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I SONDAGGI CHE DANNO IL GENERALE AL 3,5-4% AGITANO IL CENTRODESTRA. I VOTI SONO DECISIVI PER DETERMINARE L’ESITO DELLE ELEZIONI MA CI SONO DUE INSIDIE PER LA MELONI

Maggio 13th, 2026 Riccardo Fucile

LA PRIMA E’ LO SPOSTAMENTO A DESTRA DELL’ASSE DELLA COALIZIONE DI GOVERNO (COME CONCILIARE IN POLITICA ESTERA LE POSIZIONI DELL’UCRAINO FAZZOLARI CON IL FILO-PUTIN VANNACCI?) … LA SECONDA INSIDIA: PER SALVINI ACCETTARE IL RITORNO DI VANNACCI EQUIVALE A SUBIRE UNA FORMA DI ISTIGAZIONE AL SUICIDIO. SENZA TRASCURARE ANCHE FORZA ITALIA: IL NUOVO CORSO LIBERAL DI MARINA BERLUSCONI COME SI CONCILIA CON L’ULTRADESTRA VANNACCIANA?

Era prevedibile che il generale Vannacci facesse pesare il suo 3,5-4 per cento che i sondaggi gli attribuiscono. Senza aspettare di vedere affievolirsi l’onda favorevole che in questo momento sembra incoraggiarlo. Dunque il suo proporsi a Giorgia Meloni era da mettere in conto, benché sia singolare che lo scissionista di ieri diventi l’aspirante socio di oggi. Beninteso, il suo approccio contiene due insidie, per non dire due trappole.
La prima insidia è lo spostamento a destra dell’asse della coalizione di governo. La premier Meloni si è sforzata in questi anni, sia pure fra qualche contraddizione, di costruire il profilo di Fratelli d’Italia come partito conservatore inserito nella cornice europea: più vicino ai Popolari di quanto si ammetta sul piano ufficiale, ma ortodosso nella sua fedeltà alla tradizione euro-atlantica.
Nonostante Trump o forse proprio pensando al dopo-Trump. Tendere la mano a Vannacci e alle sue conclamate ambizioni vuol dire spostarsi ancora più a destra, fino ad ammiccare inevitabilmente ai tedeschi di Alternative o ai francesi lepenisti. E ancora, elemento da non sottovalutare, agli inglesi di Farage. Vuol dire imboccare la strada di un populismo di destra che rappresenta l’opposto della strada percorsa fin qui dalla presidente del Consiglio.
Senza contare l’aspetto forse più importante.
Vannacci è un fervente sostenitore delle tesi russe sull’Ucraina, per lui è opportuno che Zelensky ceda le armi. Il governo italiano, nonostante una Lega recalcitrante, ha invece sostenuto una linea coerente di sostegno a Kiev, al pari dell’Unione Europea.
Difficile immaginare che tutto venga buttato all’aria sotto la spinta di un partito del 4 per cento desideroso d’imprimere una svolta in senso filo-Putin alla nostra politica estera: oltretutto alla vigilia delle elezioni.
Una simile operazione, fosse pure solo adombrata, sarebbe un grave danno d’immagine e di sostanza per l’Italia. Non è strano che Vannacci la proponga, sarebbe sorprendente se qualcuno immaginasse di prenderla in considerazione. Ma per ora non risulta.
La seconda insidia riguarda il sistema di pesi e contrappesi nel centrodestra. Il neo-partito, Futuro Nazionale, è nato da una costola della Lega salviniana, una forza che s’illudeva di occupare uno spazio “sovranista” alla destra di Fratelli d’Italia. Il piano è fallito, come è noto, e oggi i voti virtuali di Vannacci sono sottratti in larga misura proprio al Carroccio.
Il che pone Salvini in una posizione che dire scomoda è poco. Per l’antico “capitano” un po’ in disarmo, accettare il ritorno di Vannacci equivale a subire una forma di istigazione al suicidio. Senza trascurare che anche Forza Italia, ossia il segmento “centrista” dell’alleanza di governo, non potrebbe far finta di nulla — da Taiani a Marina Berlusconi — di fronte al protagonismo vannacciano.
Ora, è vero che le previsioni assegnano un ruolo decisivo a Futuro Nazionale per determinare l’esito delle elezioni. Come dire che senza il generale il centrodestra sarebbe a rischio di sconfitta. Ma la situazione è più complicata.
(da agenzie)

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GIORGIA, IL PASTROCCHIO ELETTORALE FATTELO DA SOLA! LE OPPOSIZIONI RISPEDISCONO AL MITTENTE LA PROPOSTA DELLA MELONI DI UN “TAVOLO” PER MODIFICARE INSIEME LA LEGGE ELETTORALE

Maggio 13th, 2026 Riccardo Fucile

FDI PROPONE UN RITOCCO AL PREMIO DI MAGGIORANZA CHE IL CENTROSINISTRA CONSIDERA “SPROPORZIONATO” E INCOSTITUZIONALE: L’IPOTESI DEI MELONIANI È DI RIDURLO, SOLO ALLA CAMERA (DOVE SI PREVEDONO 70 DEPUTATI AGGIUNTIVI PER CHI OTTIENE IL 40% DEI VOTI), MENTRE AL SENATO RESTEREBBE INVARIATO

Giorgia Meloni ha dato l’ordine, lunedì sera, nel corso dell’ultimo vertice di maggioranza sulla legge elettorale: avviate il dialogo con le opposizioni, non offriamogli il pretesto per urlare all’ennesima forzatura, dire che noi vogliamo cambiare da soli le regole del gioco.
E i pretoriani hanno eseguito: partendo dalla Camera, il ramo del Parlamento dove il ddl targato centrodestra è stato incardinato.
Da bravi scolaretti, si sono divisi i compiti. Il capogruppo della Lega, Riccardo Molinari, ha chiamato gli omologhi di Pd e 5S, Chiara Braga e Riccardo Ricciardi. Il collega di FdI, Galeazzo Bignami, ha contattato Azione e Iv. Mentre il forzista Enrico Costa ha sentito Avs.
Identico l’invito, rivolto a tutti gli interlocutori del centrosinistra: «Apriamo un tavolo per modificare insieme il Rosatellum». Identica, sebbene con sfumature
diverse, la risposta: «Nessun tavolo, il confronto lo faremo in commissione quando inizierà l’esame del vostro testo e degli emendamenti che saranno presentati».
Consapevoli che tendere la mano in un momento in cui la coalizione di governo è in affanno, incapace persino di trovare una quadra al suo interno — divisa (quasi) su tutto, dall’entità del premio alle preferenze — significherebbe toglierle le castagne dal fuoco.
Tanto più per una correzione del sistema elettorale pensata per non rischiare di perdere al prossimo giro. E pazienza se il meloniano Giovanni Donzelli ancora ieri insisteva: «Niente è precostituito, abbiamo già detto che siamo pronti a qualsiasi cambiamento, non c’è un pacchetto chiuso».
Proponendo un ritocco al premio di maggioranza che le opposizioni considerano «sproporzionato» e dunque incostituzionale: lo si potrebbe ridurre, ha spiegato il n.2 di FdI, ma solo alla Camera (dove si prevedono 70 deputati aggiuntivi per chi ottiene il 40% dei voti), mentre al Senato resterebbe invariato.
La minoranza però non si fida. E, almeno per ora, fa muro. «È singolare che c’invitino al dialogo dopo che se la sono suonata e cantata, presentando un testo irricevibile, scritto tutto da loro», denuncia Alessandro Alfieri, responsabile riforme del Pd: «Aprono perché sono in difficoltà. Facciano tabula rasa, anche del premierato, e se ne può discutere».
Una linea che le forze del campo largo hanno concordato: la legge elettorale non è una priorità. Prima vengono i problemi degli italiani. E infatti. «Ci sediamo solo se si discute di salari, lavoro, costo della vita, liste d’attesa: è su questo che ci aspettavamo una convocazione», chiariscono i dem Boccia e Braga
Lo pensa anche Giuseppe Conte: a Palazzo Chigi parlano d’altro «e intanto ci sono rincari fuori controllo a carico di famiglie e imprese, tre anni di crollo della produzione industriale, licenziamenti, calo degli stipendi».
È in questo scenario che si inserisce la smentita di Marina Berlusconi, secondo alcuni retroscena impegnata a brigare con il Pd in vista delle prossime politiche: «Non sono né artefice, né ispiratrice di manovre volte a ridefinire alleanze e schieramenti, o addirittura a influenzare l’elezione del futuro presidente della Repubblica».
(da Repubblica)

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DANIEL LURIE, SINDACO DEMOCRATICO DI SAN FRANCISCO, È RIUSCITO IN POCHI ANNI A RIPULIRE L’IMMAGINE DELLA CITTÀ, DIVENTATA IL SIMBOLO DEL DISORDINE, TRA OVERDOSE DI FENTANYL, SENZATETTO E AZIENDE IN FUGA

Maggio 13th, 2026 Riccardo Fucile

IL 49ENNE, EREDE DELLA FAMIGLIA DISCENDENTE DI LEVI STRAUSS (CHE CONTROLLAVA L’IMPERO DEI JEANS LEVI’S), HA LAVORATO PER RIDURRE IL CRIMINE, AIUTARE GLI HOMELESS, SGOMBERARE LE STRADE A DOWNTOWN E ATTIRARE INVESTIMENTI… SECONDO UN SONDAGGIO RECENTE, ORA LURIE HA UN INDICE DI GRADIMENTO DEL 74%

A San Francisco hanno riscoperto l’amore per un sindaco, dopo anni di polemiche e fughe dalla città. Daniel Lurie sembra uscito dall’ennesimo romanzo americano: erede della famiglia che un tempo controllava l’impero dei jeans Levi’s, filantropo fondatore di noprofit contro la povertà, outsider senza esperienza, è diventato sindaco nel 2024 promettendo non una rivoluzione ideologica ma qualcosa di molto meno glamour, cioè far funzionare di nuovo la città.
E questo, nel cuore tech d’America, lo ha reso molto popolare perché ha rimesso al centro ciò che il mondo digitale sembrava aver fagocitato: la vita reale.
Secondo un sondaggio del San Francisco Chronicle, Lurie ha un indice di gradimento del 74 per cento, un numero quasi irreale per una città che negli ultimi anni era diventata simbolo nazionale del disordine urbano: overdose da fentanyl, downtown svuotata, negozi chiusi, accampamenti urbani di homeless trasformati in metafora televisiva del declino americano.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva avuto gioco facile nell’accusare le amministrazioni democratiche di aver spalancato le porte dell’inferno, intossicando il decoro e mettendo a rischio la sicurezza dei cittadini. Il tycoon citava sempre San Francisco. Ora non più.
L’aspetto nuovo è che l’erede della famiglia discendente di Levi Strauss, 49 anni, non è un tribuno dalla retorica avvolgente. Non è un Barack Obama della Bay Area, non ha il fervore ideologico del senatore Bernie Sanders o il carisma del sindaco di New York Zohran Mamdani. Si esprime con toni bassi, lessico pragmatico e ha un’ossessione per due parole: “Efficienza” e “risultati”. In un’epoca di sindaci show, non è poco.
Il sindaco ha lavorato per ridurre il crimine, aiutare gli homeless, sgomberare le strade a downtown e attirare investimenti. Il lavoro è ancora lungo ma molti ammettono che la città non appare più fuori controllo. Lurie sembra aver capito che la via progressista per riconquistare la gente è pensare ai loro bisogni, e meno ai principi. Nel suo discorso davanti ai democratici californiani ha definito San Francisco «una città che funziona».
Lurie non rinnega i valori liberal, ma sostiene che quei valori abbiano smesso da tempo di essere accompagnati dal buon senso. In questo ricorda il sindaco Mamdani, che a New York si occupa di chi ha una casa popolare fatiscente e non può permettersi di mandare i figli all’asilo. Entrambi sono il volto della mutazione del nuovo Partito democratico, post-ideologico. Il centro di San Francisco è tornato a popolarsi. Conferenze di intelligenza artificiale tornano al Moscone Center, il turismo è in ripresa.
(da Repubblica)

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BAKARI SAKO PRIMA DI ESSERE UCCISO SI ERA RIFUGIATO IN UN BAR. LA PROCURATRICE: “IL PROPRIETARIO L’HA CACCIATO VIA”

Maggio 13th, 2026 Riccardo Fucile

UN ONESTO CITTADINO COLPITO A MORTE NEL CENTRO STORICO DI TARANTO MENTRE ANDAVA A LAVORARE DA UN BRANCO DI GIOVANI ITALIANI SOLO PERCHE’ IMMIGRATO E SUI SOCIAL C’E’ ANCORA CHI E’ SOLIDALE CON QUESTA FECCIA… I CATTIVI MAESTRI CHE HANNO ISTIGATO A ODIARE GIRANO ANCORA A PIEDE LIBERO CON LE MANI SPORCHE DI SANGUE

Bakari Sako, l’immigrato regolare ucciso da un gruppo di giovanissimi a Taranto lo scorso sabato aveva provato a rifugiarsi in un bar durante l’aggressione, ma sarebbe stato cacciato. A riferire del dettaglio è la procuratrice tarantina, Eugenia Pontassuglia. «Non ci sono decreti sicurezza che tengano – ha riferito in alcune parole raccolte dal Corriere della Sera – non servono solo pene più severe o nuovi reati, dobbiamo cambiare la cultura, dobbiamo cominciare a pensare che ogni persona ha diritto di vivere ed essere rispettata perché la terra è di tutti».
Bakari lasciato solo
Bakari alle cinque del mattino percorreva la città in bicicletta per andare a lavorare e garantire sostegno economico alla propria famiglia. Il branco per gli inquirenti lo avrebbe scelto perché più fragile, più esposto, meno difeso. Il bersaglio diventa così «la persona vulnerabile», «la persona indifesa», fino a coincidere, nel caso specifico, con «la persona di colore». Secondo quanto riferito dalla procuratrice, l’uomo, invece di ricevere protezione, sarebbe stato allontanato dal proprietario senza che venissero chiamate le forze dell’ordine
La procuratrice del Tribunale dei minori: «Ci vuole una nuova grammatica civile»
Anche le parole della procuratrice facente funzioni del Tribunale per i minorenni, Daniela Putignano, si muovono nella stessa direzione. Ha parlato di «un episodio gravissimo, violentemente immotivato. I minori coinvolti sono incensurati, ma non sconosciuti all’autorità giudiziaria minorile. Ci vuole una nuova grammatica civile: tutti si devono far carico del problema perché la repressione conta poco se non si interviene sulle agenzie educative».
In rete la solidarietà verso gli aggressori
Il Corriere della Sera parla dei messaggi solidali nei confronti dei minorenni fermati. «Una presta libertà fratelli miei, vi amo», recita un post. E c’è chi scrive: «Siamo nati e cresciuti insieme. Venuti dal buio, ci siamo creati una figura e una reputazione sulle nostre spalle. Abbiamo affrontato la vita da adulti prima del tempo. Non abbiamo nulla da invidiare a nessuno, semmai il contrario. C’è tempo per recuperare la vita lunga e non abbiamo nulla da temere. Il nostro obiettivo è ritrovarci l’uno con l’altro. Il carcere non ci separa, anzi imparate a nuotare che qui fuori gli squali sono tanti». Sotto la scritta «Taranto vecchia».
(da Corriere della Sera)

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BIENNALE, LA FONDATRICE DELLE PUSSY RIOT: “BUTTAFUOCO? UN PICCOLO UOMO, COME PUTIN. NON HA AVUTO NEANCHE IL CORAGGIO DI INCONTRAMI. A VENEZIA DOVREBBE ESSERCI SOLO L’ARTE DEI DISSIDENTI RUSSI”

Maggio 13th, 2026 Riccardo Fucile

“ABBIAMO MESSO IN DIFFICOLTA’ LA MACCHINA DELLA PROPAGANDA DEL CREMLINO”… “COSA HA OTTENUTO IN CAMBIO BUTTAFUOCO?

Prima ancora delle performance, dei brindisi e delle code davanti ai padiglioni, alla Biennale di Venezia sono arrivate le proteste. Da mesi il nodo della presenza russa – tra chi ne chiede l’esclusione per l’invasione dell’Ucraina e chi la difende in nome di una cultura che dovrebbe restare «uno spazio aperto» – alimenta polemiche, tensioni e prese di posizione sempre più accese. Oltre alle ormai note dichiarazioni istituzionali e alle dimissioni della giuria, a mobilitarsi sono state anche le Pussy
Riot, collettivo artistico femminista punk-rock bandito in Russia, che insieme alle ucraine Femen hanno organizzato un blitz davanti al padiglione di Mosca nei giorni della pre-apertura della manifestazione d’arte.
«Siamo riuscite a rubare la scena alla Russia, mostrando la nostra rabbia e resistenza», dice a Open Nadya Tolokonnikova, fondatrice del gruppo russo, arrestata e incarcerata nel 2012 per aver eseguito una “preghiera punk” nella Cattedrale di Cristo Salvatoredi Mosca contro Putin e la chiesa ortodossa.
Il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, però, non arretra. Per evitare possibili tensioni con la Commissione europea, che ha minacciato la sospensione dei finanziamenti, il padiglione russo resterà “chiuso”. L’accesso agli spazi fisici non sarà infatti consentito per tutta la durata della Biennale, ma il progetto The Tree Is Rooted in the Sky verrà mostrato tramite una proiezione esterna, senza la presenza degli artisti.
«Mosca ha utilizzato le nostre immagini, ma in Russia è un reato»
La protesta delle Pussy Riot ha avuto eco internazionale. Video e immagini hanno fatto rapidamente il giro del mondo, spingendo il team del padiglione russo a reagire. Più che una replica, spiega l’attivista, si sarebbe però trattato di un tentativo di «appropriarsi della nostra azione». Prima con la pubblicazione di un video in cui membri dello staff indossano gli iconici passamontagna rosa del collettivo, poi inserendo immagini della protesta nella programmazione ufficiale della Biennale. «Un tentativo patetico di recuperare credibilità dopo essere stati “superati” da un collettivo punk femminista capace, ancora una volta, di mettere in difficoltà la macchina propagandistica russa», denuncia Tolokonnikova. «Immagino abbiano avuto una riunione con i loro comandanti dell’Fsb – prosegue – e il loro piano per mascherare la vergogna è stato far sembrare tutto parte del progetto ufficiale».
E mentre il collettivo può creare «arte ed espressione reale con note di libertà, rabbia e bellezza», il regime russo invece, sottolinea ancora la fondatrice delle Pussy Riot, «può solo appropriarsi» di ciò che non riesce a creare spontaneamente. Con questa operazione, il padiglione di Mosca – secondo Nadya – si sarebbe però «intrappolato da solo». In Russia, infatti, il gruppo è stato classificato come «organizzazione estremista» per la sua opposizione a Putin e la semplice diffusione dei suoi simboli può essere perseguita penalmente (articoli 20.29 e 282.2).
«Forse sarò la prima persona nella storia a denunciare per estremismo un’organizzazione che ho creato io stessa – spiega -, ma è il momento per la curatrice Anastasia Karneeva e per l’inafferrabile presidente Buttafuoco di imparare una lezione sulla “censura” e sulla “libertà di dialogo” che tanto spesso proclamano».
Chi può rappresentare l’arte russa?
Il ritorno della Russia alla Biennale, dopo l’assenza nel 2022 e nel 2024, va però oltre la dimensione artistica. Riguarda anche il modo in cui si occupa uno spazio e si prende posizione al suo interno.
La domanda, avanzata da più parti, è diretta: che senso ha ospitare un Paese in cui arte e cultura sono sottoposte a censura e repressione? In Russia, infatti, la libertà di espressione di artisti e intellettuali è fortemente limitata e il dissenso non trova spazio. Di conseguenza, la libertà artistica viene di fatto annullata.
Ma chi può, allora, rappresentare oggi l’arte russa? Per Tolokonnikova la risposta è una sola. «Gli unici che ne hanno il diritto sono i prigionieri politici che hanno combattuto il regime di Putin e sostenuto l’Ucraina. Al momento ci sono più di 50 artisti nel nostro catalogo, ma il lavoro è ancora in corso».
È questa la proposta su cui sta lavorando per la Biennale del 2028, già formalizzata in una lettera inviata a Buttafuoco. Ma il presidente della Biennale si rifiuta di incontrarla. «Io ho cercato attivamente di contattarlo, inviandogli email e dichiarazioni scritte nel mio ruolo di fondatrice delle Pussy Riot e come membro dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa ed ex prigioniera politica. Ma niente», dice.
Per questo, il 7 maggio è andata negli uffici della Fondazione. «Ho chiesto di parlare con lui, per chiedergli perché mi stava evitando. Centinaia di manifestanti mi hanno seguita, ma siamo stati immediatamente bloccati dalla polizia. Alla fine ci hanno detto che il “capo” voleva parlarmi: se fossi entrata da sola, avrebbe parlato. Sono entrata solo con mio marito, e hanno fotografato i nostri documenti».
L’incontro, però, non si è concretizzato. «Un membro del suo staff mi ha chiesto di scrivere a penna una lettera. Ero lì, seduta per terra, a inseguire il presidente come un topo – una vera “apertura al dialogo”, come dice sempre Buttafuoco, insomma», aggiunge.
«Cosa ha ottenuto Buttafuoco da Mosca?»
Sul piano politico e simbolico, la posizione della fondatrice delle Pussy Riot è netta: «L’eredità di Buttafuoco sarà una macchia sulla Biennale, forse la fine della rilevanza che ha avuto nel mondo dell’arte negli ultimi decenni. E per cosa?» domanda. «Che cosa avrebbe ottenuto dalla Russia di così importante?». Nelle scorse settimane, Open aveva riferito delle mail scambiate tra la Fondazione e gli organizzatori russi. Conversazioni su cui la realtà veneziana aveva chiarito di non aver rilevato irregolarità. «I russi, però, – continua la leader del gruppo – non sono così ingenui da corrompere qualcuno in modo esplicito. Eppure qualcosa lui l’ha ottenuta: visibilità, attenzione mediatica, forse un trattamento privilegiato quando torna nella sua amata “Leningrado”, come la chiama lui. Chi lo sa. Ma credo che il mondo oggi colga tutta la sua debolezza, la sua pochezza, gli slogan vuoti, il bisogno di notorietà e di legittimazione. E in questo, che riconosco anche a Putin, vedo soprattutto un uomo piccolo e spaventato».
Il dilemma, allora, non riguarda soltanto la presenza o meno della Russia alla Biennale di Venezia, ma il valore politico che questi spazi assumono nel contesto attuale. Perché i padiglioni non sono mai stati semplici contenitori d’arte, bensì luoghi di rappresentazione in cui ogni scelta curatoriale finisce inevitabilmente per assumere anche un significato politico.
(da Open)

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LA GUERRA IN MEDIO ORIENTE SI FARA’ SENTIRE ANCHE AL SUPERMERCATO: GRANO, FRUTTA E VERDURE ANCORA PIU’ CARE NELLA SECONDA META’ DELL’ANNO

Maggio 13th, 2026 Riccardo Fucile

IL FORTE AUMENTO DEI FERTILIZZANTI INCIDE SUI PRODOTTI ALIMENTARI

Pochi giorni dopo l’attacco di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, gli europei hanno cominciato subito ad avvertire gli effetti della guerra sulla propria pelle. Il blocco dello Stretto di Hormuz – da cui transitano circa il 20 per cento del petrolio e il 30 per cento del gas – ha fatto schizzare al rialzo i prezzi dei carburanti, costringendo i governi a intervenire. Ma c’è un altro effetto, finora trascurato, che si farà sentire sugli scaffali dei supermercati nei prossimi mesi. La chiusura della lingua di mare che separa Iran e Oman ha provocato forti aumenti di prezzo anche per i fertilizzanti. Un fenomeno di cui finora si sono accorti principalmente gli agricoltori, ma che presto sarà sotto gli occhi di tutti.
I rincari dell’urea e gli effetti sul carrello della spesa
La chiusura dello Stretto di Hormuz – da cui passa circa il 25 per cento dei fertilizzanti a livello globale – ha portato soprattutto a un aumento dell’urea, uno dei fertilizzanti azotati più utilizzati in agricoltura, proprio nel pieno della stagione della semina. «Abbiamo ricevuto molte segnalazioni di agricoltori che hanno comprato fertilizzanti a prezzi proibitivi. Prima della guerra il prezzo dell’urea si aggirava intorno ai 380 euro a tonnellata, ora è salito a 1000 euro», spiega a Open Massimliano Giansanti, presidente di Confagricoltura e di Copa, la più potente e rappresentativa lobby agricola europea.
Il meccanismo è semplice: se produrre cereali, ortaggi, frutta, latte o carne costa di più, prima o poi una parte di quei costi entra nella filiera e arriva al consumatore, che si ritrova prodotti più costosi al supermercato. Per il momento, le conseguenze più pesanti non si sono ancora fatte sentire. Questo perché i fertilizzanti usati in primavera dagli agricoltori di tutta Europa sono stati acquistati prima dello scoppio della guerra in Medio Oriente. I rischi, semmai, rischiano di arrivare nella seconda metà dell’anno. «Se dovesse rimanere uno stato perdurante di incertezza, gli effetti significativi li vedremmo intorno all’estate. Nell’agroalimentare il lag temporale tra lo scoppio di un evento e il momento in cui si vedono i primi effetti significativi è di circa 6-9 mesi», osserva ancora Giansanti.
L’allarme sulle colture autunnali
«L’agricoltura risponde a un calendario colturale che non può essere posticipato – ha spiegato di recente il direttore generale della Fao, Qu Dongyu – e un ritardo anche di poche settimane costringe gli agricoltori a ridurre l’impiego di fertilizzanti o a rinunciare alla concimazione, con impatti che si trasmettono ai raccolti futuri». Secondo la Fao, la scarsità globale di fertilizzanti causata dal blocco di Hormuz potrebbe tradursi in raccolti più scarsi e in una contrazione delle disponibilità alimentari nella seconda metà del 2026 e nel corso del 2027. Un timore condiviso anche da Giansanti: «Le culture che rischiano di più sono il frumento e il mais, che spesso rappresentano la base della dieta alimentare di molti Paesi».
Secondo il presidente di Confagricoltura, la conseguenza più grave che rischia di verificarsi è la mancata programmazione di semine del grano a settembre. «Se rimarranno questi prezzi dei fertilizzanti, molti agricoltori preferiranno non seminare quelle culture che ovviamente richiedono alti quantitativi di urea, tra cui proprio il frumento». Al loro posto, c’è chi potrebbe optare per semi oleosi, come la colza. «Tutto è fortemente condizionato dal day by day ed è il motivo per cui tutti noi ci auguriamo che questa guerra finisca il prima possibile», precisa Giansanti.
Le conseguenze sul resto del mondo
Se per l’Italia il problema riguarda soprattutto i prezzi, per altre aree del mondo il blocco di Hormuz rischia di avere conseguenze ben più gravi. «Senza fertilizzanti, potete immaginare che rischiamo di affrontare un grave problema di sicurezza alimentare il prossimo anno», ha avvertito António Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite. Tra i Paesi più esposti alla crisi in Medio Oriente c’è anche il Brasile, uno dei maggiori produttori agricoli mondiali. Secondo l’Organizzazione mondiale del commercio, nel 2025 il Paese governato da Lula ha importato il 92 per cento dei fertilizzanti e il 35 per cento dell’urea proprio dal Golfo Persico. Secondo il Programma alimentare mondiale dell’Onu, altri 45 milioni di persone potrebbero trovarsi in una situazione di grave insicurezza alimentare se la guerra dovesse protrarsi oltre la metà dell’anno.
Le richieste degli agricoltori e l’attesa per la strategia UE
Di fronte a questo scenario, l’Unione europea non ha ancora elaborato una propria strategia, ma lo farà presto. Il 19 maggio, la Commissione Ue presenterà il suo piano d’azione sui fertilizzanti. Un annuncio che il settore attende con il fiato sospeso. «L’Europa deve avere coraggio e prendere atto che stiamo vivendo una stagione difficilissima», fa notare Giansanti. Tra le richieste più immediate chieste dalle lobby degli agricoltori c’è la sospensione del Cbam, ossia il meccanismo che da inizio 2026 impone una tassa sulle emissioni di CO2 incorporate nei fertilizzanti importati da Paesi extra-Ue.
Oltre a ciò, gli agricoltori chiedono misure per la semplificazione amministrativa e aiuti per la liquidità d’impresa, in particolare per quegli agricoltori costretti a chiedere prestiti bancari per acquistare i fertilizzanti. Ma sul medio-lungo termine, il piano d’azione di Bruxelles non potrà che avviare anche un percorso per tornare a produrre fertilizzanti dentro i confini europei. «L’Europa produce il 17% del cibo mondiale, ma è totalmente dipendente dalle fonti di approvvigionamento degli input produttivi. Se c’è una lezione da trarre da questa crisi – osserva ancora Giansanti – è che l’agricoltura è un tema di sicurezza nazionale. Chi dispone di cibo dispone di potere».
(da agenzie)

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CHIAMATE LA NEURO: DA DUE GIORNIN TRUMP CONTINUA A POSTARE MESSAGGI DELIRANTI, PURE L’IMMAGINE DEL VENEZUELA CON UNA BANDIERA AMERICANA E LA DICITURA 51° STATO

Maggio 13th, 2026 Riccardo Fucile

SE LA PRENDE CON I MEDIA, I SUOI PREDECESSORI E LA “TRUFFA” DELLE ELEZIONI DEL 2020… IL 59% DEGLI AMERICANO LO RITIENE FUORI DI TESTA

Da due giorni il presidente Usa continua a postare su Truth messaggi su messaggi. Se la prende con i media, i suoi predecessori e la “truffa” delle elezioni del 2020
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha pubblicato sulla sua piattaforma Truth Social un’immagine che raffigura il Venezuela con una bandiera americana inserita e la dicitura «51 stato». Il post arriva mentre il tycoon è in viaggio verso la Cina per un vertice con Xi Jinping. E dopo che la presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodrìguez, ha affermato che il suo paese non aveva «mai» preso in considerazione l’ipotesi di diventare uno stato Usa. Nemmeno dopo la cattura del leader deposto Nicolas Maduro da parte delle forze statunitensi a gennaio.
Trump e il Venezuela
Lunedì 11 maggio Trump aveva dichiarato a Fox News di stare valutando la possibilità di rendere il paese sudamericano un nuovo stato, dopo mesi di vanterie sul suo controllo della nazione ricca di petrolio. La Rodrìguez ha approvato riforme che hanno riaperto i settori minerario e petrolifero del Venezuela alle compagnie straniere, in particolare a quelle statunitensi. L’opposizione venezuelana ha chiesto nuove elezioni, mentre Rodrìguez, interrogata il 1 maggio sulle prospettive di un nuovo voto, ha dichiarato di non saperlo e che si sarebbero tenute «prima o poi». L’account social di Trump su Truth, fa notare l’agenzia di stampa Afp, ha pubblicato solo lunedì sera una cinquantina di messaggi. Si tratta di video o screenshot condivisi, e non post originali. Si concentrano tutti sulle elezioni del 2020 e sulla presunta frode ai suoi danni.
La giornata del presidente
I post illustrano il suo risentimento nei confronti dell’ex presidente democratico Barack Obama e dimostrano il suo desiderio di vendetta contro altri avversari politici come Hillary Clinton. Obama è «una forza demoniaca», si legge, ad esempio, in un messaggio ripubblicato da Trump lunedì sera, che coinvolge anche l’ex direttore dell’FBI James Comey, bersaglio frequente del presidente americano. «Sembri completamente pazzo, vecchio mio», ha risposto Comey in un’intervista alla CNN martedì, definendo questi post «ossessivi e notturni deliri». Stamattina, poche ore prima del viaggio in Cina, il repubblicano settantanovenne ha ripreso la sua raffica di messaggi, pubblicando, tra le altre cose, un grafico che vantava il massimo storico del mercato azionario, l’immagine di un aereo distrutto da un laser sparato da una barca con la didascalia “Laser: Bing, bing, non è rimasto niente!!!”.
50 messaggi al giorno
E infine una caricatura offensiva del governatore democratico dell’Illinois, JB Pritzker, intento a divorare cibo spazzatura. Il tycoon ha anche diffuso due messaggi di sua creazione. Uno in cui annunciava enigmatici colloqui con Cuba.
L’altro, piuttosto lungo, in cui difendeva con veemenza la ristrutturazione di una grande vasca riflettente accanto al Lincoln Memorial, uno dei monumenti simbolo di Washington. Trump ha attaccato in particolare il New York Times, che aveva evidenziato la mancanza di trasparenza nell’assegnazione dell’appalto e rivelato che il suo costo avrebbe superato di gran lunga le stime iniziali.
Il sondaggio
Il presidente ha condiviso anche un’immagine generata dall’intelligenza artificiale che mostra Barack Obama e l’ex presidente Joe Biden che fanno il bagno in piscina in mezzo alla spazzatura, con la didascalia: «Gli idioti democratici amano le fogne». In un recente sondaggio di Washington Post/ABC News/Ipsos, il 59% degli intervistati ritiene che Donald Trump non abbia le capacità mentali per guidare il paese e il 55% ritiene che non abbia la salute fisica necessaria.
Il presidente più anziano mai eletto negli Stati Uniti insiste invece di essere in ottima salute. «Mi sento come 50 anni fa. È pazzesco. Sono una persona straordinariamente brillante», ha scritto il 22 aprile su Truth Social. La Casa Bianca ha annunciato lunedì che il presidente si sottoporrà a una visita medica e odontoiatrica il 26 maggio presso il Walter Reed National Military Medical Center, vicino a Washington. Sarà la sua terza visita da quando è tornato alla Casa Bianca un anno e mezzo fa.
(da agenzie)

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BUTTAFUOCO GETTA LA MASCHERA: “TEMO L’OCCIDENTE PIU’ DI PUTIN”. ALLORA PERCHE’ NON TI FAI NOMINARE DIRETTORE DEL MUSEO DI LENINGRADO E CONTINUI A INCASSARE PREBENDE DAL DISPREZZATO OCCIDENTE?

Maggio 13th, 2026 Riccardo Fucile

MA QUALE ETICA? OSPITARE ARTISTI SERVI DI PUTIN, FINGENDO DI IGNORARE LE CENTINAIA DI INTELLETTUALI DISSIDENTI OSPITI DELLE GALERE RUSSE? VALLO A FARE A MOSCA IL “PROVOCATORE”, VEDRAI CHE FINE FAI SE CRITICHI IL REGIME

Pietrangelo Buttafuoco dice che Alessandro Giuli, protestando per la Russia alla Biennale di Venezia, «avrà certamente obbedito alla ragion di Stato. Io ho rispettato l’istituzione e le sue regole che purtroppo pochi conoscono. E non spetta a me la consacrazione dell’uno o il dileggio dell’altro». Confermando l’amicizia tra i due già citata dal ministro, Buttafuoco dice che «Giuli è un fratello» anche se è stato assente all’inaugurazione e troverà il modo di fare visita.
La nomina
Secondo Buttafuoco «tutto questo can can perché il presidente della Biennale è stato indicato da Giorgia Meloni. Fosse stato del Pd, il gran silenzio riverenziale». Poi aggiunge che «gli Stati presenti sono i proprietari dei padiglioni e curano, gestiscono e infine compongono artisticamente attraverso scelte che non abbiamo il potere di sindacare». E spiega che «l’etica dovrebbe essere una condizione che unisce i giudizi e non li separa, che individua un comune terreno e non uno standard alternativo. La democrazia alterando la propria valutazione produce sostanze tossiche nel proprio organismo e il liberalismo, la mamma che ha dato al nostro continente il principio e il destino di ciascuno nell’uguaglianza del diritto per ciascuno adesso invece indossa la benda del totalitarismo».
Putin e l’Occidente
E quindi, dice Buttafuoco, «più che Putin temo che l’Occidente, le grandi borghesie di queste democrazie liberali, non abbiano ancora digerito il processo con cui la Russia ha fatto fuori da sola l’Unione Sovietica, ha prodotto nel suo seno la forza per liberarsi del proprio ingombrante passato senza il tutor occidentale. Poi, inutile che assegni la palma dell’ipocrisia a quei ceti politici, economici, anche culturali, che hanno goduto negli anni dell’ambito favore di Mosca e ora, con ribrezzo, ne sparlano».
E sulle ambizioni politiche di presidente della Regione Sicilia: «Il mio proposito sarebbe di aviotrasportare Luca Zaia nell’isola e dargli carta bianca. Governa tu». Infine, sostiene che «la società iraniana è molto più affine alla nostra. Ed è una società ricca di fermenti culturali. Li chiamano ‘tedeschi col tappeto’».
(da agenzie)

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POLIZIOTTI INFEDELI VENDEVANO DATI SU CALCIATORI E CANTANTI AD AGENZIE PRIVATE, 30 MISURE CAUTELARI

Maggio 13th, 2026 Riccardo Fucile

I RISULTATI DELL’INDAGINE DELLA PROCURA DI NAPOLI DIRETTA DAL PROCURATORE GRATTERI: COMPUTER E PASSWORD PER ESFILTARE INFORMAZIONI, MIGLIAIA DI PARTI OFFESE

“Poliziotti infedeli si sono venduti e per soldi, con un tariffario, usavano computer e password per esfiltrare dati su imprenditori, personaggi dello spettacolo, cantati e calciatori famosi e hanno ceduto queste informazioni”. È stato rubato dalle banche
dati e poi venduto a dieci agenzie di investigazioni private oltre un milione di informazioni. Con migliaia di parti offese. Gli indagati destinatari di misure sono 30, 4 in carcere, 6 ai domiciliari, 19 con obbligo di dimora.
È questo il cuore dell’indagine tra Napoli, Roma, Ferrara, Belluno e Bolzano, coordinata dalla Procura di Napoli diretta dal procuratore Nicola Gratteri, in coordinamento con la Procura nazionale antimafia diretta da Giovanni Melillo con il pm Antonello Ardituro e con scambio di informazioni con la Procura di Milano per il caso Equalize.
Si tratta di una una vasta operazione di polizia giudiziaria condotta dalla polizia postale e dalla squadra mobile di Napoli diretta da Mario Grassia, nei confronti di una organizzazione criminale dedita all’accesso abusivo ai sistemi informatici, corruzione e rivelazione di segreto d’ufficio. “Il mercato delle informazioni è ancora vivissimo”, sottolinea il pm Vincenzo Piscitelli, titolare del fascicolo con il pm Claudio Onorati.La polizia parte dagli accessi anomali eseguiti nei terminali da due agenti di polizia, nessuno dei quali autorizzato, spiega il capo della squadra mobile Mario Grassia: uno ne aveva effettuati 600mila, l’altro oltre 130mila. Le “tariffe” erano dai 6 ai 25 euro per ciascun accesso. Sottolinea il procuratore Gratteri: “Se un privato vuole conoscere notizie su un cantante, un calciatore, magari perché c’è un contenzioso in atto, le informazioni per me sono preziose. Hanno un costo, un valore, e vengono vendute. Siamo riusciti a sequestrare un server che convogliava questi dati. Le agenzie si rivolgono illecitamente a auesti soggetti e le vendono”.“È un vanto per la Procura di Napoli aver istituto un pool per i reati cyber – sottolinea il procuratore Gratteri – lunedì pomeriggio sono stato a Cesena dove ho parlato con i nuovi ispettori specializzati solo in indagini informatiche. Ringrazio il capo della polizia per aver creato questa nuova scuola”.
(da Repubblica)

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