionale.
Ma così, sul tavolo non ci sarebbe insomma più solo la nomina di un vicesegretario
Due date sono da cerchiare in rosso. Mercoledì, dopodomani, il consiglio federale leghista dovrebbe essere messo al corrente delle novità. Un appuntamento forse un po’ frettoloso. Perché Zaia vuole che sia messo nero su bianco un nuovo statuto del partito che preveda le due Leghe «sorelle», stile Cdu-Csu tedesche: due partiti distinti, uno nazionale, uno radicato nel Nord, legati da un accordo federale ma autonomi nella linea, nel simbolo, nell’identità.
Ma a ieri sera la discussione non era ancora matura fino a questo punto. Anzi, l’ex governatore è in attesa di proposte che ancora non sono arrivate. Zaia, e con lui gli altri governatori (Fedriga, Fontana, Fugatti), ora stanno a guardare. In particolare il presidente del Friuli-Venezia Giulia potrebbe essere coinvolto nel pacchetto di testa della futura Lega. Ma se si arrivasse a una non scelta entro la data fissata per il «ritiro» leghista convocato da Salvini a Treviso, di sicuro sarebbe un problema.
Per questo Salvini oggi si trova a un bivio: o cedere una parte del suo potere (parte cospicua, per quanto riguarda il Nord) o trovarsi disarmato di fronte agli attacchi di Roberto Vannacci, che cresce al ritmo di qualche migliaio di iscritti al giorno.
Un bel dilemma: un ridimensionamento o continuare la partita con i fedelissimi, archiviando le istanze di Zaia e di tutta la componente nordista. Perché tutto l’ex governatore vuole essere, dice un suo amico, tranne che «una presenza rassicurante. Non farà mai il vice con una scrivania accanto a quella del segretario».
Il tutto turba la Lega non poco, le voci sui nuovi addii si moltiplicano al massimo livello: qualcuno parla addirittura di due parlamentari europei. Voci probabilmente prive di fondamento ma significative di un clima.
(da l “Corriere della Sera”)
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Giugno 8th, 2026 Riccardo Fucile
L’AMBASCIATORE STEFANINI: “PECCATO CHE IL FORMATO NON VEDA AL TAVOLO L’ITALIA. ROMA È STATA TROPPO ONDIVAGA SULLA NECESSITÀ DI GARANZIE EUROPEE AL FUTURO POST-BELLICO DI KIEV”
In Europa si fanno tante riunioni. Troppe. Poche contano. Quella di ieri a Londra fra i
leader di Francia, Germania e Regno Unito col Presidente ucraino è fra quelle. Si colloca a uno snodo cruciale: fra proposta di negoziato bilaterale diretto di Volodymir Zelensky – “facciamola finita” – nyet di Vladimir Putin e defilarsi di Donald Trump.
La diplomazia è bloccata. Gli europei, pur protagonisti nel sostegno a Kiev, ne sono stati tenuti ai margini per comune intesa di Mosca e Washington. Macron, Merz e Starmer vi rientrano oggi con un messaggio molto semplice al Cremlino: siamo pronti alla trattativa, ma se, causa il rifiuto russo di sedersi al tavolo, non ci sarà trattativa Mosca-Kiev, l’Ucraina continuerà ad avere tutto il nostro appoggio necessario
L’incontro londinese è al tempo stesso un’apertura negoziale e una risposta all’intransigenza di Mosca, non scalfita neppure dalle blandizie affaristiche degli emissari di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner. Peccato che il formato E3+Ucraina non veda al tavolo l’Italia. Declinante o non invitata?
Non fa differenza. Roma è stata troppo ondivaga sulla necessità di garanzie europee – di chi altri se Washington si tira indietro – al futuro post-bellico di Kiev. Giorgia Meloni e Guido Crosetto lo negheranno ma hanno fatto capire che era un amaro calice da tener lontano il più a lungo possibile.
Gli altri tre leader, e soprattutto il quarto, Zelensky, hanno invece bisogno di chiarezza d’impegno adesso per mettere gli europei al tavolo delle trattative. Un “dopo vedremo” non basta. Quindi tirano avanti senza Italia.
Il che risolve anche il problema del “mediatore europeo”. Se ci sarà lo saranno loro. Se Putin non lo vuole la guerra, che non sta andando particolarmente bene per lui, continuerà. Disastro per l’Ucraina, ma sempre di più anche per la Russia.
Peccato perché l’assenza dell’Italia peserà anche domani. I formati ristretti sono il dramma costante della nostra politica estera. Grande successo quando ci entriamo (G7, gruppo di contatto ex-Jugoslavia), infelice gara ad inseguimento quando ne rimaniamo fuori (negoziato per l’accordo nucleare con l’Iran del 2015). Qui può diventare particolarmente grave.
Comprensibilmente – siamo in Europa non in Medio Oriente o nell’Indo Pacifico – i leader francese, tedesco e britannico vogliono farvi sentire la voce, o le voci, europee. Questo non varrà solo per la guerra russo-ucraina
Il futuro negoziato sull’Ucraina – prima o poi ci sarà – metterà la prima pietra della futura architettura di sicurezza continentale ed euro-atlantica. Chi siederà a quel tavolo? Gli americani naturalmente, ma senza deleghe in bianco come ai vecchi tempi.
Per loro scelta. Donald Trump ha il pregio di essere esplicito. Con lui, gli Usa tutelano principalmente i loro interessi nazionali, vedi l’incontro di Anchorage con Vladimir Putin, a sorpresa e senza alcuna successiva informativa degli alleati, non quelli “atlantici”. Fuori dagli E3 oggi, domani l’Italia sarà ai blocchi di partenza di un’altra corsa diplomatica a inseguimento.
Cosa possono dire i tre leader franco-tedesco-britannici, affiancati da Zelensky? Ripetono che sono pronti a sedersi a un vero tavolo negoziale. L’hanno già detto e lo confermano.
Ma la condizione sine qua non è che sia un “vero” negoziato, il che significa avere come interlocutori fondamentali, su un piede di parità, Mosca e Kiev.
C’è certamente spazio per altri partecipanti in veste di mediatori, facilitatori, garanti ecc. ma il do ut des della trattativa deve essere fra Russia e Ucraina. Che è quanto Zelensky chiede e Putin rifiuta. A questo rifiuto Londra oggi risponderà: «Caro Vladimir, non vuoi negoziare con Volodymyr e continui invece a fargli la guerra, pardon l’operazione speciale che ha già mietuto tante giovani vite umane russe?
Non ci lasci altra scelta che continuare a sostenerlo. PS: ti saresti dovuto accorgere che è un vicolo cieco da cui non puoi uscire più vincitore di quanto hai già strappato. Incassa e accontentati».
Il problema di Putin è proprio che non può accontentarsi delle conquiste territoriali già fatte, fra il 2014 e il 2022-26, pari a circa il 20% del territorio ucraino internazionalmente riconosciuto.
Non che Kiev lo cederebbe formalmente, ma sarebbe la situazione di fatto con un cessate il fuoco sulla linea del fronte attuale. Che è quanto chiede Zelensky per mettere fine alla guerra. Soluzione coreana – dove dura da settant’anni.§Ma Putin ha posto una posta troppo alta. Vuole di più, specie un’Ucraina sottomessa. L’ha detto e ripetuto troppe volte. “Accontentarsi” significa tirarsi indietro e perdere la faccia.
Quindi deve continuare una guerra che non può vincere. Se non facendo venir meno il sostegno occidentale a Kiev. C’è riuscito, in buona parte, col pezzo più grosso quello americano. Trump non fa più assistenza militare all’Ucraina.
Gliela vende. Può ripetere con gli europei? Dove ha amici, come Matteo Salvini e Roberto Vannacci, i governi frenano, ma oggi, da Londra, i tre principali leader, pur tutti a rischio in politica interna, gli dicono di no. Si fa così politica estera. Anche per arrivare al tavolo negoziale.
Stefano Stefanini
per “la Stampa”
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Giugno 8th, 2026 Riccardo Fucile
SONO DIVERSI GLI ELEMENTI CHE SOSTENGONO L’ACCUSA
«Non pensavo di dover affrontare, dopo la violenza, anche il dileggio. Lui bello, io normale. Quando l’ho letto non credevo ai miei occhi. Questo non riguarda l’inchiesta, posso e voglio dirlo». Si chiama V. l’imprenditrice che ha denunciato il senatore di Forza Italia Francesco Silvestro per una violenza sessuale nello studio del parlamentare a San Luigi dei Francesi. Oggi lei parla in un’intervista a Repubblica nella quale replica alle parole di Silvestro. Intanto a carico del senatore Palazzo Madama valuterà sanzioni che vanno dalla censura all’interdizione ai lavori del Senato (per un massimo di dieci giorni). E il leader di Forza Italia Antonio Tajani valuta la sua sospensione dal partito.
Francesco Silvestro e l’accusa di violenza sessuale
Silvestro è stato denunciato da una rappresentante di vini che lo accusa di violenza sessuale nel suo studio in Senato. «Non voglio intralciare il lavoro dei magistrati. Né gettare la mia vita nel tritacarne», dice a Repubblica. Spiega di avere clienti come «manager, professionisti, esponenti istituzionali. E mi è capitato di avere ordinativi da parlamentari, persone perbene, che c’entra?», in risposta al senatore.
Poi racconta come tutto è cominciato. «È partito da loro. Conoscevo da anni un signore, per lavoro, che si era sempre presentato a me come carabiniere. Con lui ci sentivamo o scambiavamo gli auguri di Natale. Nel 2025 lo rivedo a Roma. Mi dice: adesso sto col senatore Silvestro. Poi mi chiama a febbraio, dice che “il senatore” mi voleva vedere perché per inaugurare la sua villa a Capri: doveva rifornire la cantina».
Il 25 febbraio 2025 non è andata da sola all’appuntamento: «Mi accompagna quasi sull’uscio di quel Palazzo un amico che ha l’auto elettrica. Gli dico: aspettami, devono ordinarmi delle bottiglie». Descrive la stanza: «Un segretario mi fa accomodare dentro, oltre l’anticamera dove ci sono gli assistenti. Lui era in aula, mi dicono, arriva dopo, si chiude la porta alle sue spalle. La stanza? Più lunga che larga: a sinistra la sua scrivania con le due bandiere, a destra salottino con il divano». Dopo le prime ordinazioni tutto degenera. E, assicura, non c’è stato alcun consenso tra di loro. «Tengo a dire che allora prendo piumino e borsetta.. Lui però mi blocca. Ero come raggelata. Un senatore. Nel suo studio. La cosa mi ha paralizzato: è a piano terra, certo ci sono le tende, ma se qualcuno da fuori… La psicologa mi ha spiegato che questa paralisi è tipica».
Dopo la violenza
V. prosegue nel racconto: «Esco dal palazzo sconvolta, il mio amico mi ha vista in lacrime e mi ha fatto compagnia fino a tardi. Quella stessa sera il senatore mi manda un link e un indirizzo. È un hotel. Non ho mai risposto». Ha aspettato un anno a sporgere denuncia perché «stavo male dentro. Sono stata sotto terapia psicologica, cercavo di rimuovere, ma in realtà dovevo affrontarlo per superarlo». Dice anche di aver contattato lo studio di Giulia Bongiorno per la denuncia: «Dopo qualche giorno mi hanno chiamato, spiegando che lo studio era oberato, non aveva tempo».
L’incontro con il carabiniere
C’è un nuovo incontro con il carabiniere: «Ma ci vediamo con lui, alla fine , in un bar un po’ degradato in una zona industriale della Campania. Lui mi vede, mi chiede di lasciare borsa a telefono lontano…». E poi? «Le frasi che erano sul giornale. Che mi sarei rovinata la vita, non avrei più lavorato, eccetera». Poi replica alla frase di Silvestro su lui bel ragazzo, lei normale: «Voleva dire che non sono Miss Universo. Che squallore. Mi ha dato l’ultima consapevolezza. Un’ulteriore forza. Adesso veramente, dopo aver letto quelle parole, sono ancora più convinta di aver fatto la scelta giusta. Sarà la magistratura a valutare».
Forza Italia
Intanto sempre secondo Repubblica Tajani riflette sulle possibili sanzioni al
senatore. Che ha rotto da tempo con Fulvio Martusciello, capodelegazione di FI a Bruxelles e, appunto, segretario regionale del partito partenopeo. Silvestro ha un’impresa di materassi. Sul sito del Viminale si presenta come odontotecnico diplomato. Aggiunge anche una laurea «hc» (honoris causa?) in «economia e commercio» e si dichiara «socio aggregato» di una camera degli avvocati. In altri documenti si presenta pure come «console dell’Ossezia del Sud». Che per la Farnesina non esiste. Per la decisione si valuta anche la questione dell’opportunità. Perché oltre all’accusa c’è il luogo in cui è stato commessa: il Senato.
(da Repubblica)
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Giugno 8th, 2026 Riccardo Fucile
SOTTO INCHIESTA PER TENTATA VIOLENZA PRIVATA ANCHE IL CARABINIERE, PARENTE DEL POLITICO, CHE AVREBBE PROVATO A CONVINCERE L’IMPRENDITRICE A NON SPORGERE DENUNCIA
Indagati entrambi. Il senatore e il carabiniere. Il caso di Francesco Silvestro,
parlamentare di Forza Italia accusato da un’imprenditrice 52enne per un atto di violenza sessuale che sarebbe avvenuto nel suo studio, nel Palazzo di San Luigi de’ Francesi, come rivelato da Repubblica, approda in queste ore alla Procura di Roma.
Sotto inchiesta finisce sia il politico, che oggi è anche presidente della Bicamerale per gli affari regionali, con l’ipotesi di violenza sessuale; sia il militare Antonio P., per tentata violenza privata.
A quanto si apprende già nell’ufficio che ha accolto l’originaria querela della donna il senatore ed il militare, suo parente, sono stati iscritti nel registro degli indagati: anche a loro tutela, per consentire fin dall’immediatezza velocità alle indagini, nell’interesse della denunciante e delle garanzie per gli accusati.
Nessun commento da Piazzale Clodio, c’è una cortina impenetrabile intorno alla vicenda denunciata da V., oggi confermata nell’intervista a Repubblica, in cui la donna racconta di aver subito la violenza nello studio di Silvestro, a piano terra del Palazzo dei Beni Spagnoli.
(da Repubblica)
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Giugno 8th, 2026 Riccardo Fucile
HA GIA’ IN CASSA UN MILIONE DI EURO, PUNTA AL SORPASSO SULLA LEGA… IL RUOLO DI SFORZINI, IMPRENDITORE MASSONE
Con un partito ancora su carta e un’allegra compagnia di estremismi di vario tipo, il
generale conquista rapidamente posizioni e consensi. Il fenomeno da baraccone è diventato un fenomeno politico, mica facile riporlo nella collezione di soldatini. La previsione di un sondaggista di alto rango è spietata per il centrodestra di Giorgia Meloni che s’è dato una pettinata in quattro anni di governo: Vannacci è determinante.
Al momento Futuro Nazionale è un «documento notarile e un simbolo depositato» di cinque mesi fa, lo dice il suo fondatore, eppure i sondaggi lo quotano già attorno al 5 per cento con un margine di crescita di 1 o 2 punti se acciuffa elettori del centrodestra che non si muovono troppo e ancora di 1 o 2 punti o chissà quanti se risveglia elettori del centrodestra che si astengono. Dettagli: il sorpasso sui leghisti è questione di settimane, se non di giorni.
Toscano di Viareggio nato a La Spezia il 20 ottobre 1968, generale di Divisione in congedo, paracadutista incursore che ha comandato il reggimento “Col Moschin”, la brigata “Folgore”, la “Task force 45” in Afghanistan, il “Contingente nazionale terrestre” in Iraq e ha partecipato a missioni in Yemen, Ruanda, Libia, Somalia, Bosnia Erzegovina, Costa d’Avorio, per decifrare Roberto Vannacci è opportuno
partire dal libro e andare oltre il libro “Il mondo al contrario” (estate 2023) e dragare il mondo di sotto e di sopra che lo circonda. Ci sono due eventi che hanno compromesso la carriera militare e preparato la carriera politica di Vannacci. 13 marzo 2019, rientrato da Bagdad, il generale depositò un doppio esposto – giustizia ordinaria e militare – per denunciare l’esposizione all’uranio impoverito dei soldati in Iraq e la mancata tutela dei vertici della Difesa.
Il secondo evento si è sviluppato da febbraio 2021 a settembre 2022 durante l’incarico di addetto militare presso l’ambasciata italiana a Mosca. Il generale Vannacci, subito ben introdotto nel sistema russo, rimase affascinato dal modello sociale di Vladimir Putin e, nelle sue relazioni di servizio allo Stato Maggiore, era sempre indulgente nonostante le esercitazioni militari dell’Armata a ridosso dei confini ucraini.
Vannacci fu espulso – attenzione: provvedimento collettivo, non individuale – assieme ai connazionali come ritorsione per le sanzioni europee comminate a Mosca dopo la guerra a Kiev e, dopo nove mesi, ricollocato all’Istituto geografico militare di Firenze. Non la destinazione che preferiva, probabilmente. Non il riconoscimento che rivendicava, certamente.
Allora il generale avviò l’operazione “Il mondo al contrario”, edizione digitale nella settimana di ferragosto (2023). Un formato semiclandestino: per il pubblico generalista, non per le gerarchie in uniforme. Il libro è un classico manifesto di estrema destra: la patria e la famiglia e la cultura e la tradizione minacciati da lassismo, immigrazioni, omosessuali, ambientalisti. Niente di eccessivamente originale per il pubblico di Salvini e Meloni.
Vannacci ha occupato facilmente questo territorio politico non più presidiato da Salvini e Meloni, nel mentre autorevoli commentatori, inforcato il monocolo, scandagliavano il libretto come se il “dilemma” fosse la struttura narrativa e non il seguito popolare che un misto di banalità e corbellerie aveva suscitato.
Però Vannacci, più accorto di quanto appaia, non ha sfondato subito in politica, s’è fatto trascinare dal vortice mediatico che adora creare titoli e dibattito; s’è concesso come ispiratore dell’associazione Mondo al contrario (in sigla Mac) del suo amico/ex amico Norberto De Angelis, campione di football americano fermato da un grave incidente; s’è fatto benestante con i ricavi del libretto tradotto e ristampato, 800.000 euro dichiarati nel 2023 e 200.000 euro stimati nel 2024, secondo i documenti ufficiali. S’è messo lì, un po’ presente e un po’ in disparte, aspettando che qualche ingenuo da fenomeno da baraccone lo trasformasse in fenomeno politico. Matteo Salvini non s’è lasciato sfuggire l’occasione e, disperato per il collasso della Lega, ha consegnato al generale un bel seggio da eurodeputato (giugno 2024) e un pezzo di Carroccio con la nomina a vicesegretario (maggio 2025).
Vannacci è stato catapultato in Europa con 560.000 preferenze che vuol dire 560.000 leghisti da Nord a Sud che hanno scritto il suo nome sotto al simbolo con il nome di Salvini. Il generale è diventato azionista non soltanto della Lega, ma anche di Salvini. Ancora una volta, Vannacci non ha agito di fretta. Perché averne, di fretta: vetrina europea a Bruxelles, eccellente stipendio, autonomia assoluta di favellare da Mussolini statista alla Decima Mas. Già lo scorso anno, dopo neanche un semestre da eurodeputato leghista, i primi segnali con le Regionali in Toscana e con una modifica di statuto al Mac, non più associazione culturale, ma associazione politico culturale per «offrire un appoggio concreto» al generale onorevole. Vannacci ha attirato vecchi leghisti e nuovi avventurieri, per esempio l’ex senatore Umberto Fusco, ma a nessuno ha offerto la sua faccia e su nessuno ha apposto la sua firma.
A una cena di Natale a Parma, il 12 dicembre 2025, ha iniziato le sue manovre di distacco da Salvini. «In quella circostanza mi ha chiesto di aiutarlo a scrivere il programma», ricorda il pavese Luca Sforzini, perito d’arte, che si definisce imprenditore, politico, mecenate, filantropo. Sforzini frequenta la politica lombarda sin da minorenne, e non ha di fatto smesso a leggere la sua biografia: a 16 viene introdotto nella Lega da Franco Castellazzi, poi va a studiare nel Regno Unito, a 23 anni torna e lancia la “Giovane Pavia”, poi è «cooptato» nel Partito Repubblicano da Giorgio La Malfa e diventa vicesegretario regionale lombardo, a 31 anni collabora con l’eurodeputato Vittorio Sgarbi, infine va a lavorare per il forzista Francesco Fiori. A 26 anni nel ’99, altro passaggio rilevante, Sforzini è ammesso all’obbedienza massonica Grande Oriente d’Italia. Quattro anni fa ha comprato il castello medievale di Castellar Ponzano in provincia di Alessandria e, una volta ristrutturato e rinominato Castello Sforzini, ha inaugurato il centro studi “Rinascimento Nazionale”. Vannacci l’ha conosciuto un anno fa e si sono piaciuti tanto, talmente tanto che gli ha affidato il compito di convertire le sue parole d’ordine su patria, famiglia eccetera in programma di partito. Due mesi dopo la cena di Parma, a febbraio il generale ha liquidato Salvini e la Lega e pure il suo amico De Angelis con l’associazione Mac: «Verrà assorbita da noi». Mac ha già versato i soldi raccolti (83.300 euro) sul conto di Futuro Nazionale e non ha più ragione di esistere: il contenuto è gestito da Sforzini, il contenitore è Futuro Nazionale con la sua triade Massimiliano Simoni (coordinatore, consigliere regionale), Edoardo Ziello (deputato, responsabile organizzazione), Annamaria Frigo (tesseramento nazionale).
L’ultimo fine settimana di maggio, il generale era in Sicilia per reclutare Stefano Ruvolo di Patto Italia e Confimprenditori – dopo l’ingresso di Indipendenza di Gianni Alemanno – e in contemporanea Sforzini radunava al Castello avvocati e docenti con il primo intervento dell’ex leghista Mario Borghezio. Ciò che sorprende è la capacità di mobilitazione di Futuro Nazionale: 85.000 iscritti in 1.100 comitati formati al ritmo di decine al giorno. Come se il mondo al contrario di Vannacci avesse attivato altri mondi. «No, lo escludo. Io partecipo a titolo personale», precisa Sforzini quando si fa riferimento alla massoneria. E Vannacci sull’argomento: «Non c’è alcun legame fra me e la massoneria. Io non chiedo alle persone che conosco se sono o meno affiliate a questo sodalizio. Mi risulta solo che non sia illegale. Durante il tempo libero fanno quello che vogliono». Sforzini ha pianificato il test di Vigevano (64.000 abitanti): con un comizio del generale e senza il simbolo, il suo candidato a sindaco Furio Suvilla ha preso il 14 per cento, il doppio di 6 anni prima e soprattutto più di Lega e Fdi.
Futuro Nazionale sarà partito entro l’anno per essere pronto con le elezioni nel 2027. Sì, la prossima settimana a Roma si terrà l’assemblea costituente, ma Vannacci darà i “galloni”, parole sue, dopo le prove sul campo. Precauzioni: in questa fase l’afflusso di aspiranti candidati e (ri)candidati è massiccio. «Io non ho problemi ad accettare persone che giungono da altre esperienze politiche purché assimilino i nostri valori, ideali, principi. Altrimenti così facilmente sono entrati, così facilmente ne usciranno», arringa il generale.
Futuro Nazionale ha già costituito la sua componente alla Camera nel gruppo misto con tre ex leghisti (Ziello, Rossano Sasso, Laura Ravetto), un ex meloniano (Emanuele Pozzolo, non privo di guai). Altri quattro/cinque sono già arrivati. Il generale pregusta bilanci rigogliosi: «Adesso possiamo usufruire di ciò che prevede la legge: erogazioni detraibili per i nostri sostenitori e due per mille il prossimo anno». Con tessere da 10 euro – di cui 2 per la produzione e 8 al partito – i 90.000 iscritti hanno generato introiti per 720.000 euro che si aggiungono ai circa 200.000 euro in donazioni da marzo a maggio (esclusi i soldi di Mac, ndr).
Vannacci fa lo spavaldo: «Non ho interlocuzioni formali con il centrodestra. Salvini non lo sento da quando ci siamo separati. Gli ho mandato gli auguri per il compleanno. Fontana? Centinaio? Lupi? Chi mi critica è ininfluente». Marina Berlusconi è un bersaglio quotidiano: «Forza Italia eterodiretta?».
A Vannacci conviene la campagna in solitaria con le truppe che si disperdono nelle retrovie (e però in Europa sta già con l’ultradestra dagli istinti razzista di Afd & soci). Il repertorio è semplice: dall’ossessione per Putin ai burocrati di Ursula von der Leyen per dimostrare l’incoerenza di Salvini e Meloni. Il sondaggista di alto rango ha analizzato i flussi interni al centrodestra, e sentenzia: il contributo di Futuro Nazionale è superiore alle eventuali perdite da Forza Italia. A Meloni la scelta: centrodestra che perde o centrodestra che Vannacci?
(da lespresso.it)
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Giugno 8th, 2026 Riccardo Fucile
IL PROGETTO DELL’EDITORE GRECO E’ QUELLO DI UNA RETE INFORMATIVA ITALIANA, CON UN TELEGIORNALE A CACCIA DI UN GRANDE NOME
Lo sbarco dell’editore greco Theo Kyriakou sta per rivoluzionare il settore
dell’informazione. Anche televisiva. Non c’è, infatti, solo l’acquisizione del gruppo Gedi, radio comprese, ma anche il progetto – come anticipato dal Sole 24 Ore – di una “Cnn” italiana. Insomma, un investimento a tutto tondo nel mondo dell’informazione attraverso la branca italiana di Antenna group, già pronta a cooperare con Dazn. Il nuovo telegiornale, nell’ambito della rete all news, potrebbe essere curato sul digitale per conto di Nove (oggi di proprietà del gruppo Warner Bros Discovery).Il nome preferito per il ruolo di direttore è quello di Enrico
Mentana, attualmente al timone del Tg di La7, che ha plasmato a propria immagine e somiglianza.
Sarebbe il segnale di Kyriakou per irrompere con un colpo a effetto nel mercato dell’informazione audiovisiva italiana. Nei mesi scorsi non sono mancate le voci di un possibile addio di Mentana dalla rete di Urbano Cairo, proprio per un approdo a Nove in caso di potenziamento del settore informativo. Frasi sibilline, retroscena su trattative. Ma poi è tornato il sereno. O comunque c’è stata la tregua. Fatto sta che il giornalista è rimasto al proprio posto. Tuttavia, non sono passate inosservate le recenti parole al festival di Dogliani, molto critiche nei confronti della linea editoriale.
«Tutti i programmi di La7 hanno la stessa impostazione, hanno gli stessi ospiti, hanno lo stesso orientamento. Una televisione che sicuramente ha ospitato penso almeno un centinaio di volte nell’ultimo anno solare Schlein e Conte, solo due volte Crosetto», ha detto Mentana, pur ammettendo comunque che la strategia funziona da un punto di vista di mercato. Una certa insofferenza si intravede. E c’è chi scommette che il sodalizio non sia destinato a durare ancora per molto. L’iniziativa della cosiddetta Cnn italiana, con il marchio greco, potrebbe andare maggiormente nella direzione immaginata da Mentana: un’informazione con l’aura della terzietà. E con la possibilità di avviare una nuova sfida professionale. Anche se prima di portare avanti il discorso, occorre mettere nero su bianco il progetto di Kyriakou. Compreso la disponibilità delle risorse economiche per una squadra di primo piano. Perché al momento è solo un’idea dell’editore.
(da editorialedomani.it)
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Giugno 8th, 2026 Riccardo Fucile
IL MOSSAD E’ ANDATO OLTRE MA ALLA CASA BIANCA HA SEMPRE AVUTO ORECCHIE
Una cosa colpisce in questo sfiancato 2026, in questo precoce esalare dell’ennesimo anno “in agony”, tra massacri concretissimi e teoriche dichiarazioni dei diritti: fa scandalo, si grida al tradimento per la notizia che il Mossad, questo polipo tenace paziente prensile, spia gli Stati Uniti. Sì, gli Stati Uniti. I Servizi israeliani, con armeggi oscuri, mettono il naso (perfino?!) negli sgangherati segreti dell’amico Trump. A cui Netanyahu ha promesso la massima patacca prevista dallo Stato ebraico per premiare l’alleato perfetto.
I morti, colpevoli ma soprattutto innocenti, si ammonticchiano grazie anche a questo crocicchio spionistico di doppi fondi, bugie, inganni, sfregi al codice penale noto confidenzialmente come “l’Istituto”, che ormai mette ovunque, nette e allucinanti, le sue impronte digitali vantandosene. Vi par strano che tradisca perfino le Tavole dell’intoccabile Canone occidentale? Ogni alleanza ha i suoi guai.
Suvvia! Che ipocriti. Applaudiamo con dionisismi fiumani, dal 1948, a ogni omicidio mirato domestico e in trasferta, vera pietra d’altare nei riti dei solerti cucinatori di questo genere di pietanze criminali. Le diramazioni da tela di ragno ci incantano come le esibizioni di tracotanza impunita di questi accreditati piromani della guerre sporche. Gli escamotage efficacissimi, dal telefonino bomba per Hezbollah fino ai borgiani cioccolatini al topicida riservati a quelli dell’Olp, sono passati in mille libri e articoli come gustosa leggenda.
Quando i pensionati del Mossad, con la consueta transustanzazione, trovano ufficio e stipendio nelle agenzie della cosiddetta Sicurezza a tutti i costi o nelle aziende locali dell’high tech spionistico, non sono forse le democrazie mature, compresa l’Italia, i migliori clienti di questi gioiellini che servono a tener d’occhio soprattutto sudditi pericolosi? Al Pentagono, poverini, si indignano perché il Grande Fratello israeliano è negli States a «un livello critico» di intrusione e che le conversazioni del catastrofico negoziatore per il Vicino Oriente Witkoff e del gran muftì del Pentagono Colby non hanno segreti per il Mossad. I “karsa”, i suoi reclutatori, si sa hanno gusto nello scegliere i collaboratori.
Giochiamo a carte scoperte: chi è amico nella visione israeliana del destino? Nessuno. Chi è nemico? Tutti. Perché mai Netanyahu, impegnato a edificare una zona di sicurezza silenziosa come un cimitero dal Mediterraneo alla Via della seta, dovrebbe fidarsi di un tipo come Trump e della sua banda di trafficoni prestati alla politica internazionale da una delle frequenti battute a vuoto della più grande democrazia della Storia?
Con l’Iran e a Gaza e in Libano, tutti posti dove il viver ormai disossa, qualsiasi quiete perduta, polverizzati perfino gli habitués del bel tempo andato, Israele gioca una partita ben diversa da quella di Trump. Lo ha fatto scivolare nella guerra con i Pasdaran. Che rischia di far finire al museo la onnipotenza americana. Ma la acrobazia più complessa è quella di tenerlo ben avviluppato nella rete fino a quando tutti gli scopi di Israele saranno raggiunti. Trump è certamente più amico, e complice, dei presidenti che lo hanno preceduto; ma chi garantisce lo Stato ebraico dalle contorsioni imprevedibili dei suoi piani monumentalmente ambiziosi e fallimentari? Chi garantisce che lo scombinato Mabuse di Mar-a-Lago domattina non decida davvero di stringer la mano alla Guida suprema che fino a un’ora prima garantiva di aver sbriciolato con una bomba di cinquemila chilogrammi? Il profumo di un buon affare, di un succulento contratto petrolifero gli può offrire la più profonda consolazione e voilà, l’Iran può risorgere dalla età della pietra al miracolo trumpiano dell’arricchiamoci… Con lui visibilità zero come su una autostrada ingessata dalla nebbia. Quindi meglio prender precauzioni.
La sanno lunga a Gerusalemme di come si fa in fretta a smontare le impalcature geopolitiche delle eterne amicizie. Basta consultare la panciuta lista degli alleati “indispensabili’’ degli Stati uniti, dai vietnamiti agli afgani, sacrificati alla elasticità di questi rapporti speciali. Una pièce già nota dunque.
Allora cosa c’è di più utile per sopravvivere che sapere in anticipo le idee che questi strampalati diplomatici fai da te portano nelle valigette quando telefonano dai loro jet privati in comodo viaggio verso sterili negoziati da premio Nobel? Queste, spiare soprattutto gli amici, son cose che si fanno, lo si certifica in proverbio, senza dirle. Il nasconderle anzi è la condizione per farle. Un gioco da ragazzi per chi riuscì ad arruolare, per anni, il fedelissimo ma avido autista di Arafat, Kasim, che inviava al «nemico sionista» densi rapporti quotidiani sulle attività lecite e illecite del raiss. Si dimenticarono di avvertirlo (ma fu davvero sbadataggine?) che anche grazie ai suoi rapporti avrebbero bombardato il quartier generale palestinese a Tunisi. La “fonte” ci rimise, per sua fortuna, solo una gamba.
E poi è imbarazzante ritornarci, ma è utile. Scomodo ma necessario. A Washington hanno memoria labile e ritrosa se non ricordano Jonathan Jahy Pollard, analista dei servizi segreti della Us Navy che trasferiva materiale top secret ai suoi datori di lavoro di Gerusalemme per 2.500 dollari al mese. Verrebbe da dire: a costo basso. Quando lo scoprirono, nel 1985, chiese, troppo tardi, asilo alla ambasciata israeliana. Il nome dell’ambasciatore dell’epoca che trattò la pratica ? Benjamin Netanyahu! Per tirarlo fuori dall’ergastolo americano, nel frattempo, gli concessero la cittadinanza onoraria e offrirono scuse formali agli Usa: «Spiare gli Stati Uniti è in totale contraddizione con la nostra politica. Tale attività è sbagliata». «Nelle
proporzioni raggiunte», si precisava. Ammissione postuma in cui «le proporzioni» significava non rinunciare a spiare ma evitare in seguito di farsi scoprire. La segretissima sezione americana del Mossad si chiama “Al”, ovvero «al di sopra». Di tutto. Appunto.
(da La Stampa)
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